Seminario di letteratura russa II - Anno accademico 2016-2017
Occidentalisti e Slavofili
Occidentalisti e slavofili rappresentavano due contrapposti movimenti filosofici russi. Il pomo della discordia era una riflessione di tipo storico-sociale e culturale. Le riforme di Pietro il Grande, ovvero il processo di occidentalizzazione forzata, sono state un bene o un male per la Russia? Gli occidentalisti approvavano il disegno di Pietro, addirittura sostenevano che il progetto di Pietro fosse stato gravemente interrotto e che quindi fosse necessario recuperare il tempo perduto. La Russia, secondo gli occidentalisti, era una nazione senza storia e solo il rientrare sui binari della storia dell'Europa occidentale e seguire il processo occidentale avrebbe potuto rendere la Russia un grande paese dal punto di vista politico, economico e culturale.
Gli slavofili difendevano le radici russe, sostenendo che la Russia avesse una storia importante, un patrimonio culturale e un'identità culturale forte e salda che trovava le sue radici nella cristianità ortodossa, e quindi questo andava valorizzato. Questa polemica tra occidentalisti e slavofili la troviamo tra gli anni Venti e gli anni Quaranta dell’Ottocento. Prosegue poi anche negli anni Cinquanta e Sessanta con gli eredi.
Contesto storico e filosofico
Dal punto di vista storico, gli anni Venti sono un momento di svolta della storia russa. Il 14 dicembre del 1825, abbiamo la rivolta decabrista, un fallimento su tutta la linea; le riforme auspicate non arrivano e il nuovo zar è ferocemente reazionario. Quindi, gli intellettuali russi rinunciano all’azione e si dedicano alla filosofia. In Europa, siamo in pieno periodo romantico, caratterizzato dall’identità dei popoli, lo spirito nazionale e l’istinto opposto alla ragione. Anche i russi si lasciano sedurre da queste idee e infatti dei due blocchi, il primo a nascere è il movimento slavofilo.
Nasce tra il 1825 e il 1830. Il modello filosofico di riferimento in questa fase storica per tutta l'Europa è la filosofia tedesca, con Fichte, poi arriverà Hegel. L'idea generale della filosofia tedesca è l'opposizione dell'istinto e della passione alla razionalità. Il razionalismo illuminista non ha soddisfatto le esigenze della Russia, il puro razionalismo non ha funzionato, anche perché non si confaceva perfettamente all’animo russo.
Arte e critica sociale
L’arte per gli slavofili è valida per se stessa, è un’arte creatrice, non imita la realtà, vuole creare un mondo nuovo, vive per se stessa. Dostoevskij di questi primi russi romantici farà una critica piuttosto dura; nei suoi romanzi vengono descritti spesso questi sognatori che filosofeggiano tutto il giorno, sono dei mantenuti (spesso si appoggiano ai nobili), sospirano, teorizzano, scrivono poemi ma alla fine non combinano nulla. Però non è tutto da buttare, l’idea della passione e dell’istinto, dell’importanza dello spirito nazionale è un elemento che caratterizzerà la letteratura successiva.
Occidentalisti e filosofia della storia
All’inizio degli anni Trenta compaiono gli occidentalisti, ispirati particolarmente a Hegel. Quello che piace particolarmente agli occidentalisti e affascina gli slavofili è il tema della filosofia della storia in Hegel e dell’idea che i popoli e la loro evoluzione storica siano l’espressione di un disegno divino. Il precursore dell’occidentalismo è Caadaev, colui che dice: il popolo russo non ha storia, l’essenza vera della storia è il cristianesimo ma non quello ortodosso.
Caadaev era passato per pazzo, nessuno prima di lui da secoli aveva detto una cosa tanto blasfema. Oppone il cristianesimo cattolico. Dice: dobbiamo guardare all’Europa, soprattutto perché è una cultura occidentale che ha in sé i principi della storia millenaria del cristianesimo, o meglio i valori fondamentali del cristianesimo sono lì. Non arriva al punto di dire: convertiamoci al cattolicesimo, però dice: non abbiamo capito nulla di quello che era il messaggio divino. Sappiamo che i russi vedono tutto in una prospettiva teleologica. Dice: i russi non sono nemmeno riusciti ad esprimere culturalmente qualcosa di valido. Nega la tradizione storica e letteraria del proprio popolo.
Reazioni degli slavofili
Delle posizioni così estreme suscitano reazioni dure, gli slavofili reagiscono in maniera stizzita e oppongono una visione della storia dal punto di vista russo molto peculiare. Kireevskij è uno slavofilo che dice: l’Europa occidentale e la sua filosofia rappresentano la forma più estrema di individualismo, inteso come egoismo esasperato, ed è qualcosa che è completamente agli antipodi dei valori del cristianesimo ortodosso (che si fonda sul senso di comunità). Kireevskij afferma che l’individualismo occidentale distrugge l’integrità dell’anima. Afferma che noi non abbiamo nulla da imparare dall’Europa occidentale, se non l’egoismo che non porta da nessuna parte. È un’altra la direzione da seguire.
Modelli di società
Un termine che ricorre molto spesso nelle parole degli slavofili è obshchina, la comunità agraria, come struttura economica e sociale, l’idea di condivisione delle responsabilità. L’obshchina diventa il modello di riferimento di tutti gli slavofili, ovvero quando si parla di ristrutturare la società russa, si pensa di ristrutturarla in quel senso. Le antiche comunità agrarie russe in cui le decisioni venivano prese collegialmente devono essere il modello della nuova società economica, il passo successivo è il socialismo che prevede il collettivismo.
Un altro slavofilo di peso è Chomjakov, che parla proprio di sovornost, il concetto astratto di unità. Chomjakov difende la chiesa ortodossa e afferma che le altre chiese, soprattutto quella cattolica, hanno nel corso dei secoli cambiato le regole. L’unica chiesa che ha conservato i principi originari del cristianesimo è la chiesa ortodossa. In particolare, se la prende con la figura del papa cattolico, che diventa una figura molto bersagliata dagli intellettuali russi, e simbolo dell’ambiguità e dell’asservimento delle istituzioni religiose al proprio vantaggio.
Il pensiero di Aksakov
Infine abbiamo un personaggio molto interessante, Aksakov. Riprende molto da Hegel che diceva: ogni epoca ha un popolo dominante e un sistema politico che segue la necessità in senso filosofico e teleologico. Aksakov, seguendo il pensiero hegeliano, dice che l’autocrazia (lo zar era intoccabile per quanto riguarda la sua istituzione) è una sorta di male necessario perché la libertà coincide con la libertà dalla politica. Un uomo è veramente libero quando può permettersi il lusso di non dover essere impegnato in politica. Quindi, l’autocrazia è la forma di governo più nobile, perché una persona sola si assume il peso di decidere per tutti.
Eppure, è un tema che ritorna molto spesso nella letteratura russa. Nei Demoni di Dostoevskij, uno dei protagonisti dice: l’utopia ideale è che i nove decimi della popolazione dovrebbero asservirsi a un decimo (formato dai più intelligenti) e lasciare a loro tutto il peso delle decisioni. Si parla di oligarchia (un governo di pochi). Tutto l’Ottocento sarà un emergere non solo in Russia ma anche in Europa di varie proposte politiche, che andranno dal socialismo totale a queste forme.
Dibattito intellettuale negli anni Quaranta
Negli anni Quaranta, il problema dell’impegno degli intellettuali continua, la censura di Nicola I non si è ancora ammorbidita e quindi si continua a teorizzare, ma i problemi sociali crescono, le diseguaglianze sociali, la servitù della gleba non arriva mai e quindi, l’intellettuale trova una forma fondamentale di attivismo politico: la letteratura. Il dibattito tra occidentalisti e slavofili continua, il circolo di base occidentalista di cui fanno parte alcuni slavofili è quello di Stankevič, il patrocinatore di questo circolo di occidentalisti. È il circolo più importante dove si discutono questi temi, lo frequenta Aksakov, Bakunin (l’anarchismo arriva da lui) e lo frequenta anche Belinskij, il critico dei critici. Qui si discute il pensiero di Hegel, si continua a discutere la filosofia hegeliana e Bakunin, questa idea della filosofia della storia la interpreterà in chiave rivoluzionaria, anche se poi vedendo i frutti del suo pensiero rivedrà le sue posizioni.
Belinskij non riesce a conciliarsi con la filosofia Hegeliana. In un saggio del 1841 che si intitola Деяния Петра Великого (Le imprese di Pietro il Grande) oppone due concetti fondamentali, due accezioni di popolo. 1) Narod, che lui considera il popolo nella sua dimensione storicamente statica, è un concetto un po’ difficile, è più facile parlare del suo opposto 2) Nazija (la nazione). Quando il popolo si mette in moto per conquistare la propria identità nazionale, darsi un proprio sistema di governo. Come se il popolo fosse l’idea, il concetto generale e la nazija fosse l’azione, quando il popolo diventa un concetto concreto, un farsi popolo. Si ricollega all’idea hegeliana del divenire della storia, ovvero il popolo deve seguire una strada già decisa e rendersi degno del progetto scritto da una volontà superiore dell’Assoluto. Siamo in pieno romanticismo.
Intellettuali e letteratura
Ora, se l’intellettuale non può agire, può però scrivere. Belinskij è il promotore della cosiddetta Naturalnaja Shkola. Gogol è uno scrittore che ha diversi volti, scrive racconti grotteschi con elementi fantastici ma descrive in maniera molto puntuale e cruda la realtà dei piccoli uomini degli impiegati di Pietroburgo. A Belinskij di Gogol piace questo secondo aspetto, la descrizione cruda e oggettiva della vita dei poveri impiegati di San Pietroburgo. Dice: la letteratura è letteratura quando scrive questo genere di cose. Non solo questo, c’è anche un elemento per Belinskij di recupero della storia nazionale. È colui che definisce Evgenij Onegin l’enciclopedia della vita russa perché in questo romanzo si ritrovano tantissimi aspetti della vita russa che effettivamente descrivono in maniera perfetta quella che è la vita della Russia in quel momento.
A differenza degli slavofili che tendono a sostenere che non ci sia nulla da imparare dall’Europa occidentale, Belinskij dice che tutto sommato la civiltà borghese con tutti i suoi difetti, (l’impiegato di Gogol è un esempio tipico) è una fase in cui dobbiamo passare. La contrapposizione tra occidentalisti e slavofili non è netta. Ogni rappresentante di questi due schieramenti contrapposti ha una visione diversa che può anche mutare nel corso degli anni.
La sintesi di Gerzen
Una sintesi abbastanza felice dei due punti di vista viene da Aleksandr Gerzen, chiaramente di origine tedesca. Fino alla fine dell’Ottocento la h aspirata tedesca veniva traslitterata con la G. Gerzen si fa strada negli anni Cinquanta, propone una sorta di sintesi tra questi due mondi. Passa molto tempo all’estero, è testimone di vari moti rivoluzionari in tutta l’Europa, parte giovane ed entusiasta e ne resta deluso. Dice: secondo me, Caadaev quando diceva che l’uomo russo è senza storia non ha del tutto torto, nel senso che l’uomo russo alle sue spalle non ha quella storia di lotte fratricide che si è consumata tra i vari popoli europei. Abbiamo una nazione sterminata ma unitaria, grazie all’autocrazia è rimasta solidale. È vero che non abbiamo una storia, però questo è un’opportunità di rinascita, e l’obshchina tanto cara agli slavofili può essere il punto di partenza da cui costruire questa Russia nuova.
Gli anni Sessanta e le riforme
Gli anni Sessanta proseguono con queste polemiche. Nel 1855 Nicola I muore, un po’ di libertà almeno per un po’ di tempo. Le riforme possono arrivare. Nel 1861 finalmente abbiamo l’abolizione della servitù della gleba, i servi vengono liberati però gli vengono dati i terreni meno fertili, quindi questi non si possono mantenere e devono continuare a lavorare venti ore al giorno. Sono tutti delusi, i promotori della riforma perché alla fine non hanno cambiato nulla, i beneficiari della riforma, e in più cominciano dal punto di vista della politica estera tutta una serie di conflitti che danneggeranno anche l’economia interna.
La tensione comincia a crescere, c’è meno paura ad agire e cominciano a formarsi le prime cellule rivoluzionarie. Il modello che si vuole creare è quello socialista, ma è un socialismo che nelle sue forme più estreme ammette anche il terrorismo. Gli eredi di Bakunin si fanno strada in questi anni, e agiranno ancora di più negli anni Settanta. Gli anni Sessanta sono un momento in cui si sta con il fiato sospeso. Nel 1862 ci sono gli incendi di San Pietroburgo, ne vengono addirittura accusati gli studenti, ed è tutto un crescendo di tensione. D’altra parte, gli intellettuali continuano a guardare soprattutto alla letteratura. Ci si concentra ancora su quello, la letteratura deve essere il motore del cambiamento. Il terrorismo viene lasciato agli studenti che interpretano male queste idee e quindi si continua a parlare di letteratura nei termini di utilità sociale.
Eredi della scuola di Belinskij
Erede della scuola di Belinskij è Dobroljubov (amante del bene), che conduce un tipo di critica sui testi, è il precursore del formalismo. Dice: la critica deve occuparsi dell’opera nell’ambito della sua utilità sociale e indipendentemente da quelle che sono le intenzioni dell’autore. Se l’opera ha una utilità sociale è valida. Il fatto che si separi l’opera dal suo autore è un punto di vista estremamente formalista. È uno dei maggiori critici di tutta la produzione degli anni Sessanta, tra i titoli principali che va a recensire abbiamo un’opera di Gončarov, il suo “Oblomov” in cui definisce Oblomov l’evoluzione ultima dell’uomo superfluo.
Ne incominciamo a parlare con Onegin e Pechorin di Lermontov e arriviamo fino all’Oblomov. Pisarev, un critico molto importante, il suo romanzo preferito è “Padre e figli” di Turgenev, un romanzo simbolo di questa epoca. Vede contrapporsi la generazione dei padri (intellettuali degli anni Quaranta, poco portati all’azione e riflettono) ma che alla fine non hanno combinato nulla, hanno solo teorizzato e dall’altra parte c’è la generazione dei figli che non crede più a nessun valore. Basarov, uno dei due protagonisti giovani, un medico che crede solo nella scienza, parte deciso per cambiare il mondo in seguito a una delusione amorosa e quando arriverà al mondo si guadagnerà una morte di Tifo. Pisarev dice: Basarov ha ragione perché l’unica cosa che può cambiare la Russia è affidarsi alla razionalità. Quindi si ritorna di nuovo al razionalismo che all’inizio del secolo si stava negando anche perché nel frattempo arriva il Positivismo.
Il ritratto di Dostoevskij
L’inizio dei Demoni di Dostoevskij fa un ritratto delle generazioni che abbiamo visto, il suo ritratto è un po’ di parte, tante cose hanno dato vita a un’evoluzione culturale e storica senza precedenti, bisogna sempre mantenere uno sguardo super partes.
La figura di Černyševskij
Una figura che non si limita solo a fare teoria ma fa anche vera e propria letteratura è Nikolaj Černyševskij. Scrive tra il 1863 e il 1865 un romanzo molto famoso, “Che fare?” In questo romanzo tratta di figure che cercano di mettere in pratica tutte quelle riflessioni teoriche che animano il dibattito negli ambienti intellettuali russi che riguarda la ricostruzione della società e dell’economia russa. Nel suo romanzo spicca in particolare una figura, quella di Rachmetov. Sappiamo solo il cognome di questo personaggio, è una peculiarità interessante, significa che Rachmetov è un simbolo, un modello.
Rachmetov è una conciliazione tra due apparenti contraddizioni, ovvero l’aspirazione tutta occidentale a realizzare se stesso (filosofia individualista occidentale), lui vuole affermare se stesso però trova come via di affermazione della propria individualità il mettersi al servizio del bene collettivo. Rachmetov è uno dei primi modelli letterari che rappresentano i giovani che andranno incontro al popolo. Cosa è in concreto questa andata al popolo? Tutta una generazione di giovani che viene invitata a conoscere il popolo vivendo nelle campagne, conoscendo in prima persona la vita delle campagne. Sono studenti di buona famiglia, che hanno la testa piena di teorie e sono pieni di speranze perché vogliono costruire un mondo di giustizia ed equità ma che per certi versi si trovano impreparati ad affrontare questa impresa.
Le tensioni nelle città
Nelle città la situazione si sta facendo sempre più calda. Nel 1861 viene abolita la servitù della gleba, questa riforma ha scontentato tutti. Le riforme successive continuano ad essere dal punto di vista giuridico ed economico delle riforme a metà, non si arriva mai alla piena realizzazione di quelli che sono gli ideali propugnati. Nelle grandi città (Mosca e San Pietroburgo) cominciano a formarsi delle cellule di giovani intellettuali che cominciano a pensare di passare dalla teoria alla pratica, non semplicemente andando verso il popolo ma sovvertendo e distruggendo la struttura governativa.
Nel 1866 abbiamo notizia di un primo fallito attentato allo zar. Nel 1862 ci sono i grandi incendi di San Pietroburgo dei quali vengono accusati gli studenti. Si forma una sorta di scollamento generazionale. I giovani che non credono più in tutte quelle teorie che hanno animato gli intellettuali degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Questi giovani dicono che tutte queste teorie dal sapore romantico (la filosofia del Romanticismo) non hanno portato a nulla, l’unica cosa da fare è fare tabula rasa. Si comincia a parlare di Nichilismo. Ci troviamo ad avere due gruppi di giovani: i primi sono quelli che cercano di...
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