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I REGIMI DEMOCRATICI

La democrazia è la forma politica che ha mostrato nel tempo le maggiori capacità di

adattamento a condizioni diverse, le maggiori capacità di apprendimento e le

maggiori potenzialità di trasformazione. Attualmente i regimi democratici esistenti

presentano una grande varietà di strutture e di modalità di funzionamento. E’ ovvio

che un conto sono le democrazie reali ed un altro discorso sono le teorizzazioni sulla

democrazia. Per questo vi è insoddisfazione nei confronti delle democrazie esistenti e

ciò spiega perché è nei regimi democratici che si assiste ai tentativi più frequenti e

più incisivi di riforme istituzionali, politiche e socio-economiche. Le più recenti

ondate di democratizzazione hanno portato alla costruzione del maggior numero di

regimi democratici mai esistiti e ciò è avvenuto anche in aree geografiche ed in

ambiti culturali fino a tempi recenti considerati poco ricettivi, se non

fondamentalmente ostili, alla democrazia. Si distingue

fra democrazie liberali e democrazie elettorali. Nelle democrazie liberali si

avviene che:

- i diritti civili e politici sono riconosciuti e tutelati

- si è affermato e viene rispettato il governo della legge (rule of law)

- la magistratura è indipendente e, allo stesso modo, sono indipendenti

molte autorità amministrative

- si è sviluppata una società pluralista e vivace con mezzi di

comunicazioni non soggetti a controllo governativo

- i civili esercitano il controllo sui militari

Nelle democrazie elettorali, invece, certamente si vota, ma uno o più dei principi

sopra elencati non sono rispettati e vengono frequentemente violati.

Dalla definizione di democrazia data da Schumpeter si può individuare con

precisione quali regimi sono democratici e quali no, ma si può anche valutare come

un regime democratico accresca e riduca la sua democraticità.

Secondo Schumpeter dunque:

il metodo democratico è quell’assetto istituzionale per arrivare a decisioni

politiche nel quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una

lotta competitiva per il voto popolare.

Fra i requisiti indispensabili per il voto, il primo è che il corpo elettorale deve essere

definito in maniera tale da includere tutti i cittadini senza alcuna discriminazione

l’età.

tranne, è il punto di arrivo delle democrazie contemporanee, Oggi non è più

necessario, in nessun luogo, quando inizia il processo di democratizzazione,

combattere la battaglia per il riconoscimento del diritto di voto. Paradossalmente,

però, questo vantaggio determina una minore necessità di mobilitazione dei cittadini,

così si spiega per esempio l’ampio astensionismo dei paesi dell’Europa centro-

E’

orientale. ovvio che per la democrazia il solo voto non è sufficiente: Dahl ha

redatto un accurato elenco dei requisiti per la creazione di un regime democratico ed

è costruito sulle garanzie necessarie da conferire ai cittadini e sui diritti da

promuovere e da proteggere affinché le loro preferenze incidano effettivamente

sull’azione dei governanti prescelti secondo le modalità suggerite da Schumpeter.

Con riferimento a questo schema, Dahl ha sottolineato che è utilizzabile per valutare

i processi storici di democratizzazione e quindi per classificare i diversi sistemi

politici. Lo schema può servire altresì a distinguere due dimensioni: quella

della contestazione nei confronti delle autorità e quella della partecipazione

influente. Il procedimento di allargamento delle opportunità di contestazione è

definibile come liberalizzazione e conduce dai regimi chiusi alle oligarchie

competitive. Il procedimento di allargamento delle attività di partecipazione è

e conduce a regimi per l’appunto che includono, nei quali

definibile come inclusività

tutti o quasi hanno la possibilità di partecipare. Ma che non sono necessariamente

regimi competitivi allorquando il potere continua ad essere controllato dalle elite

dominanti. La democratizzazione discende dalla congiunzione dei due processi:l

iberalizzazione ed inclusività. Il suo esito consiste nella creazione di regimi

che Dahl definisce poliarchie, usando un termine di origine greca, poiché di questi

regimi nessun gruppo è in grado di egemonizzare il potere politico che, invece, è

relativamente diffuso fra una pluralità di detentori. Se il sistema politico soddisfa i

requisiti indicati da Dahl e rispetta le garanzie ed i diritti per i cittadini e per i gruppi,

la democrazia in entrata, quella che riguarda le preferenze espresse dai diversi

soggetti politici, è sostanzialmente conseguita. Nel corso del tempo, questa

democrazia potrà essere integrata ed arricchita dal ricorso a forme di democrazia

diretta, quali le petizioni e, in particolare, i referendum. A questo punto, si apre il

problema della democrazia in uscita, vale a dire del grado di controllabilità delle

decisioni prese dai governanti, di identificabilità delle loro responsabilità specifiche,

di revisione delle decisioni, anche attraverso i referendum, di rispondenza specifica

ovvero generale alle preferenze dei cittadini. In questo caso, come abbiamo visto,

gioca un ruolo essenziale il perseguimento della rielezione e quindi la paura della

sanzione da parte dell’elettorato, inoltre i perdenti imbastiranno una seria opposizione

per convincere l’elettorato della bontà delle loro proposte. Ovviamente il controllo

dell’opposizione sull’operato dei governanti dipenderanno molto dal tipo di

democrazia che è stata costituita. In sostanza la definizione di Schumpeter consente

di cogliere l’essenza del metodo democratico, ovvero le condizioni politiche

fondamentali per l’affermarsi di un regime democratico competitivo. A loro volta i

requisiti individuati da Dahl e le garanzie da lui ritenute indispensabili specificano i

passaggi politici cruciali attraverso i quali si perviene alla democrazia

e la si mantiene. E’ successo in

di Schumpeter alcuni casi che il punto di partenza

del processo di trasformazione politica è rappresentato da un regime che non è né

specificamente autoritario né, tanto meno, rigidamente strutturato come tale, ma è

semplicemente non democratico: il regime si mantiene non tanto grazie alla

repressione, ma grazie alla tradizione in quanto ha sempre ottenuto una obbedienza,

più o meno passiva. Al contrario Dahl e Lindblom, hanno continuato a interrogarsi

sugli inconvenienti che il capitalismo produce per i regimi democratici, soprattutto

per la loro qualità, specie per quanto riguarda lo squilibrio di potere a favore dei

capitalisti. Tuttavia, è giusto altresì mettere in rilievo come i sistemi economici del

socialismo realizzato abbiano implicato una concentrazione ancora maggiore di

potere economico nelle mani dei detentori del potere politico, con la conseguente e

assoluta impossibilità di costruire qualsiasi forma di regime democratico.

In generale il sistema, internazionale opera come fattore facilitante oppure debilitante

di tendenze democratiche pre-esistenti. In generale possiamo dire che il dominio

positivo, vale a dire la probabilità che la costruzione di un regime democratico

eserciti influenza in questo senso sugli altri sistemi politici della stessa area

geografica, è più frequente del dominio negativo, del processo attraverso il quale il

crollo/fallimento di un regime democratico trascini con sé gli altri regimi democratici

della stessa area.

Huntington ha individuato tre ondate di democratizzazione e due ondate di

riflusso:

- prima ondata di democratizzazione 1828-1926

- prima ondata di riflusso 1922-1942

- seconda ondata di democratizzazione 1943-1962

- seconda ondata di riflusso 1958-1975

- terza ondata di democratizzazione dal 1974

Oggi la percentuale degli stati democratici appare la stessa, 45% di quella esistente

alla fine della prima ondata di democratizzazione. Opportunamente, Huntington si

interroga sulle diverse condizioni che danno origine alle tre ondate. Collega la prima

ondata ad un insieme di condizioni socio-economiche: industrializzazione,

urbanizzazione, emergere della borghesia e della classe media, comparsa della

classe operaia e sua organizzazione, graduale riduzione delle disuguaglianze

economiche. Mette in relazione la seconda con fattori politici e militari: vittoria

degli alleati nella seconda guerra mondiale avvio dei processi di

decolonizzazione. Propone una spiegazione molto più articolata e differenziata per la

terza ondata, fondandola su un fattore generale definibile come apprendimento: ben

ventitré dei ventinove paesi in oggetto avevano avuto esperienze precedenti con la

democrazia, anche se brevi e/o marginali. Poi individua cinque mutamenti

responsabili della terza ondata di transizioni alla democrazia. Sono, da soli

oppure in combinazione, i seguenti:

- la crisi di legittimazione dei regimi autoritari

- una crescita economica senza precedenti

- il nuovo ruolo della chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II

l’impatto della comunità europea sui regimi autoritari dell’Europa

- meridionale, il ruolo delle politiche per la tutela e la promozione dei diritti

umani e lo spettacolare tentativo di Gorbaciov di trasformare i regimi

comunisti

l’effetto di contagio

- (o effetto domino) dei processi di

democratizzazione

Oggi nonostante i molti limiti dei paesi a giovane democratizzazione si crede che il

prossimo riflusso sarà piuttosto debole ed inoltre, altri paesi sono vicini ad una

transizione democratica. Molti paesi di giovane democratizzazione appartengono

all’Europa centro-orientale e ciò costituisce come una specie di zoccolo duro della

democrazia.

Utilizzando alcuni indicatori socio-economici quali reddito pro capite, grado di

istruzione, tasso di urbanizzazione, livello di industrializzazione, esposizione ai

mezzi di comunicazione, Lipset sostenne che sono i sistemi socio-economici più

sviluppati quelli che riescono a creare e a mantenere un regime democratico (lo

studio, degli anni sessanta, era legato ai processi di decolonizzazione e alla difficoltà

alla democrazia dei paesi latino americani). Non era chiaro tuttavia se Lipset si

limitasse a sostenere di avere individuato delle correlazioni, per quanto consistenti

e significative, fra un determinato livello di modernizzazione socio-economica e

l’esistenza di un regime democratico, oppure se intendesse stabilire fra loro una

relazione di causa/ effetto. Nel secondo caso, infatti, si potrebbe formulare una

legge, di natura probabilistica secondo la quale tutti i sistemi socio economici che

sorpassino un certo livello di industrializzazione, alfabetizzazione, urbanizzazione e

reddito pro capite daranno vita a regimi democratici e, secondo la quale, viceversa,

tutti i regimi che sono diventati democratici devono questa condizione

essenzialmente al fatto che i loro sistemi socio-economici hanno superato quelle

soglie di sviluppo. Secondo alcuni autori, non sono tanto le caratteristiche aggregate

che contano per l’affermazione della democrazia,

del sistema socio-economico

l’assenza di squilibri e disuguaglianze di grande portata fra i

quanto piuttosto

vari gruppi sociali. Grandi disuguaglianze di potere socio-economico non possono

coesistere con un regime politico nel quale il potere politico dovrebbe essere

distribuito in maniera relativamente egualitaria e, comunque, non a disposizione

quasi esclusiva dei detentori di risorse socio-economiche. Si noti che è possibile

sostenere anche il contrario, vale a dire che la democrazia mira a ridurre e a

contenere le disuguaglianze socio-economiche: i voti che controbilanciano le

risorse, e che, se non vi riesce, apre la strada al suo svuotamento e a esiti

potenzialmente autoritari. Altri studiosi hanno sostenuto che non conta tanto il

livello specifico di sviluppo socio-economico quanto le modalità con le quali è

stato perseguito e conseguito. Il tentativo di ottenere sviluppo socio-economico in

maniera accelerata impone di fare leva su metodi autoritari e, di conseguenza, è

destinato ad avere effetti tanto destabilizzanti sul sistema politico da non riuscire a

condurre ad un regime democratico. D’altro canto, è stato sostenuto che soltanto un

regime autoritario o totalitario, in special modo quando gode di sufficiente stabilità

politica, può concentrare sufficiente potere per produrre quella accumulazione

primitiva indispensabile ad un accelerato sviluppo economico. Nell’arco di una

generazione politica, però, gli autocrati perdono interesse a produrre sviluppo

e diventano predoni, cioè si appropriano della maggiore quantità possibile di risorse

prodotte dalla società, causandone l’impoverimento, mentre i governanti democratici,

volendo continuare ad ottenere il potere politico attraverso il consenso elettorale,

hanno un interesse specifico e prevalente a proteggere i cittadini, le loro proprietà e le

loro capacità di produrre ricchezze senza espropriarli (Olson).

Huntington ha ripreso le idee di Lipset analizzando il prodotto nazionale lordo

procapite ed ha trovato una effettiva correlazione. I dati trovati sembrano così

cogenti da trasformare in rapporti di causa ed effetto quelle che in linea di principio

continuano apparire come delle correlazioni. Da un altro, ma simile, punto di vista, la

tesi di Lipset è stata significativamente riformulata da Przeworski e Limongi sotto

due aspetti e, poi, più ampiamente da Przeworski. Il primo aspetto riguarda la nascita

dei regimi democratici che, secondo un’approfondita analisi delle condizioni socio-

economiche, non sembrerebbe essere da queste influenzata: le democrazie

compaiono casualmente rispetto ai livelli di sviluppo, ma muoiono nei paesi più

poveri e sopravvivono nei paesi più ricchi. Il secondo aspetto riguarda la capacità

di durata delle democrazie. Non sarebbero i regimi democratici che sperimentano uno

sviluppo rapido ad entrare in crisi, come scrisse Lipset, poi seguito da numerosi

autori:quel che destabilizza i regimi sono le crisi economiche, e le democrazie, in

particolare le democrazie povere, sono estremamente vulnerabili in conseguenza

di cattive prestazioni economiche. Tutti, quindi possono diventare democratici, ma

solo i più ricchi hanno maggiore probabilità di rimanere democratici, a prescindere

dalla distribuzione più o meno egualitaria della ricchezza. I paesi ricchi possono

attingere a riserve per fronteggiare le crisi economiche; nei paesi poveri una crisi

economica può chiamare rapidamente in causa lo stesso regime democratico, le sue

istituzioni, le sue regole e le sue procedure, alle quali si finisce per addebitare

l’incapacità di fronteggiare la crisi e di rispondervi e delle quali si chiede/si accetta la

trasformazione in senso autoritario.

Possiamo allora affermare che i regimi democratici tendono anche ad essere

regimi socio-economicamente sviluppati, mentre i regimi autoritari tendono ad

essere meno sviluppati, ma esibiscono disuguaglianze spesso molto pronunciate fra

un ristretto strato sociale privilegiato e la grande maggioranza della popolazione.

Inoltre, come ha scritto efficacemente Huntington, lo sviluppo economico rende

possibile la democrazia, la leadership politica la realizza. La casualità riguarda,

dunque, la possibilità che esista ovvero faccia la sua comparsa una leadership,

individuale o collettiva, capace e democratica. Va inoltre ricordato che, una volta

comparsi, i regimi democratici che mostrano capacità di consolidamento e di durata

sono, a prescindere dal ritmo dello sviluppo, quelli insediati nei paesi più ricchi.

Possiamo quindi affermare che un buon livello di sviluppo socio-economico

garantisce al regime democratico già esistente maggiori opportunità di

il caso deviante dell’India

sopravvivenza. Lijphart ha inoltre spiegato dove le

profonde divisioni etniche, religiose, sociali, che metterebbero in pericolo qualsiasi

democrazia, ovvero impedirebbero ad un simile regime di emergere, sono controllate

e ricompensate dal comportamento consociativo delle elite indiane che bloccano,

Un’ultima

in questo modo, le tendenze centrifughe e preservano la democrazia.

considerazione generale appare importante. Una volta che i regimi non democratici

siano stati indeboliti, anche da avvenimenti di tipo politico, come una crisi di

successione, una riduzione di legittimità, una sconfitta militare, sarà più facile

costruire e mantenere un regime democratico qualora quei regimi autoritari

avessero/abbiano già conseguito un buon livello di sviluppo economico.

I regimi democratici esibiscono notevoli diversità strutturali che attengono ai loro

sistemi istituzionali (presidenziale, semipresidenziale, parlamentare,

direttoriale), politiche (bipartitici o multipartitici), e funzionali che concernono, per

l’appunto il loro funzionamento ed il loro rendimento.

Per spiegare le differenze di funzionamento e di rendimento dei regimi

democratici e la natura dei loro problemi sono stati suggeriti ed utilizzati nel

corso del tempo numerosi criteri. Per un periodo per spiegare le differenze di

funzionamento e di rendimento dei regimi democratici e la natura dei loro

problemi si è utilizzato il criterio della stabilità dei governi. Si è visto,

tuttavia, che la straordinaria instabilità dei governi italiani costituiva

semplicemente una valvola di sfogo/sicurezza per accompagnare i mutamenti

possibili senza destabilizzare la democrazia. Considerata la

stabilità/instabilità dei regimi democratici come variabile dipendente, la

variabile indipendente, cioè esplicativa, venne individuata nella cultura

politica: i sistemi politici dotati di cultura politica omogenea e

secolarizzata darebbero origine a regimi democratici stabili (democrazie

anglosassoni); i sistemi politici con una cultura politica eterogenea e

frammentata darebbero origine a regimi democratici instabili (democrazie

continentali).

Noi stiamo cercando dunque di misurare, se così si può dire, la democrazia. Ma da

che cosa è caratterizzato il rendimento di una democrazia? Dalla libertà che riesce a


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Venturino Fulvio.

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