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Disaffinità di innesto :

La di innesto si esprime come l’incapacità di due bionti di formare un unione che sia durevole ed

DISAFFINITÀ

efficiente. I sintomi che indicano la presenza di disaffinità sono: mancanza di attecchimento, precoce

ingiallimento della chioma, morte prematura dell’albero, differenze di crescita tra nesto e portainnesto,

ingrossamento del punto di innesto, rottura netta fra i due bionti.

- D : Le alterazioni dei tessuti tendono a comparire precocemente coinvolgendo lo

ISAFFINITÀ TOTALE

stesso processo di saldatura; non si arriva alla formazione del cambiforme.

- D : Si manifesta con una saldatura debole e interruzioni nella

ISAFFINITÀ RITARDATA DISCONTINUA

continuità del cambio, dovute alla produzione di masse parenchimatiche al posto di xilema che

vanno ad ostacolare la connessione vascolare tra nesto e soggetto, è in generale superabile con

l’inserimento di intermediari compatibili con entrambi i bionti.

- D : Si manifestano progressivamente nel tempo e non presentano anomalie nei

ISAFFINITÀ CONTINUA

tessuti della zona d’innesto. Questo tipo si manifesta con degenerazione del floema e con la

comparsa in genere di una linea scura indice di necrosi dei tessuti.

- D : È imputabile all’azione di patogeni (virus e microplasmi) e non sembra

ISAFFINITÀ INDOTTA

superabile in alcun modo.

Le cause che determinano la disaffinità sono sempre di natura fisiologica e risiedono nelle interazioni

biochimiche che insorgono tra i bionti. I tre aspetti fondamentali del rapporto sono rappresentati

dall’assorbimento e dall’utilizzazione dei nutrienti, dal trasporto dei nutrienti e dell’acqua e dalle modifiche

dei fattori di crescita endogeni.

- Modello Yeoman: Durante l’unione tra i due bionti si verifica un riconoscimento cellulare nella zona

di contatto attraverso la liberazione di molecole proteiche.

- Modello Moore: L’attecchimento delle combinazioni affini, cioè una redifferenziazione vascolare,

sarebbe piuttosto dovuta a due fattori: un flusso auxinico e la pressione all’interno dei tessuti di

cicatrizzazione.

- Interferenze nel processo di lignificazione: I processi implicati nella lignificazione della parete

cellulare sono i principali responsabili di una solida unione.

- Glicosidi cianogenetici: Composti ad alta tossicità che determinano la necrosi nella zona d’innesto.

Bruschi Pietro

TECNICHE DI INNESTO

Innesto per approssimazione :

I bionti utilizzati non sono porzioni di piante ma piante intere, indipendenti ed autonome.

A causa dell’estrema laboriosità di esecuzione, si ricorre a questi sistemi, che consentono buoni

attecchimenti, solo se i metodi tradizionali non forniscono risultati apprezzabili e se il valore delle piante è

adeguato.

- A : i due bionti vengono preparati tagliando una fettina di corteccia e di

PPROSSIMAZIONE SEMPLICE

legno ed accostando poi tra loro le superfici tagliate.

- A : il soggetto viene preparato operando un intaglio e togliendo la striscia

PPROSSIMAZIONE AD INTARSIO

di corteccia, si crea così un intarsio nel quale viene posto il gentile preparato come

nell’approssimazione semplice.

Innesto a gemma :

L’oggetto è una gemma ed una piccola porzione di corteccia e, a volte, anche legno.

Condizione indispensabile è che le piante diano la buccia, siano cioè in succhio, per consentire una facile

separazione tra corteccia e legno. Rispetto agli innesti a marza, richiedono meno lavoro e sono più semplici

e rapidi; inoltre nei primi anni fornisce un unione più salda e richiede minore quantità di materiale.

- I : Viene eseguito incidendo a T la corteccia del soggetto, sollevando i lembi ed

NNESTO AD OCCHIO

inserendo al di sotto il gentile, formato da una gemma e da una piccola porzione di legno (richiesta

o meno in base alla specie); si procede con una legatura con nastrini di gomma che aderiscono e

premono bene senza strozzare i tessuti.

L’occhio può essere dormiente quando è fatto a fine estate utilizzando gemme appena prelevate e

quindi ormai quiescenti, oppure vegetante se fatto in primavera alla ripresa vegetativa con gemme

prelevate nell’inverno e conservate.

- I : Si effettua asportando dal soggetto una porzione di corteccia rettangolare ed

NNESTO A PEZZA

inserendo al suo posto un’analoga porzione di corteccia del nesto provvista di una gemma. Si

adatta bene per specie con corteccia spessa. Viene effettuata utilizzando coltelli a doppia lama.

- I : Si esegue asportando dal soggetto un anello di corteccia che viene sostituito con

NNESTO AD ANELLO

un analogo anello del nesto provvisto di una gemma.

- I : Si effettua praticando sul soggetto una particolare intaccatura nella quale

NNESTO ALLA MAIORCHINA

si inserisce uno scudo foggiato in modo da incastrarsi sul soggetto. Utile quando la corteccia non si

stacca facilmente.

- I : Simile alla maiorchina, differisce in quanto sia il soggetto sia la gemma vengono

NNESTO A SCHEGGIA

preparati in modo che una sola parte è conformata a cuneo.

Innesto meccanico :

Vi sono delle macchine che fanno un tipo di innesto ad intarsio, togliendo al soggetto un cuneo a V e

preparandolo conseguentemente la marza, altre invece formano sul soggetto una specie di omega e

modellano analogamente la marza, così che i bionti si incastrino tra loro senza bisogno di legature.

Innesto su seme germinante :

Di interesse scientifico piuttosto che applicativo, prevede l’utilizzazione di semenzali in stadi molto precoci

di germinazione sui quali, dopo aver asportato la plantula, viene inserita una marza legnosa sagomata a

cuneo. Bruschi Pietro

Innesto a marza :

Il gentile è rappresentato da una porzione di ramo, detta “marza”, provvista di una o più gemme.

L’epoca di esecuzione si ha verso la fine dell’inverno, poco prima della ripresa vegetativa.

È indispensabile che il portinnesto sia in uno stato di maggiore vegetatività del nesto.

Per l’innesto a marza possiamo riassumere le fasi della fusione fra i due bionti:

1. Contatto tra i tessuti meristematici; è quindi indispensabile che i due cambi siano posti l’uno

accanto all’altro. È altresì necessario che i due cambi siano in attività e questo delimita in modo

netto il periodo nel quale è possibile innestare le piante, dall’inizio della primavera sino alla fine

dell’estate.

2. Cicatrizzazione del punto di innesto attraverso deposizione di callo da parte delle zone più esterne

delle regioni cambiali dei due bionti.

3. Produzione di un cambiforme, ovvero la formazione di un nuovo tessuto cambiale a partire dalle

cellule del callo più vicine ai cambi dei due bionti per proseguire nelle porzioni più interne della

massa callosa.

4. Formazione di un nuovo tessuto vascolare.

- Innesto a spacco: Le marze vengono sagomate a cuneo nella loro porzione basale ed inserite in una

fenditura preparata sul soggetto. Si effettua una copertura con mastice per evitare pericolose

disidratazioni.

S : la marza viene inserita in una fenditura longitudinale fatta sul soggetto capitozzato.

PACCO COMUNE

S : l’innesto viene fatto in testa al soggetto non capitozzato.

PACCO TERMINALE

S : il soggetto e l’oggetto, di uguale diametro, vengono tagliati obliquamente così che

PACCO INGLESE

le due superfici di taglio combacino tra loro.

D : come qiello singolo, salvo che sulle superfici già preparate dei due bionti

OPPIO SPACCO INGLESE

vengono fatti due tagli in modo da formare una linguetta.

S : viene praticata una fenditura laterale sul soggetto che non viene così capitozzato.

PACCO LATERALE

S : l’innesto viene fatto alla base di branche e non sull’asse principale del soggetto.

PACCO A SPERONE

- Innesto ad intarsio: Viene asportata una porzione di corteccia e di legno dal soggetto così da

formare una alloggiamento dove la marza, ben preparata, può essere inserita con forza.

I : la marza viene preparata con due tagli che danno forma triangolare alla sua

NTARSIO A TRIANGOLO

sezione.

I : una marza sagomata con una zeppa terminale viene inserita e legata sul fusto del

NTARSIO LATERALE

soggetto su cui è stato fatto un lungo taglio laterale terminante con una piccola fenditura.

- Innesto a sella: Con un taglio trasversale ed uno tangenziale viene asportata una porzione di

corteccia e di legno dal soggetto capitozzato e dalla marza in modo tale che i bionti possano

facilmente unirsi.

- Innesto a corona: Si effettua inserendo la marza tra la corteccia ed il legno del soggetto capitozzato.

È un innesto facile e fornisce un buon attecchimento, ma richiede che il soggetto sia in succhio;

viene generalmente eseguito in pieno campo su soggetti di notevoli dimensioni inserendo 2-3

marze che dovranno costituire le branche principali.

A : il soggetto viene preparato con un taglio longitudinale della corteccia per facilitare

PENNA

l’ingresso della marza che, a sua volta, si prepara con un solo taglio obliquo.

A : il soggetto non viene inciso e la marza viene modellata con due tagli obliqui

BECCO DI LUCCIO

convergenti. Bruschi Pietro

PROPAGAZIONE PER PROPAGGINE E MARGOTTA

Vi sono tecniche di propagazione vegetativa che prevedono lo sviluppo di radici avventizie da porzioni di

pianta ancora unite alla pianta madre. Generalmente si ricorre a queste tecniche per specie caratterizzata

da un’elevata attitudine alla margotta o alla propaggine, per varietà di pregio difficilmente propagabili per

talea, per ottenere piante di grandi dimensioni in breve tempo.

Queste tecniche tuttavia non sono particolarmente efficienti in termini di quantità di piante prodotte in

relazione ai costi che richiedono (spazio e manodopera), e quindi vengono impiegate solo per specie di

pregio.

Vantaggi:

Con la continuità che si crea tra pianta madre e nuova piantina viene eliminato il problema della

sopravvivenza del materiale, inoltre tramite le manipolazioni possiamo influire sul trasporto di elaborati e

di fitoregolatori. Si ha in fine il mantenimento di elevata vegetatività poiché si promuove la formazione di

nuovi germogli dalla base della pianta.

Tipi di propaggine :

Propaggine apicale

:

Metodo naturale di propaggine caratteristico di rovi rampicanti; si opera su un ramo dell'anno precedente

e si effettua piegando i rami flessibili ed interrandone appunto la parte apicale sino ad una profondità di

circa 10 cm. Verso la fine dell’estate i fusti iniziano ad avere la forma ad arco.

Propaggine semplice

:

Si opera incurvando verso il terreno il ramo prescelto e sotterrandolo per un buon tratto con terriccio

fresco e leggero, asportando un anello di corteccia sotto un nodo per facilitare la formazione di un callo

cicatriziale da cui si svilupperanno le radici. Il materiale propagginato viene rimosso alla fine del ciclo

vegetativo.

Propaggine multipla

:

Rappresenta una variante della semplice in cui il ramo, molto lungo, viene coperto e scoperto più volte per

ottenere numerose nuove piante da un solo ramo.

Propaggine per trincea :

La pianta viene piegata orizzontalmente in modo da adagiarla in una trincea che viene poi ricoperta di

terra. I germogli che si formano vengono così ad essere eziolati nella loro porzione basale, cosa che provoca

l’emissione di radici avventizie. Nel primo anno le piante madri vengono lasciate vegetare liberamente, e al

termine dell’anno viene aperto un solco nel quale le piantine vengono adagiate, i rami possono essere

raccorciati o spuntati.

Tipi di margotta :

Margotta aerea :

Viene eseguita in primavera facendo un intaccatura nella corteccia del germoglio (si può anche effettuare

un taglio obliquo sollevando i lembi e tenendoli separati con un pezzo di legno) che verrà trattata con

ormoni rizogeni; si applica poi dello sfagno o della torba che si avvolge in un foglio di polietilene nella zona

trattata che rimane quindi insacchettata.

Margotta di ceppaia

:

Le piante madri vengono poste a file e dopo un anno, prima della ripresa vegetativa, vengono capitozzate

all’altezza del colletto, ciò provoca l’emissione di svariati germogli che quando hanno raggiunto una

lunghezza minima di 20cm vengono ricoperti nella loro porzione basale con terra.

Bruschi Pietro

MICROPROPAGAZIONE

Le colture in vitro hanno l’obiettivo di propagare piante a partire da piccole porzioni (gemme ascellari o

terminali) coltivate in contenitori sterili nei quali l’ambiente e la nutrizione sono rigidamente

controllati.

Consiste nella formazione di nuovi assi vegetativi a partire da gemme all’ascella di giovani foglie o di

primordi fogliari situati sulla talea che costituisce l’espianto di partenza. L’espianto iniziale può essere

costituito da una singola gemma o da un apice meristematico. In quest’ultimo caso, prelevando la zona

apicale con due, tre primordi fogliari, è possibile ottenere una piantina esente da virus, solitamente non

presenti nella zona meristematica. Una volta avviata, la moltiplicazione progredisce in modo

esponenziale.

I vantaggi sono riassumibili in:

- Propagazione clonale di massa: centinaia di migliaia di piantine prodotte in un anno a partire da

un’unica plantula madre.

- Produzione di piante esenti da patogeni: I microrganismi non infettano i giovani meristemi.

- Conservazione del germoplasma: se i livelli termici oscillano tra gli 0°C ed i 10°C abbiamo una

conservazione per crescita minima, con tempi di subcoltivazione variabili tra pochi mesi a 1-2 anni.

È possibile, in alternativa, effettuare una vera crioconservazione con temperature tra i -100°C ed i -

200°C per tempi di subcoltivazione indefiniti.

- Facilità di trasporto: Oltre al ridotto ingombro del materiale, le dogane internazionali non

sottopongono il materiale micropropagato a leggi di quarantena.

- Continuità di produzione: il processo è slegato dai cicli stagionali, permettendo economie di scala.

D’altra parte esistono pure alcuni svantaggi:

- Costo elevato delle attrezzature e della gestione: la micropropagazione richiede l’uso di strumenti

ad alto contenuto tecnologico e quindi di alto costo.

- Necessità di personale specializzato.

- Adeguata struttura commerciale: necessita di un sistema di distribuzione e commercializzazione

capillare in grado di smaltire elevati livelli di produzione.

- Possibilità di mutazioni: la comparsa di mutazioni e la possibilità che queste, non immediatamente

identificate ed isolate, possano diffondersi rappresenta quindi un potenziale pericolo.

Ambiente e substrati di coltura:

L’ambiente nel quale le colture vengono fatte sviluppare generalmente è una cella climatica con continuo

monitoraggio di temperatura (25°C) e luce (16/24 ore di luce).

- Sali inorganici: un substrato forndamentale deve contenere azoto, potassio, calcio, magnesio,

fosforo, zolfo ed una serie di microelementi, alcuni di questi ultimi rivestono indiscussi ruoli

biologici.

- Composti organici: generalmente composti da saccarosio, rappresentano la fonte primaria di

carbonio ed energia; contengono inoltre vitamine (tiamina, acido nicotinico, piridoxina) ed ormoni

regolatori della crescita (auxine e citochinine).

- Complessi naturali indefiniti: molti prodotti di composizione ignota vengono utilizzati quando non si

riesce ad ottenere determinati effetti con i principi attivi noti (caseina, latte di cocco).

- Supporti inerti: l’agar è un prodotto ottenuto da alcune specie di alghe rosse. Esso deve la sia

utilizzazione al fatto che fonde se scaldato ma raffreddandosi forma un del semicolido a

temperatura ambiente, oltre al fatto che è essenzialmente inerte dal punto di vista biologico.

Bruschi Pietro

Disinfezione del materiale da introdurre in coltura:

La fase di allestimento della coltura asettica è molto critica sia per la difficoltà di sterilizzare l’espianto senza

danneggiarlo eccessivamente sia per la difficoltà di ottenere la ripresa di attività dell’espianto stesso una

volta messo in coltura.

In genere la disinfezione viene eseguita con ipoclorito di sodio o di calcio, acqua ossigenata o cloruro di

mercurio. Il materiale così trattato per alcuni minuti viene risciacquato con bagni successivi in acqua sterile

per allontanare i prodotti impiegati per la disinfezione.

Manipolazione:

Le procedure di trasferimento in ambiente asettico vengono effettuate in particolari cappe dette “a flusso

laminare” in cui l’aria viene preventivamente filtrata a pressione per trattenere i microrganismi ed impedire

che essi transitino in una zona della cappa dove lavora l’operatore.

Introduzione in coltura:

Il primo passaggio ha lo scopo di eliminare il materiale infetto da fitopatie ad esclusione di virosi e viroidi.

Dopo la disinfezione gli espianti vengono posti per 7-10 giorni in provette; eventuali infezioni fungine si

rivelano in questo arco di tempo ed il materiale inquinato viene eliminato.

Proliferazione dei germogli:

La gemma sana viene trasferita su un substrato addizionato di regolatori di crescita, schiude, cresce; dopo

un periodo che oscilla dalle due alle se-otto settimane a seconda della specie, si forma un primo germoglio

parzialmente miniaturizzato, questo viene posto in un substrato fresco analogo al precedente e, dalle

gemme ascellari immediatamente sviluppano nuovi germogli.

Allungamento dei germogli:

Questo passaggio di un paio di settimane, intermedio tra la proliferazione e la radicazione, in un substrato

privo di fitoregolatori permette un accrescimento del materiale, sino fortemente miniaturizzato, per una

migliore manipolazione. Si ha la neoformazione di abbozzi radicali e si favorisce l’indurimento.

Radicazione dei germogli:

la fase di radicazione serve, oltre che per indurre la formazione di radici avventizie, anche per predisporre

le piante al passaggio dalla fase di eterotrofismo in vitro alla vita autotrofa in serra o per la destinazione

finale. Si deve quindi assistere alla ripressa dell’attività fotosintetica, l’acquisizione di una certa resistenza

alla disidratazione ed ai patogeni, entrata in piena funzionalità dell’apparato radicale per l’assorbimento.

Trapianto in vivo:

Al momento opportuno, protette con adeguati trattamenti fitoiatrici, dal vaso di voltura vengono poste in

contenitori con torba e sabbia sterilizzati in ambiente condizionato. A questo stadio il mantenimento di una

elevata umidità relativa accoppiata ad una bassa intensità luminosa sono essenziali per la sopravvivenza.

Bruschi Pietro

STRUTTURA DEL VIVAIO

Nel pistoiese il vivaismo si è sviluppato e continua a crescere grazie alla vocazione della zona, ovvero

un’appropriata combinazione di fattori quali clima, terreno, personale specializzato, professionalità

imprenditoriale. È possibile effettuare una distinzione tra le aziende in base all’estensione:

 Grandi aziende: Con un estensione superiore ai 50 ettari sono la guida del settore, sia per la varietà

di specie trattate, sia per l’elevato contenuto tecnologico. La loro organizzazione di vendita è in

grado di seguire il costante evolversi della domanda, puntando soprattutto alla penetrazione in

mercati esteri. Oltre a produrre i propri articoli fanno da collettori della produzione diffusa sul

territorio circostante ad opera delle aziende piccole.

 Medie aziende: Hanno un estensione che vai 5 ai 50 ettari e sono ugualmente caratterizzate da una

buona organizzazione interna, una buona capacità di innovazione tecnica, una rete commerciale

mista (capace di vendere sia ai clienti propri sia ai grandi vivai). L’offerta di articoli è ancora ampia,

ma si inizia a vedere in genere una certa specializzazione produttiva.

 Piccole aziende: Possiedono un estensione inferiore ai 5 ettari e spesso sono a conduzione di tipo

familiare, la produzione è molto specializzate e sono quasi sempre collegate con le grandi aziende

per la commercializzazione dei loro prodotti, non avendo la possibilità di mantenere una propria

rete di vendita.

Il è formato da:

CENTRO AZIENDALE

 Uffici: il cuore dell’azienda, dove viene tenuta l’amministrazione.

 Aree per il personale: servizi igienici, spogliatoi e zone relax per i dipendenti.

 Aree di parcheggio: zona essenziale sia per dipendenti che per clienti.

 Aree per il pubblico: punto vendita, ben corredato da servizi, possibilmente abbellito.

 Magazzini: per lo stoccaggio di operatrici, utensili, prodotti di consumo ma anche piante in attesa.

 Piazzali di carico: devono essere dimensionati in modo tale da poter assorbire il volume dei mezzi

pesanti incaricati del trasporto.

 Rete viaria: è importante che ciascun settore dell’azienda sia ben collegato con gli altri.

L’ è dedita alla moltiplicazione del materiale vegetale, generalmente si tratta di

AREA DI PRODUZIONE

ambienti al chiuso tra i quali spicca la : costituite con materiali diversi (vetro, plastica) e variamente

SERRA

attrezzate (sistemi di nebulizzazione, ventilatori, riscaldamento basale) in relazione al tipo di lavoro che

deve essere svolto al loro interno, vengono generalmente impiegate per difendere piante sensibili a

condizioni ambientali (terreno, temperatura, umidità, intensità luminosa).

 Semenzaio: luogo dove i semi vengono fatti germinare; può essere rappresentato da un letto

preparato all’aperto, da un cassone adibito a tale scopo, da bancali predisposti in serre.

 Barbatellaio: luogo dove si effettua la radicazione delle talee; può essere un semplice letto caldo,

un cassone riscaldato, una serra, un tunnel di nebulizzazione.

 Nestaio: spazio predisposto per l’innesto e per ricevere materiale dal semenzaio e dal barbatellaio.

 Piantonaio: area nella quale le piante stanziano per 1-2 anni durante i quali vengono formate.

L’ , che si distingue in piena terra e contenitore, deve offrire una buona sistemazione

AREA DI COLTIVAZIONE

idraulica-agraria, la presenza di una rete viaria adeguata ed un impianto di irrigazione modulato

sull’ordinamento produttivo. Si possono trovare anche qui strutture adibite alla protezione della

coltivazione, come diversi tipi di rete (frangivento, antigrandine, antigelo, antinsetto, ombreggianti ecc.).

Bruschi Pietro

ALLEVAMENTO IN PIENA TERRA

L’allevamento in terra ha come punto cruciale la suddivisione delle aree di coltivazione dato che

l’impostazione del settore dovrà rimanere tale per 1-2 sino a 7-8 anni (ed anche oltre).

L’organizzazione della piantagione deve essere fatta tenendo conto di come si evolverà la situazione in

campo per gli anni successivi: le infrastrutture del vivaio non dovranno subire intralci, le piante dovranno

avere negli anni a seguire lo spazio aereo ottimale per svilupparsi, le esigenze chimiche del terreno

andranno mantenute. La preparazione del terreno può essere così schematizzata e riassunta:

1. Sistemazione idraulico-agraria.

2. Ripulitura dell’appezzamento.

3. Livellamento della superficie.

4. Aratura e altre lavorazioni del terreno.

5. Concimazione di impianto.

La rotazione delle colture e la gestione del suolo è più complicato rispetto al settore agricolo classico, infatti

il vivaista deve gestire in spazi relativamente ristretti coltivazioni annuali o biennali ed altre poliennali.

A causa dell’impoverimento e alla stanchezza progressiva del suolo è comunque importante impostare un

piano di rotazione ed accompagnarlo con tecniche per il reintegro della sostanza organica, oltre a riportare

periodicamente la porzione di suolo che viene rimossa tramite la zollatura.

La fertilizzazione è cruciale sia per evitare gli impoverimenti sia per spingere la produzione quanto possibile.

Si tende quindi a fertilizzare in coltivazione, durante il periodo invernale per fosfati, potassici ed urea,

lasciando gli azotati a pronto effetto per la stagione vegetativa.

I trapianti rappresentano una preparazione dell’apparato radicale indispensabile alla sopravvivenza della

pianta dopo la vendita.

L’irrigazione vede una tendenza attuale verso la localizzazione, i cui vantaggi si riscontrano nel consumo

idrico, nell’automatizzazione e nella possibilità di accompagnamento di una fertilizzazione.

I tipi di piantagione presentano una grande variabilità, soprattutto determinata dalla specie in coltivazione

e dal substrato a nostra disposizione.

P IANTE A RADICE NUDA

La produzione di piante a radice nuda trova applicazione solo nel caso della produzione di piante giovani e

di ridotte dimensioni (soprattutto in ambito forestale e frutticolo); questo a causa della difficoltà di

spiantamento e lo stress dell’apparato se le piante fossero di grandi dimensioni.

La coltivazione prevede un suolo piuttosto sciolto, soprattutto per un rapido espianto; questo viene

effettuato in pieno inverno (in fase di riposo), la messa a nudo delle radice richiede una cura particolare.

Le piante devono quindi essere mantenute a basse temperature (0-5°C) con elevata umidità; possono

essere approntati dei cassoni pieni di sabbia nei quali mantenere le piante lungo l’inverno, dopo adeguati

trattamenti contro il marciume. La spedizione in fine andrebbe effettuata a ridosso della piantagione e le

piante imballate in mezzi coperti (possibilmente refrigerati).

Bruschi Pietro

P IANTE CON PANE DI TERRA

Consiste nel modellare al di sotto del colletto della pianta un volume di terreno tale che l’apparato radicale

in esso contenuto, per quanto ridotto, mantenga inalterate le sue caratteristiche strutturali e fisiologiche,

nonché la sua funzionalità. In genere sia attua per le sempreverdi ma anche per le caducifolie nel caso di

soggetti di grandi dimensioni. La produzione di piante con pane di terra consente di produrre e

commercializzare piante anche di grandi dimensioni, le così dette “piante esemplari” (o pronto effetto),

oltre ad una varietà praticamente infinita di piante di tutti i tipi e dimensioni.

G ’ : L’apparato radicale delle specie perenni tende ad espandersi

ESTIONE DELL APPARATO RADICALE

naturalmente oltre la proiezione della chioma e quindi ben oltre il volume definito del pane di terra o

comunque dalla massa radicale. È necessario quindi adottare una serie di accorgimenti quali potature

radicali, zollature, trapianti che, pur penalizzando a breve termine lo sviluppo della parte aerea determina

modifiche strutturali dell’apparato radicale che viene richiamato in prossimità del colletto.

- Funzione: Se è vero che la parte aerea di una pianta dipende dalle radici per l’ancoraggio,

l’assorbimento di acqua ed elementi minerali, l’immagazzinamento di sostanze di riserva e per la

sintesi di regolatori di crescita il sistema radicale presenta la stessa importanza per la chioma.

- Dimensioni: può occupare una superficie pari a ¾ volte la proiezione della chioma anche se il 70%

delle radici si trovano all’interno della proiezione stessa.

- Distribuzione: la maggior parte delle radici si trova fra i 30 ed i 40 cm sotto al superficie del suolo,

mentre le radici assorbenti si trovano e crescono di regola nei primi 15cm.

- Sviluppo: Questi ritmi non corrispondono in genere a quelli della chioma ma anzi sono sfasati

rispetto ad essa.

- Angolo geotropico: Se è stretto caratterizza un apparato radicale che si espande in profondità,

risultando poco idoneo alla zollatura; se invece è largo caratterizza un apparato radicale più

espanso e superficiale, che con opportune operazioni preparatorie può diventare un apparato

idoneo alla zollatura.

Il è un momento delicato nel quale la pianta temporaneamente estirpata dal terreno, è esposta a

TRAPIANTO

rischio di disidratazione dell’apparato radicale. Questa operazione determina danni più o meno gravi

all’apparato radicale con la conseguenza che le piante trapiantate subiscano uno shock dal quale si

riprendono soltanto quando si ha l’emissione di nuove radici avventizie. I trapianti in vivaio presentano

difficoltà crescenti per la pianta quando attuati su piante adulte piuttosto che su giovani piantine; se

effettuate in modo non corretto possono provocare danni riscontrabili per più cicli vegetativi, fino alla

morte.

- Trapianto intermedio: Si esegue in vivaio per trasferire la pianta da un appezzamento all’altro.

In generale si effettua ogni 2/3 anni.

- Trapianto finale: Viene effettuato al termine del ciclo produttivo quando la pianta è ormai pronta

per essere venduta.

Se le piante sono di dimensioni consistenti si richiede una preparazione attraverso una zollatura

“preventiva” dell’apparato radicale allo scopo di favorire l’emissione di nuove radici avventizie. Può essere

ripetuta 2-3 volte, limitando ciascuna volta il taglio delle radici ad un mezzo / un terzo della circonferenza

della zolla.

L’epoca di trapianto si localizza tipicamente nell’autunno e a fine inverno prima della ripresa vegetativa

anche se. A trapianto avvenuto è opportuno effettuare dei controlli in vivaio per un certo periodo ponendo

particolare attenzione allo stato idrico delle piante ed al loro ancoraggio.

Bruschi Pietro

G : Durante il trasporto della zolla, così come nella fase di carico-scarico, l’insieme

ESTIONE DEL PANE DI TERRA

terra-radici può riportare degli inconvenienti pericolosi per la propria struttura. Le continue sollecitazioni

producono delle vibrazioni capaci di frantumare la zolla. Cioè può portare al distaccamento dell’apparato

radicale con il substrato, compromettendo così la funzionalità dei capillari radicali e provocando uno

squilibrio idrico all’interno della pianta. Anche la sola esposizione all’aria aperta ed al sole può costituire un

pericolo di notevole entità per il pane di terra.

Per riuscire a trasportare una pianta in zolla occorre quindi una struttura rigida, con caratteristiche

antitraspiranti. Diventa quindi fondamentale considerare il rivestimento del pane di terra che deve

mantenere la propria integrità durante gli spostamenti, non deve ostacolare lo sviluppo di nuove radici,

deve mantenere una certa umidità all’interno (utile sia per assorbire le vibrazioni grazie allo stato di

plasticità del terreno, sia per le esigenze idriche della pianta).

- Paglia: Sebbene sia un materiale economico, richiede molto tempo di utilizzazione e non garantisce

una buona tenuta nel tempo.

- Yuta e corda: L’uso esclusivo della tela di yuta come materiale per il rivestimento della zolla non

comporta alcun miglioramento della consistenza dell’apparato radicale. Per migliorare la struttura

della zolla ed impedire un eventuale allentamento del rivestimento si fissa la tela con della corda di

diversa natura e spessore. Il modello di legatura del pane di terra è a croce, cioè quello utilizzato

per i comuni pacchi. L’abbinamento di questi due materiali è proponibile solo per una gamma

limitata di dimensioni della zolla: dopo una certa misura il peso del substrato compromette

l’integrità della zolla. L’uso però di questo metodo permette un notevole risparmio economico,

derivante dal basso costo dei materiali di rivestimento e dal veloce metodo di preparazione.

- Rete metallica: Presenta una grande facilità di impiego, che si traduce in un minor tempo richiesto

per le applicazioni, quindi a un risparmio economico. La rete grazie alle sue ampie maglie consente

l’interramento al momento della piantagione, permettendo l’uscita delle radici, inoltre con

l’umidità si ossida deteriorandosi.

- Rete metallica e yuta: È una combinazione per terreni sabbiosi ed è obbligatoria in specie con un

apparato radicale formato da radici sottili e fragili. Questa tecnica conferisce un’ottima resistenza

alle frantumazioni e all’evaporazione della zolla consentendo una notevole facilità d’impiego. La

yuta estende la pressione di compattamento oltre a proteggere dai raggi del sole. Il successo nel

settore deriva dal basso costo dei materiali, dalla velocità di utilizzo e soprattutto dalla formazione

di un involucro resistente. Entrambi i materiali consentono la messa a dimora con il rivestimento

presente.

- Rete metallica e listelli in legno: Riguarda esclusivamente le zolle di forma tronco conica. Si

collocano i listelli partendo da un qualsiasi punto del tronco di piramide, proseguendo per tutto il

perimetro. La completa applicazione dei listelli in legno viene facilitata con l’ausilio di due legature,

una in alto e l’altra in basso. Una volta terminata l’operazione di listellatura del pane di terra, si

procede con l’avvolgimento della rete metallica. L’utilizzo della rete conferisce notevole resistenza

alle sollecitazioni durante il trasporto.

- Plastica termoretraibile: Un materiale che presenta dei micropori che consentono gli scambi gassosi

tra il pane di terra e l’atmosfera, se riscaldata si contrae e quindi aderisce alla superficie della zolla.

Per grandi esemplari è consigliabile bloccare la zolla in rete metallica per una maggiore stabilità. La

zolla viene chiusa bene lasciando però una apertura sopra e sotto la zolla per consentire

l’irrigazione e un contatto con il terreno.

Bruschi Pietro

POTATURE IN VIVAIO

La potatura comprende numerose operazioni che vengono eseguite direttamente sullo scheletro e/o sulla

chioma delle piante arboree, arbustive e anche su erbacce perenni allo scopo di regolare la loro naturale

capacità vegetativa e/o produttiva. Le potature speciali sono di , di e di

RINGIOVANIMENTO RIFORMA

; quelle che seguono il ciclo ontogenetico della pianta invece sono:

RISANAMENTO

- Potature di allevamento: viene effettuata su alberi giovani sia per stimolarne lo sviluppo sia per

conferire loro la forma desiderata.

- Potatura di mantenimento (di produzione): viene applicata gradualmente agli alberi adulti per

mantenere la forma loro imposta.

In generale la quasi totalità degli interventi di potatura comporta modificazioni della crescita dell’albero o

di suoi organi sia su scala temporale breve che su l’intero ciclo vitale. In genere con il termine di “crescita”

si fa riferimento a qualsiasi tipo di variazione di forma o di aumento di dimensione o di massa

dell’individuo. La velocità di crescita nel suo complesso, ecologicamente molto importante, ha anche una

notevole rilevanza economica in quanto contribuisce significativamente al contenimento dei costi di

produzione (appare di minore interesse la dimensione finale della pianta).

L’interesse primario del produttore di piante sia rivolto ad incanalare, guidando piuttosto che forzando, la

maggior parte delle risorse verso l’accrescimento ed il raggiungimento della forma desiderata, limitando al

massimo gli organi o le funzioni al momento non desiderate. La distribuzione temporanea degli assimilati e

la loro ripartizione finale, controllate dagli ormoni, determinano l’entità delle modalità di crescita relativa

dei diversi organi e quindi dell’intero individuo, definendo così le sue dimensioni e la sua forma.

- Conformazione naturale della chioma: gli interventi di potatura sono limitati ad assecondare, in

modo armonioso, lo sviluppo naturale il portamento e la struttura della pianta.

- Conformazione modificata della chioma: ci si discosta volutamente dall’habitus vegetativo naturale,

cercando forme particolari attraverso potature e combinazioni di innesto.

Interventi di potatura energici dovrebbero essere fatti in inverno, in modo da dare alla pianta del tempo

per cicatrizzare le feriti e consentire a questa un a ripresa vigorosa la primavera successiva, limitando nel

periodo primaverile-estivo la potatura a pochi interventi di aggiustamento, leggeri anche se importanti per

le conseguenze che avranno soprattutto sulla forma finale della pianta.

Piante che fioriscono precocemente in primavera, dovrebbero essere potate dopo la fioritura, in primavera

avanzata; piante che tendono a piangere dopo il taglio in primavera, andrebbero potate in estate o in

autunno, quando la pressione dei succhi linfatici è minore.

Il avviene a primavera a carico delle gemme dormienti disposte lungo i rami.

GERMOGLIAMENTO

Le gemme apicali schiudono sempre per prime, seguite da quelle mediane ed infine da quelle basali,

determinando quindi un gradiente vegetativo basipeto. L’accrescimento dei germogli può invece risultare

diverso relazione sia all’habitus vegetativo proprio delle singole specie, sia alla posizione dei rami sui quali i

germogli stessi sono inseriti. In relazione al tipo di accrescimento possiamo distinguere:

- Piante acrotone: i germogli apicali si sviluppano più di quelli mediani e questi più di quelli basali.

- Piante mesotone: i germogli si accrescono indipendentemente dalla loro inserzione sui rami.

- Piante basitone: i germogli basali si accrescono maggiormente rispetto a quelli mediani ed apicali.

Bruschi Pietro

Principali interventi di potatura:

- Potatura invernale: Attuata durante il riposo vegetativo delle piante, è un tipo di potatura che

stimola una ripresa molto naturale della pianta. Ricade in un periodo relativamente più tranquillo

per il vivaio, inoltre non richiede una programmazione esatta potendo essere effettuata durante

tutto il riposo. Inoltre abbiamo la possibilità di operare con una immagine esatta dello scheletro

della pianta.

- Potatura estiva: Attuata durante il ciclo vegetativo, preferibilmente in primavera, prevede

interventi mirati durante un breve periodo che vanno a determinare delle interferenze nel ritmo

naturale di crescita, determinando blocchi o ritardi di sviluppo nella zona interessata dal taglio.

- S : Si effettua di norma in inverno e prevede l’asportazione dei rami dalla base.

OPPRESSIONE DEI RAMI

- R : Consiste nella parziale asportazione dei rami con un taglio fatto sempre

ACCORCIAMENTO DEI RAMI

sopra una gemma a legno. Nelle piante acrotone si avrà un’attenuazione del fenomeno, con

riscoppi di vegetazione anche nelle porzioni basali dei rami, mentre in quelle basitone questa

tendenza verrà ovviamente accentuata.

- R : Viene effettuato su piante giovani e consiste di un taglio di ritorno sul

ACCORCIAMENTO DEL FUSTO

fusto praticato al punto nel quale vogliamo avere alcune buone branche principali.

- C : Sopprimere l’apice del germoglio; è un intervento che può avere una notevole influenza

IMATURA

sull’architettura della pianta se effettuato precocemente: in tal caso si potrà avere una notevole

emissione di getti anticipati in virtù della soppressione della dominanza apicale del ramo, se

viceversa viene effettuato tardivamente determina un blocco della crescita del ramo e un migliore

accumulo di sostanze.

- S / : rimozione di germogli provenienti da gemme latenti o avventizie e di

CACCHIATURA SPOLLONATURA

polloni nella specie che sono caratterizzate da tale attitudine. Si effettua in primavera.

Bruschi Pietro

DISERBO IN VIVAIO

Le malerbe, annuali o perenni, vengono divise in infestanti (dette anche “a foglia larga”) e

DICOTILEDONI

infestanti o graminacee (dette anche “di filo”).

MONOCOTILEDONI

Per quanto riguarda il controllo delle infestanti gli obiettivi sono:

- Eliminazione totale delle infestanti in grado di arrecare danno al prodotto.

- Contenimento (non eliminazione) selle infestanti che pur presenti non sono comunque in grado di

arrecare danno al prodotto.

- Riduzione dei costi a parità di risultati, evitando soprattutto interventi di scarsa efficacia o sbagliati.

Nei normali cicli di allevamento il metodo di controllo delle infestanti su cui maggiormente si fa

affidamento è il diserbo chimico preventivo, cioè quello effettuato su superfici non coperte da infestanti e

che è diretto ad impedire la germinazione e lo sviluppo della flora infestante.

Per diserbare in maniera efficace occorre tenere conto di: specie coltivata e stadio vegetativo, sensibilità

della specie ai principi attivi, tipologia e stadio vegetativo della flora infestante, epoca di intervento e

condizioni ambientali.

È buona norma, specialmente per i diserbanti residuali, alternare i principi attivi o quantomeno cercare di

non basare il diserbo esclusivamente sullo stesso prodotto per più anni di seguito. In un’ottica di diserbo

integrato ed evoluto è da ritenere prioritario la diversificazione dei principi attivi a seconda delle piante

coltivate, considerando la selettività dei vari diserbanti (la quale è anche influenzata dal clima).

Un altro aspetto riguarda la necessità e l’utilità di non ricorrere sempre e solo ad interventi chimici, ma di

integrare il più possibile questa tecnica con le altre metodologie di controllo come metodi fisici, interventi

manuali sui substrati e scerbature.

I svolgono un azione preventiva, si distribuiscono su substrati puliti da infestanti, dove

DISERBANTI RESIDUALI

agiscono sui semi delle infestanti in fase di germinazione e/o sulle plantule in emergenza. Di norma hanno

un’elevata persistenza (2-6 mesi) anche per la possibilità di riattivarsi spontaneamente a seguito di

interventi irrigui.

I e sono destinati al controllo delle infestazioni in atto, richiedendo

DISERBANTI DI CONTATTO SISTEMICI

precauzioni nella distribuzione e condizioni ambientali specifiche (elevata temperatura e luminosità).

Il diserbo delle piante allevate in contenitore ha un carattere prevalentemente preventivo. Soprattutto

nelle produzioni ad elevato pregio, prevenire è più facile e costa meno che controllare, tenendo anche

presente che non sempre si riesce a limitare i danni da malerbe quando queste si sono sviluppate ed

affermate. Bruschi Pietro

ALLEVAMENTO IN CONTENITORE

Per contenitore si intende un particolare recipiente di materiale, forma e colore diversi, nel quale è

possibile allevare piante diverse per natura e destinazione finale tramite un adeguato mezzo colturale.

Si hanno molti vantaggi:

 Viene eliminata la delicata operazione del trapianto.

 Maggior conformità e controllo del prodotto grazie ai substrati standardizzati.

 Possibilità di anticipare o forzare il ciclo di produzione (coltura protetta / fertirrigazione).

 Le operazioni colturali se prestano ad essere meccanizzate.

 Maggiore possibilità di integrazione con le tecniche avanzate di propagazione che richiedono una

fase di crescita in contenitore.

 Le piante sono sempre disponibili per la vendita, liberando il produttore e l’acquirente dal vincolo

dell’epoca di trapianto o messa a dimora.

Ma anche diversi aspetti negativi:

 Ridotto volume di terreno esplorabile dalle radici, quindi limitata disponibilità di acqua ed elementi

nutritivi in grado di consentire una crescita soddisfacente.

 Il vivaio deve essere dotato di un impianto che permetta lo stoccaggio delle piante in vaso.

 Necessità di effettuare rinvasature annuali.

 Le piante sono maggiormente soggette ad eccessi termici a livello radicale.

A : Nel caso dell’allevamento in contenitore il suolo perde il ruolo di superficie agricola

REA DI COLTIVAZIONE

limitandosi a fornire il solo supporto fisico alla coltivazione, ovvero diviene un’area di sosta per le piante

che li verranno stoccate. L’area viene predisposta per il drenaggio delle acque di irrigazione, la superficie

viene spianata e stabilizzata con materiali da edilizia ed infine può essere ricoperta con diversi isolanti

(polietilene nero, telo antialga nero, ghiaia, pietrisco, cemento, calcestruzzo).

Le piante nell’area di coltivazione vengono sistemate in base alla specie ed alla dimensione del contenitore.

La disposizione in genere è a strisce, a blocchi o a filari. Le piante con altezza superiore ai 100-150cm

necessitano di appositi sostegni allo scopo di evitarne la caduta per il vengo (ancoraggio ad un filo di

metallo, ad una rete di plastica, a canne di bambù, windi stopper o vasi rovesciati fissati al suolo).

A : L’invasatura nell’allevamento in contenitore sostituisce il trapianto

REA PER LA INVASATURA

dell’allevamento in terra. Consente di ripristinare un giusto rapporto tra massa radicale e volume di

substrato; la frequenza con la quale si effettua è principalmente funzione della specie e del grado di

forzatura cui sono sottoposte le piante.

La posizione verticale della pianta deve essere scelta secondo il suo asse di sviluppo mentre l’altezza di

piantagione deve essere tale che il colletto sia al livello del substrato. A parità di altri fattori si sceglie il

contenitore più piccolo possibile per: ottimizzazione dello spazio, risparmio nel costo, facilità di trasporto e

contenimento dello sviluppo radicale. Bruschi Pietro

SUBSTRATI

I substrati devono svolgere diverse funzioni, per questo hanno determinati (struttura stabile,

REQUISITI FISICI

porosità elevata e ritenzione idrica) e (adattabilità, leggerezza, stato sanitario, reperibilità,

REQUISITI TECNICI

conservabilità, costo).

Substrati per apportare sostanza organica e nutrienti:

- Torba: Diversi materiali che derivano dalla decomposizione incompleta di residui vegetali in

ambienti palustri (a seconda della zona di reperimento presentano diverse caratteristiche fisiche e

chimiche). Presenta una crescente difficoltà di reperimento poiché non è un materiale rinnovabile.

- Lolla di riso: Materiale ottenuto dalla raffinazione del riso. Ottimo sotto il profilo sanitario, migliora

la porosità, l’areazione e la ritenzione idrica del substrato. Laddove disponibile è molto impiegato.

- Ammendante compostato verde: Ottenuto dal compostaggio di materiale vegetale proveniente

dalla manutenzione del verde pubblico e privato. Il rapporto C/N di questi scarti è in genere elevato

e sarebbe ipotizzabile un co-compostaggio con altri rifiuti con un più elevato contenuto di azoto per

equilibrare il prodotto finale. Viene impiegato per modificare o migliorare la struttura e la

componente organica del suolo, senza tuttavia apportare alcun elemento nutritivo.

- Corteccia: Materiale relativamente economico, ma non può essere usato fresco a causa di una certa

fitotossicità e carenza di azoto, richiede perciò un periodo di compostaggio. È un materiale di bassa

qualità, quindi poco impiegato nel vivaismo.

- Segatura: Simile alla corteccia.

- Humus: Frazioni di terreno trasformate ad opera dei lombrichi caratterizzate da alta fertilità. Molto

impiegato in colture floricolo e per piante da appartamento, non viene usato nel vivaismo

ornamentale per l’alto costo.

- Terra di bosco: Strato di terreno per lo più minerale sottostante a quello ricco di residui vegetali in

via di decomposizione. Mantiene a lungo una certa fertilità ed una buona struttura.

- Terriccio di brugheria: Vengono prelevati solo i primi 20cm di suolo. Non ha buone qualità dal

punto di vista vivaistico, per cui è poco utilizzato.

- Terriccio di bosco: Si preleva dagli strati superficiali del suolo, scartando le foglie indecomposte.

Sono costosi e non sempre facilmente reperibili; pertanto non vengono utilizzati nel vivaismo

ornamentale da esterno.

- Terriccio di foglie: Si origina dalla decomposizione di sole foglie che vengono raccolte ancora

indecomposte. Poco usato.

- Ammendante compostato misto: Proveniente da scarti alimentari e da matrici fangose; è in grado di

garantire, oltre all’apporto di sostanza organica umificata anche un buon apporto concimante ed

un rapporto equilibrato NPK.

Substrati per aumentare la porosità:

- Pomice: Il materiale maggiormente impiegato nei substrati per vivaismo. È molto leggero,

disponibile in varie granulometrie in relazione alla sua lavorazione. È ideale per aumentare

l’areazione ed il drenaggio dei substrati.

- Vermiculite: ha un buon potere tampone ed un’elevata capacità di scambio cationico cosa che la

rende un ottimo ammendante per substrati.

- Sabbia: Primo materiale a prevalente azione drenante utilizzato in vivaio, oggi è ormai poco usato.

- Perlite: Materiale vulcanico trattato a caldo; porosa, leggerissima e sterile viene impiegata solo in

quelle fasi di processo produttivo nelle quali è indispensabili a causa del suo costo elevato.

- Argilla espansa: Substrato leggero, poroso, ottimo sotto il profilo fitosanitario; molto costoso.

- Leonardite: Humus fossile concentrato, poco impiegato per la sua scarsa reperibilità.

- Materiali plastici: Hanno una grande ritenzione idrica ma non vengono impiegati in vivaio

soprattutto per una questione di immagine.

NUTRIZIONE

L’allevamento in contenitore prevedeva l’uso di terreno agricolo come mezzo di coltura, quindi di norma la

fertilizzazione non rappresentava un fattore limitante per la crescita. Nel tempo tuttavia si è andata

sviluppando l’esigenza di rendere standardizzabili e riproducibili le condizioni colturali, è stato quindi

Bruschi Pietro

puntato su substrati dal ridottissimo peso specifico ma dalla bassa superficie di scambio cationico, pertanto

la fertilizzazione ha assunto un ruolo centrale nella gestione dell’allevamento in contenitore.

La fertilizzazione deve mantenere un adeguata quantità di nutrienti nella soluzione del mezzo per sostenere

una crescita ottimale della pianta, questo è reso problematico dall’esigenza di irrigare spesso, pratica che

farà lisciviare altrove i fertilizzanti. D’altra parte è anche facile cadere nell’eccesso opposto, innalzando

pericolosamente la salinità presente nel substrato.

Le piante tendono a svilupparsi nelle migliori condizioni se coltivate in un ambiente con salinità bassa e

costante, che nella pratica si traduce nel concimare poco ma con frequenza. Gli approcci maggiormente

effettuati sono due: l’utilizzo di fertilizzanti solidi che cedono gradualmente i nutrienti al substrato

colturale, oppure fertilizzanti solubili aggiunti all’acqua di irrigazione.

F (FRL): La distribuzione del principi nutritivo nella soluzione risulta rallentata

ERTILIZZANTI A RILASCIO LENTO

rispetto ai fertilizzanti minerali, chiamando tuttavia in causa meccanismi sui quali non si ha un controllo

completo.

F (FRC): I fattori che regolano il livello, il modo e la durata del rilascio

ERTILIZZANTI A RILASCIO CONTROLLATO

sono ben conosciuti e controllabili dal produttore.

- Composti inorganici a lenta solubilità [FRL]: Devono il lento rilascio dell’elemento esclusivamente

alla scarsa solubilità del composto. Non sono molto efficienti in termini di N disponibili, molto di più

in termini di fosforo. Non sono molto usati per il loro basso titolo oltre che per la difficoltà di

controllare il rilascio.

- Composti con azoto organico di sintesi solubili per via biologica o chimica [FRL]: Soprattutto formati

da urea-formaldeide, la cui decomposizione è legata all’azione biologica del suolo e quindi dalle

caratteristiche fisico-chimiche del terreno e dall’andamento climatico.

- Concimi organici azotati [FRL]: Sono prodotti formati da composti organici del carbonio di origine

organica (scarti della lavorazione del cuoio soprattutto). Hanno una sensibilità alla temperatura

meno definibile rispetto a prodotti di origine chimica e presentano una potenziale fitotossicità per

le piante causata dai residui del cromo usato nell’industria conciaria.

- Concimi rivestiti con prodotti ritardanti la solubilizzazione [FRL/FRC]: Il problema di questi prodotti

deriva dal fatto che la cessione di N viene solo ritardata e non diluita nel tempo; quando il

rivestimento (zolfo, resine) cede, l’azoto diviene totalmente disponibile.

La concimazione in azienda viene effettuata all’inizio della stagione con la miscelazione dei concimi a lento

effetto con il substrato al momento dell’invasatura (prodotti granulari rivestiti dotati di macro e

microelementi dalla durata di 6 mesi oppure una miscela tra prodotti a rilascio rapido e lento) o con

l’aggiunta dei prodotti sulla superficie del vaso se non si effettua rinvasatura.

Nel corso della stagione vegetativa si interviene nuovamente con somministrazioni a rapido rilascio

aggiuntive in copertura o attraverso la fertirrigazione. Le quantità somministrate in genere fanno

riferimento al volume del contenitore (indicativamente 2-3 g/l).

Bruschi Pietro

Irrigazione

:

Si possono utilizzare i sistemi di irrigazione ad aspersione e localizzati nei contenitori.

I primi, realizzati prevalentemente con irrigatori a movimento rotatorio o alternativo, hanno il vantaggio di

richiedere minori infrastrutture ma sono più imprecisi, determinando forti consumi di acqua e un dannoso

effetto battente sulla chioma. L’irrigazione localizzata risulta essere più costosa e complessa in fase di

installazione e gestione, ma consente una maggiore precisione dei turni irrigui, un risparmio nei consumi e

la possibilità di essere accoppiata alla fertirrigazione.

Fertirrigazione

:

Viene proposta nel settore vivaistico per la sua semplicità, il basso costo dei fertilizzanti, la riduzione dei

tempi di lavoro ed il miglior sviluppo delle piante. Il sistema si basa sul semplice concetto di sciogliere in

acqua i fertilizzanti e di portarli sino alle radici delle piante mediante l’irrigazione.

Tuttavia richiede competenze tecniche e professionali di un certo rilievo da parte degli operatori che

devono gestire l’impianto, inoltre l’impianto deve essere sottoposto a manutenzione accurata per

prevenire blocchi o malfunzionamenti che potrebbero danneggiare le colture. In generale la quantità di un

nutriente da apportare viene definita indentificando un valore di soglia di concentrazione, al di sopra del

quale l’assorbimento risulta essere indipendente dalla concentrazione del nutriente nel substrato.

Bruschi Pietro


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze vivaistiche, ambiente e gestione del verde
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fragfolstag di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Arboricoltura generale e tecnica vivaistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Nicese Paolo.

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