Ambivalenza del rapporto politico
Considerata a lungo come arte suprema del “bene vivere”, come scienza coordinatrice e architettonica della convivenza umana, la politica viene ridotta da Machiavelli a mero strumento di dominio, da Hobbes a pura “grammatica dell'obbedienza”, da Locke a semplice assicurazione sulla vita e sugli averi. Esiste una mobilità spazio-temporale del fenomeno politico. Mentre in tutta una grande fase della storia il dato preminente è stato il rapporto tra politica e religione, in una fase successiva è divenuto sempre più significativo il rapporto tra politica ed economia.
Il rapporto di tipo politico, come rapporto sempre interpersonale e intersoggettivo, è caratterizzato da una fondamentale ambivalenza. La politica accomuna coloro che vivono politicamente, quindi non “io” ma “noi”. Se per un verso aggrega e integra, per un altro verso la politica esclude: il rapporto politico è un rapporto chiuso che comprende gli amici ma esclude chi non fa parte di quella certa comunità, il quale è straniero, fuori dei confini fisici e affettivi del gruppo, e perciò nemico. Il nesso tra politica, amicizia e inimicizia è di lunga data nella storia delle idee. Da tale nesso emerge la centralità della riflessione sul concetto di conflitto, con la sua manifestazione estrema che è la guerra.
Qui si pongono due orientamenti antitetici. Nel pensiero politico troviamo sia concezioni che hanno visto e sostenuto l'esistenza di una grande stagione di armonia tra gli uomini, prima che la collettività precipitasse in uno stato di perenne tensione; sia concezioni che hanno visto e indicato un traguardo di armonia universale e definitiva, una volta rimossi drasticamente certi grandi fattori di divisione e scontro. Alcuni filoni, quindi, collocano “l'età dell'oro” del genere umano in un tempo remoto del nostro passato; mentre altri la immaginano in un inevitabile futuro.
Lungo il corso del pensiero politico, c'è un ampio arco di dottrine per le quali il conflitto è un fattore di segno radicalmente negativo, costituisce una patologia collettiva da eliminare dal territorio politico. L'orientamento antitetico assume il conflitto come l'essenza autentica, esclusiva e ineliminabile della categoria del politico. Per Schmitt, nemico è un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente e che si contrappone a un altro raggruppamento umano dello stesso genere, e la distinzione amico-nemico è immanente a ogni comportamento politico. L'orientamento del primo tipo è di genere prescrittivo, indica come le cose dovrebbero andare, mentre il secondo è di genere descrittivo, indica come le cose vanno.
Per alcune dottrine riferibili al primo orientamento la realizzazione definitiva nella storia coincide con la fine della politica. Per Engels l'intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso; quindi lo stato non viene abolito ma si estingue. Ma questi ragionamenti evidenziano solo una parte della realtà, e trascurano il carattere di ambivalenza della condizione politica: se ogni sintesi politica per un verso è esclusiva, per un opposto verso è inclusiva; non c'è solo l'interazione tra amico e nemico, ma anche tra amico e amico. È l'idea di solidarietà che precede l'evento della esclusione e la possibilità del conflitto (se prima non si formano i raggruppamenti sulla base delle rispettive solidarietà, non è possibile la lotta tra i raggruppamenti).
Prima ancora del rapporto tra uomini, il conflitto è una condizione che riguarda l'individuo: non c'è solo il conflitto inter-personale ma c'è anche il conflitto intra-personale, ove il proprio io viene percepito come nemico. Ci sono pratiche corporali e spirituali per il superamento completo della situazione intra-conflittuale, ma l'analisi della realtà suggerisce comunque che sul terreno politico, inter-soggettivo, l'eliminazione completa e definitiva del conflitto esprime un'impossibilità.
Guerra e pace
Il concetto politico di nemico può riguardare un conflitto interno (si sviluppa entro una comunità con una sua identità statuale) o un conflitto internazionale (riguarda il conflitto tra comunità statuali). La guerra è un conflitto tra gruppi politici rispettivamente indipendenti o consideratisi tali, la cui soluzione viene affidata alla violenza organizzata. Violenza organizzata perché il concetto di guerra non comprende esplosioni di violenza sporadica, non durevole e accidentale. È possibile costruire una tipologia a quattro voci della guerra: la guerra esterna tra Stati sovrani o guerra internazionale; la guerra entro uno Stato o guerra civile; la guerra coloniale o imperialistica; la guerra di liberazione nazionale.
I problemi sono numerosi. Uno riguarda il rapporto tra politica e guerra. All'interpretazione della guerra come evento inevitabile, si deve contrapporre la visione della guerra come evento possibile. Un certo filone di pensiero parla ormai di guerra impossibile, in connessione con l'equilibrio del terrore nucleare. Ma la nascita dell'era atomica, con la fine della seconda guerra mondiale, non ha chiuso la stagione delle guerra convenzionali, cioè delle guerre condotte con armi non nucleari. La testimonianza sulla quale si basa la tesi della necessità dell'esito bellico è fondata sul fatto che le guerre ci sono sempre state. Ma questa prova non è un fattore decisivo: che ci siano state sempre guerre non implica che ci siano state tutte le guerre che avrebbero potuto esserci.
La controprova decisiva è: le guerre sono tanto poco necessarie che l'uomo ha scoperto da millenni un'istituzione atta a impedirle, cioè la monopolizzazione della forza. Il problema vero è quello del tasso di probabilità. Il quesito essenziale riguarda la capacità della sintesi politica di espandersi nel tempo e nello spazio. Il riferimento limite è costituito da quella forma politica che è l'impero, come organizzazione politica vocazionalmente universale. Può l'impero annullare l'ambivalenza della politica risolvendo ed esaurendo i rapporti pubblico nella “amicizia”? C'è chi dà una risposta negativa: si può avere solo un minimo di due sintesi politiche, in reciproca opposizione, ma mai una sola, perché quando ciò si avvera il sistema politico unico si autodistrugge.
Se la soluzione cosmo-politica è raggiunta non mediante consenso ma per conquista e dominazione, l'inimicizia diventa interna; se gli impero nascono da un'entità politica solidale, la loro estensione e potenza segna l'inizio della decadenza, perché è la loro stessa estensione a erodere quella solidarietà. Neanche l'ipotesi universale dell'impero, quindi riesce a rendere il tasso di probabilità della guerra tanto modesto da avvicinarlo a zero. Un'altra inferenza, oltre a quella che vede la guerra come inevitabile, è che sia lecito esaurire la collocazione dei differenti stati in cui si articolano e manifestano le interazioni e le rapportualità politiche, entro un continuum politica-guerra.
In un contesto del genere la pace diventa non definibile “in positivo”. Se la guerra è inevitabile, allora la pace rappresenta solo una parentesi tra una guerra e l'altra. Il discorso sulla pace definibile solo “in negativo” nasce da un errore metodologico: non è logicamente e metodologicamente coerente ricavare l'impossibilità di una definizione “in positivo” da un accertamento di “infrequenza”. Infatti, i problemi di definizione non vanno confusi con i problemi di misurazione. Dunque il continuum idoneo è quello pace-politica-guerra.
Così come la lotta armata tra unità politiche organizzate dà luogo a una guerra esterna, la guerra civile è lotta armata all'interno di un'unità organizzata. Un tipo particolare di guerra civile è la rivoluzione: questa può essere definita come guerra interna nella quale prevalgono i fautori di un profondo cambiamento. Il rischio della guerra civile è la distruzione per disintegrazione della sintesi politica. Lo strumento per evitarlo è il monopolio legittimo della forza. C'è chi sostiene che l'area interna alla sintesi politica è quella dove regnano la pace e il diritto; la pace vera è solo quella che regna tra amici. Ma il carattere pacifico delle relazioni politiche interne non è sempre così scontato e senza residui: altrimenti diverrebbe superfluo il monopolio della forza.
Principio di risoluzione dei conflitti
Le relazioni intersoggettive sono di vari tipi: un rapporto familiare (es. genitori-figli), rapporto economico (es. compratore-venditore), un rapporto sociale (es. studente-docente), ecc. Rispetto a tutte queste, la particolarità del rapporto politico è data dal suo includere costitutivamente un elemento coattivo e coercitivo, ricorso alla forza fisica e limitazioni alla libertà di individui e gruppi, fino all'estremo atto dell'uccisione/soppressione. Non vuol dire che i rapporti di tipo familiare, sociale, economico, ignorino completamente questo modo di impostare l'interazione tra soggetti. Infatti, in quei rapporti può esserci l'elemento coattivo, mentre il rapporto politico non può esistere indipendentemente da esso. La ragione è che l'idea di politica include l'idea di nemico.
Le occasioni conflittuali sono innumerevoli e possono raggiungere e superare limiti tali da mettere a repentaglio continuità, integrità e sopravvivenza stessa della intesi politica. Di fronte a questa situazione, la politica come prospettiva integrativa e aggregativa risponde con l'istituzionalizzazione di un principio di risoluzione pacifica dei conflitto interni. Tale principio non è lo stesso per tutto i regimi politici, ma tutti i regimi fanno riferimento a un principio del genere (tranne quelli totalitari). Es. il criterio maggioritario (temperato dalle garanzie per le minoranza) è il principio tipico della democrazia rappresentativa: si assume e si accetta pacificamente che la sintesi politica sarà guidata dall'ipotesi che ottiene maggiori suffragi. L'ereditarietà aristo-monarchica, a sua volta, è un principio funzionale nell'ottica della pace interna.
“Le occasioni conflittuali possono superare certi limiti”. L'espressione ha due significati fondamentali. Il primo pone in evidenza un riferimento empirico: ci sono situazioni di conflitto che possiamo considerare di portata tale da produrre sulla sintesi politica gli esiti indicati sopra, mentre ci sono conflitto che non giungono a tanto, e ci sono conflitto che rimangono limitati e conclusi nella loro area originaria senza debordare in campo politico. Questi ultimi sono considerati politicamente differenti, adiaphora. Il secondo significato dell'espressione è soggettivo: accadimenti e orientamenti culturali o economico o esistenziali che appaiono politicamente indifferenti per un regime non solo tali per un altro. Da qui si ricava che un criterio per distinguere e comparare i regimi politici è quello relativo al loro modo di giudicare e valutare la significanza politica o meno dei conflitti. Più un regime politico tenderà a giudicare politicamente significativo il conflitto sociale, culturale, economico, esistenziale, più sarà portato, a parità di condizioni, a intervenire nel processo sociale, economico, culturale, nella vita dei singoli.
La forza tra potere e autorità
Si parla di monopolio della forza perché si attribuisce a un soggetto istituzionale presente e operante nella sintesi politica, e solo a esso, il titolo a organizzare e gestire la forza, per assicurare l'ordine civile e la pace interna. Si parla di monopolio legittimo per sottolineare che il soggetto istituzionale viene assunto rappresentare l'interesse generale nei confronti degli interessi particolari. Questo è ciò che legittima il monopolio della forza: se non ci fosse questa premessa generalistica, tutti gli interessi particolari continuerebbero ad acquisire mezzi bellici o comunque violenti per affermarsi nelle innumerevoli situazioni conflittuali.
La storia del pensiero distingue tra filoni che vedono il potere politico e l'autorità politica come espressione di un qualche contratto sociale, la cui stipulazione fa passare gli uomini da uno stato di natura a uno stato di società, e filoni che assumono la originarietà dello stato di società, per cui quest'ultimo stato è l'unica e sola condizione dell'uomo. All'interno del campo contrattualistico, c'è chi considera il passaggio dallo stato di natura allo stato di società come un evento storico realmente accaduto; chi vede nel contratto un mezzo giuridico-politico per imporre limiti a chi detiene il potere. In virtù del contratto gli uomini rinunciano definitivamente a favore del potere a tutte le loro libertà naturali, per averne in cambio sicurezza, oppure rinunciano solo nei limiti necessari a garantire la vita comune.
Sui contenuti dell'interesse generale c'è controversia, e ne consegue che occorre grande cautela nell'uso di tale espressione, anche perché storicamente essa è servita non di rado a giustificare prevaricazioni. Un quesito è: è il monopolio che produce legittimità o viceversa? La prima tesi è sostenuta rilevando che solo chi ha il monopolio della forza (cioè il più forte) vede la sua forza diventare legittima. L'altra tesi individua invece nell'idea di bene comune il principio costitutivo della politica. In questo contesto, il potere ha un carattere secondario, nel senso che non è l'elemento fondante della politica: esso non è un bene comune ma una necessità comune.
La nozione di potere ha una duplice valenza. Esistono un concetto relazionale di potere e un concetto istituzionale. Sotto il primo profilo, il potere è una relazione tra unità sociali tale che il comportamenti dell'unità sociale R dipende dal comportamento dell'unità sociale P. se distinguiamo tra esercizio del potere e possesso del potere, diremo che: P esercita potere su R affinché non faccia per sé e solamente se P influenza R a non fare per o impedisce a R di fare per o punisce R per aver fatto per; P ha potere su R affinché non faccia per sé e solamente se P ha influenza su R affinché non faccia per o preclude a R la possibilità di fare per o rende punibile per R il fare per.
Concetto istituzionale di potere: il potere ha potere ed esercita potere. Il potere qui diventa un processo (una successione di interazioni) e un sistema (un complesso di interazioni tra strutture e funzioni). L'esperienza potestativa fa riferimento e si applica a una molteplicità di livello, politici e non politici. Il potere politico è quella specifica realtà istituzionale alla quale pertiene in forma esplicita il ricordo di ultima istanza alla coazione per il mantenimento dell'ordine civile e della pace interna, monopolizzando a tal fine la forza.
Accanto al concetto di potere è importante individuare il concetto di autorità. Essa ha due elementi costitutivi: il primo è l'elemento consensuale (l'autorità è la facoltà di stimolare e attrarre l'altrui consenso); il secondo elemento è quello assiologico (sottolinea che l'autorità è l'ascendente di qualcuno su qualcun altro come risultato della conformità al sistema di valori della comunità alla quale entrambi appartengono).
La legittimità è la proprietà del potere politico di essere visto e accettato come il più idoneo e conveniente per la sintesi politica, i cui membri in conseguenza gli accordano sostegno. La legittimità riguarda il giusto titolo a detenere il potere, mentre la legalità riguarda l'esercizio del potere secondo leggi stabilite. Tornando al dilemma se è il monopolio della forza che genera legittimità, secondo qualche autore, il problema della legittimità non sembra essere esistito presso i greci. L'idea di legittimità sembra apparire più tardivamente, in seguito alla convergenza di più preoccupazioni: ricerca da parte dei giuristi romani di una fonte ultima dell'autorità; apparizione tra i cristiani di una teoria del diritto divino; costumi germanici tra i quali l'usanza della successione ereditaria si fonde con l'elezione da parte dei notabili e del popolo. C'è invece chi sostiene che da Platone e Aristotele, l'idea se non il termine legittimità ha sempre avuto un'importanza di primo piano nella riflessione politica.
Che un esplicito dibattito dottrinale e politico in tema di legittimità emerga solo in una fase relativamente avanzata delle storia umana, si può convenire. Ciò però non toglie che le credenze e i comportamenti connessi a una visione del potere come autorità risalgono molto indietro nel tempo. Nel corso complessivo della storia abbiamo conosciuto una molteplicità di fonti della legittimità (la divinità, la durata storica, il carisma, il popolo, la ragione come capacità di cogliere l'interesse generale), a volte allo stato puro e più spesso in reciproca combinazione. Quando le aggregazioni politiche hanno avviato e poi realizzato la monopolizzazione della forza, esse non hanno percepito la possibilità di un monopolio della forza da parte di un potere non legittimato a ciò. Il monopolio della forza nasce come monopolio legittimo, affidato non al potere ma all'autorità. Solo in un tempo relativamente recente, come prodotto della progressiva desacralizzazione del potere, si tende a realizzare la scissione tra potere e autorità, tra potere e legittimità, tra legalità e legittimità.
-
Riassunto esame scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Lineamenti di scienza politica, Fisichella
-
Riassunto esame Scienza Politica, prof. indefinito, libro consigliato Scienza Politica, Fisichella
-
Riassunto esame Scienza politica, prof. Nevola, libro consigliato Democrazia, costituzione, identità, Nevola
-
Riassunto esame Scienze Politica, prof. Nevola, libro consigliato La Scienza Politica, di Cotta, Della Porta, Morli…