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poeti, artisti, ed è una grande consigliera del sovrano. Il senso della morale di quei tempi era

molto più permissivo rispetto a quello di oggi: Mozart utilizza parole sporche,

frequentemente utilizza parolacce, un linguaggio basso in contrasto con le suo opere

sublimi. Un tale linguaggio è frequente nell’autobiografia, ma in generale prevale il

sottinteso, la censura.

Da Ponte nelle sue memorie ci racconta di come il Don Giovanni non fosse stato apprezzato

in Italia come nel resto d’Europa, e di come Mozart gli diceva di portare pazienza, che col

tempo avrebbe riscosso successo. 26/09/17

“PATTO AUTOBIOGRAFICO”

Philippe Lejeune afferma che gli autobiografi oltre a parlare del proprio io, stabiliscono un

patto con il lettore, il patto autobiografico: garantiscono di scrivere la veridicità riguardo

alle loro esperienze di vita e di conoscenza.

L’autobiografia di Goldoni è di tipo personale: verso la fine della sua vita decide di

raccontare che cosa è stata la rivoluzione teatrale in Italia dalla commedia dell’arte, dei

comici, delle compagnie che improvvisavano, racconta la storia della commedia di carattere.

OTTOCENTO

ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS DI FOSCOLO: IL ROMANZO DELL’IO

In questo romanzo sono presenti vaste tracce dell’autobiografia dell’autore. Foscolo nello

scrivere il romanzo ne decide una forma letteraria diversa, quella epistolare, quella del

romanzo dell’io e quella del romanzo dell’esplorazione del cuore. Jacopo esprime il suo

sentimento d’amore per Teresa, donna nobile, dolce e pura, di cui si innamora

irresistibilmente: “al cor gentil rempaira sempre amore” come Dante ipotizza, cioè che

l’amore è come un contagio tra anime nobili, “amor ch’a nullo amato amar perdona”, cioè

l’amore chiama l’amore dell’altro. Protagonista è la passione, il pathos. Teresa è promessa a

Odoardo, che viene visto dal lettore, attraverso gli occhi di Jacopo, come un uomo frigido,

calcolatore, volgare. Oltre al tema dell’amore tragico, è presente il tema politico: in

entrambi i casi si ha un esito tragico. La tematica politica determina quella disperazione che

connota il carattere del personaggio Jacopo.

Colli Euganei, 11 ottobre 1797: “il sacrificio della patria nostra è consumato, tutto è

perduto, e la vita ci resterà solo per piangere l’infamia e le sciagure nostre”. Napoleone

aveva iniziato le trattative con gli austriaci e il 17 ottobre firma il trattato di Campoformio.

Con Foscolo inizia la tradizione letteraria della patria, dell’Italia intesa come patria.

Napoleone ci viene presentato come “traditore delle speranze” perché rende l’Italia un

oggetto di trattativa con gli austriaci. Grazie alla forma epistolare, Foscolo elimina i

problemi di lingua, della prosa tipici di quell’epoca in cui il genere del romanzo non è

ancora definito. La sua lingua è il “prosimetro”, cioè un alternarsi di prosa e poesia; la

confusione formale viene risolta dalla scelta delle lettere, poiché ogni lettera è a sé stante e

ciò gli consente di poter cambiare stile, umore… rendendo quello epistolare un genere

variabile.

Fra i precedenti del romanzo epistolare troviamo “Julie ou la Nouvelle Héloise” di

Rousseau, “I dolori del giovane Werther” di Goethe dove l’amore, la passione porta ad un

esito tragico come Foscolo riprenderà nell’Ortis. Il genere della tragedia prevede che le

condizioni in cui si trovano i protagonisti siano tali da non avere alcuna risoluzione

possibile: il genere del romanzo nasce quando avviene il distacco dalla tragicità, cioè

quando le vicende seppur intricate possono giungere ad una risoluzione positiva. I

personaggi della tragedia sono nobili, eroi, mentre nel romanzo si narra della gente comune,

degli umili.

Nell’Ortis l’epistolografia è di tipo monografico: le lettere sono scritte da una sola mano,

quella di Jacopo. Ma esiste un altro tipo di epistolografia, quella che prevede una

corrispondenza di lettere scritte da più mani: un esempio sono “Le relazioni pericolose”,

libro che narra di un’educazione sentimentale che un libertino cerca di impartire ad una

fanciulla inesperta.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis verranno pubblicate la prima volta senza il consenso di

Foscolo (non esisteva ancora il diritto d’autore): di fatto la prima edizione non verrà

riconosciuta dall’autore, e ne seguiranno varie fino a quella definitiva di Zurigo.

Descrive Firenze come immagine di rifugio, di quiete, soprattutto nel carme “I Sepolcri”,

ma sono temi presenti anche nell’Ortis: tradizione fiorentina, classicità fiorentina…

Nel 1871 i resti di Foscolo furono trasferiti a Santa Croce.

ROMANZO STORICO: NATURA DEL ROMANZO PRESSO I MODERNI

La questione del romanzo come sostitutore della tragedia costituisce uno dei temi di

conflitto tra Classici e Romantici presso la società letteraria che ha come capitale Milano,

città dei librai, degli editori, della stampa.

L’autografo, cioè la scrittura originaria dell’autore, con la diffusione della stampa va a

perdersi. Foscolo è un autore di cui abbiamo molti autografi: lavorava con uno spirito

sperimentale caratterizzato dalla sua inquietudine, che possiamo verificare dalla molte

versioni delle sue opere, delle continue modifiche che lui attua, di cui gli autografi sono

testimonianza. Altro esempio: gli autografi di Leopardi ci mostrano come lui lasciasse il

margine destro bianco come se già prevedesse che avrebbe in futuro fatto delle modifiche.

27/09/17

ORAZIONI E LEZIONI PAVESI DI FOSCOLO

Foscolo ha esercitato un ruolo di maestro con le orazioni e lezioni Pavesi, nel 1809,

durante le quali parlava di letteratura classica e moderna. Esse ci consentono di colmare il

vuoto tra l’Ortis e il romanzo storico. Le orazioni tutte scritte e lette poste all’attenzione di

un pubblico attento. Tra gli argomenti trattati in quelle orazioni vi era il Romanticismo.

Andrea Campana ha raccolto tutta la prosa di Foscolo, prodotta nel corso di queste orazioni.

Il suo carisma lo rendeva un personaggio di spicco che molti studenti avevano il piacere di

ascoltare. Foscolo è l’uomo che da solo si oppone alla storia, sceglie l’esilio prima di

subirlo, è l’uomo d’azione capace di realizzare se stesso nella vita sentimentale, nella

cronaca dei suoi giorni, rappresenta la poesia, la libertà, il civismo, l’orgoglio, la fierezza, è

fautore di se stesso. Per tutte queste ragioni le sue orazioni hanno un vasto pubblico. Sceglie

di utilizzare la lettera prevalentemente come genere per esprimersi, per parlare di se, per

raccontare della sua passione corrisposta per la vita.

Nell’orazione del 22 gennaio 1809, Foscolo parla dell’origine e dell’ufficio della letteratura:

“solenne principio agli studi sogliono essere le laudi (=l’elogio) degli studi; ma furono

soggetto sì frequente all’eloquenza de’ professori e al profitto degl’ingegni, che il ritesserle

in quest’aula parrebbe consiglio ardito ed inopportuno (=l’elogio degli studi di letteratura è

già stato fatto). Nè io, che per istituto devo oggi inaugurare tutti gli studi agli uomini dotti

che li professano e ai giovani che gl’intraprendono, saprei dipartirmi dalle arti che

chiamansi letterarie, le sole che la natura mi comandò di coltivare con lungo e generoso

amore, ma dalle quali la fortuna e la giovenile imprudenza mi distoglieano di tanto, ch’io

mi confesso più devoto che avventurato loro cultore (=sono qui ad elogiare la letteratura

perché in essa la mia vita è stata coltivata, anche se la vita mi ha distolto molto spesso dagli

studi). Bensì reputai sempre che le lettere siano annesse a tutto l’umano sapere come le

forme alla materia (=le lettere sono ciò che dà la forma, l’armonia al vivere, alla materia

dell’esistere); e considerando quanto siasi trascurata o conseguita la loro applicazione, mi

avvidi che, se difficile è l’acquistarle, difficilissimo è il farle fruttare utilmente (=la

disciplina delle lettere è difficile da acquisire e da far fruttare in qualcosa di utile, in uno

scopo quale l’ufficio della letteratura) … Italiani vi esorto alle istorie (=vi esorto ad avere

sensibilità per la storia).

IL ROMANTICISMO

Tra le componenti del romanticismo c’è la sensibilità storica da parte delle popolazioni

verso il tempo che hanno vissuto, vi è una riscoperta della storia, di un interesse verso il

tempo passato, in particolare viene riscoperto il Medioevo, che prima veniva definito come

secolo buio. Precedentemente durante l’illuminismo il rapporto con la storia era di tipo

giudicante, di superiorità: la storia fino a quel momento viene considerata un susseguirsi di

errori, di pregiudizi, di superstizioni, e per questo si ritiene che non si debba imparare dalla

storia che ha prodotto solo iniquità sociali, tirannie, credulità e fede verso fenomeni

inspiegabili.

Le opere del romanticismo sono costellate di notturni, chiari di luna, luoghi bui in cui la

fantasia può viaggiare libera: sono contesti che affascinano (da questi aspetti nasce il

romanzo gotico).

Isaiah Berlin in “Le radici del Romanticismo” spiega che cosa è stato per l’uomo moderno il

romanticismo, dimensione umana che l’uomo si porta dietro anche ora al di fuori del

contesto in cui il termine è nato. Analizza le variazioni e i contrasti che fanno dell’uomo

romantico un prototipo dell’uomo moderno. Sostiene che il romanticismo più profondo

sotto il profilo filosofico è stato quello germanico.

Romanticismo è un termine polivalente: è romantica una sensibilità dedita ad auscultare le

esigenze dell’io; è romantico ciò che appartiene alla sfera delle passioni, del pathos, dei

sentimenti che l’uomo prova intimamente; è un modo di vivere. Il difetto principale del

romanticismo è l’enfasi, la retorica.

Berlin sostiene che l’uomo moderno ha scoperto il sentimento, la passione, l’apparato

romantico e non è più disposto a rinunciarvi.

L’Ortis di Foscolo ha già un’impronta romantica.

Il romanticismo ha bisogno del passato: da qui nasce il romanzo storico, che si alimenti di

episodi, eventi fondanti di una nazione.

L’ORIGINE DEL ROMANZO STORICO

Il modello del romanzo storico è Walter Scott, autore inglese, scrittore di moltissimi

romanzi ma famoso per aver scritto Ivanhoe, in cui narra la storia delle origini della nazione

inglese, l’identità del popolo inglese. Questo romanzo diventa il modello di molti

romanzieri che intendano scrivere le origini della formazione della propria nazione su di uno

sfondo epico. Gli inglesi si riconoscono in Ivanhoe e ciò li rende orgogliosi della propria

nazione. Scott scrive i suoi romanzi utilizzando una lingua che già possiede e che il suo

popolo conosce, mentre Manzoni si ritrova a scrivere un romanzo storico dovendo però

fondare la lingua italiana in un periodo in cui non c’è ancora una nazione. Nei suoi romanzi

Scott svolge il ruolo di una sorta di cronista letterario degli eventi che riguardano la sua

nazione, scrive un’epopea del popolo inglese.

Nel romanzo storico italiano non può essere raccontata la storia della nazione italiana,

poiché non ancora esistente, ma assume un altro significato.

I romanzieri storici italiani come Carlo Varese, Giovanni Battista Bazzoni, Francesco

Domenico Guerrazzi autore di “la battaglia di Benevento” e “l’assedio di Firenze”, Massimo

D’Azeglio (genero di Manzoni) autore di “la disfida di Barletta”, Tommaso Grossi (amico

di Manzoni) autore del “Marco Visconti”, Cesare Cantù autore di “Margherita Pusterla”.

Questi scrittori vanno alla ricerca nel passato dei primi sentori di una sensibilità patriottica

italiana. Il Medioevo fornisce spunti, suggestioni utili come materiale per questo genere di

romanzo (nasce la sensibilità gotica, che poi darà inizio al romanzo gotico in alcuni paesi,

che ha come scopo quello di suscitare terrore, paura), ma anche il Rinascimento.

Foscolo afferma che “l’ufficio della storia letteraria è quello di volgersi al passato di cui

nessuno si cura perché nel passato c’è la verità di quello che siamo, la gloria del paese”. La

letteratura è caratterizzata non solo dagli autori più famosi, ma soprattutto da quelli meno

noti. C’è una grande sensibilità storica e pietas nei confronti del passato e delle gesta di

persone del passato: lo storico è colui che si volge al passato per ridare voce ed integrità al

passato.

DIBATTITO TRA CLASSICI E ROMANTICI

Importante è stato il dibattito tra Classici e Romantici: un gruppo di letterati, storici,

intellettuali italiani che vivono tra Torino e Milano, come Silvio Pellico, Ludovico di Breme

che traduceva le opere di Byron, l’uomo romantico per eccellenza, Giovanni Berchet,

dibattono tra loro riguardo al romanticismo (il Conciliatore è la più importante rivista del

romanticismo). Egidio Bellorini ha raccolto tutte le voci su questo dibattito, al proposito del

quale la baronessa Stael scrive nella rivista La Biblioteca Italiana (che rappresenta la

tendenza antiromantica): “Trasportare (=tradurre) da una ad altra favella le opere eccellenti

dell’umano ingegno è il maggior benefizio che far si possa alle lettere; perché sono sì poche

le opere perfette, e la invenzione in qualunque genere è tanto rara, che se ciascuna delle

nazioni moderne volesse appagarsi delle ricchezze sue proprie, sarebbe ognor povera: e il

commercio de’ pensieri è quello che ha più sicuro profitto”.

Il Romanticismo rappresentò la modernità per quell’epoca: il romantico è il letterato

moderno che vorrebbe che la letteratura italiana si aprisse ad altri paesi. Il classicista vuole

invece proteggere il proprio patrimonio: afferma che la letteratura italiana è la letteratura

classica per eccellenza, poiché figlia della letteratura greca e latina, e deve restare entro i

confini del territorio italiano.

Nella “Lettera semiseria di Grisostomo”, Berchet fa un discorso sulla funzione sociale

della letteratura: “la letteratura fino ad oggi ha parlato a pochissime circoscritte élite,

mentre deve essere una componente dell’educazione del popolo (=borghesia), che non ha

grandissime ambizioni ma vuole civilizzarsi e apprendere le forme più eleganti della

lingua”. Bisogna quindi favorire una letteratura che interessi, che venga letta e diffusa, al

fine di irrobustire quel ceto sociale che starà alla base di una futura società e nazione. “Non

è la poesia classica né la poesia che abbia origine dalla classicità greca o latina, ma sono

le storie che si diffondono più facilmente”, non serve scrivere con il linguaggio poetico ma

con la prosa, più semplice e di facile comprensione in modo da poter arrivare a più lettori.

Leopardi manda un testo “Discorso di un italiano sulla poesia romantica” alla biblioteca

italiana per partecipare al dibattito, ma non viene preso in considerazione. 2/10/17

Spesso il romanzo dell’800 si accompagna ad una prefazione che serve ad introdurre

l’argomento di cui si parlerà. Manzoni per primo è autore di celebri documenti pretestuali

che anticipano e commentano il suo lavoro di scrittore: famosa la lettera a Monsieur

Chauvet o la lettera a Cesare D’Azeglio sul romanticismo, testi di sostegno, di chiarimento,

autocritici e autoriflessivi. Manzoni attua una continua analisi delle sue opere,

sottoponendole a continua rielaborazioni oppure Verga scrive molti testi per commentare il

Ciclo dei Vinti.

Gli autori e i critici hanno bisogno di spiegare quello che stanno facendo, volendo così

istruire il lettore sulla materia che andranno a trattare. Importante è l’operato di Leonardo

Bertacchini che scrive il libro “Documenti e prefazioni del romanzo italiano dell’ottocento”

nel 1969, e quello nel 1943 di Egidio Bellorini che scrive “Discussioni e polemiche sul

romanticismo 1816-1826” in cui si legge la critica verso il romanzo. Altro documento sono

“I manifesti del romanticismo” curati da Carlo Calcaterra.

“Le radici del romanticismo” di Isaiah Berlin: scrive di come viene percepito il

romanticismo nel momento in cui si manifesta in un periodo che va dalla metà del XVIII

sec. fino a buona parte del XIX sec. Secondo Berlin romanticismo è una definizione che può

essere dilatata al di fuori del contesto storico, è la rivoluzione più importante che ci sia mai

stata, è entrato negli esseri umani e riguarda la sfera del sentire, il pathos (come è successo

con l’illuminismo nella sfera della ratio). Ma il Romanticismo è innanzi tutto un fenomeno

storico e come tale va analizzato.

IL ROMANZO ALLA STERNE

Importante è la tipologia del romanzo alla Sterne, dal nome dell’autore Laurence Sterne

che scrive del tema dell’ufficio della letteratura STERNISMO.

Con lui cambia totalmente la concezione del romanzo: nel 1764 pubblica in diversi volumi

in maniera seriale “Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo”, divenuto modello di

un modo originale di scrivere romanzi, poiché non possedeva la classica struttura del

romanzo. Non aveva un inizio, uno svolgimento e una fine, è una tipologia di romanzo che

potrebbe continuare all’infinito senza mai chiudersi basandosi sul modello del bioritmo

della vita, la quale comincia e si evolve ma fino alla morte non si sa cosa avverrà: il

romanzo alla Sterne è imprevedibile, privo di struttura. Sterne fa dell’umorismo il suo stile

di scrittura.

Il romanzo comincia così: “Avrei voluto che mio padre e mia madre, o in verità entrambi,

poiché entrambi erano tenuti a farlo, pensassero a quello che facevano quando mi hanno

concepito” -qui c’è una sorta di parodia dell’incipit ad esempio rispetto ai proemi dei poemi

epici- “se avessero debitamente considerato quanto alta fosse la posta in gioco; che non

solo ne sarebbe derivata la procreazione di un Essere razionale, ma che molto

probabilmente la felice conformazione e costituzione fisica del suo corpo, forse il suo

ingegno e la struttura stessa della sua mente” -stavano producendo un essere umano

razionale con una propria indole, un proprio carattere e personalità- “e per quanto potevano

saperne, perfino la fortuna di tutta la sua famiglia avrebbero potuto essere condizionati

dagli umori e dalle inclinazioni prevalenti in quel momento” -si interroga sulla sua origine,

sul momento del suo concepimento quando furono decisi la sua felicità, la sua indole.

Caratteristica del romanzo di Sterne è la costante digressione oltre all’umorismo:

generalmente in tutti i romanzi sono presenti delle digressioni, come in Manzoni, il quale

però quando si accorge di aver toccato tematiche forti come la peste, gli untori, la

stregoneria, la tortura, la miseria, la corruzione dei potenti decide di rimandare il lettore ad

un altro libro, che sarà poi “Storia della colonna infame”, perché altrimenti avrebbe dovuto

aprire una digressione talmente lunga sulla ingiustizia degli uomini e sulla iniquità che

avrebbe finito col distanziarsi troppo dalla storia di Renzo e Lucia (la famosa crisi di

Manzoni riguardo alla coesistenza di vero e invenzione).

La digressione di Sterne è caratterizzata dal divagare del pensiero: c’è una libera

associazione dei pensieri, che vengono, spariscono, ritornano senza essere per forza

collegati da un filo logico. In un passo di Tristram Shandy, Sterne parla della macchina

digressiva del suo romanzo: il filo della narrazione si interrompe continuamente per poi

riprendersi, rendendo la lettura per il lettore molto difficoltosa, costringendolo a

ricominciare più volte, mentre di norma quando si legge un romanzo è necessario un

adattamento iniziale allo stile dell’autore e all’argomento trattato, ma poi quando la

macchina è entrata in azione il lettore può proseguire nella lettura senza troppi problemi,

essendo ormai entrato nel meccanismo.

A tal proposito dice Sterne nel romanzo: “in questa lunga digressione in cui per caso mi

sono avventurato come in tutte le mie digressione c’è un tocco magistrale di abilità

digressiva il cui pregio temo sia stato finora trascurato dal lettore, non per mancanza di

capacità critica ma perché in una digressione è raro si cerchi o si aspetti di trovare

l’eccellenza” -Sterne dice al lettore che la sua arte consiste nel posizionare elementi di

importanza notevole all’interno della digressione, dove ingenuamente il lettore non

penserebbe mai di trovare qualcosa di importante, pensando di doverli ricercare nel cuore

del racconto. Sterne vuole abituare il lettore ad interpretare il disordine, attraverso i segni

che si manifestano all’interno dell’intricata digressione.

Allo stesso modo la pensava Freud nella psicanalisi: le cose più importanti e veritiere vanno

ricercate nei lapsus, nell’inconscio, in cui non viene fatta una censura del pensiero.

Il critico d’arte Warburg diceva che “Dio si nasconde nel particolare, nei dettagli, non in

quello che appare più vistosamente”. Egli si renderà conto che i musei sono pieni di falsi e

afferma che “l’unico modo per rendersi conto della verità di un quadro è guardare i dettagli,

fondamentali per riconoscere la mano del maestro rispetto a quella di un falsario”.

Foscolo è il primo traduttore italiano di Sterne, traduce infatti “Il viaggio sentimentale di

Yorik” pubblicato nel 1768, successivo al Tristram Shandy, quando Sterne voleva trarre un

guadagno dalle sue opere e perciò decide di cambiare genere: nel precedente romanzo parla

di opinioni proprie, varie ed eterodosse, legate alla vita sessuale, alla morale, argomenti

accettati in un paese come il suo dove vi era libertà di opinione, ma non avrebbero potuto

trovare diffusione e accoglimento nel contesto italiano, dove vi è una censura implacabile

riguardo alla libera opinione. Nella seconda metà dell’ottocento individua in Inghilterra un

altro genere di letteratura, non quella basata sulla libertà di opinioni, ma quella che ha come

tema l’esperienza del viaggio. L’Italia è una meta di viaggio all’insegna della classicità e

della cultura: il Grand Tour.

Sentimentale è un termine che risale al 1749, ma solo dopo il romanzo di Sterne nel 1768

diventa di moda: inizialmente aveva a che fare essenzialmente con il modo di una persona di

regolarsi complessivamente attraverso anche il ragionamento, dopo Sterne significa

emozionante, ciò che ha a che fare con la sfera affettiva, emotiva, patetica dalla facoltà

razionale alla facoltà emotiva, il pensiero si sentimentalizza, si emoziona, non vi è più

scissione tra pensiero e sentimento.

Il viaggio sentimentale alla Sterne sta ad indicare un viaggio che segue la voglia di scoprire

guidato e spinto dalle passioni, anticipa in qualche modo quello che sarà il viaggio di tutti, il

viaggio per il piacere (il turismo), niente a che vedere con il viaggio erudito compiuto

precedentemente, che aveva come unico scopo la formazione culturale.

Così Foscolo traduce l’opera di Sterne sotto lo pseudonimo di Didimo Chierico: “Lettori

miei, era opinione del reverendo Lorenzo Sterne, parroco in Inghilterra, che un sorriso

possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita” -Foscolo didimeo scopre il

valore del sorriso nella vita- “ma pare ch'egli inoltre sapesse che ogni lacrima insegna a'

mortali una verità. Poiché assumendo il nome di Yorick, antico buffone tragico, volle con

parecchi scritti, e singolarmente in questo libricciuolo, insegnarci a conoscere gli altri in

noi stessi, e a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su le debolezze

del prossimo.” –Didimo Chierico è un Ortis più umano, sorridente, umoristico, meno

freddo- “Però io lo aveva, or son piú anni, tradotto per me: ed oggi che credo d'avere una

volta profittato delle sue lezioni, l'ho ritradotto, quanto meno letteralmente e quanto meno

arbitrariamente ho saputo, per voi.” –Prima lo ha tradotto per se alla ricerca di una lezione,

che una volta appresa vuole trasmettere agli altri- “Ma e voi, lettori, avvertite che l'autore

era d'animo libero,” –in un paese di libero pensiero- “e spirito bizzarro,” –personaggio

Sterne fuori dalle righe, eccentrico- “ed argutissimo ingegno, segnatamente contro la vanità

de' potenti, l'ipocrisia degli ecclesiastici e la servilità magistrale degli uomini letterati;” –

tre le istituzioni: gli uomini di potere, gli uomini ecclesiastici e i letterati- “pendeva anche

all'amore e alla voluttà; ma voleva ad ogni modo parere, ed era forse, uomo dabbene e

compassionevole seguace sincero dell'Evangelo, ch'egli interpretava a' fedeli. Quindi ei

deride acremente, e insieme sorride con indulgente soavità; e gli occhi suoi scintillanti di

desiderio, par che si chinino vergognosi; e nel brio della gioia, sospira; e, mentre le sue

immaginazioni prorompono tutte ad un tempo discordi e inquietissime, accennando piú che

non dicono, ed usurpando frasi, voci ed ortografia, egli sa nondimeno ordinarle con

l'apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato.” –nonostante il prorompere di

frasi all’insegna della discordia e dell’inquietudine all’insegna di una straordinaria libertà,

Sterne riesce a riordinarle in un certo senso- “Anzi in questo libricciuolo, ch'ei scrisse col

presentimento avverato della prossima morte, trasfuse con piú amore il proprio carattere;

quasi ch'egli nell'abbandonare la terra, volesse lasciarle alcuna memoria perpetua

d'un'anima sì diversa dalle altre…”-ogni libro è memoria di un’anima diversa dalle altre-

“Ma voi, se non altro, pregate pace all'anima sua, e all'anima del povero Yorick; pregate

pace anche a me finch'io vivo. Calais, 21 settembre 1805.” 3/10/17

I ROMANZI: PRO E CONTRO

Uno dei teorici del romanticismo più noti è Piero Borsieri autore di un opuscolo apparso

anonimo il 19 novembre 1816 intitolato “Avventure letterarie di un giorno o consiglio di un

galantuomo a vari scrittori”, egli costituisce assieme a Ludovico di Breme e Giovanni

Berchet un ambiente di cultura milanese. Milano è la città dove si profila il mercato

letterario ed editoriale e dove si sviluppa l’industria della stampa a caratteri mobili. Dopo

sarà Torino un importante centro letterario ed editoriale: Giuseppe Pomba fonda la casa

editrice Utet e pubblica “Enciclopedia Pomba”; successivamente a Firenze nel 1845 con la

casa editrice Le Monnier viene pubblicata la “Biblioteca dell’Italia Unita”.

Borsieri è un pamflettista: “Avventure letterarie di un giorno o consiglio di un

galantuomo a vari scrittori” sono un pamflet, cioè una scrittura breve che entra in una

questione aperta, non risolta per esporre la propria versione dei fatti. In particolare scende in

campo per difendere il romanzo, dove il letterato poteva difendere meglio la società del suo

tempo. Il dibattito intorno al romanzo viene sceneggiato sulla scia del Simposio di Platone:

ci si siede attorno ad un tavolo e mangiando e bevendo si discute di letteratura, alcuni lo

fanno in maniera più seria altri in maniera più comica. Scrive: “Seduti ad una mensa né

troppo scarsa né troppo delicata, si cominciò a mangiare allegramente, io, il sig. P., l’amico

G., ed un quarto buon compagnone da noi ritrovato nel salire le scale, il quale, per dirvela

alla sfuggita, mangiò quanto noi tre tutti insieme.” –Il signor P. è Pellico, non viene

nominato sia per accendere la curiosità dei lettori sia perché egli stava vivendo una

situazione politica complicata, fino ad essere arrestato. Viene preso in causa perché a

Borsieri è noto per aver tentato la strada del romanzo- “La porta della nostra stanza era

aperta, ed in quella vicina s’udiva un frastuono, uno scoppiar di voci confuse e di risa

sonore, che avrebbero messo per forza la gioja persino nel cuore d’Eraclito. Quando ad un

tratto si fa gran silenzio; e un tale, ritto in piedi, battendo la mano sulla tavola:

– Sissignori, diceva, ora che finalmente tacete, io vi proverò come due e due fan quattro,

che se l’Italia non ha Romanzi, questo non le fa né caldo né freddo...” –si confrontano le

due posizioni: quello che dice che l’Italia non necessita di romanzi perché possiede generi di

maggior valore e Borsieri che invece, assieme a Pellico, difende il romanzo-

“ – Come? l’Italia non ha romanzi? Bestemmie, bestemmie: non abbiamo forse il Iacopo

Ortis?...” –l’Ortis è già uscito nella versione di Zurigo-

“– Non mi interrompete, vi prego, proseguì l’oratore, con quella vostra profonda voce da

Stentore;” –personaggi nell’Iliade che quando parla copre i rumori della battaglia- “una

foglia non fa primavera, e poi non mi fate dire…” –il romanzo dell’Ortis non deve essere

preso in considerazione, si tratta a parer suo di un caso isolato e oltretutto una copia del

Vertere di Goethe. Alcuni lettori di Foscolo vedono la stessa sua opera come un esilio

letterario, va in esilio per mostrarsi come eroe martire- “Continuando dunque il mio

discorso principale, sostengo che i greci non ebbero romanzi o non cominciarono ad averne

se non quando già toccavano alla decadenza loro;” –il romanzo viene visto come genere

della decadenza classica. Il genere del romanzo è ambivalente, si muove tra il vero e la

finzione, che può essere non solo il falso ma anche la falsificazione del vero; sarà problema

di cui si occuperà Manzoni, che si trova a dover conciliare la verità e l’invenzione-

“sostengo che i romanzi tengono una via di mezzo «tra il vero e il verisimile», «fra la prosa

e il verso», e sono un genere anfibio, senza utilità né diletto.” –questa ambiguità lo rendono

un genere poco chiaro e a parer suo inferiore rispetto agli altri. Ha ragione sul fatto che sia

ambiguo per quanto riguarda la materia trattata, ma non riguardo all’utilizzo della prosa e

del verso- “Sono anzi nocivi, con quelle loro pitture delle passioni; e il cuore picchia anche

troppo nel petto della gioventù, senza fomentare i moti.” –viene criticato il fatto che il

genere del romanzo trattasse tematiche troppo forti per i giovani, parlando di passioni

distruttive; molti ragazzi dopo i dolori del giovane Vertere si suicidarono- “Ma noi ai freddi

Romanzieri opponiamo il Tasso e i nostri Storici, che sono più utili, perché hanno lavorato i

loro scritti intieramente sul vero. Studiate i nostri Storici; e non datevi a credere di

conoscere l’Italia, perché avete letto il bel Romanzo d’una Signora” –Madame de Staël,

autrice della Corinna o dell’Italia, dove immagina che una letterata inglese arrivi in Italia e

ce la racconti attraverso un occhio straniero invaghito del paese che rappresenta e giudicante

la cultura italiana retrograda- “che, in pochi mesi, correndo per le poste, visitò tutta quanta

questa classica terra, e ne recò giudizio.” –amore patriottico per l’Italia che non deve essere

giudicata da stranieri- “Qui l’oratore si arrestò per pigliar fiato, ed eccoti subito un altro

che grida:

– Finiscila una volta; pònti quel biscotto in bocca, e taci. Che importa a me se i Greci non

ebbero Romanzi? Noi non siamo i greci e vogliamo averne. E a chi osi tu dire che i

Romanzi non dilettano? A noi altri tutti che non facciamo che leggerne, e che ce ne

dilettiamo non meno dei tedeschi, degli inglesi e dei francesi? Ma! è un genere anfibio.

Bella parola! I libri, mio caro, non hanno distinzioni né di sesso né di specie; e quando non

annoiano sono tutti d’un ottimo genere;” –la letteratura è anche portatrice di diletto e

piacere, anche in questo sta il loro merito- “sai bene che la sentenza è vecchia. Ma! i

romanzieri sono freddi. Non devi dunque temere che riscaldino troppo il cuore della

gioventù. Ma! sono tra il verisimile ed il vero, tra la prosa e il verso. Anche i poemi del

Tasso sono tra il verisimile e il vero, al quale il poeta intesse fregi, come disse egli stesso.”

–nella Gerusalemme Liberata Tasso racconto attraverso il poema qualcosa che può essere

utile all’istruzione del lettore: parla di una crociata- “E non so poi se ti basterà il cuore di

provarmi che Rousseau, Richardson, Le-Sage e Voltaire non abbiano scritto i loro Romanzi

in buona e bella prosa. Ma! la Corinna, la Baronessa di Staël ...” –saltando fino alla

questione che i romanzi non sono utili al popolo, a cui Borsieri replica affermando che la

letteratura serve all’istruzione pubblica, è una funzione sociale- “Dire che i buon romanzi

non sieno utili, è un mentire per la gola; perché essendovi trasfuse le alte verità della

filosofia intorno alle nostre passioni, ai vizi, alle virtù, e alla domestica felicità di ciascuno,

in modo però chiarissimo, animato e dilettevole, ne viene che tutti possono raccogliervi od

utili esempi o buoni consigli o se non altro l’amore della lettura, che risparmia tutte le

colpe commesse per ozio.” –il romanzo può essere esempio di buoni valori di vita attraverso

una morale: i giovani invece di essere presi dall’ozio, il padre di tutti i vizi, potranno

dilettarsi- “Volere infine che i nostri storici bastino a tutto, è lo stesso che mostrare poco

discernimento. Poiché Machiavelli, Guicciardini, Sarpi, ecc. ecc., sono storici più o mano

grandi, e in vita loro non ebbero rivali presso le altre nazioni. Ma costoro giovano più ad

istituire gli uomini di Stato e i Capitani ed i Principi, che non l’umile ed oscuro cittadino.”

–Questi potranno essere letti da uomini di stato, capitani o principi, perché sono di un tale

livello che il nuovo lettore non riuscirà a reggere, rischierà di soccombere: è necessario un

genere che diletti il lettore- “E mi sovviene dippiù che l’immortale Bacone, ove parla delle

storie finte (o della poesia narrativa, com’ei la chiama, prescindendo dal verso e mirando

solo alla materia) afferma che la storia vera, narrando le riuscite delle cose e degli eventi

quali avvennero in fatto e senza riguardo alcuno alla virtù od alla scelleratezza di chi

operava, ha bisogno di essere corretta colle invenzioni della finta; e ch’essa accortamente

può presentare ai lettori, felici od avversi avvolgimenti di cose, secondo l’intrinseco valore

delle azioni, i dettati d’una giustizia vendicatrice. Alla quale considerazione s’aggiunse

altresì, che la storia avendo un aspetto uniforme e generando sazietà, tanto più divengono

necessarie queste inaspettate, varie, e saggie creazioni dell’umana fantasia: e che per tal

guisa non si provvede al diletto soltanto, ma ben anche alla grandezza dell’animo ed al

progresso de’ costumi.” –Bacone ha sostenuto che la Storia racconta i fatti così come sono

avvenuti, ed essendo quasi tutti tragici, la storia finisce col prenderti alla gola; serve quindi

il verisimile, una storia finta che corregga la storia vera, la quale è implacabile- “Dopo un

tanto suffragio che è comune ai romanzi d’ogni specie, o sieno in verso o sieno in prosa, io

sono persuaso che i nostri scrittori non adempiono come dovrebbero l’ufficio loro:” –noi

pensiamo che i nostri scrittori se non si attengono alla struttura del romanzo non compiano il

loro compito- “e che mancando noi di romanzo, di teatro comico e di buoni giornali,

manchiamo di tre parti integranti d’ogni letteratura, e di quelle precisamente che sono

destinate ad educare e ingentilire la moltitudine.” –non solo i romanzi ma anche il teatro

comico a paragone con Moliere (non considera Goldoni) i giornali mancano in Italia, poiché

è assente una libertà di opinione; il giornale è la voce che contrasta il potere, per questo

viene abolito da Bonaparte. Anche il giornalismo fa parte della letteratura secondo Borsieri,

mentre non viene visto in questo modo: la letteratura è vista come educatrice dell’intera

società, di quello che l’intellettuale romantico chiama popolo, mentre la letteratura classica

era finalizzata all’élite gli uomini romantici fanno parte del “terzo stato”, dell’uomo

comune ma non il “terzo stato”, il proletariato.

Il vero romanticismo è quello germanico, mentre quello italiano tende a smussare gli schemi

e Manzoni ne è il rappresentante eminente. 4/10/17

Isaiah Berlin professore ad Oxford di letteratura inglese, storico della filosofia, scrive “Le

radici del Romanticismo”. La prima concezione lessicografica del romanticismo è legata

al termine “romans” dalla tradizione inglese, che sta a indicare una letteratura di tipo

fantastica; in Italia abbiamo i cantari e i poemi cavallereschi, dalla tradizione del ciclo

carolingio e dal ciclo bretone. Il romanticismo inizialmente appartiene nella sua radice

filosofica alla cultura tedesca ed è designato con il termine “romantic”, da Shelling a Hegel,

ma anche Kant nella critica del giudizio quando entra nell’ambito della filosofia estetica

partecipa al romanticismo. Anche nella critica della ragion pura Kant, che cerca di

individuare le facoltà del soggetto, questa attenzione all’io sarebbe un derivato del

romanticismo. Il romanticismo tedesco non è moderato, è enfatico, tragico, esasperato,

estremo; in Italia abbiamo un romanticismo risiedente nella congrega milanese, all’insegna

della moderazione e della ricerca di una letteratura fondata su delle radici di carattere

storico.

Dal capitolo “in cerca di una definizione”: “Sarebbe ragionevole attendersi che cominciassi

o cercassi di cominciare con una definizione del romanticismo o almeno con qualche

generalizzazione atta a capire che cosa intendo quando parlo di romanticismo, ma non

voglio cadere in questa trappola” –rischierebbe di andare incontro ad una contraddizione

perenne- perché altri potrebbero dirmi: -Sì ma è anche così-. L’illustre saggio professor __

sottolinea che in tema di romanticismo ogniqualvolta ci si imbarca in una generalizzazione,

magari qualcosa di assolutamente innocuo, come per esempio dire che tra i poeti inglesi

poniamo Coleridge, Wordsworth” –riferimenti per il romanticismo inglese. Più avanti

parlerà di Byron, fenomeno quello del byronismo famoso in Italia, poiché l’autore visse a

lungo nel nostro paese- “si troverà sempre qualcuno che produrrà controprove attinte alle

opere di Omero, all’epica araba premusulmana, alla poesia medievale spagnola, e per

finire con __, ma questi elementi che voi definite romantici si trovano anche altrove. Qui si

tratta di trovare una definizione che circoscriva il romanticismo storicamente come

fenomeno e modello dominante” –secondo lui il romanticismo ha attuato una vera

rivoluzione, ed è entrato a far parte dell’essere umano in maniera tale che l’essere umano

non può più farne a meno- “per questo motivo non intendo proporre generalizzazioni, ma

trasmettere in altro modo ciò che io penso sia il romanticismo. La letteratura sul

romanticismo è più vasta del romanticismo stesso” –cioè elementi che potremmo

riconoscere come romantici si trovano in tutta la tradizione letteraria. C’è differenza tra

romanticismo diffuso come stato d’animo che è perenne e romanticismo circoscritto

storicamente in un determinato periodo: la definizione generale di un modo di essere

dell’umano, la passione, il sentimentale, il diritto del soggetto di essere se stesso e di

imporsi in quanto tale nasce in un periodo specifico- “la letteratura impegnata a definire

l’oggetto della letteratura sul romanticismo è a sua volta assai cospicua, siamo davanti ad

una sorta di piramide rovesciata, si tratta di un tema infido e confuso, in cui molti hanno

perso non dirò il senno ma certo il loro senso dell’orientamento; è come la grotta buia

descritta da Virgilio in cui tutte le urne conducono ad una sola direzione o come la grotta di

Polifemo dove chi vi entra sembra non venirne più fuori. E’ dunque non senza trepidazione

che affronto l’argomento. Il romanticismo deve la sua importanza al fatto di essere il più

vasto movimento recente che abbia trasformato la vita e il pensiero del mondo

occidentale.” –per Berlin tutta la modernità è romantica- “A me sembra che esso

rappresenti il maggior mutamento singolo verificatosi nella coscienza dell’occidente mentre

tutti gli altri mutamenti avvenuti nel corso dell’otto-novecento mi appaiono meno

importanti e comunque da esso profondamente influenzati.” –la vita dell’uomo moderno è

contrassegnata dal romanticismo. E subito dopo spiega che cosa sono i modelli dominanti e

quindi il romanticismo come modello dominante- “La storia non soltanto del pensiero ma

anche della coscienza, del modo di sentirsi dentro, delle opinioni, della azione, del costume,

è in larga misura una storia di modelli dominanti. Ogniqualvolta guardiamo ad una civiltà

qualunque essa sia troviamo che i più caratteristici tra i suoi scritti e gli altri suoi prodotti

culturali rispecchiano una particolare forma di vita che domina coloro che hanno scritto

quei testi, o dipinto quelle pitture, o composto quei testi musicali; e per identificare una

civiltà, per spiegare di quale tipo di civiltà si tratti, per capire il modo in cui i componenti

di questa specie hanno pensato e agito, è importante cercare di isolare la forma dominante

cui quella cultura appartiene. Consideriamo ad esempio la filosofia greca o la letteratura

greca dell’epoca classica: se leggiamo la filosofia di Platone troviamo che egli è dominato

da un modello geometrico e matematico; è chiaro che il suo pensiero si muove su un

binario condizionato dall’idea che esistono certe verità assiomatiche, incrollabili da cui è

possibile dedurre certe conclusioni assolutamente inoppugnabili” –per Platone esiste il

mondo reale e quello delle idee: la realtà è la pallida rifrazione del mondo delle idee. Questo

è il modello dominante nella cultura greca del V sec.- “la nozione che esista da qualche

parte una visione perfetta, che è analoga a quella della matematica, influenza

numerosissimi pensatori venuti dopo Platone” –in pratica dice che tutta la filosofia

Rinascimentale è platonica poiché influenzata dal modello della perfezione platonica- “La

mia tesi è che il movimento romantico costituisca una di quelle gigantesche e radicali

trasformazioni dopo cui niente è più come prima: è questo il punto che intendo

approfondire.” –il modello romantico è radicale perché scava sino alla radice del modo di

essere delle persone- “Qual è l’origine del movimento romantico? Sicuramente non

l’Inghilterra, sebbene senza dubbio da un punto di vista tecnico si possa parlare di un

romanticismo inglese” –Coleridge nella poesia e Scott nella narrativa- “ma non è in

Inghilterra che assunse la sua forma più spettacolare” –per Berlin il romanticismo è la

manifestazione più spettacolare dell’io, della voglia dell’io di essere se stesso: ognuno ha il

diritto di vivere la propria vita aspirando sempre al meglio. Il romanticismo è qualcosa che

avviene dopo una grande rivoluzione, dopo un periodo di terrore come quello del

giacobinismo che è alla radice delle prime manifestazioni romantiche. I giacobini applicano

il modello illuministico della perfezione e quello produce terrore. Berlin afferma che la

psicologia è modello dominante del nostro tempo nato durante il periodo romantico:

nell’antichità gli schiavi non avevano psicologia, aveva psicologia solo chi aveva una

identità sociale. Dopo domanda ai suoi colleghi- “Quando parlo di romanticismo intendo

qualcosa che avviene nella storia come mi pare di aver detto fin qui o non si tratterà forse

di un quadro mentale della mente?” –Il romanticismo deve essere riconosciuto nella storia

tra ‘700-‘800 oppure va considerato come un modo di essere che non c’è mai stato. E i

colleghi gli rispondono- “Il romanticismo è un quadro mentale permanente, non

monopolizzato da nessuna epoca, suscettibile di essere rintracciato ovunque.” –nel nostro

linguaggio quotidiano assume questo significato. Berlin risponde- “Non voglio entrare nel

merito può darsi che sia così. L’argomento che personalmente mi propongo di trattare è

circoscritto nel tempo.” –a lui interessa non il quadro permanente ma il quadro specifico

circoscritto in un determinato periodo storico- “Limiterò dunque la mia attenzione a ciò che

accadde nel secondo terzo del ‘700. La concezione corrente storica e del mutamento storico

offre il quadro seguente: si comincia con il XVII secolo di Francia, elegante in cui tutto è in

principio tranquillo e sereno, si osservano le regole nella vita e nell’arte, si assiste ad un

progresso della ragione, la razionalità avanza, la Chiesa batte in ritirata, l’anti-ragione si

arrende di fronte agli attacchi sferrati dai filosofi; c’è pace, calma, eleganza nel costruire”

–le prime manifestazioni dell’illuminismo sono eleganti e pacifiche, tra i filosofi Diderot,

Voltaire- “c’è fiducia nell’applicazione della ragione universale. Quindi ha luogo

un’invasione subitanea apparentemente inspiegabile, d’un tratto c’è un violento erompere

dell’emozione, dell’entusiasmo: gli uomini si interessano alle architetture gotiche” –per

Berlin gotico significa rigurgiti, riesumazioni di forme medievali: castelli, luoghi segreti e

misteriosi. La sensibilità gotica ha inizio con Horace Walpole, autore del “Castello di

Otranto”, primo romanzo gotico europeo, e in esso viene recuperata l’Italia, e termina con

“Dracula” di Bram Stoker - “gli uomini diventano improvvisamente nevrotici e

malinconici” –la nevrosi è una caratteristica del romanticismo: prima ogni tipo di malessere

era attribuito ad un qualche maleficio, ora si ha coscienza della psiche. Anche la malinconia

è tipica del romanticismo: indica una condizione di tristezza, di depressione, è un

sentimento legato alla consapevolezza del tempo che passa. Berlin intende malinconico

colui su cui si esercita l’influsso maligno di Saturno: malinconico=saturnino- “cominciano

ad ammirare gli inesplicabili voli del genio spontaneo” –ad esempio il genio di Byron non

sta solo nel suo operato ma anche nel genio della sua vita: il suo modo di amare, di

combattere per la libertà delle nazioni, la sua straripante personalità, il suo straripante

egocentrismo generoso… tutto ciò rende la sua vita un’opera d’arte. La sensibilità romantica

sta nel volare libero della personalità degli uomini- “si verifica una ritirata generale dal

precedente stato di cose caratterizzato da simmetria, eleganza, trasparenza.” –

l’illuminismo- “Contemporaneamente hanno luogo altri cambiamenti, scoppia una grande

rivoluzione, si diffonde il malcontento, si taglia la testa al re, comincia il terrore”. 9/10/17

I PROMESSI SPOSI: MANZONI

I Promessi Sposi sono il romanzo italiano per eccellenza.

Manzoni inventa dei personaggi che sono dei tipi, che rappresentano l’anima del popolo

italiano: parlando di viltà si pensa a Don Abbondio, il potere che sfocia in prepotenza e

violenza viene associato a Don Rodrigo e all’Innominato. Don Abbondio e Don Rodrigo

sono personaggi di invenzione che però appaiono veri tanto quanto quelli storici, come

l’Innominato, probabilmente associato ai dominatori della Lombardia, i Visconti: sarebbe

rimasto un “brigante” se non fosse andato incontro alla conversione grazie alla Provvidenza

di Dio. In ogni caso tutti i personaggi sembrano storici perché sono reali, anche se solo

creati, inventati, nati nella mente del narratore: essendo inventati, questi tipi resteranno

immortali. Incarnano tipologie mentali, comportamentali, del modo di essere, del costume di

un’Italia che trova delle costanti caratteriali in questo romanzo.

“Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è un romanzo storico del ‘900 che ha inciso sul

costume degli italiani: si parla di come l’aristocrazia siciliana di fronte alla rivoluzione

risorgimentale abbia dovuto cambiare, rinnovarsi sfruttando l’onda del risorgimento per non

scomparire gattopardismo=comportamenti trasformistici del personale politico.

Questi due romanzi, uno scritto in Lombardia da un conte illuminista ed uno in Sicilia da un

principe feudale, in comune hanno che sono riusciti ad interpretare l’anima di un paese,

diventando dei classici della letteratura italiana: sono riusciti a rappresentare un

comportamento collettivo, un modo di essere, uno spirito del tempo, “l’aria che si respira”,

hanno trovato delle costanti tipiche italiane.

Importante tema manzoniano è la giustizia ingiusta: Alessandro ha ereditato la volontà di

parlare della giustizia, della sua amministrazione e talvolta dell’ingiustizia dalla figura del

nonno materno Cesare Beccaria, autore “Dei delitti e delle pene”, dove richiede l’abolizione

della pena capitale poiché non è da lui considerato un deterrente per i reati. Beccaria vede e

scrive di come le carceri siano un luogo di distruzione fisica e morale, è il primo a fare

queste considerazioni: imposta un modello di scienza e prosa giuridica, la quale prosa verrà

ripresa da Manzoni in Storia della colonna infame. Questo sarà il titolo del saggio che

succederà ai Promessi Sposi.

Il genere del romanzo segue il romanticismo, per cui il pubblico abituato all’analisi delle

passioni, dei sentimenti sente la necessità di leggere storie, racconti, vicende.

Manzoni è simbolo della fatica del creare la letteratura: profondo impegno per la

costruzione della struttura dei libri e le successive revisioni, che lo hanno reso quello che

oggi conosciamo come Promessi Sposi nell’edizione definitiva del 1840. Manzoni dedica

molto tempo al suo romanzo alla ricerca di una perfezione stilistica, dovendo inventarsi una

lingua per la nazione trovandosi davanti una lingua ricca di francesismi (il francese era

parlato a corte) e di sfumature varie dovute ai diversi dialetti la questione della lingua,

mentre Walter Scott, celebre romanziere inglese, pubblica intere saghe di romanzi, dal

momento che non si concentra sullo stile e possedendo già una lingua nazionale.

Manzoni in famiglia utilizza il dialetto quando scrive le lettere ai suoi amici Monsieur

Chavet e Claude Fauriel utilizza il francese, la lingua dei colti: la lingua italiana era debole,

poco praticata e molto contaminata. Carlo Porta e Gioacchino Belli sono due autori che

hanno fatto del dialetto la propria arte: il primo quello milanese, il secondo quello romano.

Parallelismo Scott-Manzoni

Manzoni stimava molto Walter Scott, gli si presenta come suo discepolo quando viene in

Italia. A differenza degli altri grandi romanzieri che scrivono più romanzi, Manzoni ne

scrive solo uno, e per questo e meno conosciuto in Europa, ma questo non significa che sia

di minor valore. Manzoni prende spunto dallo scontro tra normanni e sassoni di cui parla

Scott per parlare del conflitto tra longobardi e italiani nell’Adelchi e spagnoli e italiani nei

Promessi Sposi. Per Manzoni invenzione, derivando da invenire. significa trovare qualcosa

che già c’è e riproporla. Manzoni ha ripreso anche il tema dei promessi dal romanzo “La

sposa di Lammermoor di Scott; la figura di Lucia come donna docile, silenziosa, bella è

ripresa da Lady Rowena di Ivanhoe.

Brevi cenni biografici

Alessandro Manzoni figlio di Giulia Beccaria che successivamente si sposerà con Carlo

Imbonati. Ha una solida educazione illuminista e si converte al cattolicesimo in maniera

profonda tra il 1819-1820: possiamo dire che impone a se stesso e agli altri un rigore

“giansenista”. I Giansenisti imponevano un rigore severo che non ammette dilettantismi ed

erano in netto contrasto con i Gesuiti, i quali erano più tolleranti avendo maturato

l’abitudine a convivere con la modernità, per cui erano dediti maggiormente alla

comprensione e alla giustificazione verso gli uomini.

Manzoni è un cattolico con alla base una educazione illuministica: conosce la ragione, la

razionalità e la loro funzione, che non rinnega pur essendo divenuto cattolico il suo è una

sorta di cattolicesimo liberale, moderato. Da uomo cauto adopera un linguaggio misurato,

moderato… nel romanzo utilizza in maniera equilibrata le parole, conoscendone il valore e

la potenza: pur essendo vissuto in un periodo risorgimentale ed essendo favorevole al

risorgimento, la sua anima è quella di un uomo moderato, che desidera raccontare della

politica attraverso la letteratura. E’ attento a tenere separati il discorso religioso e il discorso

storico.

La Provvidenza è espressione semantica del cattolicesimo manzoniano: Dio interviene

raramente nella storia per raddrizzare le vicende umane, si tratta del potenziale, del miracolo

della provvidenza. Essa viene usata con moderazione nel romanzo: si manifesta nella

conversione dell’Innominato, che porta al salvataggio di Lucia.

Manzoni tragediografo: Adelchi e Conte di Carmagnola

Manzoni nasce come poeta, è uno degli ultimi tragedi italiani, con Adelchi e Conte di

Carmagnola, tragedie storiche in cui comincia ad esprimere il suo desiderio di raccontare.

Nell’Adelchi narra la storia longobardica in Italia, soggetta alle invasioni; nel Conte di

Carmagnola narra del feudalesimo italiano dove i signori si spartiscono il territorio della

penisola, di un’Italia senza nome, senza identità, frammentaria. Anche qui Manzoni tratta di

vicende della storia italiana. La lingua della tragedia italiana è poetica, ricca di classicismo,

poco attuale rispetto a come possono esserlo invece le tragedie di Shakespeare, sia per

tematiche sia per la lingua utilizzata: infatti le tragedie italiane non vengono più

rappresentate, si prestano meglio ad essere lette. Manzoni passando al romanzo si deve

depurare da tale lingua, e individuerà come lingua della modernità il fiorentino del 1820-

1840.

La tragedia è il genere letterario in cui il conflitto non si risolve, finisce con una morte in

scena, l’esito è inevitabile. Essa tenderà a scomparire e sarà sostituita dal romanzo perché

permette esiti diversificati anche se il dramma è sempre presente: nei Promessi Sposi c’è

quello dei personaggi, delle famiglie, della storia ma si tratta di un dramma non senza

scampo. Renzo e Lucia se sapranno resistere al tempo, alle avversità della vita riusciranno a

coronare il loro sogno d’amore: dopo gli intrecci, le trame intricate, le peripezie spaziali dei

due giovani, tutto si risolve.

Lukàcs autore del capolavoro di critica “Il romanzo storico” afferma che la tragedia ha come

personaggi i nobili, la società aristocratica morente, nell’ultima fase della sua storia.

Modello della tragedia resta la tragedia greca, che nasce dal momento in cui gli uomini

hanno capito che il destino umano è senza scampo.

Fermo e Lucia: prima stesura dei Promessi Sposi (1821-1823)

E’ il romanzo che sta alle spalle dei Promessi Sposi, il prototipo costituito da 4 volumi. Si

parla sempre di due promessi, ma la narrazione è molto diversa, costellata dalle idee che

Manzoni ha radunato nel corso delle sue letture e che adesso si ritrova in mente: il romanzo

storico di Scott, i romanzi gotici. Si individua la trama principale dei promessi immersa in

un noir caratterizzato dalle storie criminali e dalle storie dei personaggi.

La storia della monaca di Monza, mentre nella stesura finale del 1840 ricopre i capitoli IX-

X, in Fermo e Lucia occupa sei capitoli, in cui si narra dello scandalo amoroso della

Monaca che Manzoni vuole descrivere nei dettagli perché lo vede come un mezzo per

sedurre i lettori: ci narra della relazione amorosa ed erotica tra Gertrude ed Egidio, ragazzo

che trascinerà la giovane donna nella colpa e nel delitto. In Fermo e Lucia si narrano i

dettagli, i particolari di una storia macabra, si narra il guazzabuglio del cuore umano per

affascinare i lettori; nei Promessi Sposi i lettori vengono considerati più maturi e non

necessitano di quel racconto, non necessitano di effetti: applica la tecnica della reticenza,

poiché la parentesi sulla storia di Gertrude finisce con lo squilibrare il romanzo, così che

Manzoni decide di togliere il superfluo lasciando intendere al lettore con la frase “la

sventurata rispose” l’intera vicenda.

Lo stesso vale per il sentimento che Don Rodrigo prova per Lucia: nei Promessi Sposi tutto

si riduce ad una scommessa con il cugino Conte Attilio; in Fermo e Lucia viene spiegato che

Don Rodrigo ha maturato una vera ossessione, passione per Lucia, per il suo corpo, quasi in

maniera sadica, e ciò lo porta a dara il via all’intera vicenda.

Fermo e Lucia è una sorta di contenitore di elementi del romanzo sentimentale del ‘700, del

romanzo gotico e storico mischiati assieme all’eccesso, lontano da ciò che Manzoni punta a

raggiungere. 10/10/17

Elaborazione del romanzo: temi, fonti e personaggi

Fermo e Lucia viene visto come una sorta di romanzo sperimentale che Manzoni scrive

quando ancora non ha ben chiaro un suo stile e si basa su ciò che ha letto. Si scopre un

Manzoni inedito, spregiudicato, privo di freni, che si concentra sui dettagli più scabrosi,

diverso da quello controllato, dedito alla reticenza, alla sintesi nell’edizione del 1840, dove

attua una censura su se stesso riguardo alla manifestazione di tutto ciò che nell’essere

umano è irrazionale timore che il “romans” possa attizzare dei sentimenti che i lettori non

riescano a controllare.

Il romanzo manzoniano nasce da un progetto letterario dell’autore ma è costruito su

documenti d’archivio a cui Manzoni attinge continuamente e che riporta poi nella sua opera.

E’ stato scoperto a Venezia un manoscritto che narra esattamente la storia che poi Manzoni

racconterà nei promessi sposi: gli intrecci, le peripezie, i personaggi che devono vedersela

con i furori della storia dai quali vengono investiti. Sono due giovani qualsiasi in un

contesto storico drammatico reso tale dalla guerra di secessione e dal conflitto tra popoli,

poiché nel territorio lombardo convergono popolazioni diverse: la dominazione spagnola

confligge con le invasioni longobardiche e le popolazioni italiche.

Fermo è un operaio tessile, i personaggi appartengono al ceto umile, “persone di picciol

affare”, genti meccaniche, lavoratori. Alla fine del secondo romanzo la figura di Renzo si

evolve: egli partecipa nel corso del romanzo alla storia, si ritrova all’interno di eventi storici

della Lombardia del XVII secolo. Manzoni vuole mostrare come alla storia non partecipino

solo persone di alto lignaggio, ma anche gli umili: è un esperimento per vedere come

personaggi appartenenti alle classi oppresse vivano nei vortici della storia.

Per Manzoni la Storia è un uragano che investe periodicamente secolo dopo secolo le terre

del pianeta con guerre, rivoluzioni, carestie, epidemie, violenze.

Nei Promessi Sposi si indaga molto sui rapporti di forza tra la classe dei potenti e la classe

degli oppressi, rapporti basati sulla violenza e che vedono prevalere i più forti sui più deboli.

E’ presente un pericolo costante nella vita degli umili a causa della prepotenza dei potenti: si

può essere intercettati, aggrediti, sequestrati, si può scomparire, morire: Lucia sarebbe morta

al castello dell’Innominato senza la provvidenza divina. Il XVII secolo è uno dei secoli

meno conosciuti, meno ambiti e apprezzati e Manzoni lo sceglie appositamente. L’Italia è

un paese dove non esistono o se esistono non funzionano leggi che proteggano gli individui

dalla prepotenza feudale, mentre le persone in quanto tali dovrebbero essere tutelate a

partire dalla preservazione del loro corpo habeas corpus. Lucia scompare nelle tenebre di

una congiura a cui mette mano il male manifestatosi nella personalità inquinata della

monaca.

L’assenza di leggi e di giustizia la troviamo rappresentata nella figura dell’avvocato

Azzeccagarbugli, esperto nel trovare dei nodi con cui creare l’imbroglio e non aiutare i

deboli, corrotto dai signorotti feudali.

Il tema della violenza nei monasteri era stato molto trattato durante l’Illuminismo francese:

ne parla Voltaire, ne parla Diderot nel romanzo “La Religiosa”, e diffuso era anche il tema

del malcostume ecclesiastico e della violenza esercitate sulle giovani che impossibilitate ad

ereditare il patrimonio paterno erano costrette a farsi suore se non trovavano marito; questi

temi sono ripresi e rielaborati da Manzoni.

Famose sono le Grida manzoniane, cioè leggi inefficienti e inefficaci che si duplicano e

reiterano la loro inutilità. Questo perché non vengono osservate, sono costantemente violate:

più sono le grida e più non vengono rispettate. Sarà la scoperta da parte di Manzoni di una

grida riguardante l’impedimento dei matrimoni che darà all’autore l’impulso di scrivere di

quella vicenda: cosa che testimonia il fatto che molto spesso succedeva che un signorotto

feudale agisse sulla vita privata della persone, decidendo di appropriarsi delle donne del suo

feudo. Altra fonte per il romanzo è la “Historia Patriae” di Giuseppe Ripamonti, cronaca

della città di Milano tra ‘500-‘600. Da essa Manzoni attinge per quanto riguarda gran parte

delle vicende storiche che vuole riportare nel romanzo, come la peste.

Manzoni lavora inizialmente con un gruppo di amici, tra cui Tommaso Grossi, che lo

aiutano commentando lo scritto, contribuendo alla scelta di documenti negli archivi,

discutendo il profilo di un personaggio o la costruzione di una situazione. Manzoni presso la

sua casa attiva una sorta di laboratorio in cui concepirà e farà nascere il romanzo,

influenzato dal clima familiare attorno a lui: scrive in maniera concentrata ma non isolato

dal mondo, poiché ritiene che al romanzo serva anche quel tipo di contributo l’amore

umano, che molto spesso affiora nel romanzo.

Dopo la prima versione del romanzo l’autore elimina la storicità superficiale, quella

utilizzata solo per impressionare il lettore con scenari, colori particolari, e la sostituisce con

autentiche analisi storiche: nasce così un romanzo storico concepito da un autore che ha

maturato una coscienza storica. Manzoni conosce bene la storia antica italiana dall’alto

medioevo ai suoi tempi, legge le cronache italiane che sono una biblioteca manoscritta dove

cronisti raccontano fatti e vicende relative a scontri tra famiglie, misteri, delitti, questioni

ereditarie, economiche… i cronisti sono rerum italicarum scriptores.

Manzoni attinge spesso alle cronache economiche dell’epoca per narrare un romanzo dove è

diffusa la fame, la carestia tipiche della recessione italiana del ‘600: Renzo convincerà i due

fratelli a fare da testimoni al matrimonio segreto invitandoli a cena.

L’atteggiamento che Manzoni ha verso gli umili del romanzo è di serena protezione, e viene

spesso criticato per questo: ad esempio Gramsci in carcere scrisse che l’atteggiamento di

Manzoni verso gli umili era un atteggiamento da padre eterno, poco umano, mentre Tolstoj

appoggiava i suoi umili manifestando subito solidarietà e fratellanza.

Renzo istintivo, irrazionale viene messo da Manzoni nel fulcro della rivolta del pane nel

XIV-XV capitolo, per vedere la sua reazione: l’autore ha un atteggiamento distaccato,

guarda dall’alto la scena, non si fa coinvolgere, mantiene una distanza di regia, lo si nota

anche all’inizio del romanzo con la descrizione “quel ramo sul lago di Como...”; tutto ciò è

necessario per organizzare e controllare la grande estensione delle vicende, il gran numero

di personaggi che si intrecciano.

Renzo e Lucia sono i due amanti che si rifanno al modello greco ma invece di risolvere in

breve la vicenda, partendo da un presupposto semplice nascono e si sviluppano degli

intrighi che sembrano voler sempre più ostacolare l’unione tra i due giovani: le peripezie

non sono però fantasmagoriche sullo stile Barocco.

Lucia pur parlando poco ha maggiore credito nel romanzo, Renzo ingenuo si lascia

trascinare.

Manzoni devi comunicare i tanti spunti che ha per cercare di riordinare le idee: romanzi di

Scott, gusto gotico, Historia Patriae, cronache… deve riordinare il materiale, facendo una

cernita di ciò che non gli serve.

Dal nome Fermo Spolino si arriva a Renzo Tramaglino, forse perché per un personaggio

attivo come lui il nome Fermo era un po’ in contrasto, mentre il cognome fa riferimento alla

sua professione in entrambe le versioni.

Fermo e Lucia è un manoscritto senza titolo scritto tra 1821-1824. Tra il 1824-1827 avviene

un cambiamento di struttura e di contenuto: da 4 volumi in cui sono separate le varie storie,

si arriva ad un volume unico dove le storie dei singoli personaggi confluiscono, cercando di

rendere più fluida la narrazione. La storia diventa quella che conosciamo noi

successivamente ad una grande rielaborazione. Tra il 1827-1840 ci sono solo modificazioni

stilistiche, c’è una microscopica rielaborazione.

(Bur, Classici Moderni, Promessi Sposi.) Nel 1840 Manzoni si fa editore di se stesso e

aggiunge le illustrazioni di Gonin in modo da trasmettere ai lettori certe immagini canoniche

del romanzo. Il suo lavoro vuole rivolgersi ad un pubblico più vasto, il romanzo doveva

diventare un’opera popolare per il ceto medio-borghese-artigiano. L’ultima edizione ha i 38

capitoli dei Promessi Sposi integrati con la storia della colonna infame: non possono essere

divisi.

Storia della Colonna Infame

All’interno del romanzo Manzoni nel capitolo 32 rimanda il lettore ad un altro libro in cui

tratterà di argomenti come la peste, gli untori, la superstizione, la paura, il timore che non

possono essere narrati all’interno del romanzo, perché dovrebbe aprire una digressione tale

che il lettore finirebbe con lo scordarsi della trama vera e propria del romanzo. Da qui si

genera l’equivoco con i lettori che credono ci sarà un seguito dei Promessi Sposi, ma non

sarà così: Manzoni chiude con il romanzo, si dedica ad un trattato di storia unico mezzo con

cui poter scrivere dei mali del mondo. Persino il cardinal Federigo si fa prendere dalla

superstizione delle unzioni, pensando che ci siano degli untori che volontariamente

spargono la peste. Nella storia della colonna infame si parla del processo a due presunti

untori, Piazza e Mora, i quali sotto tortura confessano il fatto mentendo e vengono uccisi.

Sulla casa del Mora rasa al suolo viene retta la colonna infame, chiamata così dai giudici a

memoria dell’infamia dei due untori. Manzoni muta il significato di infamia e la rivolge ai

giudici che condannarono due innocente per mera superstizione popolare. La storia della

colonna infame è un testo complesso ricco di documenti, di archivi e fonti: con esso

Manzoni saluta la letteratura dei componimenti misti di storia e invenzione per dedicarsi

solo a testi critici. 11/10/17

Il maggior autore del romanzo risorgimentale è Ippolito Nievo, con “Le confessioni di un

italiano”, in cui si legge una espressione politica del risorgimento, cosa che non emerge

leggendo Manzoni.

Violenza psicologica di Gertrude: guazzabuglio del cuore umano

Il bi-frontismo dei Promessi Sposi risiede nella presenza di invenzione e storia, Fermo e

Lucia e il romanzo finito, verità e creazione di personaggi fantastici. Gertrude (=Geltrude in

Fermo e Lucia) è vittima di una violenza psicologica attuata dal padre il Principe. L’eredità

toccava al primogenito, i secondogeniti se maschi entravano come cadetti nell’esercito, le

ragazze venivano monacate e talvolta contro il loro volere, senza vocazione. Questo è stato

uno dei grandi temi dell’Illuminismo francese per criticare la Chiesa di Roma: Diderot in

“La religiosa” non fa altro che sottolineare la mal-monacazione e la corruzione nei conventi.

Anche nel ‘400-‘500 ci sono testi che parlano di corruzione morale da parte di religiose/i

che si concedono alle pulsioni amorose. Il Principe cerca di convincere in tutti i modi la

figlia che la vita nel chiostro sia godibile e meravigliosa per una giovane donna che sta

incominciando ad aprirsi alla vita e al mondo: Manzoni grazie alle sue magistrali capacità

da scrittore più che narratore (mentre Scott è il contrario) si sofferma sulla psicologia dei

personaggi. Parla di Gertrude come ragazza che si percepisce attraente e desiderosa di

libertà viene costretta a rinunciare a tutto per diventare monaca. “Il principe era stato fino

allora in una sospensione molto penosa: a quella notizia respirò, e dimenticando la sua

gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di

promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è

questo guazzabuglio del cuore umano.” –Dopo le avvelenate persuasioni del padre e della

famiglia Gertrude si arrende e manda al padre un messaggio in cui acconsente a farsi

monaca. Il Principe riuscito nel suo scopo prova sollievo e dimentica la sua gravità, cioè

l’autoritarismo con cui le personalità solenni si impongono agli altri, si spoglia dell’abito

grave e inflessibile che solitamente indossa, tipica di un Principe non di un padre, e va

incontro alla figlia lodandola e promettendole molte cose con giubilo cordiale, cioè con un

cuore, per la prima volta si sente padre ma solo di fronte alla resa della figlia. La sua

tenerezza sembra essere per la prima volta sincera, il Principe malvagio dimostra la

tenerezza di un padre: il guazzabuglio del cuore umano consiste nella presenza di un cuore

anche in chi si è mostrato sempre violento, superbo, incapace di nutrire affetti e di coltivarli

il cuore si manifesta anche nei peggiori, forse per poco o brevi attimi ma è presente in tutti.

Il guazzabuglio del cuore umano è luogo dove si confrontano e si scontrano bene e male,

mattino e notte, luce e tenebra, bianco e nero, senza soluzione di conciliazione. Sconvolge la

buona fede del Principe/padre: il suo comportamento appare per la prima volta spontaneo

fuori dal rigido controllo.

Manzoni decide di mostraci questa parte della storia, quella dell’infanzia, dell’adolescenza

di Gertrude fino all’entrata in convento, senza però raccontare l’orrore che ne segue:

Gertrude partorirà, abortirà, ucciderà assieme all’amante per tenere segreta la sua colpa. Per

Manzoni non esiste il male assoluto, essendo credente: anche la monaca si redime. Manzoni

è un narratore misurato ma grandissimo scrittore che approfondisce ciò che narra, Scott

narratore smisurato ma minor scrittore. Le parole usate da Alessandro sono state talmente

pensate nel corso degli anni da essere estremamente cariche di significato: ciò deriva dal

fatto che è un uomo dal pensiero forte, è un grande ragionatore la sua prosa è frutto di

ragionamento sugli eventi, sulle fonti, sui personaggi, sulle psicologie dei personaggi.

Manzoni non ammette il concetto di inconscio, che significa che l’individuo non ammette la

chiave della sua coscienza: prima di Freud ciascuno è cosciente di se e di quello che fa e

pensa, non si ammette che esista qualcosa di cui non si è consapevoli. Nella critica verso la

figura del Principe/padre Manzoni dimostra il disprezzo verso l’aristocrazia privilegiata,

cioè che gode di leggi proprie. Manzoni sarebbe figlio in realtà di Giovanni Verri (terzo

fratello Verri, Pietro autore del primo romanzo sulla tortura e Alessandro autore di romanzi

gotici come “Notti romane”).

Manzoni e Leopardi

L’incontro a Firenze tra Leopardi e Manzoni porta uno ad escludere l’operato dell’altro,

sono entrambi formidabili ragionatori ma Leopardi crede che i Promessi Sposi siano un

romanzetto di intrattenimento, Leopardi è un solitario mentre Manzoni si sposta con la sua

famiglia, la filosofia di Leopardi è nichilistica mentre quella di Manzoni è costruttiva sulla

base della religione, pur non essendo ottimista parla di sventure in cui rarissimamente

interviene la provvidenza divina. Manzoni e Leopardi nei commenti delle opere dell’altro

sottolineano l’uno come l’altro sia antiquario della lingua, l’altro di come l’altro abbia

ceduto alla modernità del romanzo, genere di poco spessore e di intrattenimento, mentre le

operette morali sono molto legate alla forma classica poiché la letteratura non conosce la

progressione che può avere la scienza. Entrambi hanno a che fare con gli esseri umani e con

il guazzabuglio del loro cuore.

La forte presenza della Chiesa nel romanzo: elogiata e criticata

I capitoli IX-X incentrati su Gertrude, Manzoni ha trattato in maniera profondamente critica

il malcostume ecclesiastico. Nei Promessi Sposi la Chiesa è molto presente in assenza dello

Stato: c’è la Spagna che governa attraverso un governatore di Milano e attraverso i

prepotenti-potenti signori feudali, non ci sono leggi ma solo violenza sui deboli. Molti

lettori hanno criticato l’eccesso della presenza religiosa nel romanzo: Fra Cristoforo è punto

di riferimento per gli sventurati umili oppressi dei Promessi Sposi, mentre l’avvocato

Azzeccagarbugli che dovrebbe appoggiare i deboli è dalla parte dei potenti. Manzoni allo

stesso tempo critica la Chiesa, lo vediamo nella viltà di Don Abbondio, personaggio umano

ma distante dai valori ecclesiastici, in netto contrasto all’eroe sacro del Cardinale Federigo

Borromeo. Non vi è nessun uomo dabbene che rappresenti lo Stato laico: le figure positive

sono ecclesiastici da qui si capisce la mancanza di patriottismo del romanzo, per niente

risorgimentale.

I registri stilistici/linguistici manzoniani: diversi tipi di linguaggio

In base al personaggio che parla e ai contesti cambia il registro linguistico: con Don

Abbondio la soglia più bassa della viltà, della paura, dell’egoismo, dello starsene per se

lontano dai guai, dando precedenza ai propri comodi, poi c’è il grande pathos con Fra

Cristoforo che rappresenta la carità propria degli ordini monastici, e la soglia più alta di

saggezza, sacralità, misericordia con Borromeo. Si passa dall’inferno al paradiso. Nel

romanzo sono presenti tanti varietà di registri del linguaggio: ironico, basso, sarcastico,

sublime, passionale, triviale. Questo può essere tipico di un grande scrittore, che ritorna sul

testo e lo perfezione per ottenere con la varietà dei registri lo specchio della realtà, varia e

multiforme. Quando parla Don Abbondio c’è il registro della viltà, con Borromeo c’è il

registro alto, con Fra Cristoforo c’è un registro in cui il frate viene condizionato dalla

passione e dalla violenza del suo passato.

Familismo amorale: nel capitolo XIX quando Don Rodrigo si rivolge al Conte Zio che sta a

Milano, parente potente che ti protegge e può cambiare le regole e le leggi per favorire i

potenti. Per non ammettere che Don Rodrigo ha torno, il conte zio afferma davanti agli altri

commensali che fra Cristoforo ha preteso giustizia e per questo si rivolge a chi sta al di

sopra di fra Cristoforo per rimetterlo a suo posto: al padre provinciale di Milano. Questo

rappresenta il potere ecclesiastico non santificato, diverso da Borromeo che è quasi un santo

visto di cattivo occhio da Don Abbondio. Vi è una sorta di saggio linguistico sulla lingua e

sullo stile degli uomini di potere sia che appartengano al potere laico, feudale sia che

appartengano al potere religioso: i due poteri anche se diversi si comprendono, al padre

provinciale viene attribuita da Manzoni la lingua tipica dei padri Gesuiti, che l’autore non

sopporta da antigesuita quale è secondo l’educazione ricevuta dai suoi direttori di coscienza.

Il gesuitismo viene considerato il potere o sottopotere ecclesiastico. Il conte zio parla il

linguaggio della pura violenza e dell’ipocrisia che copre la violenza, alla stessa tavola mette

un gesuita, che non dice mai le cose come stanno, che parla in modo indiretto secondo la

diplomazia del potere e non secondo la verità. Il conte zio e il padre provinciale si

intendono: sono due poteri e cercano di trovare un accordo “il troncare e il sopire” = la

diplomazia.

La presenza ingombrante della Chiesa nel romanzo

I lettori hanno criticato l’ingombrante presenza della Chiesa nel romanzo: Fra Cristoforo

trova pace dopo il delitto in un monastero, Lucia si rifugia in un monastero, quello di

Gertrude, e trova conforto in un uomo di chiesa Fra Cristoforo. Manzoni non è però uno

scrittore clericale, cioè non ha un dogmatismo ecclesiastico troppo legato alla Chiesa, di fato

critica molti aspetti di questa, pur essendo profondamente religioso Gertrude rappresenta la

mal-monacazione senza vocazione e la corruzione che era presente nei conventi.

Il linguaggio e il personaggio di Borromeo

Non vi è una lingua generale, ogni categoria ha il suo linguaggio, ogni personaggio ha il suo

linguaggio: la Chiesa come potere parla il linguaggio del potere, ma può parlare il

linguaggio della carità o quello sublime dell’epifania del santo. Per scegliere le parole

adeguate al linguaggio di un santo come Borromeo, Manzoni studia a fondo le omelie dei

prelati: l’omelia è il linguaggio che si usa sull’altare e tipico dei grandi ecclesiastici.

Borromeo compie un miracolo, quello della conversione dell’Innominato, ma non si tratta di

un miracolo vero e proprio, viene ridotto dal fatto che l’Innominato già da tempo meditava

di cambiare vita, stanco di essere un delinquente e un assassino. Così facendo viene messa

in luce la divina provvidenza, ma non viene riconosciuto solo il merito di Borromeo

Manzoni non crede nella semplice soluzione di un miracolo che risolve la situazione.

Borromeo resta però un uomo del suo tempo, e partecipa agli errori del suo tempo: anche lui

cede alla paura e alla superstizione popolare durante la peste riguardo all’esistenza degli

untori e all’esistenza delle stregonerie: sarà con ciò che Manzoni entrerà in crisi nel

romanzo.

La massa manzoniana sceglie l’errore

Manzoni illuminista crea nella Milano appestata la più grande interpretazione dell’errore

umano compiuto dalla maggioranza: nessuno crede ai medici i quali affermano che la peste

si diffonde non per mano di untori, uomini mandati dal diavolo che ungono le porte dei

nemici, ma per contagio. Manzoni nota che generalmente la maggioranza sceglie l’errore:

nella storia i pensatori devono vedersela con il pensiero debole o il non pensiero di quasi

tutti. Ogni volta che una folla si raduna in una piazza finirà col tendere verso l’errore

pensiero forse dovuto al fatto che Manzoni fosse agorafobico: attraversando le piazze prova

una grande angoscia. Nel XIV-XV capitolo del romanzo quando le piazze sono gremite di

persone, l’errore domina sovrano, la massa di Manzoni sbaglia la rivolta del pane =

violenza, saccheggio… Critica aspramente ogni manifestazione del popolo, che finisce col

comandare tirannicamente parlando un linguaggio confuso (senza comprendere ciò che fa)

sotto il comando di un demagogo, che dirige tutti ed è pronto a subordinare il popolo per

diventare il nuovo padrone il popolo finisce col farsi strumentalizzare da un demagogo che

vuole raggiungere solo i suoi scopi ed interessi personali.

Importanti i capitoli: IX-X guazzabuglio del cuore umano, XIX linguaggio gesuitico,

 XXI-XXII linguaggio sacro, XXXII errore di Borromeo. I promessi Sposi, un’idea di

romanzo di Franco Suitner, Carocci, 2012. 16/10/17

Importanti in un romanzo sono i personaggi, i tipi, le situazioni, la società, messi in

relazione tra loro in modo da rappresentare l’identità di un popolo. Tra i romanzi

dell’ottocento i Promessi Sposi viene visto come romanzo di fondazione, anche per quelli

che non l’hanno letto, è un libro di cui tutti possono parlare anche se non ne hanno mai

avuta una cognizione diretta, è entrato nella mentalità del popolo, tutti sanno che Don

Abbondio significa viltà, Don Rodrigo prepotenza, Lucia la castità e la misura, Renzo

l’ingenuità dell’uomo del popolo, sanno che la Chiesa, la gerarchia ecclesiastica è

dominante in questo romanzo ed è ciò che lo rende in parte anche datato.

Sui romanzi epocali, sui grandi classici si è venuta a creare una bibliografia critica fatta da

testi critici volti al commento, alla critica e all’interpretazione di queste grandi opere, che

finiscono col sopraffare in particolare le opere di Leopardi, tra cui i Canti, di Manzoni con i

Promessi Sposi, di Dante con la Commedia; questi testi critici si occupano di passare al

setaccio ogni aspetto delle opere prese in esame. Solo attraverso la lettura diretta di un’opera

si possono poi selezionare le diverse interpretazioni fornite dai testi critici inerenti a

quell’opera scegliendo quelle che sembrano più appropriate, veritiere, fondate e utili.

Lo stile non è esercizio di bella scrittura: Manzoni no ha trascorso la sua vita sui Promessi

Sposi per ottenere una bella forma, ma per ottenere le diverse divise stilistiche che i

personaggi e le situazioni potessero calzare perfettamente. Dal romanzo di Manzoni si

capisce che il popolo è subordinato, schiacciato dal potere straniero dell’imperialismo

spagnolo che domina sull’Italia settentrionale, e finisce col dominare anche la repubblica di

Venezia che è già in declino la quale è autonoma rispetto alo stato di Milano ma non tanto

da opporsi agli spagnoli. L’Italia è frazionata in dodici staterelli con al sud il Regno delle

due Sicilie. Il Risorgimento sarà la somma delle diverse realtà di un paese che non ha ancora

una identità, un volto, una dignità politica. Emerge che Manzoni pur essendo un uomo

politico del Risorgimento chiamato a sedersi presso la Camera Alta non partecipa alla

politica del suo tempo e allo stesso tempo, è stato un grande scrittore storico politico.

LA CULTURA DEL RISORGIMENTO

Ippolito Nievo fonda il suo romanzo “Le confessioni di un Italiano” sulla esperienza politica

militante, facendo del suo romanzo il più grande romanzo del Risorgimento, mentre I

Promessi Sposi sono il romanzo della crisi che anticipa l’Unità d’Italia, prima ancora che

esista uno stato.

Ippolito Nievo a confronto con Alessandro Manzoni

Nievo è un esponente di un ceto che è ancora in parte nobiliare, figlio di un giudice

appartenente all’alta borghesia e di una dama dell’alta aristocrazia veneziana, Manzoni

apparteneva a una famiglia nobiliare, Leopardi pur essendo un aristocratico rifiuta la propria

classe e decide di guadagnarsi da vivere: la loro provenienza ha sicuramente ispirato loro

un’opera diversa. Nievo sposa completamente la causa politica del Risorgimento, cosa che

non fa né Leopardi né Manzoni: Nievo, dopo Foscolo che scrive essendo ufficiale

napoleonico, è l’unico scrittore italiano dell’ottocento che vive la sua breve ma eccezionale

vita come garibaldino militante, come ufficiale della spedizione dei Mille, mentre Manzoni

vede nella letteratura la sua unica vocazione e in essa concentra tutta la sua energia: Nievo

scrive il suo romanzo di getto, con una genialità letteraria tale da permettergli di scriverlo

rapidamente per partire e vivere la sua esperienza politica e sociale partecipando come

colonnello e poi come intendente di finanza dei Mille. Il romanzo da lui scritto viene quasi

dimenticato, scritto e messo da parte per dedicarsi completamente alla causa italiana del

risorgimento, mentre Manzoni dedica vent’anni della sua vita al suo romanzo.

La leggenda di Ippolito Nievo

Ippolito Nievo muore il 4 marzo 1861 a seguito del naufragio del vascello Ercole su cui si

trovavano i reduci della spedizione dei mille: si pensa sia avvenuto per mano di una forte

tempesta probabilmente nei pressi del mare di Ustica. Un suo discendente Stanislao Nievo

ha scritto un libro in cui parla del suo viaggio a bordo di un sottomarino alla ricerca dei resti

dell’Ercole e dello spirito del suo ave. Anche Umberto Eco ha scritto un romanzo

riguardante il naufragio dell’Ercole: di Nievo si è tornati a parlare negli ultimi anni perché la

sua autobiografia appartiene ai misteri italiani. Si ritiene che sia stato testimone di uno dei

primi scandali nella storia d’Italia: all’epoca della spedizione dei mille qualcuno si sarebbe

intascato i soldi per la missione, essendo Nievo l’amministratore finanziario fu mandato a

Palermo per fare una inchiesta, raccolse tutte le carte, si imbarcò su quella nave che tutti

sconsigliavano di prendere perché malridotta e affondò.

La sua vita risulta per certi aspetti talmente straordinaria che si rischia di dimenticare che

quel grande osservatore, servitore fedele della causa del Risorgimento, ufficiale della

spedizione dei Mille, è stato anche un grande scrittore, poeta, giornalista, epistolografo: le

“Lettere dalla Sicilia” sono le più belle lettere scritte da un patriota italiano che testimoniano

la spedizione dei Mille e l’occupazione garibaldina in Sicilia, divenendo una sorta di

cronista politico di quella parte d’Italia conquistata anche con il suo contributo. Si nota la

differenza con Manzoni partecipe di una militanza letteraria, mentre Nievo vive la storia, la

sua contemporaneità, è partecipe del momento storico in cui vive. Spesso il romanzo di

Nievo viene solo citato spesso in modo sbagliato come “Le confessioni di un ottuagenario”

poiché per la censura l’appellativo Italiano risultava troppo eversivo non esistendo ancora

l’Italia, e non viene quasi mai esaminato e approfondito.

La “sfortuna” del romanzo di Nievo e la letteratura garibaldina

Nievo nelle Confessioni parla di un uomo che avendo vissuto tutte le vicende del

risorgimento, arrivato all’età di ottant’anni decide di raccontare della sua esistenza. Il

romanzo comincia dalle contrade friulane di Colloredo intorno al 1793-94, quando in

Francia c’è la Rivoluzione. Nel 1796 le armate di Bonaparte invadono l’Italia e quindi anche

le contrade di Colloredo: da qui ha inizio la narrazione che continua attraversando tutta la

storia del risorgimento vissuta veramente dall’autore, quindi narrata con grande

partecipazione emotiva e competenza politica.

Il romanzo è stato scritto intorno al 1856-58, poi lasciato in un cassetto, Nievo si mette la

sua divisa da garibaldino, combatte durante la spedizione dei Mille nel 1860 in Sicilia e

muore nel 1861. Il libro è stato ripreso postumo dai familiari e pubblicato solo nel 1867,

quando ormai il fenomeno del Risorgimento era concluso, l’Italia si era già formata e di

conseguenza il romanzo non ha ricevuto l’importanza che meritava, non ha avuto fortuna, la

sua uscita è stata sfasata rispetto al periodo in cui avrebbe dovuto essere pubblicato per

ricevere la giusta considerazione e per questo non rientra nei canoni di letture che tutti gli

italiani hanno svolto. Solo nel novecento Nievo è stato riscoperto e riconosciuto come

scrittore del romanzo risorgimentale, come espressione unica dello stato laico in Italia:

senza di lui il Risorgimento non avrebbe un romanzo ma solo un’ampia biblioteca per lo più

propagandistica, con Garibaldi che scrive del risorgimento da un punto di vista ideologico-

politico, e la letteratura garibaldina con Giuseppe Cesare Abba “Le notarelle di uno dei

Mille” diario dei giorni salienti della spedizione scritto da un ufficiale militante, e con i testi

dei cronisti garibaldini tra cui “I Mille” di Giuseppe Banti.

Opere del Risorgimento

Altre voci del Risorgimento sono quelle in poesia, in “Risorgimento a memoria” si parla di

quelle poesie messe in musica cantate durante le manifestazioni patriottiche o durante le

partenze die soldati, quindi poesia popolare tramandata a mente equivalente alla canzone

popolare, divenendo colonna sonora e poetica del Risorgimento. Prima di essere vittorioso il

Risorgimento ha affrontato un susseguirsi di insuccessi accompagnati dalla paraletteratura,

cioè quella letteratura minore messa a servizio della causa patriottica italiana.

Alcuni storici identificano nel “Melodramma” il vero romanzo italiano del Risorgimento

con l’opera lirica di Verdi: si tratta del dramma in musica accompagnato dal libretto.

“Il romanzo” curato da Franco Moretti

“Il romanzo” è un’opera in 5 volumi coordinata da Franco Moretti: il primo volume si

intitola la cultura del romanzo e in cosa consiste la cultura di un paese in relazione ad un

romanzo. E’ un’opera comparatistica dove si parla dei tanti romanzi che costellano la

letteratura dei diversi paesi.

Si legge nel brano tratto dal volume “La cultura del romanzo”: “Innumerevoli sono i

romanzi del mondo. Ma come parlarne? Il romanzo proverà a combinare tre prospettive

distinte. Per prima cosa, il romanzo è per noi un grande fatto culturale, che ha ridefinito il

senso della realtà, il fluire del tempo e dell'esistenza individuale, il linguaggio e le emozioni

e i comportamenti. Romanzo come cultura, dunque;” –Il romanzo si presta ad essere il

genere più adatto per la scrittura- “ma certo anche come forma, e anzi forme, plurale,

perché nella sua lunga storia si incontrano le creature piú sorprendenti,” –genere che ci ha

fatto conoscere di tutto e di più e continua a rigenerarsi- “e l'alto e il basso si scambiano

volentieri di posto, e i confini stessi dell'universo letterario diventano incerti.” –Il romanzo

rappresenta un genere di consumo letterario molto alto, tendono ad imporsi i generi

popolari, ma si presta a raccogliere le esperienze personali della vita, del lavoro. La sua

forma gli permette di modificarsi sempre senza avere un contenuto specifico. “A volte, viene

da pensare a Babele. Ma è proprio questa flessibilità che ha fatto del romanzo la prima

forma simbolica davvero mondiale: una fenice che ovunque si trovi sa riprendere il volo, e

ha l'astuzia di azzeccare sempre il linguaggio giusto per i suoi nuovi lettori.” –E’ un genere

che assorbe di tutto dalle memorie di guerra alle esperienze personali, dall’orrore puro

all’amore, all’erotico. Ci sono romanzi brutti, orribili, discreti, belli perché non ci sono solo

capolavori. “Una storia millenaria, una morfologia proteiforme, una geografia planetaria.

Per dare senso di tanta ricchezza faremo uso di strumenti diversi: i saggi veri e propri una

ventina per volume esprimono le linee di ragionamento, le grandi periodizzazioni che

dividono il terreno, i concetti teorici che gli danno un senso unitario, un lavoro di

astrazione e di sintesi di storia comparata di ricerca interdisciplinare; le letture più brevi

sono invece delle analisi testuali ravvicinate, si selezionano un centinaio di romanzi

considerati i più esemplari dell’umanità e vengono affidati a lettori che leggono solo quel

romanzo, dove vengono in primo piano i singoli testi esaminati di volta in volta alla luce di

una domanda specifica. Seguono poi i documenti, carte processuali, riflessioni di semantica

storica, ricerche di statistica” –anche i libri vengono processati e censurati. Nell’ultimo

volume dell’opera “Lezioni” si parla di come professori commentino romanzi “vale la pena

di leggere Moby Dick e perché no anche Manzoni”.

Il romanzo è il genere letterario più vasto nel mondo: è un genere letterario che tutto il

mondo pratica e sono i luoghi come l’estremo oriente, l’Africa ad esprimere romanzieri

rilevanti, nei luoghi di conflitto perché con il romanzo si riesce ad esprimere il contesto

politico e sociale del paese di cui si parla o in cui si scrive. L’ultimo premio Nobel per la

letteratura è stato assegnato al giapponese Ishiguro, il Nobel lo ha ricevuto l’inglese Kipling

nel 1907 con “Il libro della giungla”.

Il Nobel per la letteratura viene assegnato generalmente a dei romanzieri, raramente anche a

dei poeti: in Italia Carducci, Grazia Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale, Dario Fo. Il

premio Nobel premia assieme alla letteratura le virtù sociali di chi lo vince: questo perché

colui che inventò il Nobel sentendosi colpevole per aver inventato la dinamite decise che il

premio andava assegnato a chi faceva del bene all’umanità. Carduccipoeta del

Risorgimento, Grazia Deledda diede voce ai sardi, Pirandelloper il teatro conosciuto a

livello mondiale, Quasimodoresistenza italiana, Montalecoscienza critica del paese, Dario

Focommediografo che aveva criticato il cattolicesimo. In genere il premio viene dato a

romanzieri, perché i romanzi rappresentano la società e i Nobel fotografano l’importanza dei

vari generi letterari nel mondo in relazione anche all’ambiente geo-politico cui

appartengono. La poesia è difficilmente traducibile, mentre il romanzo si traduce in maniera

immediata. 17/10/17

Riprendendo “Il romanzo” di Moretti: chi non è capace di narrazione non è capace di

comunicare, senza narrazione sembra che non sia possibile far conoscere agli altri quello

che si e quello che si è, consiglia inoltre la tecnica di leggere quanto più possibile e di

consolidare le letture con i riassunti grazie ai quali si riescono ad organizzare ed inquadrare i

concetti chiave, le caratteristiche stilistiche, dei luoghi e dei personaggi: col riassunto si

individua la struttura di base su cui si sviluppa il romanzo. In quell’opera Moretti sottolinea

che ci sono due scrittori in particolare che creano storie narrative e vengono chiamati

docenti della materia di cui sono maestri. La scrittura creativa è una tecnica, e come tale

andrebbe praticata quotidianamente: ogni scrittore ha il proprio micro-universo, ma quando

esso va a coincidere con il mondo di una nazione ci si trova davanti a delle opere-mondo,

cioè opere che rappresentano la storia di un paese a cui la storia dello scrittore coincide,

oppure opere che hanno avuto un successo mondiale. Perché alcune opere restano

all’interno dei propri confini mentre altre si impongono all’immaginario mondiale

diventando dei classici della letteratura?

Opere-mondo

Moby Dick ad esempio viene considerato dagli Americani il romanzo di fondazione, lo

stesso vale per gli Italiani con I Promessi Sposi, entrambi riflettono le caratteristiche della

nazione cui appartengono: il romanzo di Herman Melville parla di esplorazione, di

avventura, di rischio, di morte, di incertezza. Gli Americani si riconoscono in queste navi

baleniere che solcano gli oceani e nel personaggio del capitano Achab, ossessionato dalla

ricerca di questa balena bianca, la quale in uno scontro precedente lo ha ferito a tal punto da

lasciarlo mutilato di una gamba, per compiere la sua vendetta. Tutto ciò rispecchia una

nazione che si sta fondando, che è ancora al principio della sua storia e che probabilmente

dovrà affrontare diversi rischi, ostacoli, incertezze. Moretti da comparatista metteva a

paragone questo romanzo con quello di Manzoni.

Altra opera-mondo di cui Moretti parla nel saggio successivo è quella di uno scrittore

peruviano, Mario Vargas Llosa, che scrive un saggio dal titolo “Perché non possiamo fare a

meno dei romanzi”, dove parla del valore della lettura e dice che in un’epoca di

straordinarie conquiste e di sviluppi tecnologici a leggere sono rimaste per lo più le donne,

che hanno saputo preservare il valore dell’immaginario, di ciò che non è concreto, al

contrario degli uomini distratti da valori come il lavoro e la pratica. Elogia la lettura dicendo

che abitua a costruire una struttura psicologica tale da prepararsi all’idea di che cosa

significhi la vita e la morte, infatti il lettore dispone di più vite, variegate e diverse dalla

propria, facendo quindi molte più esperienze.

Altra opera-mondo citata da Moretti è “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez,

romanzo che ha inaugurato il genere del nuovo realismo magico, imponendo questo nuovo

modello del romanzo fiabesco, magico che in pieno ‘900 parla dei trapassati, dei morti, delle

altre dimensioni tipico di una sensibilità sudamericana.

La traduzione è uno strumento con cui gli uomini possono comunicare fra loro, è la prima

interpretazione e ad essa si presta molto bene il romanzo, a differenza della poesia che nasce

in una lingua e resta legate in maniera quasi indissolubile ad essa. Il romanzo grazie alla sua

struttura narrativa si presta bene alla traduzione, di fatto i romanzi nel secondo ‘800 che

circolano sono soprattutto i romanzi russi di Dostoevskij, Tolstoj, Cechov: vengono tradotti

in francese, la lingua che permetteva una vasta diffusione a livello europeo ed è così che

sono arrivati in Italia per poi essere tradotti; ed è di questa letteratura che i letterati italiani si

nutrono. Grazie alla traduzione avviene una contaminazione tra le letterature dei diversi

paesi, arrivando a costruire una comunità internazionale del romanzo. Il romanzo

“L’innocente” di D’Annunzio è ispirato a Dostoevskij. Al fine di avere traduzioni affinate a

fedeli all’originale, si cerca di adottare il linguaggio caratteristico del romanzo da tradurre,

anche nel caso in cui esso comprenda un linguaggio speciale, tipo quello nautico. Anche i

romanzi di Hemingway hanno insegnato molto ai romanzieri italiani, in particolare una

nuova sintassi, un modo di scrivere più scarno, modello che viene preso e riadattato.

Claudio Magris professore all’università della letteratura tedesca e ha introdotto in Italia la

letteratura della mitteleuropa, cioè dell’Europa che coincideva con l’impero Austro-

Ungarico (Schnitzler autore di “Doppio sogno”, Musil con “L’uomo senza qualità”). Magris

chiude l’opera “Il romanzo” scrivendo un saggio in cui analizza la funzione del romanzo per

analizzare la civiltà europea del XX secolo, raccontata in tanti romanzi.

-La cultura, primo volume del “Il romanzo” diretto da Franco Moretti.

LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO DI IPPOLITO NIEVO

Nievo emerge per l’armonia e l’unione della sua vocazione letteraria con la sua vocazione

politica-patriottica senza però fare propaganda in merito alla causa del Risorgimento, a

differenza di scrittori che si impegnano ad imporre una visione politica e che scrivono in

funzione della diffusione della causa politica.

Capitolo I: Italiano, Provvidenza, Carlino uomo medio

Dal capitolo I delle Confessioni: “Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775,” -Il modello è

le confessioni di Russeau, ma è un’autobiografia indiretta, cioè nel romanzo si condensa non

la sua autobiografia ma quella del suo paese, di una nazione narrata in prima persona-

“giorno dell'evangelista san Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà

quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.” –Il romanzo viene scritto da

uno scrittore meno che trentenne, lasciato in custodia ai familiari, scritto rapidamente, quasi

dimenticato e poi pubblicato solo nel 1867, sei anni dopo l’Unità. L’unico romanzo che ci

racconta le dinamiche risorgimentali attraverso l’esperienza diretta di Nievo trasposta in

quella del protagonista Carlino Altoviti viene pubblicato nel momento sbagliato, troppo

avanti quando ormai il processo unitario era già stato conseguito e quindi veniva meno

anche l’attenzione e l’interesse del lettore nei confronti del Risorgimento. Non è stato quindi

al centro degli interessi degli storici della letteratura, la società italiana doveva affrontare

problemi più urgenti come la costituzione dello stato, la vita sociale e a questi problemi si

prestò il Verismo, che si impone con maggiore urgenza. Sarà il ‘900 il vero secolo di Nievo,

che vedrà passare in rassegna da molti critici le sue opere.

Il primo capitolo fa da contenitore dello spirito del romanzo: afferma che morirà Italiano, si

tratta di confessioni di un Italiano ma verrà poi riadattato in confessioni di un ottuagenario,

poiché il termine Italiano poteva sembrare inopportuna non essendoci di fatto ancora

un’Italia. Con questo termine vuole vantare che scrive un romanzo in cui vuole mettere in

mostra l’identità italiana, si nota la fierezza nel narrare la formazione di un Italiano. E’

quindi romanzo all’origine della fondazione culturale del nostro paese.

Si nota come la Provvidenza di Nievo non sia quella cristiana di Manzoni, ma laica, cioè

una razionalità superiore (quella concepita dagli illuministi) che governa misteriosamente il

mondo: è un criterio di ordinamento superiore che sta in cima alla piramide dei fatti umani

del caos della storia e che governa il mondo senza sapere come.

Il protagonista Carlino Altoviti rappresenta l’uomo medio, non l’eroe, non l’uomo superiore

che incarna la ragione storica e che conduce i fatti così come gli uomini, ma un uomo come

tutti con mancanze, difetti, desideri. In questo romanzo sono presenti tutti i tipi che

incarnano gli uomini del risorgimento: l’eroe che rompe con la misura e la moderazione

interpretato da personaggio che incarna Giuseppe Mazzini. Si parla nel romanzo di molti

eventi storici del Risorgimento, ed è l’unico che lo fa, fino al 1855 attraverso l’esperienza

diretta di Carlino (già nel diminutivo si vuole rendere simpatico al lettore). - “Ecco la

morale della mia vita. E siccome questa morale non fui io ma i tempi che l'hanno fatta, cosí

mi venne in mente che descrivere ingenuamente quest'azione dei tempi sopra la vita d'un

uomo potesse recare qualche utilità a coloro, che da altri tempi son destinati a sentire le

conseguenze meno imperfette di quei primi influssi attuati.” –Si rivolge al lettore che

leggerà questo libro perché attraverso le esperienze del protagonista, che è condotto dalla

storia, dagli eventi, trarrà la morale dei tempi, non fatta dagli individui ma dai tempi passati

che sarà utile ai posteri dei tempi futuri. La prosa di Nievo è nobile soprattutto nella prima

parte, non mantiene sempre un tenore alto di scrittura in quanto è mancata una successiva

rielaborazione del testo dovuta alla morte di Nievo ma anche perché l’autore non dedica

l’intera sua esistenza al romanzo, gli dedica un tempo limitato, lo accudisce quasi per niente,

a differenza di Manzoni, infatti la prosa di quest’ultimo non ha imperfezioni, non è

altalenante. Probabilmente non è la prima stesura questa di Nievo, ma non vi è ricercatezza

assoluta né microcorrezione. Nel corso del romanzo molto lungo ci saranno delle cadute,

dovute al fatto che la storia chiama e quindi la letteratura può aspettare: deve andare in

guerra per portare a termine il disegno dell’unità -“Sono vecchio oramai piú che

ottuagenario nell'anno che corre dell'era cristiana 1858;” –In realtà Nievo quando scrive a

27 e lo fa tra il 1856-58 ma qui fa una trasposizione della sua esistenza, scrive come se fosse

ormai vecchio e volesse trarre le somme della sua vita narrando dello sviluppo del

Risorgimento che ha visto compiersi sotto i suoi occhi. - “e pur giovine di cuore forse

meglio che nol fossi mai nella combattuta giovinezza,” –qui intende il conflitto della

giovinezza dovuto all’amore mai esaudito di Carlino per la Pisana manifesto fin

dall’infanzia. Nievo descrive una nuova figura femminile, la Pisana, una sorta di anti-Lucia:

capricciosa, altezzosa, che segue il proprio desiderio, impulso, seduttiva. La mancata

realizzazione del sentimento è tipico del romanticismo. - “e nella stanchissima virilità.

Molto vissi e soffersi; ma non mi vennero meno quei conforti, che, sconosciuti le piú volte di

mezzo alle tribolazioni che sempre paiono soverchie alla smoderatezza e cascaggine

umana, pur sollevano l'anima alla serenità della pace e della speranza quando tornano poi

alla memoria quali veramente sono, talismani invincibili contro ogni avversa fortuna.

Intendo quegli affetti e quelle opinioni, che anziché prender norma dalle vicende esteriori

comandano vittoriosamente ad esse e se ne fanno agone di operose battaglie. La mia

indole, l'ingegno, la prima educazione e le operazioni e le sorti progressive furono, come

ogni altra cosa umana, miste di bene e di male:” –Si tratta di un romanzo di formazione su

come si forma un uomo attraverso i fatti e ciò che gli accade nell’ epoca del feudalesimo

morente a fine ‘700, poiché il romanzo nasce presso i conti di Fratta a Colloredo; modello di

formazioni è Goethe con “Wilhelm Meister” e Stendhal ne “Il rosso e il nero” con Julien

Sorel, oppure “L’educazione sentimentale” di Flaubert. In tutti questi e in molti altri

romanzi dell’ ‘800 si parla di come si viene al mondo, di come ci si ambienta nel mondo e

quali sono le componenti che favoriscono e ostacolano la crescita di un individuo: spiegano

cosa significa crescere, la lunga lotta del vivere, dove cadono le illusioni ma ci si continua a

rialzare e proseguire. La formazione di Carlino finisce per coincidere con l’educazione e la

formazione di un paese. La sua educazione a vari passaggi: la prima educazione lo porta,

essendo orfano, ad essere adottato infante dai conti di Fratta ma non si sente mai accettato, e

ciò sviluppa in Carlino una grande spinta a costruirsi una propria esistenza. Nievo crede che

ci sia nella storia un movimento progressivo, mentre Leopardi deride il progresso. - “e se

non fosse sfoggio indiscreto di modestia potrei anco aggiungere che in punto a merito

abbondò piuttosto il male che il bene.” –Nievo scrive che in certi momenti della vita il male

sia più del bene: la vita è fatta di chiari-scuri, ma non esiste il male assoluto, come crede

invece Leopardi, c’è una dialettica nelle cose del mondo- “Ma in tutto ciò nulla sarebbe di

strano o degno da essere narrato, se la mia vita non correva a cavalcione di questi due

secoli che resteranno un tempo assai memorabile massime nella storia italiana.” –Grazie al

beneficio del tempo significativo in cui vive, la svolta tra ‘700-‘800, Carlino è personaggio

di questo romanzo. – “Infatti fu in questo mezzo che diedero primo frutto di fecondità reale

quelle speculazioni politiche che dal milletrecento al millesettecento traspirarono dalle

opere di Dante, di Macchiavello, di Filicaia, di Vico e di tanti altri che non soccorrono ora

alla mia mediocre coltura e quasi ignoranza letteraria.” –Tra ‘700-‘800 ci furono grandi

pensatori e scrittori. Il punto di vista del personaggio non sempre coincide con quello

dell’autore, non tutte le parole di Carlino sono quelle che direbbe Nievo. – “La circostanza,

altri direbbe la sventura, di aver vissuto in questi anni mi ha dunque indotto nel

divisamento di scrivere quanto ho veduto sentito fatto e provato dalla prima infanzia al

cominciare della vecchiaia, quando gli acciacchi dell'età, la condiscendenza ai piú giovani,

la temperanza delle opinioni senili e, diciamolo anche, l'esperienza di molte e molte

disgrazie in questi ultimi anni mi ridussero a quella dimora campestre dove aveva assistito

all'ultimo e ridicolo atto del gran dramma feudale.” –Il tempo che è passato ha comportato

dolori, lutti, sofferenze. Ora in vecchiaia Carlino si rivolge ai giovani, poiché adesso che è

maturo i suoi pensieri sono più temperati, misurato è il suo giudizio sulle cose. E’ tornato a

vivere dove viveva da ragazzo, dove si è compiuto il primo atto del dramma feudale tra il

1775-96, cioè quando l’Italia viene svegliata dal suo sonno feudale dall’invasione

napoleonica. 18/10/17

Cosa cambia in questo romanzo rispetto al romanzo storico incentrato sul passato, come per

il ‘600 narrato da Manzoni? Le Confessioni racconta la storia dove la biografia del

personaggio che è dentro la storia e racconta di se’ non per raccontare le vicende dell’io ma

dell’individuo immerso nel flusso della storia comune della nazione. E’ primo romanzo del

Risorgimento che fonda l’idea di una nazione italiana. Nievo parla della metafora della

soggettività media di un personaggio che ha una storia privata complicata ma che parla della

vita che conduce all’interno della storia italiana: - “L'attività privata d'un uomo che non fu

né tanto avara da trincerarsi in se stessa contro le miserie comuni, né tanto stoica da

opporsi deliberatamente ad esse, né tanto sapiente o superba da trascurarle

disprezzandole, mi pare in alcun modo riflettere l'attività comune e nazionale che la

assorbe; come il cader d'una goccia rappresenta la direzione della pioggia.” –Tutti i critici

hanno posto l’attenzione su questa frase. Delle Confessioni è stato ritrovato un solo

manoscritto, conservato dal 1831 presso la biblioteca comunale di Mantova, in 3 quaderni

rilegati con una scrittura senza molte correzioni, ciò ci fa capire che non si tratta della prima

scrittura. Si parla nel romanzo dell’attività di un uomo che non si chiuse in se stesso contro

le vicende comuni ma volle partecipare, senza però essere immune ai fatti della storia né

soccombe ad essa (Carlino è un uomo medio, vive la vita di tutti, non è eroe che si impone

alla storia). La storia è la pioggia, la goccia è l’esperienza individuale, Carlino Altoviti, che

rappresenta prima l’umanità per poi tradursi nell’identità italiana. – “Cosí l'esposizione de'

casi miei sarà quasi un esemplare di quelle innumerevoli sorti individuali che dallo

sfasciarsi dei vecchi ordinamenti politici al raffazzonarsi dei presenti composero la gran

sorte nazionale italiana.” –Romanzo di formazione di un singolo individuo e romanzo di

fondazione di un intero paese. Si tratta di un romanzo storico del presente, non che guarda al

passato cercandone le suggestioni come può essere il romanzo gotico. Nievo non scrive solo

questo romanzo, i suoi scritti verranno riscoperti nel ‘900, mentre nell’ ‘800 ci si concentrò

su Garibaldi, il quale riconoscerà la grandezza di Nievo rendendolo un eroe italiano dal

punto di vista però politico più che letterario. Essendo stato monumentalizzano viene spesso

dimenticato il suo operato di letterato, giornalista, pubblicista, sovrastato dal suo essere

uomo d’azione (caratteristica solitamente scissa da quella di letterato). Nievo è un poligrafo:

aveva una padronanza e facilità di scrittura tali che lo scrivere era per lui naturale, e quindi

scrisse molto nella sua breve vita. Da intellettuale politico espone delle precise idee su come

forgiare una nazione che ancora non c’è. Nelle Confessioni Nievo ci mette di fronte alla

situazione feudale italiana in cui è nato e dove si è formato, parla delle contrade dominate

dai feudatari facenti parte di una pigra aristocrazia (contrade del Friuli silenziose e

monotone come quella di Recanati di Leopardi), descrive il gran sonno del feudalesimo;

altra situazione di cui parla è la rivoluzione francese che desta con una scossa, assieme a

Napoleone, il torpore dell’Italia e dà il via ad una serie di moti alla volta della costruzione di

una nazione attraverso il Risorgimento. Nievo nasce a Mantova nel 1831, si laurea in

giurisprudenza, comincia l’attività di giornalista militante, comincia a scrivere

quotidianamente, matura una versatilità stilistica e una scrittura rapida. Comincia già a 18

anni ad avere la consapevolezza storica, individua che nell’anno della sua nascita è

avvenuto il fallimento dei moti Manzoniani. I moti risorgimentali del ’21-’31-’48 sono stati

repressi, si tratte delle sconfitte prima del successo della spedizione dei Mille. La sua

riflessione politica aderisce all’ideologia mazziniana di una nazione unita e repubblicana

che Garibaldi cerca di mettere in atto, ma si rende conto che per fondare la nazione non

bisogna concentrarsi solo sulle élite borghese e aristocratica, che si sono convertite all’idea

di una nazione, ma serve l’appoggio dell’intero popolo italiano, compresi i contadini, che al

contrario non comprendevano e non accettavano i propositi del Risorgimento.

Nievo si sofferma sulla storia della decadenza della repubblica di Venezia, già trattata da

Manzoni dove descriveva l’invasione da parte del popolo spagnolo, in modo che ci sia una

sincronia con la fine del feudalesimo, l’avvento di Napoleone in Italia e il patto di

Campoformio che vende Venezia. I contadini erano la classe più ostile al Risorgimento,

infatti i contadini borbonici quando i mazziniani sbarcavano per liberare il sud sparavano su

questi liberatori (es. i Fratelli bandiera). Il feudalesimo deve essere emancipato anche

attraverso la letteratura, e così introduce la letteratura rusticale, (corrente letteraria che si

diffonde in Europa tra Russia, Francia e Italia, società agrarie fondate sul lavoro dei

contadini su cui si regge l’economia di questi paesi ma viene sfruttata senza riconoscerne il

merito) che ha come tema la vita delle campagne, storie contadine che Nievo conosce in

parte essendo esponente di un ceto di proprietari terrieri in parte per le informazioni che lui

stesso va a ricercare sul campo, ascoltando le voci dei contadini, le loro vicende, e così

arriverà alla conclusione che lo stato non potrà reggere se non ingloberà il mondo contadino

che c’è alla base dello stesso. Il contadino è legato alla storicità della terra che è ciclica

secondo il corso delle stagioni: ha mentalità da conservatore, influenzata dall’andamento

ciclico della sua vita, per cui è ostile alla politica e al risorgimento, ignorando proprio cosa

esso significhi. Nievo cerca di porre rimedio a questo attraverso l’informazione giornalistica

e la letteratura rusticale; ciò che gli fa capire la necessità di convertire la classe contadina

alla causa risorgimentale e la propria esperienza di combattente nell’esercito meridionale,

quando a Bronte i garibaldini si trovano di fronte ad una rivolta contadina: alcuni contadini

siciliani equivocano, pensano che Garibaldi porti la divisione della terra, la proprietà

terriera, mentre in realtà vuole annettere la Sicilia all’Italia, e da quell’equivoco scoppia la

rivolta di contadini che attaccano i latifondisti uccidendone molti. Tali azioni verranno

punite da Garibaldi, che manderà il suo luogotenente Bixio al fine di condannare e

giustiziare i rivoltosi fautori della strage. Anche Verga scriverà su Bronte la novella

“Libertà”, dove questo termine sembra vuoto senza la proprietà della terra. Nievo capisce

che la libertà politica senza eguaglianze e partecipazione alla vita sociale economica della

nazione è una parola senza fondamento. Nel 1861 dopo l’Unità ci si renderà conto che i

problemi posti da Nievo sono reali, soprattutto al sud con la questione meridionale, poiché

molti contadini hanno aderito all’esercito del brigantaggio e per molto tempo l’esercito

italiano ha combattuto. Le storie contadine di Nievo costituiscono una sorta di novelliere di

tema rusticale.

Il personaggio di Martino nelle Confessioni, rappresenta la classe della fatica, del sacrifico,

esclusa dalla vita dei padroni, ma portatore della consapevolezza contadina: è colui che

serve a tavola i conti di Fratta; modellato sul personaggio Platon Karataev di “Guerra e

Pace”, che rappresenta l’archetipo del buon contadino russo, l’artefice dell’ideologia

contadina, fondata sulla purezza contro la corruzione della vita cittadina.

– “Mi sbaglierò forse, ma meditando dietro essi potranno alcuni giovani sbaldanzirsi dalle

pericolose lusinghe, e taluni anche infervorarsi nell'opera lentamente ma durevolmente

avviata, e molti poi fermare in non mutabili credenze quelle vaghe aspirazioni che fanno

loro tentar cento vie prima di trovare quell'una che li conduca nella vera pratica del

ministero civile.” –Il romanzo vuole essere pedagogico, didattico per i giovani pur essendo

nel momento in cui scrive lui stesso giovane: vuole insegnare che cos’è la lotta politica,

caratterizzata da battaglie, sconfitte, cadute, riprese, ma meritevole di essere vissuta come

esperienza umana. Il termine ministero civile riferito alla letteratura, dove si intravede come

il termine cittadino dopo la rivoluzione francese ha sostituito quello di suddito, mostra che

Nievo è un rivoluzionario che tenta di fondare la rivoluzione su solide basi, su una

cognizione precisa di ciò che deve essere fatto perché avvenga un progresso, che può

avvenire non con la provvidenza ma con l’azione. Ministero civile è una citazione da

Foscolo, personaggio delle Confessioni di Nievo poiché sua maestro per l’educazione civica

e politica, tratta dalla lezione pavese del 1809, dove si parlava della letteratura come ufficio

e ministero civile: se la letteratura non è finalizzata alla costruzione di una coscienza civile e

politica allora è vana. La letteratura deve essere istituzionalizzata con valore etico-politico.

Foscolo è modello per Nievo ma deve essere corretto in certi aspetti: il suo esempio deve

essere preso dai Sepolcri (Carlino infatti afferma che ci rifugeremo sotto le grandi ali di Dio,

verso ripreso dai Sepolcri). - “Cosí almeno parve a me in tutti i nove anni nei quali a sbalzi

e come suggerivano l'estro e la memoria venni scrivendo queste note.” –In realtà Nievo

scrive in due anni, la verità del romanzo è riplasmata sulla verità storica. Le Confessioni

sono basate sulla memoria, questo è il talento di Carlino, che per il resto è uomo medio

dominato dalla figura femminile e ingombrante della Pisana. Altro talento era l’estro, cioè

come gli dettava l’ispirazione dal di dentro attraverso delle suggestioni particolari. La

struttura del romanzo è basata sulla memoria della storia d’Italia che va dal 1775 al 1855.

L’estro ha a che fare con tutte le esperienza dei singoli soggetti; si tratta di un romanzo

storico ad intrigo con dei colpi di scena abbastanza teatrali fondati sull’agnizione, cioè

incontrare qualcuno che si credeva morto: Carlino rincontra il padre che lo aveva

abbandonato e che ritorna dall’Oriente ricco grazie all’attività commerciale, e quel capitale

servirà anche a finanziare alcuni momenti della politica risorgimentale. Tutto ciò è surreale,

più vicino al romanzo d’avventura, e rende la seconda parte delle Confessioni più

romanzesca, dedita all’inverosimile tipico del teatro, rispetto alla prima parte dedita al

romanzo storico. Questa caratteristica rende il romanzo di Nievo disarmonico, disuguale,

squilibrato, pieno di troppe digressioni poco controllate; a differenza di Manzoni che punta

tutto sul laboratorio di scrittura, Nievo non cura la sua opera, e ciò lo si vede nelle

imperfezioni presenti soprattutto nella seconda parte. Londra è la capitale del Risorgimento

in esilio, dove andrà Mazzini e come farà anche il personaggio di Carlino, per riprendere

l’esilio di Foscolo.

L’epistolario di Nievo è molto bello, così come quello di Foscolo dove c’è passione, patria e

amore, quello di Leopardi, quello di Manzoni. Nelle lettere che scrive ai familiari da

Palermo quando diventa governatore di questa città si vede la sua supremazia epistolare

dovuta al fatto di essere spregiudicato, lucido, moderno, senza remore nel rappresentare la

società palermitana per quella che è, con i viceré senza il senso della giustizia, egoisti e di

loro parla in maniera satirica criticandoli. In particolare nelle lettere con la moglie del

cugino si può scorgere un amore devoto. Le sue lettere sono delle confessioni giornaliere.

E’ comunque un gran gentiluomo riconosciuto come tale anche dai suoi compagni, e uomo

di grande coraggio fisico, che si getta nelle battaglie di Milazzo, di Volturno all’arma

bianca. Tutto ciò lo rende un uomo straordinario, figura che si erge sulle altre nel periodo

risorgimentale e oggetto di molte biografie successivamente dove la biografia di Nievo

viene vista come esemplare, nel ‘900 “Il poeta soldato” di Dino Mantovani o il romanzo del

pronipote Stanislao Nievo “Il prato in fondo al mare”. 23/10/17

ASPETTO STORICO-POLITICO DI “CONFESSIONI DI UN ITALIANO”

E’ sempre stato un romanzo poco letto poiché è stato tradotto tardi in inglese dalla Oxford

editoriale nel 1957 sotto il titolo “Il castello di Fratta” per ricollegare il romanzo alle

atmosfere romantico-gotiche, che lo avvicinava al testo “Il castello di Otranto”, in cui gli

inglesi potevano identificarsi; vennero inoltre tagliate alcune parti per la sua eccessiva

lunghezza, fattore questo che ha contribuito alla sua marginale fruizione: spesso la lettura

scolastica è stata antologica, cioè limitata ad alcune parti. Il libro viene quindi frantumato e

ciò ne compromette la conoscenza piena.

Viene scritto tra il dicembre 1857 e l’agosto 1858: per cui con una scrittura e stesura a ritmi

elevati da parte di un autore che ha solo 27 anni. Nievo è padovano nato a Mantova, di studi

padovani, ma soggiorna spesso in Friuli dove viene ambientato in gran parte il romanzo, che

viene pubblicato postumo nel 1867, andandosi a porre come monumento della tradizione

romanzesca dedicata al risorgimento.

Nel titolo Nievo armonizza due tradizioni: quella dell’autobiografismo in “Le Confessioni”

dove l’io parla di se e si confessa, ripreso da S. Agostino e Rousseau, e quella del

patriottismo in “di un Italiano”, parte del titolo censurata da Le Monnier nella prima

edizione con “di un ottuagenario”, dove si sottolinea come un uomo arrivato al tramonto

della sua vita vuole narrare della sua esistenza e dell’esistenza del paese chiamato Italia.

Vengono così dichiarati nel titolo due contenuti: l’asse sentimentale e l’asse politico.

L’asse sentimentale vede partecipe la figura della Pisana, donna che vuole vivere la propria

vita seguendo le proprie aspirazioni, con una femminilità bizzarra, nuova, originale,

capricciosa, è indipendente, non è designata come madre, moglie, fidanzata, figlia, cosa

tipica dei romanzi dell’ottocento: una sorta di anti-Lucia che comprende anche caratteri

della monaca di Monza, come la libertà personale, che però non l’hanno condotta alla rovina

come Gertrude. La storia sentimentale percorre l’intero romanzo: l’amore tra Carlino e la

Pisana è non corrisposto o comunque solo apparentemente corrisposto, interrotto di

continuo, come se restassero due promessi per tutta la vita senza che il loro amore si

concretizzi. Da questo, oltre alla figura della Pisana antitetica rispetto a Lucia, si percepisce

come Nievo quando scrive tiene a mente il romanzo di Manzoni.

Dall’altra parte c’è l’asse politico: Nievo è un intellettuale politico che esprime adesione ad

una ideologia da lui meditata che prevede la costruzione di uno stato italiano includendo

anche il popolo dei contadini, non solo l’élite.

Geografia del romanzo

Il romanzo è ambientato inizialmente in Friuli in un piccolo feudo Colloredo, presso il

castello di Fratta, “sgovernato” da una famiglia di aristocrazia locale, i conti di Fratta, che

ha ricevuto dalla repubblica di Venezia dominante un mandato a governare autonomamente

le proprie terre. Nievo fa iniziare la sua storia politica di moti, battaglie e eventi, che

porteranno dal 1775 al 1858 al compimento dell’Unità d’Italia, in una periferia feudale

dell’Italia nord-orientale dipendente dalla Serenissima. Veneziana è l’identità natia che

Nievo si attribuisce all’interno del romanzo, con orgoglio ma anche con dolore: infatti recita

nel romanzo il compianto sulla morte, sulla fine della Repubblica di Venezia. Poi nel

romanzo vengono toccate quasi tutte le principali città italiane: Genova, Pisa, Livorno,

Firenze, Venezia, Napoli fino a Palermo. Il romanzo tende ad allargarsi territorialmente

comprendendo la Grecia: la Grecia nella cultura ha rappresentato molto, è simbolo della

cultura classica, è nata lì la filosofia, la prima idea di democrazia; ma la Grecia ottocentesca

di cui parla Nievo è abbandonata ad una economia sottosviluppata, pastorale. In pratica si

sottolinea la ricchezza che fu e che non è più, lo stesso si pensa di Roma che assieme alla

Grecia costituiscono le grandi nazioni passate che sono ormai scomparse, ma che restano

vive nel cuore di chi le ha amate (filologi, studiosi di letteratura greca, mitologi…) Ubi

sunt? Oggi queste grandi padrone del mondo lasciano dietro di loro solo rovine, presso cui

Nievo si inginocchia, come anche Leopardi e Foscolo: i romantici sono portati a riflettere

sul tempo dell’umanità che vede la decadenza dei popoli, delle civiltà degli antichi Greci, e

Romani. (La Grecia viene depredata anche delle rovine, le uniche cose che le restano, infatti

un Lord inglese prese pietre del Partenone e le portò al British Museum’800 è il secolo

della museificazione di quello che resta dell’antichità). Il romanzo si apre poi all’America

del nord e del sud, luogo dove molti italiani migreranno alla fine dell’‘800, ma viene

raggiunta da Lorenzo Da Ponte già a fine ‘700, e viene designata come luogo di esilio

assieme all’Inghilterra.

La geografia del romanzo è molto dilatata, ma nasce e si conclude a Fratta, sottolineando

una sorta di ritorno dopo l’odissea della vita. A Fratta da vecchio si ritrova circondato dai

figli sopravvissuti che gli hanno regalato molti nipotini, mentre gli resta il ricordo dei figli

morti coraggiosamente nell’affrontare la storia. Quindi nelle Confessioni vi è un “patriarca”

che racconta della sua partecipazione alla formazione della madre patria: la nazione di

Nievo è il concepimento della passione di un manipolo non molto numeroso di individui che

hanno fortemente voluto una Unità Italiana.

Carlino Altoviti

E’ alter-ego di Nievo, non è Nievo ma il personaggio emissario a cui l’autore delega tutta la

storia e la responsabilità della storia. Nievo è l’autore che manovra il suo personaggio, il

quale però lo rappresenta quasi integralmente. Carlino rappresenta la media di un paese, non

è un eroe che svetta solitario, viene diseroicizzato, e rappresenta il comportamento

dell’umanità del suo tempo nei decenni che preparano al risorgimento. Rappresenta il tipo

del patriota italiano, combattente giovane sui 20 anni che si batte per l’Italia a partire dal

1861. Sono i giovani che hanno le energie per combattere per una causa a cui tengono,

mentre i vecchi aristocratici veneziani nelle Confessioni non vengono presi come esempio

di saggezza, ma sono accusati di viltà, codardia, imbecillità nel senso di debolezza: pur

avendo vissuto di più hanno smarrito il contatto con il loro tempo, si sono arresi all’inerzia

senza fare nulla per la Serenissima, e per questo meritano di affondare con essa. Al contrario

i giovani rappresentano l’élite che andrà in Sicilia assieme a Garibaldi: le Confessioni è un

romanzo di giovani, giovani sono i protagonisti e giovane è l’autore. Carlino è destinato a

fare una carriera politica, meritando di essere parte della classe dirigente del proprio paese,

come tutti quelli che hanno combattuto nelle guerre di indipendenza, poiché ha lottato e

combattuto per quel potere.

Capitolo decimoprimo: il compianto di Venezia

“Una gran Repubblica si sfasciava, come un corpo marcio di scorbuto;”-le civiltà muoiono

di malattia come le persone- “moriva una gran regina di quattordici secoli senza lagrime,

senza dignità, senza funerali.” -giudizio politico aspro sull’aristocrazia veneziana che fino

alla fine ha guardato ai propri interessi e non ha fatto nulla per evitare i privilegi. Ma

Venezia sarebbe decaduta indipendentemente dal menefreghismo degli aristocratici che non

hanno difeso la loro patria poiché comincia a decadere quando perde la centralità di regina

dei mari- “I suoi figliuoli o dormivano indifferenti, o tremavano di paura; essa, ombra

vergognosa, vagolava pel Canal Grande” –come un fantasma- “in un fantastico

bucintoro,” –nave con cui solcava la laguna il doge- “e a poco a poco l’onda si alzava, e

bucintoro e fantasma scomparivano in quel liquido sepolcro. Fosse stato almeno così!...

Invece quella morta larva rimase esposta per alcuni mesi, tronca e sfigurata, alle

contumelie del mondo; il mare, l’antico sposo, rifiutò le sue ceneri; e un caporale di

Francia” –Napoleone Bonaparte, che poi Carlino incontrerà nel romanzo- “le sperperò ai

quattro venti,” –la consegna con il trattato di Campoformio- “dono fatale a chi osava

raccoglierle! Ci fu un momento ch’io alzai involontariamente gli occhi al Palazzo Ducale, e

vidi la luna che abbelliva d’una vernice di poesia le sue lunghe loggie e i bizzarri finestroni.

Mi pareva che migliaja di teste, coperte dell’antico cappuccio marinaresco o della

guerresca celata, sporgessero per l’ultima volta da quei mille trafori i loro vacui sguardi di

fantasma; poi un sibilo d’aria veniva pel mare che somigliava un lamento. Vi assicuro che

tremai; e sì ch’io odiava l’aristocrazia, e sperava dal suo sterminio il trionfo della libertà e

della giustizia. Non c’è caso; vedere le grandi cose adombrarsi nel passato e scomparire

per sempre, è una grave e inesprimibile mestizia. Ma quanto più son grandi queste cose

umane, tanto più esse resistono anche colle compagini fiacche e inanimate all’alito

distruttore del tempo;” –il tempo divora, distrugge esseri umani e civiltà- “finché

sopraggiunga quel piccolo urto che polverizza il cadavere, e gli toglie le apparenze e perfin

la memoria della vita.” –topos classico sulla fine dei grandi imperi e sull’oblio che copre

tutto. Le Confessioni sono un libro sulla memoria che viene restituita in forma di romanzo

da chi ha vissuto quegli eventi. Tutta la letteratura costruita sulla memoria deve prendere

atto che essa è vinta alla fine dall’oblio, che risulta trionfare sulla memoria.

Capitolo decimo: giudizio su Bonaparte al castello di Fratta

Nievo attraverso Carlino si cala in un passato non suo e non vissuto da lui, facendo una

sorta di viaggio nel tempo, e per ottenere questo serve grande documentazione che Nievo

prende dalla Storia D’Italia dal 1789 al 1815 di Carlo Botta, il periodo di cui Nievo

necessita per poter descrivere quel tempo da lui non vissuto. A lui interessa l’anno 1796, in

cui il feudalesimo italiano viene risvegliato dal proprio sonno fuori dalla storia e dal tempo

dall’arrivo di un caporale francese che a cavallo porta assieme ai suoi uomini l’idea della

rivoluzione, accompagnata dalla violenza, dal saccheggio, dall’annessione di territori. Nel

contesto della violenza arriva anche la libertà: si tratta di realismo storico, dove violenza e

storia sono assieme soprattutto in tempi di morte e rinascita, tempi di catastrofe che cancella

vecchi equilibri e ne ammette di nuovi.

Nievo descrive Napoleone, generale a 28 anni: è come tutti i conquistatori un uomo che ha

lasciato dietro di se sangue e morte, ma possiede una letteratura non negativa nei suoi

confrontimito napoleonico per tutto l’’800.

“Marchetto Fulgenzio e la cuoca, che soli formavano l'uditorio, non avevano certo la

pretesa di smantellare i bei castelli in aria del Capitano; e il Cappellano, quando c'era, lo

aiutava a fabbricarli colla sua credula ignoranza. Io poi dimenava il capo, e non mi ricordo

bene cosa ne pensassi. Certo le opinioni del Capitano non dovevano entrarmi gran fatto

appunto perché erano sue.” –Capitano è parodia del capitano, delle armi: un uomo che

arriva assieme a pochi uomini- “Sul piú bello giunse un giorno la notizia che un generale

giovine e affatto nuovo dovea capitanare l'esercito francese dell'Alpi, un certo Napoleone

Bonaparte.

- Napoleone! che razza di nome è? - chiese il Cappellano - certo costui sarà un qualche

scismatico.” –il parroco quando sente un nome strano pensa che sia di un protestante-

“- Sarà un di quei nomi che vennero di moda da poco a Parigi - rispose il Capitano. - Di

quei nomi che somigliano a quelli del signor Antonio Provedoni, come per esempio Bruto,

Alcibiade, Milziade, Cimone; tutti nomi di dannati che manderanno spero in tanta malora

coloro che li portano.

- Bonaparte! Bonaparte! - mormorava monsignor Orlando. - Sembrerebbe quasi un

cognome dei nostri!

- Eh! c'intendiamo! Mascherate, mascherate, tutte mascherate! - soggiunse il Capitano. -

Avranno fatto per imbonir noi a buttar avanti quel cognome; oppure quei gran generaloni

si vergognano di dover fare una sí trista figura e hanno preso un nome finto, un nome che

nessuno conosce perché la mala voce sia per lui. È cosí! è cosí certamente. È una

scappatoia della vergogna!... Napoleone Bonaparte!... Ci si sente entro l'artifizio soltanto a

pronunciarlo, perché già niente è piú difficile d'immaginar un nome ed un cognome che

suonino naturali.” –si tratta di una leggenda non è vero- “Per esempio avessero detto

Giorgio Sandracca, ovverosia Giacomo Andreini, o Carlo Altoviti, tutti nomi facili e di

forma consueta: non signori, sono incappati in quel Napoleone Bonaparte che fa proprio

vedere la frode! Si decise adunque al castello di Fratta che il generale Bonaparte era un

essere immaginario, una copertina di qualche vecchio capitano che non voleva disonorarsi

in guerre disperate di vittoria, un nome vano immaginato dal Direttorio a lusinga delle

orecchie italiane.” –Nel sonno in cui dormono i conti di Fratta che non si sono accorti del

passare del tempo: per loro Bonaparte non esiste. Così Nievo descrive il passaggio d’epoca.

Spesso Napoleone compare nel romanzo del ‘900 perché c’è il mito napoleonico: c’è nelle

Confessioni, nella “Certosa di Parma” di Stendal, in “Guerra e Pace” di Tolstoj. Napoleone

è simbolo del bene e del male che sono nella storia.

Capitolo decimo: incontro tra Carlino e Bonaparte

Incontro tra Carlino che ha funzione pubblica perché rappresenta la sua comunità, e

Bonaparte quando questo sta per cedere la repubblica di Venezia agli Austriaci.

“Il generale in capite Napoleone Buonaparte (cosí lo chiamavano allora) dimorava in casa

Florio. Chiesi di abboccarmi con essolui affermando di aver a fare gravissime

comunicazioni sopra cose avvenute nella provincia, e siccome egli mestava in fin d'allora

nel torbido coi malcontenti veneziani, cosí mi venne concessa un'udienza. Questo perché

non lo seppi che in appresso.” –Bonaparte viene colto in un momento di vita giornaliera, in

una dimensione domestica- “Il Generale era nelle mani del suo cameriere che gli radeva la

barba; allora non disdegnava di farsi vedere uomo, anzi ostentava una certa semplicità

catoniana, cosicché al primo aspetto rimasi confortato d'assai.” –è ancora un semplice

generale con un comando carismatico incitato dai suoi uomini. La tradizione giacobina si

ispira ai grandi classici: ha lo stesso atteggiamento di Catone. A Carlino parve di essere alla

presenza di un essere umano- “Era magro sparuto irrequieto; lunghi capelli stesi gli

ingombravano la fronte, le tempie e la nuca fin giù oltre al collare del vestito. Somigliava

appunto a quel bel ritratto che ce ne ha lasciato l'Appiani, e che si osserva alla villa Melzi

a Bellagio:” –ritratto che Nievo conosce bene perché amico della famiglia Melzi. Nei

romanzi dell’‘800 vengono descritti molto bene i tratti fisionomici dei personaggi principali-

“dono del Primo Console Presidente al Vicepresidente, superba lusinga del lupo

all'agnello. Solamente a quel tempo era piú sfilato ancora tantoché gli si avrebbero dati

pochi anni di vita, ed anzi una tal sembianza di gracilità aggiungeva l'aureola del martire

alla gloria del liberatore. Egli sacrificava la sua vita al bene dei popoli; chi non si sarebbe

sacrificato per lui?” –Carlino ha male interpretato l’aspetto umano di Napoleone. Nievo

racconta l’esperienza di Carlino fatta anche di errori: ha creduto che Bonaparte fosse un

liberatore. Sull’accumulo di errori si fonda l’esperienza.

“- Cosa volete, cittadino? - mi diss'egli ricisamente, fregandosi le labbra col pizzo dello

sciugatoio.” –cittadino, non più suddito dopo la rivoluzione-

“- Cittadino generale - risposi con un inchino lievissimo per non offendere la sua

repubblicana modestia - le cose di cui vengo a parlarvi sono della massima importanza e

della maggior delicatezza.

- Parlate pure - egli soggiunse accennando il cameriere che continuava l'opera sua. -

Mercier non ne sa d'italiano piú che il mio cavallo.

- Allora - ripresi - mi spiegherò con tutta l'ingenuità d'un uomo che si affida alla giustizia di

chi combatte appunto per la giustizia e per la libertà. Un orrendo delitto fu commesso tre

giorni sono al castello di Fratta da alcuni bersaglieri francesi. Mentre il grosso della loro

schiera saccheggiava arbitrariamente i pubblici granai e l'erario di Portogruaro, alcuni

sbandati invasero una onorevole casa signorile, e svillaneggiarono e straziarono tanto una

vecchia signora inferma piú che centenaria rimasta sola in quella casa, che ella ne morí di

disperazione e di crepacuore.” –Carlino si aspetta che Napoleone punisca i suoi uomini che

hanno invaso il paese di Fratta saccheggiando ogni cosa con violenza provocando la morte

di una anziana, ma Napoleone non ci pensa proprio a raddrizzare i torti: la storia si

manifesta con violenza anche quando porta ideali di libertà-

“- Ecco come la Serenissima Signoria inacerbisce i miei soldati! - gridò il Generale

balzando in piedi, poiché il cameriere avea finito di sciacquargli il mento. - Si predica al

popolo che sono assassini, che sono eretici: al loro comparire tutti fuggono, tutti

abbandonano le case. Come volete che simili accoglienze predispongano gli animi

all'umanità e alla moderazione?... Ve lo dico io; bisognerà che mi volga indietro a pulirmi

la strada da questi insetti molesti.” –Napoleone difende il suo esercito-

“- Cittadino generale, capisco anch'io che la fama bugiarda può aver impedito la cordialità

dei primi accoglimenti;” –Carlino sembra condividere la posizione di Bonaparte- “ma vi è

una maniera di smentir questa fama, mi pare, e se con un esempio luminoso di giustizia...”

–anche qui come nei Promessi Sposi la giustizia è una leggenda-

“- E sí, parlatemi proprio di giustizia, oggi che siamo alla vigilia d'una battaglia campale

sull'Isonzo!...”.

-Confessioni di un Italiano edizione Oscar Mondadori o di Rizzoli. 24/10/17

ASPETTO SENTIMENTALE DI “CONFESSIONI DI UN ITALIANO”

L’idillio tra Carlino e la Pisana

Pisana di Fratta è una donna diversa rispetto agli altri personaggi femminili della letteratura

precedente e dell’‘800. Ha un carattere irrequieto, spesso egoista, non riflette alle

conseguenze che le sue azioni possono avere sugli altri, ma anche generosa soprattutto alla

fine del libro quando si ritroverà ad accudire Carlino ceco, sacrificandosi per lui e per

aiutarlo, fino alla morte della stessa Pisana di tisi. A tratti è timida ma anche sfrontata: il

critico Manganelli l’ha definita “la più viva donna delle nostre lettere ottocentesche”. Molto

diversa da Lucia ma anche da Gertrude, poiché resta sempre artefice del suo destino.

Accetta di sposarsi ma per convenienza, non è un cedimento ma un saper sfruttare le

occasioni che le si presentano.

Carlino ha delle affinità con Nievo: non sono la stessa persona, uno è il narratore della storia

l’altro è l’autore del romanzo, il regista. Nievo comunque prende spunto dalla sua vita per

scrivere il romanzo, anche a dei personaggi che hanno inciso la sua vita: Carlo era il nome

del nonno materno che ha delle similitudini con la vita di Carlino per quanto riguarda

l’aspetto sentimentale non politico, era il suo secondo nome. Al nonno materno dedica “il

buon capodanno” del 1848, Nievo infatti è stato anche un poeta. Sia Carlino che Nievo

parlano due lingue, l’italiano e il francese, e vivono a cavallo tra due secoli ‘700-‘800:

questo fa sì che la personalità sia formata dal ‘700 illuminista ma anche dall’’800 romantico.

Le Confessioni sono un romanzo di formazione di un uomo, di un italiano, ma anche di una

formazione sentimentale, una sorta di educazione di sentimentale (molto diversa da quella di

Flaubert): Nievo è convinto che l’educazione di un uomo sia fatta non solo da un punto di

vista politico-sociale-militare ma anche da un punto di vista sentimentalenovità rispetto ai

testi dell’epoca, dove i sentimenti erano considerati argomenti per donnette nei salotti. Si

tratta anche di un’educazione morale-religiosa, elemento di novità rispetto alla letteratura

del risorgimento che è anti-clericale poiché la Chiesa è di ostacolo al risorgimento. Nel

romanzo di Nievo c’è il rispetto del matrimonio come legame eterno tra due persone:

quando Pisana sposata rincontrerà Carlino lo indurrà a sposarsi perché non deve aspettare

che lei diventi vedova per poterla sposarenon si manca di rispetto al sacramento del

matrimonio, i due non si avvicinano fisicamente. Da alcune frasi nel romanzo si capisce

come Nievo consideri che l’insegnamento debba essere tratto dall’esperienza più che dai

libri: questo invito lo rivolge non solo al pubblico maschile ma anche a quello femminile,

Pisana deve essere modello per le donne del risorgimento, ci si deve formare con

l’esperienza anche con la sfrontatezza che però non deve oltrepassare il buon costume.

L’educazione di Nievo non è teorica ma pratica, mentre nei Promessi Sposi tutto si risolve

con la Provvidenza, con l’utilizzo delle buone maniere.

Pisana di Fratta

Molti studi sono stati fatta su questo personaggio, se sia stato tratto da persone vere o

inventate: non c’è un modello assoluto di questa donna, è una guida, una sorta di Beatrice o

Laura, ma nell’esperienza. Fa da mediatrice tra le tensioni individuali di Carlino, poiché

interviene in momenti cruciali della sua vita per innescare in lui una reazione laddove

sembra che la situazione sia in stallo, e sociali perché grazie alle sue conoscenze ottenute

dall’esperienza riesce a muovere mutamenti maggiori che vanno oltre la figura di Carlo. E’

una donna molto moderna che non si fa intimidire, circondata più da uomini che da donne,

espone senza timore i propri ideali come un’eroina. E’ molto imprevedibile nei suoi

comportamenti soprattutto quando il personaggio cambia città: prende decisioni, ha dei moti

d’animo che sorprendono il lettore.

I modelli a cui Nievo probabilmente si ispira per questo personaggio sono Bice Melzi d’Eril

che conosce nel 1855, anno in cui la ragazza sposa Carlo Gobio, cugino di Nievo:

dall’epistolario di Nievo si vedono somiglianze nel carattere e nella malattia di tisi tra

Pisana e Beatrice, che sposando il cugino di Nievo diventa sua cugina, come Carlino e

Pisanaper questa Bice dall’epistolario si nota un qualche interesse; Pisana di Prantero che

Nievo conosce in Friuli durante l’infanzia e che diventa la sua compagna di giochi, ma che

da grande sposerà il Dottor Luigi Chiozza e morirà nel 1858 per lesioni tubercolari dovute al

partotra lei e Nievo c’è stato solo un rapporto fraterno.

Negli ultimi capitoli Nievo fa una sorta di agiografia, ne parla come di una santa che

nonostante i suoi difetti si redime e quindi può andare incontro alla salvezza.

Carlino è succube di questa donna, cerca di compiacerla in ogni modonovità di uomo che si

forma grazie ad una donna: Carlino orfano viene affiancato da questa “educatrice” insolita,

Pisana, che sarà responsabile della sua educazione come uomo e italiano.

Descrizioni che Nievo fa della Pisana

“La Pisana era una bimba vispa, irrequieta, permalosetta, dai begli occhi castani e dai

lunghissimi capelli, che a tre anni conosceva già certe sue arti da donnetta per invaghire di

sé, e avrebbe dato ragione a color che sostegnono le donne non essere mai bambine, ma

nascer donne belle e fatte, col germe in corpo di tutti i vezzi e di tutte le malizie possibili.

Non era sera che prima di coricarmi io non mi curvassi sulla culla della fanciulletta per

contemplarla lunga pezza; ed ella stava là coi suoi occhioni chiusi e con un braccino

sporgente dalle coltri e l’altro arrotondato sopra la fronte come un bel angelino

addormentato. Ma mentre io mi deliziava di vederla bella a quel modo, ecco ch’ella

socchiudeva gli occhi e balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti e

godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire”.

Già a 3 anni è descritta come bimba maliziosa, richiamando alla mente quadri di

rappresentazioni di donne nude: è come se la bambina sapesse già di essere donna e sapesse

utilizzare la propria malizia su Carlino. Non appena si accorge di essere disturbata da

Carlino lo prende a scappellotti sulla testa, come farebbe una ninfa se si accorgesse di essere

guardata. Carlino fin da bambino è ammaliato dalla sua bellezza e accetta i soprusi della

Pisana senza reagire: Nievo caratterizza i due personaggi già da bambini.

Nievo fa diverse descrizioni fisiche della Pisana per mostrarne i cambiamenti, come fa

Petrarca con Laura, il quale però quando questa invecchia ce la presenta invecchiata, mentre

Nievo descrive la Pisana come se fosse sempre bella: Carlino rimasto ceco riacquista la

vista grazie all’operazione fattagli fare da lei, e la continua a vedere bella.

“L’era una fanciulletta troppo svegliata e le piaceva far la donnetta, cominciarono gli

amoretti, le gelosie, le nozze, i divorzi, i riappaciamenti; cose tutte da ragazzetti s’intende

ma che pur dinotavano la qualità della sua indole”. Anche non voglio dire che ci fosse poi

tutta questa innocenza che si crederebbe; e mi meraviglio come la si lasciasse ruzzolar nel

fieno e accavallarsi con questo e con quello; sposandosi per burla e facendo le viste di

dormir collo sposo, e mandando via in quelle dilicate circostanze tutti i testimoni importuni.

Chi le avea insegnato cotali pratiche? Io non vel saprei dire di certo…”

Nievo dà un’immagine della Pisana precisa, non sa spiegarsi dove ella abbia imparato l’arte

della seduzione, sembra quasi che la capacità seduttiva sia in lei innata. Non le interessano

le convenienze, sembra che la sua crescita avvenga allo stato di natura, senza una vera

educazione. Si dice che non sarà una brava moglie, una brava madre: infatti si sposerà e

deciderà di non avere figli, forse perché capisce di non essere in grado di educare dei

bambini mancando a lei stessa una educazione, ma sarà in grado di educare Carlino

crescendo assieme a lui, attraverso una educazione paritetica. Non si fa troppi problemi,

quando deve partire lo fa senza pensare a cosa si lascia dietro, mentre Carlo pensa sempre al

passato anche quando sono lontani pensa ai momenti condivisi con lei: lo sguardo di Carlino

è rivolto al passato, quello della Pisana al presente e al futuro. Quello stato di natura la fa

crescere come una “mala erba” che è dominata da impulsi e istintività naturali e la si lascia

crescere in questo modo. Carlino la apprezza nonostante questo suo modo di essere.

Episodio significato dello strappo della ciocca di capelli e del bacio sulla ferita

sanguinante

Carlino si avventura verso il mare, non riesce a trovare la strada di casa, viene riportato a

casa da un personaggio che lo aiuta ma arrivato al castello viene messo in punizione a

dormire in una camera più piccola della sua e buia. Ad un certo punto arriva la Pisana.

“L'uscio s'aperse allora e la Pisana, mezzo ignuda nella sua camicina, a piedi nudi, e tutta

tremante di freddo, saltò d'improvviso sul mio letto…”

Inizia il dialogo trai due. Carlino è sbalordito del suo arrivo. La Pisana è andata da lui

perché gli vuole bene senza preoccuparsi di una possibile punizione per lei e senza timore

del castello che di notte diventa buio. Nota che Carlino ha sulla fronte del sangue e gli dà un

bacio sulla ferita succhiandola come facevano le sorelle sui petti dei fratelli crociati. Carlino

le dice che sta bene e vuole che lei smetta, ma lei continua. La Pisana si comporta da sorella

verso Carlino, anche il modo in cui è svestita attesta la familiarità tra i due: la scena del

bacio è caratterizzata anche da erotismo, sembra una sorta di amplesso a cui Carlino mette

un freno. E’ in questo episodio che Carlino capisce davvero di amare la Pisana. La Pisana

vuole essere castigata per tutte le cattiverie che fa verso di lui, è cosciente della sua

cattiveria nei suoi confronti: vuole farsi staccare una ciocca di capelli. Carlino non vuole ma

alla fine la Pisana lo costringe a farlo tirando indietro la testa. Lei contenta se ne va via e

Carlino resta sbalordito dal suo eroismo di essere andata da lui di notte attraversando i molti

luoghi paurosi del castello. La descrizione della scena è una sorta di passaggio all’età adulta:

sembra un rapporto sessuale tra bambini, lei vuole provare dolore e sembra che questo la

soddisfi. E’ una trasgressione da parte di una bambina che vuole gridare, vuole farsi sentire.

Non si preoccupa delle conseguenze delle sue azioni: avrebbe potuto farsi male andando a

girovagare di notte per il castello, ma ciò non le interessa.

Crescendo diventa sempre più civettuola e verso i 12/14 anni decide di far ingelosire

Carlino facendosi corteggiare da Lucilio, amico di Carlino.

“La Pisana intanto era cresciuta anch'essa una vera zitella. Non la toccava i quattordici

anni che la parea già perfetta e matura. Non molto grande, no; ma di forme perfettissime,

ammirabile soprattutto nelle spalle e nel collo: un vero torso da Giulia, la nipote di

Augusto: la testa un po' grande ma corretta con un bellissimo ovale; e poi capelli alla

dirotta, occhi umidi sempre e languenti come di fuoco nascosto, sopracciglia sottilissime, e

un bocchino poi, un bocchino da dipingere o da baciare …” aveva già le forme di una

donna, la paragona a una statua: spesso Nievo usa riferimenti alla classicità per descrivere

tratti fisici. Il suo carattere sembra essere più quieto e tranquillo, ma all’improvviso si

comporta da ragazzaccio: la sua indole resta indomita, ha atteggiamenti poco convenienti

per la sua età ma senza sfociare in un atteggiamento immorale, vuole essere cosciente di sé

senza preoccuparsi dei giudizi altrui.

“S'era fatta veramente donna; non di quelle che somigliano fiori delicati cui la prima

brezza del novembre torrà l'olezzo e il colore; ma una figura altera, robusta, ricisa,

ammorbidita da una rosea freschezza e da una mobilità di fisonomia bizzarra e istantanea

sovente, ma sempre graziosa e ammaliatrice…” Carlino ripercorre la sua vita nel romanzo e

si rende conto di essere sempre stato innamorato di questa donna, e delle sue caratteristiche

“perfida, ingrata, indegna” ma consapevolmente capisce che lui solo avrebbe potuto

accogliere quegli atteggiamenti , senza però poter dominare il suo carattere: la Pisana resta

indipendente, mentre in molta letteratura al femminile scritta da donne i personaggi

femminili quando si innamorano scelgono i loro amati per completarsi (es. Elisabeth di

Austen). Carlino e la Pisana non si scelgono per completarsi, si scelgono indipendentemente

dal carattere dell’altro: mentre Carlino spesso adatta il proprio carattere a quello della Pisana

lei questo non lo fa mai. L’elemento di novità di Nievo risiede in questo personaggio

femminile molto diverso dall’ordinario. Alla Pisana piace giocare con gli uomini e prende

con leggerezza i sentimenti, non si sposa per amore ma per convenienza e lo fa non da

giovane perché conoscendosi sa che le costrizioni di un matrimonio le sarebbero state

strette. Inoltre esprime liberamente le proprie idee politiche, si sottolinea la capacità di

parola che può avere una donna. Mentre lei ha un’educazione non ordinaria, la sorella riceve

un’educazione in convento da cui poi uscirà si sposerà e avrà dei figli.

La Pisana si sposa con un uomo molto più vecchio di lei ma dopo pochi mesi scappa di casa,

perché si annoia, le manca la sua libertà e va da Carlino “ma perché ella fosse tremante non

la conobbi meno, e mi precipitai ad aprire col petto in angoscia…” Carlino è sbalordito e la

Pisana gli comunica che ha piantato tutto e vuole rimanere con lui. Nonostante sia sposata

non le interessa cosa potrebbe pensare la gente di questo: si scoprirà che era fuggita per un

altro uomo, Ascanio Minato, ma lei non lo rivela subito. Nonostante questo riesce a

convincere Carlino che è succube di lei: all’inizio lo ricatta dicendogli che se non l’accoglie

lei resterà fuori sulla porta e chiunque potrà vederla. Quando lui acconsente lei lo ringrazia,

gli fa mille lusinghe, dicendogli che vivranno come fratello e sorella, come ai giorni di

Fratta. Carlino inizia a farsi delle domande riguardo al fatto se la Pisana sia vergine oppure

no: sembra essere una domanda senza senso visto che è stata sposata, e vista la sua indole

indomitanonostante la sua sfrontatezza e il suo stare con gli uomini non cede la sua virtù

“per le donne la religione è il freno più potente”, infatti nemmeno Carlino avrà rapporti con

lei.

Nessuno si capisce subito che la Pisana è dal cugino, ma quando viene scoperto e

denunciato Carlino è costretto a fuggire così come anche la Pisana. A Roma si ritroveranno

durante l’attacco al convento di Velletri: Carlino la trova nel convento tra le fiamme: “il suo

volto bello d’una sublime disperazione…” Lei è permalosa per essere stata abbandonata.

I due andranno insieme fino a Napoli, poi lui dovrà andare in Puglia, e lei impazzisce dal

dolore di questa lontananza “si straziava furiosamente il petto e le guance, gridando che

senza il mio perdono le era impossibile di vivere…” la Pisana cerca di suscitare la pietà in

una terza persona per farsi scrivere una lettere da Carlino dove lui le dichiara il suo amore e

la sua devozione.

Carlino viene fatto prigioniero, lei si adopera per andare a salvarlo, viaggiano fino a Genova

poi a Bologna: sono poveri, lei si ammala ed è costretta a tornare a Venezia per la malattia

della suocera e accetta che Carlino vada a vivere con loro. Lei si occupa di una donna che

sta male, la messa da parte del suo carattere e l’amorevolezza dimostrata verso la suocera fa

scattare in Nievo un elogio verso le donne “le donne sono amanti, sono spose, madri

sorelle, ma anzitutto sono infermiere…”, sembra una lode in stile di laudatio del ‘200-‘300.

Durante la malattia ella si occupa anche di Carlino “la Pisana entrò senza vedere, senza

cercare altri che me…” lei gli getta le braccia al collo e non si stacca più dal suo capezzale:

lo accudisce sacrificando la sua salute per lui. Lui si professa debitore nei confronti di lei.

Lei ha capito di essere davvero innamorata di lui e cerca di farsi perdonare accudendolo. Per

motivi di salute lei torna a Fratta e induce Carlino a sposare Aquilina: lui non la ama ma

cede alla richiesta della Pisana che non vuole costringerlo a stare con lei “hai bisogno d’un

affetto sicuro che ti ridoni la pace e la contentezza della famiglia…”.

La Pisana fa da testimone al matrimonio di Carlino e poi va a vivere con la sorella e il

marito.

“io mi guardava qualche volta allo specchio e mi sapea come i 45 anni mi si leggessero

sulla fisionomia…” Lui la rivede e la continua a vedere come quando era bambina

nonostante siano entrambi ormai adulti.

Carlino è sempre in giro a consegnare dei documenti, altra affinità con Nievo che si trova

spesso a viaggiare fino alla morte con l’affondamento della nave. Diventa ceco dopo essere

divenuto prigioniero degli austriaci. Viene condannato a morte e all’esilio ma la Pisana lo

salva, come un angelo che interviene nei momenti più critici, e quando si ricongiungono si

baciano. Fuggono assieme a Londra e vivono come fratelli: lei lavora molto per mantenere

entrambi e per curare Carlino, che riprende la vista con una operazione e quando finalmente

rivede la Pisana si accorge che lei si è ammalata di tisi. Nonostante lei stia per morire non è

spaventata, è un’eroina e la malattia la porta ad essere sincera e a riconoscere a Carlino che

solo lui l’ha amata davvero e le ha fatto capire che non era un essere spregevole come

pensava visto che una persona come lui continuava ad amarla “io peccai e tu mi

perdonasti… sei l’essere più nobile che possa esistere…” lei vuole essere perdonata perché

non l’ha amato come meritava. La descrizione della morte è molto dettagliata e

commovente in cui si rievoca l’episodio della ciocca: lei morta e lui le recide una ciocca e

decide di chiamare la sua bambina Pisana. 25/10/17

Nievo rappresenta il romanzo storico del presente, Manzoni il romanzo storico del passato,

nel verismo il romanzo sociale verrà rappresentato da Verga, Capuana, De Roberto, autori

della cultura siciliana, non settentrionali come Nievo e Manzoni. C’è poi una linea

espressiva del romanzo che riguarda l’esperienza personale dell’io rappresentata da

Tommaseo, autore di Fede e Bellezza, che scriverà del romanzo legato all’esperienza dell’io

nell’ambito del romanticismo francese. Quello di Tommaseo è un romanzo esclusivamente

sentimentale, mentre quello di Nievo comprende la passione politica e sentimentale. Nel

romanzo sociale viene espressa l’intellettualità meridionalein questo senso si parla di

secessione meridionale perché si protesta contro l’unità che avrebbe assimilato la cultura

siciliana a quella italiana. Il Verismo nasce al nord che guarda in maniera nostalgica al

passato e alla terra siciliana.

Le Confessioni di un italiano secondo la lezione di Pier Luigi Mengaldo

Pier Luigi Mengaldo, linguista che ha studiato la lingua di Nievo sia nel registro del

romanzo sia nel registro dell’epistolario, scrive nell’ultimo volume “storia del romanzo”

curato da Moretti una lezione su Nievo (infatti l’ultimo volume “storia del romanzo”

racchiude lezioni di critici che si sono occupati di un’opera particolare). Definisce l’opera di

Nievo un romanzo italiano in quanto romanzo del risorgimento, ma anche un romanzo

europeo per il fatto che attinge da romanzi europei come “Le grandi speranze” “David

Copperfiel” di Dickens: entrambi parlano della figura dell’orfano, emarginato, solo che ha

grandi speranze per la sua vita. Mengaldo riconosce l’abilità di Manzoni ma percepisce che

il romanzo di Nievo rappresenta meglio l’identità italiana: Manzoni calcola ogni parola,

ogni frase, evita gli sprechi, mentre Nievo è generoso nello scrivere, non teme lo spreco di

parole, le quali non sono state passate al setaccio. Nievo si sofferma molto anche su aspetti

secondari. Carlino e Nievo sono diversi: Nievo non si sente mediocre come lo è Carlino, e i

due sono anche distanti cronologicamente (Carlino nato nel 1775, Nievo nel 1831). Dickens

e Balzac (scrive della commedia umana) sono romanzieri europei dell’‘800 molto letti in

Italia e che scrivono con abbondanza e per questi sono popolari: da loro Nievo prende

esempio e per questo il suo romanzo può essere detto europeo. L’abbondanza è dovuta al

fatto che leggere un romanzo era un passatempo per i lettori che avevano molto tempo a

disposizione. Nievo non rifiuta l’intrigo per il suo romanzo. Secondo Mengaldo Thackeray

autore di “Henry Esmond” è la fonte quasi sicura per Nievo e il suo romanzo, come anche le

Confessioni di Rousseau.

Il romanzo di Nievo è il più formativo della cultura italiana: mostra come un orfano fragile

dopo tante difficoltà diventa uomo, e di come la sua educazione sia frutto dell’esperienza,

del crescere in mezzo agli altri e confrontandosi con altri, amandoli o detestandoli.

Mengaldo ritiene meno formativo il romanzo di Manzoni dove la morale della storia insegna

a Renzo che è meglio non fare, non agire, stare in disparte.

Nel romanzo di Nievo ci sono dei tratti umoristici, per esempio quando Carlino incontra

Foscolo e ne viene fatta una descrizione come di un uomo già in posa monumentale in cui

già è presente un estremismo della virtù: eppure Foscolo è giovane, sui 20 anni, il suo

eccesso di virtù, di ideali fermi sono fattori che si prestano ad essere oggetto di parodia,

cosa che Nievo sa fare bene essendo portato alla satira, all’umorismo. L’umorismo lo

vediamo anche nei bisticci tra Carlino e la Pisana. Questo elemento lo riprende da Sterne

assieme alla fluidità con cui i sentimenti vengono narrati.

Nel romanzo sono introdotti dei pezzi di storia: Napoleone presentato umanamente all’inizio

poi si rivela essere un tiranno, un despota. Nievo amava molto Goldoni e nella sua

commedia vedeva una venezianità trascendentale: molte scene del romanzo somigliano a

situazioni teatrali. La venezianità, cioè la chiacchera e il mondo aristocratico, di cui Nievo

fa parte ma che rifiuta. La fine della Serenissima non diventa un motivo dominante nel

romanzo, viene compianta ma con la consapevolezza che ciò sarebbe dovuto succedere,

essendo appunto il normale corso della storia quello che prevede la scomparsa di grandi

civiltà.

I modelli storici del romanzo sono principalmente “la storia d’Italia dal 1789 al 1814” di

Carlo Botta, che era il manuale della storia dell’epoca, e il sommario di storia italiana di

Cesare Balbo; le informazioni sulla vita di Foscolo le riprende dall’autobiografia di

Giuseppe Pelvio. Da ciò si capisce che Nievo è stato un grande lettore si storici, attività

necessaria per uno scrittore di romanzo storico.

Sergio Romagnoli è il primo studioso di Nievo e osserva come Nievo sia un maestro nella

rappresentazione dell’uomo storico del suo tempo: Lucio rappresenta l’uomo storico

educato sulla base degli ideali mazziniani, repubblicani, giacobini, ha lo stesso rigore di

Mazzini, c’è del sacro nel modo in cui coltiva i suoi ideali. Essendo così attaccato agli ideali

non muta mai, non matura, cosa che invece succede a Carlino, capace di apprendere

dall’esperienza. Lo schema del romanzo di formazione sembra cozzare con un’idea fissa del

narratore Carlino, cioè l’immutabilità dell’indole umana: ad esempio la Pisana resta sempre

fedele alla sua indole che attenua in situazioni difficili e che invece viene lasciata erompere

in situazioni convenzionali.

Freud parla della sessualità perversa infantile che viene esercita in varie forme: Nievo

anticipa questo aspetto, infatti nel romanzo la sessualità infantile non si manifesta nella

libido, semplicemente la Pisana fin da bambina essendo una femmina si comporta come

tale, fa la civetta e infligge i primi tormenti a Carlino.

L’amore nel romanzo resta inesaudito: ci sono tormenti, ripicche, reciproca dipendenza,

questi sono gli elementi del romanzo sentimentale di Nievo. Carlino è disposto a mutare il

suo carattere in quanto osserva gli eventi, si fa trascinare dagli altri, è disposto ad imparare

ma non riesce a dominare la propria vita.

Vero protagonista del romanzo è il tempo: il romanzo è lungo perché racconta il tempo, che

scorre mentre il lettore sta leggendo, facendo così invecchiare il lettore assieme al narratore.

La vita è una sola ma attraverso la letteratura si vivono molte vite, e si fanno le prime

esperienze indirette di morte. Il lettore cresce nel corso del romanzo, impara ad affrontare la

vita piena di ostacoli.

La lingua del romanzo è variegata, composta, fluida, ci sono termini aulici per personaggi

alti e dialettismi veneziani, friulani, mantovani. C’è anche un lessico familiare, il codice

espressivo di piccole comunità familiari parlato e compreso dai soli componenti della

famiglia. Mentre Manzoni ha tolto le impurità nel suo romanzo dal ’27 al ’40, Nievo non lo

fa. Svevo quando scrive la “Coscienza di Zeno” ha in mente il romanzo di Nievo, e lo si

nota nella tendenza a cambiare, ad attingere dalla vita. 30/10/17

FEDE E BELLEZZA DI NICCOLO’ TOMMASEO

Il gruppo Vieusseux

Romanzo che non appartiene alle esperienze di lettura scolastica. Tommaseo è lessicografo,

linguista, critico letterario importante anche dei Promessi Sposi essendo amico di Manzoni.

Faceva parte del gruppo di letterati che si riuniva presso il gabinetto scientifico letterario di

Gianpietro Vieusseux che lascia poi l’eredità dell’impresa ai suoi figli e nipoti: è stato il

primo a concepire l’idea di una commercializzazione del libro; era un mercante svizzero,

preciso, puntuale, grande collezionista di libri esperto di letteratura economica, collezionista

di riviste. Voleva creare a Firenze un centro di lettura aperto ai fiorentini ma anche agli

stranieri che transitavano per Firenze (inglesi,francesi,russi) in modo da avere un punto di

ritrovamento colto in cui leggere giornali e riviste inglesi. Era una emeroteca delle riveste e

dei giornali ottocenteschi, era una biblioteca circolante che faceva circolare i libri. Fu luogo

di incontro di letterati e scrittori, lì si incontrarono Manzoni e Leopardi, di scienziati, di

membri dell’aristocrazia e della borghesia (Lambruschini, Capponi, Ridolfi, Ricasoli). Da

Vieusseux nasce un’area politica dovuta alla presenza di persone di alto rango, da questo

ambiente emergerà il 2’ presidente del consiglio della storia d’Italia Peppino Ricasoli(il

primo fu Cavour che morì nel 1861 dopo aver provveduto ad allestire l’unità d’Italia). Tutte

queste famiglie appartenevano ad un ceto agrario. Il gruppo Vieusseux era quindi gruppo

politico, identità culturale rendendo Firenze con una vocazione cosmopolita. Laura Desideri

direttrice della biblioteca Vieusseux ha raccolto alcune firme degli intellettuali di passaggio

tra cui Dostoevskij, Henry James e tanti esponenti della letteratura mondiale poiché per

leggere rivista o libro firmavano la loro presenza. Gianpietro Vieusseux imposta una

commercializzazione del libro, vende per corrispondenza in Francia, Russia… mostrando

che pur essendo divisa l’Europa del tempo, i letterati mostravano di essere uniti. La prima

critica letteraria nasce presso questa rivista insieme alla nuova Antologia, e sono le più

prestigiose ed importanti.

Il dibattito intorno al romanzo da Manzoni a scrittori minori ma significativi come

Tommaseo si svolge attorno alle pagine di questa rivista, dove si discute quale sia la

letteratura più idonea ad interpretare una società che sta cambiando, senza però trattare il

mito del risorgimento della patria trattandosi di un gruppo cosmopolita che non necessita di

una identificazione in una patria: in gazzette inglesi e francesi si poteva leggere di viaggi,

esplorazioni (che anche Leopardi legge da cui trae ispirazione per alcune operette morali),

notizie di paesi lontani. Giampietro, che concepì l’idea del libro come fonte di guadagno per

chi li produceva. Quando Leopardi trascorre parte della sua vita a Firenze ospite di Pietro

Colletta, storico esule napoletano (Gianpietro accoglieva anche esuli intellettuali napoletani

ostili alla tirannia dei Borboni), e le sue caratteristiche da intellettuale non coincidono con lo

stile del gruppo Vieusseux perché mentre gli intellettuali del gruppo sono dei progressisti

che credono di poter diffondere la cultura, ammettono un futuro migliore del presente, e

Leopardi non condivide questo per cui spesso non partecipa alle riunioni del gruppo,

nonostante Gianpietro gli proponga di scrivere da collaboratore per la rivista sotto

pseudonimo “eremita degli appennini” ma non accettò: lui non voleva perdere tempo,

voleva percorrere la sua strada cosa tipica dei grandi autori. Leopardi nel gruppo Vieusseux

rappresenta con la sua personalità altera, aristocratica colui che tace: molti intellettuali del

gruppo rappresentano il cattolicesimo liberale e il materialismo leopardiano era in contrasto

con ciò.

Il romanzo di Tommaseo

A Firenze il nemico di Leopardi, che ha giudicato duramente la sua filosofia e in particolare

le operette morali, è Tommaseo che nel gruppo rappresenta un cattolicesimo

tormentato/contraddittoriolo si vede nel romanzo Fede e Bellezza dove in ogni pagina si

nota questa contraddittorietà tra il desiderio erotico, la passione e il pentimento di questi

elementi, una sorta di romanzo d’amore che si pente della sua sensualità. Il suo romanzo è

stato letto dai primi lettori e aspramente criticato, in particolare da Carlo Cattaneo che ha

smembrato il romanzo mostrando il ridicolo linguistico di questo, suggerendo il titolo “fede

e peccato”(il romanticismo di Tommaseo in questo romanzo raggiunge dei punti

parodizzabili). Tommaseo ha spinto al limite una ricerca linguistica impressionante con un

lessico comprendente parole sconosciute, rare, neologismi, traduzioni da forestierismi che

rendono il romanzo pomposo per la sua lingua. Il romanzo si svolge tra Parigi, il sud della

Bretagna, Livorno e Firenze dove i personaggi si spostano. Manzoni ha scritto un romanzo

che cerca di essere un romanzo per tutti, lo ha fatto anche Nievo e cerca di farlo anche

Tommaseo, che scrive il romanzo nel 1836-38 e lo pubblica nel 1840 per poi ripubblicarlo

nello stesso anno dopo aver letto le obbiezioni di Cattaneo condividendone alcune. Vorrebbe

scrivere un romanzo della passione d’amore; anche Nievo comincia a concepire

realisticamente l’amore, mentre Manzoni lo ha censurato. L’amore di Tommaseo è quello di

una giovane donna Maria che ha le caratteristiche per diventare quella che sarà la Traviata in

Verdi: giovane donna sola esposta alle tentazioni, come già in Sade, anche in Tommaseo ci

sono elementi sadici sentimentali, a questa ragazza capitano una serie di esperienze

sentimentali negativenovità sta nel sentimentalismo accompagnato da amore fisico che non

viene mai descritto direttamente ma velato da una pudicizia che ha esito contrario, cerca di

coprire con le parole ciò che è scandaloso ma senza riuscirci. Il formalismo linguistico

contrasta spesso il realismo delle cose. L’ambientazione è a Parigi, città del peccato

dell’‘800 dove una donna sola viene sfruttata da una presunta cugina per guadagnare denaro

ma Maria si illude di innamorarsi degli uomini che le si proiettano davanti tra cui il conte

russo, uno dei tanti che si trova a vivere a Parigi. Tommaseo descrive la loro vita insieme

all’insegna del desiderio di amore di questa donna mai condiviso dagli uomini sorta di libro

sulla condizione femminile di come le donne vengano sfruttate, asservite perché sono

portatrici di un sentimento autentico. Il personaggio di Maria non risulta essere mai corrotto,

resta in lei intatta la capacità di amare e di resistere al male. E’ un romanzo sulla passione

d’amore che fa deviare dalla retta via, sul tradimento… Tommaseo cerca di fare passo

avanti nella descrizione dei rapporti d’amore (nel romanticismo si parla d’amore sempre in

maniera teorica non concreta) e cerca di farlo mettendo accanto al male o al potenziale male

di uomini dediti al tradimento e spinti da interessi propri questa fanciulla piena di buoni

sentimenti ma “maleeducata” dalla vita (avrebbe potuto diventare una traviata, donna che

sfrutta la sua condizione di debolezza per diventare la cortigiana, accade nel romanzo

francese, Zolà scrive “Nanà” romanzo dove si parla chiaramente di una prostituta); Maria

non valica mai il limite della prostituzione. Tommaseo si avvicina a contesti scabrosi nel suo

romanzo ma si ferma prima di concretizzarli, una sorta di viltà. Mentre al contrario le

operette morali vanno in una direzione opposta: Leopardi non vuole scrivere romanzetti che

trattano di frugali passioni, di triviali emozioni (per Leopardi l’amore è un pensiero

dominante platonico). Il romanzo di Tommaseo va verso i lettori del suo tempo, attratti da

storie che stimolano curiosità, che cercano lo scandalovuole fare romanzo moderno che

tocchi elementi sensibili condivisi (mentre Leopardi nelle operette morali parla di

personaggi del mondo classico descritti con una espressione linguistica classica che non

interessano il pubblico). Fede e bellezza fu considerato un romanzetto, un romanzo

d’appendice, oggi viene visto come esemplare di un momento in cui la società letteraria si

serve di espressioni per conquistare il lettore puntando sulla storia del presente tra 1834-40,

lo sappiamo perché scritto in forma di diario, è un romanzo storico dei sentimenti e del

presente. Mentre i romanzi di Manzoni e Nievo essendo grandiosi non vennero presi come

modelli a cui rifarsi, erano considerati irraggiungibili, mentre a Fede e bellezza si rifaranno

gli scapigliati: “Fosca” di Tarchetti, punta di diamante della scapigliatura lombardo-

piemontese, parla di passione d’amore con caratteristiche spinte dove si parla di patologia

del sentimento di una donna che ha come caratteristica la negazione degli elementi di

bellezza tradizionale e la bruttezza diventa un magnete eroticointuizione della scapigliatura

sta nel sostituire all’estetica della bellezza tradizionale un’estetica differenziata più

interessante da un punto di vista psicologico; i romanzieri si interessano ad analizzare

l’aspetto patologico del sentimento d’amore. Anche Capuana con “Giacinta” parlano di

ambiente di costumi contemporanei da cui si nota l’ispirazione a Tommaseo, che introduce

il romanzo sentimentale del presente che si presta all’imitazione.

La struttura del romanzo è questa: la prima parte è autobiografia narrata da Maria, poi c’è

l’incontro con Giovanni che sarà suo compagno di vita fino alla morte di Maria che si

ammala di tisi (malattia dell’ottocento, del romanticismo essendo malattia incurabile

dell’epoca, come la peste per le epoche antiche)muore del “mal sottile” che non si

manifesta in maniera chiara fin da subito. Romanzo che parla di tubercolosi è “la montagna

incantata” di Thomas Mann nel 1924, dopo finisce l’epoca della tubercolosi. La passione

d’amore brucia talmente da rendere sottile la resistenza delle creature che si spengono con la

tisicaratteristica dle romanticismo. I grandi romanzi annientano quelli che vengono dopo,

mentre romanzi minori innervati nella sensibilità contemporanea per la loro innovativa

struttura incuriosiscono gli scrittori. Anche Verga subisce l’influenza del romanzo di

Tommaseo: “storia di una capinera” scritta mentre è a Firenze quando questa è capitale dal

1865 al 1870; Verga descrive la passione d’amore di una fanciulla che porta alla malattia

mentale(la malattia dell’epoca si sposta dal corpo all’anima col passare del tempo). Quando

lo scrittore decide che l’amore non può essere corrisposta lo fa sfociare nella morte o nella

folliaromanzo sentimentale del presente; Verga è scrittore sperimentale, si accorge di

scrivere qualcosa che è già stato sperimentato: donna malmonacata che si logora nel

sentimento. Verga capisce che è esaurito il romanzo psicologico del presente. Tommaseo,

dopo la stagione del romanzo storico, ha sentito la necessità di analizzare il sentimento

umano, di entrare nel guazzabuglio di un cuore qualsiasi, di creare una letteratura che si

occupasse dei sentimenti degli individui. La letteratura del risorgimento era stata nobilitata

dai grandi fini che ci si poneva, la vita privata restava subordinata rispetto al disegno etico-

storico-politico. Dal romanzo storico del presente si è passati all’analisi dei sentimenti di

chiunque con Tommaseo: l’io è diseroicizzato, non deve sostenere grandi ideali, ma si parla

di uomini e donne con i loro sentimenti; fede è bellezza è romanzo privato del presente,

dove si tratta della vita privata che dovrebbe restare taleil desiderio è qualcosa di privato

che risiede in generi letterari solitari come il diario, in cui si riportano ansie e paure che

sono pubblicamente irrilevanti, sono rilevanti solo per il soggetto (l’amore come sentimento

non ha rilievo nella sfera pubblica).

Nel romanzo di Tommaseo si alternano voci dei personaggi che si scambiano pagine di

diario, lettere, frammentiromanzo fatto da residui di generi letterari del privato, del segreto

privato. Il romanticismo tommaseiano consiste nel dare massimo rilievo all’irrilevante: si

scopre il diritto dell’individuo a dare rilievo a ciò che è importante per sé.

Tommaseo scrive con una lingua talmente preziosa e ricercata che sono di ostacolo al

lettore: sul suo lessico prezioso e raro si sofferma Cattaneo, direttore del Politecnico, che

legge con interesse il romanzo di Tommaseo ma capisce che quel linguaggio oppone

resistenza al lettore (questo accade più agli scrittori che ai narratori).

La novità del libro è l’impianto strutturale in cui convivono lettera, pagina di diario, e

memoriale: con essi lo scrittore riesce a dominare queste forme diverse e a tradurle in una

funzione narrativa, ognuna mantiene il suo statuto ma vengono intrecciate affinché non si

perda di vista la funzione narrativaromanzo poliforme.

Il saggio di Cattaneo fu pubblicato sul Politecnico nel 1840, dove critica aspramente il

romanzo di Fede e bellezza soprattutto per il profilo linguistico: “monografia di passioni,

ricamo letterario colorito, pieno di vapori ardenti” “profonda e quasi fatale preoccupazione

della lingua che assedia lo scrivente in tutto il corso della sua fatica e gli tarpa i voli

dell’immaginazione”Tommaseo sente scrivendo il problema di trovare una sua lingua, una

perfezione delle parole, e tale pesa dovuto al perfezionamento delle parole è tale da nuocere

all’intero romanzo che altrimenti avrebbe potuto avere successo. Nel romanzo c’è una sorta

di dizionario di parole rare, non correnti che “gli congela i fervori dell’affetto, disfiora ogni

naturalezza di modi” il sentimento viene descritto male, in maniera poco naturale. La

perfezione linguistica è quanto c’è di più lontano dal popolo che parla una lingua mista:

Cattaneo afferma che nessuno degli italiani potrebbe comprendere il romanzo, né persone

del popolo né letterati. Utilizza parole come damo=amante, viso ammencito, donna

guitta=guitto è un commediante da commedia dell’arte e quindi si tratta di una donna da

commedia mondana, donna riprovevole, madre sgargiante=che gode del successo della

figlia, fanciulla malìta=cioè che comincia ad ammalarsi, natura improsciuttita=cioè il

borghese grasso dal troppo mangiare prosciuttocerca nelle profondità del lessico parole per

esprimere concetti esprimibili con parole semplici. Cattaneo ritiene che “questo spinaio di

voci ruvide, estranee e pazze” ostacolano il lettore ingannato da un titolo soave, dolce che

sembra voler invitare a leggerlo. Addirittura era più chiaro il linguaggio di Petrarca nel

rerum vulgarium fragmenta. Inoltre l’ingegno di Tommaseo viene traviato non solo da un

linguaggio difficile ma anche dal titolo fuorviante che suggerisce una purezza immacolata,

mentre la trama narra anceh del peccato sarebbe più giusto il titolo fede e peccato invece di

fede e bellezza. 31/10/17

IL ROMANZO, LA NARRATIVA DEI DOCUMENTI UMANI

Ci sono numerosi testi che fanno da prefazione alle opere di scrittori nel naturalismo e

verismo italiano: ci sono romanzi ma anche novelle così compatte da risultare una specie di

romanzo con storie che si intrecciano con una profonda coerenzaanche i novellieri possono

raggiungere lo statuto di una narrativa romanzesca. Nel termine documento si indica da

parte degli autori una volontà di non tradire il vero, di rimanere su fatti cronisticamente

documentabili, vedendo confermata la linea di storicismo della verità di Manzoni, che

trattano di eventi piccoli o grandi che si soffermano non solo sugli individui (come fede e

bellezza) ma sulla società di un’Italia unita dopo il risorgimento. Il verismo rappresenta

l’esigenza di uno stato che ha raggiunto l’unità di lasciarsi alle spalle le grandi narrazioni

epico-storiche risorgimentali per concentrarsi sui problemi molteplici che ci sono dopo

l’unità: vengono uniti territori, tradizioni, civiltà, dialetti diversi tra loro che fanno fatica a

convivere. Il risorgimento è stata un’impresa di minoranze, di elité politiche che hanno

portato a termine il loro disegno in modo costruttivo senza il coinvolgimento dell’opinione

pubblica generaleelité virtuose e maggioranze indifferenti, due parti mai incontrate,

sconosciute si ritrovano unite da stesse leggi, scuole, cultura, economia del nord che prende

piede, nasce il problema del briganteggio, terrorismo interno centro meridionale che

impegna l’esercito italiano per 10 anni. Il Verismo punta sulla necessità di affrontare i

problemi come l’analfabetismo di quasi la maggior parte della popolazione (libro Cuore di

De Amicis 1886 si occupa dell’istruzione della scuola italiana che puntava a trovare una

lingua comune), la lingua era mista di dialetti con dall’altra parte la lingua dei letterati, ci si

trova a non riconoscersi nemmeno nella lingua. Il Verismo è romanzo storico del presente

che metta da parte la retorica patriottica: fatta la nazione fanno affrontati i problemi della

nazione, di carattere economico, di civiltà, di costume, di lingua. L’intellettualità

meridionale costruisce il verismo, Verga, Capuana, De Roberto, espressioni di una elité

sociale che viaggia al nord, vivono molto in città lontane; Verga tra Milano e Firenze

simbolo di una società letteraria l’unità d’Italia indica in Firenze la biblioteca nazionale

centrale dove devono arrivare tutti libri circolanti in Italia, mentre Milano diventa capitale

economica del paese e poi Torino e Genova, Firenze è baricentro letterario che diventa

anche centro politico per un periodo dove si trasferiscono i sovrani sabaudi presso palazzo

Pitti, lì risiede una comunità di scrittori ciascuno portando avanti il proprio operato secondo

ciascuno il proprio mondo. Il verismo è la prosa della realtà dopo la letteratura eroica del

risorgimento, tempo di speranze, attese, lotte e sfide dopo la realizzazione dell’Unità si

resta delusi da ciò che si rivela essere l’Italia unita, lasciando delusi patrioti come Luigi

Settembrini “memorie della mia vita”, Carlo Bini “manoscritto di un prigioniero” che

assieme a “le mie prigioni” di Pellico costituiscono la letteratura carceraria, patrioti che

hanno pagato con il carcere la loro militanza basata sul disegno dell’Italia unita. Lo stato

unitario presenta da subito i problemi: la morte di Cavour lascia traumatizzati essendo uno

di quelli che si è battutto di più per l’unità d’Italia e che scomparendo lascia la nave in

tempesta senza timoniere. La parte Sud d’Italia rigetta l’unità con il brigantaggio: il sud è

stato conquistato con la spedizione dei Mille, obbligato all’annessione con il resto d’Italia

strappato ai Borboni, facendo l’unità con un innesto sentito come violentoil Verismo è

protesta del ceto intellettuale meridionale di essere stato preso con la forza espresso in

romanzi, novelle e documenti.

Naturalismo francese vs Verismo italiano

Non c’è un solo Verismo ma una pluralità di Verismi, sarebbe meglio dire naturalismo

italiano per sottolineare la nascita dal naturalismo francese con scrittori francesi che per

primi affrontano problemi di costumi, situazioni di una società moderna, scrittori

generalmente parigini che si concentrano su aspetti diversi che caratterizzano le società

metropolitane. Il naturalismo francese ha una matrice cittadina: Zolà nel suo ciclo di 20

romanzi parla della vita di Parigi, indagando ed esplorando la città da un punto di vista

sociale, economico, politico esaminano la molteplicità, la versatilità di vite, arti, mestieri,

destini, situazioni espressi da una metropoli come Parigi. Al contrario il Verismo è agrario,

proletario dove si parla di lavoratori come i Malavoglia, come Mastro Don Gesualdo: Verga

vorrebbe costruire una saga come Zolà ma si ferma perché capisce di poter scrivere solo ciò

di cui conosce ovvero il mondo contadino, le campagne meridionali, zone remote della

Sicilia lontane dalla centralità della metropoli parigina. Zolà scrive della modernità di una

città, con romanzi originati d auna ispirazione diversa: “il ventre di Parigi” è un romanzo

dedicato ai mercati generali di Parigi, perché il suo disegno naturalistico è quello di

esplorare attraverso la letteratura le modalità con cui si organizzano e vivono le grandi

società urbane della modernità, lì si descrive come la società si alimenta sin dall’alba

quando i contadini portano i prodotti nei mercati, i commercianti li portano nei negozi da

cui i parigini comprano per nutrirsiin questo sta il naturalismo, riportare il romanzo a

narrare come accadono i fatti che consentono agli uomini di vivere (nei romanzi romantici

non si parla di questi problemi sono idealizzanti). Per scrivere questi romanzi gli autori si

documentano per poter poi scrivere dei documenti: Zolà frequenta a lungo i mercati

generali, identificandosi con i commercianti per portene descrivere la fatica quotidianala

narrativa naturalista soprattutto francese si basa su questa competenza nell’immergersi nelle

situazioni per riportare il vero intrecciandolo certo con elementi di invenzione. Zolà ci dà la

documentazione più ricca della società francese tra ‘800-‘900, muore nel 1902.

Il Verismo italiano è meno documentato, è più legato ad una memoria sentimentale di quelle

terre (Verga e il suo amore profondo per la Sicilia): si trattano argomenti come usi, costumi

di vita patriarcale, di contesti familiari contadini legati alla terra rispetto alla borghesia

parigina. Il Verismo italiano è la versione indigena del naturalismo francese, limitata dal

punto di vista dell’analisi dei documenti, della ricerca dei fatti, su territori diversi (metropoli

evoluta dopo la rivoluzione vs comunità contadina lontana dal progresso che conosce la

fame).

Pluralità di Verismi

Non c’è solo un Verismo fatto dalla triade Verga, Capuana, De Roberto che certo esprime gli

scrittori maggiori: De Roberto che si stacca dalla media e diventa scrittore più importante

del dopo risorgimento con il romanzo politico italiano intitolato “I Viceré”, poco letto per

difficoltà linguistica ma anche perché descrive un quadro post-risorgimento desolante.

I Verismi diventano espressione di letterature locali: l’Italia si riconosce faticosamente unita

perché ha molte differenze vedendo unite tante realtà culturali (mentre Parigi è più

centripeta Roma pur essendo capitale non viene sentita come tale) che sentono ciascuna la

propria località come capitalevi è pluralità di realtà locali Firenze, Milano, Napoli (che fino

al 1861 è stata una grande capitale si è ritrovata ad essere una città vassalla continuando

però ad esprimere una grande cultura letteraria, soprattutto filosofica) ambiscono ad una

propria identità: ogni verista italiano parla per la propria realtà locale. Ci sono numerosi

scrittori che interpretano il verismo sub-specie caratterizzato da costumi, tradizioni,

linguaggi locali, ricco di espressioni originali autoctone. Il linguaggio è un italiano che cerca

di riflettere la lingua nazionale ma con venature dialettali che arricchiscono l’espressività

dell’italiano.

Verismo Napoletano

Venature napoletane tra cui emerge Matilde Serao, narratrice che ha saputo esprimere la

storia della sua città e in particolare dei sogni, avventure, desideri delle donne divenendo la

scrittrice più popolare di Napoli per la seconda metà dell’ ’800. Ha scritto decine di romanzi

scrivendo con competenza su mondi cittadini che comprendevano sarte, ricamatrici,

telegrafiste, lavoro delle donne, il loro sfruttamento, il rapporto uomo e donna. Ha fondato e

diretto il giornale “il Mattino di Napoli” sposata con Edoardo Scarfoglio intellettuale

napoletano amico di D’Annunzio incarnante la figura di Dandy, Serao era continuamente

tradita da lui. Scrive una saga di romanzi che rappresenta la realtà napoletana cominciando

dal “ventre di Napoli”, descrivendo come questa città presenta problematiche post-

risorgimentali legate alla sovrappopolazione, problemi sanitari come il colera che porta allo

sventramento della cittàNapoli diventa simbolo del meridione che l’unità ha annesso ma di

cui si deve occupare. Serao racconta problematiche drammatiche con un certo

sentimentalismo scrivendo essenzialmente per le donne. Scrive “la virtù di Cecchina” “la

conquista di Roma”, storia di un ambizioso uomo politico napoletano che guarda a Roma e

alla sua conquista come conquista del potere politico.

Francesco Mastriani autore di una saga di romanzi ispirati ad Eugene Sue autore di “misteri

di Parigi”, parla quindi di storie, fatti, segreti, misteri di grandi aree urbane, Mastriani

racconta i “misteri di Napoli” e si rivolge ai lettori attraverso i giornali con un romanzo a

puntate seducendo i lettori anche di media-bassa cultura con storie avventurose, misteriose

che non hanno mai una fine.

Poi c’è l’alta cultura napoletana che si esprime nell’ università con due grandi critici letterari

che insegnano all’università e sono Luigi Settembrini e De Sanctis, autore questo di “storia

della letteratura” pubblicata nel 1860, è primo ministro della pubblica istruzione dell’unità

d’Italia nel 1861 in un periodo dove vigeva la problematica dell’istruzione degli italiani a

seguito dell’unità, ciò dimostra un grande impegno di questo intellettuale. De Sanctis è nato

in Irpinia nel 1817 e muore nel 1883, riorganizza come critico la storia della letteratura e si

impegna per l’organizzazione della scuola, delle università, delle biblioteche (è fondatore

delle istituzioni culturali). Da vecchio capisce dell’arrivo di una nuova letteratura, del

Verismo e nelle ultime lezioni si occupa del naturalismo francese, continua ad aggiornarsi

seguendo l’evoluzione della letteratura fino agli ultimi giorni, legge “origine della specie e

origine dell’uomo” di Darwin introducendo elementi di darwinismo nella sua analisi

letteraria. La letteratura sta cambiando, divenendo moderna, europea: nei suoi ultimi saggi

tiene delle conferenze riguardando l’espressione di questa letteratura comparata.

Verismi Toscani

Ci sono altre realtà oltre a Firenze, il verismo trova materiale nelle campagne maremmane

dove ci sono epidemie, malaria.., contesto lontano dalla civiltà fiorentina verismo

maremmano che ruota attorno a campagne abbandonate, desolate con civiltà contadina

segnata dal sacrificio quotidiano. Narratore di quel mondo è stato Renato Fucini novelliere

molto popolare autore di “le veglie dei neri” dove narra di storie contadine dell’ ‘800, storie

di fatica, di famiglie, di solidarietà attorno al fuoco. Si fa mediatore di queste culture

periferiche, remote, decentrate rispetto l’asse principale del paese: si descrive la toscana

profonda lontana da Firenze riguardante la toscana amiatina, la toscana garfagnina. I verismi

locali parlano di realtà decentrate rispetto ai centri di cultura, di istituzioni. C’è il mondo

della campagna senese che sembra essere più primitiva rispetto alle altre campagne nei

dintorni di Firenze. Narratore che piaceva a Vasco Pratolini era Mario Pratesi. Molti scrittori

nel tempo sono stati oscurati nonostante fossero stai i più letti: “l’eredità” di Pratesi affronta

uno dei temi della letteratura verista (che Verga chiama la roba) cioè cosa accade alle

famiglie quando si deve mettere mano all’eredità, si tratta del valore della roba,

dell’economia al centro dell’analisi verista. Pratolini si farà editore dei romanzi di Pratesi e

dei romanzi di Federico Tozzi, altro scrittore senese uno dei maggiori scrittori italiani del

XX secolo autore di “con gli occhi chiusi”, anche Tozzi è espressione del verismo locale di

Siena.

L’Italia ha come caratteristica quella di esprimersi come molteplicità di versioni di se stessa

che le danno una ricchezza letteraria (mentre la Francia ha una cultura più unitaria), ogni

regione esprime la propria cultura.

La scapigliatura sarà espressione del nord di ambiente milanese e piemontese: è forma di

verismo locale con tinte romanticheggianti.

Verismo Romagnolo

In Romagna ci sono scrittori che pochi hanno letto, tra cui Alfredo Oriani, romanziere che

ha scritto 5 romanzi tra cui “vortice” in cui narra la storia di un uomo travolto da una serie

di debiti e preso dall’angoscia decide di suicidarsi e viene così narrata la sua ultima

giornata, le sue ultime ore con una espressione veristica fin quando non si fa investire da un

treno. Fu male-inteso come ideologo del fascismo, ma morì prima del fascismo nel 1911,

solo che Mussolini suo conterraneo decise di pubblicarlo con una edizione. E’ stato così

strumentalizzato per la sua opera “lotta politica in Italia” del 1832, libro di testo in cui il

fascismo si riconosce.

Verismo Ligure

Il Verismo si esprime soprattutto con autori minori, ciascuno però conosce profondamente il

documento umano della sua terra.

Remigio Zena scrive “la bocca del lupo”, dove mostra la conoscenza del mondo portuale di

Genova, tra montagna erosa dal mare, durezza del vivere.

Parleremo di Verga, delle introduzioni esplicative che fa alle sue opere per sottolineare lo

sperimentalismo che va ad attuare. Capuana è il critico del verismo, coscienza critica di

Verga, critico teatrale, esploratore di un verismo dei misteri, lo si vede nel “marchese di

roccaverdina” dove c’è spiritismo, dialogo con i morti, cerca di trovare la realtà oltre la

realtà, una sorta di verismo metafisico. Capuana muore nel 1915, Verga nel 1922: i loro libri

sono degli anni ‘80/’81, la loro vita si prolunga aldilà della stagione letteraria a cui segue il

silenzio. Capuana scrive “gli ismi contemporanei” (gli –ismi di romanticismo,

decadentismo, illuminismo) dove raccolse osservazioni sul valore periodizzante di questi

ismi nella storia della letteratura.

All’indomani dell’unità d’Italia cominciano problemi anche per il ceto politico contestato

aspramente, alcuni governi es. Crispi governano con stati d’assedioromanzo

antiparlamentare: Montecitorio (sede dell’assemblea dei deputati) e Palazzo Madama (sede

dell’assemblea dei senatori) diventano dai primi anni dell’unità bersaglio di una polemica

durissima e di una letteratura antiparlamentare tra cui Petruccelli della che scrive “i

moribondi di montecitorio” cioè i deputati moribondi perché descritti come burattini diretti

dal potere dell’esecutivo. L’unità d’Italia si porta appresso una letteratura ostile, di satira.

Anche D’Annunzio lo farà. 06/11/17

DOCUMENTI FONDATIVI DEL VERISMO VERGHIANO

Cenni biografici

Verga è Catanese, nato nel 1840 da famiglia di piccola nobiltà, nel 1857 porta a compimento

il romanzo “amore e patria” che non verrà pubblicato e risulta ancora inedito. Il 26 aprile

1869 comincia la sua storia come scrittore italiano che ritorna in Sicilia attraverso la

memoria e la distanza: infatti il verismo vuole essere poetica della lontananza, della

distanza, e la separazione geografica aiuta in questo. Nel 1869 lascia Catania per trasferirsi a

Firenze prima in via dell’alloro e poi in piazza Menin e prende contatti con Francesco Dall’

Ongaro, scrittore famoso dell’ambito settentrionale appartenente alla letteratura rusticale

che teneva una specie di salotto fiorentino: la cultura fiorentina come quella milanese veniva

organizzata su modello francese attorno a questi salotti come punti di ritrovo affidati a

scrittori famosi per attirare quelli più giovani. A Milano ci sarà il salotto della contessa

Maffei.

Verga vs Carducci

Verga era un uomo siciliano dalla fascinosa presenza: in una lettera di Carducci rivolta ad

una giovane Livia verso la quale manifesta la sua gelosia poiché questa ha incontrato Verga

in un salotto milanese. Il carduccianesimo rappresentò la cultura ostile al verismo sia sotto il

profilo personale (in questa dichiarazione di gelosia verso Verga) sia dal punto di vista della

poetica: la poetica carducciana è quella del classicismo, della poesia. Carducci grande poeta

e storico della poesia italiana di cui ha una profonda conoscenza anche sotto il profilo della

docenza universitaria da Dante a Petrarca fino a se stesso, dedicando quasi tutta la sua vita

alla poesia italiana. Ma la scuola poetica che arriva fino a Carducci ritiene il romanzo un

genere di evasione, una forma letteraria minore, utile a riempire i tempi di ozio, non è

letteratura seria come è invece per Carducci e i carducciani la letteratura della poesia, del

poema, di narrazioni segnate dalla nobiltà del tempo come la prosa storica italiana di

Guicciardini, Macchiavelli, ma non il romanzo, considerato attinente a ceti sociali più bassi.

D’annunzio è il primo romanziere italiano che immagina un mercato letterario a cui ci si

deve rivolgere con i romanzi individuando il pubblico femminile come destinatario, a cui si

rivolgerà anche nei suoi romanzi tra cui “Il Piacere”: ritiene che le donne siano lettrici più

appassionate rispetto agli uomini, leggono nei romanzi storie immaginarie di vita in cui si

identifica perché esse sono migliori, più appassionanti rispetto alla loro vita reale. Il

romanzo dannunziano è popolato da uomini di lusso come dice Verga, il quale prova a

scrivere un romanzo sull’alta borghesia ma non ci riesce, non ha il filo per tessere il

romanzo dei ricchi, nonostante venga da un ceto dell’aristocrazia siciliana, e lo intitola

“l’uomo di lusso”. Al contrario i romanzi dannunziani sono tutti incentrati su uomini di

lusso, sul Dandy il più noto Andrea Sperelli protagonista del Piacere, romanzo che ha

ispirato la belle epoqué italiana di fine ‘800: si parla di un uomo ricco, fascinoso, cinico,

scettico che non crede nell’amore ma è lui stesso oggetto magnetico di attrazione, facendo

sognare. D’Annunzio sa che la letteratura ha anche una finalità illusionistica al contrario del

Verismo che vuole raccontare la realtà per come essa è, senza abbellimenti, trucchi mentre

D’Annunzio scrive di un trucco del reale, di un sogno che diventa quello dell’epoca

dannunziana: si cercava di vivere come D’Annunzio, si cercava di vestire come lui essendo

stato una sorta di modello di stile, di eleganza per l’Italia tra ‘800-‘900. Verga propone un

modello antitetico rispetto a D’Annunzio, che è tutto ciò che è costume, artificio, bellezza,

moda, superuomo dannunziano incarnato da Andrea Sperelli e dalla città di Roma dove il

Piacere è ambientato: ancora oggi ci sono dei luoghi come trinità dei monti, via dei condotti,

via gregoriana, il centro storico che D’Annunzio ha reso come luoghi di eleganza. Anche

Pirandello ha un proprio luogo di ambientazione, una Roma lontana dal centro ad esempio

in via marsala, zona malfamata della città. Verga ha come luogo la Sicilia pur scrivendo a

Firenze o a Milano, dove vive ma che non vede come luoghi per la sua letteratura. Verismo

e dannunzianesimo si escludono a vicenda, ciascuno ha un suo pubblico, una sua teoria e

finalità: D’Annunzio scrive perché la realtà venga sostituita dal sogno di una vita superiore,

inimitabile (in realtà facilmente imitabile per i vari stereotipi del mondo dannunziano),

Verga scrive della dura vita estremamente poeticizzata del proletariato, del bracciantato

meridionale, parla del contadini che lavora e si logora, di donne che avrebbero potuto essere

belle se non fossero state consumate dalla fatica, mentre le dame dannunziane dedicano il

loro tempo al trucco, al riflettere di se stesse nello specchio dell’estetica.

Quindi contemporaneamente nel periodo post-unitario in cui le attese non sono state

ripagate, dove ci sono problemi, dove molti sono rimasti scontenti, dove il sud si è sentito

conquistato e poi dimenticato, la letteratura si è espressa in diversi modi, non c’è una

letteratura egemone, anche se il modello dannunziano ha avuto una sua egemonia anche per

la capacità di pubblicizzare il prodotto letterario, di essere lui stesso il simbolo della sua

letteratura: il tempio del Vittoriale D’Annunzio lo erige per se dove decide di ritirarsi a vita

privata ricevendo i suoi compagni della grande guerra alcuni dei quali sono sepolti nel

giardino di questo luogo; il dannunzianesimo è un’epoca, va oltre la letteratura. Verga è

“solo” uno scrittore, non è modello, è solitario, scrittore per vocazione, realizza delle

scritture per necessità propria non scritture di mestiere: Verga è geniale come scrittore di

novelle, nel romanzo sembra perdersi un poco, ma comunque scrive solo cose di cui sente

l’urgenza di scrivere; lo scrittore di mestiere come quello moderno ogni anno scrive un libro

per il contratto stretto con l’editore senza che abbia qualcosa da dire veramente. Verga dopo

aver scritto molte splendide novelle e due romanzi tace: l’idea dei Malavoglia e di Mastro-

Don Gesualdo gli sono venute come continuazioni di racconti, si ferma quando sente che

per continuare gli altri personaggi gli mancherebbe l’empatia. Non riesce a scrivere di

intrecci e storie che potrebbero interessare il lettore, mentre D’Annunzio diventa un

mestierante a un certo punto tanto che sul Corriere della Sera pubblica qualsiasi cosa,

residui di diario, di carte che gli sono rimaste pur di vendere qualcosa che gli viene pagato

molto: utilizza il compenso come parametro per categorizzare gli editori, selezionati in base

a quanto pagano, riconfermando che nella vita l’unica cosa che conta è il superfluo, non il

necessario come per Verga; questo è mosso da una necessità profonda, colmare anche una

distanza, compensare una nostalgia, tacitare un rimorso, cancellare il senso di un’assenza. In

Verga, a differenza di Nievo, come negli scrittori postunitari ci sia il senso di non aver fatto

nulla per la patria: Nievo lascia il romanzo per fare il suo dovere di cittadino e di

combattente, gli scrittori postunitari come Carducci cercano di rimediare alla loro non

partecipazione al risorgimento scrivendo del risorgimento, Carducci infatti diventerà amico

e biografo di Garibaldi e Mazzini.

Verga, De Roberto, Capuana

Verga facente parte dell’intellettualità meridionale ha assistito, non ha fatto nulla: la sua

letteratura risponde al canone etico di rivolgersi da lontano, con l’occhio della distanza a

popolazioni meridionali che ha lasciato, perché quel ceto meridionale dei proprietari, dei

latifondisti si è lasciato sostituire da un altro. De Roberto scrive il romanzo più ferocemente

critico nei confronti del ceto politico siciliano: i Viceré è il romanzo politico più importante

della seconda metà dell’ ‘800, attraverso la letteratura cerca di compiere il proprio dovere di

denuncia, di protesta. Verga ha un verismo lirico, quello di De Roberto è prosastico e

analitico essendo conoscitore profondo delle dinamiche dell’aristocrazia siciliana e scriverà

anche del potere italiano trasferito a Montecitorio. Capuana interpreta il verismo più

sperimentale, come metodo per analizzare le situazioni più curiose, i casi vari della vita:

Giacinta nel 1879 è il suo romanzo più famoso che parla di un caso di violenza sessuale

subita da una giovane donna; in generale i veristi scelgono di indagare fatti carichi di senso,

Capuana vuole sperimentare, vive 6 anni a Firenze e andava al teatro la Pergola come

cronista teatrale per il giornale La Nazione (i critici erano importanti perché potevano dare o

stroncare il successo). Anche Pirandello con le sue novelle racconterà di un gran numero di

casi diversi: casistica pirandelliana espressa nei romanzi come Mattia Pascal che si allontana

da casa sotto falsa notizia di morte. Il verismo attinge ai casi della vita reale che nei singoli

individui non è mai simile, D’Annunzio scrive di casi di vita straordinaria, speciale

appartenente alla grande aristocrazia, al lusso, con un eccessivo decorativismo dove

l’eleganza eccessiva diventa quasi effimera. Quando il verismo interroga i suoi personaggi

perché parlino di loro questi non parlano in tono dannunziano ma veristicamente raccontano

della loro vita, di fatti, di dolori, di sofferenze: non si tratta di letteratura di evasione in cui

le lettrici possono evadere dalla vita quotidiana, nella letteratura del verismo troverebbero

un approfondimento della vita da cui cercano di evadere; per cui andranno a cercare la

letteratura dei sogni, di evasione. La vita è una sorta di carcere da cui si evade attraverso il

sogno (la letteratura è costellata anche di umorismo, comicità). La poetica del verismo vuole

essere poetica di verità in un’Italia degli anni ’60-’70-’80 che ha bisogno di verità, con la

letteratura si vogliono affrontare i grandi problemi della vita degli uomini in particolare

della società meridionale, che con l’Unità d’Italia si trovano ad affrontare una condizione

più amara e difficile rispetto agli altri.

Scapigliatura vs Verismo

Nel saggio “il verismo come secessione meridionale” di Luigi Baldacci, storico della

letteratura di ‘800-‘900, si dice che a nord si afferma la scapigliatura, letteratura minore che

non regge il confronto col verismo: attraverso Tarchetti la scapigliatura esprime una crisi

individuale, Tarchetti è un ufficiale dell’esercito che fa esperienza traumatica nell’esercito

sabaudo poiché viene mandato come ufficiale a sedare alcune rivolte di briganti, ma si tratta

di un caso; altri scapigliati come Cagna scrivono ispirandosi a Sterne dei bozzetti di vita

paesana, cittadina, questo perché il Piemonte e la Lombardia non esprime un ceto letterario

che sia investito delle grandi problematiche di cui si sentono investiti gli scrittori

meridionali; per cui il sud è stato conquistato ma esprime letteratura capace di conquistare il

primato della nazione.

Nedda

15 giugno 1874: Verga pubblica nella rivista milanese “di scienze, lettere ed arti” la novella

Nedda, diffusa in un estratto e quindi ristampata in un opuscolo col sottotitolo “bozzetto

siciliano” dall’editore Bribola. La storia del verismo nasce da qui: nell’ ‘800 i narratori

vivevano pubblicando i loro racconti sulle riviste, se non addirittura i romanzi a puntate

come fa Pirandello per “Il fu Mattia Pascal” “i vecchi e i giovani”.

Nedda è la prima di tutte le novelle, archetipo della novellistica di Verga: le novelle vanno

lette nella loro complessità perché è il mondo che creano ad avere importanza. Da Nedda

parte il saggio critico verso Verga di Benedetto Croce che sottolinea la bellezza dell’inizio di

questo racconto.

“Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura retorica, buona per

incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome

bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico.”

-Verga è lontano a Milano, a casa davanti al camino, e inizia una sorta di associazione di

idee, descrive un pomeriggio di ozio mentre osserva il gioco delle fiamme con l’attizzatoio-

“Sembrava in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a

poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro

affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare

la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il

linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo

l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni

anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni

di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza

graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri

delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del

caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascerei

un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di

far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come

farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del

pari i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo

intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei

soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili.” -il pensiero lo lascia per correre

verso la sua Sicilia- “Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi

dalle dita allentate, vedete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose

distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate,

sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l’effetto di mille sensazioni che

farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.” –Verga

scrive come se fosse invaso da una potenza che viene da lontano che lo porta a far vagare

lontano il suo pensiero-

“E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito, la fiamma che scoppiettava,

troppo vicina forse, mi fece rivedere un’altra fiamma gigantesca che avevo visto ardere

nell’immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell’Etna.”-la fiamma dell’autunno

milanese uggioso, stanco, malinconico richiama un’altra fiamma che brucerà duratura per

tutto il novelliere: la fiamma è una sorta di ispirazione che lo rimanda al focolare di una

fattoria siciliana alle falde dell’Etna. Si parla di donne che spesso sono le protagoniste delle

novelle, e che in Nedda rappresentano le donne che muoiono per il lavoro, ma anche di

grande potenza fisica sessuale come La Lupa che divora gli uomini con il suo eros-

“Pioveva, e il vento urlava incollerito;”-nelle novelle Verga non utilizza il discorso

indiretto libero che lo caratterizza- “le venti o trenta donne che raccoglievano le olive del

podere, facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le allegre,

quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che erano innamorate, cantavano; le altre

ciarlavano della raccolta delle olive, che era stata cattiva, dei matrimoni della parrocchia,

o della pioggia che rubava loro il pane di bocca.” -Verga ci dive che chi aveva qualche

soldo era allegro: nella prefazione ai Malavoglia afferma che la sua narrazione si rivolge per

prima cosa al mondo inesaudito dei bisogni primari, mangiare, vestirsi, dormire al riparo,

istruzione. Più si sale più si va verso bisogni artificiali che Verga non riesce a raccontare

perché sente di scrivere un romanzo banale (l’Onorevole Scipioni in cui tenta di narrare

della politica). Verga sente di non poter andare oltre la narrazione di bisogni primari

inesauditi; anche il sesso viene descritto da lui in modo più convincete (parla di un sesso

affamato) di quanto fa D’Annunzio che ne parla di continuo nel suo romanzo ma in modo

metaforico. “La vecchia castalda filava, tanto perché la lucerna appesa alla cappa del

focolare non ardesse per nulla; il grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe

verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento.” –la società di cui

parla Verga è matriarcale- “Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecoraio si mise a

suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze incominciarono a

saltare sull’ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane

brontolava per paura che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente, e le

fave ballavano anch’esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva

sbuffare la fiamma. Quando le ragazze furono stanche, venne la volta delle canzonette: -

Nedda! Nedda la varannisa! - sclamarono parecchie. - Dove s’è cacciata la varannisa? -

Son qua - rispose una voce breve dall’angolo più buio, dove s’era accoccolata una ragazza

su di un fascio di legna. - O che fai tu costà? - Nulla. - Perché non hai ballato? - Perché

son stanca. - Cantaci una delle tue belle canzonette. - No, non voglio cantare. - Che hai? -

Nulla. - Ha la mamma che sta per morire, - rispose una delle sue compagne, come se avesse

detto che aveva male ai denti.” –c’è un’abitudine alla durezza della vita dove spesso le

persone muoiono. Caratteristica della figura femminile di Verga è la selvaggeria.

-LEGGI NOVELLA NEDDA

Introduzione ai Malavoglia

1 gennaio 1881: Verga sulla rivista la nuova Antologia pubblica un bozzetto con il titolo

“poveri pescatori” dove si parla dell’episodio della tempesta dei Malavoglia per attirare

l’attenzione sul romanzo di imminente pubblicazione. Nel febbraio 1881 Verga pubblica i

Malavoglia presso l’editore Treves di Milano (che pubblicava romanzi mentre La Terza si

occupava di filosofia), oggi non esiste più perché acquistata da Mondadori negli anni ’30, E

sarà lo stesso editore di D’Annunzio. L’introduzione ai Malavoglia fa parte della tradizione

dei paratesti che accompagnano alcuni grandi romanzi come Fermo e Lucia e come quelli

veristi (oggi non si scrivono più i paratesti). Verga sa di inaugurare una nuova forma di

scrittura, nutritosi della letteratura francese come Balzac, Maupassant, Zolà, da cui

attingono gli scrittori italiani. Zolà scrive del naturalismo francese dove tratta di uno

scenario più ricco rispetto a quello del verismo italiano: ci sono più figure professionali, più

ambienti offerti allo scrittore naturalista. La Sicilia offre ambienti molto intensi ma poveri e

uniformi dal punto di vista della descrizione sociologica.

“Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere

e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale

perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la

vaga bramosìa dell'ignoto, l'accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.

Il movente dell'attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue

sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali.” –L’idea di Verga è produrre una

narrativa che sia uno studio, un’indagine: il racconto dei Malavoglia è una sorta di inchiesta

finalizzata a conseguire un livello di conoscenza sulle classi sociali divise in poveri e ricchi

(che hanno avuto accesso a livelli di vita superiori). Lo studio proposto è sincero, è

spassionato cioè oggettivo senza alcun investimento di passione, di polemica. Verga vuole

essere obbiettivo: c’è una sorta di scientismo proposto in questa narrativa verghiana. La

filosofia che Verga pratica è il positivismo: la cultura italiana della seconda metà dell’’800 è

positivistica, i problemi dell’Italia vengono risolti con il contributo fondamentale degli

scienziati, dei medici, degli artigiani, di coloro che esercitano una qualche tecnica. La

cultura positivistica superava l’umanesimo tradizionale che vedeva l’affermarsi di un sapere

superiore alle tematiche di tipo materiale. Le grande scoperte della modernità, a partire dalla

luce elettrica che ha cambiato la percezione del giorno e della notte, risalgono all’ ‘800, per

cui nella seconda metà dell’800 c’è il culto della scienza. Le malattie sono messe sotto

controllo dai medici. I letterati cominciano a provare un senso di inferiorità verso chi è

portatore di una tecnica applicativa capace di risolvere i problemi materiali. Ecco perché gli

scrittori del verismo come Verga dichiarano la loro volontà di voler essere un’applicazione

positivistica nella letteratura che deve tener conto dei dati di realtà, di dati scientifici poiché

non voglio scrivere tanto per scrivere, vogliono dare un loto contributo. La sociologia sarà

espressione della prima scienza sociale. Da ciò deriva lo studio che deve però essere anche

spassionato, freddo come gli scienziati, obiettivo senza che incidano le emozioni (cosa non

vera in Verga c’è molta passione nella narrazione). Lo spassionamento, lo studio e la

distanza possono essere sintetizzati nel termine impersonalità, che troviamo nel naturalismo

francese: Flaubert diceva che lo scrittore si deve cancellare, deve apparire solo il mondo che

lo scrittore è in grado di creare (come un dio invisibile che crea il suo mondo e non deve

rendersi visibile). Tutti i veristi attuano l’impersonalità, come se la soggettività inquinasse

l’oggettività del racconto (cosa che spesso non avviene, anzi c’è molta partecipazione nel

racconto dei personaggi).

De Sanctis nel 1881 in una lezione tenuta all’università di Napoli sul naturalismo francese,

scoprendo Zolà da vecchio: legge e commenta “Assomoir” di Zolà uno dei romanzi più

crudi e ammira la sua capacità di rinnovare la letteratura, di ricorrere ad una sociologia

cruda e obiettiva che ci mostra la vita terribile dei ceti inferiori delle metropoli e di come la

povertà porti alla distruzione delle persone, l’alcolismo ad esempio. De Sanctis afferma che

Zolà ci fa piangere di fronte a queste sciagure come colui che ci fa vedere non attraverso le

sue lacrime il mondo pieno di lacrime: questo deve fare lo scrittore non esprimere la propria

emozionalità, non di cosa piange lui ma di cosa piange il mondo, Zolà secondo De Sanctis

raccoglie il senso vero del naturalismo, cioè rappresentare i mali del mondo senza parlare

del proprio fardello di soggettività, passioni, sofferenze. 07/11/17

Zolà vivendo in un contesto diverso e trattando di luoghi diversi non condivide la stessa tesi

dei Malavoglia, un romanzo a tesi che imposta la ricerca e lo studio su alcuni postulati che

cerca di dimostrare attraverso la narrazione. Continuando l’introduzione ai Malavoglia:

“La vaga bramosìa dell'ignoto, l'accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star

meglio.” –Il programma di Verga riguarda la storia della società siciliana che lui conosce a

partire dai livelli più bassi del proletariato siciliano di terra e di mare e il tema sociale e

umano dei Malavoglia. Il desiderio di salire e passare ad uno stato superiore poiché ci si

accorge che lo stato in cui si vive in cui si credeva di star bene nella semplicità, nella

povertà non basta più, si vorrebbe star meglio. La società vive sull’impulso dello star

meglio; il romanzo verghiano è in un certo senso conservatore perché l’ipotesi di Verga è

che coloro che fanno parte di un nucleo famigliare (Malavoglia) o colui che individualmente

(Mastro Don Gesuldo) aspirano a cambiare la propria situazione, a migliore la propria

condizione nell’aspirazione a star meglio andranno a finire tragicamente.

Nei Malavoglia la struttura del romanzo è quella del proverbio, una delle strutture più

conservative il meglio è nemico del bene, uno dei proverbi centrali nel romanzo, proverbio

della società contadina per cui chi cerca di cambiare le cose finirà in maniera tragica, è

l’opposto della società moderna dove chi è povero vuole avanzare. Uno dei limiti della

prosa di Verga è ancorare la narrazione ai proverbi, frasi fatte che strutturano la prosa dei

Malavoglia sotto un profilo sociologico indicano un conservatorismo di fondo e sotto il

profilo stilistico un deficit perché il proverbio è ripetitivo, una sterotipìa che però descrive il

mondo dei Malavoglia. Verga ha una sfiducia totale nel progresso, una tentazione che

porterà a star peggio se lo si ricerca. Questa è però espressione letteraria di un paese

arretrato.

Ciclo dei 20 romanzi di Zolà scritto attorno al 1865: il primo romanzo del ciclo si chiama

“Rougon macquart” dove una famiglia viene coinvolta in una serie di vicende che la portano

ad evolversi, a crescere, divenendo anche padrone di una parte dell’economia di Parigi.

Anche in Zolà il progresso è accompagnato da una serie di problematiche: chi progredisce

crea situazioni varie, opportunità sfaccettate rischiando anche di corrompersi, infatti chi si

evolve perde l’innocenza iniziale della primitività. I Malavoglia sono una famiglia primitiva

legata ai sentimenti materiali: amore famigliare, fedeltà, legame alla casa del nespolo; chi

cresce e si evolve entrando in contatto con altre fasce della società perde l’innocenza

primaria. Ma Zolà affronta ugualmente un romanzo sociale progressivo che dal 1871 fino al

1900 rappresenta la storia di Francia in tutte le sue manifestazioni. Verga non riesce a

superare il limite della condizione sociale dell’Italia contadina.

Mastro Don Gesualdo è il secondo romanzo di Verga superiore ai Malavoglia per certi

aspetti: la lingua si libera dal peso dei proverbi e il personaggio è più sfumato, complesso e

profondo di Padron ‘Ntoni. Padron ‘Ntoni è un personaggio simbolico di cui non sappiamo

molto tranne le parole che usa che ribadiscono il senso della tradizione, della prudenza,

della cautela, della paura del nuovo. Mastro Don Gesualdo è un contadini povero diventato

ricco che deve affrontare la società dei ricchi che lo disprezza per essere stato un tempo

povero, pur essendosi costruito una fortuna (la moglie è aristocratica) e la società dei poveri

che prova invidia verso di lui poiché loro sono rimasti poveri.

Verga ha un pessimismo che è anche un pessimismo meridionale: gli scrittori meridionali in

genere hanno una visione della realtà sfiduciata, non credono che le cose possano

migliorare, è sempre stato che i forti hanno esercitato la loro forza e potere e i deboli sono

stati sopraffatti. Anche De Roberto ha tale pessimismo: ha una capacità di analisi della

politica dell’aristocrazia siciliana nei Viceré superiore a Verga che ha concezione della realtà

come di un blocco storico dove niente potrà migliorare o cambiare e se cambierà peggiorerà,

ci sarà sempre regresso nel progressotipico della realtà meridionale contadina che ha una

sua saggezza avendo conosciuto civiltà come la magna Grecia, la civiltà islamica,

spagnola… molti poteri sono passati in Sicilia ma nessuno ha migliorato la vita degli esseri

umani. Questo pessimismo storico lo si ritrova negli scrittori siciliani del XX secolo come

Tomasi di Lampedusa che scrive il Gattopardo e Leonardo Sciascia. La letteratura

meridionale e siciliana è legata a questa condizione immobile.

“Il movente dell'attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue

sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali.” – Gli uomini sono trascinati da una

correte turbinosa in modo inarrestabile senza che l’individuo possa far nulla di se stesso. I

personaggi di Verga sono mossi dal destino a cui non ci si può opporre-

“Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato,

e potrà quindi osservarsi con maggior precisione.” –Il meccanismo delle passioni in

Malavoglia prescrive che la complessità di costumi è ridotta al minino per questi individui

che cercano di soddisfare i bisogni primari, desideri finalizzati alla sopravvivenza, non

desideri secondari di persone che già hanno risolto il loro stare al mondo. In genere coloro

che desiderano dei desideri secondari ricercano qualcosa di più effimero, alla costante

ricerca di qualcosa di più, desideri meno finalizzati e più perversi, da un punto di vista

economico il voler essere sempre più ricco. Anche Zolà ci mostra nei suoi romanzi come la

ricchezza complichi l’esistenza degli individui: scrive un libro dedicato al denaro, poiché

nella società francese di fine ‘800 è quello che detta i comportamenti, ha un influsso sulle

personetipologia del ricco, infatti il romanzo naturalistico va in cerca dei tipi. I teorici

marxisti prediligevano il romanzo del realismo in cui individuavano gli elementi dinamici

della società ben descritti dagli scrittori: Zolà per scrivere del denaro si concentra sul luogo

della borsa, e per farlo frequenta quel luogo in modo da documentarsi, frequentando le

persone che ci lavoravano, analizzando la psicologia di chi vinceva o perdeva. Si nota la

distanza tra questo mondo e il mondo di Aci Trezza dei Malavoglia, dove la famiglia va in

rovina per un carico di lupini, pur venendo scritti all’incirca nello stesso periodo si nota

l’arretratezza italiana rispetto alla società francese. Svevo scrive di una città Trieste molto

più vicina alla città descritta da Zolà piuttosto che al mondo descritto da Verga: il romanzo

“Una Vita” si svolge all’interno di una banca, nella “Coscienza di Zeno” la famiglia Cosini

ha interessi finanziari. Trieste è una città moderna e resta fino al 1918 una città dell’impero

austro-ungarico.

In un mondo primitivo la manifestazione delle passioni avviene in maniera semplice: amare,

soffrire, nutrirsi, sopravvivere. Nei Malavoglia c’è un legame familiare forte, Verga li

descrive come un pugno chiuso, il meccanismo delle passioni è ridotto al minimo nel nucleo

familiare. Nell’ambito meridionale la famiglia ha un ruolo importante, anche nella

criminalità con le famiglie mafiose come Cosanostra, già presente nell’ ‘800 ma che verrà

trattata dagli scrittori del ‘900: i mafiosi inizialmente sono i fautori dei grandi latifondi

meridionali che si riuniscono tra loro nelle famiglie mafiose e derubano le terre delle

famiglie aristocratiche. Verga non ne parla, ne parlano inviati settentrionali come Leopoldo

Franchetti che fa nel 1872 la prima grande inchiesta in Sicilia da cui emerge che Cosanostra

è ormai un fenomeno inestirpabile. Gli scrittori non hanno ancora avvertito questa

peculiarità. La famiglia dei Malavoglia che garantisce solidarietà, impegno a rimanere

sempre insieme contro le avversità e contro lo stato. La famiglia dei Malavoglia subisce le

leggi dello stato unitario che impone la leva militare ai giovani, e così il più giovane della

famigli deve partire per 3 anni via mare. Nella cultura siciliana la famiglia è il nucleo

portante della società, un familismo morale rispetto al familismo amorale di Cosanostra.

“Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice.” –I

bisogni elementari si possono sanare all’interno di un disegno semplice- “Man mano che

cotesta ricerca del meglio di cui l'uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad

elevarsi e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali. Nei Malavoglia non è ancora

che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e

si incarnerà in un tipo borghese, Mastro don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora

ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più

vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato.” –Mastro Don Gesualdo da contadino è

diventato borghese, trasformazione che interessa molto ai critici marxisti dell’ ‘800 quella

per cui i contadini diventavano borghesi, uno dei ceti più rilevanti. In Francia la borghesia è

diventata tale tra 1789 e 1793 con la rivoluzione, in Italia senza la rivoluzione l’affermarsi

del ceto borghese è più lento. Mastro Don Gesualdo elevandosi crea una configurazione più

complessa per quanto concerne i sentimenti del personaggio: la sua psicologia è più ricca di

quella di Padron ‘Ntoni legata ai proverbi. Gesualdo si trova stritolato tra quella che era la

sua condizione e quello che è diventato, ha sposato una moglie che non lo ama, lo disprezza,

lo ha sposato solo per la ricchezza. Tutto il romanzo verista ha a che fare con problemi

economici, piccoli e grandi patrimoni, problema del passaggio ereditario (“Eredità” di

Pratesi) dei beni, della roba nucleo del Mastro Don Gesualdo. Gesualdo è legato al culto

della roba, tutti gli stanno intorno per quella: gli aristocratici a cui si è imparentato lo

disprezzano ma gli stanno attorno per quella, i poveri lo adulano perché hanno bisogno dei

suoi soldi; esiste solo la roba, lui non esiste più. Il tema della roba, dei soldi è centrale nel

romanzo naturalista (sia in un contesto contadino sia in un contesto cittadino come in Zolà),

nel romanzo risorgimentale non se ne parla, Nievo parla di ideali, avventura, rischio…

La roba diventa qualcosa di opprimente e determina una tristezza di fondo: certo ogni

naturalismo è triste, perché la verità spesso è triste, ma il naturalismo va ad indagare nei

grandi e piccoli problemi in cui gli individui cadono: dominanti sono i sentimenti dell’odio,

invidia, insoddisfazione. Quando più l’individuo umano cresce più cresce l’insania, la

tristezza.

Verga completa questi due romanzi, poi restano dei romanzi incompiuti assieme alle

novelle, tra cui vi è quella del tragico risorgimento italiano che in Sicilia vede in particolare

scontri violenti, parla della tragedia di Bronte, del più grande massacro svoltasi in Sicilia

durante la spedizione dei mille, quando i garibaldini hanno equivocato pensando che

Garibaldi portasse le terre e decidono di uccidere i padroni delle terre in maniera truce: la

violenza dei contadini, primitivi, si scatena in maniera dirompente e i garibaldini uccidono

questi contadini. Verga vede violenza nel risorgimento e lo rappresenta così. L’equivoco

passa attraverso il titolo della novella “Libertà”, parola che per un contadino affamato

significa essere liberi di entrare nelle case dei nobili ammazzarli e impadronirsi delle loro

terre; la libertà come noi la concepiamo matura sul fatto che i nostri bisogni primari sono

stati soddisfatti così da concepire una libertà civile, politica non compresa dai contadini.

Verga sente questi bisogni primordiali dei contadini. Questa novella fa capo al risorgimento

raccontato dalla letteratura verista che passa attraverso l’equivoco di una libertà che Verga

rappresenta come una protesta. Probabilmente Verga in questa novella violenta vuole

ricordare alcune cronache della rivoluzione francese.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di letteratura italiana sulla storia del romanzo italiano basati su appunti personali presi alle lezioni del prof. Biondi dell’università degli Studi di Firenze. si tratta di vere e proprie sbobine delle lezioni, nessuna esclusa. Questi appunti sono tutto ciò che serve per superare l'esame con il massimo dei voti: il libro "Storia del Romanzo Italiano di Tellini" è del tutto inutile e mal fatto.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MARGRO171097 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Biondi Marino.

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