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temperato. Criterio decisionale e selettivo della democrazia non è il principio maggioritario estremo ma è il

principio maggioritario temperato dalle garanzie per le minoranze. Il principio maggioritario estremo postula che

solo la maggioranza conta, e il potere di essa può essere illimitato. Perché preferire il principio maggioritario

temperato? La prima risposta è che nel principio maggioritario estremo si fa coincidere la quantità con la qualità,

la forza del n° con la forza della ragione. Non c'è un motivo per cui la maggioranza, solo perchè tale, sia nel giusto

e la minoranza, solo in perchè tale, sia nel torto. Ecco allora l'esigenza di tutelare la minoranza. Inoltre, proprio

perchè la minoranza può non essere nel torto, le si deve consentire di diventare maggioranza nel corso di una

pacifica competizione, ciò che sarebbe impossibile senza garanzie. 8°: le regole democratiche permettono al gioco

politico il dispiegarsi di un dissenso che è comparativamente superiore a quello permesso da qualunque altro

regime politico, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo. 9°: molteplicità delle arene. La politica è solo una

delle dimensioni dell'espe4rienza individuale e collettiva. Ciò significa che il gioco dei rapporti intersoggettivi si

può svolgere sia nell'arena politica sia nelle arene extrapolitiche. Inoltre a sua volta l'arena politica può essere

vista come articolata in più arene: elettorale, partitica, sindacale, parlamentare, governativa, ecc. Questa pluralità

di arene si prefigge di impedire che un solo attore riesca a prevalere in tutte le arene e ciò è congruente con il

precetto democratico “tutto il potere a nessuno”. 10°: pluralità dei ruoli, che dà luogo ad appartenenze multiple.

Nella società moderna, che è una società complessa, ogni individuo appartiene a più gruppi, copre quindi più

ruoli. Questa molteplicità di ruoli ha vari effetti in politica. Il più importante è che essa attenua il rischio che il

sistema politico si divida in maniera estrema tra amici e nemici. La presenza di persone in più ruoli rende più

agevole la trasformazione della condizione di nemico in quella di avversario.

I problemi della democrazia

1° problema riguarda l'antropologia democratica. Alle radici della democrazia moderna ci sono due modi di

intendere la posizione dell'uomo nella politica. Una visione è nel senso di un rapporto individuo-stato, senza

intermediazioni, mentre l'altra visione è fondata sul rapporto del tipo individuo-gruppo-stato, e quindi postula

l'intermediazione dei gruppi. Il motivo che sta alla base della scelta a favore della visione del tipo individuo-stato

è enunciato da Sieyès, che sostiene che nell'uomo si possono trovare tre diversi interessi: quello in forza del quale

i cittadini si riuniscono e che dà l'esatta estensione dell'interesse comune; quello in forza del quale un individuo si

associa solo con alcuni dei suoi simili, cioè l'interesse di corpo; quello a causa del quale ognuno si isola, curandosi

solo di se stesso, cioè l'interesse personale. L'interesse in virtù del quale l'uomo si accorda con gli altri consociati è

l'oggetto della volontà di tutti, e l'oggetto dell'assemblea comune. Ogni membro di questa assemblea può però

introdurvi anche gli altri suoi interessi. L'interesse personale non è pericoloso: è isolato. Il maggior ostacolo è

costituito dall'interesse per cui un cittadino si accorda solo con alcuni dei consociati. Ciò permette a costoro di far

lega e ispira loro dei progetti pericolosi per la comunità. Da ciò si sono storicamente create due posizioni non

coincidenti. Una è quella che si ritrova nello stesso Sieyès: poiché il diritto a farsi rappresentare spetta ai cittadini

non in forza delle qualità che li differenziano, ma in forza delle qualità che sono ad essi comuni, ne derivano tre

conseguenze. 1: i cittadini hanno diritto al voto non in quanto appartenenti a gruppi ma in quanto appartenenti alla

nazione, e questo è il motivo per cui i cittadini votano non in collegi di corpo ma in collegi territoriali. 2:

un'assemblea nazionale non deve occuparsi degli affari privati dei cittadini, ma considerarli nel loro insieme dal

punto di vista dell'interesse comune. 3: da ciò discende l'onnipotenza dell'assemblea rappresentativa e da ciò

deriva il monopolio parlamentare della funzione legislativa. L'altra posizione ha invece in Rousseau il suo

riferimento. Anche per lui il perno del ragionamento è l'interesse comune, anche se lui distingue tra volontà di tutti

e volontà generale. La volontà generale riguarda solo l'interesse comune, l'altra l'interesse privato (è una somma di

particolari volontà). Se si toglie dalle volontà particolari quelle che si eliminano tra loro, resterà come risultato la

volontà generale. Quando si creano delle fazioni, delle associazioni particolari la volontà di ognuna di queste

diventa generale in rapporto ai suoi membri e in particolare in rapporto allo stato: si può dire che non ci sono tante

volontà quanti sono gli uomini ma quante sono le associazioni; le differenze diventano meno numerose e danno

quindi un risultato meno generale. Rousseau rispetto a Sieyès rifiuta la rappresentanza. Per lui la sovranità non

può essere rappresentata, essa consiste nella volontà generale e la volontà non è soggetta a rappresentanza: o è

essa stessa o è un'altra, non c'è via di mezzo. I deputati del popolo quindi non sono suoi rappresentanti ma i suoi

commissari. La prospettiva rousseauiana è quella di una democrazia nella quale l'interesse generale si realizza

nella partecipazione diretta dei cittadini alla cosa pubblica, secondo il modello degli antichi. Contro la visione a

due (individuo-stato), le critiche nel corso della storia del pensiero politico moderno sono state ricorrenti. Si è

detto che questo individuo alieno da ogni aggregazione sociale, tutto concluso in se stesso, è un artificio astratto e

carente di realtà. La visione a tre può essere definita visione pluralistica dell'antropologia democratica. Essa

ritiene che anche l'interazione dei gruppi può essere vista come parte del processo di delineazione dell'interesse

generale. Il gruppo è funzionale all'individuo, ne potenzia il suo essere persona, pur avendo il gruppo stesso una

sua autonomia di ruolo come soggetto sociale e soggetto politico.

2° problema riguarda il rapporto tra politica visibile e politica invisibile. La democrazia postula una politica tutta

visibile, cioè aperta al controllo, alla valutazione, al giudizio dei cittadini. Ma una politica completamente visibile

è impossibile. Neanche la democrazia sfugge e si sottrae completamente all'ambivalenza della politica, compresa

la tentazione di privilegiare l'amico, a danno di chi tale non è considerato. Da questo punto di vista, l'impegno che

la democrazia può assumere sta nello sforzo di ridurre il più possibile l'area della politica invisibile a favore della

politica visibile, senza però illudersi che la prima possa venire completamente eliminata. Nell'assenza di un

ordinamento giuridico internazionale paragonabile agli ordinamenti interni, lo stato ha il compito di difendersi

contro i nemici esterni. Ciò significa che esistono anche per gli stati democratici argomenti e campi destinati al

riserbo, che non possono essere resi di dominio pubblico, a pena di porre a repentaglio la sicurezza nazionale:

alleanze internazionali, azioni dei servizi di sicurezza, impostazioni militari. Se nell'espressione “stato

democratico” non sta in piedi il sostantivo, finisce per crollare anche l'aggettivo.

3° problema è quello che possiamo riassumere parlando della democrazia come regime per l'ordinaria

amministrazione. Il discorso presenta tre aspetti fondamentali. Il 1° riguarda le istituzioni parlamentari, che si

confanno solo ai tempi tranquilli, mentre negli altri casi non hanno mai retto la prova: i governo parlamentare ha

svolto efficacemente i suoi compiti nei momenti di stabilità, e ha rivelato la propria inefficienza nei momenti di

tensione economica e sociale. Il 2° aspetto rinvia a una sorta di carenza emotiva della partecipazione politica

democratica. Per moltissime persone la partecipazione politica non risulta gratificante e coinvolgente, a causa

della sua connotazione tecnica, sporadica e emotivamente piatta. La differenza è tra partecipazione come prendere

parte e partecipazione come sentirsi parte: nella democrazia rappresentativa, indiretta, si prende parte ma non ci si

sente parte. Se prendere parte può bastare nelle fasi di ordinaria amministrazione, non basta più nelle fasi di

straordinaria amministrazione, quando la gente ha bisogno di gratificazioni, solidarietà e appelli che la democrazia

rappresentativa non è in grado di suscitare. Il 3° aspetto è che più si esce dall'ordinaria amministrazione e si entra

in fasi laceranti e drammatiche, più risulta impossibile impostare il rapporto politico su base negoziale. In

condizioni straordinarie sono i miti che appagano più degli interessi, che sanno dare un senso all'esistenza in uno

scenario ove i punti di riferimento che consentono la quotidianità degli individui sono destabilizzati e travolti. C'è

un elemento che fa di questo regime un'esperienza di ordinaria amministrazione, ed è la riduzione del nemico

all'avversario. Considerare l'altro come un semplice avversario, cui riconoscere garanzie e diritti, presuppone uno

scenario politico non percorso da lacerazioni forti e incontrollabili: appunto uno scenario di ordinaria

amministrazione. Altro motivo che fa guardare alla democrazia in questo senso, è che più una democrazia entra in

contesti di straordinaria amministrazione, più è indotta a operare nello stato di eccezione, più essa può trovarsi

nella necessità di attenuare le garanzie e di includere fattori che si potrebbero far risalire alla categoria della

“dittatura commissaria”. Schmitt intende per dittatura commissaria una figura per la quale il dittatore è un

commissario d'azione assoluto nominato sulla base di un compito specifico, assolto il quale la funzione del

dittatore si esaurisce, e nell'espletamento di tale compito il dittatore può sospendere la normativa vigente (ma non

abrogarla). La democrazia è tanto più capace di resistere alle situazioni di emergenza, quanto più il quadro della

sua legittimità politica è consolidato, per due ragioni: perchè una democrazia a legittimità forte è in grado di

meglio convenire nell'attribuire alla leadership competenze e poteri straordinari; perchè una democrazia a

legittimità forte tende a far riemergere la logica negoziale, le garanzie e i controlli politici sul potere,

precedentemente attenuati.

Il 4° problema rinvia alla nozione di democrazia consociativa o al modello consensuale di democrazia. Per

Lijphart la dicotomia tra democrazia di tipo anglo-americani, stabile perchè caratterizzata da una cultura politica

omogenea e secolarizzata, e democrazia di tipo europeo-continentale, instabile perchè caratterizzata da una cultura

politica frammentare in subculture separate, non può essere considerata soddisfacente in quanto un certo n° di

paesi, pur presentando un elevato grado di frammentazione culturale, pongono in essere democrazie stabili. A

questo tipo, Lijphart riferisce la qualifica di democrazia consociativa. Tratti essenziali di questa realtà sono la sua

forte segmentazione, cioè la presenza nella società di linee di divisione di varia natura, e il conseguente

inquadramento dei soggetti in altrettanti blocchi sociali e politici. In tale contesto la stabilità politica è prodotta da

un sistema di accomodamento e di compromesso tra le élites, le quali cooperano a colmare le distanze tra i blocchi

separati e a risolverne dispute e conflitti sulla base essenzialmente di 4 modalità: grandi coalizioni ministeriali

(viene meno la divisione tra una maggioranza che governa e una vasta opposizione che controlla dall'esterno);

veto reciproco (ogni decisione di rilievo che riguarda un segmento minoritario va presa con il consenso di questo);

ricorso alla proporzionalità sia come criterio di attribuzione delle risorse finanziarie tra i diversi segmenti, sia

come criterio di delega delle decisioni politiche; autonomia dei segmenti (per tutti i campi e temi o oggetti che

non investono interessi comuni a tutti i segmenti ma riguardano solo specifici segmenti, questi hanno facoltà di

regolare e organizzare tali interessi esclusivi secondo linee e procedure completamente autonome). In un lavoro

successivo Lijphart preferisce parlare di democrazia consensuale, contrapponendo così un modello maggioritario e

un modello consensuale di democrazia. La democrazia maggioritaria (es. più noto Inghilterra) è caratterizzata da:

accentramento del potere esecutivo (quindi governi monopartitici e minoranza ampia); fusione e predominio

dell'esecutivo (parlamento si confà alla linea del governo, chiaramente dominante); bicameralismo asimmetrico

(quasi tutto il potere legislativo appartiene alla camera dei comuni rispetto alla camera dei lords); sistema

bipartitico; sistema partitico unidimensionale (il conflitto politico più significativo è il disaccordo circa le

politiche socio-economiche, mentre altre differenze hanno un effetto minore); sistema elettorale maggioritario;

sistema di governo unitario e centralizzato (governi locali sono emanazioni del governo centrale e sono da esso

finanziariamente dipendenti); costituzione non scritta e sovranità parlamentare (non ci sono restrizioni formali al

potere della maggioranza della camera dei comuni); democrazia esclusivamente rappresentativa (non c'è posto per

alcun elemento di democrazia diretta). La democrazia consensuale (Svizzera e Belgio es. più importanti) è

caratterizzata da: condivisione del potere esecutivo (grandi coalizioni che consentono a tutti i partiti maggiori di

dividersi il potere esecutivo); separazione dei poteri, con distinzione tra esecutivo e legislativo; bicameralismo

equilibrato e rappresentanza della minoranza; sistema pluripartitico; sistema partitico multidimensionale (società

sono segmentate e le fratture si riflettono nel carattere multidimensionale del sistema partitico); sistema elettorale

di rappresentanza proporzionale; federalismo territoriale e decentramento; costituzione scritta e potere di veto

della minoranza. Alcuni caratteri dei due modelli possono generare confusione. Definire la GB come caratterizzata

da sovranità parlamentare e predominio dell'esecutivo può dar luogo a equivoci. Sostenere che in tale paese non

esistono restrizioni formali al potere della maggioranza parlamentare può creare l'impressione che sia adottato il

principio maggioritario estremo invece di quello temperato. Il modello della democrazia consociativa vale entro

precisi limiti di tempo, cioè non è costante nei paesi ai quali si applica, nel senso che questi paesi conoscono fasi

consociative e fasi non.

Le sfide alla democrazia

La 1^ sfida è quella riferibile alla presenza, entro il regime democratico, di strutture e culture anti-sistema. Ciò

denuncia una carenza di legittimità politica della democrazia. Anche la democrazia, nonostante il suo sforzo di

ridimensionare il nemico in avversario, conosce il nemico: è colui che si oppone con violenza fisica alle regole del

gioco. Contro questo nemico la democrazia ha titolo per difendersi attraverso l'uso della forza e della coazione.

Ma un gruppo politico può prefiggersi l'instaurazione di un ordine politico difforme dalla democrazia vigente

senza ricorrere a metodi violenti e affidandosi alle possibilità offerte dalla democrazia. In questo caso siamo

ancora in presenza di un nemico sotto il profilo dei fini, e non lo siamo sotto il profilo dei mezzi. Il problema che

si pone alla democrazia è valutare la prevalenza dei fini o dei mezzi, tenendo presente che, se per un verso la

democrazia ha il compito di garantire il dissenso pacificamente espresso, per un altro verso conosciamo

storicamente il ruolo delle formazioni anti-sistema nella caduta dei regimi democratici.

La 2^ sfida alla democrazia viene dalle difficoltà inerenti alla rappresentanza politica, le quali presentano una

molteplicità di aspetti. C'è l'idea di sovranità nazionale continuamente insidiata dall'idea di sovranità popolare; c'è

il ricorrente quesito se la rappresentanza politica abbia il monopolio della volontà nazionale o se invece non

pertenga anche al governo di condividere tale titolarità; c'è la conflittualità che inerisce a tale controversia. C'è

anche la conflittualità che può derivare dalla funzione di controllo politico svolta dalla rappresentanza politica,

poiché un controllo esercitato fuori misura può esasperare i rapporti col potere esecutivo.

La 3^ sfida alla democrazia è la sfida tecnocratica. Può presentarsi in due versioni: come tentativo di sostituire una

fonte potestativa di competenza alla fonte elettiva, promuovendo il tecnocrate al posto del politico; come esigenza

di inserire elementi di competenza nei processi decisionali e rappresentativi della democrazia, prevedendo

strutture e procedure ad hoc accanto alle strutture e procedure governative e parlamentari.

La 4^ sfida è quella burocratica. Presenta alcuni elementi comuni con la sfida tecnocratica, infatti spesso si parla

di tecno-burocrazia. Anche nella ideologia burocratica è presente il motivo del superamento del dominio politico,

in nome della razionalità tecnica. Inoltre nella burocrazia il principio della razionalità si combina con il principio

della carriera gerarchica, come principio distinto e distante da quello elettivo. La sfida burocratica agisce verso la

democrazia su due fronti: la burocrazia si rifà a premesse di gerarchia e razionalità tecnica che prescindono dai

presupposti democratici; ostacola il funzionamento della democrazia come sistema di servizi, allocazione ed

estrazione di risorse, ecc.

la 5^ sfida è quella oligarchica. Michels sostiene che più aumenta l'organizzazione interna dei partiti, più in essi

acquista spazio l'oligarchia, e più cresce l'oligarchia nei partiti più la democrazia come sistema politico è in

diminuzione. Un filone di pensiero replica che il limite dell'impostazione michelsiana sta nell'inferire, dalla

mancanza di democrazia entro i partiti, la conseguenza che viene meno la democrazia come sistema politico

complessivo. Per quanto questi possano essere organizzati su basi oligarchiche, il risultato della loro interazione

competitiva è una democrazia, in quanto il potere di decidere tra i competitori è e rimane nelle mani del popolo.

La 6^ sfida è quella della competizione manipolata. Essa riguarda il rapporto tra competizione e responsabilità

nelle democrazie rappresentative. La competizione è condizione necessaria ma non sufficiente di responsabilità

democratica. La concorrenza dei partiti li induce mediante i loro programmi a familiarizzare il cittadino con

esigenze e attese che si dimostrano ben presto irrealistiche. Ciò è un contributo significativo all'alimentazione

delle aspettative crescenti, quindi alla proliferazione di democrazie in deficit. Non può essere trascurato che il

pubblico è spesso non informato o disinformato, incompetente, a volte suscettibile di risposte altamente emotive

agli stimoli politici. Un altro aspetto importante riguarda l'influenza e le pressioni alle quali viene sottoposto il

pubblico. La partitocrazia è la colonizzazione della società da parte dei partiti. Quando si ha partitocrazia, si ha

anche un condizionamento della competizione, con una contrazione dell'autonomia del pubblico. L'ipotesi più

inquietante riguardo la pressione sul pubblico è quella che si rifà al venir meno della molteplicità delle arene. Qui

si postula un potere capace di imporre il suo dominio nella pluralità delle arene politiche ed extrapolitiche. Il

panpoliticismo è una tendenza e una spinta a ridurre tutte le arene a un'unica arena politica. È il caso del

totalitarismo, ove il soggetto che domina tutte le arene è il partito unico rivoluzionario. Il totalitarismo è la

versione estrema del panpoliticismo. Anche il paneconomicismo mira a un analogo risultato: ridurre tutte le arene

all'arena economica, per conferire tutto il potere ai potentati economici. Nelle democrazie industriali tende a

saldarsi un'alleanza tra tecnostrutture economiche e burocratiche. I membri dell'alleanza prendono decisioni che

interessano la comunità politica in sede di comitati ristretti, per cui poche persone decidono per tutte. Inoltre,

grazie alle risorse finanziarie immense di cui dispongono, controllano il sistema delle comunicazioni di massa, che

di conseguenza diffonde messaggi che tendono a omogeneizzare la cultura politica e gli orientamenti dei cittadini,

omologandoli alle esigenze dell'alleanza tecnostrutturale. Infine, la classe politica viene soggiogata agli interessi

dell'alleanza attraverso la forza finanziaria, attraverso il sistema delle comunicazioni di massa e la correlativa

acquiescenza del pubblico. Quindi il paneconomicismo è un modo per aggirare o neutralizzare più di una delle 8

garanzie di Dahl. La tendenza paneconomica e panpolitica, entrambe presenti nelle democrazie di massa, almeno

in parte si controbilanciano.

La 7^ sfida è quella istituzionale. Le strutture istituzionali svolgono un ruolo primario nella democrazia,

conferendole un andamento funzionale buono o cattivo a seconda delle capacità che le istituzioni stesse hanno di

affrontare i problemi inerenti ai regimi democratici. Questi problemi spesso rispondono a logiche tra loro

contraddittorie, e questo può aggravare il quadro patologico e rendere più ardua la terapia. es. pluralità delle arene

può spingersi fino al punto da frantumare il gioco politico, conferendogli un andamento centrifugo e

conseguentemente dando luogo a impotenza decisionale.

Se vogliono evitare che l'opinione pubblica finisca per giudicare troppo alti i costi della democrazia, i regimi

democratici devono mettersi in condizione di lavorare bene e di affrontare con prospettive di successo le diverse

sfide.

Il totalitarismo come “novità”

Storicamente, il concetto di totalitarismo ha la sua genesi in riferimento alle esperienze politico-culturali del

fascismo italiano, ed è in relazione a tale situazione che nasce la parola, inventata da antifascisti. Il termine è stato

poi ripreso da Mussolini e utilizzato in senso positivo. Il totalitarismo è una forma politica caratterizzata da

assenza di strutture e controlli parlamentari, presenza di un partito unico, rifiuto del pluralismo liberale a favore

dell'unitarismo. Un uso indiscriminato del termine ha dilatato nel tempo e nello spazio l'applicazione del concetto

(in questo modo, il criterio del monopartitismo viene del tutto cancellato).

Secondo Aron l'elemento nuovo del totalitarismo è costituito dal partito unico rivoluzionario. Nei confronti del

potere politico possono operare tre ordini di limitazioni e controlli: limitazioni dirette (conseguenti all'esistenza e

all'effettiva vigenza di garanzie costituzionali); limitazioni indirette (che derivano dalla configurazione pluralistica

del sistema sociale, e che esigono l'attivazione di meccanismi di compromesso); limitazioni naturali ( riferibili al

carattere e alla tradizione nazionali). Nei regimi di tipo costituzionale sono attivi tutti e tre gli ordini di limitazioni.

Nei regimi autoritari, vigono limitazioni indirette e naturali, oppure solo queste ultime. Solo il moderno

totalitarismo rifiuta tutte e tre le limitazioni.

Secondo un altro filone di pensiero, il tratto nuovo del totalitarismo sta nel fatto che esso è un'autocrazia basata

sulla moderna tecnologia e sulla legittimazione di massa.

Hannah Arendt inquadra il fenomeno totalitario nel contesto finale di una trasformazione delle strutture sociali e

civili che si è risolta nella disintegrazione delle articolazioni e delle gerarchie di classe proprie dell'età precedente

e nell'emergenza di masse atomizzate e uniformi; in questo scenario, demolendo la tradizionale alternativa tra

governo legale e governo illegale, il totalitarismo realizza una forma di reggimento politico che ha nel terrore la

sua essenza distintiva.

Hayek individua il carattere specifico del regime totalitario nella distruzione della libertà economica, in

conseguenza della pianificazione centralizzata e del controllo collettivistico di tutti gli strumenti significativi della

produzione.

Partito unico e rivoluzione dall'alto

Un luogo comune vuole che i regimi totalitari si caratterizzino come regimi di ordine e come sistemi fondati su un

alto livello di stabilità politica e coerenza interna. Tale convinzione nasce dal successo che i meccanismi di

repressione e di persuasione ottengono nella realizzazione e nel mantenimento di condizioni di disciplina sociale e

politica. Ma a un'analisi approfondita questi risultati si rivelano apparenti e superficiali. La guerra civile che dà

luogo al regime totalitario si risolve in mutamenti profondi rispetto al precedente ordine socio-politico. La

rivoluzione totalitaria non si arresta perchè persegue e si prefigge mutamenti totali. È opinione diffusa che regime

totalitario significhi regime che vuole inglobare e dirigere la totalità dell'esperienza, sia individuale che collettiva.

Ma ritenere che la sua vera essenza si esaurisce in questi orientamenti è un errore. In realtà totalitarismo non sta

tanto per regime che vuole inglobare la totalità quanto per regime che vuole cambiare la totalità. La rivoluzione

totalitaria è mossa dal proposito di realizzare una trasformazione che sia contemporaneamente politica, sociale e

antropologica. Animata da ambizioni tanto radicali, la rivoluzione totalitaria può solo essere che rivoluzione

permanente. L'impresa esige tempi e strumenti di distruzione. Con il totalitarismo la rivoluzione viene per la

prima volta trasferita e proiettata dal livello dell'insurrezione dal basso contro il potere, a livello di costante ufficio

del potere, diventando quindi rivoluzione dall'alto. In quanto rivoluzione, essa mantiene ferme le due proprietà

costitutive della violenza e del mutamento. Le totalitarie esperienze sono caratterizzate da “dualismo di stato e

partito”, nel senso che, accanto e in conflitto con la struttura statale, c'è la struttura del movimento (o partito

unico) rivoluzionario. Il fatto che il partito totalitario si consideri come il nocciolo della nuova realtà lo induce ad

assumersi esso la vocazione generalistica e a negare allo stato la sua natura sovrana e la sua essenza generale.

Una vocazione antipluralistica

L'azione di destrutturazione del vecchio ordine, in vista della edificazione dell'ordine nuovo, non riguarda solo lo

stato, al quale viene contrapposto il partito unico, ma riguarda anche la società. Qui il connotato essenziale del

totalitarismo è il suo radicale antipluralismo. Poiché il totalitarismo vuole costruire una nuova società sulla base di

una premessa ideologica che non ammette alternative, esso deve combattere la società pluralizzata su tutti i piani.

E poiché una società pluralizzata è un'esperienza che ha maturato nel corso della storia molteplici libertà, queste

libertà non possono che seguire la sorte del pluralismo sociale, cioè essere negate e combattute. Il carattere

panpolitico, antipluralistico e di rivoluzione dall'alto dei regimi totalitari si esprime a molteplici livelli. Uno dei

più significativi riguarda il terrore: se la democrazia è l'esperienza che tenta di ridurre al minimo l'area del nemico

e lo spazio dell'ostilità, il totalitarismo è invece il regime che massimizza la dimensione dell'inimicizia. Ne

derivano, sul piano della repressione, due invenzioni tipiche del totalitarismo: la categoria di nemico oggettivo (o

nemico del popolo); l'universo concentrazionario. Per nemici si intendono coloro che sono dichiarati tali dal

potere politico e sono perseguiti sulla base di una proiezione futura di ostilità.

Neumann distingue tra dittatura semplice, dittatura cesaristica e dittatura totalitaria. Per dittatura semplice intende

quella che viene esercitata principalmente attraverso il controllo degli strumenti classici di dominio (perché gli

bastano): esercito e polizia. Con la dittatura cesaristica un nuovo elemento fa la sua apparizione: il bisogno

dell'appoggio popolare. Come dice l'aggettivo “cesaristico”, siamo in presenza di un fenomeno che ha radici

antiche nel tempo. La dittatura totalitaria ha come fattore nuovo l'ideologia della rivoluzione totale.

Quanto la società di massa non preesiste al regime totalitario, il potere totalitario opera per la sua emergenza in

maniera forzosa. Anche regimi democratici possono essere presenti in situazioni di società di massa, ma mentre i

regimi democratici (e per certi aspetti anche quelli autoritari) hanno il problema di lavorare e di funzionare

malgrado la società di massa (nel senso che questa è un ostacolo al buon funzionamento della democrazia), per i

regimi totalitari il discorso è diverso: la società di massa è una condizione necessaria perchè essi esistano. La

società di massa è una preparazione per l'edificazione del “nuovo ordine”. Il totalitarismo ha bisogno della

massificazione perchè se prima non ha disarticolato la precedente società, non può ricomporre su basi

radicalmente originali il tessuto della nuova società.

La dimensione economica è subordinata sistematicamente alla politica, infatti i regimi totalitari sono caratterizzati

da una economia non economica. In quanto regimi di mutamento, i totalitarismi innovano profondamente rispetto

alla tradizionalità: promuovono la trasformazione dell'economia in senso industriale, espandono la complessità

organizzativa e l'articolazione burocratica dei ruoli sociali, impiegano le risorse della tecnologia avanzata sia sul

piano politico che economico. In questo senso, cono regimi di modernità. Ma l'esperienza totalitaria non è il

terreno culturale nel quale matura un universo di razionalità tecnologica: il totalitarismo non è una tecnocrazia né

una tecno-burocrazia. Infatti, un regime burocratico o tecno-burocratico postula la supremazia dell'esperto

sull'uomo politico, e in particolare sull'uomo di partito. Se il regime totalitario non è il solo a espandere il ruolo

della burocrazia, in quanto ciò è comune a tutte le nazioni industriali, il suo tratto distintivo in merito è il dualismo

burocrazia statale-burocrazia partitica. Al totalitarismo, scienza produzione e tecnologia non interessano tanto per

ciò che rendono e costano, ma per ciò che cambiano.

In conclusione, possiamo definire i regimi totalitari come regimi monopartitici antipluralistici e massificanti nei

quali il disordine rivoluzionario di origine permane come funzione del movimento al potere. Tre fasi fondamentali

di totalitarismo si riscontrano nella storia dell'Urss, della Germania nazista, della Cina comunista.

L'area dei regimi autoritari

L'introduzione della parola autoritarismo risale alla vicenda del boulangismo in Francia, cioè all'ultimo ventennio

del XIX secolo: il riferimento è al generale Boulanger e al movimento di ispirazione nazionalista da lui promosso

sul finire degli anni 80 dell'800. Questo periodo di partenza si caratterizza per l'emergenza in molti paesi di un

ruolo politico delle masse e per la nascita dei movimenti e partiti socialisti: in questo contesto, la tentazione

autoritaria è spesso un proposito di risposta volta a frenare o annullare l'espansione politica delle classi popolari.

Linz definisce autoritari quei sistemi politici caratterizzati da pluralismo politico limitato e non responsabile, privi

di un'ideologia elaborata e assunta come guida, senza mobilitazione politica estesa tranne che in alcuni passaggi


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Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
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Università: Trento - Unitn
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Nevola Gaspare.

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