Appunti del corso di letteratura italiana
Anno accademico 2012/2013, professoressa Anna Nozzoli, Università di Firenze, Facoltà di Storia e Tutela dei Beni Culturali
Lezione 1: Il romanzo in Europa e le ragioni del ritardo italiano
Le ragioni del ritardo
Una delle questioni più particolari della storia della letteratura italiana riguarda senza dubbio il problema della nascita del romanzo: esso, infatti, nasce ufficialmente nel 1840, con "I promessi sposi" del Manzoni, mentre in Europa esso era già un genere affermato già dal XVII secolo, con il "Don Chisciotte" di Cervantes (1605/1615), oppure con i romanzi inglesi del 1700 (Robinson Crusoe, Pamela, Jane Eyre, Cime Tempestose eccetera). Sono state proposte varie ragioni, sia di carattere socio-politico che culturale. Di sicuro influì il ritardo dell'Italia nel processo di industrializzazione e modernizzazione, ma anche l'assenza di un'unità nazionale, linguistica e culturale (si pensi al problema della lingua nei "Promessi Sposi"), e, soprattutto l'assenza di una solida classe borghese che rappresentasse la domanda per quel genere letterario. Dal punto di vista artistico il confronto con i generi in cui eccelleva la letteratura italiana, come la lirica, ma soprattutto la novella e il poema cavalleresco, inibiva gli aspiranti romanzieri. In Italia infatti questi generi, che hanno senza dubbio un aspetto romanzesco, erano considerati come dei romanzi, ma non presentavano certo le caratteristiche tipiche del genere (scrittura in prosa, singolarità della narrazione). Anche il Decameron, che tanto a lungo influenzò la prosa, non è certo un romanzo, vista la narrazione corale e la percezione del lettore come ascoltatore.
Aspiranti romanzieri
Nel secolo più svalutato della letteratura, ovvero il 1600, fra le varie, caotiche, spinte al rinnovamento, si segnala una volontà di comporre romanzi, i punti forti dei quali erano i colpi di scena e le ambientazioni fantastiche, ma i cui autori furono però dimenticati. Nel 1700 l'"Arcadia" non promuove il romanzo, mentre l'Illuminismo sì (Voltaire scrisse il "Candide"). A Venezia, crocevia culturale e sede di diverse stamperie, si traducono i romanzi europei e si dà vita a un movimento di romanzieri, fra cui spicca Ippolito Pindemonte. Comunque ogni scrittore è un unicum a sé, non esiste una narrativa media.
I filosofi e il romanzo
Il primo a parlarne è Georg Hegel, il quale ne parla nell'"Estetica", dove individua la sua origine nel genere epico, definendo il romanzo un'"epopea borghese". L'ascesa della borghesia ha infatti permesso l'affermazione del genere, mentre prima c'era la lirica (soggettiva) e l'epica (oggettiva), la quale si differenzia dal romanzo perché presenta l'unità interno/esterno e personaggi/natura che non c'è nel romanzo, genere che aspira ad un Assoluto che non c'è più, non riuscendo, ovviamente, a raggiungerlo. Il filosofo marxista Lukac, scrive una "Teoria del romanzo" nel 1920, dove afferma che: "Il romanzo è la forma di un mondo disertato dagli Dei ed infestato dai demoni". Secondo lui l'eroe del romanzo è uno sconfitto, perché borghese ed inetto (Nievo, Pirandello, Svevo), quindi vittima dei "demoni del capitalismo" di cui è preda l'età moderna, che ha rinnegato i valori dell'epica. Bactin (1895/1975) è d'accordo sul fatto che il romanzo sia una forma moderna di scrittura, ma secondo lui non nasce dall'epica, rigida e chiusa, ma dalla satira e dalla commedia, essendo polifonico.
Lezioni 2/3: L'origine del romanzo in Italia
I progenitori e il problema dell'unità
Alle spalle della Scapigliatura non c'è una solida tradizione romanzesca, tuttavia si contrappongono a quel poco che c'è stato prima, ovvero Foscolo e Manzoni. Dal punto di vista storico dopo il 1861 si sentì il bisogno di accelerare il processo di modernizzazione, ma, quando la capitale viene spostata a Roma, l'urbe è inadeguata, ed è soggetta a cambiamenti ed ampliamenti, come ancora la descrive D'Annunzio. L'unità venne fatta anche attraverso la letteratura, ma nei primi periodi e per molto tempo poi non viene affrontato il problema della contemporaneità. Foscolo e Manzoni sono i primi romanzieri d'Italia, perché, a differenza dei proto-romanzieri, non riprendono il poema cavalleresco in quanto ad ambientazione e temi, ma si ispirano ai generi celebri in Europa. Uscendo dall'Italia vediamo una tradizione romanzesca matura in Inghilterra, dove già a metà 1700 erano usciti "Pamela" e "Tom Jones", ma anche negli altri Paesi, dove i generi si stanno formando: come il romanzo filosofico (Candide-Emile), il romanzo epistolare (Werther). Gozzi, veneziano, scrive un "Mondo Morale" e Pindemonte l'"Abaritte", riprendendo i romanzi filosofici. Il napoletano Vincenzo Cuoco "Platone in Italia" e Alessandro Verri "Le notti romane" dal linguaggio aulico, in contrapposizione alla "rinunzia avanti notaio del vocabolario della Crusca" uscita sul "Conciliatore" qualche anno prima. Il grande poeta Leopardi scrive nel 1824 un saggio: il "Discorso sullo stato dei costumi italiani" dove evidenzia la mancanza di coesione e del senso di appartenenza a una società, nota un senso di individualismo di fondo.
Chiari e Piazza
Sono i due proto-romanzieri italiani, che operano a Venezia, spopolando, chiamati dalla critica "mestieranti della penna" perché popolarissimi ma poco "impegnati". Chiari sbeffeggia spesso il rivale Goldoni, che giudica il romanzo genere poco nobile, come tutti al tempo in Italia. Giuseppe Vecchio, esule a Londra negli anni '30 del 1800, parla della grande differenza di atteggiamento fra Inglesi, che amano il romanzo, ed Italiani, che lo criticano. I primi romanzi di questi due autori mancano di riferimenti geografici, sono ancora troppo vincolati alla tradizione cavalleresca.
L'autobiografia
Genere popolarissimo nel XVIII secolo, surroga il romanzo per un bel po’. Sono diverse fra l'inizio del secolo (quella di Vico è un'autobiografia formalissima, che segna le tappe dei suoi studi, senza riferimenti alla vita privata) e la fine (le opere di Goldoni e Casanova sono molto romanzate e fitte di avventure personali, quella di Alfieri è particolarmente accurata perché ci parla della sua infanzia, tormentata, il suo grand tour in Europa e i suoi amori a Londra). Il protagonista, che coincide con l'autore e il narratore, è ben definito in un contesto storico e culturale. Il successo dell'autobiografia mostra che il gusto per il romanzesco c'era, ma non si esplicitava.
Lezione 4: Foscolo e "Le ultime lettere di Jacopo Ortis"
Le ultime lettere di Jacopo Ortis
La genesi
Ispirato dalle opere di Rousseau, Goethe e De Laclos, pubblicato nel 1802, narra le vicende del giovane Jacopo dopo il 1798, ed è il romanzo che conclude il genere narrativo epistolare. Quando cominciò a scrivere le "Lettere" nel 1798, Foscolo si era accordato già con l'editore Jacopo Marsigli, e le lettere coprivano l'arco di tempo che va dal 3 Settembre 1797 al '98. Ma, al ritorno degli austriaci nel '99, interrompe in tronco l'edizione, al punto in cui Jacopo parte con l'esercito (tuttavia il libraio Marsigli, a sua insaputa, dà alla luce il libro portato a termine da un certo Angelo Sassoli), per arruolarsi volontario nella Guardia Nazionale di Bologna, mentre Marsigli pubblicò il libro col titolo "Vera storia di due amanti infelici". Nella seconda versione, scritta interamente da Foscolo, del 1802, resta ancora la storia d'amore con Teresa, consumata su uno sfondo bucolico, ma l'attenzione è più concentrata sulla disillusione politica, mentre le ultime due edizioni (del 1816 e del 1817, scritte durante l'auto-esilio a Londra) vedono l'aggiunta dell'incontro di Ortis e Parini. Questo romanzo, come "I promessi sposi", ebbe una vita compositiva lunghissima, con grande impiego del labor limae. Manzoni sconfessò poi i promessi, Foscolo no, l'Ortis è il romanzo della sua vita, che rimaneggia nel 1816 e nel 1817, aggiungendo parti che possono essere capite, nell'invariata cronologia, alla luce dei fatti avvenuti dopo. Anche i ritratti che Foscolo metteva nei libri erano puntualmente aggiornati a ogni ristampa. Il romanzo si ispira alla doppia delusione avuta da Foscolo nell'amore per Isabella Roncioni che gli fu impossibile sposare e per la patria, ceduta da Napoleone all'Austria in seguito al Trattato di Campoformio. Il romanzo ha, quindi, chiari riferimenti autobiografici.
La fortuna
Il libro ebbe molto successo sia perché vicino all'autobiografia (se notiamo bene, Lorenzo Alderani parla solo nella prefazione e nella "avvertenza al lettore" finale, sia perché poneva grande attenzione all'emozione (incipit coinvolgente e attraente). La peculiarità dell'Ortis che ne limitò la diffusione rispetto ai "Promessi Sposi" è la lingua, ancora poeticizzante (nella prima edizione la lettera del 19 Gennaio ricalca i suoi versi di "Sciolti al Sole"). Nella forma e nei contenuti è molto simile a I dolori del giovane Werther di Goethe per questo motivo alcuni critici hanno addirittura definito il romanzo una brutta imitazione del Werther. Tuttavia, la presenza del tema politico, assai evidente nell'Ortis e appena accennato nel Werther segna una differenza rilevante tra i due libri.
Le caratteristiche
Rovescia la struttura del romanzo, rendendolo più moderno, ma la lingua è ancora troppo aulica. Affronta la contemporaneità, mettendo in risalto la disillusione dei giovani ex-napoleonici, mostrando il suicidio di Jacopo come la morte delle illusioni, politiche ed amorose. Ortis in tutto il romanzo non rinnega mai le sue idee giacobine, e il proseguimento nella fede nell'ideale è quasi un leitmotiv dell'opera, che fu spesso letta come una testimonianza del periodo fino a metà 1900. Può essere visto come un "romanzo di formazione al contrario", dal momento che il protagonista è un giovane, che attraversa un percorso formativo, che però non si conclude con la maturazione, ma con la negazione di essa e dunque col suicidio.
Il narratore
Essendo un romanzo epistolare, il narratore coincide con il protagonista del romanzo – che scrive all’amico Lorenzo le proprie vicende e emozioni. In un certo senso, però, anche Lorenzo svolge la funzione di narratore. Ci sono dunque due personaggi, Jacopo e Lorenzo, che hanno il duplice ruolo di personaggio narrante e personaggio narrato. La storia di Jacopo Ortis che, deluso nelle sue attese politiche e innamorato senza speranza di una fanciulla destinata ad andare in sposa ad un altro, si uccide, è raccontata da due narratori che si differenziano per la diversa destinazione della pagina (per Jacopo il destinatario è Lorenzo; per Lorenzo sono i lettori del libro), per il tempo della scrittura (contemporaneo agli eventi narrati per Jacopo; posteriore per Lorenzo), per il diverso temperamento dei personaggi (irruente e passionale il protagonista, pacato e saggio Lorenzo) e per il livello della scrittura (Jacopo può utilizzare ardite strutture sintattiche, sperimentalismi stilistici e il fiorentino; nella prosa di Lorenzo è di rigore la paratassi, il lessico aulico e la precisione di una cronaca distaccata).
Lezione 5: Manzoni e Nievo
Alessandro Manzoni: La vita (1785/1873)
Figlio di Giulia Beccaria e di Alessandro Verri, studia dai barnabiti e dai somaschi...
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Letteratura italiana - Storia del romanzo italiano
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Romanzo italiano tra Ottocento e Novecento
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Modernismo europeo e il romanzo italiano
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Il romanzo inchiesta