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Fabio Maccari, Laurea Magistrale in Italianistica e Scienze Linguistiche

LA RELAZIONE TRA SIGNIFICATO E USO NELLE RICERCHE FILOSOFICHE DI

LUDWIG J. J. WITTGENSTEIN – UNA LETTURA

Perciò la nostra è una ricerca grammaticale. E questa

ricerca getta luce sul nostro problema, in quanto

sgombra il terreno dai fraintendimenti.

1

Fraintendimenti che riguardano l'uso delle parole [...]

È impossibile riassumere in modo esauriente ciò che la parola “significato” ha rappresentato e

rappresenti nella storia della filosofia; certo nessuno contesterebbe, se non la sua importanza,

almeno l'attenzione dedicatale.

In questa sede cercherò di descrivere in breve i modi in cui Wittgenstein affrontò il concetto di

significato nell'arco della sua riflessione sulla natura del linguaggio, con una particolare attenzione

al cosiddetto “secondo Wittgenstein” delle Ricerche filosofiche e della “teoria del significato come

2

uso” .

L'analisi di un qualunque tema affrontato da Wittgenstein non può prescindere dal Tractatus

logico-philosophicus (1921), l'unica opera che l'autore pubblicò in vita: libercolo di un centinaio di

pagine, che si potrebbe davvero scorrere in un pomeriggio, la cui complessità interna fa tuttavia

ancora riflettere e discutere.

Per semplificare, dirò che la grande idea alla base dell'indagine (filosofica ma fondamentalmente

incentrata sul linguaggio) testimoniata dal Tractatus è quella secondo la quale «la proposizione è

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un'immagine della realtà» ; e, per transizione, che il linguaggio stesso, qualsiasi linguaggio, sia

della realtà una sorta di immagine speculare, una fotografia.

Un'immagine (una proposizione) è formata da una struttura (connessione fra i suoi elementi

costitutivi) e da una relazione di raffigurazione (fra gli elementi dell'immagine e gli elementi della

realtà); la possibilità della struttura e insieme l'elemento in comune tra l'immagine e ciò che essa

rappresenta è ciò che Wittgenstein definisce “forma di raffigurazione”:

«poiché è la possibilità della relazione fra gli elementi dell'immagine, e poiché è comune

all'immagine e al raffigurato, la forma di raffigurazione costituisce anche la possibilità che

le cose rappresentate stiano tra loro nella stessa relazione che gli elementi rappresentanti

dell'immagine (T 2.161). In questo modo un'immagine rappresenta una possibilità nel

1 LUDWIG WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967, p. 53.

2 ANTHONY JOHN PATRICK KENNY, Wittgenstein, Torino, Bollati Boringhieri, 1984, p.185.

3 LUDWIG WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-16, Torino, Einaudi, 2011, p.43.

2 mondo reale: come, ad esempio, il disegno o il modello di un architetto mostra una

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possibile disposizione di edifici (T 2.202)»

Wittgenstein distingue chiaramente il senso di una proposizione dal suo significato: una

proposizione, infatti, è essenzialmente vero-falsa (ovvero ha luogo tra questi due poli, altrimenti è

insensata); può concordare con o discordare dalla realtà, ovvero può corrispondere o meno al

sussistere di stati di cose. Il significato, invece, «è l'oggetto per il quale quel nome sta: “Il nome

significa l'oggetto. L'oggetto è il suo significato […]. Il nome fa le veci, nella proposizione,

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dell'oggetto” (3.203 e 3.22)» .

Sebbene sia improprio affermare che le Ricerche filosofiche rappresentano una rottura netta con il

Tractatus logico-philosophicus, e sarebbero da considerare piuttosto l'evoluzione di un pensiero in

fermento, animato dal bisogno di chiarire il ruolo della filosofia e disposto a mettersi continuamente

in discussione, nella Prefazione Wittgenstein stesso ci parla di alcuni «gravi errori che avevo

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commesso in quel primo libro» . Tra questi uno dei più importanti, e in effetti il primo ad essere

direttamente affrontato, riguarda la nozione di significato. Wittgenstein infatti apre il celebre ¶1 con

l'altrettanto celebre citazione tratta dalle Confessioni di Agostino, nella quale questi narra

dell'apprendimento del linguaggio di sé bambino, consistente nell'osservazione e imitazione degli

adulti nell'indicare gli oggetti del mondo circostante. Subito dopo il passo, Wittgenstein commenta:

In queste parole troviamo, così mi sembra, una determinata immagine della natura del

linguaggio umano. E precisamente questa: Le parole del linguaggio denominano oggetti –

le proposizioni sono connessioni di tali denominazioni. ---- in quest'immagine del

linguaggio troviamo le radici dell'idea: ogni parola ha un significato. Questo significato è

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associato alla parola. È l'oggetto per il quale la parola sta.

Come si chiarisce nei paragrafi seguenti, il fatto che l'oggetto sia il significato della parola è ora,

agli occhi di Wittgenstein, un'idea troppo limitativa di fronte alle sterminate possibilità che

linguaggio e realtà offrono, idea che starebbe «al suo posto in una rappresentazione primitiva del

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modo e della maniera in cui funziona il linguaggio» , ma che non riguarda il linguaggio nella sua

globalità. Non esiste infatti un oggetto che stia per il significato della parola “cinque”, o del colore

“rosso”, o dell'esclamazione “ahi!”; così come non a tutte le proposizioni corrisponde

effettivamente un'immagine della realtà. Wittgenstein si rende conto che l'analisi della proposizione

4 A. J. P. KENNY, op. cit., pp.74-5.

5 LUIGI PERISSINOTTO, Wittgenstein. Una guida, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 40.

6 LUDWIG WITTGENSTEIN, op. cit., p.4.

7 Ivi, p. 7.

8 Ivi, p. 8.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ariosto25 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Leonardi Paolo.

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