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Scienze politiche - Manuale Appunti scolastici Premium

Appunti inerenti l'esame di Scienze politiche del prof. Massari riguardanti Natura ed evoluzione della scienza politica, L’utilità della scienza politica, La partecipazione Politica, Differenza tra partecipazione e politicizzazione, modalità di partecipazione e altro ancora.

Esame di Scienza politica docente Prof. O. Massari

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ESTRATTO DOCUMENTO

Partiti e sistemi di partito (Cap. 6)

(capitolo fondamentale, quasi sempre chiesto in sede di esame)

La partecipazione politica può essere individuale, (attraverso il momento elettorale del voto), e la

partecipazione associata, questa ultima passa attraverso 3 grandi canali:

1. partecipazione attraverso i partiti politici, attraverso la militanza politica;

2. partecipazione nei gruppi di interesse e gruppi di pressione;

3. partecipazione politica attraverso i movimenti collettivi o movimenti sociali.

Definizione di partito politico

Pasquino individua due definizioni di partito politico, una classica di Max Weber e una contemporanea di

Sartori:  Max Weber : organizzazioni liberamente create, da cittadini che spontaneamente aderiscono, il cui

fine è di ricercare voti per le elezioni a cariche politiche. Questa definizione è considerata liberale

per il fatto che Weber sottolinea l’organizzazione libera alla quale i cittadini liberamente

aderiscono;

 Sartori : partito politico è qualsiasi gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si

presenta alle elezioni, attraverso le quali cerca di collocare candidati alle cariche pubbliche. Qui si

sottolinea l’etichetta.

La maggioranza degli autori sono concordi nel ritenere che il partito politico debba essere:

Dotata di strutture tali da consentire la partecipazione dei suoi iscritti;

 In grado di formulare un programma politico

 Durare più di una tornata elettorale (partiti flash)

L’origine dei partiti

La nascita dei partiti politici va per forza di cose legata al processo di democratizzazione, cioè quando il

suffragio è divenuto veramente allargato, per questo i singoli candidati politici sono costretti a rafforzarsi in

partiti politici per portare la loro posizione alle masse ed ottenere consenso.

Le due teorie più convincenti sulla nascita dei partiti politici sono di ROKKAN e DUVERGER .

Teoria genetica di Rokkan.

La più ricca e convincente spiegazione genetica della nascita dei partiti arriva da Rokkan, il quale fa

ricondurre la nascita dei partiti a due eventi socio-politici, i quali hanno generato 4 fratture:

 La nascita degli stati-nazione dell’Europa Occidentale e dei processi di democratizzazione, che ha

generato le fratture:

o frattura tra centro e periferia. Può aversi la nascita di uno o più partiti che rappresentano

gli interessi e gli ideali del centro e la nascita di uno o più partiti che rappresentano gli

interessi della periferia. Né il centro e né le periferie devono intendersi però da un punto di

vista geografico, il primo riguarda la disponibilità di risorse e di potere, il secondo è relativo a

peculiarità etniche, linguistiche e culturali;

o frattura tra Stato e Chiesa. Può aversi la nascita di partiti che rappresentino lo Stato e la

nascita di partiti che rappresentano gli interessi della Chiesa;

 La rivoluzione Industriale, che crea le premesse per altre due fratture: 14

o frattura tra Interessi agrari e industriali . Sono contrapposti gli interessi della città e quelli

della campagna;

o frattura tra datori di lavoro e lavoratori. Gli interessi contrapposti degli imprenditori e degli

operai, è sicuro che faranno fare la loro comparsa partiti che difenderanno gli interessi degli

uni e degli altri.

Oltre a due fratture sociali, però, concorrono a formare i partiti anche fratture politiche , avvenute subito

dopo la guerra:

 sulla destra si produsse una ridefinizione di interessi e di identità che diedero vita a movimenti

fascisti;

 sulla sinistra, la rivoluzione bolscevica, su pressioni di Lenin, si produce una scissione dei partiti

socialisti e la conseguente nascita dei partiti comunisti.

Teoria genetica di Duverger.

La prospettiva genetica di Duverger è sicuramente più semplice, ma certamente interessante. Duverger si

domanda quali siano i rapporti fra le strutture partitiche, il parlamento e il suffragio, gli elettori. Duverger

sostiene che ad ogni livello di suffragio corrisponde una diversa genesi dei partiti politici, di conseguenza

parla di tre fasi genetiche:

I. Partiti parlamentari . la prima fase, fintanto che il suffragio è largamente limitato, i partiti nascono

in parlamento. Sono organizzazioni quasi-partitiche, sono poco più di “connessioni rispettabili” fra i

parlamentari stessi, non hanno alcun tipo di struttura all’esterno;

II. Partiti extraparlamentari . Con l’ampliarsi del suffragio possono nascere strutture partitiche

extraparlamentari che si basano su organizzazioni esterne al parlamento;

III. Partiti antiparlamentari. Riprendendo la frattura di destra e di sinistra di Rokkan, Duverger

afferma che si tratta di partiti e comunisti che nascono fuori dal parlamento e che poi entrano in

parlamento con l’intento di aggredire la democrazia parlamentare, ma poi con il tempo vi si

accomodarono.

Tipi di Partiti

Per delineare i tipi di partito, Pasquino riprende alcune classificazioni di diversi autori.

Classificazione di Max Weber.

 Partiti di Notabili. Sono strutture embrionali, che circondano il notabile, il ricco e il potente nello

stato liberale, e che si attivano solo nel momento della elezione e della candidatura del notabile

stesso a cariche pubbliche, non hanno strutture stabili;

 Partiti di Massa. Forma più tipica delle democrazie contemporanee, composto da strutture

permanenti, con iscritti in costante attività;

Classificazione di Duverger .

 Partiti di Massa. La quantità prevale sulla qualità. Ha una organizzazione di tipo democratica.

 Partiti di Quadri. Che mirano a riunire dei notabili per preparare le elezioni e dirigerle. Sarà un

partito con un numero di iscritti certamente inferiore a quello di massa. La qualità prevale sulla

quantità. Duverger afferma che un partito di quadri ha bisogno di tre tipi di notabili:

o “notabili influenti”, cioè coloro che hanno prestigio e fama e che serviranno al candidato per

guadagnare voti;

o “notabili tecnici”, coloro che conoscono l’arte di manipolare gli elettori e di organizzare una

campagna;

o “notabili finanziatori ”, coloro che hanno la capacità finanziaria. 15

Partiti pigliatutti.

Kirchheimer ha introdotto, nell’ambito dei partiti di massa, i cosiddetti “partiti pigliatutti”, dal termine inglese

“catch-all”. Egli non si riferisce alla propensione dei partiti di massa ad acquisire risorse e cariche, e meno

che mai il denaro, ma più precisamente, alla volontà dei dirigenti di partito di ricercare tutti i sostenitori e tutti

gli elettori possibili ed espandere al massimo il seguito elettorale.

Le trasformazioni

Nel corso del tempo secondo la previsione di Kirchheimer, i partiti di massa si sono trasformati in partiti

pigliatutti. Alcuni partiti di massa, hanno tuttavia cercato di mantenere le loro caratteristiche strutturali,

almeno per quanto riguarda due aspetti particolarmente importanti:

Un alto numero di iscritti;

- Rete organizzativa diffusa sul territorio

-

Sistemi di Partito

Un sistema di partito presuppone l’interazione orizzontale e competitiva fra almeno due partiti; e una

interazione verticale fra più elementi: elettori, partiti, parlamenti, governi.

Saranno proprio queste interazioni a determinare la natura e la qualità dei diversi sistemi di partito.

Classificazione di Duverger .

I sistemi di partito sono classificati secondo un criterio numerico:

 sistemi monopartitici, dove è presente un solo partito;

 sistemi bipartitici, dove sono presenti due partiti;

 sistemi multipartitici, dove sono presenti più di due partiti politici.

Classificazione di Sartori .

Secondo Sartori il criterio numerico non è sufficiente a spiegare da solo i sistemi di partito, ma è necessario

utilizzare un criterio di rilevanza che, invece tiene conto della meccanica dei sistemi di partito. In particolare,

esistono tre criteri per rilevare la rilevanza:

1. potenziale di coalizione. Un partito politico sarà tanto più rilevante all’interno del sistema politico

tanto maggiore è la sua capacità di allearsi ad altri partiti per organizzare le coalizioni che siano in

grado di governare. Alcuni partiti possono essere piuttosto piccoli quanto a elettori o numero di

seggi, ma risultare piuttosto utili per la formazione delle coalizioni di governo;

2. potenziale di intimidazione . Partiti politici che difficilmente sono inseribili all’interno di coalizioni di

governo, però hanno la possibilità di ricattare e quindi di influenzare la coalizione stessa. Ne sono un

esempio i partiti politici dell’estrema sinistra degli anni ’60;

3. La distanza ideologica . Ovvero la polarizzazione. E’ evidente che esistono partiti (di estrema

destra o estrema sinistra), che basano se stessi su alcune ideologie politiche talmente forti e distanti

da tutti gli altri, che mai potranno essere inseriti in una coalizione di governo. Sono però spesso in

grado di convincere e congelare una parte dell’elettorato e di ottenere seggi e quindi influenzare le

scelte dei governi.

Avendo considerato tutti questi elementi, lo stesso Sartori, passa ad una riorganizzazione dei sistemi di

partito che tenie conto di quanto fino ad ora considerato:

SISTEMI NON COMPETITIVI

 o Sistemi monopartitici, nei quali esiste un solo partito che può essere ideologico o

pragmatico; 16

o Sistemi con partito egemonico, esiste un partito forte, il quale tollera la presenza di altri

partiti che prenderanno anche alcuni seggi per una rappresentanza simbolica, ma è certo

che non potranno mai diventare maggioranza. Ne è un esempio il partito operaio unificato

Polacco.

SISTEMI COMPETITIVI

 o A partito predominante , in un sistema multipartitico, esiste un partito che, in una lunga

serie di elezioni libere e competitive, ottiene regolarmente la maggioranza. Vince sempre

per motivi di fiducia. E’ stato per decenni il caso del Partito Laburista in Norvegia, oppure il

socialdemocratico in Svezia;

o Sistemi bipartitici, in cui sono presenti più partiti politici, ma due e solamente due

conseguono sempre la maggioranza dei seggi. Ne è un esempio la Gran Bretagna. Sono tali

unicamente se si verificano le seguenti 4 condizioni:

Due partiti e sempre gli stessi sono in grado di conquistare alternativamente la

 maggioranza assoluta;

Uno dei due conquista effettivamente la maggioranza parlamentare sufficiente a

 governare;

Il partito che vince decide sempre di governare da solo;

 L’alternanza al governo rimane una aspettativa credibile

o Sistemi Multipartitici, che producono alternanze di coalizioni al governo, possono essere:

 Limitati, che hanno da 3 a 5 a partiti rilevanti;

 Estremi, che hanno un numero di partiti superiore a 5, fino ai 20

o Atomizzati, sono quei sistemi stabilizzati, fluidi, in cui nessun partito conquista percentuali

rilevanti di voti. Di solito sono sistemi di partito allo stato nascente.

Conclusioni sui sistemi di partito multipartitici.

I sistemi che hanno 5 o meno partiti rilevanti, funzionano con una logica moderata e producono alternanze al

governo con la possibilità per tutti i partiti rilevanti di accedervi.

Il sistema tedesco, con l’inserimento dei verdi nel sistema tripartitico che prevedeva i democristiani, i

liberali, i socialdemocratici, è un sistema multipartitico limitato.

Il sistema partitico britannico non è un sistema multipartitico limitato in quanto i liberali inglesi non sono

rilevanti dal punto di vista della formazione del governo e non hanno alcun potere di intimidazione.

Quindi, il sistema partitico tedesco è un sistema di multipartitismo limitato dal punto di vista del criterio

numerico, e di pluralismo moderato nel suo funzionamento, in quanto in grado di produrre alternanza.

La logica di funzionamento dei sistemi multipartitici estremi è definita da Sartori: Pluralismo Polarizzato.

Qui l’alternanza appare impraticabile e non praticata. I casi esaminati per arrivare a questa affermazione

sono quello della IV Repubblica Francese e della Repubblica italiana fino al cambiamento della legge

elettorale del 1993 (1945-1993). Se in questi sistemi vi fosse stata alternanza, sarebbe cambiato non

soltanto il governo, ma lo stesso regime politico, cioè le regole, le istituzioni, la Costituzione.

Nel pluralismo polarizzato, la competizione è centrifuga nel senso che i partiti collocati ai due poli del sistema

cercano di crescere svuotando il centro dello schieramento.

I sistemi di pluralismo polarizzato, come nel caso della Francia della IV Repubblica e l’Italia fino alla riforma

elettorale del 1993 sono destinati a funzionare a bassi regimi di rendimento. Le tensioni cui è sottoposto un

sistema politico di questo tipo rischiano di diventare intollerabili e di provocarne il collasso.

Nel caso italiano, il lungo rinvio del collasso è attribuibile sia alle dimensioni del partito che presidiava il

centro e ne impediva lo svuotamento, cioè la Democrazia Cristiana, sia alla politica, attuata dal Partito 17

Comunista, interessato alla sopravvivenza del regime democratico, meno irresponsabile rispetto a quella di

attori simili in altri sistemi di pluralismo polarizzato. 18

Gruppi e movimenti (Cap. 4)

(file 2.2)

Pasquino trova che la partecipazione politica associata passi fondamentalmente attraverso tre grandi

sistemi:

1. I partiti politici;

2. i gruppi;

3. i movimenti sociali.

Quali sono le differenze tra questi tre grandi tipologie di partecipazione politica?

Partiti politici. Abbiamo visto che i partiti politici prevedono come obiettivo ultimo le elezioni dei propri

candidati alle cariche pubbliche, cosa che non è né per i movimenti collettivi né per i gruppi di pressione.

I gruppi. I gruppi di pressione hanno interesse a svolgere pressione politica senza però partecipare al

momento elettorale. Nessuno all’interno di gruppi di pressione, si candiderà mai alle elezioni, altrimenti il

gruppo di pressione si trasformerebbe in qualcosa di diverso. Il gruppo di pressione si aggrega intorno ad un

interesse specifico, per convincere il decisore politico dell’importanza di quel interesse. E’ una azione

indiretta e non diretta di farsi eleggere.

I movimenti collettivi. Per quanto riguarda i movimenti collettivi, questi condividono con i partiti politici un

programma, ma sono caratterizzati da un minore livello di organizzazione, che invece è un elemento

fondamentale dei partiti politici, e come nel caso dei gruppi di pressione non c’è alcun interesse ad agire in

maniera diretta in politica facendosi eleggere, ma intende svolgere la propria influenza a livello di opinione

sull’intera società. Quindi l’azione non è sui partiti politici ma sull’intera società.

I Gruppi di Interesse

Sostiene Bentley che i gruppi all’interno della società costituiscono un elemento fondamentale :”il grande

compito nello studio di ogni forma di vita sociale è l’analisi di questi gruppi. Quando i gruppi sono

adeguatamente definiti, ogni cosa è definita”. In quanto, secondo la teoria che Bentley fonda, ossia la teoria

del pluralismo, maggiore democraticità si ha in sistemi politici in cui è presente un maggior numero di

gruppi di interesse che lottano per far emergere il proprio interesse. Quindi, un numero più alto di gruppi, in

un sistema competitivo, genera una maggiore democraticità.

La classificazione dei gruppi di interesse, viene effettuata da Almond e Powell , sulla base della analisi degli

interessi:

 Gruppi di interesse anomico , i quali sono portatori di interessi nuovi oppure nascono quando i

detentori del potere pubblico hanno ripetutamente eluso le loro aspettative e trascurato le loro

esigenze. Quindi, i portatori di questi interessi drammatizzano la loro situazione in maniera

anomica con il ricorso a dimostrazioni, tumulti, sommosse, persino omicidi politici;

 Gruppi di interesse non associativi. Alcuni attributi primari, quali l’origine etnica, la provenienza

geografica, la comunanza religiosa, possono dar luogo a similarità di interessi che costituiscono le

basi per questi gruppi su cui fondarsi. Il livello di associazione è basso;

 Gruppi di interesse istituzionali . In ogni società ci sono organizzazioni dotate di una certa

stabilità, i cui membri nel tempo si trovano uniti da una comunanza di interessi. Sono istituzionali

in quanto vi si appartiene soltanto entrando a far parte della istituzione. Ne sono esempi

confessioni religiose o nobili di corte;

 Gruppi di interesse associativi. Sono le organizzazioni professionali di ogni tipo (ordini

professionali), le associazioni culturali, i sindacati. In questi gruppi si può entrare e uscire senza

particolari problemi. 19

Modalità d’azione dei gruppi.

La classica modalità d’azione dei gruppi, che consente il passaggio da un mero gruppo di persone

accomunate da un interesse condiviso a un gruppo che cerca di influenzare le scelte politiche, viene definita

“pressione”, lobbying .

La definizione di “gruppo di pressione”, sta ad indicare le sedi (saloni degli alberghi, anticamere

parlamentari, le sale d’attesa di alcuni palazzi), in cui si incontrano parlamentari, burocrati, uomini d’affari e

consulenti politico-economici. E’ in queste sedi che l’attività di lobbying viene prevalentemente esercitata.

Ognuno di questi gruppi fa riferimento, nella sua azione di pressione verso il detentore del potere politico, a

delle risorse, che influenzano e determinano le probabilità di successo:

a) Dimensione della membership . il numero degli iscritti se ingente incide moltissimo;

b) Rappresentatività , ovvero la capacità di penetrare l’opinione pubblica;

c) Risorse finanziarie, ossia la capacità di spesa per investimenti in campagne elettorali, pubblicità,

etc;

d) Expertise , ossia le conoscenze tecniche di notevole rilievo, utilizzabili per convincere gli elettori

sulla validità o meno della scelta;

e) Collocazione strategica, si intende la collocazione strategica nel processo produttivo. Pensiamo ad

esempio allo sciopero dei controllori di volo durante le feste di Natale.

Sulle principali teorie dei gruppi di interesse, Pasquino fa una breve rassegna:

 Teorie Pluraliste, come quella di Bentley: tanti più gruppi di interesse saranno presenti all’interno

della società, tanto più alto sarà il livello di democraticità;

 Teorie neo-conservatrici, che si oppongono alle teorie pluraliste, in cui si sostiene di fatto che i

gruppi di interesse rappresentano una sorta di barriera tra la politica e i cittadini, quindi tra governanti

e governati;

 Neo-corporativismo di Schmitter , che sostiene che esiste una tendenza, in particolare all’interno

degli stati caratterizzati da governi di sinistra, a far prevalere gli interessi di alcuni gruppi di interesse

omogenei culturalmente. In particolare, in un sistema politico caratterizzato da un governo di sinistra,

sarà molto probabile che le associazioni sindacali siano coinvolte nelle attività di governo. Di fatto

secondo il corporativismo, quelle che sono le organizzazioni che fanno parte del mondo del lavoro,

hanno più probabilità di essere prese in considerazione nella determinazione delle politiche pubbliche.

Teoria che si scontra con il pluralismo in quanto alcuni gruppi sono più forti di altri.

I movimenti collettivi (facciamo un breve cenno)

Secondo Pasquino sono studiati sulla base di 4 teorie principali, ciascuna delle quali è associata al nome di

uno studioso:

1. Teoria di SMELSER , il quale sostiene che il movimento collettivo è di fatto un comportamento

collettivo che una grande moltitudine di individui attua in una fase di profondo mutamento della

società. E’ un comportamento collettivo non istituzionalizzato, quindi che non segue delle regole

codificate e certe, e che sulla base della teoria struttural-funzionale, rappresenta una disfunzione.

Quindi, dal momento in cui non riesce a collocarsi all’interno di nessuna istituzione, è una forma di

protesta fine a se stessa. Secondo Smelser, quindi, i movimenti collettivi sono particolarmente

criticati all’interno del sistema politico;

2. Teoria di ALBERONI , sostiene che invece il movimento collettivo è caratterizzato da 2 fasi. Da una

fase nascente, in cui c’è questa grande effervescenza sociale che il movimento interpreta

proponendo nuovi modelli di comportamento e nuove regole e che mira anche a convincere i

detentori del potere politico ad utilizzare questa ristrutturazione, che però, dopo breve periodo si

trasforma in uno stato istituzionale. Per cui i movimenti hanno un percorso che nasce 20

particolarmente rivoluzionario e che però si trasforma nell’intento, fino a far arrivare coloro che

occupano le posizioni di potere nei movimenti collettivi all’interno di partiti politici. Quindi, nella fase

di trasformazione da stato nascente a istituzione, alcuni dei leader del movimento probabilmente

andranno ad assumere cariche pubbliche nel sistema politico;

3. Teoria di TOURAINE , il quale sostiene che i movimenti collettivi rappresentano dei processi di

conflitto attraverso cui la società produce una nuova organizzazione. Avviene, una modifica

attraverso il passaggio tra tre momenti:

a. principio di identità , in cui il movimento collettivo prende coscienza di se stesso;

b. il principio di opposizione , che è il momento del conflitto, in cui il movimento collettivo si

propone come antagonista rispetto al potere politico;

c. il principio di totalità . il terzo momento è quello in cui si modifica la società, in quanto

obiettivo del movimento collettivo è sempre una modifica della società, il momento in cui le

strutture storiche entro cui si è sviluppato il conflitto dal movimento collettivo, riassorbono il

mutamento che il conflitto ha portato e lo ripropongono attraverso nuove norme sociali;

4. Teoria di Tilly (l’analisi più concreta), il quale sostiene che i movimenti collettivi si generano dallo

squilibrio nella distribuzione del potere: chi detiene il potere tende a mantenerlo, invece chi non lo

detiene tende ad organizzare un movimento collettivo per la modificazione dello status quo del

potere per conseguirlo e ridistribuirlo. Quindi è importante, all’interno del movimento collettivo,

l’organizzazione che il movimento si da, in quanto questa organizzazione sarà quella che poi andrà

a conseguire il potere nella fase successiva.

Probabilmente la classificazione più chiara la da secondo Pasquino, MELUCCI, dividendo così i movimenti

collettivi ( io ve la risparmio !):

 movimenti rivendicativi, il cui obiettivo consiste nell’imporre mutamenti nelle norme, nelle

procedure, nelle istituzioni;

 movimenti politici, che mirano a spostare i rapporti di forza;

 movimenti di classe, il cui obiettivo consiste nello sconvolgere i rapporti di classe (vedi Marx

sulla lotta tra proletariato e borghesia). 21

Elezioni e sistemi elettorali (cap. 5)

(file 3.1 e 3.2)

Le elezioni rappresentano il momento in cui la partecipazione politica viene posta in essere, mentre il voto

rappresenta l’atto essenziale di partecipazione individuale, per la partecipazione politica di tutti i cittadini

all’interno dei sistemi democratici.

In particolare, Pasquino, offre questa definizione di voto:

“il voto è l’atto più frequente, e spesso l’unico, di partecipazione politica della maggioranza dei cittadini nella

maggioranza dei regimi politici”

E’ importante verificare che esiste la possibilità di voto anche all’interno dei regimi non democratici, se non si

vota liberamente non c’è democrazia, e non è affatto detto che ovunque si vota ci sia democrazia.

Dato per assodato che il voto è l’azione concreta in cui la partecipazione elettorale si concretizza, è

necessario analizzare quale è la cornice, il contesto, all’interno del quale il voto si realizza, e la cornice è

quella delle elezioni all’interno di sistemi democratici, che hanno determinate caratteristiche, che sono

differenti rispetto a quelle presenti in sistemi non democratici.

Secondo Pasquino le caratteristiche delle elezioni in sistemi democratici sono:

 libere, per cui tutti i soggetti che ritengono di organizzarsi all’interno di partiti politici, possono

presentarsi con un loro simbolo identificativo per raccogliere il consenso. Quindi tutti coloro che si

organizzano possono presentarsi alle elezioni;

 competitive, tutti coloro che decidono liberamente di partecipare, competono per accedere a

questa risorsa limitata che sono le cariche pubbliche a disposizione;

 a scadenze prestabilite, in quanto il rimuovo sistematico delle elezioni se non garantito, da inizio

ad un sistema non democratico. Nessun esponente politico può emanare una legge che

interrompa le scadenze prestabilite delle elezioni;

 significative , significa che di fatto devono servire veramente ad eleggere cariche pubbliche. Il

mandato dei cittadini che viene espresso tramite il voto deve essere rispettato. Devono

interpretare la volontà dei cittadini.

Le caratteristiche che deve avere il voto ce le da Rokkan., sempre all’interno di sistemi democratici:

 Universale, cioè deve essere esteso a tutti i cittadini;

 Libero , esente da costrizioni;

 Uguale , cioè ogni voto conta quanto ogni altro;

 Significativo , al pari delle elezioni, deve veramente avere effetti sulla distribuzione del potere.

L’ equità delle campagne elettorali

Le campagne elettorali sono quei momenti che precedono le elezioni, durante le quali i contendenti alle

cariche pubbliche cercano consenso.

Due sono gli aspetti delle campagne elettorali meritevoli di regolamentazione:

La quantità di denaro che ciascun candidato e ciascun partito possono raccogliere e utilizzare

 nella ricerca di voti;

 Le possibilità e le modalità di accesso alla propaganda televisiva . 22

E’ evidente che la regolamentazione di questi due aspetti aumenta il livello di libertà e democraticità. Infatti i

vantaggi acquisiti da candidati che dispongano di più risorse finanziarie da spendere e il più facile accesso

alla televisione possono rendere le elezioni una competizione fra diseguali e quindi produrre esiti distorti,

come è avvenuto in Brasile nel 1989, quando ad esempio, nelle elezioni presidenziali vinse il candidato

Collor de Mello, sponsorizzato a tutto campo dalla catena televisiva Rede Globo.

Ciascuna legislazione, in pratica, prevede limiti alle spese elettorali e la regolamentazione dei tempi e modi

di accesso alla televisione. Nel caso italiano, nessun candidato può spendere mediamente più di 50k euro

per la Camera dei deputati e 100k per il Senato. Mentre, il problema di quanto debba essere la quantità

ammissibile di propaganda televisiva è stato affrontato con un decreto, alquanto controverso, detto: Par

Condicio.

Per chiudere, Pasquino afferma che ferma restando l’impossibilità di una totale eguaglianza dei fondi

utilizzabili nelle campagne elettorali e dei tempi di propaganda televisiva. È evidente che le elezioni saranno

tanto più libere, tanto più competitive, tanto più democratiche, quanto sarà più conseguito e mantenuto

l’equilibrio fra i concorrenti, siano essi singoli candidati, partiti o coalizioni.

Definizione di Elezione

Rokkan afferma che: le elezioni sono procedure istituzionalizzate (organizzate secondo la legge) per la

scelta di rappresentanti selezionati fra i membri riconosciuti di una organizzazione.

Pasquino quindi a descrivere le varie tipologie delle elezioni presenti, prima fra tutti :

 elezioni a cariche esecutive , come il capo del governo; In genere all’interno di sistemi

presidenziali o semi-presidenziali;

 elezioni a cariche rappresentative , tipiche nelle democrazie parlamentari, dove i cittadini votano

direttamente i propri rappresentanti al parlamento, e sulla base della distribuzione delle forze in

parlamento, si possono venire a creare due coalizioni, una coalizione di maggioranza e un partito

o una coalizione di opposizione. Qui il governo viene deciso in maniera indiretta e non in maniera

diretta.

Le elezioni delle cariche monocratiche

L’eletto è un solo individuo, come nel caso dell’elezione del presidente della Repubblica. L’elezione può

essere:  elezione indiretta, ad opera di un’assemblea precostituita, all’interno di sistemi parlamentari. In

Italia, l’elezione del presidente della repubblica avviene ad opera del Parlamento in sedata

plenaria, comune.

 elezione popolare diretta , all’interno di sistemi presidenziali

Le formule per eleggere le cariche monocratiche possono essere quindi:

a maggioranza assoluta;

 a maggioranza relativa;

 a maggioranza relativa con soglia minima prefissata (se nessuno supera la soglia, si devono rifare

le elezioni)

a turno unico

 con ballottaggio

Categorie di sistemi elettorali

Per sistemi elettorali si intendono le regole attraverso le quali i voti espressi dal corpo elettorale vengono

utilizzati per l’assegnazione dei seggi posti in palio.

In via preliminare sono tre le grandi categorie di sistemi elettorali (in sistemi democratici): 23

1. PLURALITY, sistemi elettorali maggioritari a turno unico in collegi uninominali, Vince il

candidato che nel collegio uninominale (vince un solo candidato e non più di uno) ottiene anche

soltanto la maggioranza relativa dei voti espressi;

2. MAJORITY, sistemi elettorali maggioritari a doppio turno in collegi uninominali. Qui, al primo

turno vince soltanto il candidato che abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti espressi. Se ciò

non avviene (probabile), avviene un secondo turno.

3. Sistemi di rappresentanza proporzionale in collegi plurinominali,

In pratica, ci sono due grandi famiglie di sistemi:

 Maggioritari, che, sempre in sistemi uninominali, può essere di due tipologie:

i. di tipo Plurality: a turno unico;

ii. di tipo Majority: a doppio turno

Proporzionai

Sistemi maggioritari a turno unico: Plurality.

Abbiamo detto che vince il candidato che nel collegio uninominale (vince un solo candidato e non più di uno)

ottiene anche soltanto la maggioranza relativa dei voti espressi.

Plurality e Bipartitismo.

Sostiene Duverger, che si rileva una certa coincidenza pressoché generale fra i sistemi plurality e il

bipartitismo: i paesi dove il sistema è bipartitico hanno un sistema elettorale di tipo plurality; viceversa, i

paesi che hanno un sistema elettorale di tipo plurality, sono bipartitici. Le eccezioni, ovviamente anche se

rarissime, permangono, ma si possono spiegare con particolari circostanze.

Sartori, riprendendo la definizione di Duverger, afferma che affinché un sistema maggioritario a turno unico

generi un sistema bipartitico, debbono prodursi due condizioni necessarie:

1. La strutturazione del sistema partitico deve essere forte, ovvero i due partiti maggiori debbono

essere consolidati;

2. la dispersione dei voti fra diversi collegi deve essere limitata, ovvero gli eventuali altri concorrenti dei

due partiti devono essere polverizzati in un numero cospicuo di collegi.

Modello Westminster.

Come si può facilmente intuire, nel caso di sistema bipartitico, il voto dell’elettore serve anche a designare il

governo. Il partito che ottiene la maggioranza assoluta dei seggi andrà automaticamente a formare il

governo, e il suo leader, diventerà primo ministro. Questo è il modello Westminster, che nasce in Gran

Bretagna, ma che si è diffuso anche in Canada, In Australia e Nuova Zelanda.

Pregi e difetti del Plurality.

I sostenitori del Plurality, sottolineano gli effetti positivi della semplicità e dell’incisività della scelta degli

elettori.

I critici, invece, fanno notare che il prezzo della governabilità viene pagato dalla sottorappresentanza di

partiti anche consistenti, come i liberali inglesi, che , pur ricevendo il voto del 15-20 per cento degli elettori,

ottengono appena un numero piuttosto limitato di seggi nel Parlamento di Westminster. 24

Sistemi maggioritari a doppio turno: Majority.

Abbiamo detto che qui, al primo turno vince soltanto il candidato che abbia ottenuto la maggioranza assoluta

dei voti espressi. Nel caso, molto probabile, che ciò non avvenga, si indice un secondo turno di votazioni, a

distanza più o meno di una o due settimane.

Al secondo turno il sistema può quindi essere di tipo Majority se avviene ballottaggio fra due soli candidati,

altrimenti, se al secondo turno sono ammessi a partecipare più di due candidati, il sistema opera, invece

come Plurality, in quanto il seggio, a questo punto, può essere conquistato anche con la maggioranza

relativa dei voti.

E’ proprio questo il problema tecnico da risolvere, la scelta del criterio con il quale ammettere i candidati al

secondo turno. A tal proposito si possono adottare una delle due soluzioni:

 Doppio turno aperto, quando al secondo turno sono ammessi al confronto tutti i candidati che

hanno partecipato al primo turno, o addirittura, come accadde in Francia nella Terza Repubblica,

vennero ammessi anche nuovi candidati. A questo punto il sistema funzionerebbe come Plurality,

in quanto sarebbe sufficiente una maggioranza relativa di voti;

 Doppio turno chiuso o ballottaggio, ove troviamo l’ammissione al secondo turno soltanto dei

primi due candidati. Questo normalmente è il criterio per l’elezione dei capi dell’esecutivo.

Vantaggi del Majority.

Il doppio turno, dal punto di vista dei partiti, consente di valutare al primo turno il consenso che il candidato

ha ottenuto e come è distribuito sul territorio.

Il doppio turno sembra agevolare se non addirittura garantire la formazione di una maggioranza

parlamentare e di governo.

Il doppio turno evita la frammentazione partitica.

All’elettore al primo turno è consentito esprimere un voto sincero, invece al secondo turno dovrà votare in

modo strategico.

Sistemi proporzionali in collegi plurinominali.

I collegi plurinominali prevederanno l’ elezione di più cariche pubbliche, quindi all’interno di collegi elettorali,

verranno elette più cariche. Di fatto questo tipo di sistema elettorale, si limita a stabilire un meccanismo di

proporzionalità, sulla base di alcune formule matematiche, fra numero di voti e seggi ottenuti. C’è una

proporzionalità diretta tra voti espressi e seggi ottenuti.

La preoccupazione più importante che il proporzionale presenta è quella di contenere quanto più possibile la

frammentazione del sistema politico-parlamentare. Gli strumenti utilizzati per ridurre la frammentazione sono

sostanzialmente tre:

 La dimensione della circoscrizione, ossia il numero dei seggi che si attribuiscono in quella

determinata circoscrizione e quindi il numero degli eletti. Non si intende affatto al numero degli

elettori oppure l’ampiezza geografica. A parità di altre condizioni, quanto più grande è la

dimensione della circoscrizione, tanto più elevata sarà la proporzionalità del sistema elettorale e

viceversa. Infatti in Olanda e Israele che sono le circoscrizioni elettorali più grandi in quanto

comprendono l’interno territorio, si registra il massimo livello di proporzionalità fra voti espressi e

seggi conseguiti;

 Le soglie di esclusione . Per evitare la frammentazione dei sistemi partitici, le formule elettorali

proporzionali prevedono delle clausole di sbarramento. Prevalentemente sono fissate non in cifra

assoluta, ma in termini percentuali. Ad esempio il 3% su scala nazionale in Spagna e Grecia, il 4%

in Norvegia e Svezia, il 5% in Germania. Il sistema elettorale tedesco, in particolare costituisce

l’oggetto di molte analisi e valutazioni positive. E’ caratterizzato da alcuni elementi più complicati

e, al tempo stesso più semplici. La clausola di esclusione della rappresentanza parlamentare è 25

alta, il 5%, tuttavia alla camera bassa detta Bundestag, possono ottenere rappresentanza anche

partiti che non superino la soglia del 5% dei voti su scala nazionale, purché superino l’altra mento

nota clausola di esclusione, meglio definibile come clausola di accesso: l’elezione di almeno tre

deputati nei collegi uninominali;

 Il numero dei parlamentari, il numero complessivo dei parlamentari da eleggere incide sulla

proporzionalità dell’esito. Tenuti fermi gli altri due elementi, risulta intuitivo che quanto più piccolo

è il numero dei parlamentari, tanto minore sarà la proporzionalità e viceversa.

Le formule proporzionali.

Nell’ ambito dei sistemi proporzionali, esistono specifiche formule matematiche di traduzione dei voti in

seggi: Formula Sainte-Lague, utilizzata in Danimarca, Norvegia e Svezia;

Formula d’Hontd, utilizzata in Spagna;

Formula Hare, utilizzata in Germania.

Pregi e difetti dei sistemi proporzionali.

Per Duverger la rappresentanza proporzionale tende ad un sistema di partiti ,multipli e rigidi.

Allo stato delle nostre conoscenze, non è convincente affermare che i sistemi di rappresentanza

proporzionale sono la causa di sistemi multipartitici frammentati. Abbiamo anche visto che ci sono diversi

modi per intervenire in modo da tenere sotto controllo il numero dei partiti.

Generano scarsa governabilità.

La frammentazione partitica, come abbondantemente descritto

Tutti i partiti hanno possibilità di trovare la propria rappresentanza.

I Sistemi Elettorali misti

E’ di fatto un quarto tipo di sistema elettorale, ma deriva dagli altri, in particolare dal proporzionale e dal

maggioritario.

Il sistema elettorale italiano.

L’Italia è a partita, dopo la Costituzione del 1948 (nello stesso anno, le donne accedono al voto) con un

sistema proporzionale puro, che ha dominato il sistema politico italiano fino al 1993. Questo in quanto si

aveva la necessità dopo il periodo fascista e dopo le guerre, di far arrivare il sistema a quel giusto equilibrio

fra i partiti.

L’Italia è poi approdata, nel 1993, ad un sistema misto: ¾ dei senatori e ¾ dei deputati venivano eletti, nel

precedente sistema elettorale con metodo maggioritario, mentre ¼ sia dei deputati che dei Senatori, tramite

il proporzionale attraverso il metodo d’Hontd.

Era previsto nel precedente sistema elettorale italiano che

La legge 270/2005 ha modificato il sistema elettorale riportandolo al modello proporzionale.

Si è tornati al proporzionale, che per quanto riguarda la Camera dei Deputati, è stata suddivisa in 26

circoscrizioni elettorali, e il senato sulla base di circoscrizioni regionali, per indirizzare il senato a ruolo di

Camera delle regioni. Si è inserito contestualmente, sia per la camera che per il senato, una circoscrizione

estero, per garantire il diritto di voto anche ai cittadini italiani presenti all’estero. 26

La circoscrizione Estero, è stata suddivisa in 4 circoscrizioni corrispondenti a 4 continenti (esclusa l’

Antartide), dove vengono eletti 12 deputati alla Camera, e 6 Senatori.

Il problema principale che questa legge elettorale ha sollevato ?

E’ prevista, nel momento in cui si presentano le candidatura, che, non solo si presentino i partiti, con le loro

liste, con scarsa possibilità per i cittadini di scegliere il candidato, ma che all’interno di questa lista di partiti, i

partiti debbano indicare espressamente, in anticipo in quale coalizione si coalizzeranno ma anche chi è il

candidato leader della coalizione.

Con questo si voleva garantire una certa stabilità alle coalizioni.

Premio di maggioranza.

La coalizione che ha ottenuto il 50%+1 di voti, si vede premiare con un bonus di seggi in più rispetto a quelli

che ha ottenuto. Gli verranno in pratica regalati alla camera 25 deputati in più per poter rendere più stabile la

maggioranza. Questo era un ulteriore correttivo per cercare di garantire governabilità ad un sistema

proporzionale che comunque in Italia ha sempre funzionato male.

Questo è stato molto criticato in quanto in un sistema democratico, la coalizione che governa, lo deve fare in

virtù dei voti effettivamente ricevuti e non in base ad un bonus.

Legge 270/2005 (fonte internet)

E’ in vigore dal 31 dicembre 2005 la riforma della legge elettorale che segna il ritorno al proporzionale e l’abolizione

dei collegi uninominali e delle preferenze. Con le nuove regole per la Camera si prevede una rappresentanza

proporzionale in ambito nazionale, mentre per il Senato viene rispettato il principio, sancito all'articolo 57 della

Costituzione, della sua formazione su base regionale. In entrambi i casi è previsto un premio di maggioranza per

assicurare un numero minimo garantito di seggi. In dettaglio per eleggere i deputati le liste saranno presentate nelle

26 circoscrizioni elettorali nelle quali è suddiviso il territorio nazionale. Gli elettori potranno scegliere esclusivamente il

simbolo della lista, senza facoltà di indicare preferenze. I seggi vengono attribuiti alle liste secondo l'ordine di

presentazione dei candidati (liste bloccate). Unica eccezione quella dei dodici deputati eletti, con sistema

proporzionale e possibilità di voto di preferenza, dai cittadini italiani residenti all'estero per la circoscrizione Estero

(suddivisa in quattro ripartizioni continentali). Per la Camera accedono alla ripartizione dei seggi solo le coalizioni che

abbiano superato il 10% dei voti validi sul piano nazionale e, al loro interno, i partiti che abbiano superato il 2% o che

rappresentino minoranze linguistiche, nonché la migliore lista sotto soglia, cioè quella che abbia ottenuto più voti tra le

liste che non sono arrivate al 2%. I partiti che si presentano al di fuori di una coalizione devono conseguire almeno il

4% per poter ottenere deputati. Alla coalizione (o alla singola lista) che abbia ottenuto il maggior numero di voti validi

a livello nazionale,a ma inferiori a 340, viene attribuito un premio di maggioranza affinché raggiunga la quota di 340

deputati previsti. Per il Senato, invece, i seggi sono ripartiti tra le regioni sulla base dei risultati dell'ultimo censimento

generale della popolazione, riportati dalla più recente pubblicazione ufficiale dell'Istat, con due eccezioni: la Valle

d'Aosta, che è costituita in unico collegio uninominale, e il Trentino-Alto Adige che mantiene sei collegi uninominali.

L'assegnazione dei seggi tra le liste è effettuata in misura proporzionale, con l'eventuale attribuzione del premio di

coalizione anch’esso su base regionale. Le soglie di sbarramento sono pari al 20% per le coalizioni, 3% per le

liste coalizzate, 8% per le liste non coalizzate e per le liste che si siano presentate in coalizioni che non

abbiano conseguito il 20%. Nel caso in cui nessuna lista raggiunga un numero pari al 55 per cento dei seggi

regionali sarà l'ufficio elettorale regionale ad assegnare alla coalizione di liste o alla singola lista che abbia ottenuto il

maggior numero di voti il premio di maggioranza, ossia gli ulteriori seggi necessari per raggiungere la quota del 55 per

cento. Ai senatori eletti sul territorio nazionale si aggiungono i sei eletti con sistema proporzionale e possibilità di voto

di preferenza, dai cittadini italiani residenti all'estero per la circoscrizione Estero (suddivisa in quattro ripartizioni

continentali).

Pregi e difetti in generale di tutti i sistemi elettorali.

Sistemi Maggioritari

 Penalizzano i partiti più deboli;

o Hanno una buona resa in presenza di sistema con pochi partiti

o

o Genera maggiore stabilità della maggioranza di governo

Sistemi proporzionali

 Consentono sempre la rappresentanza delle minoranze politiche;

o operano bene nei sistemi dove esiste un alto numero di partiti;

o

o minore stabilità di governo compensata da maggiore pluralismo. 27

Parlamenti e rappresentanza (Cap. 7)

Tutte le riflessioni che Pasquino fa sul parlamento sono relative ai parlamenti democratici e non sono

applicabili all’interno di sistemi non democratici.

Analizzando il tema dei parlamenti e della rappresentanza, Pasquino fa una analisi storica, che individua

originariamente due principali funzioni che i parlamenti storicamente assumono:

il parlamento come luogo dibattito, luogo in cui si parlamenta, in cui si discute quelle che sono le

 principali azioni di indirizzo politico all’interno di un sistema elettorale

luogo di legiferazione, sulla base della funzione del parlamento come assemblea legislativa, luogo

 dove al dibattito deve necessariamente seguire la fase di creazione della legge.

E’ importante vedere come le due funzioni siano autonome. Ci può essere legiferazione senza dibattito nel

momento in cui tutti sono d’accordo, e, d’altro canto, ci può essere discussione su temi particolarmente caldi

all’interno dello Stato, senza poi giungere a produrre alcune legge.

Pasquino verifica che esistano queste due caratteristiche che solitamente hanno avuto le istituzioni

parlamentari.

strutture dei Parlamenti

Nell’affrontare le organizzazione dei sistemi parlamentari contemporanei, Pasquino fa una principale

distinzione tra:

sistemi monocamerali

 sistemi bicamerali

I parlamenti, secondo Pasquino, si distinguono sulla base del numero di camere che hanno. Pasquino

ricorda come elemento di curiosità che il parlamento Jugoslavo, aveva addirittura 5 camere, però è un caso

più unico che raro: i parlamenti al massimo sono bicamerali.

Per quanto riguarda i parlamenti unicamerali, si pone una ulteriore differenziazione:

 Bicameralismo paritario: a seconda che i due rami del parlamento (le due camere) siano

costituite da uguali caratteristiche e medesime funzioni. Pari sono le funzioni, pari sono i compiti;

 Bicameralismo differenziato. Le funzioni sono differenti, una delle due camere ha minori

funzioni. Nel caso in cui la camera alta, il senato, rappresenti una forma differenziata, in quanto

intende rappresentare quelle che sono le entità regionali all’interno dello Stato, oppure intende

rappresentare determinate categorie.

Nell’ambito dei sistemi bicamerali, Pasquino fa una ulteriore distinzione sulla base del criterio dell’elezione

della seconda camera. Mentre la camera politica trova sempre una sua costituzione attraverso il momento

elettorale, può capitare che la seconda camera, la camera alta:

 sia eletta in maniera diretta, nel caso del sistema politico italiano ci sono le elezioni del Senato;

 sia eletta in maniera indiretta, dalla prima camera, nel caso di alcuni sistemi politici.

Pasquino fa una ulteriore distinzione tra sistemi bicamerali perfetti e imperfetti, in pratica una

differenziazione fra i poteri concessi alla prima e alla seconda camera, e si nota che esiste una differente

dotazione dei sistemi bicamerali del personale politico presente alla seconda camera, in genere non solo

sono minori i poteri, ma è minore il numero dei deputati presenti all’interno della seconda camera rispetto a

quello presente nella prima camera.

I sistemi bicamerali hanno la loro specificità all’interno degli stati federali, ovvero di quegli stati costituiti da

circoscrizioni territoriali interne dotati di una autonomia legislativa oltre che regolamentare. Molto spesso, 28

all’interno di questo tipo di Stati la seconda camera ha il compito di rappresentare queste autonomie: è il

caso del sistema parlamentare Tedesco.

Per certi versi la riforma del sistema elettorale italiano voleva andare verso questa soluzione e trasformare il

Senato nella camera delle regioni. La suddivisione territoriale delle circoscrizioni elettorali era orientata in

questo senso. Tuttavia non è stata compiuta questa riforma perché di fatto si garantiva un eccesso di

autonomia e una direzione troppo forte verso uno stato regionalista.

Per quanto riguarda le strutture interne al Parlamento, Pasquino individua che la principale struttura sono le

commissioni parlamentari.

Sono commissioni specifiche che si riuniscono su temi peculiari che lavorano esclusivamente su progetti di

legge nelle materie specifiche sulla base delle quali sono suddivise. Quindi, la commissione affari

costituzionali lavorerà su progetti di legge che riguardano l’assetto costituzionale, la commissione affari

esteri si occuperà prevalentemente di progetti di legge sulla politica estera e così via. Le commissioni

parlamentari assicurano quindi l’organizzazione interna del Parlamento.

Le funzioni del Parlamento.

Per quanto riguarda funzioni del Parlamento, Pasquino richiama un autore inglese di fine ‘700 di nome

Bagehot.

Pasquino ricorda che la democrazia parlamentare inglese (considerato il padre di tutti i parlamenti) è una

delle più antiche.

Bagehot sostiene che all’interno del parlamento si svolgono sei funzioni fondamentali, a cui Pasquino ne

aggiunge un’altra contemporanea:

i. prima e fondamentale funzione è quella di eleggere bene un governo. Bagehot con questo

intende che il Parlamento conferisce la fiducia al governo ed è sempre in grado di ritirarla

attraverso la mozione di sfiducia. Di fatto eleggere bene significa che questo rapporto tra

governo e parlamento non si esprime solo nel momento in cui si esprime la fiducia, ma è

costante nel tempo in ogni momento. Il governo deve essere chiamato ad esporre all’interno del

Parlamento le linee guida delle proprie politiche e porre in essere il dibattito. Quindi non solo il

rapporto puntuale ma tutta quanta una attività continua di reporting del governo nei confronti del

parlamento. Il caso più interessante è quello del ministro che è chiamato a discutere in

parlamento su alcune tematiche importanti;

ii. la funzione espressiva . Attraverso questa funzione, i parlamenti esprimono quelli che sono i

temi del dibattito all’interno dell’opinione pubblica ed è chiamato ad esprimersi su determinati

argomenti. Per fare un esempio all’interno del sistema italiano, richiamiamo il dibattito sui PACS,

ossia i riconoscimenti dei diritti delle coppi di fatti, alcuni gruppi politici si sono fatti portatori di

portare il tema all’interno del parlamento;

iii. funzione pedagogica . Collegata alla funzione espressiva, Bagehot sostiene che attraverso la

funzione espressiva e attraverso un dibattito costante, il parlamento possa arrivare ad educare i

cittadini non solo al dibattito ma anche al confronto su temi interessanti per la necessità; il tutto

attraverso la discussione parlamentare;

iv. funzione informativa . Sottoporre alla opinione pubblica quelli che sono i temi dibattito che si

svolgono all’interno della camera. Tutte quante le trasmissioni televisive hanno l’obiettivo di

informare l’opinione pubblica;

v. funzione legislativa . Secondo Bagehot meno importante delle precedenti. La funzione di

produrre le leggi, che secondo Pasquino non è l’unica funzione che il parlamento ha all’interno

dei sistemi democratici contemporanei. Nelle democrazie contemporanee secondo Pasquino

non è esercitata in via esclusiva dai parlamenti ma esercitata congiuntamente dai parlamenti e

dai governi mediante il sistema della decretazione. Quindi, buona parte della funzione

legislativa viene svolta tramite l’urgenza dai governi; torniamo al discorso originale del costante

rapporto che ci deve essere tra il parlamento come rappresentanza del paese e l’esecutivo come

guida; 29

vi. controllo delle spese dell’esecutivo . Va detto che in sistemi democratici come quelli

contemporanei in cui il governo è quello del big government , quindi un governo esteso con

molte funzioni, che non si occupa più unicamente delle due funzioni originarie, ovvero quella di

garantire l’ordine dello Stato e difendere i confini. Si sono moltiplicate le funzioni che il governo

svolge, per esempio in ambito economico. Tutta quanta la crescita dello stato sociale e quindi

l’erogazione di tutta una serie di prestazioni che lo Stato svolge verso i cittadini, hanno portato

ad una lievitazione della spesa del governo. Il problema è molto forte all’interno delle democrazie

contemporanee e quindi determina un controllo delle spese da parte del parlamento, il quale

cerca di contenere le spese dell’esecutivo.

La rappresentanza politica

Pasquino non fornisce una definizione di rappresentanza, piuttosto precisa cosa rappresentanza non è.

Sostiene che si tratta di un fenomeno complesso e dinamico che si esprime non solo nel rapporto tra corpo

elettorale e rappresentanze politiche (coloro che rappresentano il corpo elettorale all’interno delle strutture

parlamentari), ma si esprime anche in altre sedi, perché non solo il corpo elettorale che delega i propri

rappresentanti politici all’interno del parlamento ad esercitare la sovranità, ma passa anche attraverso altre

modalità. Anche i gruppi di interesse in alcune circostanze hanno interesse a far si che il proprio

rappresentante sieda in parlamento.

Sono inseriti all’interno di questo meccanismo anche i mass media. E’ molto facile per chi ha delegato i

propri rappresentanti ricevere notizie su cosa accade dalla televisione.

La visione più articolata delle concezioni della rappresentanza esistono secondo SARTORI sette teorie della

rappresentanza. Ognuna delle quali di fatto rappresenta un aspetto del mandato di rappresentanza ma non

lo conclude in se stessa, solo si prendono in considerazione in maniera congiunta possono fornire una

spiegazione della rappresentanza:

I. Teoria elettorale della rappresentanza . Il popolo elegge liberamente e periodicamente i suoi

rappresentanti;

II. Teoria della rappresentanza come responsabilità . Questa teoria pone l’accento sul fatto che la

rappresentanza è un rapporto che continua nel tempo. I governanti rispondono responsabilmente nei

confronti dei governati;

III. Teoria della rappresentanza come mandato. I governanti sono agenti o delegati che seguono

istruzioni;

IV. Teoria della rappresentanza come idem sentire. Rappresentanza come medesimo sentimento,

come medesima percezione. Il popolo è in sintonia con lo Stato. Il popolo sarà più propenso ad

eleggere come rappresentanti coloro che la pensano in modo più vicino al loro stesso modo di

pensare.

V. Teoria consensuale della rappresentanza . Il popolo consente alle decisioni dei suoi rappresentanti;

solamente attraverso del consenso del popolo alle decisioni che la rappresentanza si pone in essere.

Nel momento in cui il popolo non è più d’accordo con le decisioni o si rivolta o si modifica l’assetto

istituzionale corrente;

VI. Teoria partecipazionista della rappresentanza . Il popolo partecipa in modo significativo alla

formazione delle decisioni politiche fondamentali; secondo questa teoria, attraverso le diverse forme di

partecipazione politica, è possibile contribuire alle decisioni;

VII. Teoria della rappresentanza come specchio . Teoria della rappresentanza sociologica. Criticata

molto da Pasquino. All’interno del corpo elettorale ci sarà una maggiore tendenza ad esprimere il

proprio consenso a candidati rappresentativi della propria classe sociale. Criticata in quanto

difficilmente applicabile in quanto l’elettore non riesce ad individuare quale è il candidato che più degli

altri gli somiglia da un punto di vista sociologico. 30

Stili di rappresentanza

Sono le modalità attraverso le quali i rappresentanti possono esercitare la rappresentanza. Le modalità

attraverso le quali si esplica il rapporto rappresentanti-rappresentati. In pratica, io voto un parlamentare a

rappresentarmi, ma, attraverso quale stile questo mio rappresentante mi rappresenterà in parlamento?

Esiste secondo Pasquino una tripartizione classica:

I. Stile Delegato. In particolare, il rappresentante percepisce come proprio mandante non l’elettore ma

il proprio partito. Lo stile delegato sarà maggiormente presente nei sistemi proporzionali;

II. Stile fiduciario. Dove, il rappresentante si sentirà relativamente autonomo rispetto al partito, ma

particolarmente responsabile rispetto al corpo elettorale. E’ uno stile caratteristico dei sistemi

uninominali a turno unico e a doppio turno;

III. Stile politico. Che prevede un equilibrio tra le due componenti precedenti, il rapporto con il partito e

il rapporto con i cittadini. E Quindi cercherà di rispondere delle proprie azioni nei confronti di

entrambi.

Le degenerazioni dei parlamenti

Pasquino individua tre tipologie di degenerazioni dei parlamenti (particolarmente presenti all’interno del

sistema politico italiano):

I. Il trasformismo . E’ quella degenerazione sulla base della quale i singoli eletti non avranno più

interesse a rispondere attraverso il meccanismo della rappresentanza e al loro partito, ma saranno

molto propensi a creare larghe intese con altri partiti e a trasformare gli impegni assunti in una sorta

di elemento discrezionale che può essere in considerazione quando vogliono. Quindi i singoli

parlamentari trasmigrano da un partito all’altro.

II. Il consociativismo. Problema più grave. Se il trasformismo riguarda il singolo parlamentare,

all’interno del consociativismo il problema è relativo a tutta la maggioranza e a tutta l’opposizione, le

quali si troveranno a prendere insieme delle decisioni che non rispettano il programma per cercare di

ammorbidire il processo decisionale. Non discutere, non creare dibattito parlamentare acceso per

garantirsi un livello di consenso alto a livello del parlamento. L’esempio tipico è quando si vota per

alzare lo stipendio dei parlamentari, in questo caso tutti sono d’accordo, non si crea un dibattito

parlamentare;

III. L’assemblearismo. Pasquino intende quel difetto secondo cui c’è una mancanza di controllo da

parte del governo sull’attività del parlamento; questo accade nei momenti in cui non c’è una

maggioranza parlamentare a sostegno dell’esecutivo. Per cui il parlamento gestisce autonomamente

il suo calendario rispetto alle decisioni che devono essere prese e quindi, all’interno di questo

sistema non riesce ad avere un controllo reale sul parlamento e ad indirizzarne l’azione. Comanda il

parlamento. 31

(file 4.2)

I Governi (cap. 8)

Governo dal greco Timone.

La formazione degli esecutivi

Due sono le variabili che influenzano secondo Pasquino la formazione dei governi all’interno dei sistemi

politici:

I. la variabile istituzionale , ovvero le modalità con le quali vengono formati gli esecutivi;

II. la variabile congiunturale , quindi gli elementi politici presenti all’interno del sistema: quanti partiti ci

sono.

La teoria delle coalizioni

Ovvero l’insieme di partiti che si organizzano tra loro, all’interno di un sistema pluripartitico, che sono

chiamati a svolgere la funzione esecutiva.

Secondo Pasquino i partiti si coalizzano secondo alcuni elementi.

L’ideologia politica. Rifacendoci a Sartori sulla polarizzazione ideologica, risulta chiaro pensare che partiti

che sono agli apposti come ideologia, è estremamente difficile che si coalizzano.

Quindi l’ideologia è sicuramente uno degli elementi sulla base dei quali è possibile creare delle coalizioni.

Quanto più i partiti sono vicini ideologicamente, tanto più alta è la possibilità che si riuniscano in una

coalizione.

La contiguità politica. Non solo per quanto riguarda l’ideologia, ma anche il fatto di aver svolto azioni

politiche insieme.

Rapporti consolidati tra uomini politici e strategie politiche.

Ci sono, secondo SARTORI, che ci sono essenzialmente tre tipologie di coalizioni di governo che si formano

all’interno degli esecutivi, che sono basate su differenti caratteristiche:

I. coalizioni minime vincenti. Quelle coalizioni che comprendono abbastanza partiti per avere la

maggioranza assoluta all’interno del parlamento, quindi per garantirsi una maggioranza

parlamentare, però la maggioranza minima, il 50% +1 dei voti, perché così i partiti presenti all’interno

della coalizione saranno di meno e avranno la possibilità di attribuirsi un numero maggiore di cariche

politiche. Esempio: A con maggioranza relativa; B=10%; C=20% sarà probabile che A si associ

con B che ha il minor numero di voti, in quanto sarà garantita la maggioranza ma B con estrema

minoranza rispetto ad A e quindi A avrà un numero alto di cariche all’interno dell’esecutivo, B anche

avrà un numero di cariche sicuramente superiori a quelle che avrebbe avuto C, è fatta salva la

governabilità; il limite di questa coalizione sta nel fatto che è probabile che non ci sia la fiducia del

parlamento;

II. coalizioni sovradimensionate. Avranno un gran numero di seggi a tutela dell’esecutivo al

momento della richiesta della fiducia. Un numero di seggi superiore al 50% + 1, di fatto saranno

presenti più partiti, quindi la coalizione sarà formata dai partiti A+B+C e resteranno fuori ipotetici

partiti D, E che hanno una minoranza di voti e quindi non potranno far cadere questo governo. Si

giunge a questo tipo di coalizioni in quanto perché garantisce in genere una maggiore durata e poi

perché all’interno di questo tipo di coalizioni si sviluppano rapporti che permettono anche di

organizzare coalizioni successive. In pratica ci si impara a conoscere;

III. Coalizioni di minoranza. Rappresentano una sorta di eccezione all’interno del sistema, in quanto

sono coalizioni che sono prive della maggioranza assoluta in parlamento, quindi possono contare su

32

un sostegno di un numero inferiori al 50% +1 dei voti. In Italia queste tipo di coalizioni sono chiamate

anche governo monocolore in quanto molto spesso sono monopartiti. L’interesse a sostenere un

governo di questo tipo che comunque non ha la maggioranza parlamentare in quanto si tratta di

governi di transizioni e quindi di breve durata. Meglio avere un governo di minoranza piuttosto che

non averlo. Secondo Sartori questo tipo di coalizioni rappresentano infatti governi di transito che

mira ad assicurare comunque la funzione esecutiva.

I GOVERNI DI PARTITO

Per quanto riguarda le caratteristiche all’interno delle democrazie dei governi contemporanei, sostiene KATZ

americano, in quasi tutti i casi i governi sono governi di partito o party government.

PARTY GOVERNMENT significa che, nella maggior parte dei casi, le decisioni prese dall’esecutivo si

limitano a riflettere quelle che sono le decisioni assunte dai comitati centrali dei partiti politici, quindi di fatto,

le decisioni dell’esecutivo si limitano a ricalcare quelle che sono le decisioni prese dal personale del partito

politico, selezionare le politiche pubbliche che sono state presentate dai partiti politici, e poi, l’esecutivo si

limita a realizzare ciò che i partiti politici hanno deciso. Di fatto, tutti coloro che sono all’interno della

compagine dell’esecutivo sono espressione del personale politico di partiti. E’ molto difficile all’interno dei

governi contemporanei trovare l’outsider, cioè quello che si è presentato al di fuori dei partiti politici, capita

unicamente nel caso di governi tecnici.

Il modello del party government sono presenti questi elementi:

le decisioni sono prese dal personale politico dei partiti politici;

- le politiche pubbliche sono quelle proposte dai partiti politici nel momento in cui si presentano alle

- elezioni;

l’azione di governo viene decisa dai partiti;

- i ministri sono tutti rappresentanti dei partiti politici;

- l’unica responsabilità che i rappresentanti sentono di avere è verso il partito politico

-

Esiste quindi una partiticità diffusa nei governi all’interno dei sistemi democratici odierni, anche se, questo

non è il vero problema, in quanto comunque i partiti sono organizzazioni importanti al fine della

organizzazione e della partecipazione politica. Il problema nasce quando questa partiticità non riguarda solo

il governo ma l’intera compagine della società. Perché, nel momento in cui i partiti politici contano nel

designare i rappresentanti dei consigli di amministrazione delle aziende pubbliche o private che siano, i

partiti politici sono incisivi all’interno dei concorsi pubblici anziché garantire una organizzazione trasparente,

in questo caso si parla di PARTITICITA’ DELLA SOCIETA’, ma questa non è legata al party government, è

legata alla società tutta.

La crescita del governo

Per quanto riguarda l’evoluzione dei compiti del governo all’interno delle democrazie contemporanee,

viene notata da ROSE, la trasformazione dallo SMALL GOVERNMENT, un governo con limitati compiti

istituzionali e funzioni al BIG GOVERNMENT, ovvero il governo che ha una serie di funzioni sempre più

estese e sempre più dettagliate e che è sempre più presente nella vita sociale, politica ed economica dei

cittadini e che quindi ha un ruolo sempre più ampio.

Quando si parla di Big Government si parla della teoria dello stato sociale WELFARE STATE, che trae

origine dalle teorie economiche che prevedono un intervento pesante e massiccio dello stato all’interno

dell’economia. Quindi che lo stato debba svolgere delle funzioni attraverso l’esecutivo, per regolamentare la

vita economica e assicurare non solo che queste vengano create, ma che vengano anche ridistribuite tra i

cittadini. Quando faremo le politiche pubbliche, vedremo che esistono delle politiche apposite all’interno dello

stato sociale che si chiamano politiche ridistribuite. Per cui cittadini creano individualmente ricchezza

attraverso il proprio reddito ed il meccanismo principale di ridistribuzione delle ricchezze è la tassazione.

Nell’analizzare questa funzione sempre più ampia del governo nella materia economica, Rose nota,

attraverso l’analisi comparata tra tredici democrazie occidentali, che, nonostante che i compiti dei

governi democratici occidentali si siano così ampliati e differenziati, l’effetto del big government anche per

quanto riguarda la crescita della spesa, non è così negativo. Perché, se necessariamente cresce la spesa 33

del governo, di fatto, anche i benefici socialmente diffusi dell’azione dell’esecutivo nel ridistribuire ricchezza

vanno a compensare quella che è la crescita della spesa nello stato sociale, di conseguenza anche tutte le

teorie critiche e le accuse sullo stato sociale quale causa di tutti i mali economici dei paesi, sono state

ridimensionate a partire dagli anni novanta.

Le forme di governo.

26.30

Le forme di governo sono il sistema istituzionale all’interno del quale i governi svolgono le loro funzioni, in

pratica la descrizione del sistema interno al quale opera l’esecutiva.

Tre sono le forme di governo individuate dal Pasquino:

1. presidenziale

2. semipresidenziale

3. parlamentare

FORME DI GOVERNO PRESIDENZIALI

E’ una forma di governo che prevede l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (il presidente della Repubblica

all’interno del sistema americano) e quindi ha la legittimazione autonoma rispetto al parlamento, proprio

perché viene direttamente scelto dal corpo elettorale, Non è previsto il meccanismo della sfiducia ed è

prevista invece la messa in stato d’accusa del capo dell’esecutivo per impeachment, per precise situazioni.

Per quanto riguarda il modello americano Pasquino pone due differenze, per fare vedere come i padri

costituenti abbiano organizzato una descrizione del sistema del rapporto tra esecutivo e legislativo

particolarmente articolata. Perché le elezioni dell’esecutivo e del legislativo, all’interno di questo sistema

politico, sono diverse e si svolgono in tempi diversi:

le elezioni del Parlamento si svolgono ogni due anni e sono elezioni parziali, in quanto il parlamento

non viene rinnovato completamente ma solo parzialmente. Tali elezioni cadono a metà mandato del

Presidente degli Stati Uniti (elezioni di mezzo termine).

Nel rapporto tra legislativo ed esecutivo, possono accadere due cose:

- GOVERNO DIVISO: per quanto riguarda l’elezione di rinnovo della parte del Parlamento che scade

a metà del mandato presidenziale, si può venire a creare una maggioranza parlamentare di colore

diverso rispetto a quello che è il partito del presidente. Per questo si parla di governo diviso, in

quanto il capo dell’esecutivo ha dei poteri che gli derivano dalla legittimazione dell’ elezione

popolare, però non ha più la maggioranza all’interno del congresso, quindi non sarà

automaticamente così facile far passare i provvedimenti legislativi della sua proposta. Sarà facile ma

non sarà così automatico;

- PRESIDENZA IMPERIALE Nell’elezioni di mezzo termine viene nominata una maggioranza

parlamentare che rispecchia quello che è il colore politico del Presidente degli Stati Uniti. Si parla

quindi di Presidente IMPERIALE. Perché, i poteri del presidente si vengono a rafforzare

ulteriormente, in quanto, il parlamento ha la stessa connotazione politica dell’esecutivo. Di

conseguenza le proposte di legge del Presidente sarà per lui possibile vederlo approvare quanto

prima. In pratica in questa forma il Presidente ha un potere molto forte, per questo i padri fondatori

hanno previsto un sistema di pesi e contrappesi per bilanciare questo potere molto forte, prima fra

tutti è l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

FORME DI GOVERNO SEMIPRESIDENZIALI

In riferimento al sistema politico francese, in cui il presidente della repubblica viene eletto direttamente dal

popolo,dal corpo elettorale, quindi non può essere rovesciato dal Parlamento. Ha un mandato forte e ampio

ma al tempo stesso è presente un altro ramo dell’esecutivo che è il Primo Ministro. Questo rappresenta

quella che è la tradizione parlamentare vincente, ha mandato attraverso il meccanismo della fiducia

parlamentare ma è nominato dal Presidente della Repubblica. Quindi è caratterizzato da una doppia

responsabilità: la fiducia del Parlamento e la nomina del Presidente. 34

Il Primo ministro può chiedere e ottenere dal Presidente della Repubblica di sciogliere il Parlamento.

L’elezioni della nomina del presidente della Repubblica e l’elezioni parlamentari si tengono in tempi diversi, e

anche in questo caso si possono creare situazioni particolari, in quanto avvenendo le elezioni in tempo

diverso può accadere che il presidente della Repubblica abbia la maggioranza da una determinata

coalizione politica e invece il primo Ministro la abbia ottenuta da una coalizione differente. Quindi, in questo

caso ci potrebbero essere dei problemi nella attuazione delle politiche pubbliche, questo è il caso della

coabitazione. Nel momento in cui il Presidente della Repubblica è di un partito politico ed il Primo Ministro di

un altro.

Gli elementi che secondo Pasquino fanno funzionare questo sistema anche in situazioni di coabitazione,

sono:  Il fattore personale. Costituito dalle ambizioni dei due leader che si confrontano. Volendo essere

rieletto, il presidente non forzerà la coabitazione a suo favore per non apparire poco rispettoso

della volontà di un elettorato che ha dato la maggioranza parlamentare a partiti diversi da quelli

che avevano sostenuto la sua elezione. Volendo candidarsi probabilmente alla presidenza, e

comunque non volendo creare problemi al suo partito, neppure il primo ministro forzerà la

situazione e non andrà allo scontro con il presidente. pensano di ottenere vantaggi elettorali;

Il fattore politico.

FORME DI GOVERNO PARLAMENTARI

Ci sono le elezioni, viene creata la maggioranza, la quale esprimerà un esecutivo del quale il Parlamento è

responsabile in quanto concede la fiducia attraverso la mozione di fiducia.

Quali sono i difetti di questa forma di governo che sembra perfetta?

Problemi di durata, in quanto non ci sono garanzie che la coalizione riesca a governare; ci sono problemi di

stabilità che potrebbero riguardare il primo ministro; problemi che riguardano i singoli ministri che potrebbero

prendere decisioni non gradite al presidente del consiglio; e, soprattutto problemi fra le coalizioni di partito.

Di fatto c’è una maggiore instabilità che può portare a nuove elezioni.

Per quanto riguarda i meccanismi di stabilizzazione di questa forma di governo, Pasquino ricorda il

modello tedesco.

E’ il modello parlamentare in cui può essere comminato al governo il voto di sfiducia costruttivo, per cui

nel momento in cui, non è più presente all’interno del parlamento la fiducia nei confronti del governo, tutti i

parlamentari sono chiamati a votare la maggioranza palese la sfiducia al governo, che avviene per alzata

di mano.

Contestualmente il parlamento è chiamato ad esprimere la fiducia entro un termine molto breve ad un altro

candidato di formare il governo. Se questa ulteriore possibilità di governo, non dovesse ricevere la fiducia del

parlamento sempre con voto palese, ogni rappresentante parlamentare si deve quindi prendere la

responsabilità di far cadere un governo, allora si scioglie il parlamento.

Questo è uno dei principali correttivi che Pasquino individua all’interno del sistema parlamentare

tedesco. 35

Le politiche pubbliche (cap. 9)

(file 5.1)

Ciò che abbiamo visto fino ad adesso, costituisce quello che è l’aspetto istituzionale della Scienza Politica.

Ovvero l’aspetto che studia, attraverso la partecipazione e le istituzioni attraverso le quali la partecipazione è

possibile, quelle che sono le caratteristiche “statiche” della scienza politica.

Invece, passando ad analizzare le politiche pubbliche, si comprende quello che è il livello operativo. Quindi,

cosa fanno le istituzioni, cosa fanno questi soggetti che partecipano alla politica come individui, come gruppi

o come partiti o come movimenti collettivi. Cosa producono e quali effetti sortiscono le loro attività. Gli effetti

sono appunto le politiche pubbliche.

Un autore che è fondamentale per l’interpretazione del concetto stesso di politiche pubbliche, è David

Easton.

Per quanto riguarda Easton, l’individuazione principale del meccanismo di produzione delle politiche

pubbliche, è un modello quasi elementare, perché, egli sostiene, che all’interno della società, gli individui

sviluppano delle necessità che trasformano in INPUTS che volgono verso i detentori del potere pubblico.

Quindi, la società produce dei bisogni, li codifica, li propone ai decisori pubblici e li trasmette all’interno di

una scatola che Easton chiama Black Box (questo è il decisore pubblico). Il decisore pubblico produce degli

OUTPUTS, ossia delle risposte oppure delle politiche pubbliche vere e proprie.

Quindi, le politiche pubbliche, in un certo senso, si pongono in qualche modo come la risposta che i decisori

pubblici forniscono dopo un’elaborazione nella scatola nera ai bisogni, alle esigenze poste dalla società:

Decisore

Pubblico

Black

INPUT OUTPUTS (Politiche Pubbliche)

Box

Ma perché questa è una “scatola nera”?

Perché, il processo decisionale che riguarda le politiche pubbliche prende in considerazione una serie di

elementi che non sono trasparenti, né possono esserlo. Ci possono essere l’influenza di gruppi di pressione

sui decisori pubblici, per far emanare una determinata politica in un certo senso, ci possono essere interessi

di partito per mantenere il proprio elettorato, come abbiamo visto nel modello di party government.

Quindi, secondo questo meccanismo evidenziato da Easton, le politiche pubbliche, nascono in maniera non

chiara e trasparente, ma chiari e trasparenti sono gli Outputs, le risposte politiche che attraverso le politiche

pubbliche si vogliono fornire. Sulla base di questo modello si fa riferimento sempre al meccanismo

decisionale di politiche pubbliche.

Pasquino, afferma che, indipendentemente dal meccanismo con cui vengono elaborate le politiche

pubbliche, è necessario fornire una definizione di politica pubblica.

Secondo la definizione di Mény , una politica pubblica è : “il prodotto dell’attività di un’autorità provvista

di potere pubblico e di legittimità costituzionale”

Quindi in grado di emanare delle decisioni finali, definitive e che abbiamo una diretta efficacia all’interno della

società.

Secondo Pasquino, anche se accettata uniformemente in scienza politica, questa definizione ci crea dei

problemi laddove ci si trova di fronte a decisori pubblici che non abbiamo contestualmente entrambe le

caratteristiche, l’autorità decisionale e la legittimità.

Per questo, Pasquino sostiene che può essere definita politica pubblica :”ogni prassi e direttiva che

promana da attori pubblici.” E’ una definizione più ampia e più generale, la quale ci risolve il problema 36

dell’autorità del potere pubblico e del potere decisionale. Anche laddove mancasse all’attore pubblico uno

dei due elementi, si può parlare comunque di politica pubblica.

E’ una definizione più comprensiva sia per quanto riguarda i poteri, sia per quanto riguarda gli attori coinvolti,

in quanto prevede che si tratti di attori pubblici e non necessariamente di decisori politici. Quindi, non solo chi

è stato demandato costituzionalmente queste decisioni, ma anche chi si trova ad assumerle in condizioni

straordinarie. Sono sempre politiche pubbliche.

(E’ necessario ricordare la decisione di Pasquino e non quella di Mény!)

Pasquino, a questo punto, inizia una suddivisione infinita di politiche pubbliche, in particolare, è importante

ricordare alcune tipologie di suddivisione di politiche pubbliche, la prima delle quali è relativa alla

suddivisione delle tipologie in relazione agli attori che promanano queste politiche pubbliche.

Gli attori nella produzione di Politiche pubbliche.

E’ possibile classificare le politiche pubbliche in base agli attori che promanano le politiche pubbliche.

I - Modello del Party Government.

Abbiamo già detto che tutta quanta l’azione di governo viene influenzata prevalentemente da quella che è

l’attività dei partiti politici, ossia le politiche pubbliche vengono decise dal governo sulla base di quelli che

sono i programmi dei partiti politici.

Quindi, di fatto, il modello del party government, fa riferimento alla funzione di governo esercitata

prevalentemente dai partiti e sostiene che le politiche pubbliche del governo vengono decise non in maniera

collegiale all’interno della coalizione di governo, ma dai partiti prevalenti che sono all’interno di questa

coalizione, che affermano e realizzano tutte quante le politiche pubbliche che hanno previsto nel loro

programma.

E’ un modello che ci dice molto sulle politiche pubbliche di emanazione governativa, però, non ci dice molto

di quelle che sono gli altri gruppi che vengono coinvolti. Cosa che invece fa, il prossimo modello.

II - Modello del Neo-corporativismo.

Di neo-corporativismo, ne abbiamo parlato in tema di partecipazione. Abbiamo visto che il neo-

corporativismo di Schmitter, era il modello che si contrapponeva al modello del pluralismo liberale, il quale

affermava che quanti più gruppi esistono all’interno della libera competizione, tanto maggiore sarebbe stato il

livello di democraticità. Invece il neo-corporativismo, afferma che non tutti i gruppi presenti all’interno del

sistema politico, sono caratterizzati dalla stessa efficacia, e, secondo il modello neo-corporativo, alcuni

gruppi presenti all’interno del sistema politico, pesano di più, soprattutto nel momento dell’emanazione delle

politiche pubbliche.

In particolare, secondo il modello neo-corporativo, le politiche pubbliche, saranno determinate dal governo,

così come stabilito dal modello del party government, ma con la necessaria cooperazione di gruppi che sono

caratterizzati da uno status che gli viene riconosciuti proprio dall’autorità governativa, e che vengono

coinvolti, sulla base di questo status, proprio perché direttamente coinvolti in questo tipo di politiche

pubbliche.

L’esempio tipico che Schmitter fa, sono le politiche salariali e le politiche generali del lavoro. Per cui, non

solo è il governo ad emanare questo tipo di politiche pubbliche, ma lo fa attraverso procedure di

cooperazione e di consultazione dei principali gruppi presenti all’interno della società. coinvolti nella materia

di economia e del lavoro, quindi con i gruppi sindacali e con i gruppi degli imprenditori o datori di lavoro.

Quindi, in questo modello, non è il governo il solo decisore a decidere le politiche pubbliche in queste

materie, ma verranno coinvolti i gruppi che poi dovranno attuarle e giorno per giorno.

Per questo, a questi gruppi viene attribuito uno status particolare e viene garantita la possibilità di

collaborare con il governo per realizzare queste politiche pubbliche.

I tre gruppi principali, che secondo il modello neo-corporativo di Schmitter, realizzano queste politiche

pubbliche, sono: il governo, le corporazioni sindacali le associazioni imprenditoriali. 37

Il modello del neo-corporativismo ha avuto un grande successo, soprattutto nel mondo europeo, in Germania

e in Italia, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale.

Esiste un terzo modello di riferimento, che Passino individua, sempre in relazione agli attori coinvolti nelle

politiche pubbliche.

III - I Triangoli di ferro.

Il modello neo-corporativo non è sufficiente a spiegare l’evoluzione successiva, ossia la partecipazione di

ulteriori soggetti all’emanazione di politiche pubbliche.

Il nome “triangoli di ferro” in quanto i tre lati del triangolo sono untiti da vincoli di ferro, vincoli fortissimi , che

fanno in modo che non possa essere decisa una politica pubblica se non sono presenti tutti e tre i vertici del

triangolo.

Quindi, rispetto al modello neo-corporativo, in cui è il governo che conferisce lo status e che quindi ha una

posizione di priorità, in quanto è una costola del modello del party government, nel modello dei “triangoli di

ferro”, non c’è questa subordinazione nei confronti dell’autorità che decide.

Tutti e tre i vertici del triangolo devono essere pariteticamente coinvolti nella procedura di emanazione e di

realizzazione delle politiche pubbliche. I tre vertici sono:

1. i gruppi di interesse, tutti i gruppi di interesse presenti ne sistema politico, che, di volta in volta,

nelle varie materie oggetto delle politiche pubbliche, vengono coinvolti. Nel modello neo-corporativo

si parla di politiche del lavoro, ma di fatto ci sono politiche pubbliche che riguardano materie diverse,

ambientali per esempio;

2. le agenzie burocratico-amministrative. Non è il governo l’unico soggetto chiamato a decidere e ad

emanare i provvedimenti, ma c’è stato un grande sviluppo, a partire dagli anni novanta per esempio

in materia di telecomunicazioni, internet. Per alcune materie, quindi, il governo delega ad autorità

indipendenti;

3. le commissioni parlamentari. Quando abbiamo visto il Parlamento, abbiamo detto che tutti quanti i

parlamenti possono riunirsi in seduta plenaria in determinate circostanze, ma gestiscono la loro

attività quotidiana attraverso le commissioni parlamentari, ognuna delle quali è dedicata ad un

argomento specifico. E’ chiaro che questo riguarda essenzialmente i provvedimenti legislativi, quindi

le politiche pubbliche che emanano da provvedimenti legislativi più di lungo periodo, mentre invece

le agenzie burocratiche-amministrative, riguardano prevalentemente i provvedimenti di più

immediata esecuzione, nei limiti di quella che è la materia dell’esecutivo. Secondo questo modello

non esiste un solo triangolo di ferro, ma esistono tanti triangoli di ferro, quanti sono gli oggetti delle

politiche pubbliche, per quanto riguarda le politiche del lavoro, per esempio, esisterà un triangolo

che ha ad un vertice i gruppi di interesse nell’ambito del lavoro, quindi i sindacati, al secondo vertice,

quello delle agenzie burocratiche-amministrative, in questo caso sarà il ministero del lavoro, e

all’ultimo vertice, la commissione parlamentare che si occupa di lavoro. Per quanto riguarda le

politiche ambientali, ci sarà quindi un altro triangolo di ferro, e, ogni triangolo di ferro si occuperà

quindi di azioni specifiche relative a politiche pubbliche specifiche. Secondo Pasquino, questo

modello presenta il problema che spesso ha mancanza di coordinamento tra diversi triangoli che

hanno punti di contatto. Rappresenta quindi un modello che trova sicuramente una diffusione ampia,

però presenta anche delle

difficoltà di interpretazione.

4. IV – Modello delle Reti Tematiche . Ha delle caratteristiche diverse rispetto al modello dei triangoli

di ferro. Perché, da un lato prevede che non ci siano solamente tre vertici del triangolo, ma più

soggetti vengono coinvolti nel momento dell’emanazione delle varie politiche pubbliche, quindi,

gruppi di interesse di tipo diverso, associazioni dei cittadini, movimenti collettivi, partiti politici,

governo, istituzioni, e tutti questi soggetti partecipano alla realizzazione delle politiche pubbliche in

maniera meno strutturata, meno organizzata. Non c’è un modello preciso, ma tutti quanti i soggetti

che sono coinvolti in un tempo breve, che però non hanno la capacità di elaborare politiche

pubbliche di lunga durata, si organizzano sulla base delle esigenze del momento, propongono una

38

politica pubblica influenzando il decisore pubblico, non si coordinano neanche fra di loro, proprio

perché si tratta di una molteplicità di soggetti che è difficile da organizzare. L’unico punto di contatto

fra i vari attori è l’oggetto, l’interesse relativo al tema della politica pubblica. Il problema di questa

rete, tra l’altro abbastanza frequente nel sistema italiano, è che genera delle politiche pubbliche

instabili, mutevoli, nel cercare di accontentare il maggior numero dei soggetti coinvolti. E’ evidente

che è molto difficile trovare una politica pubblica che faccia contenti tutti quanti. Quindi capiterà

abbastanza spesso che queste politiche non siano omogenee, stabili e

probabilmente cambiano ad ogni tornata elettorale.

5. V – Modello di comunità di politiche . In cui, si fa riferimento in maniera omogenea alle reti

tematiche, in quanto si tratta di numerosi soggetti coinvolti, però, rispetto al modello precedente,

sono caratterizzati da maggiore stabilità, sia del ruolo dei partecipanti, sia della durata delle politiche

pubbliche nel tempo. Per fare un esempio, nel momento in cui GreenPeace, entra a lavorare ed

inizia a fare pressione, agli inizi degli anni ’80, per una politica ambientale più ampia, all’interno del

modello delle comunità di politiche, sarà sempre presente come soggetto, anche quando non

vengono emanate delle politiche pubbliche specifiche ambientali, per fornire il suo parere ed il suo

contributo costante, all’interno di questa rete di soggetti, anche quando non si parla specificatamente

di politiche ambientali. In quanto, sulla base di questo modello ci sono frequenti e costanti contatti tra

tutti quanti i soggetti coinvolti, che sono essenzialmente: i politici (i decisori pubblici nel senso più

ampio del termine), i burocrati (e questa è una novità importante rispetto al modello precedente), i

gruppi di interesse, il soggetto quasi sempre presente in tutti i modelli, e gli esperti, coloro che per

comprovata esperienza, expertise, sono in grado di fornire un parere al decisore pubblico,

caratterizzato da una maggiore indipendenza rispetto a quello dei gruppi di interesse. In questo

modello si tende a cercare di garantire una certa strutturazione delle politiche pubbliche anche per

cercare di migliorare il risultato di una certa politica pubblica nel tempo, laddove essa non si

dimostrasse particolarmente efficiente, si cerca di modificarla basandosi su quanto accaduto nel

momento precedente.

Le fasi della produzione di politiche pubbliche.

(saltiamo la parte delle fasi delle politiche pubbliche secondo Lasswell)

Le fasi della formazione delle politiche pubbliche secondo Pasquino sono 5:

a) Individuazione del problema: per arrivare ad elaborare una politica pubblica, bisogna innanzitutto

identificare il problema (per es. il mercato del lavoro)

b) selezione di una politica pubblica : selezionare una politica pubblica che sia in grado di rispondere

al problema. In pratica la scelta del modello di riferimento;

c) Adozione della politica pubblica, quindi si sceglie e si approva formalmente di adottarla;

d) Attuazione della politica pubblica, la politica pubblica viene posta in essere (decreto del governo,

per esempio);

e) Valutazione della politica pubblica, che deve essere realizzata da un soggetto diverso da quello

che le ha attuate.

Attuazione e valutazione della politica pubblica.

Per quanto riguarda la quarta fase della produzione di politiche pubbliche, l’attuazione, Pasquino individua

due prospettive, praticamente che attua, chi concretizza la politica pubblica:

- TOP DOWN. La politica pubblica cala dall’alto e raggiunge il suolo dove tutti quanti che sono gli

utenti e i destinatari finali, la accettano in quanto tale e la praticano in quanto tale. Non c’è nessuna

mediazione e nessuna possibilità di influenzarla. Da Pasquino questo modello viene considerato

poco appartenente alla realtà; 39

- BOTTOM UP. La decisione della politica pubblica viene certo presa dal decisore pubblico, ma non

sarà lui ad attuarla indipendentemente da coloro su cui ricade, ma verrà resa comprensibile e

attuabile da parte degli “street level bureaucrats”, ossia i burocrati che hanno contatti aperti con il

pubblico. Facendo riferimento alla politica del lavoro, per esempio, il programma di assunzioni

straordinarie, previste con un decreto, verrà attuato e concretizzato da coloro che lavorano nei centri

di orientamento al lavoro. Quindi la politica pubblica viene gestita in maniera intermedia dai burocrati

che hanno contatti con il pubblico.

Valutazione delle politiche pubbliche.

Per quanto riguarda la quinta fase delle produzioni di politiche pubbliche, la valutazione, Pasquino

individua due modelli:

- Efficacia : ossia la capacità della politica pubblica di conseguire gli obiettivi voluti (non si prende in

considerazione il limite economico;

- Efficienza , consiste nel conseguimento degli obiettivi al minor costo possibile.

Schemi decisionali

Sono stati valutati da Pasquino come utili, in considerazione dell’assunzione delle decisioni, del momento in

cui si sceglie la politica pubblica, 4 modelli (in pratica come si sceglie la politica pubbliche più efficiente);

1. Schema della razionalità sinottica . Si scelgono le politiche pubbliche maggiormente rispondenti

sulla base di schemi razionali sulla base dei problemi proposti. Prende in considerazione tutte le

informazioni, tutte le variabili, tutte le conseguenze e si fa una analisi costi-benefici di tutte le

possibili informazioni, si sceglie una politica pubblica;

2. Schema della razionalità limitata, più aderente alla realtà. Il decisore pubblico non si preoccupa

più di prendere in esame tutte le alternative e di soppesare tutte le variabili, si limita

consapevolmente alla soddisfazione di alcune esigenze definite in maniera più realistica. Ad un certo

momento nella raccolta di dati, si arresta poiché ritiene per svariate ragioni di essere in gradi

scegliere e decidere;

3. Incrementalismo sconnesso, di Lindblom . E’ un modello alternativo a quello delle due razionalità.

Secondo Lindblom non ha senso assumere le decisioni sulla base della razionalità. E’ meglio

procedere per tentativi. Si decide sulla base di quelle che sono state le politiche pubbliche

precedenti aggiungendo o togliendo rispetto alle politiche già esistenti in quanto queste determinano

di più quella che è la reale situazione. Non c’è uno schema di razionalità che guida, è molto più

importante l’osservazione di quella che è la situazione di partenza. Di fatto, quindi, sono rapporti di

forza e di scambio ad orientare le decisioni. E’ uno schema appartenente alla realtà.

4. Schema del cestino dei rifiuti , di March e Olsen. Secondo questa schema, il decisore deputato

alla scelta della politica pubblica, non usa la razionalità, non parte dalla situazione esistente, ma

pesca a caso tra le varie opzioni possibili e realizza la politica pubblica in maniera assolutamente

casuale.

Tipi di politiche pubbliche

(file 5.2)

In riferimento all’oggetto. Secondo Lowi esistono essenzialmente cinque grandi categorie di politiche

pubbliche, individuate con riferimento al loro oggetto:

1. politiche distributive . Sono le politiche pubbliche che vengono generalmente emanate dalle

assemblee elettive (i parlamenti), che prevedono l’erogazione ai cittadini di servizi: previdenza ed

assistenza. In genere vengono finanziate attraverso la tassazione; 40

2. politiche regolative. Sono delle norme che servono a regolare dei comportamenti che soggetti

politici ed economici hanno all’interno del sistema politico. Tutta quanta la regolamentazione del

sistema delle telecomunicazioni per esempio è un politica regolativa. In genere e manate dalle

assemblee elettive ed hanno una funzione di carattere generale;

3. politiche redistributive . Che, differentemente dalle politiche distributive, che sono generalizzate,

vengono tolte delle risorse ad alcuni soggetti per conferirli ad altri, per questo sono spesso politiche

conflittuali. Per esempio, in questo momento, la proposta del superbollo sui SUV per finanziarie la

generale politica di miglioramento dell’aria. In genere sono assunte su decisione dell’esecutivo e non

del Parlamento.

4. politiche costituenti . Politiche che intervengono in maniera abbastanza rara, sono norme che

sovrintendono alla creazione e al funzionamento delle strutture di autorità;

5. politiche simboliche . Riguardano il senso del rafforzamento dell’identità nazionale, un tipo esempio

è rimettere nel sistema la festa del 2 giugno e la relativa organizzazione della parata. Sono esempi

tipici quelle politiche che fissano le feste nazionali.

Le determinanti delle politiche pubbliche

Pasquino sostiene che sono due le categorie di determinanti delle politiche pubbliche:

- le condizioni socio-economiche di partenza di un sistema politico. Quindi, per esempio, in un

periodo di particolari ristrettezze economiche per i lavoratori dipendente, sarebbe interessante

attuare politiche economiche che incrementino il livello di reddito, attraverso un taglio della

tassazione (il famoso cuneo fiscale proposto durante la ultima campagna);

- le determinanti politiche-ideologiche . Per cui, se un schieramento politico, ritiene che sia

particolarmente importante per produrre ricchezza eliminare le tassa sul lusso, questa è una

determinante ideologica, che può avere o meno fondamento in una teoria economica, però di fatto è

un fondamento ideologico che fa selezionare ler politiche pubbliche in un senso o nell’altro. 41

Regimi non democratici (cap. 10).

Non sempre nell’ambito della scienza politica si è parlato di regimi non democratici, si parlava, agli

inizi degli anni ’50, di regimi autoritari tout court. Vedremo meglio che i regimi autoritari, invece,

sono solo una tipologia dei regimi non democratici, ne esistono quindi degli altri.

Di fatto, la definizione riguardava la maggiore presenza dei regimi autoritari nell’ambito dei sistemi

politici contemporanei. Esistevano molti regimi autoritari, questi erano regimi non democratici,

ergo, tutti i regimi non democratici, potevano essere catalogati sotto la definizione di autoritarismo.

Definizione che viene poi data da Liens.

Nel 1951, una delle poche donne che si è dedicata alla scienza politica, Hannah Arendt, fa uscire

il suo volume che si chiama “Le origini del totalitarismo”, volendo definire con totalitarismo, un

sistema non democratico, dotato di caratteristiche profondamente differenti rispetto ai regimi

autoritari, e comunque catalogabile come sistema non democratico. Quindi, individua un secondo

genere di regimi non democratici e ampia la classificazione che viene fornita dagli autori.

Quindi, questo bene excursus per dire che, sui libri di scienza politica, parlando di regimi non

democratici, si parlava di regimi autoritari; esistono altri importanti regimi non democratici che

divergono dai regimi autoritari come i regimi totalitari, individuati dalla Arendt, e quindi a partire

dalla seconda metà degli anni ’50, aumenta la classificazione di detti regimi e si parla quindi di

regimi non democratici.

Venendo, invece, al modo in cui Pasquino,affronta il tema dei regimi non democratici, introduce la

questione, sostenendo che la maggior parte dei sistemi politici presenti all’interno degli stati riuniti

nell’ambito dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), sono sistemi non democratici.

Quindi, tute quante le questioni relative all’ampliamento della democrazia, la progressiva

democratizzazione di sistemi politici che si è andata ampliando a partire dalla fine della seconda

guerra mondiale, non considerano il fatto che, la maggior parte degli stati presenti nel mondo, sono

rappresentanti sistemi non democratici. Ed infatti, rispondono a delle caratteristiche generalissimi

che Pasquino individua di tutti i quanti sistemi non democratici.

Tre caratteristiche fondamentali che sono:

- La prima caratteristica consiste nel fatto che, all’interno di sistemi non democratici non ci

sia nessuna garanzia giuridica, formale e neanche sostanziale, per quanto riguarda la

tutela dei diritti individuali. Quindi i diritti degli individui, all’interno dei sistemi non

democratici,non sono tutelati;

- la seconda caratteristica è sulla dimensione del potere. Il potere è tenuto, come dice

Simmel “non con il consenso, bensì con la forza”. Quindi, chi acquista posizioni di potere

all’interno di sistemi non democratici, non lo fa attraverso il consenso, ovvero mediante il

momento elettorale, ma lo fa impadronendosene indipendentemente dal consenso di

cittadini. Non ci sarà più l’elemento di periodicità, caratteristica fondamentale delle elezioni

in contesti democratici. Il potere verrà anche gestito mediante l’uso della forza;

- Per quanto riguarda la terza caratteristica, è che, il potere esecutivo, quindi il potere del

governo, viene sempre esercitato in maniera arbitraria da chi detiene il potere con la forza.

Non esistono quindi dei limiti sostanziali e formali che ridimensionino e limitino quella che è

l’azione del governo. Sulla base di chi detiene il potere (nei regimi autoritari,il singolo

leader,nei regimi totalitari il partito o l’organizzazione che gestisce il potere), all’interno di

questi sistemi, massima decisionalità è consentita all’organo deputato alla funzione

esecutiva. 42

Venendo ad una classificazione ulteriore dei regimi non democratici, Pasquino sposa la teoria di

Liens e Stephan. Secondo questi due autori, non solo esistono regimi autoritari e regimi totalitari,

ma esistono anche i regimi post-totalitari, ovvero quei regimi che in qualche modo stanno uscendo

dal totalitarismo, e quindi fanno questo percorso vergola democratizzazione, e i regimi sultanistici,

individuati da Max Weber, che valuta in maniera particolare rispetto ai regimi autoritari, questi

sistemi politici all’interno dei quali, non vi è alcuna distinzione fra la proprietà personale del sultano

e la proprietà dello Stato.

Per quanto riguarda, quindi, la classificazione è fondamentale riprendere questo aspetto di

Pasquino, il quale, dopo aver analizzato varie possibilità di classificare i sistemi non democratici,

riprende liens e stephan (alla domanda in sede di esame su quanti sono i tipi di sistemi non

democratici, dovrete rispondere sempre 4):

1. regimi autoritari

2. regimi totalitari

3. regimi post-totalitari

4. regimi sultanistici

Per quanto riguarda, poi, i regimi militari, si tratterà di una categoria speciale di regimi autoritari.

I regimi autoritari.

(14.30)

La definizione che Pasquino riporta di regimi autoritari è fornita da Juan Linz (spagnolo):

“sono sistemi a pluralismo politico limitato in cui la classe politica non rende conto del suo operato,

che non sono basati su una ideologia guida ma su una mentalità autoritaria (non è presente

l’elemento ideologico), dove non esiste mobilitazione politica (non c’è in alcun modo

partecipazione politica), in cui un leader o un gruppo molto ristretto di persona (3-5 elementi al

massimo),esercita il potere entro dei limiti che non sono ben definiti.”

Vediamo l’analisi degli elementi che fanno parte della definizione:

pluralismo politico limitato . Abbiamo parlato di pluralismo quando abbiamo individuato la

 teoria dei gruppi, che faceva riferimento a Bentley e che diceva che, ci troviamo di fronte ad

una società democratica laddove, all’interno di un sistema politico, sono presenti molti gruppi

di interesse che competono per avere l’attenzione del decisore politico e la democraticità di

questo sistema è dovuta alla necessità di mediazione che questi gruppi trovano

nell’interagire con il decisore politico. Per cui gli interessi di questi molti gruppi dovranno

essere ottemperati e la democrazia sarà garantita dal fatto che ci sarà mediazione tra molti

soggetti. Nel momento in cui ci troviamo di fronte a un pluralismo politico limitato, non ci

troveremo di fronte ad un gran numero di gruppi, ma di fronte alla presenza di alcuni gruppi

che però hanno influenza all’interno del sistema politico. Quindi, non a tutti i gruppi è

consentito di rappresentare i propri interessi all’interno del sistema autoritario, e a questi

gruppi che hanno la possibilità di essere attivi politicamente all’interno del sistema politico

autoritario, vengono posti dei limiti ben precisi dal potere esecutivo. Di fatto, si tratta in

genere di organizzazioni che sono legittimate dal leader del sistema autoritario a partecipare

all’interno della sfera politica, e che tutto sommato non entrano in competizione tra loro, in

genere si tende a far partecipare un solo gruppo per un solo tipo di interesse. Non c’è

responsabilità politica di questi gruppi nei confronti del corpo elettorale,in quanto questo

comunque non è convocato. Quando Pasquino fa l’esempio di un pluralismo politico limitato,

fa l’esempio del fascismo, in quanto, questo, secondo Pasquino, è un sistema non

democratico autoritario. Pasquino “salva” il fascismo non annoverandolo tra i sistemi 43

totalitari, ma inserendolo tra quelli autoritari, in quanto ritiene che era possibile per alcuni

gruppi essere presenti e attivi nella vita politica. Per quanto riguarda i gruppi che Pasquino

prende in considerazione nell’ambito del fascismo per metterne in evidenza la presenza e la

partecipazione nell’attività sociale, due sono i gruppi che Pasquino considera: le forze

armate, che di fatto erano indipendenti dal potere esecutivo in quanto rispondevano al

sovrano, e la chiesa, un’altra organizzazione, un altro gruppo, che proprio per la materia di

cui si interessava, non doveva rispondere al potere esecutiva, ma era indipendente nel fare

le sue scelte. Va certo detto che l’autonomia delle forze armate e la stessa autonomia della

chiesa, erano di fatto limitate dal potere esecutivo, nel momento in cui degli accordi precisi

venivano fatti sia con l’organizzazione chiesa che con le forze armate. Quindi, pluralismo

politico limitato laddove esistono dei gruppi rappresentanti di interessi e organizzazioni

all’interno della società, che hanno la possibilità di attivarsi, nei confronti del decisore politico,

in maniera autonoma (personalmente non sono d’accordo, ritengo che il fascismo sia

stato un sistema totalitario). Va detto, ricorda Pasquino che il pluralismo, all’interno dei

sistemi democratici è caratterizzato da quella che è la connotazione di Bentley: è pieno;

completo; tutti i gruppi sono legittimati a partecipare alla vita politica e sono in competizione

fra loro; tutti i gruppi che sono presenti all’interno del sistema, in qualche modo sono

responsabili nei confronti del corpo elettorale.;

Per completare la differenziazione tra regimi autoritari e totalitari, Pasquino ci dice che,

all’interno dei regimi totalitari non c’è pluralismo politico limitato. Esiste un solo tipo di

organizzazione presente all’interno dei sistemi totalitari, che è inserita all’interno di tutti gli

ambiti della società ed è l’unico organismo autorizzato e legittimato ad essere inserito

all’interno della vita politica;

la mentalità autoritaria. All’interno dei sistemi autoritari, non esiste un’ideologia vera e

 propria come invece accade nei regimi totalitari, ma esiste una mentalità , che è un insieme

di credenze, meno strutturato rispetto ad una ideologia, che richiede invece un certo livello di

organizzazione, di codificazione e di strutturazione del pensiero. Si tende a non fare esistere

un ente, un organismo preposto alla diffusione di questo pensiero, come invece accade

all’interno dei sistemi totalitari, dove ci sono organismi deputati a cercare di pubblicizzare al

massimo la propaganda (elemento tipico dei sistemi autoritari). Invece, all’interno dei sistemi

autoritari si tende a diffondere al massimo la mentalità autoritaria del leader, ma non ha una

codificazione ulteriore. In genere si fa riferimento alle tradizioni nazionali, tradizioni culturali e

religiose, sociali. In particolare, facendo sempre riferimento al fascismo, Pasquino richiama

quella che è la mentalità autoritaria del fascismo quando ricorda la triade : Dio, patria e

famiglia. Che non è di fatto molto strutturata, non si può definire un’ideologia, perché anche

l’ideologia nazionalista ha delle sue elaborazioni ulteriori, che portano a riconoscere

all’interno del corpo sociale che parla la stessa lingua, che ha vissuto all’interno dello stesso

territorio, che condivide le stesse tradizioni, una bandiera, un inno…, tutto quanto un insieme

di cose che prevedono una strutturazione maggiore. Dio, patria e famiglia è una mentalità

tradizionale presente all’interno del pensiero del leader del regime autoritario fascista, ma di

fatto non ci dice molto di più di quella che è una codificazione precisa. Ben differente è

l’organizzazione ideologica dei poteri presente all’interno del sistema nazista e del sistema

comunista staliniano che secondo la Arendt è un altro modello di sistema totalitario.

All’interno dei regimi democratici, ovviamente, non c’è né un tipo di mentalità né un tipo di

ideologia, c’è letica democratica per cui tutti quanti i soggetti politici sono liberi di proporre

qualsiasi idea, purché ne rispondano al corpo elettorale.

Invece, all’interno dei regimi totalitari, ci dice Pasquino, c’è un’ideologia strutturata, codifica,

e organizzata per essere diffusa all’interno del sistema politico. Al tema dell’ideologia è

sempre legato all’interno dei sistemi totalitari, il tema della propaganda. Quindi, della

proposizione continua e costante, ripetuta più volte a giorno, attraverso i mezzi di

comunicazione di massa, del pensiero ideologico della organizzazione che guida il regime

totalitario. 44

Assenza della mobilitazione (partecipazione) . Nei regimi autoritari si cerca di non far

 partecipare politicamente mai, o meno possibile, il corpo elettorale. Si cerca di non

coinvolgerlo, non solo nelle attività di voto, quindi nelle attività di partecipazione politica più

tradizionali, ma si cerca di politicizzare la società, di cercare di evitare il dibattito, di non

mettere mai in questione i problemi comuni, in quanto ci pensa il leader. E’ il leader che è in

grado di guidare al meglio il regime autoritario, quindi non c’è l’esigenza, o quanto meno si

cerca di evitare il nascere dell’esigenza di parlare di politica.

All’interno dei regimi democratici, come abbiamo visto, c’è la partecipazione politica, aperta e

democratica per tutti quanti i soggetti, senza limitazioni di sesso, di razza e di religione.

Per quanto riguarda i regimi totalitari, Linz individua la presenza di una mobilitazione

costante indotta. Quindi le masse, partecipano a livello politico, all’interno dei regimi

totalitari, però attraverso le organizzazioni del partito che guida i regimi totalitari che

inquadrano le masse in organizzazioni intermedie che rispondono però sempre tutte al

partito. Quindi il dato interessante per i regimi totalitari è la politicizzazione;

L’esistenza del leader. Il leader, colui che decide e che ha la parola ultima all’interno dei

 regimi autoritari, è sempre un solo soggetto, il quale in genere, secondo Pasquino, ha

assunto il potere con la forza, ma continua gestirlo attraverso caratteristiche di natura

carismatica. Richiamando la definizione di Weber di potere, autorità e prestigio, si viene a

parlare in questo caso, nel caso del leader nei regimi autoritari, di un potere legato anche al

prestigio. Quindi alle caratteristiche personali speciali di emanazione carismatica che il

leader ha. Per cui il leader organizzerà tutta quanta la sua comunicazione nei confronti del

corpo elettorale politicizzato richiamando le sue imprese epiche e particolarmente speciali

per fare vedere che non ha solo assunto il potere con la forza ma che lo esercita con il

carisma. Questa personalizzazione del potere porta all’esercizio del potere entro limiti mal

definiti.

All’interno dei regimi totalitari, tutto questo non è invece presente, in quanto si basano su

organizzazioni come i partiti e il potere è estremamente suddiviso, e c’è sempre chi è

competente all’interno dell’organizzazione per quale aspetto. All’interno dei regimi autoritari,

invece, il leader gestisce il potere a suo piacimento. Non ci sono dei limiti precisi al suo

esercizio, ed in genere si dice che, il leader gestisce il potere non su una organizzazione ma

su eventi, può ampliarlo o ridurlo a seconda delle situazioni che si presentano.

All’interno del regime totalitario, è molto più importante l’organizzazione del partito, il potere è

gestito in maniera ben precisa da esponenti designati all’interno del partito, competenti per

materia.

All’interno dei sistemi democratici, invece, i leader sono di volta in volta coloro che vengono

democraticamente designati. Quindi non c’è la possibilità di fare un discorso su un leader

particolare.

I regimi totalitari.

Per quanto riguarda il totalitarismo, i caratteri sono stati individuati originariamente dalla

Arendt, che per prima ha introdotto la categoria di totalitarismo contrapposto a quella di

autoritarismo, volendo intendere con questa definizione, che, il totalitarismo, contrariamente

all’autoritarismo, vuole dare un rinnovamento complessivo di quello che è l’assetto, non solo

politico ma anche sociale, di un determinato sistema politico.

Il totalitarismo vuole rinnovare profondamente, vuole creare “l’uomo nuovo”, in grado di

modificare sostanzialmente quelli che sono i caratteri nazional-deboli, i vizi, i limiti di un

sistema non solo politico ma anche sociale. 45

Ma i caratteri dei sistemi totalitari, sono stati individuati prevalentemente da Friedrich e

Brzezinski:

I. Presenza di un’ideologia ufficiale . Che permea di sé tutto il sistema politico, che lo

guida, che gli pone degli obiettivi da raggiungere nell’ambito di questo generale

rinnovamento, non solo negli aspetti meramente politici, ma nell’intera società. Per cui nel

nazismo Hitleriano, intenzione dell’ideologia ufficiale, era quella di imporre l’uomo ariano

come modello della nuova società. E’ un progetto che vuole modificare totalmente la

società esistente e lo vuole fare attraverso l’attività politica. Per cui questa è l’ideologia

ufficiale che guida l’azione politica. Non c’è più l’attività di un solo uomo, ma quella di un

insieme di uomini che codificano questo pensiero, anche se uno lo interpreta in maniera

ufficiale di fronte agli altri. In genere, questa ideologia ha le caratteristiche di essere

utopica, di voler rivoluzionare il sistema politico e sociale. Si pone l’obiettivo di realizzare

questa ideologia al di là e oltre quelle che sono le caratteristiche di partenza. Nell’ambito,

per esempio del sistema totalitario Hitleriano, la Germania era un paese indebitato e che

doveva assolvere a delle riparazioni agli stati vincitori della prima guerra mondiale e

anche accusato di averla provocata la guerra, e quindi, scopo dell’ideologia, dell’uomo

nuovo, della razza ariana era affrancarsi da questa condizione esistente e realizzare

questo tour utopico;

II. Presenza di un partito unico . Se anche all’interno dei regimi autoritari è prevalente

l’aspetto della personalizzazione del potere e quindi di un unico leader, è possibile e

previsto che esistano degli altri partiti, anche se di fatto non contano, non hanno molta

rilevanza, proprio perché si cerca di raggiungere una politicizzazione della società.

Invece, all’interno dei sistemi totalitari, il partito unico c’è . Ed è l’organismo motore del

sistema totalitario, in quanto è l’organismo deputato ad elaborare l’ideologia, e in più

gestisce due aspetti chiave all’interno della società:

o la polizia segreta , che deve controllare che tutti quanti coloro che appartengono

al regime totalitario siano osservanti di questa ideologia;

o monopolio dei mezzi di comunicazione di massa , che sono lo strumento chiave

per propagandare l’ideologia.

Sono due elementi caratteristici che non sono presenti all’interno dei sistemi autoritari, nei

quali la massa è invece tenuta lontano dal problema politico.

III. Presenza del terrore e dell’universo concentrazionario (campi di concentramento) .

Notano Friedrich e Brzezinski, che all’interno di un regime totalitario, deve esserci sempre

un sistema di terrore, per cui tutti quanti gli individui devono sapere che se non

ubbidiscono in maniera totale e completa a quella che è l’ideologia, potranno essere

perseguiti e accusati di essere eterodossi rispetto al regimi ed essere riuniti all’interno di

questo universo concentrazionario , che sono i campi di concentramento, in cui venivano

riuniti tutti coloro considerati diffidenti rispetto alla ortodossia ideologica proposta

dall’organizzazione. Quindi l’idea che se non si adempie completamente all’ideologia

propagandata, il rischio è quello di pagare con la prigionia, la tortura o la morte all’interno

dei campi di concentramento (La Arendt, ovviamente lo sapeva bene, essendo una ebrea

perseguitata dalla Germania Hitleriana e rifugiata negli Stati Uniti dove ha scritto questo

volume). 46

Critiche al concetto di totalitarismo.

Spiro e Shapiro, hanno sostenuto che il concetto di totalitarismo in genere, è un concetto

inutilizzabile, in quanto troppo legato, secondo loro, all’assetto bipolare creatosi dopo la seconda

guerra mondiale.

Per cui erano da condannare sia il nazismo, per ovvi motivi, sia il sistema staliniano che si era

venuto a creare nell’ambito dell’Unione Sovietica, in quanto i principali studiosi di totalitarismo,

venivano fuori da un ambito culturale statunitense, quindi attendo a quelle che erano le matrici

liberali del sistema democratico e quindi pronti ad indicare come nemico ogni altro sistema politico

che si ponesse in contrasto con questo modello dominante.

Quindi, di fatto, si considerava il concetto di totalitarismo poco utilizzabile perché troppo

condizionato dalla guerra fredda, per cui si cercava di imporre questo modello unico dominante

che era quello statunitense.

Questa accusa, non era condivisa da Pasquino, il quale ritiene che esista una sostanziale

validità del concetto, legata alle caratteristiche proprie che i sistemi totalitari hanno sviluppato

rispetto ai sistemi autoritari. Quindi, di fatto, sostiene che il totalitarismo sia un fenomeno che va

ben oltre i due regimi del nazismo e dell’unione sovietica, come per esempio, quello della Corea

del nord, tra l’altro ancora vigente, dove l’ideologia dominante va ben oltre alla figura del leader,

che, anche se oramai morto e sostituito dal figlio, a questa figura sopravvive. 47

I regimi sultanistici

(6.2)

Il riferimento è una definizione di Max Weber, il quale ha studiato i regimi patrimonialistici, in cui

esiste un apparato amministrativo e militare puramente e personale.

Quindi, sia sotto l’aspetto amministrativo, che militare, il regime sultanistico, è una mera

emanazione del sultano che gestisce il potere in maniera completa, assoluta e illimitata.

Ci troviamo di fronte a quella che può essere definita come una forma molto spinta in avanti di

regime autoritario. C’è un leader unico, non c’è nessun tipo di organizzazione di partito, non c’è

pluralismo, non c’è alcun modo di partecipare alla vita politica per chi è soggetto al regime

sultanistico, quindi c’è una politicizzazione assoluta. Di fatto non c’è nemmeno quello che invece è

presente nel regime autoritario, cioè una mentalità autoritaria, qui c’è assolutamente ed

esclusivamente il potere assoluto del leader, il quale cambia ogni giorno a suo piacimento l’azione

dell’esecutivo. Azione che in genere è interpretata da parenti e familiari. Tutto ciò che è sul

territorio appartiene al sultano, non c’è alcuna differenziazione tra diritto pubblico e privato. Tutto

quello che appartiene allo Stato, appartiene al sultano.

Pasquino fornisce anche degli esempi più chiarificatori, in particolare:

- La Romania di Ceausescu;

- L’Iraq sotto Saddam ;

- Haiti sotto i Duvalier, padre e figlio;

- La Corea del Nord sotto Kim II Sung è un regime Totalitario.

Per quanto riguarda i caratteri dei sistemi sultanistici, Pasquino afferma che:

- non c’è alcuna ideologia, nessuna forma di mentalità ma solamente le idee del leader;

- nessuna partecipazione dei sudditi, e nessuna forma di pluralismo;

- nessuna distinzione fra pubblico e privato, non esiste il diritto pubblico e la costituzione;

- non c’è nessuna possibilità di transizione verso forme democratiche, come invece abbiamo

visto essere possibile in alcuni casi di uscita dall’autoritarismo. Di fatto dovrebbe essere

ucciso il sultano;

- la centralità della figura del leader rispetto ai regimi autoritari è ancora maggiore. Tale

autorità è piena ed esclusiva e quindi assolutamente non assimilabile ad un regime

autoritario, anche per l’aspetto patrimoniale.

Regimi post-totalitari.

Pasquino ricorda di nuovo la classificazione fatta da Linz e Stepan. I quali parlano di regimi che

possono essere generati unicamente dai regimi totalitari, nelle loro viarie trasformazioni ed

evoluzioni.

Per cui ci si distacca da un regimi totalitario per giungere a transizioni democratiche attraverso tre

fasi di sviluppo:

I. post-totalitarismo iniziale . In cui l caratteristiche del sistema totalitario sono ancora

prevalentemente presenti all’interno del sistema, per cui c’è l’ideologia, c’è

l’organizzazione unica di partito, ma di fatto, la leadership all’interno del partito, non è più

carismatica (Hitler o Stalin) ma si trasforma in una leadership burocratica e spesso

collegiale. Quindi, nel momento in cui comincia a non esserci più un solo leader di partito,

ma due o tre triadi, si sta in qualche modo passando da una forma di totalitarismo pieno

ad una forma di totalitarismo iniziale. Di fatto la leadership non può più essere piena ed 48

assoluta, come nel caso di Stalin, ma iniziano ad esserci altre figure all’interno delle

organizzazioni di partito che in pratica limitano il potere pieno del leader;

II. Post-totalitarismo congelato . Nella seconda fase. Per cui, esistono ancora tutte quante

le strutture deputate al controllo sociale, esiste ancora il terrore, esiste ancora la polizia

deputata al controllo del regime, ma iniziano ad essere tollerate in qualche modo alcune

attività di libera critica sociale presente all’interno del base, purché non vadano ad

incidere troppo sulla sfera politica. Quindi, iniziano a comparire in ambito sociale gruppi

ed associazioni, quindi emerge un limitatissimo pluralismo sociale e non politico e, in

qualche modo, si tratta di una forma congelata, in quanto si va verso lo scongelamento

dell’opinione pubblica rispetto al dogma dell’ideologia del sistema totalitario. La società va

acquisendo forme iniziali di autonomia democratica;

III. Post-totalitarismo maturo . Siamo nella terza fase. In cui il processo innestato di

creazione di pluralismo e perdita del controllo assoluto del partito sulla società si va

ampliando ulteriormente. Per cui, il ruolo del partito come guida non viene mai messo in

discussione, tuttavia, all’interno del post-totalitarismo maturo, esistono gruppi e

associazioni che partecipano attivamente alla vita sociale e politica, quindi il pluralismo

viene tollerato, l’ideologia del partito non è più così importante come nelle fasi precedenti:

di fatto, non viene messo in discussione ma diventa semplicemente un dato di fatto che

venga messo in discussione dalla società. Tutte le forme di mobilitazione delle masse

all’interno dell’organizzazione del partito vengono a perdere il loro significato, la

mobilitazione delle masse è terminata: non c’è più bisogno delle grandi parate, non c’è

più bisogno dell’inquadramento costante per età per classe e per ceto sociale. Si giunge

quindi ad un confronto tra l’organizzazione di partito e le altre forze presenti all’interno

della società, le quali acquistano sempre più rilevanza e sempre più potere nell’ambito del

sistema politico, per cui è possibile che si giunga ad una decadenza delle componenti

totalitarie e ci si apra dal sistema post-totalitario nella forma matura ad un sistema

democratico vero e proprio. Ovviamente, si tratterà di sistemi politici caratterizzati da un

elevatissimo numero di partiti politici presenti, in quanto, ognuno di queste associazioni e

di gruppi tenderanno ad organizzarsi in partiti e giungeranno a competizione fino a che il

sistema post-totalitario si sarà trasformato completamente in sistema democratico e

l’assetto dei partiti, e il numero dei partiti si sarà assestato su forme più caratteristiche di

partitismo.

Il Fascismo

Sostiene che il fascismo può essere classificato come un autoritarismo e non totalitarismo per

via del fatto che era presente un limitato pluralismo sociale con conseguenze anche politiche per

cui, la presenza delle forze armate autonome rispetto al potere del partito che rispondevano alla

corona, e una presenza di una chiesa che di fatto non era sottomessa in nessun modo al partito,

portano a far ritenere che si fosse in presenza di un sistema autoritario.

Remano a favore di questa ipotesi anche altri elementi.

- Il fatto che ci fosse una scarsa (secondo Pasquino) mobilitazione politica all’interno

dell’Italia. Pasquino probabilmente tende a sottovalutare quelle che era le adunate

oceaniche di piazza Venezia, e le organizzazione del partito (donne italiane, giovani

italiane, ecc).

- Un ulteriore elemento che sembrerebbe favorire l’ipotesi del Pasquino, riguarda la

prevalenza della mentalità tradizionale del leader rispetto alla codificazione ideologica ben

precisa. Non c’è stata all’interno dell’elaborazione fascista nessuna proposta quale “uomo

nuovo” italico. Quindi, sostiene Pasquino, che trovandoci di fronte ad una mentalità

tradizionale Dio, Patria e Famiglia, e non ad una codificazione ideologica tipica dei regimi

totalitari; 49

- Il fatto che il potere all’interno del regime fascista non fosse tanto nelle mani di un partito

quanto nelle mani di un singolo leader, e che questo potere politico venisse gestito senza

limiti precisi e codificati in una organizzazione di partito, porta Pasquino a ritenere che si

tratta di un regime autoritario e non totalitario, assimilato a quello di Franco in Spagna e

Salazar in Portogallo;

- Altra caratteristica che Pasquino trova comune a questi tipi di regimi è la lunga durata, in

quanto tendono a durare più a lungo i regimi autoritari che i regimi totalitari.

Ognuno di Voi sulla base delle caratteristiche generali dei sistemi autoritari e dei sistemi totalitari,

potrà farsi l’opinione che ritiene più corretta e sostenerla in sede d’esame…

Analizziamo ora una forma particolare di regime autoritario.

I Regimi Militari

Studiati da Samuel Huntington sotto il nome di pretorianesimo, riferendosi ai “militari” dell’antica

Roma.

Si tratta di regimi autoritari caratterizzati dal pluralismo limitato in cui però i militari rappresentano

il gruppo dominante e in cui un leader militare assume il ruolo di guida del regime autoritario.

Si tratta quindi di una specie di regimi autoritari.

Secondo Pasquino esistono tre fasi di pretorianesimo, a seconda del livello di partecipazione dei

militari al regime autoritario:

I. Pretorianesimo oligarchico. Nel momento in cui la partecipazione politica è solo da

parte di un numero ristretto di militari, si parla di cricche e clan. I governi non sono gestiti

esclusivamente da militari, ma si tratta di governi misti tra militari e civili; il livello di

violenza è particolarmente contenuto.;

II. Pretorianesimo radicale . In cui la partecipazione dei militari è più ampia, anche il livello

intermedio dei militari partecipa ed è direttamente coinvolta. C’è una tendenza dei militari

a cercare di avvantaggiare la classe media borghese, ed il livello di violenza in genere è

rivolta nei confronti delle classi popolari a difesa delle classi medie. Quindi, le classi

popolari si organizzano per rivoltarsi contro questo regime, però di fatto il sostegno della

classe media continua ad essere presente nei confronti dei militari. I governi sono

comunque misti, sono ancora presenti dei civili;

III. Pretorianesimo di massa . In cui la partecipazione politica è estesa alle masse popolari

organizzate in partiti di sinistra oppure mobilitate in movimenti anche populisti. I militari

sono massicciamente coinvolte nelle attività di governo, in tutte le sue forme e bloccano

l’accesso al potere sia delle classi popolari, le quali non hanno più alcuna possibilità di

organizzazione. I militari sono l’unica forma di potere politico all’interno di questo sistema.

Per quanto riguarda le possibilità di uscire da un regime militare, Pasquino ne individua

principalmente tre:

- la sconfitta politica dei militari che molto spesso deriva da una sconfitta militare in guerre

internazionali. Pasquino fa l’esempio dei generali argentini nell’82 alle Falkland contro la

Gran Bretagna. E ritiene che la sconfitta subita da un’altra potenza generi una

delegittimazione del potere interno;

- il disimpegno volontario dei militari. Il fatto che percependo una sempre crescente

ostilità della società (Thailandia o Brasile nel 1982); 50

- golpe nel golpe. Sostituzione degli ufficiali intervesti ad opera di ufficiali costituzionalisti

che si impegnano a restituire il potere ai politici.

Regimi burocratico-autoritari.

Assimilabili a questo tipo di regimi autoritari sono i regimi burocratico-autoritari, la cui

caratteristiche sono formulate dall’autore O’Donnell:

- una base sociale composta da una borghesia oligopolistica e transnazionale, per cui di

fatto una classe borghese che ha una importanza rilevante;

- un ruolo decisivo dei militari;

- esclusione delle classi popolari dalla partecipazione politica;

- l’aumento delle disuguaglianza sociali ed economiche;

- strutture produttive “transnazionalizzata”; molto spesso all’interno di questi regimi militari, il

potere dei militari tenderà ad introdurre all’interno del paese aziende multinazionali che si

porranno come un potere sia economico che politico sul territorio, togliendo la possibilità

agli abitanti locali di organizzarsi, perlomeno in ambito economico;

- è presente solamente una rappresentanza politica dei militari.

Va detto che questa definizione di O’Donnell tende a fornire ulteriori elementi rispetto alla

definizione di Huntington caratteristici dell’america Latina. Per cui, tutta quanta questa serie di

circostanze ulteriori, rispetto alla classificazione del pretorianesimo di Huntington, si vengono a

verificare piuttosto frequenti all’interno dell’america latina. 51


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nadia_87

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Massari Oreste.

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