Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di laurea in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione
Dipartimento di Studi Europei, Americani e
Interculturali
Tesina di Letteratura italiana contemporanea
Sibilla Aleramo: la scrittura come mezzo di
critica sociale.
Dania Vallone
n.° matricola: 1597827 Anno Accademico
2017-2018 1
Sibilla Aleramo: la scrittura come mezzo di critica sociale
Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, è stata una delle scrittrici italiane più celebri dei
primi anni del Novecento, nonché anticipatrice delle grandi lotte femministe che sarebbero sfociate
solo negli anni Settanta. Distintasi in carriera come romanziera, giornalista, critica letteraria e come
l’esplosione della sua fama alla presentazione del romanzo “Una
poetessa, deve però donna”,
pubblicato per la prima volta nel 1906, che aprì di fatto il Novecento letterario. Si tratta di una sorta
di autobiografia intellettuale, ovvero un’autorappresentazione nella quale vita letteraria e vita reale
L’opera si configura come un’aperta denuncia delle opprimenti condizioni sociali nelle
coincidono.
quali era stata costretta a vivere, rinchiusa in un ambiente di mentalità ristretta e condizionata da una
società patriarcale che considerava la donna come una mera proprietà maschile, inferiore sia
Lo scopo dell’autrice è proprio mostrare, attraverso
fisicamente che al livello intellettivo. questo
romanzo autobiografico, come una società così fortemente maschilista potesse ridurre le donne al
silenzio, privandole della libertà di scelta, con la speranza di aiutare le lettrici moderne a vivere
liberamente e non chinare la testa come invece fu costretta a fare lei per la prima parte della sua vita.
È la rappresentazione di una condizione di esistenza, che coinvolge non soltanto la condizione
1
femminile, ma accanto ad essa anche quella familiare e quella umana in generale .
Per raggiungere il suo obiettivo, Sibilla Aleramo scelse uno dei mezzi di diffusione più potenti,
quello della scrittura, nonostante non avesse intenzione, a suo dire, di scrivere romanzi come pure
opere artistiche, ma piuttosto come testimonianze di fatti realmente accaduti, che potessero scuotere
le coscienze dei lettori per la loro tangibile drammaticità. Come da lei affermato nelle lettere
scambiate con Ersilia Majno, attivista italiana e fondatrice dell’Unione Femminile nazionale, il
romanzo non sarebbe mai stato per lei un pretesto per nutrire la propria ambizione, ma una
rievocazione del proprio dolore che, un giorno, sarebbe stato utile ad altre donne e forse avrebbe
contribuito a cambiare la situazione cui molte di queste sono costrette a rassegnarsi:
manoscritto […] non era un’opera d’arte: era una confidenza. Questa non è che la sostanza che io
Il
devo plasmare in opera d’arte, o dirò meglio – perché io non voglio affatto fare dell’arte – in opera di
verità. […] vedo che l’arte è soltanto una rievocazione: risuscita dolori o gioie soltanto in chi le ha
provate. Un pensiero mi conforta: di quello che ho sofferto io, materialmente e moralmente, molte donne
[…] io
continuano a soffrire: queste mi capiranno. sono veramente una donna: sento che non esisto per
me, ma per gli altri o per un ideale: non ho orgoglio. Il mio libro avrà uno pseudonimo: Face. E l’autrice
1 Franca Angelini, Un nome e una donna, in Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, Feltrinelli, Milano
1980, p. 67. 2
[…]
se ne starà nascosta il più che le sarà possibile. Ho una forza: quella di manifestar delle idee, poche
il rielevamento della donna al giorno d’oggi, credo necessario
idee, ma imperative e urgenti; ebbene per
2
di manifestarle.
Come promesso, il romanzo fu pubblicato sotto pseudonimo, che cambiò da Face a Sibilla
Aleramo, nome scelto per lei dal compagno Giovanni Cena, il poeta con il quale viveva negli anni in
lo conferma il sonetto “io la scopersi e la chiamai Sibilla”, da lui scritto in
cui scrisse il romanzo:
“Homo”, composizione del 1909 dal titolo simmetrico a quello del romanzo “Una donna”. In un certo
senso, però, la donna rinuncia al cognome del padre e ne assume uno profetico, ma che ancora una
volta le viene imposto da un uomo. Tuttavia, la scrittrice farà proprio questo nome e non vorrà più
essere riconosciuta come Rina Faccio o con il cognome del marito, poiché quel nome non rispecchia
come spiega chiaramente all’amica Ersilia Majno, la quale aveva
più la donna che è diventata, “Come mai ti salta in mente
ingenuamente risposto ad una sua lettera indirizzandola a Rina Pierangeli:
che non ha più ragion d’essere nella memoria d’alcuno? Anzi…ti dirà
di risuscitare uno stato civile
che ormai voglio sia dimenticato anche il mio cognome di nascita, ed esser nominata e presentata
esclusivamente come Sibilla Aleramo: la mia personalità non si esplica più che a traverso questo
nome” 3 . Cambiando nome, Sibilla Aleramo decreta anche il passaggio alla scrittura personale e
creativa, nonché la nascita di un personaggio al quale dovrà rimanere fedele. Proprio questa
caratteristica, l’essere una storia narrata sotto pseudonimo, è enfatizzata dalla scelta dell’autrice di
non usare alcun nome per questa sua biografia, né per la protagonista né per i personaggi che le
gravitano attorno; i personaggi sono le sue creature, è la loro essenza che li distingue, non l’etichetta:
“Tutti i personaggi, inclusa la protagonista, erano innominati; dico che v’era là, spontanea, non voluta,
la dimostrazione della nessuna importanza che hanno, per me, i nomi. […] Sono stati inventati da
altri […] Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose” 4 .
Il libro è diviso in ventidue capitoli, i quali permettono di collocare gli eventi in una struttura
diacronica, ricostruendo l’esperienza vissuta in ordine cronologico, a partire dall’infanzia per arrivare
all’età adulta. Un’ulteriore disposizione è data dalla tripartizione del romanzo, nel quale le tre parti
scardinano la disposizione cronologica per concentrarsi su un percorso intellettuale, che racconti la
rinascita di Rina come Sibilla Aleramo: di fatto le tre parti esplorano il percorso di coscienza
dell’autrice portato a termine attraverso la scrittura, rappresentando sia un piano conscio (il suo
vissuto) che uno inconscio (il sogno della rinascita). Ciascuna parte del romanzo rappresenta un
2 R. Faccio, Lettera a Ersilia Majno, 1903.
3 Lettera di Sibilla Aleramo a Ersilia Majno, Roma 1907.
4 Franca Angelini, Un nome e una donna, in Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale, Feltrinelli, Milano
1980, p.67. 3
capitoli: la prima parte è dedicata al sogno d’amore,
concetto preciso, che verrà analizzato in vari
l’amore derivato dalla maternità di nuovo sola in casa,
prima quello verso e tra i genitori, poi (“Ero
sola col bimbo. […] Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro amore!: VIII, pag. 68) ,
per passare alle speranze di una giovane donna che si chiede se prima o poi il suo destino sarà quello
di sentirsi amata davvero, ma che ben presto si rende conto della dura realtà in cui si trova, capisce
che la felicità che pensava di provare da bambina era in realtà solo un suo desiderio, tanto che questa
sezione termina con il suo tentativo di suicidio; la seconda parte affronta il tema della solitudine e del
silenzio, quando sempre più spesso si ritrova succube delle paranoie del marito ed è costretta a restare
chiusa in casa, lontana da possibili tentazioni, sentendosi sola anche quando a Roma conosce nuove
persone, poiché sembra che nessuno possa davvero capire come si sente, iniziando però ad acquisire
una nuova consapevolezza, piantando i semi della rinascita che verrà; la terza parte si concentra,
invece, sul tema della scrittura e inizia quando è costretta a lasciare il lavoro a Roma ed è costretta a
tornare a Civitanova Marche: ben presto si ritroverà a perdere tutto ciò che ama, ma riacquisterà la
propria serenità attraverso la scrittura, come mezzo di denuncia e al tempo stesso speranza per un
avvenire migliore di quello che lei aveva vissuto. Il tentativo di individuare il senso del proprio essere
donna, quindi un vero e proprio sforzo autogenerativo, come lo definisce Marina Zancan, si esprime
attraverso l’intreccio tra vita e scrittura 5 .
Se da una parte rifiuta l’idea che il proprio romanzo venga considerato un prodotto puramente
artistico, dall’altra decide di vivere la sua vita a pieno, facendone una vera e propria opera d’arte
(riprende ella stessa la celebre frase di Oscar Wilde “La vita non è se non un prodotto dell’arte”, in
cui vita e sogno arrivano a fondersi); tra il 1876 e il 1902 vive un momento di formazione, che si
conclude con la separazione dal marito e dal figlio, il cambio di nome da Rina Faccio a Sibilla
Aleramo e quindi la sua rinascita in quanto scrittrice: questo momento cruciale corrisponde a ciò che
verrà narrato nel romanzo “Una donna”; essendoci una così profonda corrispondenza tra vita reale e
vita letteraria, per capire i suoi romanzi è indispensabile avere una buona conoscenza delle
vicissitudini biografiche che la formarono, sia in quanto donna che come scrittrice, presentate qui
così come lei stessa le narra nel romanzo in questione.
Rina Faccio nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876, primogenita di una famiglia della borghesia
piemontese che si trasferisce prima a Milano nel 1881 e poi a Civitanova Marche nel 1888, anno in
cui al padre viene offerta la possibilità di dirigere una filiale di una vetreria di milanese. È proprio il
suo mentore fin dall’infanzia, che la incoraggia
padre, ex professore e a lavorare come impiegata in
5 Annarita Buttafuoco, Vite esemplari. Donne nuove di primo Novecento, in Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia
intellettuale, Feltrinelli, Milano 1980, p. 145. 4
è un’esperienza
quella stessa azienda, per cui inizia a ricoprire il ruolo di contabile a soli tredici anni:
formativa che troverà esaltante, almeno all’inizio, nonostante fosse inusuale per una ragazza e per
questo giudicata negativamente dagli abitanti del paese, mentalmente chiusi e gretti, cui lei si sentirà
bambina; l’esperienza in fabbrica, specialmente grazie al contatto con gli operai e le
superiore fin da
loro precarie condizioni lavorative, contribuirà inoltre a sviluppare nella ragazza l’interesse per le
questioni sociali (si accorge, ad esempio, dei metodi schiavistici adottati dal padre).
La sua spensieratezza adolescenziale inizia ad incrinarsi quando si rende conto della tensione,
ormai lampante, che incorre tra i suoi genitori: la madre, in preda alla depressione, tenta il suicidio
gettandosi dal balcone, ma riesce a sopravvivere, senza tuttavia riprendersi mai del tutto, tanto da
Prova per tutta l’infanzia una venerazione
finire ricoverata in un manicomio, dove morirà nel 1917.
(“mio
profonda per il padre padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi
[…] Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e avea sempre ragione. […] L’amore
sempre migliore. dal quale riceve un’educazione intellettualmente libera,
per mio padre mi dominava unico”: I, pag. 3),
che chiama “scritture disordinate”, essendo lei autodidatta; sempre da lui apprende il significato di
indipendenza, dilettandosi fin da piccola nella lettura di tomi, soprattutto di natura scientifica, fin
troppo avanzati per la sua giovane età (“la mia curiosità dava un sapore acuto all’esistenza”: I, pag.4;
“restavo a casa, sprofondata in un gran seggiolone, a leggere i libri più disparati, sovente
dimostrandosi un’allieva brillante e sicura delle sue idee (“Un
incomprensibili per me”: I, pag. 4), incapace d’insegnarmi più di quel che
maestro chiamato a darmi lezione fu presto congedato perché
All’amore illimitato per il padre si contrappone, invece, il debole legame con
sapevo.”: II, pag. 12).
la madre (“Alla mamma volevo bene , ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata”: I, pag. 3),
una donna più semplice e meno colta, che le appare più preoccupata di salvaguardare le apparenze
per timore del giudizio altrui piuttosto che vivere pienamente la propria vita (“mi chiedevo se la
mamma andava alla messa, la domenica, proprio per suo piacere o per qualche strano timor della
e che si preoccupa per l’educazione così liberale e accademica che il padre aveva
gente”: I, pag. 9)
intenzione di darle (“temeva per me, immaginando certo che io crescessi senza sentimento, ch’io fossi
destinata a vivere col solo cervello”: I, pag. 7); solo alla fine del romanzo, e quindi una volta cresciuta,
si renderà conto di aver vissuto somigliando, in fondo, più alla madre che al padre. La profonda stima
verso il padre viene meno quando all’improvviso scopre una relazione extraconiugale, poco dopo il
tentato suicidio della madre, cosa che la porta a rimettere insieme i pezzi della storia (“Per la prima
volta cercavo nel passato, scoprivo degli indizi, li collegavo”: III, pag. 22) e a rendersi conto, quando
di quanto poco nobile fosse l’uomo che riteneva
un operaio della fabbrica le racconta della relazione,
“Mio padre, l’esemplare raggiante, si trasformava d’un tratto in un oggetto d’orrore: egli,
il suo eroe: 5
che mi aveva cresciuta nel culto della sincerità, della lealtà, egli nascondeva a mia madre, a noi tutti
un lato della sua vita” (III, pag. 27).
A soli quindici anni la sua vita viene sconvolta per sempre, quando subisce una violenza sessuale
da parte di uno degli operai della fabbrica, Ulderico Pierangeli, con il quale sarà costretta ad accettare
un matrimonio riparatore, scoprendo poco dopo di essere rimasta incinta, ma perdendo il bambino.
La sicurezza che il padre le aveva dato è ciò che le permette di resistere, e solo dopo reagire, alla
sia dal marito che dall’ambiente. Da bambina non era mai stata discriminata per il suo
violenza subita
essere femmina, anzi era stata preferita ai fratelli e spinta a pensare e studiare, nonché coinvolta
immediatamente nel mondo del lavoro. La violenza perpetrata dal marito, da lei subita in quanto
donna, la coglie alla sprovvista perché nessuna l’aveva mai preparata all’evenienza. 6
L’unica gioia della sua vita coniugale arriva con la nascita del suo primo figlio, Walter, al quale
consacra la sua vita e che ben presto diviene la sua unica ragione di felicità. Se con la nascita del
figlio credette di aver trovato una via di fuga dal senso di angoscia e oppressione causat
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