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aumentando le imposte). In conclusione, possiamo affermare che il circuito economico

subisce continui adattamenti.

La legge di Say

Nel 1803, viene pubblicato il Trattato di economia politica ad opera dell’economista

francese Jean Baptiste Say. Si tende a liquidare la sua opera come una divulgazione, in

francese, della Ricchezza delle nazioni. E’ stato però osservato che questo giudizio può

essere influenzato proprio dal fatto che Say non apparteneva alla tradizione di lingua

inglese. Un’analisi più attenta, infatti, rivela che solo una parte del trattato è dedicata a

risistemare le idee dell’opera di Adam Smith.

Say incentra la sua attenzione sul ruolo dell’imprenditore, che vede come forza

motrice del processo economico. Il suo maggior contribuito all’economia è però la

cosiddetta legge di Say, detta anche legge degli sbocchi.

La legge di Say sostiene che “ogni offerta crea sempre la propria domanda”.

Infatti, aumentando la produttività e l’impiego dei fattori della produzione (capitale, terra,

lavoro) aumenterà in misura corrispondente l’offerta di beni sul mercato. Poiché ogni

fattore riceverà per il suo utilizzo un reddito monetario (profitto, interesse, rendita,

salario) si genererà una domanda sufficiente all’acquisto di tutti i beni prodotti.

Pertanto, qualunque sia il volume della produzione che le imprese hanno deciso di

effettuare, la produzione stessa verrà assorbita interamente dal mercato. Secondo Say, non

vi può essere né eccesso di domanda né eccesso di offerta e il sistema tenderà all’equilibrio.

Poiché secondo la legge degli sbocchi, la produzione di merci e la conseguente

creazione di reddito generano una domanda che consente la vendita di tutta la produzione

ottenuta, si ritiene impossibile che possano verificarsi crisi di sovrapproduzione. La legge

degli sbocchi presupponeva due corollari:

ogni produzione genera un reddito di importo equivalente;

tutto il reddito viene sempre interamente speso (direttamente o indirettamente).

Inoltre, secondo Say la moneta svolgeva un ruolo di semplice intermediaria nelle

transazioni, senza esercitare alcuna influenza sul livello della produzione della ricchezza

reale.

La teoria neoclassica dell’occupazione

Secondo la teoria neoclassica, come tutti i mercati, anche il mercato del lavoro tende

a un punto di equilibrio.

Nel mercato del lavoro l’offerta proviene dai lavoratori e aumenta

all’aumentare del salario reale (dato dal salario nominale W diviso P, che in questo caso

rappresenta l’indice dei prezzi) mentre la domanda di lavoro proviene dalle imprese e

aumenta al diminuire del salario reale.

Secondo i neoclassici, il mercato del lavoro è sempre in equilibrio. In particolare,

quando il suo funzionamento non sia ostacolato, tende a formarsi un prezzo di equilibrio

al quale tutti coloro che offrono lavoro sono in grado di lavorare e tutte le imprese che

domandano lavoro sono in grado di assumere. Si ha cioè la piena occupazione, poiché il

salario giunge a un livello tale da far equilibrare la domanda e l’offerta di lavoro.

Secondo i neoclassici, inoltre, non esiste disoccupazione involontaria. Infatti, tutti i

lavoratori che vogliono lavorare al salario che si forma sul mercato hanno un’occupazione.

Di conseguenza, se un lavoratore sarà disoccupato questo deriva dal fatto che egli

non ha accettato il salario di mercato per lui troppo basso, decidendo di impiegare il proprio

tempo in altro modo. Quindi si tratta di “disoccupazione volontaria”.

Tasso di interesse di equilibrio

Con il termine interesse si intende:

il prezzo che deve pagare chi prende in prestito una somma di denaro a colui che concede

tale prestito;

il corrispettivo pagato per l’uso temporaneo del risparmio altrui.

L’interesse è calcolato in termini percentuali, pertanto si parla di tasso o saggio

d’interesse.

Secondo gli esponenti della teoria neoclassica, anche l’interesse tende a un punto di

equilibrio, cioè il punto in cui si eguagliano domanda e offerta di risparmio.

L’offerta di risparmio dipende, in larga misura, dal tasso di interesse. Quanto

maggiore è la remunerazione corrisposta a chi offre denaro a prestito tanto maggiore è la

disponibilità di un soggetto a risparmiare; in altre parole l’offerta di risparmio è una

funzione crescente del tasso d’interesse: più alto è il tasso d’interesse, più le famiglie sono

disposte a risparmiare perché più alto è il compenso per la rinuncia al consumo.

Per chi compie un investimento utilizzando denaro preso a prestito, invece, l’interesse non è

un ricavo ma un costo. La domanda di risparmio è inversamente proporzionale al

saggio di interesse.

Generalmente sono gli imprenditori a ricorrere al risparmio al fine di utilizzare il

denaro per finanziare i propri investimenti.

Il capitale monetario preso a prestito consente all’imprenditore di acquistare i beni di

produzione necessari per effettuare il processo produttivo. Naturalmente il risparmio sarà

richiesto fino a quando l’interesse da pagare non sarà così alto da superare il rendimento

degli investimenti.

Si ricava da ciò che più alto è il tasso d’interesse, minori sono gli investimenti.

La teoria neoclassica è dunque basata sull’ipotesi che l’interesse influisca sia sul risparmio

che sugli investimenti, cioè il tasso di interesse è il prezzo che assicura l’equilibrio tra

risparmio e investimento nel sistema economico. Quindi secondo i neoclassici, domanda e

offerta di denaro sono strettamente collegate al tasso di interesse.

Secondo la teoria neoclassica, il tasso di interesse raggiunge la propria posizione di

equilibrio quando domanda di risparmio (rappresentata dalle decisioni di investimento I) e

offerta di risparmio S si eguagliano.

Keynes, nella sua Teoria generale, criticò questa teoria sostenendo che la

formazione del risparmio dipende prevalentemente dal livello del reddito nazionale e non dal

saggio di interesse, mentre gli investimenti dipendono dalle prospettive di profitto degli

imprenditori.

La teoria quantitativa della moneta

La Teoria quantitativa della moneta fu esposta per la prima volta dal filosofo

scozzese Hume ed, in seguito, formalizzata dall’economista Fisher nella sua equazione

degli scambi.

Secondo questa teoria, il potere di acquisto della moneta dipende dalla quantità di

moneta in circolazione.

In base all’esperienza, si intuisce che se il quantitativo della moneta in circolazione

aumenta anche i prezzi tendono ad aumentare. Si pensi al fenomeno ricorrente che si

verifica in occasione delle feste natalizie, quando il pagamento della tredicesima mensilità ai

lavoratori dipendenti determina un’iniezione di moneta aggiuntiva e di potere d’acquisto nel

sistema economico, per cui questo fatto, unito ad altri elementi (tradizione, pubblicità, ecc.),

fa sì che in questo periodo dell’anno i prezzi di molte merci raggiungono livelli più alti.

La quantità di moneta in circolazione viene indicata con M e comprende i biglietti

emessi dalla banca centrale, la moneta bancaria e la moneta divisionale. Occorre precisare

che quando si parla di quantità di moneta in circolazione bisogna tener conto anche della

velocità di circolazione, che si indica con V.

La velocità di circolazione della moneta è data dal numero di volte che la moneta

compie la sua funzione di intermediaria passando da un soggetto all’altro in un

determinato periodo di tempo.

La velocità di circolazione della moneta è data dal rapporto tra il valore

complessivo delle transazioni che indichiamo con QP (dove Q rappresenta l’insieme delle

quantità delle merci scambiate e P il livello generale dei prezzi), e la quantità di moneta

M. Per cui possiamo scrivere: QP

V = ------

M

Occorre precisare che la teoria quantitativa della moneta si riferisce al caso

particolare di un sistema economico in cui la moneta viene impiegata solo con funzione di

intermediaria degli scambi e mezzo di pagamento, e non come riserva di valore.

Come accennato, Fisher sintetizzò la teoria quantitativa in una formula nota come

equazione degli scambi. La formula illustra il principio che il valore totale delle merci

scambiate sul mercato in ogni unità di tempo deve necessariamente essere uguale alla

quantità di moneta in circolazione nel sistema considerato:

QP = MV

dove M = quantità di moneta in circolazione

V = velocità di circolazione

P = livello generale dei prezzi

Q = l’insieme delle quantità delle merci scambiate

Da questa equazione possiamo scrivere:

MV

P = ------

Q

Quest’ultima formula mette in evidenza che il livello dei prezzi è direttamente

proporzionale alla quantità di moneta in circolazione.

Ricordando che la formula che esprime il potere d’acquisto della moneta è A = 1/P,

possiamo ricavare la formula che esprime il potere d’acquisto della moneta secondo la teoria

quantitativa: Q

A = -----

MV

Come si vede, il potere d’acquisto della moneta dipende dalla quantità di moneta in

circolazione e dalla sua velocità.

Si deve comunque osservare che la teoria quantitativa presenta dei limiti:

il livello generale dei prezzi può aumentare senza che ciò dipenda dalla quantità di moneta o

dalla velocità di circolazione;

un’ulteriore difficoltà consiste nel calcolare con precisione la velocità di circolazione della

moneta. Nella formula di Fisher V viene considerata costante ma, in realtà, essa può subire

variazioni dovute a diversi fattori;

inoltre, illustrando la teoria monetaria, è importante considerare la congiuntura economica.

Infatti, nei periodi di depressione gli affari ristagnano e la velocità di circolazione della

moneta si riduce; mentre il contrario avviene nei periodi di espansione dell’attività

produttiva. Capitolo 4

Introduzione alla macroeconomia keynesiana

Il principio affermato dalla teoria tradizionale neoclassica era incentrato sulla legge

di Say e sulla fiducia assoluta nei meccanismi di autoregolazione del mercato. La teoria

neoclassica esaltava inoltre il laissez-faire come l’unico mezzo possibile per raggiungere

l’equilibrio economico e in grado di garantire la piena occupazione di tutte le risorse

presenti nel sistema economico. Secondo i neoclassici, il laissez-faire avrebbe garantito

inevitabilmente livelli di piena occupazione e di stabilità nel sistema economico.

Questo principio cominciò ad essere messo in dubbio con la grande crisi economica

scoppiata nel 1929 negli Stati Uniti e diffusasi su scala mondiale negli anni Trenta. In questi

anni, il volume della produzione calò drasticamente e i livelli di disoccupazione raggiunsero

livelli altissimi.

Dinnanzi a questi alti livelli di disoccupazione la ricetta degli economisti neoclassi

continuava ad essere la stessa. Se le imprese non assumono significa che il livello salariale è

superiore alla produttività marginale del lavoro: allora basta abbassare i salari reali e le

imprese torneranno a domandare lavoro, determinando le condizioni del rilancio economico.

Questa ricetta non solo non era in grado di curare la malattia, ma produceva effetti negativi,

poiché, riducendo il potere d’acquisto dei lavoratori, aumentava le difficoltà delle imprese

(che non riuscivano a vendere i loro prodotti). Si determinava quindi un’ulteriore

diminuzione dei livelli di produzione e un incremento dei livelli di disoccupazione. I

pericoli di questa situazione vennero alla fine percepiti dagli uomini di governo e dagli

amministratori pubblici che iniziarono ad adottare forme di protezionismo.

Mentre gli uomini di governo si allontanavano dalle ricette proposte dagli

economisti neoclassici, anche sul piano teorico vennero avanzate critiche nei confronti della

teoria tradizionale. L’economista che attaccò a più riprese tale teoria è stato l’inglese John

Maynard Keynes. Tra le sue opere più importanti è doveroso ricordare La teoria generale

dell’occupazione, interesse e moneta (1936).

Secondo Keynes, è assolutamente sorprendente che dinnanzi ad un’evoluzione

drammatica della realtà economica dei paesi più industrializzati (che portò al crollo della

borsa di Wall Street nel 1929) gli economisti neoclassici continuino a proporre una dottrina

incentrata sulla legge di Say, ponendo l’accento soprattutto sul ruolo dell’offerta e

trascurando quello della domanda.

Inoltre, secondo Keynes occorre ricostruire le premesse dell’analisi economica

partendo da un presupposto: innanzitutto, infatti, occorre prendere atto che il futuro è

incerto. Prendiamo ad esempio gli investimenti. Gli investimenti sono scommesse sul

futuro, nel senso che daranno i loro frutti solo nel futuro. Se il futuro è incerto, non è mai

possibile avere la sicurezza che l’investimento avrà successo. Di conseguenza, gli

investimenti dipendono dalle aspettative degli imprenditori, che sono disposti in certe

circostanze a scommettere sul futuro. Come afferma Keynes, gli investimenti dipendono

dagli “animal spirits” degli imprenditori, che li spingono a prendere decisioni anche in

condizioni di incertezza.

Secondo i neoclassici, gli investimenti dipendono dal tasso di interesse ma un ruolo

fondamentale deve essere assegnato anche alle aspettative degli imprenditori. Se le

aspettative sono ottimistiche, si potrà avere un volume notevole di investimenti anche con

un saggio di interesse relativamente alto, perché gli imprenditori prevedono livelli di profitto

remunerativi, mentre se le aspettative sono pessimistiche anche in presenza di un saggio di

interesse basso si avrà un volume di investimenti molto basso. Quest’ultimo caso, ad

esempio, si è verificato in Giappone tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo,

dove un saggio di interesse praticamente negativo non è bastato a stimolare gli investimenti.

In secondo luogo, anche ipotizzando l’esistenza di mercati perfettamente funzionali secondo

il modello neoclassico, occorre notare che resta un notevole spazio all’incertezza, perché

questi mercati possono essere influenzati da eventi sociali o naturali, che influenzano quindi

le variabili economiche. Ad esempio, chi poteva prevedere l’attacco alle Torri Gemelle

dell’11 settembre 2001? Questo evento, ha influenzato l’andamento della vita economica e

ha modificato la redditività degli investimenti.

Occorre dunque tener conto del mondo reale nel costruire i modelli economici e non partire

da una rappresentazione del mondo in cui per ipotesi i mercati sono perfetti. Inoltre la

macroeconomia neoclassica concentra la sua attenzione sull’equilibrio di lungo periodo.

Invece, secondo Keynes, occorre analizzare problematiche di breve periodo.

Un altro punto dell’analisi di Keynes riguarda la moneta. La teoria quantitativa degli

economisti neoclassici presuppone che la moneta abbia solo la funzione di mezzo di

scambio, cioè serva unicamente a facilitare le transazioni tra i beni. In questo quadro la

moneta non è mai domandata per sé, ma per disfarsene immediatamente, cioè per acquistare

altri beni o servizi. Quando vendo un bene o un servizio in cambio di moneta, cioè, ciò che

realmente domando non è la moneta stessa, ma i beni e servizi che con essa posso

comprare.

Tuttavia la moneta ha anche un'altra funzione, è anche deposito di valore. Questo significa

che la moneta può essere domandata e tenuta non per effettuare immediatamente altri

acquisti, ma per conservare e trasferire nel tempo il suo valore. In questo caso, sottolinea

Keynes la moneta è “un legame tra presente e futuro”. Durante i periodi di incertezza,

quando non sanno valutare bene il futuro andamento dei mercati o del tasso di interesse, gli

imprenditori o i risparmiatori preferiscono rimanere “liquidi”, trasferire nel futuro il valore e

aspettare tempi più favorevoli prima di utilizzare la moneta in loro possesso. In questo caso

si domanda moneta per se stessa, cioè per tenerla e non per disfarsene subito per acquistare

beni o servizi, o prestarla ad altri in cambio di interesse, perché si ritiene che questa sia la

forma più conveniente di trasferire nel tempo il valore.

Questo breve riassunto mostra alcuni punti fondamentali della teoria keynesiana e

dimostra come Keynes respinga uno dei capisaldi della macroeconomia neoclassica: la

legge di Say.

La critica alla legge di Say

La critica alla HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Say" \o "Legge

di Say" legge di Say, rappresenta un grande punto di discontinuità tra Keynes e i suoi

predecessori. Per la legge di Say (che prende il nome da HYPERLINK "http://

it.wikipedia.org/wiki/Jean-Baptiste_Say" \o "Jean-Baptiste Say" Jean-Baptiste Say,

HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/wiki/Economisti_classici" \o "Economisti classici"

economista classico) «l'offerta crea la propria domanda»: la produzione di merci e la

conseguente creazione di reddito generano una domanda che consente la vendita di tutta la

produzione ottenuta. Quindi secondo Say, qualunque sia il volume della produzione che le

imprese hanno deciso di effettuare, la produzione stessa verrà interamente assorbita dal

mercato. La critica di Keynes alla legge di Say si basa su tre punti:

la legge di Say si riferisce a una domanda potenziale ma la produzione deve corrispondere

alla domanda effettiva, cioè alla quantità di beni che il mercato è in grado realmente di

assorbire;

la moneta non svolge solo la funzione di mezzo di scambio ma funge anche da riserva di

valore, per cui potrebbe essere possibile che non tutto il reddito venga speso e quindi che la

domanda e l’offerta sul mercato monetario non siano eguali;

i salari non possono essere del tutto flessibili, sia in conseguenza del potere contrattuale dei

sindacati, sia perché la loro riduzione comporta una diminuzione della domanda.

Ne deriva che il sistema economico non può regolarsi da sé. L’intervento dello Stato

diviene quindi indispensabile per contenere e stabilizzare gli effetti dei cicli economici. Il

ruolo dello Stato proposto da Keynes si impone sostanzialmente in tutti i paesi

industrializzati e garantisce, nella seconda metà del ‘900, un lungo periodo di espansione.

Il meccanismo del mercato

Nella Teoria generale, Keynes mostra un meccanismo alternativo di regolazione del

sistema economico, in cui è la domanda e non l’offerta a determinare il livello del reddito.

Secondo Keynes, le decisioni di consumo dipendono principalmente dal livello del

reddito: più cresce il reddito più crescono i consumi. Anche i risparmi dipendono dal

reddito. Con la diminuzione del reddito, non diminuiscono solo i consumi ma anche i

risparmi.

Le decisioni di investimento dipendono invece dalle aspettative di profitti futuri.

Questi ultimi dipendono dalle previsioni circa i ricavi che potranno ottenersi nel futuro dalle

vendite. Quindi gli investimenti sono autonomi rispetto al reddito.

La politica keynesiana della spesa pubblica e dell’occupazione

Secondo la teoria Keynesiana il livello del reddito nazionale e dell’occupazione, nel

breve periodo, è determinato dalla domanda aggregata. Questa è costituita dalla spesa per i

consumi più la spesa per gli investimenti più la spesa pubblica. Per cui possiamo scrivere:

Y = C + I + G

nella quale Y rappresenta il reddito nazionale, C la spesa per i consumi, I gli investimenti, G

la spesa pubblica. Quest’ultima è costituita dagli acquisti di beni e dai pagamenti effettuati

dalla pubblica amministrazione.

Secondo l’analisi keynesiana, possiamo considerare la relazione tra reddito

nazionale e occupazione e chiederci che cosa bisogna fare affinché il sistema economico

raggiunga il livello della piena occupazione.

La ricetta keynesiana per risolvere questo problema considera decisivo il ruolo

dello Stato, il quale in presenza di fattori produttivi disoccupati deve far ricorso a una

spesa pubblica “aggiuntiva” che può essere finanziata mediante il ricorso al debito

pubblico.

E’ questo lo strumento di politica economica keynesiana noto con il termine deficit

spending, vale a dire un aumento della spesa pubblica e della riduzione del prelievo fiscale

a carico delle famiglie e delle imprese nei periodi di crisi.

Alcuni strumenti suggeriti dalla politica economica keynesiana sono:

acquisto diretto dello Stato di beni e servizi dalle imprese;

erogazione di benefici accrescendo il reddito disponibile per i consumi privati;

riduzione del prelievo fiscale a carico delle famiglie a reddito medio-basso per incentivare i

consumi;

riduzione prelievo fiscale a carico delle imprese per incentivare gli investimenti.

Inoltre secondo Keynes, nel mercato del lavoro la domanda è controllata dalle

associazioni dei datori di lavoro, mentre l’offerta è controllata dai sindacati dei lavoratori.

Per Keynes, la disoccupazione è “involontaria” in quanto gli imprenditori non assumono

lavoratori, anche con livelli salariali molto bassi, se non hanno l’aspettativa di poter vendere

i beni prodotti, ossia se persiste una debole domanda di beni e servizi. Per migliorare i

livelli occupazionali occorre migliorare le aspettative degli imprenditori con politiche

economiche espansive. In altre parole, secondo Keynes la disoccupazione involontaria è

una conseguenza della carenza di domanda aggregata, che deprime la produzione e quindi la

creazione di posti di lavoro.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Scienza delle finanze, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Corso di Istituzioni di economia di Vitantonio Gioia e Stefano Perri (parte II) con particolare attenzione nello specifico ai seguenti argomenti d'esame : la contabilità nazionale, le fonti dei dati economici, i conti economici, i sistemi di contabilità economica nazionale attuali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze delle pubbliche amministrazioni
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Piacentino Diego.

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