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Seneca: Dialogorum libri XII
Il titolo collettivo di Dialoghi risale all’antichità, ma forse non allo stesso Seneca.
Già Quintiliano, comunque, chiama Dialoghi ed Epistulae le opere filosofiche di Seneca.
Il termine dialogus
- Non implica una drammatizzazione filosofica, con personaggi distinti che scambiano i loro punti di vista (come prevedeva la tradizione platonico-ciceroniana).
- Ma va piuttosto inteso nel senso di “discussione”, ragionamento filosofico condotto con metodo “dialettico” (διατριβή).
All’interno di questi dialoghi però non mancano spunti propriamente dialogici: allocuzioni e apostrofi al lettore, nello stile della diatriba stoico-cinica (il cosiddetto “tu diatribico”).
Stile dei dialoghi di Seneca
Quindi, nei Dialoghi, Seneca si distacca formalmente dalla tradizione dialogica di tipo platonico-ciceroniana e segue lo stile della diatriba stoico-cinica, che aveva come caratteristiche:
- Rivolgersi direttamente al destinatario, reale o immaginario.
- Impiegare un registro discorsivo/colloquiale.
- Prevenire le obiezioni e le domande dello stesso destinatario.
Le dieci operette, per un totale di dodici libri (il De ira è in tre libri), sono completamente indipendenti l’una dall’altra e sono state composte in un periodo di circa vent’anni (fra il 39 al 60/62 d.C).
Nonostante alcune incertezze sulla datazione, è possibile individuare una successione cronologica.
Consolatio ad Marciam
Composta al tempo di Caligola, intorno al 39-40 d.C, la Consolatio ad Marciam è la più antica tra le opere conservate da Seneca.
È indirizzata alla figlia dello storico e senatore Cremuzio Cordo (perseguitato sotto Tiberio), Marcia, che non si era mai rassegnata alla perdita del proprio giovane figlio ventenne Metilio, avvenuta tre anni prima.
Temi trattati
- Il dolore appartiene alla natura dell’uomo e non può essere evitato.
- La ragione deve allenare l’uomo ad accettare il dolore.
- La morte non è un male, ma è la liberazione da tutti i dolori.
- Il ricordo del bene passato deve consolare il male presente.
Si distacca invece dalle consuetudini consolatorie il finale, in cui il figlio di Marcia è immaginato contemplare la bellezza dell’universo, in compagnia del nonno Cremuzio Cordo e delle grandi personalità della storia romana: è evidente la ripresa del Somnium Scipionis ciceroniano.
Nella conclusione, Cremuzio si rivolge direttamente alla figlia e le chiede di smettere di provare dolore e che la morte è una dimensione universale, dicendo che il cosmo stesso finirà in una gigantesca deflagrazione (εκπυρωσις).
La Consolatio è soprattutto finalizzata al recupero di un’importante personalità della generazione passata: Cremuzio Cordo, storico repubblicano, caduto vittima di Tiberio (25 d.C), ma poi riabilitato sotto Caligola per sollecitazione di Marcia.
De ira
L’opera, in tre libri, è dedicata al fratello Anneo Novato, perché da lui richiesta e dovette esser composta e pubblicata poco dopo la morte di Caligola (41 d.C), che vi compare più volte come esempio negativo degli eccessi provocati dall’ira.
Questo dialogo fu pertanto pubblicato o prima di andare in esilio o durante l’esilio.
Libro I
Nel libro I vi è affrontata una questione assai dibattuta nella trattatistica filosofica, la natura dell’ira:
- Se cioè l’ira debba esser considerata una passione insensata che il saggio deve eliminare completamente come insegnavano sia lo stoicismo sia l’epicureismo.
- Se il saggio possa abbandonarsi all’ira quando sia suscitata da una giusta causa, come insegnava Aristotele, il quale ammetteva l’ira a patto di servirsi di essa come di un soldato non come di un comandante (non schiavo dell’ira ma che la domini).
- Seneca condanna senza mezzi termini l’ira e critica spesso la dottrina peripatetica: soltanto la ragione deve guidare l’agire del saggio.
- Lo scopo morale-terapeutico è dichiarato: l’ira più volte è equiparata a una forma di follia, anche se passeggera; Seneca la definisce brevis insania e il filosofo vuole insegnare a controllarla e a sradicarla dall’animo del suo lettore, con argomentazioni vivaci e con abbondanza di esempi.
- Nei libri II e III, dopo un ulteriore esame della natura dell’ira, sono proposti alcuni rimedi per evitare l’ira: si guarisce solo dando alla ragione il primato assoluto e riflettendo su quello che si sta per fare; il saggio deve imparar ad essere imperturbabile e non farsi condizionare da emozioni negative e eventi esterni (αταρακτος).
- La riflessione sull’ira ritornerà nel De Clementia dedicato a Nerone e in numerose tragedie.
"Nessuno di noi è senza colpa"
Traduzione:
Se vogliamo essere giudici giusti di ogni cosa, prima di tutto convinciamoci di questo che nessuno di noi è senza colpa; da qui infatti ha origine lo sdegno maggiore: “non ho commesso nessuna colpa” e “non ho fatto nulla”, anzi al contrario non confessi nulla. Ci sdegniamo di essere stati puniti con un qualche rimprovero o un castigo, mentre invece proprio in quel momento stesso commettiamo una colpa, perché aggiungiamo alle nostre cattive azioni l’arroganza e l’ostinazione. Chi è costui che si dichiara innocente di fronte a tutte le leggi? Ammettiamo pure che le cose stiano così, quanto poca innocenza è essere buono per la legge! Quanto più ampiamente si estende la norma (regula) dei doveri (morali) di quella del diritto! Quanti obblighi/impegni impone la pietas, l’umanità, la generosità, la giustizia e la lealtà, obblighi che si trovano tutti al di fuori delle tavole della legge. Ma noi non possiamo conformarci neppure a quella formula ristrettissima di innocenza: alcune colpe le abbiamo commesse, altre pensate, altre desiderate, altre incoraggiato; in certi casi siamo innocenti perché non ci è andata bene. Pensando a questo, cerchiamo di essere benevoli con chi sbaglia, fidiamoci di chi ci rimprovera; in ogni caso non prendiamocela con i buoni, meno che mai con gli dei; non per colpa loro, infatti, ma per la legge della nostra condizione di mortali soffriamo tutto il male che ci capita.
Consolatio ad Helviam Matrem
Composta all’inizio dell’esilio in Corsica (fra il 41 e 42 d.C).
L’aspetto originale è: il figlio Seneca che consola la madre per il proprio forzato allontanamento da Roma.
Motivi topici della Consolatio
- Equivalenza tra esilio e morte; come la morte non è un male così anche l’esilio.
- L’esilio è solo un cambiamento di luogo e il saggio deve sapersi adattare ad ogni luogo si trovi (cosmopolitismo stoico: “la mia patria è il mondo”).
- La necessità di cambiare luogo è legge universale, si spostano anche i corpi celesti.
Il saggio non teme.
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Seneca, letteratura latina
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Letteratura latina II - Seneca
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