Poesia a corte: appunti sulla lirica del Rinascimento
Il mondo delle corti: "Auctoritas" e sperimentalismo nelle rime di Ludovico Ariosto
Carlo Dionisotti, studioso della letteratura italiana, è uno dei più grandi studiosi del nostro Cinquecento, e ha pubblicato un’opera intitolata Geografia e storia della letteratura italiana. È un testo molto decisivo in cui Dionisotti mette a fuoco un concetto fondamentale: quando si studia letteratura bisogna sempre avere chiaro dove siamo e quando siamo, cioè le coordinate storiche e geografiche. Dove e quando sono due concetti che cambiano il significato di un fatto.
Carlo Cattaneo, studioso del nostro Ottocento, dice che fare la storia d’Italia significa fare la storia delle cento città. La nostra storia letteraria è una storia molto frammentata, fatta di localismi. Quindi, si può parlare di storia della letteratura o dovremmo parlare di storie della letteratura italiana?
Se vogliamo tirare le fila di queste due osservazioni, dobbiamo dire che fino al Cinquecento parlare della storia della letteratura italiana come di un processo unico e omogeneo è fare un’astrazione. Parlare di una storia della letteratura italiana intesa come un canone di autori che scrivevano in una lingua riconoscibile, uniforme, omogenea e canonizzata è un po’ impreciso perché c’erano i dialetti: pensiamo a Boiardo che scrive l’Orlando Innamorato nella koinè padana, una lingua di mescolanza, intermedia, che veniva usata per la letteratura in area padana.
Dal punto di vista letterario, il panorama italiano per tutto il Quattrocento è un panorama estremamente frammentario, fatto di realtà localistiche che difficilmente sono riconducibili a un modello unico. Il Cinquecento è un secolo, nella nostra storia letteraria, fondamentalissimo perché è il secolo in cui questo sistema frammentario si riconduce a unità, cioè si verifica quel processo di definizione di un codice linguistico e di un canone di autori che costituiscono il punto di riferimento per chi voglia fare letteratura. Dal Cinquecento in avanti, chi vorrà fare letteratura avrà un codice linguistico preciso a cui fare riferimento e dei modelli letterari, degli autori da imitare.
Per questo motivo Dionisotti ha parlato di rifondazione cinquecentesca della letteratura italiana perché è il momento in cui qualcuno si ferma, guarda indietro, riordina il panorama e da lì si riparte con un canone e con un codice linguistico. Chi è questo qualcuno? Pietro Bembo, il quale, in maniera consapevole, realizza quel processo di reductio ad unum per cui a tutto quel disordine che stava alle spalle si sostituisce un sistema più omogeneo e ordinato.
Nel 1525, Aldo Manuzio pubblica, per Pietro Bembo, le Prose della volgar lingua, un libro nel quale Bembo, dopo una riflessione ventennale, arriva a mettere a fuoco un codice linguistico. Nella prima parte c’è una parte teorico-riflessiva, poi c’è tutta una parte grammaticale, normativa. Nel frattempo, nel 1501, Bembo aveva curato l’edizione delle Cose volgari di messer Francesco Petrarca, libro con il quale Bembo sistemava il corpus delle opere volgari di Petrarca secondo quella linea di normalizzazione linguistica che stava parallelamente definendo in quelle che sarebbero state le Prose della volgar lingua. I due lavori corrono su binari paralleli. Nelle Prose della volgar lingua abbiamo la riflessione teorica, nel lavoro sul Canzoniere abbiamo la riflessione filologica mentre nelle Rime di Bembo del 1535 abbiamo la parte applicativa.
Questo processo di rifondazione della letteratura italiana ha luogo proprio nel Cinquecento, motivo per cui il Cinquecento è il secolo più centrale della nostra storia letteraria. Questo processo rifondativo non passa tanto attraverso le strade della prosa ma passa attraverso le strade della poesia perché la nostra storia letteraria, sul versante della prosa, è debole, non abbiamo dei grandissimi prosatori mentre abbiamo sempre avuto dei grandissimi poeti. La nostra storia letteraria ha nella linea poetica la sua voce forte. Sarà proprio la poesia ad essere il luogo di sedimentazione, di sviluppo di questo processo di rifondazione della letteratura italiana.
Coordinate spazio-temporali
Quando? Nel Cinquecento.
Dove siamo? Lo sfondo geografico è quello delle corti italiane del Cinquecento. A Mantova ci sono i Gonzaga, a Ferrara ci sono gli Este, a Milano gli Sforza, a Firenze i Medici, a Napoli gli Aragona, a Roma il papa, a Urbino i Montefeltro. Venezia non è una corte ma una repubblica però è una realtà importantissima perché era il luogo culturalmente più libero. Non a caso Bembo arrivava da lì e lo stampatore più importante del Cinquecento italiano sta a Venezia dove non c’è tutta una serie di controlli anche ecclesiastici che, per esempio, in tutta l’Italia mediana rendono molto più sorvegliata la produzione letteraria.
Sul fare del Cinquecento, le corti vivono la loro stagione estrema perché questo è il momento di massimo splendore delle corti italiane e perché è la stagione di fulgore terminale in quanto dopo il primo decennio del Cinquecento quella realtà straordinaria delle corti inizia a declinare.
Dinamicità del Cinquecento
- Il primo Cinquecento è il periodo che si prepara alla Riforma protestante (1519). Il momento che fa da punto di raccolta di quel lungo processo riformistico e controriformistico è il Concilio di Trento (1545-1563): segna una rottura tra un prima, che è veramente rinascimentale, e un dopo che potremmo chiamare tardo-rinascimento. Quel processo sofferto e drammatico rispondeva a esigenze di revisione che erano proprie del mondo cristiano perché la Chiesa era in difficoltà e aveva bisogno di rivedere ciò in cui credeva. Quello è un processo che cambierà completamente il panorama dell’Europa spezzandola a metà: l’Europa del nord riformata, moderna, progressista e l’Italia del sud molto più attardata, più lenta, incapace di sganciarsi da tutta una serie di dinamiche a volte un po’ feudali.
- Le guerre d’Italia che si svolgono in Italia sono per ragioni storico-politico-culturali ma che riguardano il panorama europeo. Si concludono nel 1559. La pace di Cateau-Cambrésis segna la fine delle corti italiane e l’Italia entrerà in una stagione completamente diversa. L’età d’oro della letteratura italiana ce la siamo lasciati dietro le spalle perché la grande stagione della letteratura italiana è tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.
- Con la metà del secolo si va preparando la stagione barocca. Già la metà del Cinquecento prelude a dinamiche, a forze nuove che scivoleranno verso il manierismo e verso la stagione barocca.
Poesia lirica
Il genere letterario in versi della poesia lirica parla prevalentemente di sentimenti, d’amore però c’era anche tutta la tradizione trobadorica che parlava di politica. Sono testi brevi: sonetti, canzoni, madrigali, ballate, strambotti. Nel Cinquecento ci sono prevalentemente sonetti e canzoni perché nel Cinquecento imitavano tutti Petrarca quindi il modello era quello del Canzoniere. Ma, in realtà, il mondo della poesia lirica è un mondo più ampio rispetto a quello che siamo abituati a pensare. Poi Bembo ha bloccato il modello su un autore e, dunque, la lirica è diventata quello che noi chiamiamo petrarchismo.
Si chiama poesia lirica perché originariamente era accompagnata dalla lira, già in epoca classica, greca. La lirica nasce nel mondo greco con la lirica monodica e la lirica corale (Saffo-lirica monodica, Pindaro- lirica corale) accompagnata dalla musica. Poi, nel corso del tempo l’accompagnamento musicale si è perso (nel Duecento-Trecento).
In questo panorama la lirica aveva avuto grande successo già nel Quattrocento ma la lirica che vedremo noi è un po’ diversa da quella quattrocentesca perché è la lirica di taglio petrarchista. Da questo punto di vista, Ariosto è un personaggio originale perché, rispetto a una pletora di scrittori tutti uguali, i cui canzonieri si fa fatica a distinguere se non per il nome della donna amata perché sono tutti uguali, a cominciare dall’impostazione della struttura, l’insieme delle rime ariostesche è un insieme più originale, più vario.
Ludovico Ariosto
Ludovico Ariosto nasce nel 1474 a Reggio Emilia. Il padre era capitano di guarnigione per conto degli Este perciò lui frequenta l’ambiente estense. Il panorama in cui opera Ariosto è quello della Ferrara degli Este. Nel 1500, muore il padre perciò è costretto a mettersi a servizio degli Este.
Francesco De Sanctis, nelle Lezioni zurighesi, dice di Ariosto: “Gli si suppone un carattere leggiero, eppure la sua vita fu tragica. Era malaticcio, sottile, con un affanno di petto che gli rendeva di quando in quando impossibile il lavoro. Il padre morì lasciandolo giovane con quattro fratelli e cinque sorelle da provvedere e la sua vita fu impiegata a provvedere non solo a sé ma a questi: in tale ingrata e prosaica lotta con le necessità della vita concepì l’Orlando”.
Questo è un giudizio critico che è diventato un po’ un pregiudizio. Per tanti anni la critica ci ha raccontato un Ariosto che, essendo tormentato da una serie di difficoltà, trovava nella letteratura una sorta di rifugio, una fuga dalla realtà. Allora, ecco questo mondo governato da magia, incantamenti che doveva rappresentare un risarcimento rispetto alle fatiche della vita.
Più di recente, Caretti, studioso di letteratura, intervenendo su queste riflessioni, scrive un saggio che si intitola Umanità dell’Ariosto in cui dice che “bisogna prendere le distanze da questa visione di un Ariosto non solo sedentario e contemplativo ma anche furbescamente sornione, scettico e magari epicureo”. Caretti dice che questa visione che De Sanctis ci consegna è una deformazione perché la letteratura è stata per Ariosto non un tentativo di fuga dalla realtà ma un modo di raccontare la realtà. Il Furioso è una sorta di grande enciclopedia della vita umana, ci racconta come funziona la vita umana, non è una fuga dalla realtà ma quello che ci viene raccontato sotto forma di magia è il grande affresco delle dinamiche della vita umana.
Ariosto ci dice che sulla luna l’una cosa che non c’è è la pazzia perché se c’è qualcosa che caratterizza profondamente l’uomo è la follia. Ciò che caratterizza l’uomo e lo rende tale non è la sua ragione ma è la follia; esiste l’uomo senza ragione ma non esiste l’uomo senza follia. Fortuna e follia sono i due fattori che determinano la vita dell’uomo.
Ariosto ha avuto una vita molto lineare. Quando nel 1500 muore il padre, Ariosto è costretto a mettersi a servizio degli Este. Con gli Este sarà un rapporto difficile: Ariosto rinuncerà ai rapporti lavorativi con Ippolito per poter restare a Ferrara, passerà a servizio di Alfonso d’Este, marito di Lucrezia Borgia. Continua a dedicare l’opera a Ippolito però mette, a conclusione del libro, un’immagine simbolica: l’immagine di un tronco sotto cui viene appiccato il fuoco e da questo tronco escono delle api. Le api, con il fumo, vanno via e in questo modo l’apicoltore può prendere il miele. Il miele rappresenta, simbolicamente, l’opera d’arte (l’Orlando Furioso); le api rappresentano l’autore, Ariosto; l’apicoltore è il dedicatario. La frase che Ariosto sceglie come motto per quella immagine è Pro bono malum: un male in cambio di un bene, cioè io ai miei signori dedico tutto quello che posso dare, la mia opera d’arte straordinaria ma in cambio cosa ricevo?
Ariosto avrebbe voluto, nella vita, scrivere soltanto ma gli Este, diversamente da altre case regnanti, non hanno mai coltivato un mecenatismo puro per cui chi lavorava per gli Este scriveva opere ma si dedicava anche ad altre attività come burocrate, amministratore. Ariosto non troverà mai un punto di rappacificazione con questa dinamica. Quindi il rapporto con gli Este è un rapporto difficile, infatti, si è parlato di integrazione difficile però tutta la vita di Ariosto si svolge alle dipendenze degli Este. Morirà nel 1533, ad un anno dall’uscita dell’ultima edizione del Furioso.
Parallelamente all’Orlando Furioso, Ariosto si dedica alle opere minori: Satire, Commedie, poesia epigrammatica in lingua latina e la poesia lirica in lingua volgare.
L’epigramma nasce come poesia sepolcrale quindi era per un’occasione specifica, di solito luttuosa poi evolve in ambito amoroso. La forma metrica utilizzata è il distico elegiaco o l’esametro. Era una tradizione che aveva avuto grandissimo successo in età classica e poi ellenistica. Poi si diffonde nel mondo latino con l’ellenizzazione dei costumi, in età imperiale. La poesia epigrammatica torna di moda durante l’Umanesimo perché l’Umanesimo parte da una riscoperta dei classici greci e latini. Tant’è vero che, in età umanistica, era stata sistemata l’Antologia palatina, una raccolta di epigrammi antichi che venivano studiati e imitati in età umanistica. Famosissimo scrittore di epigrammi in età umanistica è Poliziano. Poliziano scrive epigrammi anche in greco; Ariosto scrive epigrammi in latino.
L. Ariosto, Carmina XXXIV: Ad puellam vendentem rosas
Vendere velle rosas, inquis, cum sis rosa: quaerotene, rosasne velis, virgo, an utrumque dare.
Traduzione: Dici di voler vendere rose mentre tu stessa sei una rosa. Mi chiedo, o fanciulla, se tu voglia dare te stessa o le rose o entrambe.
È una poesiola di un giovanissimo poeta che si sta allenando e che sta facendo poesia alla maniera di, quindi, non c’è la grande genialità ariostesca. Qui, c’è un giovane che sta affinando le armi copiando chi è arrivato prima di lui. La giovane fanciulla è vista come un fiore ma lei vende fiori e allora la corrispondenza quasi perfetta tra i due elementi. Ammiccamento erotico: è un tratto della poesia epigrammatica e lirica di Ariosto che non troveremo nel petrarchismo. Ariosto, nella sua scrittura poetica, usa anche il registro erotico che c’era nella tradizione classica, ellenistica e poi anche romana, elegiaca (perché Ariosto deve molto anche alla tradizione elegiaca romana) ma non c’è poi nella nostra tradizione letteraria in lirica del Cinquecento perché è cancellato per via del modello: Petrarca non contempla la componente amorosa in senso sensuale. Questo già ci dice la caratterizzazione mentre ci risulterà più originale la presenza di questa componente nella poesia lirica dove è un po’ meno ovvia.
Questo sembra un testo pescato dall’Antologia palatina: testi semplici, d’occasione, molto piacevoli nei quali il gioco è più di tipo tecnico perché è un poeta che sta imparando a fare poesia. C’è questa costante allitterazione della V e della R. È un testo fortemente allitterante.
Quello che ci interessa qui è osservare l’esercitazione del poeta che si avvale dei modelli dell’epigrammatica classica, dell’epigrammatica latina, dell’elegia latina e poi della poesia umanistica che nel Quattrocento aveva fatto tanta poesia di questo tipo: es. Tito Vespasiano Strozzi, uno dei Poeti della Ferrara quattrocentesca che faceva poesia così.
“Virgo” rimanda all’ottava di Sacripante che parla della fanciulla che si fa sottrarre la propria purezza, usa il confronto con la rosa e parla della verginitas della fanciulla.
Il Cinquecento è il secolo dei libri di poesia: è il secolo in cui qualunque poeta pubblica libri di rime perché i libri di rime diventano una vera e propria moda su modello petrarchesco. In questo panorama, Ariosto si distingue per la sua assenza, cioè il più grande poeta del Cinquecento, nel secolo in cui tutti pubblicavano raccolte di poesie, la raccolta di poesie non l’ha pubblicata. Potremmo pensare che era uno che non amava andare a stampa, che era uno che, come Tasso, aveva mille scrupoli, ma, in realtà, il problema non era il difficile rapporto con la pubblicazione. Certamente, Ariosto non riconosce nella lirica la sua più genuina voce poetica che in Ariosto è più epica. Possiamo ipotizzare anche che Ariosto rimanga anche in questo un originale: linguisticamente è bembesco ma non lo è fino in fondo. Non abbiamo un canzoniere di Ariosto: per canzoniere intendiamo una raccolta programmatica d’autore mentre per Ariosto abbiamo una raccolta di rime. Ariosto, da questo punto di vista, è più quattrocentesco.
È originale per questa sua assenza nella produzione lirica sistematica del Cinquecento ed è originale anche perché la sua è una poesia lirica diversa da quella che troveremo poi negli autori più cinquecentescamente ortodossi. Notiamo che in Ariosto convergono tante suggestioni, tanti modelli mentre negli autori del Cinquecento riscontriamo solo Petrarca.
L. Ariosto, Rime, Sone
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