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Origini

Dal 1517 la regione dell’attuale Palestina viveva nell’ombra di Istanbul e scarsi erano i tentativi di raggiungere uniformità culturale tra le varie comunità presenti. La Palestina di prima metà del 1800 era ancora pressoché sconosciuta. La maggior parte era di religione musulmana e lingua araba. L’area geografica dell’attuale Palestina era divisa in tre sangiaccati: Nablus, Akko e Gerusalemme.

Dal 1840 gli ottomani si sforzarono di modernizzare la gestione dei territori e Beirut doveva gestire con l’impero la Palestina. Damasco esercitava il potere su Gerusalemme e in questo periodo, nel 1872, nacque il sangiaccato indipendente di Gerusalemme, divisa al nord controllata da Beirut e al sud da Damasco. La popolazione palestinese conduceva un’esistenza autonoma, con precarie condizioni igieniche e abitative. Per la collettività locale il referente diretto era costituito dal clan.

A tale articolazione si sovrapponeva la sottounità amministrativa del sangiaccato, denominata nahiya. Ogni villaggio era controllato da uno sceicco, il leader del clan dominante. La vita era fondata sul sistema di coltivazione basato sul metodo di trattamento delle terre collettive basato sulla rotazione a turno. In età contemporanea si verificò ben presto la prevalenza della politica dei notabili. L’agire del notabilato si basava sul ricorso alla negoziazione per alimentare il proprio status nei confronti del potere centrale (Istanbul).

Il progressivo affermarsi del predominio dei notabili comportò l’accentuazione del processo di urbanizzazione poiché le campagne iniziarono a perdere la centralità. La vita rurale era fortemente collegata a quella urbana in una sorta di reciprocità economica. I nomadi costituivano il nucleo pulsante del commercio tra villaggi rurali e città. I notabili erano un’élite urbana organizzata in grandi famiglie. L’universo notabilare aveva rapporti privilegiati con il potere politico-amministrativo ottomano, potendo contare su una elevata disponibilità di capitali. Il legame con le autorità ottomane era garantito da rapporti di costante contiguità.

La riforma del 1858

Vi erano insediamenti provvisori, rovine, usati solo nei periodi di semina e di raccolto e gli occidentali giudicarono la Palestina abbandonata a sé. Nel 1858 la legge consentì la registrazione a proprio nome della terra a patto che fossero effettivamente coltivate da un privato. La riforma spezzava il possesso collettivo identificando invece nel singolo. Il sistema di rotazione nelle coltivazioni fu proibito. Dalle campagne ci si spostò verso le città, la proprietà privata però era un privilegio di pochi a causa delle pesanti tasse da pagare.

Al notabilato di città aveva ruolo chiave e i contadini invece erano la base sociale. Si passò all’affermazione degli scambi mercantili a base monetaria in tutto gli ambiti della vita palestinese. Nel 1880 l’economica palestinese entrò in quella mondiale.

Comunità ebraiche e antisemitismo

In occidente prima dell’800 le comunità ebraiche europee avevano vissuto in una minoranza. Si diffusero i ghetti, dove gli ebrei erano obbligati a risiedere. Erano perseguitati e subivano violenze, tasse alte e la chiesa li induceva alla conversione. Gli ebrei furono cacciati dalla penisola iberica tra fine 1400 e metà 1500. I ghetti diventarono inadatti ai processi di intensificazione dei processi economici dividendo gli ebrei dal resto della popolazione e fu superata dalla introduzione degli statuti di emancipazione dove tutti gli individui dovevano essere considerati uguali davanti allo Stato integrati nel tessuto sociale.

Gli ebrei dovevano integrarsi in una società da usi e costumi diversi da quelli conosciuti. Ad est l’impero zarista dominava una porzione di terre dove gli ebrei erano costretti ad abitare in condizioni di miseria diversamente dagli ebrei dell’Europa occidentale. L’antisemitismo era alimentato dal clero ortodosso come dalle autorità zariste. Dal 1881 partirono una serie di pogrom contro le comunità ebraiche con un antisemitismo basato sulle false immagini dell’ebreo cospiratore straniero rispetto alla società russa.

Il sionismo

La sinistra denunciava l’antisemitismo, in occidente il socialismo andò raccogliendo il consenso di diversi intellettuali e il liberismo risultò maggiormente gradito dalla élite economica ebraica. Con l’industrializzazione gli ebrei iniziarono a prendere parte al movimento operaio. Arrivò il progetto di dare vita a un movimento di massa, rivolto alla collettività ebraica, con l’obiettivo di combattere contro l’oppressione zarista ma anche nel nome della trasformazione radicale della società.

Nel 1897 nasceva il Bund, la Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Russia e Polonia. I precursori del sionismo identificavano nella terra di Sion il luogo di una trasformazione spirituale, il rapporto diretto con la terra, uno dei motivi di fondo del primo sionismo. Il pensiero sionista contemporaneo trasse le sue origini perlopiù dall’occidente. Si formulava il progetto per la costituzione di una società nazionale ebraica, tramite una immigrazione verso il territorio degli ebrei. Per raggiungere tale meta occorreva un lavoro di preparazione diplomatica, volto a conquistare i capi di stato e del governo.

Molti ebrei erano estranei al sionismo. I religiosi ebrei temevano una repressione da parte dell’impero ottomano e dicevano che nulla potesse essere creato prima dell’avvento dei tempi del Messia. Il sionismo raccolse consenso di una parte dell’intellettualità ebraica. La regione Palestinese sotto controllo Ottomano iniziava ad aprirsi alla presenza straniera con la migrazione (aliyà) di molti ebrei verso quel territorio aderendo alla proposta sionista. La mancanza di infrastrutture, la corruzione ottomana, la carenza di risorse portava a dover necessitare dell’aiuto estero (Francia).

Il Kayemet Le-Israel e i Kibbutzim

Nacque così il Kayemet Le-Israel, il fondo nazionale ebraico, una struttura privata che acquisiva le terre e le incorporava dentro una struttura collettiva. La seconda aliyà coincise con la disgregazione dell’impero ottomano e la sua progressiva sostituzione con un sistema politico moderno. Nacquero i primi Kibbutzim, comunità rurali, dedite al lavoro agricolo e fondate sulla uguaglianza dei propri membri e poco spazio all’attività individuale. Si doveva produrre una nuova società ebraica tramite il proprio lavoro con una politica forte di impianto socialista.

La comunità ebraica si distinse da quella araba per il grande coinvolgimento nelle attività pubbliche. Si andava accompagnando lo sviluppo urbano del nuovo yishuv dove gli ebrei di origine russa costituivano ben presto un anello economico indipendente.

Il nazionalismo turco e palestinese

Nel 1908 i giovani turchi ascesero al potere di Istanbul con il nazionalismo turco. Con il 1914 il gruppo più vivace era costituito dalla gioventù urbana proveniente dalle famiglie ricche, aperta alle influenze dei discorsi modernizzanti e nazionalistici mutati dall’occidente. Da inizio 1900 l’unico paese dove il nazionalismo diventava una vera piattaforma politica era l’Egitto. Il nazionalismo palestinese era ancora lontano dell’esprimersi con una qualche autorevolezza.

Il notabilato palestinese, malgrado tutto, rimase comunque fedele agli equilibri stabiliti da Istanbul. La fine dell’era ottomana in Palestina fu contrassegnata dalla messa fuori legge delle associazioni e dei gruppi che si riconoscevano e patrocinavano l’ipotesi dell’indipendenza araba. La Turchia imponeva una turchificazione alle popolazioni che rientravano nell’impero, i notabili palestinesi persero lo status, l’abolizione del sultano indeboliva poi chi aveva intrattenuto rapporti privilegiati con esso, il nazionalismo turco andava contrastandosi con la cultura araba. I giovani guardarono invece con interesse il processo in atto a Istanbul e il nazionalismo repressivo dei giovani turchi veniva preso a modello di azione. Continuava tuttavia a essere esclusa la gran parte della popolazione impegnata nella lotta per la sopravvivenza.

Palestina tra le due guerre mondiali

La prima guerra mondiale segnò la disintegrazione di quel che restava dell’impero ottomano. La divisione tra le popolazioni arabe e la comunità turca era netta. La Palestina si trasformò in una gigante retrovia dove scoppiò una carestia che falcidiò la popolazione urbana. L’arrivo dei britannici, nel 1917, segnò la fine della presenza ottomana.

Nel 1916 la parte che sarebbe stata liberata dalla presenza ottomana sarebbe stata spartita tra la Francia e l’Inghilterra. Armenia e Anatolia furono cedute ai russi. Nel 1917 fu firmata dal titolare del Foreign office, nella quale si esprimeva a nome dell’Inghilterra il favore per la costituzione in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico. La Palestina non ottomana continuava a vivere i ritmi tipici di una società rurale.

Con l’arrivo a Gerusalemme di un contingente militare britannico, la Palestina fu considerata territorio occupato. Gli inglesi consideravano il nuovo possedimento un paese arabo a tutti gli effetti. La prassi inglese puntava a un percorso di modernizzazione dovendo comunque tenere in conto sia le esigenze del territorio sia mantenere la rete dei poteri locali, subordinandoli però alla volontà dei funzionari britannici.

Si voleva escludere il richiamo al nazionalismo arabo, fu creato un sistema di infrastrutture e la Palestina nel giro di qualche anno superò l’isolamento e ci si spostò verso le città che erano fulcro dei commerci. Triplicò il numero dei palestinesi che lavoravano per gli ebrei. I conflitti aperti tra le grandi famiglie e i gruppi più potenti portarono presto alla paralisi e alla stagnazione di quel che era un abbozzo di politica palestinese.

Il mondo rurale arabo si sentiva minacciato dalla presenza sionista percepita come una minaccia a determinati interessi economici. Churchill con la White Papers affermava che la Palestina non era una entità politica esclusivamente ebraica e stabiliva dei limiti finanziari all’immigrazione sionista.

Le aliyà e il movimento sionista

Nel 1924 ci fu la prima aliyà dove migranti provenienti dalla Polonia, in fuga dalle restrizioni antiebraiche introdotte dalle autorità che li portarono ad entrare in Palestina. In quegli anni tutto il gruppo dirigente sionista si segnalò per il suo crescente dinamismo. Verso la fine degli anni ’20 i britannici capirono che l’obiettivo di costruire uno stato indipendente, rispondente ai canoni della modernità, non era praticabile in Palestina.

L’agenzia ebraica aveva tre funzioni prioritarie: controllo dello sviluppo materiale della comunità ebraica palestinese, assistenza all’immigrazione e inserimento, gestione dei rapporti con le autorità inglesi. Non la stessa cosa avvenne tra gli arabi, dove pesava molto la marginalità dei gruppi più poveri. Povertà e religione divennero ben presto i due elementi alla base della protesta araba.

Nel 1929 quando da parte araba si iniziò a nutrire il sospetto che gli ebrei volessero ampliare la zona del “muro occidentale” a spese del “nobile santuario”, venerato dai musulmani e si arrivò al confronto tra le due comunità. Nel 1929 fu focalizzato nell’immigrazione ebraica la radice delle tensioni. Si consolidò una politica che mirava a frenare l’immigrazione ebraica.

In questo clima, il richiamo alle idealità nazionaliste andò sviluppandosi con un rigetto nei confronti degli ebrei poiché visti come una pericolosa concorrenza economica. La frattura risultò tanto più insanabile quanto ad alimentarla fu l’ingresso, come lingue nobili, del francese nella capitale siriana e l’inglese a Gerusalemme.

Il nazionalismo palestinese e la frammentazione politica

Il nazionalismo palestinese era diviso da una parte con le élites urbane, che intendevano giocare un ruolo politico dal disfacimento dell’impero ottomano, dall’altra si collocavano alcuni gruppi popolari e si rivolgevano ai contadini e alla popolazione urbana più umile. Il movimento sionista aveva ad obiettivo qualcosa di concreto di costruire e non la stessa cosa poteva essere detta del movimento nazionalista arabo. L’ostilità araba non voleva collaborare con i britannici, assumendo un comportamento opposto a quello sionista.

Gli anni a cavallo tra i moti del ’29 e del ’36 furono contraddistinti dal rafforzamento dell’insediamento sionista. I britannici privilegiarono le aree urbane e le zone dove maggiore era la presenza ebraica. Gli agricoltori furono espulsi dal mercato. L’economica ebraica poteva vantare invidiabili tassi di crescita, quella araba scontò una crescente margin...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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