Estratto del documento

Capitolo 1: La contabilità nazionale

Per saperne di più: le fonti dei dati economici

La consistenza del prodotto interno lordo (PIL), dei consumi, degli investimenti e degli scambi con l’estero ha un’importanza particolare perché consente di conoscere la situazione economica di un paese in un certo periodo, sotto l’aspetto quantitativo. Inoltre, si ha la possibilità di fare confronti con situazioni precedenti e adottare gli opportuni provvedimenti per correggere gli squilibri o le tendenze negative. Tutti i dati statistici-economici, raccolti in specifici documenti, costituiscono la contabilità nazionale.

La contabilità nazionale può essere definita come l’insieme dei conti economici che descrivono l’attività economica di un paese. In Italia il compito di elaborare i conti economici nazionali (PIL, consumi, investimenti, ecc.) è affidato all’ISTAT (Istituto centrale di statistica) e reso pubblico attraverso le sue pubblicazioni e le sue banche dati.

Il prodotto nazionale lordo (PNL) è l’indicatore economico che rappresenta il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti in un dato periodo di tempo dai cittadini di un certo paese sia all’interno del paese stesso che all’estero. Deve quindi essere escluso da tale calcolo il valore della produzione effettuata dai cittadini stranieri residenti nel paese che si sta analizzando.

Calcolo del PNL e del PIL

Il PNL viene calcolato sommando le quantità dei beni e servizi finali prodotti, moltiplicate per i rispettivi prezzi di mercato. Tale operazione viene effettuata su base annuale in quasi tutti i paesi sviluppati. Le eccezioni più significative sono quelle degli USA, del Giappone e del Canada le cui misurazioni sono compiute trimestralmente. Se invece si vuole misurare il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti in un dato periodo di tempo all’interno di un particolare paese, dovremo ricorrere al prodotto interno lordo (PIL). Nel calcolo del PIL, infatti, viene compresa la produzione realizzata all’interno di un paese, qualunque sia la cittadinanza di coloro che l’abbiano resa possibile. Il PIL considera, dunque, anche il valore della produzione dei cittadini stranieri, purché venga realizzata all’interno del paese in questione. Di conseguenza il PIL esclude il valore della produzione dei cittadini di quel paese che viene effettuata all’estero.

Occorre ricordare che nel calcolo del PNL e del PIL vengono considerati esclusivamente i beni e i servizi finali. Sarebbe, infatti, fuorviante includere in questi calcoli il valore dei beni intermedi, cioè il valore di quei beni che vengono utilizzati per produrne altri. Se, per esempio, venisse aggiunto al PIL il valore delle carrozze ferroviarie (moltiplicando il numero di quelle prodotte entro l’anno per il prezzo a cui si acquistano) la stessa cosa non potrebbe essere fatta anche per le quantità d’acciaio con cui tali carrozze sono state prodotte. Se non si fosse attenti a evitare quest’ultima operazione si duplicherebbe il valore dell’acciaio nel calcolo del PIL, incappando in un errore di sovrastima della ricchezza nazionale.

Esempio del pane e il PIL

Il classico esempio del pane può aiutare a capire meglio le modalità del calcolo del PIL. Ipotizziamo un piccolo sistema economico costituito da imprese che producono solo pane e da imprese che producono solo gli ingredienti necessari per produrre il pane (cioè la farina e il lievito). Le quantità prodotte dei singoli beni sono 1.000.000 di filoni di pane (al prezzo unitario di 2 €/filone), 500.000 Kg di farina (al prezzo unitario di 1 €/Kg) e 50.000 Kg di lievito (al prezzo unitario di 1 €/kg). Come si determina il PIL di questo sistema economico e il valore aggiunto dalle imprese dei fornai alla farina e al lievito? Poiché farina e lievito rappresentano i beni intermedi, mentre il pane è l’unico bene finale prodotto all’interno del sistema economico, per il calcolo del PIL – definito come il valore complessivo dei beni servizi finali prodotti (nell’unità di tempo) – è sufficiente moltiplicare il prezzo e la quantità dell’unico bene finale prodotto:

(pane) 1.000.000 x € 2 = € 2.000.000

Per il calcolo del valore aggiunto nella produzione del pane – dato dalla differenza tra il PIL e il valore intermedio dei beni utilizzati (farina e lievito) – possiamo scrivere:

  • Farina 500.000 x € 1 = € 500.000
  • Lievito 50.000 x € 1 = € 50.000
  • Valore complessivo della produzione € 550.000

Di conseguenza risulta:

Valore aggiunto = € 2.000.000 - € 550.000 = € 1.450.000

Allo stesso modo in cui il valore aggiunto da un’impresa al suo processo produttivo è pari al valore della sua produzione al netto del valore dei beni intermedi utilizzati nella produzione stessa, si può concludere che il PIL misura la somma del valore aggiunto alla ricchezza di un dato paese in un dato periodo di tempo.

Limiti del PIL

Il PIL è utilizzato per misurare il grado di sviluppo o di benessere delle nazioni, tuttavia, esso presenta alcuni limiti che possiamo riassumere in questo modo:

  • Esso non riesce a tener conto delle transazioni che non passano attraverso il mercato. Esistono, infatti, attività lavorative che effettivamente non vengono incluse nella contabilità nazionale: basti pensare al lavoro delle casalinghe che, nei paesi avanzati, non ha ottenuto ancora una valutazione di mercato e che viene escluso dal PIL. Il lavoro delle casalinghe, come il lavoro svolto volontariamente per l’assistenza delle persone, non ha alcun valore per il PIL. Se le mamme casalinghe, d’un tratto, smettessero di svolgere il lavoro di educatrici per i propri bambini, il PIL non accuserebbe nessun decremento. Se fossero invece le scuole materne a fermare la propria attività, il prezzo pagato dalla famiglie per questo servizio non figurerebbe più in contabilità nazionale e il PIL, in questo caso, andrebbe a diminuire. Certi servizi e certi beni, se svolti o prodotti in un modo “esterno al mercato” non vengono inclusi nella ricchezza di un paese.
  • Il PIL, di conseguenza, perde parte della sua autorevolezza come principale indicatore economico quando misura economie scarsamente monetizzate, come quelle dei paesi in via di sviluppo dove le transazioni non monetarie caratterizzano ancora molte delle attività economiche dell’agricoltura (di sussistenza e auto-consumo) e dove gli scambi si effettuano ancora con il baratto.
  • Anche le economie avanzate risentono fortemente della mancata contabilizzazione di molte attività produttive. Si pensi al sommerso e al lavoro nero che, pur essendo sottoposto alla dinamica della domanda e dell’offerta, non è facile da individuare e da inserire nel PIL.
  • Inoltre il PIL, secondo alcuni, dovrebbe misurare anche i valori sottratti alla ricchezza nazionale attraverso i danni derivati dall’impoverimento del patrimonio naturale e ambientale.

Per saperne di più

Sforzi per migliorare gli attuali sistemi di contabilità economica nazionale risalgono agli anni ’70 del Novecento. Nordhaus e Tabin, per esempio, tentarono di elaborare un indice – che denominarono NEW (Net Economic Welfare) – in cui entravano una serie di beni e servizi trascurati dai consueti calcoli di contabilità nazionale. Inoltre, il NEW teneva in seria considerazione i valori aggiunti “negativi” (i costi relativi al degrado ambientale, lo scadimento della sicurezza privata e sociale, etc.).

Più recentemente (1990), il programma dell’ONU per lo sviluppo (UDNP) ha formalizzato un “indicatore di sviluppo umano” che mette in conto un insieme di tre variabili ritenute rappresentative del “benessere”: il livello di sanità e della speranza di vita alla nascita, il livello d’istruzione e il livello del reddito. Quest’ultimo viene corretto attraverso un calcolo che parte dal PIL pro-capite, ma che tiene conto della parità di potere d’acquisto e di altri indicatori effettivi di aumento del benessere.

PIL reale e nominale

Il PIL misura di quanto cresce il prodotto interno di un paese. La grandezza reale è ottenuta sottraendo dalla grandezza nominale il tasso d’inflazione. Infatti, il semplice aumento dei prezzi non genera una crescita effettiva (reale) della produzione, ma solo l’inflazione. È quindi necessario fare riferimento – quando possibile – al PIL reale perché non si incorra nell’errore di sovrastimare la crescita. Il PIL reale valuta lo stesso aggregato utilizzando valori monetari riferiti a un anno base (infatti, viene anche detto PIL a prezzi costanti). Il PIL nominale (o a prezzi correnti), invece, rappresenta la somma delle quantità di beni e servizi finali valutate ai prezzi correnti. A questo proposito è utile ricordare che esiste un indice dei prezzi al consumo (IPC), che rileva mensilmente l’andamento dei prezzi di alcuni prodotti attraverso panieri rappresentativi e che valuta, quindi, l’andamento dell’inflazione. Il tasso di inflazione, a sua volta, viene espresso in un dato contabile tendenziale, che confronta l’inflazione di un certo mese dell’anno con lo stesso mese dell’anno precedente, o congiunturale, che confronta il valore di un mese con il valore del mese precedente.

Sia per il PIL che per il PNL si fa riferimento ad aggregati “lordi”, poiché si prendono in considerazione misure che includono anche il valore dell’ammortamento. L’ammortamento, in termini generali, rappresenta la parte della produzione che deve essere utilizzata per ricostituire il capitale, ovvero rappresenta il costo del consumo del capitale fisso. Con questa precisazione si può passare a parlare di prodotto nazionale netto (PNN), cioè un nuovo aggregato che misura il valore della ricchezza nazionale dopo che è stata sottratta dal PNL la quota destinata agli ammortamenti:

PNN = PNL - Ammortamenti

Detraendo dal PNN le imposte indirette, cioè le imposte che i consumatori pagano allo Stato con i loro atti d’acquisto (tipica per l’Italia è l’IVA), si ottiene il reddito nazionale (Y).

REDDITO NAZIONALE = PNN – IMPOSTE INDIRETTE

Aggiungendo al reddito nazionale i trasferimenti (cioè le somme distribuite dallo Stato per pensioni e simili) e gli interessi sugli investimenti finanziari e detraendo i profitti delle imprese, le tasse sul reddito e i pagamenti per la sicurezza sociale (contributi pensionasti, ecc.) si ottiene il reddito disponibile (YD), quello che le famiglie possono effettivamente spendere nell’annata.

Capitolo 2: La moneta: aspetti istituzionali

Le funzioni della moneta

La prima funzione della moneta è quella di essere mezzo di scambio. Utilizziamo cioè la moneta per acquistare beni o servizi e riceviamo moneta in cambio della vendita di beni e servizi. La moneta viene scambiata ed agevola infinitamente la circolazione dei beni. Senza la moneta vivremmo in un sistema di baratto, in cui i beni dovrebbero essere scambiati direttamente contro altri beni, e questo sarebbe estremamente complicato. Chi offre un bene qualsiasi, diciamo il bene A, e ha bisogno del bene B, per effettuare lo scambio deve incontrarsi proprio con qualcuno che offre il bene B e domanda il bene A. Con la moneta lo scambio può essere diviso in due parti. Chi offre il bene A può cederlo in cambio della moneta anche a chi offre altri beni (ad esempio i beni C, D, E, ecc.) e con la moneta ottenuta comprare il bene B anche da chi domanda altri beni (ad esempio i beni F, G, H, ecc.). È ovvio che in questo modo gli scambi sono più facili e l’economia di mercato può funzionare meglio.

In secondo luogo, la moneta funge da deposito o riserva di valore. Possiamo cioè tenerla con l’intenzione di utilizzarla nel futuro. Infatti la moneta, conserva e trasferisce il suo valore, il suo potere d’acquisto, nel tempo. Anche altre attività, sia mobiliari (ad esempio obbligazioni o azioni) o immobiliari (ad esempio case, oggetti preziosi, quadri, ecc.) trasmettono il loro valore nel tempo. Tuttavia, la moneta è un’attività liquida, cioè può essere immediatamente scambiata nel momento in cui decideremo di usarla, mentre tutte le altre attività debbono essere trasformate in moneta prima di renderne utilizzabile il valore.

Infine, la moneta svolge la funzione di unità di conto. Infatti, la moneta serve ad esprimere i prezzi dei diversi beni e a confrontarli tra loro.

Tutto ciò che può essere utilizzato come mezzo di scambio, deposito di valore ed unità di conto può essere moneta. In questo senso qualsiasi cosa può diventare moneta, purché sia accettata come tale dalla collettività. La moneta quindi dipende in larga misura dalle convenzioni e dalle abitudini della società.

Oggi costituiscono la moneta che circola in un paese i biglietti emessi dalla banca centrale e i depositi in conto corrente bancario. Occorre però notare che i biglietti emessi dalla banca centrale sono moneta in forza di legge, cioè per legge debbono essere accettati da chi li riceve come pagamento che estingue un debito e in quanto tale sono moneta legale. Quando viceversa si effettua un pagamento con un assegno su un conto corrente bancario, chi lo riceve non è necessariamente tenuto ad accettarlo. Si tratta dunque di moneta fiduciaria che comunque circola largamente in ciascun paese. Nonostante questa distinzione, alla base della circolazione di moneta, sia essa legale o fiduciaria, c’è sempre un grado di fiducia da parte della collettività circa la stabilità del suo potere d’acquisto. Anche la moneta legale, quando questa fiducia venisse meno, tenderebbe ad essere sostituita da altri mezzi di pagamento preferiti, come nel caso dell’iperinflazione (cioè di crescita continua e molto alta del livello dei prezzi) quando in diversi paesi (ad esempio dell’America Latina) comincia ad essere usata come mezzo di scambio una moneta estera forte (ad esempio, il dollaro).

In generale si intende per moneta uno spettro di attività che possiedono la caratteristica della liquidità, cioè la possibilità di poter essere prontamente scambiate sul mercato. L’Unione Monetaria Europea classifica la moneta in tre categorie, a seconda del grado di liquidità considerato. Partendo dalle forme più liquide a quello meno liquide, definiamo:

  • M1: moneta legale in circolazione e conti correnti bancari;
  • M2: M1 + depositi a risparmio con breve scadenza (non superiore ai due anni) o rimborsabili con breve preavviso (fino a tre mesi);
  • M3: M2 + obbligazioni a breve scadenza (fino a due anni) e altre forme di titoli facilmente negoziabili (pronti contro termine, ecc).

L’offerta di moneta, ossia la quantità di moneta che circola liberamente in un sistema economico si compone dunque di M1 o M2 o M3.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Piacentino Diego.
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