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PRINCIPI GENERALI – CAPITOLO I

L’ATTIVITA’ FINANZIARIA PUBBLICA E LA SCIENZA DELLE FINANZE

L’attività finanziaria pubblica è l’attività che lo stato e gli altri enti pubblici svolgono per procurarsi i mezzi necessari per effettuare le spese pubbliche,

attraverso le quali vengono forniti servizi pubblici ai cittadini.

Lo stato può finanziare la spesa pubblica in 3 modi:

1. Facendo pagare i tributi ai cittadini;

2. Emettendo titoli del debito pubblico;

3. Creando moneta.

La scienza delle finanze è la disciplina che studia i principi generali che regolano l’attività finanziaria pubblica nel nostro paese, ed ha numerose connessioni

con altre discipline, con:

• L’economia politica, che studia il comportamento degli individui nei rapporti economici;

• La politica economica, che studia gli interventi dello stato nella vita economica;

• La politica finanziaria, che studia gli interventi dello stato relativi alle entrate e alle uscite dello stato stesso;

• Il diritto finanziario, che studia le norme giuridiche che disciplinano l’attività finanziaria pubblica;

• Il diritto tributario, che studia le norme giuridiche relative ai tributi.

I BISOGNI PUBBLICI E I SERVIZI PUBBLICI

Il bisogno è una sensazione di desiderio o dolorosa, che spinge l’individuo ad appagarla o ad eliminarla.

I bisogni possono essere individuali, cioè quelli che l’individuo sente come singolo, collettivi cioè quelli che l’individuo sente in quanto membro della

collettività.

Alla soddisfazione dei bisogni l’individuo provvede egli stesso, acquistando beni e servizi da altri privati, pertanto i bisogni individuali sono chiamati anche

bisogni privati, mentre quelli collettivi, ai quali provvede lo stato, sono chiamati bisogni pubblici e vengono soddisfatti mediante servizi pubblici, ossia prestazioni

che lo stato fornisce.

GLI OBIETTIVI DELLA FINANZA PUBBLICA CONTEMPORANEA

1. L’efficienza produttiva: posizioni di ottimo dal punto di vista della produzione, cioè il massimo volume possibile di produzione nel sistema

economico;

2. la redistribuzione del reddito tra i cittadini: lo stato fa pagare imposte elevate ai ricchi e dà sussidi ai meno abbienti;

3. la stabilizzazione dell’economia nel breve periodo: consiste nel mantenere il sistema economico in una situazione di piena occupazione

senza che si verifichino pressioni inflazionistiche che generano squilibri nella bilancia dei pagamenti.

4. Lo sviluppo del reddito nazionale: lo stato può stimolare in vari modi l’iniziativa privata, vi sono infatti delle attività che il mercato non riesce

a svolgere in modo efficiente o completo per le quali è necessario un intervento dello stato (realizzazione di infrastrutture)

GLI STRUMENTI DELLA FINANZA PUBBLICA

Gli strumenti impiegati dallo stato sono essenzialmente le entrate dello stato e degli enti pubblici, la spesa pubblica, le imprese pubbliche.

Per perseguire l’obiettivo dell’efficienza produttiva può essere necessario introdurre un’imposta e attraverso le imposte si perseguono anche sia l’obiettivo di

redistribuzione del reddito sia quello della stabilizzazione dell’economia.

La spesa pubblica è lo strumento attraverso cui lo stato persegue la redistribuzione del reddito tra i cittadini sia erogando sussidi in denaro ai meno abbienti sia

fornendo loro gratuitamente servizi sociali, spesso lo stato ha uscite superiori alle entrate e quindi registra un disavanzo,copre, ossia finanzia questo deficit o

emettendo titoli del debito pubblico che vengono acquistati dai privati o vendendoli alla banca centrale e ottenendo cosi moneta.

Mediante le imprese pubbliche lo stato può perseguire l’obiettivo di produrre beni e servizi pubblici che non verrebbero prodotti dai privati perché non vi è

sufficiente incentivo economico.

Le entrate e le uscite dello stato sono registrate in un documento giuridico-contabile che prende il nome di bilancio dello stato.

CONFLITTI TRA OBIETTIVI E ADEGUATEZZA DEGLI STRUMENTI

Gli obiettivi dell’attività finanziaria pubblica possono essere in parziale contrasto tra di loro.

L’EFFICIENZA PRODUTTIVA – CAPITOLO II

IL SISTEMA DI LIBERTA’ NATURALE DI A.SMITH

Adam Smith affermava che esiste un ordine naturale che dà i massimi benefici alla collettività, mentre le istituzioni umane sono per loro natura imperfette, lo

stato deve ridurre al minimo i suoi interventi nella vita economica.

Ogni individuo, perseguendo il proprio interesse è spinto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era stato previsto nelle sue intenzioni, cioè

l’interesse della collettività.

Per Smith l’azione di governo non doveva regolare i processi economici di produzione e distribuzione della ricchezza, ma doveva soltanto creare un quadro

istituzionale entro il quale l’attività dei privati avrebbe prodotto il massimo benessere per la collettività , che Smith chiamava il progresso della società. Tale

progresso è generato dal sistema della libertà naturale, cioè dalle forze di mercato, che il governo deve lasciare libere di esplicare i loro benefici effettivi.

LA CONCORRENZA PURA E L’OTTIMO DI PARETO

L’idea che l’organizzazione economica basata sulla concorrenza pura realizzi una situazione di massimo vantaggio per tutti gli individui, scorre su tutta la storia

del pensiero economico ma è l’economista italiano Pareto a darne una dimostrazione rigorosa.

L’ottimo paretiano si realizza quando l’allocazione delle risorse è tale che non è possibile apportare miglioramenti paretiani al sistema, cioè non si può migliorare

la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.

Pareto inoltre afferma che qualunque intervento di politica economica che fa aumentare il volume del reddito nazionale (quantità beni e servizi) senza alterarne

la distribuzione tra gli individui, porta la collettività in una situazione migliore.

Si ha una situazione di efficienza produttiva o allocativa ovvero di ottimo paretiano dal punto di vista della produzione, quando data una certa distribuzione de

reddito nazionale,il volume dello stesso è massimo, cioè non può essere ulteriormente aumentato.

IL TEOREMA FONDAMENTALE DELL’ECONOMIA DEL BENESSERE

L’economia del benessere è quella branca dell’economia politica che tenta di definire un concetto di benessere sociale e di individuare i mezzi per raggiungerlo.

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Definito anche come quel ramo della teoria economica che di occupa dell’elaborazione di criteri per giudicare lo stato di un sistema economico-sociale. Nella

formulazione originaria di Pareto l’economia del benessere considerava unicamente gli aspetti di efficienza allocativa. Gli apporti moderni introducono anche

aspetti di equità, soprattutto mediante la formulazione di funzioni di benessere sociale.

Il teorema fondamentale dell’economia del benessere afferma che se nel sistema economico vi sono condizioni di concorrenza pura, si realizza

automaticamente una situazione di ottimo paretiano. La concorrenza induce le imprese ad utilizzare i fattori produttivi in modo efficiente(evitando ogni spreco di

risorse) e quindi fa ottenere nel sistema economico il massimo volume possibile di produzione di bene e servizi.

I FALLIMENTI DEL MERCATO

Situazioni in cui il mercato concorrenziale non determina il massimo volume della produzione. Le principali tipologie di fallimenti del mercato sono:

1. L’esistenza di monopoli;

2. Le esternalità;

3. I beni pubblici;

4. Carenza di informazione e l’incompletezza dei mercati;

5. La disoccupazione.

IL FENOMENO DELLA CONCENTRAZIONE PRODUTTIVA

In numerosi settori prevalgono condizioni di monopolio o oligopolio, e quando un bene è prodotto solo da poche grandi imprese, queste possono accordarsi tra

di loro in modo da influenzarne il prezzo di vendita, danneggiando così i consumatori e la collettività, mentre la concorrenza realizza il massimo benessere

sociale. Numerosi economisti hanno rilevato che la moderna produzione di massa richiede stabilimenti di grande dimensioni e attrezzature avanzate che

possono essere possedute solo da grandi imprese. Ciò del resto ha determinato il processo di concentrazione economica e finanziaria con la conseguente

formazione di grandi imprese oligopolistiche in numerosi settori. La crescita delle imprese genera economie di scala e quindi abbassa i costi, però dà all’impresa

un potere di mercato.

Bisogna lasciare esistere le grandi imprese per avere i vantaggi derivanti dalla riduzione dei costi, ma occorre anche impedire di utilizzare a proprio vantaggio il

potere di cui godono. Lo stato teoricamente, dovrebbe controllare i prezzi delle imprese monopolistiche, impedendo loro di fissare prezzi di vendita dei beni

troppo elevati.

La legislazione antimonopolistica consiste nella disciplina delle concentrazioni, che deve contemperare le esigenze di conservazione dei benefici del mercato

concorrenziale e le esigenze di riduzione dei costi delle imprese.

I COSTI DI TRANSAZIONE E IL MERCATO DI CONCORRENZA PURA

Il costo di transazione è un fenomeno che rende inefficiente la piccola impresa del mercato di concorrenza pura e determina lo sviluppo della grande impresa.

Tale costo (che è prevalentemente un costo di informazione) è originato da due fenomeni quali la razionalità limitata e opportunismo. Il costo di transazione può

essere più o meno alto e riguarda soprattutto la raccolta delle informazioni necessarie. La creazione di vincoli a lungo termine tra imprese, i cartelli classici

(accordi) possono essere degli strumenti di riduzione dei costi di transazione, la cooperazione tra le imprese e quella all’interno dell’impresa possono condurre a

risultati efficienti.

IL DIBATTITO SULL’UTILITA’ SOCIALE DI UNA LEGISLAZIONE ANTIMONOPOLISTICA

Alcuni economisti sostengono che i soggetti capaci di individuare quale sia la combinazione migliore di cooperazione e concorrenza sono le imprese. Occorre

quindi lasciare le imprese libere di organizzarsi come meglio ritengono, perché individueranno esse stesse le formule organizzative più efficienti. I sostenitori di

questa tesi ritengono quindi che la legislazione antimonopolistica si traduce inevitabilmente in uno strumento di alterazione della concorrenza e di protezione

delle imprese più deboli.

Altri autori sostengono che il potere monopolistico di un’impresa non può durare a lungo e quindi non rappresenta un problema sociale rilevante.

Altri temono il fatto che le legislazioni antimonopolistiche finiscano inevitabilmente per attribuire poteri discrezionali a qualche organo di carattere amministrativo

o giurisdizionale.

IL MONOPOLIO NATURALE E L’INTERVENTO PUBBLICO

Il monopolio naturale è una configurazione industriale in cui il numero ottimale di imprese presenti sul mercato è uno. Tale forma di monopolio si manifesta

quando i costi sostenuti da una sola impresa nel produrre l’intera quantità domandata sono inferiori a quelli che sosterrebbero due o più imprese

contemporaneamente presenti sul mercato.

Anche ora l’impresa però potrebbe approfittare di questa situazione fissando un prezzo che le garantisce un extraprofitto, ma i mercati caratterizzati dai

monopoli naturali non sono mai contendibili ( l’impresa cioè può entrare ma non può uscirne senza costi), la ragione principale è che esistono appunto dei costi

non recuperabili. Ciò induce l’impresa a chiedere un prezzo assai elevato.

Lo stato quindi non può affidarsi alla concorrenza potenziale per difendere i consumatori ed eliminare gli extraprofitti delle imprese ma interverrà in diversi modi:

1. Regolamentazione, fissando prezzo a cui i l monopolista deve erogare il servizio.

2. Nazionalizzazione dell’impresa privata, trasformandola cioè in impresa pubblica e gestendo direttamente l’erogazione del servizio.

LA LEGISLAZIONE ANTIMONOPOLISTICA DELL’ITALIA

In Italia una legge a tutela della concorrenza è stata introdotta solo nel 1990, essa vieta le intese tra imprese che limitano la libertà di concorrenza , l’abuso

dominante di posizione dominante all’interno del mercato nazionale.

La legge ha inoltre istituito l’autorità garante della concorrenza e del mercato, che ha il compito di verificare l’esistenza di infrazioni a tali divieti.

La disciplina antimonopolistica recepisce essenzialmente quella adottata dall’unione europea in quanto ha l’obiettivo di evitare che si determino abusi di

posizione.

LE ESTERNALITA’ E L’INTEVENTO PUBBLICO

Il termine esternalità comprende gli effetti esterni positivi e negativi prodotti dall’attività di un soggetto sul reddito o sul benessere di altri soggetti. In una

situazione in cui, ad esempio, una fabbrica inquina l’aria con i suoi residui,è necessario l’intervento dello stato che penalizzi l’impresa mediante un’imposta ,

addossandole così i costi sociali. Ciò però induce l’impresa ad aumentare il prezzo di vendita del bene che produce e determinerà quindi una diminuzione della

domanda e della produzione dello stesso.

LA CRITICA DI COASE E LA POSSIBILITA’ DI UN ACCORDO CONTRATTUALE

Alcuni economisti hanno sostenuto che l’intervento pubblico non è lo strumento adatto per risolvere i problemi connessi a tale fenomeno, infatti Coase sostiene

che il problema delle esternalità dovrebbe essere risolto mediante accordi tra le parti in conflitto, queste potrebbero sempre individuare un prezzo per il

risarcimento del danno, che dia loro reciproca soddisfazione, rendendo così superfluo l’intervento pubblico e connessi costi burocratici.

Alcuni studiosi hanno però messo in evidenza che in ben pochi casi gli accordi spontanei potrebbero risolvere il problema, perché i costi di transazione, cioè il

costo di questi accordi, sarebbero cosi elevati che difficilmente verrebbero realizzati. Se il problema riguarda poche persone, la soluzione contrattuale è

possibile e anche efficiente; ma quando riguarda molte persone, la soluzione è costosa se non addirittura impossibile. 3

LE ESTERNALITA’ E LO STRUMENTO DELLA REGOLAMENTAZIONE

Un altro possibile strumento per correggere il fenomeno delle esternalità è rappresentato dalla regolamentazione, la stessa viene adottata quando si vogliono

stabilire del livelli massimi, non superabili, per l’inquinamento e quindi si vietano delle attività che generano un livello di inquinamento superiore.

I BENI PUBBLICI

I beni pubblici sono beni il cui consumo non è esclusivo di singoli soggetti, potendo essere goduti simultaneamente da più individui.

I beni pubblici sono quei beni aventi due caratteristiche fondamentali: la fruizione del servizio pubblico da parte di un individuo addizionale non genera alcun

costo, ed è difficile o impossibile escludere gli individui dalla fruizione del servizio.

Sono quei beni per i quali nessun privato avrà convenienza a produrre e per i quali è dunque necessario l’intervento dello stato.

BENI PUBBLICI PURI E BENI PUBBLICI MISTI

I beni pubblici puri sono quelli aventi le due caratteristica sopra elencate.

I beni pubblici misti invece sono quelli dotati solo in parte delle stesse caratteristiche,vi sono casi in cui l’esclusione di un individuo dalla fruizione del servizio è

possibile ma non è desiderabile.

LA DETERMINAZIONE DELLA QUANTITA’ DI BENI PUBBLICI DA PRODURRE

Per i beni privati il problema è risolto dal mercato, ma per i beni pubblici bisognerebbe avere un sistema di rilevazione delle preferenze individuali relative ai beni

pubblici, basato sulle dichiarazioni dei singoli individui. Ciò però è quasi impossibile in una comunità grande come lo stato.

LA CARENZA DI INFORMAZIONE E L’INCOMPLETEZZA DEI MERCATI

La carenza di informazione è il caso in cui il livello di informazione è molto maggiore per il venditore dei beni e servizi e non per il compratore, il cliente perciò

deve fidarsi, il questi casi l’azione individuale non consente al singolo di raggiungere una posizione di ottimo, ma è necessario o un accordo generale o un

intervento dello stato che, mediante una legge, ancori l’azione individuale ad un codice morale di comportamento più ricco del codice di moralità mercantile di

cui parlava A. Smith. In generale lo stato dovrebbe distribuire l’informazione gratuitamente ai cittadini.

Si parla di incompletezza dei mercati quando i mercati privati non offrono un bene o un servizio nonostante che il suo costo di produzione sia inferiore al prezzo

che i consumatori sarebbero disposti a pagare.

FALLIMENTI DEL MERCATO E FALLIMENTI DELL’INTERVENTO PUBBLICO

L’analisi di tutti questi casi di fallimento del mercato ha indotto molti studiosi a concludere che l’intervento pubblico è necessario e inoltre che esso non può

consistere solo nell’introduzione di imposte o sussidi.

Diversi studiosi ritengono che l’intervento statale non debba consistere nella produzione e gestione diretta di bene e servizi pubblici ma debba consistere

piuttosto nell’affidamento di tale produzione e gestione a imprese private operanti in regime di concorrenza, da cui lo stato dovrebbe acquistare tali beni e servizi

per fornirli ai cittadini.

LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO – CAPITOLO III

LA GIUSTIZIA COMMUTATIVA E LA GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA

La giustizia commutativa regola i rapporti dei singoli tra di loro; la giustizia distributiva invece regola i rapporti tra la società e i suoi membri.

Uno dei primi economisti che considerò il problema della giustizia distributiva fu Mill il quale sostenne che la giustizia del mercato andava completata con il

principio dell’eguaglianza delle opportunità. Il governo, attraverso l’istruzione, la legislazione e altri interventi, dovrebbe rendere le posizioni di partenza nella vita

eguali per tutti. Mill riteneva che lo stato dovesse occuparsi dell’istruzione e della legislazione sul lavoro dei minori.

IL PRINCIPIO DI INDENNIZZO

Barone, Kaldor, Hiks e altri economisti hanno formulato il cosiddetto principio di indennizzo, questi autori considerano un provvedimento che reca vantaggio ad

alcuni individui e danno ad altri.

Se gli individui avvantaggiati indennizzano i danneggiati, e dopo il pagamento dell’indennizzo, hanno ancora un vantaggio residuo, si può affermare che la

nuova situazione è migliore della precedente per l’intera collettività.

Ma il principio di indennizzo è stato inteso anche in un altro senso, secondo alcuni autori infatti, perché la nuova situazione possa essere ritenuta migliore della

precedente per la collettività, è sufficiente che gli individui avvantaggiati siano in grado di indennizzare i danneggiati.

L’UTILITARISMO E LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO - PIGOU E L’ECONOMIA DEL BENESSERE

Un filone di pensiero detto utilitaristico, ritiene che le utilità di individui diversi possano essere confrontate e giunge a formulare dei criteri di giustizia distributiva.

Pigou, considerato il fondatore dell’economia del benessere, tentò di individuare un unico criterio cui dovrebbero ispirarsi tutti gli interventi di politica economica

e lo identificò nella massimizzazione del benessere sociale.

Pigou considerava soltanto quella parte del benessere che era misurabile monetariamente, cioè il benessere economico. Il benessere economico era la somma

delle utilità degli individui, utilità derivanti dal consumo dei beni.

Un aumento del volume del reddito nazionale per Piogou determinava sempre un aumento del benessere per la collettività.

LA TEORIA DI RAWLS

Rawls diversamente da Pigou sostiene che tutti i valori sociali devono essere distribuiti in misura eguale tra tutti gli individui a meno che una distribuzione

diseguale di alcuni o di tutti questi valori non avvantaggi coloro che stanno peggio. Per Rawls le uniche diseguaglianze accettabili sono quelle che migliorano la

posizione dei più poveri, e il benessere sociale dipende solo dall’utilità dell’individuo più povero.

Secondo Pigou un trasferimento di reddito dai ricchi ai poveri aumenta il benessere sociale, invece secondo Rawls un trasferimento di reddito dai ricchi ai poveri

aumenta il benessere sociale finchè aumenta l’utilità dei poveri.

Rawls in pratica auspica una distribuzione del reddito più egualitaria di quella che emerge dall’impostazione di Pigou.

L’obiettivo di Rawls è la riduzione della povertà piuttosto che riduzioni di disuguaglianza.

LE SCELTE SOCIALI

Le scelte sociali dette anche scelte collettive o pubbliche, riguardano il sistema istituzionale.

Diversi filosofi e scienziati hanno sostenuto che le scelte sociali devono essere decise all’unanimità da tutti i componenti della collettività, solo la regola delle

decisioni unanimi infatti può difendere le minoranze e la libertà di ciascun individuo dalla possibile tirannia di gruppi di maggioranza. Tale regola inoltre porta la

società al raggiungimento di posizioni efficienti, ottimali nel senso di Pareto.

Una regola alternativa a quella dell’unanimità potrebbe essere quella di prendere decisioni a maggioranza, questa risulta la più diffusa nelle assemblee, nei

comitati, però può dare luogo a manipolazioni delle procedure di voto e incentivare la formazione di coalizioni.

LA FUNZIONE DEL BENESSERE SOCIALE

La funzione del benessere misura un tentativo di soluzione al problema di individuare un criterio mediante cui operare le scelte collettive.

Gli autori (Bergson, Allais) di tale funzione ipotizzano che ciascun individuo abbia una scala di preferenze fra le diverse possibili alternative relative

all’organizzazione economica della società e tentano di costruire una scala di preferenze per l’intera collettività, cui viene dato il nome di funzione del benessere

sociale. 4

Bergson e Samuelson tentano di costruire la funzione del benessere sociale mediante un procedimento di somma delle funzioni di preferenze dei singoli

individui, che comporta un confronto interpersonale di utilità.

Arrow respinge tale funzione e cerca di costruire la funzione de benessere sociale con il metodo della votazione, in base al quale gli individui vengono invitati ad

esprimere il loro voto tra le diverse alternative ma questa impostazione non rifletterà le preferenze di tutti gli individui, dato che nessuna votazione darà mai un

risultato unanime, ma riflette le preferenze della maggioranza.

FUNZIONE DEL BENESSERE SOCIALE E TEORIA DEL CONTRATTO SOCIALE

La funzione sociale può essere costruita partendo dalla teoria del contratto sociale di Rousseau, in base alla quale lo stato nasce da un contratto tra gli individui,

i quali assegnano allo stato dei poteri per ottenere in cambio dei servizi.

L’impostazione di Rawls prevede che l’individuo, nello scegliere il tipo di società che desidera dovrebbe prescindere totalmente dalla posizione che occupa o

che probabilmente occuperà. Dovrebbe scegliere come se fosse coperto da un velo di ignoranza sulla sua posizione personale. Egli vorrà una società in cui

l’individuo più povero abbia pur sempre un reddito di una certa entità, dato che potrebbe lui stesso appartenere alla categoria dei più poveri.

Rawls trova una base di consenso generale per la sua funzione del benessere sociale in cui questo dipende dall’utilità dell’individuo più povero.

PATERNALISMO E LA FUNZIONE DI PREFERENZA DEI POLITICI

Nella costruzione della funzione del benessere sociale, occorre tener conto anche di considerazioni etiche, non sempre inoltre lì individuo è il miglior giudice dei

propri interessi.

Si ritiene che le decisioni sulla struttura sociale e sull’assetto distributivo vadano prese dallo stato tenendo sì conto delle preferenze individuali ma anche

mediante una certa dose di paternalismo, questi studiosi rifiutano l’idea tipica dell’individualismo dei propri interessi e ritengano che lo stato debba intervenire

indipendentemente dalla volontà e dalle preferenze dei singoli.

Diversi studiosi ritengono che, vista l’impossibilità pratica di costruire la funzione del benessere sociale partendo dalle preferenze dei singoli individui, essa

debba essere considerata come la funzione di preferenza dei politici.

I BENI MERITORI

I beni meritori sono quelli che lo stato costringe ad usare, come la cintura di sicurezza per gli automobilisti, l’istruzione elementare per i bambini. Lo stato

sovrappone il suo punto di vista alle preferenze individuali imponendo certi comportamenti per il bene del destinatario anche contro il suo parere.

LA GIUSTIZIA E LO STATO

Hayen e Nozick sostengono che il criterio di giustizia non può guardare solo allo “stato finale” di un processo distributivo ma occorre giudicare le istituzioni,

indipendentemente dai risultati finali che esse producono.

Heken distingue nettamente l’ordine spontaneo, che emerge come la conseguenza non voluta di molti atti individuali, dalle organizzazioni, che sono guidate

dall’azione umana per conseguire determinati scopi. La società per Hayen non è un’organizzazione ma un ordine spontaneo.

I teorici dello stato minimale, cioè coloro che sostengono che lo stato deve intervenire il meno possibile nella vita economica e sociale affermano che la

redistribuzione di beni già posseduti violerebbe i diritti del proprietario e rappresenterebbe un’infrazione del principio secondo cui nessuno dovrebbe essere

usato solo come mezzo rispetto a fini altrui.

Alcuni autori invece considerano un bene pubblico l’equità nella distribuzione del reddito, il meccanismo del mercato tende però a generare una distribuzione

poco equa, meno egualitaria di quella socialmente desiderabile. Pertanto la distribuzione è realizzata meglio dallo stato che dai singoli individui.

LO STATO SOCIALE

Dopo la seconda guerra mondiale, nei principali paesi industrializzati è nata l’ideologia del welfare state, stato sociale o assistenziale, secondo cui lo stato deve

assicurare a tutti i cittadini alcuni servizi sociali gratuiti (istruzione,sanità..).

I governi si sono trovati di fronte al problema di come finanziare la spesa pubblica, le vie possibili sono tre:

1. Aumentare le imposte;

2. Emettere titoli del debito pubblico che verranno acquistati dai privati (deficit spending);

3. Creare moneta;

I governi hanno dilatato fortemente la spesa pubblica e l’hanno finanziata anche aumentando l’imposizione fiscale, in tutti i paesi è aumentata cosi la pressione

tributaria, cioè il rapporto tra imposte e reddito nazionale.

Negli anni 80 i governi hanno tentato di ridurre la spesa pubblica, facendo pagare ai cittadini almeno in parte, alcuni servizi. Numerosi paesi hanno ridotto anche

la progressività dell’imposizione fiscale. Vi è stata cosi anche una parziale inversione di tendenza rispetto alla logica del welfare state.

LE CRITICHE ALLO STATO SOCIALE

Uno dei temi dibattuti è se lo stato debba fornire le prestazioni gratuite o a basso prezzo a tutti oppure soltanto ai più poveri. Inizialmente molti hanno ritenuto

che lo stato dovesse fornirle alla generalità dei cittadini, ma con il tempo si è visto che tali spese crescevano a dismisura aggravando i disavanzi pubblici.

Diversi autori hanno sostenuto che gli eccessi dello stato sociale finiscono per danneggiare i più poveri e si è fatta cosi l’idea che lo stato li debba fornire

soltanto questi ultimi e non alla generalità dei cittadini.

Lo stato deve erogare sussidi soltanto ai veri poveri, l’obiettivo non è quello di ridurre le disuguaglianze ma eliminare la povertà. All’interno di questa visione si

dibatte se i sussidi ai percettori di redditi più bassi vadano dati in natura o in denaro, in ogni caso occorre tener conto del fatto che l’attività di redistribuzione del

reddito in denaro o in natura comporta dei costi amministrativi.

LA SICUREZZA SOCIALE – CAPITOLO XVI

LE ASSICURAZIONI

Il soggetto esposto al rischio stipula con una società assicuratrice un contratto detto polizza di assicurazione, in base al quale l’assicurato paga un

corrispettivo(premio) alla società e quest’ultima nel caso in cui il rischio si verifichi paga una certa somma(indennizzo).

(morte, furto, incidente automobilistico…)

La società assicuratrice stipula contratti con milioni di persone ed il rischio si verifica solo per pochi e per tale motivo il premio che l’assicurato paga alla società

sarà molto minore sarà molto minore rispetto all’indennizzo. obbligatoria

Nelle società moderne vi sono 2 tendenze: da un lato si tende a rendere l’assicurazione contro certi rischi mentre dall’altro

(si pensi all’assicurazione auto),

si tende a sostituire l’azione diretta dello Stato tramite appositi organi all’azione delle società assicuratrici (si pensi in tal caso alla sicurezza sociale ove lo Stato tende ad

assicurare direttamente i lavoratori contro i rischi di malattie, infortuni, disoccupazione, vecchiaia…).

LA SICUREZZA SOCIALE IN ITALIA

L’Italia ha un sistema di sicurezza sociale assai sviluppato fornendo prestazioni in natura o in danaro a seconda dei bisogni dei cittadini e

(quelle sanitarie) (pensioni)

NON in proporzione ai contributi versati redistribuendo il reddito a favore dei meno abbienti.

In Italia lo Stato gestisce la sicurezza sociale mediante numerosi enti pubblici e fornisce numerose prestazioni:

- PENSIONI l’INPDAP(Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell'’Amministrazione Pubblica) eroga pensioni a tutti coloro che sono stati

,

dipendenti statali, mentre l’INPS(Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) e altri enti previdenziali minori erogano pensioni a coloro che sono

dipendenti di enti pubblici o di aziende private e a diverse categorie di lavoratori autonomi(artigiani, commercianti…). Tali enti erogano la pensione al

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lavoratore quando ha raggiunto i 65 anni per gli uomini ed i 60 per le donne, si richiede che egli abbia lavorato, e quindi che il datore di lavoro abbia

versato i contributi per lui ad un ente previdenziale, per almeno 20 anni(cd pensione ordinaria o di vecchiaia).

Ha diritto alla pensione anche chi ha lavorato per 35 anni a condizione che abbia età pari o superiore a 57 anni o chi ha 39 anni di contribuzione indipendentemente dall’età.

Nel caso in cui il lavoratore sia divenuto invalido è sufficiente che abbia lavorato e che il datore di lavoro abbia versato i contributi per lui ad un ente previdenziale, per 5

anni(cd pensione di invalidità) e in caso di morte del lavoratore la pensione viene erogata al coniuge o agli eventuali figli minori(cd pensione per i superstiti).

- TRATTAMENTI DI DISOCCUPAZIONE , l’INPS corrisponde una indennità giornaliera ai lavoratori che restano involontariamente

disoccupati per un dato periodo di tempo non superiore ai 180 giorni a causa della sospensione dell'’attività da parte del datore di lavoro.

- INTEGRAZIONI SALARIALI , l’INPS se riconosce le motivazioni dell'’azienda può erogare, attraverso la Cassa integrazioni guadagni, ai

lavoratori che restano involontariamente disoccupati una integrazione salariale, cioè una somma pari all’80% della retribuzione che il lavoratore

avrebbe percepito qualora non fosse stato sospeso dal lavoro per un periodo assai più lungo di 180 giorni previsti per il trattamento di

disoccupazione.

- INDENNITA’ DI MOBILITA’ , i lavoratori involontariamente disoccupati vengono inseriti nella cd lista di mobilità per un periodo di tempo che

varia a seconda dell'’età del lavoratore e dell'’ubicazione territoriale dell'’azienda. L’INPS eroga a tali lavoratori l’indennità di mobilità che nel primo

anno è pari all’80% della retribuzione del lavoratore e diminuisce progressivamente con gli anni. La legge sancisce che le aziende che assumono

tali lavoratori godono di particolari agevolazioni ciò per favorire l’inserimento di tali lavoratori nell’attività produttiva.

- ASSEGNI PER IL NUCLEO FAMILIARE , l’INPS eroga ai lavoratori che hanno familiari a carico delle somme di danaro(cd assegni

familiari) in proporzione al reddito della famiglia.

- ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO , l’INAIL(Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul

Lavoro) eroga ai lavoratori rimasti disabili per infortuni sul lavoro un’indennità giornaliera in caso di disabilità temporanea ed un reddito in caso di

disabilità permanente. L’INAIL eroga un reddito ai familiari in caso di morte del lavoratore.

- PRESTAZIONI SANITARIE , il servizio sanitario nazionale è costituito da ASL(Aziende Sanitarie Locali), le quali quest’ultime assicurano

assistenza medica, farmaceutica ed ospedaliera a tutti i cittadini. Tale assistenza è gratuita per coloro che hanno redditi bassi o che rientrano in

categorie protette, mentre invece tutti gli altri cittadini debbono pagare parzialmente o totalmente alcune prestazioni.

- PRESTAZIONI ECONOMICHE DI MALATTIA E MATERNITA’

METODI DI FINANZIAMENTODELLA SICUREZZA SOCIALE

Lo Stato e gli enti che forniscono ai cittadini le prestazioni della sicurezza sociale possono finanziarsi mediante:

- l’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA tutti i lavoratori sono obbligati ad assicurarsi contro certi eventi(malattie, infortuni…) e pagare il premio.

- la PARAFISCALITA’, i premi prendono il nome di contributi e vengono pagati allo Stato o agli enti pubblici in parte dai datori di lavoro e in parte dai

lavoratori. I contributi rappresentano un prelievo coattivo di ricchezza che lo Stato effettua su alcune categorie di cittadini. Vi è in tale caso un intento

redistributivo da parte dello Stato.

- la FISCALITA’ , consiste nel finanziare le pensioni, l’assistenza medica…

FINANZIAMENTO DELLA SICUREZZA SOCIALE IN ITALIA

In Italia vige il sistema di finanziamento mediante la parafiscalità, i contributi sono in parte a carico dei datori di lavoro(imprese) e in parte minore a carico dei lavoratori(cd contributi sociali questi)ad

esclusione del Servizio Sanitario Nazionale che a partire dal 1998 è a carico della fiscalità.

LA CRESCITA DELLA SPESA SANITARIA

La spesa sanitaria negli ultimi 40 anni è cresciuta fortemente in tutti i Paesi industrializzati a causa della progressiva estensione della copertura sanitaria a categorie sempre più ampie di cittadini e a causa

della crescita di alcuni servizi sanitari più rapida del tasso medio di inflazione.

Alcuni ritengono che fornire gratuitamente prestazioni sanitarie a tutti abbia indotto molti individui a consumare un eccesso di prestazioni sanitarie inutili con un forte aggravo della spesa statale.

I sistemi sanitari presentano profonde differenze tra i Paesi. Negli Stati Uniti ad esempio vige un sistema basato prevalentemente sulle assicurazioni private; le prestazioni sanitarie sono fornite da strutture

private ma vi sono anche ospedali pubblici ed i prezzi delle prestazioni sanitarie sono regolati in base ad accordi tra governo, associazioni mediche e compagnie d’assicurazione.

Vi sono importanti programmi di assistenza sanitaria pubblica finanziati attraverso le imposte, programmi sia a favore degli anziani ultra 65enni sia a favore dei poveri di qualsiasi età.

Circa 25 milioni di persone, pari al 10% della popolazione restano senza copertura sanitaria, essi sono i disoccupati e le persone affette da malattie particolarmente gravi.

Nella maggior parte dei Paesi europei vige un sistema di assistenza sociale obbligatoria ove lo Stato fornisce le prestazioni sanitarie ai cittadini gratuitamente o rimborsa loro i costi sostenuti.

In Italia il Sistema Sanitario Nazionale copre tutta la popolazione.

L’assistenza sanitaria gratuita potrebbe indurre gli individui a NON prevenire le malattie, mentre se si dovessero pagare tutti i costi dell'’assistenza sanitaria si comporterebbero in modo più prudente, non

abusando di fumo, alcool… tutelando maggiormente la propria salute.

Inoltre l’assistenza sanitaria gratuita può indurre al consumo sfrenato di farmaci non indispensabili, a sottoporsi a controlli e analisi più frequentemente del necessario…

In altri termini esiste un problema di rischio morale(o moral hazard) per il comportamento dell'’individuo.

Per porre sotto controllo la crescita della spesa sanitaria è necessario l’introduzione del ticket, che può avere una misura fissa o proporzionale al valore della prestazione.

Altri ritengono che ciò comporti gravi problemi per i poveri che non sono in grado di pagare tale quota.

I PROBLEMI DEL SISTEMA PENSIONISTICO

Negli ultimi anni nei Paesi industrializzati il sistema previdenziale ha manifestato problemi tra entrate e uscite, infatti se la vita media continuerà ad allungarsi e crescerà il numero dei pensionati rispetto al

numero dei lavoratori sarà difficile poter pagare le pensioni nella stessa misura di oggi a meno che non vi sia un aumento molto rapido della produttività del lavoro, altrimenti bisognerà spostare in avanti l’età

pensionabile o rivedere l’entità delle pensioni.

L’ammontare della pensione dipende dalla retribuzione percepita durante la vita lavorativa e il finanziamento deriva dai contributi versati dai lavoratori e dai datori di lavoro.

Con la riforma previdenziale del 1995 in Italia l’ammontare delle pensioni dipende esclusivamente dai contributi versati ed ancora esiste un reddito minimo garantito a tutti i cittadini anche a coloro che non

hanno mai versato contributi.

In altri Paesi(Gran Bretagna e Paesi scandinavi) viene erogata una pensione uguale per tutti e una pensione supplementare legata alla retribuzione.

Oltre alla previdenza pubblica esiste in molti Paesi una previdenza privata basata sul mercato delle assicurazioni private con funzioni integrative alla prima.

Tali previdenze private hanno tuttavia costi di gestione più alti della previdenza pubblica inoltre non riescono a coprire certi rischi sociali, come l’inflazione non soddisfando gli impegni presi, cosa che lo Stato

può sempre soddisfare finanziandosi mediante le imposte.

E’ giusto costringere tutti ad essere previdenti, a versare i contributi sociali cioè. L’assicurazione sulla vecchiaia è quindi un bene meritorio.

LA STABILIZZAZIONE DELL’ECONOMIA – CAPITOLO IV

LA DISOCCUPAZIONE COME FALLIMENTO DEL MERCATO: IL PENSIERO DI KEYNES

Uno dei principali risultati dell’analisi keynesiana è che anche in regime di concorrenza pura nel sistema economico non si realizza automaticamente il pieno

impiego delle risorse e in particolare della forza lavoro, ma occorrono appositi interventi da parte dello stato consistenti in politiche fiscali e monetarie adeguate.

Se le forze di mercato non sono in grado di realizzare la piena occupazione, ciò significa che non sono in grado di ottenere nemmeno il massimo volume

possibile di produzione, cioè il prodotto o reddito potenziale, che è il presupposto dell’ottimo paretiano.

La maggior parte degli economisti riteneva che il reddito nazionale effettivo fosse sempre uguale a quello potenziale, cioè che il sistema economico fosse

sempre in piena occupazione. Keynes obiettò che nella realtà i salari sono rigidi verso il basso perché i sindacati non permettono che scendano al di sotto di un

certo limite. Keynes andò oltre sostenendo che anche se i salari potessero scendere liberamente, la piena occupazione non verrebbe raggiunta, infatti, egli

affermava che una diminuzione dei salari monetari determina una diminuzione della domanda di beni di consumo da parte dei lavoratori,le imprese vedendo la

diminuzione della domanda, ridurrebbero la produzione di beni e servizi e quindi licenzierebbero dei lavoratori. In questo modo si verificherebbe sia una caduta

del reddito che dell’occupazione. Se si vuole che il reddito effettivo aumenti fino a raggiungere il livello del reddito potenziale bisogna, secondo Keynes stimolare

la domanda globale. Ciò spingerà le imprese ad assumere i disoccupati ed espandere la produzione. Il livello dell’occupazione, nel breve periodo, dipende dal

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livello del reddito, cioè dalla domanda globale e questo a sua volta è determinato dal volume degli investimenti e dalla propensione marginale al consumo

secondo la formula del moltiplicatore.

Il volume degli investimenti dipende da due fattori: le aspettative delle imprese sulla domanda di mercato e sui profitti e il tasso di interesse.

Per raggiungere la piena occupazione è necessario dunque l’intervento dello stato che accresca il volume degli investimenti e la propensione marginale al

consumo, un aumento di questi due fattori attraverso il moltiplicatore, fa crescere il reddito nazionale e l’occupazione.

La propensione marginale al consumo può essere aumentata diminuendo le imposte che gravano sui beni di consumo, rendendo meno onerose per l’acquirente

le vendite a rate di questi beni e redistribuendo il reddito dagli individui più ricchi ai più poveri mediante imposizione progressiva.

Per Keynes infine, la misura fondamentale per raggiungere la piena occupazione consiste nella realizzazione degli investimenti pubblici che lo stato finanzierà

non con l’aumento delle imposte ma mediante emissione di titoli del debito pubblico (finanziamento in disavanzo).

SVILUPPI DEL PENSIERO KEYNESIANO

Le prime teorie ritenevano che il consumo dipende dal reddito disponibile degli individui, per cui un aumento delle imposte determina una diminuzione dei

consumi mentre una riduzione delle imposte li stimola. Successivamente diversi autori hanno sviluppato teorie secondo cui il consumo di un individuo in un anno

dipende dal suo reddito corrente, cioè da quello che percepisce nello stesso anno.

Friedman ha sostenuto invece che il consumo dipende dal reddito permanente cioè da una media dei redditi da lui percepiti in un certo numero di anni.

Modigliani, rilevando che il reddito di un individuo di solito è basso nel periodo iniziale e finale della vita mentre è più alto nel periodo centrale della vita stessa,

ha sostenuto che il consumo di un individuo non dipende dal suo reddito corrente ma dal reddito percepito durante tutto l’arco della vita, in vecchiaia l’individuo

consumerà parte di ciò che ha risparmiato nel periodo centrale della sua vita.

I MONETARISTI

Friedman e i cosiddetti monetaristi, respingono la posizione dei keynesiani che propongono di usare la politica monetaria espandendo l’offerta di moneta nei

periodi di depressione in modo da stimolare l’aumento degli investimenti e del reddito nazionale, e contraendola nei periodi di inflazione, e sostengono che

variazioni della quantità di moneta producono effetti sulle grandezze reali con notevole ritardo, per cui gli effetti espansivi della politica monetaria sugli

investimenti si produrrebbero quando l’economia sta già superando automaticamente la depressione e quindi potrebbero far aumentare eccessivamente la

domanda globale, con conseguente aumento dei prezzi se il sistema economico è vicino alla piena occupazione.

Per i monetaristi, nel breve periodo, variazioni dalla quantità di moneta possono avere effetti sulle grandezze reali, come il reddito e l’occupazione, ma con

intervalli temporali molto variabili e imprevedibili.

Ritengono che la quantità di moneta nel lungo periodo determina il livello generale dei prezzi e, tutte le variabili espresse in termini monetari come il reddito

monetario e il saggio di interesse monetario. Ma nel lungo periodo la quantità di moneta non ha alcuna influenza sulle variabili reali, né sul livello del reddito e

dell’occupazione né sul saggio di interesse reale. La politica monetaria può quindi produrre effetti temporanei di riduzione del tasso di interesse e della

disoccupazione, ma solo al costo di aggravare la situazione generando successivamente inflazione e maggiore disoccupazione. Pertanto conclude Friedman, le

autorità non devono usare la politica monetaria in funzione anticiclica: esse non devono dilatare l’offerta di moneta nei periodi di depressione né restringerla

nelle fasi di inflazione, ma devono espanderla ad un tasso costante del 3 – 4 % l’anno, approssimativamente uguale a quello di crescita del reddito nazionale.

La visione di Friedman comporta quindi l’adozione di regole automatiche da parte dei pubblici poteri. I monetaristi hanno fiducia nelle capacità auto regolatrici

del sistema economico, cioè delle forze di mercato, rappresentate soprattutto dalla flessibilità dei prezzi, del tasso di interesse e dei salari, gli interventi dello

stato sono destabilizzanti.

I NEOKEYNESIANI E L’USO COMBINATO DELLE POLITICHE MONETARIA E FISCALE

I governi, dopo la seconda guerra mondiale, hanno attuato costantemente politiche monetarie e fiscali volte al raggiungimento del pieno impiego. Questo è stato

assunto come obiettivo centrale nei principali documenti di politica economica dei maggiori paesi industrializzati. Negli anni 50 e 60 si ha il trionfo delle politiche

keynesiane, volte a stimolare l’attività economica. Numerosi economisti hanno ripreso il concetto keynesiano di reddito potenziale dandone una definizione più

operativa.

Il reddito potenziale, pertanto, viene definito come il reddito nazionale che viene prodotto nel sistema economico quando vi è una disoccupazione pari al 3-4 %,

perché questa è una situazione in cui l’occupazione è la massima possibile. Nell’ economia americana la disoccupazione era attorno al 7% occorrevano perciò

misure che la facessero scendere.

Gli economisti neokeynesiani consigliavano l’uso della politica fiscale nella duplice forma della riduzione delle imposte e dell’aumento della spesa pubblica

finanziato in deficit (mediante emissione di titoli del debito pubblico) seguendo l’insegnamento di Keynes.

In realtà il sistema aveva, secondo i neokeynesiani, degli stabilizzatori automatici, perché la crescita del reddito, indotta da una politica fiscale espansiva,

avrebbe determinato un aumento delle entrate tributarie tale da portare in equilibrio il bilancio dello stato.

Negli anni 60 furono seguite non solo politiche fiscali ma anche politiche monetarie espansive, volte alla stabilizzazione dei tassi di interesse. Infatti, l’aumento

dei disavanzi poneva ai governi il problema del loro finanziamento. L’attuazione di politiche fiscali e monetarie espansive portò negli anni 70 l’economia di diversi

paesi industrializzati ad operare a livelli prossimi alla piena occupazione, ma in tal modo cominciarono a manifestarsi nel sistema economico pressioni

inflazionistiche intense.

Si faceva strada l’idea che vi è un conflitto tra il mantenimento della piena occupazione e la stabilità dei prezzi e che occorre tenere sotto controllo l’evoluzione

della domanda globale attraverso un’appropriata combinazione di politiche monetarie e fiscali. Un’ulteriore precisazione portava a definire l’obiettivo della piena

occupazione come equilibrio interno e l’obiettivo dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti come equilibrio esterno.

Diversi economisti, hanno rilevato che, siccome la politica economica di breve periodo deve perseguire simultaneamente i due obiettivi dell’equilibrio interno e

dell’equilibrio esterno, a ciò non è sufficiente un solo strumento (politica fiscale), ma occorre l’uso combinato di due strumenti; la politica fiscale e quella

monetaria.

Alcuni economisti hanno proposto di impiegare la politica fiscale in senso espansivo finalizzandola principalmente al raggiungimento della piena occupazione

(equilibrio interno), e di combinarla con una politica monetaria cauta, in modo tale da tenere sotto controllo l’evoluzione dei prezzi.

Una politica monetaria restrittiva, attuata mediante vendite da parte della bce di titoli del debito pubblico che, deprimendo il prezzo, ne facciano aumentare il

tasso di interesse, indurrà anche i non residenti nel paese ad acquistare questi titoli. Si determina cosi un afflusso di valuta straniera, che migliora anch’esso la

situazione della bilancia dei pagamenti.

SPIAZZAMENTO, INFLAZIONE DA IMPOSTA, ECONOMIA DELL’OFFERTA

Alcuni autori hanno insistito sul fenomeno dello spiazzamento(crowding out), l’aumento della spesa pubblica finanziato attraverso l’aumento dell’indebitamento

pubblico, fa aumentare i tassi di interesse e quindi riduce, cioè spiazza, la spesa privata, ossia gli investimenti privati. E, poiché la spesa pubblica ha una

produttività minore di quella privata, lo spiazzamento riduce il tasso di crescita dell’economia.

L’analisi dell’inflazione da imposta parte dalla considerazione secondo cui l’ipotesi keynesiana di costanza della distribuzione del reddito nel breve periodo non

risulta più vera. L’ipotesi keynesiana deriva dall’affermazione per cui, finchè il sistema economico non è in piena occupazione, i prezzi non variano e ogni

squilibrio tra domanda e offerta globale è corretto mediante variazioni nel livello del reddito e dell’occupazione.

La situazione attuale è caratterizzata dell’esistenza di categorie che hanno la capacità di fissare i prezzi dei beni e dei servizi che producono (price makers),e

altri che invece non hanno tale facoltà, ma trovano i prezzi già stabiliti sul mercato(price takers). I principali rappresentanti dei price makers sono le imprese e i

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commercianti, che operano quali sempre in un regime di monopolio. I lavoratori dipendenti che percepiscono un reddito fissato contrattualmente, devono invece

accettare i prezzi che si formano sul mercato. Molti di loro fanno parte di categorie organizzate sindacalmente e queste quando si verificano rialzi dei prezzi,

possono ottenere aumenti salariali attraverso scioperi..

La teoria dell’inflazione da imposta può essere ridotta a questa successione di eventi, l’aumento della spesa pubblica costringe le autorità ad accrescere la

pressione tributaria e la progressività dell’imposizione fiscale. I soggetti colpiti dagli aumenti delle imposte tentano di trasferire l’onere su altri soggetti. La

traslazione produce inflazione.

Gli esponenti dell’economia dell’offerta, dopo aver affermato che l’unico modo di accelerare lo sviluppo è quello di suscitare investimenti privati, che espandono

la capacità produttiva, cioè l’offerta, sostengono che, per raggiungere tale scopo, occorre ridurre la spesa pubblica, le imposte, e la regolamentazione pubblica

delle attività private.

L’aumento dell’imposizione fiscale ha spinto gli individui a lavorare di meno, cioè a produrre di meno dato che devono versare al fisco larga parte dei propri

guadagni; l’eccessiva regolamentazione ostacola gli investimenti e la produzione.

LA TEORIA DELLE ASPETTATIVE RAZIONALI E LA NUOVA MACROECONOMIA CLASSICA

Alcuni economisti hanno elaborato la teoria delle aspettative razionali, che è stata utilizzata dagli esponenti della nuova macroeconomia classica. Secondo la

teoria delle aspettative razionali, gli operatori economici, nel formulare le previsioni sull’andamento dell’economia, si comporteranno in modo razionale, cioè si

serviranno di tutte le informazioni disponibili, comprese quelle sull’andamento passato dell’economia. Secondo gli esponenti di questa teoria gli operatori in

generale prevederanno abbastanza correttamente l’andamento delle grandezze economiche.

Nei modelli della nuova macroeconomia classica viene quindi ipotizzata una flessibilità dei prezzi e dei salari che porta il sistema economico sempre alla piena

occupazione, e le politiche monetarie e fiscali sono inutili. L’unica politica economica utile che le autorità possono realizzare consiste nel favorire la diffusione più

rapida possibile delle informazioni, ciò che rappresenta l’unico modo per diminuire l’incertezza e gli errori di previsione.

Molti economisti però sostengono che le ipotesi della nuova macroeconomia classica sono assai lontane dalla realtà e la prova sarebbe nel fatto che tali modelli

non riescono a spiegare la disoccupazione massiccia e persistente che si è creata in Europa negli anni 80. La nuova macroeconomia classica pertanto arriva

alle seguenti conclusioni: le fluttuazioni della produzione e dell’occupazione sono provocate da perturbazioni impreviste della domanda, le politiche economiche

sistematiche sono facilmente prevedibili dagli operatori e quindi inutili, la disoccupazione è dovuta solo alle scelte volontarie dei lavoratori, che non vogliono

lavorare per livelli di salario che ritengono troppo bassi.

LO SVILUPPO ECONOMICO – CAPITOLO V

LO SVILUPPO ECONOMICO E L’INTERVENTO PUBBLICO

Per sviluppo di un paese di intende un processo di crescita civile e sociale consistente in un aumento del livello culturale della popolazione, del suo tenore di

vita e delle sue civiltà.

Per sviluppo economico normalmente si intende soltanto l’aumento della quantità di beni e servizi prodotti all’interno di un paese, la grandezza da considerare

non è tanto il reddito nazionale ma il reddito pro – capite, vale a dire il reddito nazionale diviso per il numero degli abitanti del paese considerato. Si ha sviluppo

economico quando aumenta il reddito pro – capite.

Il tasso di sviluppo del reddito nazionale nel periodo lungo è determinano essenzialmente dai fattori che influenzano l’offerta, cioè la produzione di beni, poiché

la produzione di beni dipende dalla quantità dei fattori impiegati nei processi produttivi e dal progresso tecnico, lo sviluppo del reddito nazionale dipende dalla

crescita del capitale, dall’aumento della forza lavoro e dal ritmo del progresso tecnico. La crescita del capitale è determinata dagli investimenti realizzati

nell’economia.

Occorre domandarsi se lo sviluppo venga realizzato dal libero operare delle forze di lavoro o richieda l’intervento pubblico. Un primo tipo di intervento consiste

nell’uso delle politiche congiunturali, fiscali e monetarie, per stimolare la crescita del reddito e dell’occupazione.

Altri interventi invece incidono sui fattori relativi all’offerta e sono noti come interventi strutturali. Tra i fattori di offerta il primo da considerare è la forza lavoro, la

cui crescita dipende dall’aumento naturale delle popolazione e dall’immigrazione. L’aumento della popolazione, se da un lato rappresenta un fattore di crescita

della popolazione, dall’altro è un elemento che influisce negativamente sulla crescita del reddito pro – capite.

I paesi sviluppati si trovano in difficoltà ad avere un numero eccessivo di immigrati che vivono con un reddito basso e costumi troppo diversi, e ciò li spinge ad

avere adottare misure che regolino l’immigrazione.

Le pubbliche autorità intervengono per garantire che l’espansione urbana avvenga secondo un certo piano regolatore.

Strettamente collegata alla politica di assetto del territorio è la politica dell’ambiente, attraverso questa lo stato interviene per evitare che l’industrializzazione e

l’urbanizzazione danneggino o distruggano le risorse naturali.

IL COSTO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

Diversi studiosi mettono in evidenza le diseconomie esterne generate dai processi di crescente industrializzazione, urbanizzazione e congestione. Sulla base di

queste considerazioni è sorto un orientamento secondo cui occorrerebbe porre dei limiti allo sviluppo, dato che, una crescita troppo rapida della produzione

danneggia l’ambiente e la qualità della vita e potrebbe determinare un esaurimento delle risorse naturali del pianeta.

La questione ecologica è strettamente legata a quella economica, in effetti, ogni intervento dello stato finalizzato a ridurre l’inquinamento si traduce

inevitabilmente in un aumento della spesa pubblica, ciò perché tali interventi richiedono un ingenti investimenti.

La quota della spesa pubblica destinata alla tutela dell’ambiente, che non era molto elevata fino agli anni 80, sta aumentando in quasi tutti i Paesi. gli interventi

dello stato per la tutela dell’ambiente nei paesi industrializzati, mentre nel passato si sono limitati a riparare i danni prodotti dall’inquinamento, negli ultimi anni

invece sono stati di tipo preventivo.

LE POLITICHE INDUSTRIALI E REGIONALI

In molti paesi lo stato interviene per sostenere e promuovere le attività produttive e in particolare l’attività industriale, questo intervento prende il nome di politica

industriale.

Per Schumpeter vi sono imprese che muoiono e imprese che nascono, il progresso tecnico consiste proprio nella creazione di nuovi prodotti e dalla nascita di

industrie completamente nuove, cioè in una distruzione creativa, questa comporta distruzione di posti di lavoro nelle vecchie industrie e creazione di posti di

lavoro nelle nuove. È ovvio che può generare disoccupazione, almeno nel breve periodo, a questo tipo di disoccupazione si dà il nome di disoccupazione

tecnologica.

Negli ultimi decenni si è verificato il fenomeno che le grandi imprese non sono scomparse, ma hanno attuato al loro interno delle ristrutturazioni e riconversioni

in modo da introdurre i nuovi processi produttivi e da produrre i nuovi beni abbandonando la produzione dei vecchi. Le grandi imprese spesso non avevano

sufficienti mezzi finanziari per attuare tali riconversioni e li hanno attinti dallo stato, lo stato spesso non si è limitato a fornire tali finanziamenti ma ha anche

elaborato il disegno generale dello sviluppo industriale, dando maggiori mezzi finanziari a certi settori e per certe riconversioni.

In diversi paesi, la politica industriale è strettamente legata alla politica regionale. Poiché l’industrializzazione tende a concentrarsi in certe zone mentre altre

rimangono depresse, lo stato cerca di suscitare lo sviluppo anche in queste ultime. (Italia del nord - del sud). Lo stato però spesso elargisce incentivi finanziari

alle imprese che compiono investimenti nelle aree depresse. Incentivi che possono consistere in concessione di crediti, riduzione di imposte, elargizione di

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contributi a fondo perduto. Questi incentivi sono difficilmente giustificabili dal punto di vista della logica economica, infatti rappresentano delle distorsioni del

meccanismo della concorrenza.

IL RUOLO DELLA FINANZA PUBBLICA NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Negli ultimi decenni si è venuto imponendo all’attenzione mondiale il problema dell’enorme squilibrio esistente tra le condizioni di vita della popolazione nei

paesi industrializzati e quelle nei paesi sottosviluppati. Visto che le condizioni di vita della massa della popolazione restano povere e gli squilibri si aggravano, lo

sviluppo è stato ridefinito negli obiettivi seguenti: eliminazione della povertà, riduzione della disuguaglianza e della disoccupazione nel contesto di una economia

in crescita. È stato dimostrato come il tasso di crescita del pil non è la misura più adatta dello sviluppo peri paesi arretrati, facendo cosi ricorso ad altri indicatori

come gli indici compositi i quali tengono conto di fattori sociali, economici, di qualità della vita..

Gli studiosi dei problemi del sottosviluppo si chiedono se una rapida crescita del pil tende a migliorare, cioè a rendere più egualitaria, la distribuzione, oppure

tende a peggiorarla o non ha alcun effetto su di essa. Kuznets ed altri autori, hanno sostenuto che nei primi stadi dello sviluppo la distribuzione del reddito

tenderà a peggiorare, mentre negli stadi successivi migliorerà.

In generale, gli studi empirici mostrano che non vi è una relazione univoca tra crescita e distribuzione del reddito, in alcuni paesi gli alti saggi di sviluppo si

accompagnano ad un peggioramento della distribuzione del reddito, in altri ad un miglioramento e ad altri ad una invarianza della distribuzione.

Si può dunque affermare che non vi è un legame meccanico tra crescita del reddito e diseguaglianze distributive e che la distribuzione, come rilevava Mill, può

essere influenzata dalle politiche economiche.

Molti autori fanno notare che una rapida crescita economica, sebbene non riduca automaticamente la povertà, rimane pur sempre uno strumento essenziale in

qualunque programma di politica economica volto a ridurre la povertà. Molti economisti ritengono che una distribuzione egualitaria in molti PVS potrebbe

favorire la crescita economica, infatti un aumento del reddito dei poveri potrebbe migliorare la loro nutrizione, la salute fisica, determinerebbe un aumento della

domanda di beni di consumo come generi alimentari e vestiario, pertanto l’aumento dei redditi dei poveri potrebbe stimolare la produzione, gli investimenti e

l’occupazione locali.

Alcuni studiosi sostengono che bisognerebbe sviluppare un’istruzione mirata a preparare i giovani per il lavoro agricolo o da svolgersi in ogni caso nelle aree

rurali, perché finora spesso la formazione era orientata a preparare i giovani per il lavoro nel moderno settore urbano. Ma gli oppositori sostengono che grandi

investimenti nell’istruzione possono distrarre le risorse scarse da attività più produttive sul piano economico e sociale, per cui tali investimenti finiscono per

essere un freno più che uno stimolo allo sviluppo.

Ma occorre non dimenticare che la diffusione dell’istruzione ha sicuramente contribuito allo sviluppo aumentando la produttività della forza lavoro.

GLI STRUMENTI DELLA FINANZA PUBBLICA: IL BILANCIO DELLO STATO – CAPITOLO VI

NOZIONI GENERALI SUL BILANCIO

Il bilancio dello Stato rappresenta il principale strumento dell'’attività finanziaria pubblica. L’attività finanziaria dello Stato è costituita da 2 momenti: entrata/uscita.

Il bilancio dello Stato è dunque un documento giuridico – contabile che contiene l’indicazione delle entrate e delle uscite dello Stato relative ad un dato periodo

di tempo che normalmente è l’anno.

Il bilancio viene elaborato dal governo e viene sottoposto all’approvazione del Parlamento; dal bilancio si desumono i soggetti dai quali lo Stato preleva le

imposte e gli scopi per i quali eroga le spese.

ANNO FINANZIARIO ED ESERCIZIO FINANZIARIO

anno finanziario

L’ è il periodo di tempo al quale si riferiscono le entrate e le uscite registrate nel bilancio.

esercizio finanziario

L’ è l’insieme delle operazioni amministrative che si riferiscono alla gestione di un anno finanziario.

DIVERSI TIPI DI BILANCIO

BILANCIO PREVENTIVO

Il (redatto all’inizio dell'’anno) contiene le entrate che si prevede verranno realizzate nell’anno e le spese che si prevede verranno

compiute.

BILANCIO CONSUNTIVO

Il (redatto dopo che l’anno è finito) registra le entrate che ci sono effettivamente realizzate e le spese materialmente erogate.

Il bilancio preventivo, una volta approvato dal Parlamento, autorizza la Pubblica Amministrazione a riscuotere le entrate e a erogare le spese.

II bilancio preventivo può essere:

- di competenza : comprende tutte le entrate che lo Stato ha il diritto di riscuotere nell’anno finanziario e tutte le spese che lo Stato ha l’obbligo di erogare

nell’anno finanziario;

- di cassa : comprende tutte le entrate che si prevede verranno riscosse e tutte le spese che si prevede verranno erogate nell’anno finanziario.

residui attivi

I costituiscono le entrate iscritte nel bilancio di competenza di un anno ma non riscosse nello stesso anno.

residui passivi

I costituiscono le spese di competenza di un anno, ma non pagate.

Il bilancio di competenza da una idea precisa degli impieghi che lo Stato assume e prima o poi dovrà pagare.

Il bilancio di cassa non registra tali impegni ma mostra solo le spese che saranno effettivamente erogate.

I PRINCIPI DEL BILANCIO

1. UNIVERSALITA’: il bilancio deve contenere tutte le entrate e le uscite dello Stato in modo che nessuna entrata o uscita sia sottratta al controllo del

Parlamento; la legge può prevedere delle eccezioni ammettendo la gestione dei fondi al di fuori del bilancio (GESTIONI EXTRA – BILANCIO)

2. INTEGRITA’: le entrate e le uscite devono essere iscritte ciascuno per intero

3. UNITA’: le entrate devono affluire tutte ad un unico fondo e da questo fondo devono uscire tutte le spese

4. SPECIALIZZAZIONE: le singole voci di entrate/uscite devono essere specificate e tenute distinte con la massima precisione

5. PUBBLICITA’: il bilancio viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e portato a conoscenza

IL BILANCIO DELLO STATO E L’ATTIVITA’ FINANZIARIA PUBBLICA

Il bilancio dello Stato dovrebbe dare un quadro completo di tutte le entrate/uscite, oggi però non è così perché esistono accanto allo Stato:

• enti pubblici che operano sul territorio nazionale ma che hanno un bilancio distinto da quello dello Stato(INPS, ANAS)

• enti pubblici che operano su una parte del territorio dello Stato e che hanno un bilancio totalmente autonomo da quello dello Stato(Regioni, Province,

Comuni, USL (Unità Sanitarie Locali).

ENTRATE ORDINARIE E STRAORDINARIE. PAREGGIO, AVANZO E DISAVANZO DI BILANCIO

Le sono quelle che lo Stato ha regolarmente, ogni anno; le dovrebbero essere percepite dallo Stato dovrebbero

ENTRATE ORDINARIE ENTRATE STRAORDINARIE

essere percepite dallo Stato solo in circostanze eccezionali.

La più importante delle entrate ordinarie è rappresentata dalle imposte. Spesso lo Stato non riesce a coprire le spese con le entrate ordinarie e ricorre a prestiti

pubblici, cioè emette titoli del debito pubblico che i cittadini sottoscrivono, cioè acquistano volontariamente. Lo Stato paga loro un interesse e la somma che

riceve è un debito dello Stato nei confronti dei cittadini. 9

Se i cittadini non acquistano tali titoli al tasso offerto dallo Stato, questo può chiedere alla Banca Centrale di acquistarli e in tal modo riceverà moneta di nuova

creazione. Pertanto le entrate ordinarie sono costituite da imposte mentre le entrate straordinarie sono costituite dal debito pubblico e da emissione di moneta.

Il bilancio può essere:

- in pareggio, quando le entrate ordinarie sono uguali alle uscite

- in avanzo(surplus), quando le entrate ordinarie sono maggiori delle uscite

- in disavanzo(deficit), quando le uscite sono maggiori delle entrate; il disavanzo è dato dalla differenza tra le uscite e le entrate ordinarie

LA POLITICA DI BILANCIO

La teoria classica della finanza pubblica sosteneva che lo Stato deve tendere al pareggio del bilancio.

Molti autori sostengono che lo Stato dovrebbe far fronte alle spese ordinarie con entrate ordinarie(imposte), alle spese straordinarie con entrate straordinarie

(cioè con il denaro raccolto mediante emissione dei titoli del debito pubblico).

Impostazione diversa è la teoria del “doppio bilancio”, in base al quale:

- le spese correnti devono essere finanziate mediante le imposte;

(necessarie per il funzionamento del bilancio)

- le spese in conto capitale possono essere finanziate mediante il ricorso al debito pubblico.

(quelle di investimento)

Il bilancio corrente deve essere in pareggio, mentre il bilancio in conto capitale può essere in disavanzo.

Secondo l’impostazione della teoria del “bilancio ciclico” non è necessario che il bilancio sia in pareggio ogni anno, ma lo Stato dovrebbe mirare a realizzare tale

pareggio in un periodo di 4 – 5 anni.

L’impostazione keynesiana nota come teoria della “finanza funzionale” abbandona il principio del pareggio del bilancio e considera il bilancio uno strumento per

regolare il livello dell'’attività economica.

L’aumento del disavanzo del bilancio è uno strumento per accrescere il livello dell'’attività economica e per ridurre la disoccupazione. L’accordo di

Waastrich(1991) prevedeva condizioni e scadenze che i paesi aderenti della CE dovevano rispettare perché si potesse arrivare alla creazione di una moneta

unica europea e prevedeva anche un meccanismo di sorveglianza da parte delle autorità.

E’ emerso da allora un consenso generale sulla necessità di adottare una politica di bilancio che rispetti alcune regole tra cui quella che la Banca Centrale non

sia obbligata a finanziare i disavanzi pubblici e la necessità di evitare deficit di bilancio eccessivi (DISAVANZO E DEBITO NON SUPERIORI AL 3% E AL 60% DEL PIL).

Con il Patto di stabilità e sviluppo(1997) i Paesi dell'’Unione monetaria europea si sono impegnati a raggiungere e mantenere nel medio termine un bilancio in

pareggio.

La strategia di riduzione del debito pubblico ha mirato ad azzerare il deficit primario e a convertirlo in surplus in modo da ridurre gradualmente

(per sanità, pensioni)

il debito totale.

IL BILANCIO DELLO STATO IN ITALIA – CAPITOLO VII

LA CLASSIFICA DELLE ENTRATE

Le entrate dello Stato sono divise in: titoli, categorie e titoli. I TITOLI sono 4:

1) ENTRATE TRIBUTARIE: comprende i proventi dei tributi (imposte, tasse)

2) ENTRATE EXTRATRIBUTARIE: comprende le entrate provenienti da attività economiche dello Stato

3) ENTRATE PER ALIENAZIONE E AMMORTAMENTO DI BENI PATRIMONIALI E PER RIMBORSO DI CREDITI: comprende

- i ricavi derivanti dalle vendite di beni immobili di proprietà dello Stato

- le quote di ammortamento dei beni patrimoniali dello Stato

- le entrate costituite dal rimborso di prestiti fatti dal Tesoro

4) ACCENSIONE DI PRESTITI: comprende le entrate derivanti dall’accensione di prestiti. Lo Stato non riesce a coprire le spese con le entrate e ricorre

ai prestiti pubblici. Il denaro che lo Stato riceve in prestito è considerata un’entrata per lo Stato.

I titoli sono suddivisi in CATEGORIE a seconda della natura delle entrate. Le categorie sono suddivise in CAPITOLI a seconda dell'’oggetto specifico

dell'’entrata.

LA CLASSIFICA DELLE SPESE

Le spese dello Stato sono divise in: TITOLI, CATEGORIE e CAPITOLI.

I TITOLI sono 3:

1. SPESE CORRENTI:

- spese sostenute per il funzionamento dello Stato (stipendi, spese di manutenzione degli immobili e degli altri beni dello Stato) cd SPESE CORRENTI PRIMARIE

- interessi che lo Stato paga sui titoli del debito pubblico

2. SPESE IN CONTO CAPITALE( O DI INVESTIMENTO):

- spese per opere pubbliche

- sovvenzioni per gli altri enti (regioni, comuni, imprese…)

Le SPESE PRIMARIE sono le spese dello Stato al netto degli interessi che lo Stato paga sul debito

(SPESE CORRENTI PRIMARIE + SPESE IN CONTO CAPITALE)

pubblico.

3. SPESE PER IL RIMBORSO DI PRESTITI: sono le somme che lo Stato deve rimborsare a coloro che gli hanno prestato denaro acquistando titoli del

debito pubblico.

Il titolo di spesa è diviso in categorie a seconda della natura economica della spesa. La CATEGORIA è divisa in CAPITOLI, ciascuno dei quali riguarda uno

specifico oggetto.

CLASSIFICAZIONE DELLE ENTRATE E DELLE SPESE IN BASE AL CRITERIO ECONOMICO – GESTIONALE

Tale criterio da un lato tiene conto del centro di responsabilità amministrativa che riceve l’entrata o eroga la spesa e dall’altro rafforza l’attenzione agli obiettivi

che lo Stato persegue(cd ) mediante l’attività finanziaria pubblica. In base allo stesso, sia le entrate sia le spese sono divise in unità

FUNZIONI – OBIETTIVO

previsionali di base, questa unità corrisponde ad un centro di responsabilità amministrativa cui è affidata la gestione di una data entrata o di una data spesa.

Ogni unità previsionale di base raggruppa diversi capitoli ed è l’unità minima sulla quale si procede in Parlamento alla votazione e all’approvazione della legge

di bilancio.

Così i ministri possono spostare le somme spendibili da un capitolo all’altro nell’ambito della stessa unità previsionale di base, mentre per spostare le risorse

da un’unità previsionale ad un’altra occorre l’approvazione del Parlamento.

I RISULTATI DEL BILANCIO 10

Fino al 1978 veniva redatto un bilancio preventivo annuale di competenza. Dal 1979 vengono redatti sia un bilancio preventivo di competenza sia uno di

cassa.

Le ENTRATE FINALI sono in sostanza le entrate

(ENTRATE TRIBUTARIE + ENTRATE EXTRA TRIBUTARIE + ENTRATE PER ALIENAZIONE E AMMORTAMENTO)

ordinarie, l’”ACCENSIONE DI PRESTITI” rappresenta invece le entrate straordinarie.

Le SPESE FINALI sono date da SPESE CORRENTI + SPESE IN CONTO CAPITALE.

Sia il bilancio dello Stato di competenza sia quello di cassa mettono in evidenza:

1) RISPARMIO PUBBLICO

Pari alla differenza tra TOTALE ENTRATE TRIBUTARIE – EXTRATRIBUTARIE e il TOTALE SPESE CORRENTI

2) SALDO NETTO DA FINANZIARE O IMPIEGARE(cd FABBISOGNO)

Pari alla differenza tra ENTRATE FINALI e SPESE FINALI.

Il fabbisogno è la differenza tra le entrate ordinarie e le spese(escluse le spese per il rimborso di prestiti) e quindi rappresenta l’avanzo o il disavanzo di bilancio

dell'’esercizio.

Il saldo primario è la differenza tra entrate ordinarie e spese primarie, rappresenta quindi l’avanzo o il disavanzo dell'’esercizio al netto degli interessi.

3) INDEBITAMENTO NETTO

Pari alla differenza tra entrate finali(al netto delle riscossioni di crediti) e spese finali(al netto delle operazioni finanziarie).

4) RICORSO AL MERCATO

Pari alla differenza tra il totale delle entrate finali ed il totale spese. Il ricorso al mercato è dato dal fabbisogno + spese per rimborso di prestiti.

FORMAZIONE DEL BILANCIO PREVENTIVO

Il bilancio annuale preventivo(di competenza e di cassa)dello Stato viene così elaborato:

il Ministero dell'’Economia e delle Finanze elabora lo Stato di previsione delle entrate. Ciascun Ministero elabora lo Stato di previsione delle proprie uscite.

Le Regionerie centrali dei Ministeri trasmettono tali previsioni alla Ragioneria Generale dello Stato che elabora lo schema di bilancio.

Il Ministero dell'’Economia e delle Finanze sottopone tale schema di bilancio al Consiglio dei Ministri, il quale, discute e delibera tale bilancio.

Il Ministro dell'’Economia e delle Finanze presenta quindi il bilancio come disegno di legge al Parlamento entro il 30 settembre di ogni anno.

BILANCIO DI ASSESTAMENTO DEL’ESERCIZIO IN CORSO

Tale bilancio viene presentato a metà esercizio(entro il 30 giugno di ogni anno) dal Ministro dell'’Economia e delle Finanze. Il bilancio di assestamento compie

una revisione di cassa che autorizza il governo ad effettuare spese maggiori di quelle che il bilancio preventivo aveva previsto.

ALTRI STRUMENTI CHE IL GOVERNO DEVE ELABORARE

• Documento di programmazione economico – finanziaria (entro il 30 giugno di ogni anno)che definisce la manovra di finanza pubblica per il

periodo relativo al bilancio triennale. Tale documento indica inoltre gli obiettivi che la politica economica deve raggiungere nei 3 anni successivi.

• Bilancio triennale di previsione (entro il 30 settembre di ogni anno)deve essere redatto a legislazione vigente, deve cioè indicare quale sarà nei 3

anni successivi l’andamento delle entrate e delle spese sulla base delle leggi in vigore. Il bilancio triennale è di competenza e non di cassa perché è

difficile prevedere per un periodo di tempo più lungo.

• Bilancio triennale programmatico (entro il 30 giugno di ogni anno)dovrebbe indicare l’andamento delle entrate e delle spese non a legislazione

vigente ma sulla base delle innovazioni legislative previste. Tuttavia tale documento non è stato mai presentato dal Governo per via delle difficoltà di

prevedere le innovazioni legislative che il Parlamento deciderà di realizzare nei 3 anni successivi.

• Relazione previsionale e programmatica (entro il 30 settembre di ogni anno) contiene le previsioni sull’andamento della situazione economica del

Paese e il programma degli interventi di politica economica.

ESAME E APPROVAZIONE DEL BILANCIO CONSUNTIVO

Con il termine dell'’anno finanziario(31 dicembre) il Ministro dell'’Economia e delle Finanze elabora il rendiconto generale dell’esercizio finanziario trascorso, che

è costituito dal BILANCIO CONSUNTIVO e dal CONTO GENERALE DEL PATRIMONIO DELLO STATO.

Il rendiconto generale deve essere presentato entro il 31 luglio di ogni anno dal Ministro dell'’Economia e delle Finanze che deve presentare anche una

relazione generale sulla situazione economica del Paese nell’anno precedente(entro il 31 marzo).

ESAME ED APPROVAZIONE DEL BILANCIO PREVENTIVO DA PARTE DEL PARLAMENTO

Il bilancio preventivo viene discusso ed approvato secondo l’iter normale che ogni legge segue. Il bilancio così viene presentato ad una delle 2 Camere e poi

all’altra dove viene discusso prima in commissione poi in assemblea. In ogni Camera l’assemblea vota il bilancio, una volta approvato, viene pubblicato sulla

Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

L’art. 81 Cost. stabilisce che la legge di approvazione del bilancio non può istituire nuovi tributi ne nuove spese.

LEGGE FINANZIARIA, FONDO GLOBALE, FONDI SPECIALI E NOTE DI VARIAZIONE

La LEGGE FINANZIARIA contiene le modifiche e le integrazioni a disposizioni legislative aventi riflessi sul bilancio annuale preventivo dello Stato e sui bilanci

degli enti che si ricollegano alla finanza statale.

Può cioè modificare o integrare leggi che prevedono entrate e spese mentre il bilancio è ancora all’esame del Parlamento. La legge finanziaria determina:

- variazioni delle aliquote delle imposte, tasse…(cioè le variazioni delle entrate dello Stato)

- aumento delle spese o riduzione delle entrate

- importi dei fondi speciali

- importo massimo della spesa per gli aumenti degli stipendi

I FONDI SPECIALI fanno fronte ad oneri finanziari da provvedimenti legislativi emanati successivamente all’approvazione del bilancio per consentire di

effettuare spese che possono sorgere nel corso dell'’esercizio. Il bilancio contiene dei fondi speciali per far fronte a oneri dipendenti da provvedimenti legislativi

in corso.

Le NOTE DI VARIAZIONE sono leggi che apportano variazioni al bilancio derivanti dalla legge finanziaria e da leggi approvate successivamente a questa.

L’art. 81 Cost. afferma che ogni legge che comporta spese nuove o maggiori di quelle previste in bilancio deve indicare le entrate con cui farvi fronte (in altri

termini le SPESE CORRENTI DEBBONO ESSERE FINANZIATE MEDIANTE ENTRATE ORDINARIE CIOE’ ENTRATE TRIBUTARIE E NON MEDIANTE INDEBITAMENTO

PUBBLICO).

ESERCIZIO PROVVISORIO

E’ il mandato con cui il Parlamento, quando non è riuscito ad approvare il bilancio preventivo prima dell'’inizio dell'’anno finanziario, autorizza il governo ad

applicare il progetto di bilancio non ancora approvato, cioè a riscuotere le entrate e pagare le spese secondo il progetto.

ESECUZIONE E CONTROLLO DEL BILANCIO 11

I Ministeri provvedono all’esecuzione del bilancio e la Corte dei Conti controlla l’esecuzione del bilancio nel corso dell'’anno. La Corte dei Conti esercita un

controllo preventivo e successivo.

- Controllo preventivo

I Ministeri danno esecuzione al bilancio emettendo dei decreti che devono essere inviati alla Corte dei Conti, che controlla che siano o meno conformi

alle leggi e ai regolamenti e in particolare alla legge di approvazione del bilancio e controllando ancora che la spesa non ecceda lo stanziamento.

La Corte dei Conti se riconosce il decreto legittimo appone il visto e lo registra, il decreto diviene così esecutivo, altrimenti rinvia il decreto con una

nota in cui motiva il rifiuto al Ministero, il Ministero a sua volta può accettare il rifiuto o può sottoporre la questione al Consiglio dei Ministri.

- Controllo successivo

La Corte dei Conti verifica che il rendiconto sia conforme al bilancio preventivo e delibera sulla regolarità del rendiconto. Tale delibera prende il nome

di parificazione del rendiconto generale dello Stato.

La Corte restituisce il rendiconto con una relazione al Ministro dell'’Economia e delle Finanze al Parlamento entro il 31 luglio.

IL TESORO

E’ quel ramo dell'’amministrazione dello Stato che provvede ad incassare somme e effettuare pagamenti. E’ costituito da:

1. DIPARTIMENTO DEL TESORO: è un organo del Ministero dell'’Economia e delle Finanze ma con una sua autonomia;

2. TESORERIA CENTRALE: con sede a Roma

3. TESORERIE PROVINCIALI: ognuno presso la sede della Banca d’Italia di ciascun capoluogo di provincia.

La gestione del bilancio è costituita da tutte le operazioni(riscossioni e pagamenti) in esecuzione del bilancio preventivo.

La gestione della tesoreria è costituita da operazioni che fanno fronte a temporanee deficienze di cassa.

Le principiali operazioni di tesoreria sono:

1. EMISSIONE DI BOT(Buoni Ordinari del Tesoro), che hanno durata di 3, 6 o 12 mesi

2. ACCENSIONE DI PRESTITI, il Tesoro può farsi prestare denaro dalla Cassa Depositi e Prestiti e dalle Banche. Alla Cassa Depositi affluisce il risparmio postale.

Quando le spese sono superiori alle entrate, il Tesoro usa l’emissione di Bot, cioè il debito fluttuante, per coprire disavanzi del bilancio anziché semplici

sfasamenti temporali tra incassi e pagamenti.

LA SPESA PUBBLICA – CAPITOLO VIII

DEFINIZIONE E CLASSIFICAZIONE

Le spese pubbliche sono le erogazioni di denaro effettuate dallo stato e degli enti pubblici per il raggiungimento dei fini collettivi. Le spese pubbliche possono

essere classificate secondo diversi criteri:

- Spese per acquisto di beni e servizi, quelle che lo stato e gli enti pubblici effettuano per acquistare beni e servizi che poi utilizzano per i loro fini o mettono a

disposizione della collettività;

- Spese per i trasferimenti, quelle che lo stato e gli altri enti pubblici sostengono senza ottenere nulla in cambio (pensioni, sussidi ai disoccupati, contributi a fondo

perduto…);

- Spese correnti, sono quelle che lo stato sostiene per il suo funzionamento (stipendi, manutenzione), e gli interessi che lo stato paga sui titoli del debito pubblico;

- Spese in conto capitale, sono quelle che lo stato sostiene per la realizzazione di opere pubbliche (strade, scuole), e le sovvenzioni, ossia sussidi che lo stato dà

ad altri enti, perché essi realizzino investimenti;

- Spese ordinarie;

- Spese straordinarie;

IL FENOMENO DELL’AUMENTO DELLE SPESE PUBBLICHE NEL TEMPO

Da oltre un secolo a questa parte la spesa pubblica è enormemente aumentata in tutti gli stati. Per misurare la crescita della spesa pubblica, si usa rapportarla

alla ricchezza prodotta nel paese, cioè al reddito nazionale, misurato come prodotto interno lordo, PIL.

Il rapporto spesa pubblica/pil è cresciuto nel tempo in tutti i paesi e la causa principale viene individuata proprio nella progressiva estensione dell’attività dello

stato.

Negli ultimi decenni il miglioramento delle condizioni di vita ha determinato un aumento della vita media, è diminuito il numero delle nascite, per cui è aumentato

il numero degli anziani e ciò ha causato un ulteriore aumento della spesa pubblica per le pensioni e assistenza sanitaria; è aumentata anche per consentire a

tutti i bambini di avere un’istruzione gratuita, per l’assistenza medica a tutti i cittadine e cosi via.

Cosi come è crescita la spesa pubblica nel tempo, sono aumentate le imposte, infatti lo stato, per poter accrescere le sue spese, ha dovuto aumentare le

entrate, e in particolare i tributi.

La pressione tributaria T/pil, è il rapporto tra l’ammontare dei tributi che i contribuenti pagano nel corso di un anno e il reddito nazionale dello stesso anno.

La pressione tributaria complessiva è il rapporto tra la somma dei tributi e dei contributi sociali (quelli che i datori di lavoro e i lavoratori pagano allo stato) che i

contribuenti pagano nel corso di un anno e il reddito nazionale dello stesso anno. La pressione tributaria complessiva sarà T+C/pil, la pressione tributaria è

crescita nel tempo perché i tributi e i contributi sociali sono aumentati più rapidamente del pil: lo stato ha prelevato quote sempre più maggiori della ricchezza

prodotta dai privati.

LA VALUTAZIONE DEI PROGRAMMI DI SPESA PUBBLICA. L’ANALISI COSTI – BENEFICI

La spesa pubblica rappresenta uno strumento importante per raggiungere gli obiettivi che lo stato moderno si prefigge, quando ci sono fallimenti del mercato,ad

esempio esternalità positive o beni pubblici, il governo può intervenire mediante la spesa pubblica: sussidiando quegli investimenti che possono essere realizzati

da imprese private e producono esternalità positive; producendo direttamente i beni pubblici o commissionandoli a imprese private, in questi casi la spesa

pubblica ha funzioni allocative, perché migliora l’allocazione delle risorse e quindi l’efficienza produttiva.

Il governo può redistribuire reddito ai meno abbienti mediante la spesa pubblica, fornendo loro servizi

sociali gratuiti o a basso prezzo. Queste spese di trasferimento possono essere finanziate mediante il gettito di imposte che gravino sui ceti più abbienti.

La spesa pubblica è un importante strumento di politica congiunturale ( ha lo scopo di contrastare la congiuntura, ossia la disoccupazione o l’inflazione). Un

suo aumento fa crescere la domanda globale e il reddito, mentre una sua diminuzione li fa scendere.

La spesa pubblica è infine un importante strumento per la promozione dello sviluppo di un paese sia attraverso la creazione di beni pubblici, sia attraverso il

sostegno agli investimenti che producono esternalità positive, sia attraverso spese come quelle per l’istruzione alla generalità dei cittadini .

L’analisi costi – benefici è un metodo utilizzato dagli economisti per valutare gli effetti dei programmi di spesa pubblica, un’impresa privata, prima di decidere se

effettuare o meno un investimento, compirà un’analisi dei benefici che derivano e dei costi che deve sostenere ed effettuerà l’investimento solo se i benefici

sono superiori ai costi.

Di norma i costi e i benefici di un progetto di investimento saranno misurati da un conto profitti e perdite, questa analisi viene chiamata analisi finanziaria.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale e bancaria
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher frog17-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Maria SS. Assunta - Lumsa o del prof Di Biase Rita.

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