Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Per alcuni frutti l’assenza dei semi è un pregio qualitativo, per altri invece, come per le

mele e le pere, la presenza di semi è irrilevante, data la persistenza del torsolo che, al

momento del consumo, deve essere comunque eliminato.

9) Competizione fra organi vegetativi e frutti

I germogli e i frutti sono reciprocamente legati da un mutevole rapporto di

competizione per l’utilizzo dei metaboliti prodotti dalle foglie. Tale rapporto è regolato

dal “messaggio ormonico” che polarizza gli elaborati verso gli apici vegetativi e gli

embrioni.

10) Maturazione dei frutti

I processi fisiologici e biochimici che accompagnano l’evoluzione dei frutti al termine

del loro sviluppo, sono diversi da specie a specie, in particolare da quelle che

producono “frutti polposi ”(pere, mele, pesche, uva, olive) a quelle che producono

“frutti secchi ”(castagne, mandorle, noci, nocciole, pinoli): nelle prime sono importanti

soprattutto le trasformazioni che si compiono nel mesocarpo e nell’epicarpo, mentre

nelle seconde interessa conoscere soprattutto ciò che avviene nei semi.

La maturazione è caratterizzata da un forte aumento di etilene endogeno( che ha

origine dall’interno).

Indici di maturazione

Sono stati studiati alcuni indici basati sulle più significative e attendibili variazioni delle

caratteristiche fisiologiche, fisiche e biochimiche dei frutti stessi.

Colorazione di fondo della buccia; Durezza della polpa; Contenuto di amido della

polpa; Contenuto in zuccheri diruttori; Acidità titolabile; Resistenza al distacco;

Altri indici: per le olive da mensa che vengono conservate verdi l’epoca ottimale di

raccolta corrisponde all’invaiatura. Per le olive da olio la maturità è riferita al grado di

inolizione determinato per pressione, per estrazione al solvente, o meglio in base alla

differenza di densità ottica della miscela olio-solvente rispetto al solvente puro.

Per la frutta secca la maturazione riguarda soprattutto i semi nei quali si accumulano

progressivamente le sostanze di riserva, in particolare i carboidrati, le proteine e i

lipidi.

ENERGIA RADIANTE

Le foglie assorbono circa l’80% dell’energia radiante disponibile. Di questa quota il

10% viene riflesso e un altro 10% è trasmesso attraverso le lamine. Le proprietà che

corrispondono a questa distribuzione, definiti rispettivamente assorbanza (a),

riflettanza (r) e trasmittanza (t), variano in rapporto alla lunghezza d’onda spettrale:

230-4000 µm

230-400 µm UV:( UVA e UVB)

400-700 µm PAR: Radiazione Fotosinteticamente attiva

700-4000 µm Infrarosso

I 3 parametri verificano sempre l’equazione E=a+r+t

1) Energia radiante e fotosintesi

La fotosintesi ne utilizza una minima parte e cioè appena l’1-2% e la radiazione usata

corrisponde alle bande spettrali che sono comprese fra 400 e 700 nanometri, ed è

indicata con la sigla PAR. Questa banda coincide con quella luminosa ma la risposta

dei cloroplasti alle radiazioni corrispondenti è diversa da quella dell’occhio umano,

essendo caratterizzata da un massimo in corrispondenza del rosso, un secondo picco

in corrispondenza del blu e da un flesso in corrispondenza delle lunghezze d’onda

intermedie, cioè del verde e del giallo. Poiché la sensibilità spettrale dell’apparato

fotorecettore fogliare e quella dell’occhio umano corrispondono solo per i limiti estremi

della comune banda spettrale, è improprio quantificare in termini fotometrici (lux)

l’energia radiante utilizzabile per il processo fotosintetico; è invece raccomandata la

sua misura ed espressione in termini di flusso fotonico fotosinteticamente attivo

(PPFD).

L’efficienza fotosintetica di una foglia è massima quando la sua lamina è ortogonale ai

raggi solari incidenti; tuttavia poiché l’inclinazione dei raggi solari muta con continuità

nel corso del giorno, le condizioni di massima efficienza si hanno quando la foglia è in

posizione orizzontale.

Le foglie fotosintetizzano l’anidride carbonica con la fotorespirazione, fino al suo

esaurimento; oltre tale limite, detto punto di compensazione, l’organizzazione del

carbonio avviene solo grazie all’apparato esogeno di anidride carbonica (fotosintesi

netta). Quando con l’aumento della PPFD, la fotosintesi netta non registra ulteriori

incrementi, le foglie hanno raggiunto il loro punto di saturazione.

Le curve di saturazione esprimono il rapporto fra fotosintesi e PPFD.

Le foglie che beneficiano di una elevata PPFD: sono meno ampie, più spesse e con un

peso specifico più elevato.

I rapporti fra energia radiante e fotosintesi si complicano quando le foglie vengono

considerate non più singolarmente ma nel loro “insieme della chioma” di un albero.

La chioma beneficia al massimo dell’energia radiante totale (diretta+diffusa) che è in

grado di raggiungerla.

Al di fuori della chioma il livello della disponibilità energetica diminuisce

progressivamente dall’alto verso il basso, anche in seguito all’ombreggiamento

causato dalle piante limitrofi. Una diminuzione ancora più drastica dell’energia

radiante si verifica all’interno della chioma. Generalmente, però, nella chioma di un

albero esistono soluzioni di continuità attraverso le quali l’irraggiamento solare diretto

penetra provocando un’eterogenea e mutevole distribuzione dell’energia radiante.

All’interno della chioma l’energia disponibile presenta anche caratteristiche spettrali

diverse rispetto a quelle che si riscontrano all’esterno della chioma stessa. Le migliori

condizioni per lo svolgimento di tale processo ricorrono quando sono ottimizzati i

seguenti parametri:

- efficienza fotosintetica specifica dell’apparato fogliare: esistono notevoli differenze

nella risposta fotosintetica che le varie specie e cv. possono rendere a fronte del

medesimo input energetico.

- indice di copertura del suolo: dipende dalla densità dell’impianto e dalla

conformazione e disposizione della chioma dei vari alberi. Tale indice è molto elevato

negli agrumeti a sesto stretto e nei frutteti ad alta densità e raggiunge il suo valore

massimo nell’allevamento della vite a tendone.

- rapporto fra superficie e volume dei singoli alberi: questo parametro (S/V) dipende

dalle dimensioni e dalla forma della chioma: in generale gli alberi piccoli e di forma

parallelepipeda -appiattita o conica, valorizzano l’energia radiante disponibile più di

quelli grandi allevati a globo.

- distribuzione dei frutti nell’ambito della chioma

- disponibilità energetica all’esterno e all’interno della chioma: dipende principalmente

dal reciproco ombreggiamento degli alberi contigui e della densità della loro massa

fogliare. Nei frutteti strutturati in filari continui è importante anche l’orientamento,

poiché, gli alberi disposti da Est-Ovest beneficiano di un irraggiamento giornaliero

meno equilibrato di quelli disposti in direzione Nord-Sud.

Per la valutazione delle quantità di PPFD, che le piante dispongono nelle varie parti

della chioma, si può procedere misurando direttamente e in modo sistematico tale

parametro in vari punti della chioma ed elaborando delle “mappe energetiche” oppure

si può procedere al calcolo dell’indice fogliare (LAI), cioè all’area fogliare che insiste

sull’unità di superficie del terreno. La disponibilità energetica di un albero è tanto più

scarsa quanto più elevato è il LAI corrispondente.

2) Temperatura

I processi di traspirazione e di convezione termica che si svolgono a carico dell’energia

radiante assorbita dalle foglie, sono fra loro complementari, nel senso che quando la

traspirazione si riduce in seguito a un sopraggiunto stress idrico, la temperatura delle

foglie cresce. Il bilancio calorico delle foglie non è quasi mai in equilibrio ma viene

costantemente “aggiustato” dal giuoco tra traspirazione e temperatura fogliare.

La temperatura delle foglie esposte al sole cambia molto rapidamente in funzione

della velocità del vento o della nuvolosità; le foglie ombreggiate presentano invece

temperature inferiori a quella dell’aria.

In condizioni ottimali di disponibilità energetica e idrica, il regime termico influenza

l’intensità di molti processi fisiologici quali la traspirazione, la respirazione, la

fotosintesi, le attività enzimatiche, la formazione e la degradazione della clorofilla, la

divisione e la distensione cellulare e lo sviluppo di vari organi. Tutti questi processi non

si innescano quando la temperatura è sotto determinati valori minimi e cessano

quando supera determinati valori massimi; oltre questi limiti termici possono insorgere

danni piò o meno gravi e irreversibili a carico dei vari organi.

Le temperature critiche, e in particolare quelle minime, hanno una notevole

importanza nel definire i limiti delle aree di diffusione geografica delle singolo colture.

Tra i valori termici critici (minimi e massimi) si collocano le temperature ottimali in

corrispondenza delle quali i vari processi fisiologici raggiungono la massima efficienza

e intensità.

In generale e in termini molto orientativi i processi fisiologici e biochimici si attivano

quando la temperatura sale al di sopra di +5/10°C e raggiungono l’ottimo intorno a

+25/30°C; oltre questo livello l’intensità di molti processi diminuisce e, intorno a

+38/40°C, la temperatura può diventare critica.

L’attività fisiologica delle piante è influenzata dalla differenza tra il regime termico

notturno e quello diurno. Particolarmente importanti sono le temperature notturne, che

possono influire non solo sull’accrescimento totale della pianta, ma anche sullo

sviluppo differenziato dei diversi organi.

Le gemme di molte specie attraversano il periodo invernale in uno stato di quiescenza,

la cui fine presuppone l’esposizione delle gemme stesse, per un certo numero di ore, a

temperature basse: questa condizione è detta fabbisogno di freddo.

Soddisfatta tale esigenza, per arrivare al germogliamento o all’antesi, le gemme

devono superare un ulteriore periodo ( post-dormienza) durante il quale il loro

metabolismo si attiva solo in presenza di adeguati livelli termici: la schiusura delle

gemme avviene cioè dopo che anche il loro fabbisogno di caldo è stato cosi

soddisfatto. Per il fabbisogno in freddo sono stati proposti vari metodi come quello

basato sul numero delle ore durante le quali le gemme devono rimanere esposte a

temperature inferiori a +7°C, per superare la quiescenza (ore di freddo), o quello

basato invece sul cumulo delle unità di freddo occorrenti per interrompere la

quiescenza (C.U. = chilling units).

Per quantificare il fabbisogno di caldo si può ricorrere invece al calcolo delle unità di

caldo (G.D.H. growing degree hours), in base alla formula: G.D.H.= h*(T - 4.5) dove h

è il numero di ore durante le quali la temperatura-ambiente (T) supera +4.5°C.

Il superamento della fase fenologica compresa fra l’antesi e la maturazione dei frutti

richiede il soddisfacimento di un ulteriore, specifico fabbisogno di caldo che

normalmente viene quantificato in termini di somme di temperatura( o accumulo di

gradi-giorno), intendendo con quest’ultima espressione la somma degli scarti fra le

temperature medie giornaliere e un valore-base corrispondente al livello termico di

attivazione dello sviluppo dei frutti.

2.1 Danni da freddo

Oltre certi valori minimi la temperatura diviene critica non solo per lo svolgimento dei

processi fisiologici ma anche per la stessa integrità dei tessuti che possono risultare

più o meno irreversibilmente danneggiati per congelamento. Quando la temperatura

ambientale scende sotto 0°C, può persistere, per un certo tempo, uno stato di

sopraffusione durante il quale l’acqua presente nei tessuti non gela. Questa condizione

è protettiva, poiché previene la formazione del ghiaccio, ma è instabile. Lo stato di

sopraffusione cessa con il formarsi di microcristalli di ghiaccio che agiscono come

nuclei intorno ai quali avviene la ulteriore, rapida formazione di ghiaccio all’interno

delle cellule o negli spazi intercellulari.

Quando il ghiaccio si forma negli spazi intercellulari, aumentando di volume provoca lo

scollamento delle membrane e comprime le cellule. Al risalire della temperatura una

parte dell’acqua viene riassorbita dalle cellule, ma un’altra parte evapora producendo

la morte delle cellule per disidratazione del citoplasma. Ne consegue che spesso il

danno maggiore dipende dal repentino aumento della temperatura dopo che questa è

scesa sotto zero.

Le gelate si distinguono, a seconda dell’epoca in cui si verificano, in invernali e

primaverili( o tardive).

Nel primo caso il freddo colpisce la pianta in condizioni di più o meno intenso riposo,

nel secondo caso nel periodo compreso tra la schiusura delle gemme e l’allegagione.

2.2 Gelate invernali

Le specie a foglia caduca sono più resistenti di quelle sempreverdi. Per gli agrumi

pochi gradi sotto lo zero sono sufficienti a provocare gravi danni. Con temperature

dell’aria basse ma ancora superiori a 0°C, le foglie degli agrumi ingialliscono in seguito

alla degradazione della clorofilla; se la temperatura scende al di sotto dello zero,

insorgono lesioni a carico del mesofillo.

I germogli sono danneggiati da temperature di appena -0.5°C; i frutti di limone da

temperature di -1°C, quelli di arancio e di mandarino -2.5°C. I danni riguardano

l’epicarpo e la polpa, quando la temperatura è molto bassa, sull’epicarpo compaiono

delle aree molli e acquose su cui si insediano facilmente vari funghi.

Quando le temperature sono molto basse i frutti rimangono attaccati agli alberi anche

se danneggiati, mentre quando le minime termiche sono più moderate, i frutti cadono.

L’olivo comincia a essere danneggiato quando la temperatura scende sotto i -5°C,

altre cv. anche a -10°C.

Nelle specie a foglia caduca la resistenza al freddo cresce progressivamente a partire

dall’autunno, grazie alla diminuzione del livello di idratazione dei tessuti. Temperature

di -15°C sono sufficienti per danneggiare le gemme delle piante mediamente resistenti

(pesco), mentre per quelle più resistenti (melo) occorrono temperature di -25°C.

Gli organi più colpiti dal freddo invernali sono le gemme, in particolare quelle a frutto.

Le sottogemme sono più resistenti delle gemme e possono sostituirle e svilupparsi al

loro posto, perciò esse sono dette anche gemme di sostituzione.

Nei rami il midollo e i raggi parenchimatici del legno costituiscono i tessuti più sensibili

alle basse temperature, seguiti dai tessuti corticali e del cambio. I sintomi

macroscopici più frequenti sono rappresentati dalle cosiddette placche di gelo in

corrispondenza di aree necrotiche(lesioni) corticali, e il disseccamento totale o parziale

dei rami stessi sui quali si possono insediare patogeni. Nelle drupacee questi sintomi

possono essere accompagnati da emissioni di gomma.

Sulle branche e sui tronchi possono comparire anche imbrunimenti del legno, fenditure

longitudinali della corteccia e persino del legno, in seguito all’escursione termica fra le

ore notturne e diurne.

Danni più gravi sono rappresentati dal completo distacco della corteccia che può

essere tanto esteso da precludere ogni possibilità di cicatrizzazione.

2.3 Gelate primaverili

In primavera la resistenza delle piante arboree alle minime termiche si riduce

notevolmente per cui sono sufficienti pochi gradi sotto zero per provocare danni agli

organi fiorali e vegetativi. Tale evento ricorre nei cosiddetti giorni di gelo che sono

quelli in cui la temperatura minima è ≤0°C. Questi abbassamenti di temperatura sono

spesso repentini e avvengono in seguito a una delle seguenti circostanze

metereologiche:

- gelata per convezione: è causata dallo spostamento di masse di aria fredda che

affluiscono dalle regioni settentrionali o che defluiscono nei fondivalle delle cime

innevate.

- gelata per irraggiamento: è causata dalla cessione notturna di calore

nell’atmosfera da parte del terreno e della vegetazione, si verifica con assenza di

vento e con cielo sereno.

- gelata per evaporazione: si verifica quando l’umidità relativa dell’aria è bassa

(<80%) e la vegetazione è bagnata. In queste condizioni l’acqua evapora sottraendo

calore ai tessuti sottostanti.

Nelle gelate per irraggiamento sono maggiormente colpiti i fiori e i getti situati nelle

parte più basse degli alberi. Da ciò la tendenza di adottare forme di allevamento alte.

I fiori sono colpiti dal gelo più dei getti. Indicativamente le temperature critiche si

aggirano su:

-4°C, quando le gemme sono appena schiuse e i bocci fiorali sono evidenti

-2.2°C, quando i fiori sono schiusi

0.5/1°C, alla caduta dei petali e al momento dell’allegagione.

Nel caso delle gelate primaverili i mezzi di prevenzione sono basati sul ritardo della

fioritura. Scarso successo ha riscosso l’irrigazione pre-antesi a effetto climatizzante,

nonostante che essa consenta di ritardare la fioritura anche oltre 20 giorni.

Nei riguardi delle gelate primaverili si possono applicare vari sistemi di difesa diretta.

Se le gelate sono per irraggiamento si può intervenire con fumate oppure con nebbie

artificiali a effetto antirradiante. Questo effetto può essere raggiunto bruciando

materiali molto fumogeni o meglio per mezzo dei turbomiscelatori o dei candelotti

antibrina, che provocano la formazione di dense nebbie chimiche.

La crisi energetica è il crescente costo dei prodotti petroliferi hanno pesantemente

condizionato la diffusione della difesa contro le gelate per mezzo del riscaldamento

dell’aria.

In una notte di gelo le perdite orarie di calore possono raggiungere anche 1500 milioni

di calorie/ettaro. Il terreno può cedere ogni ora all’atmosfera sovrastante fino a 750

milioni di calorie/ettaro; ciò significa che per mantenere costante la temperatura

dell’aria, occorre un’integrazione fino a 750 milioni di calorie per ora e per ettaro;

questa interazione può essere fornita dalle apposite stufe antibrina alimentate a olio

combustibile.

I sistemi di difesa attualmente adottati nel nostro paese sono 2: i ventilatori e

l’irrigazione antibrina.

I ventilatori sono costituiti da grandi eliche installate alla sommità di piloni alti 10m,

inclinate di 15° e ruotanti a una velocità di 500-600 giri al minuto. Il principio su cui si

basa questo sistema di difesa è quello di provocare una circolazione forzata in senso

verticale dell’aria più fredda prossima al suolo e di quella più calda dello strato di

inversione termica. L’azionamento dei ventilatori, che può essere automatizzato, inizia

quando la temperatura dell’aria scende a -0.5°C (per i germogli), a -1°C (per i limoni) o

a -2.5°C (arancio). Un’interessante miglioramento è stato di recente apportato si

ventilatori antibrina con l’applicazione di uno speciale dispositivo di irrogazione

(sistema Polyguard-AID) che consente di eseguire anche trattamenti antiparassitari a

largo raggio (circa 100m) e l’irrigazione climatizzante estiva.

L’irrigazione a pioggia antigelo si è diffusa soprattutto nella frutticoltura

Trentino-Alto-Adige. Il principio fisico su cui si basa il sistema è quello della reazione

esotermica che si sviluppa quando l’acqua passa dallo stato liquido allo stato solido:

azionando continuativamente l’impianto d’irrigazione per tutto il periodo in cui la

temperatura dell’aria si trova sotto zero, l’acqua che raggiunge le piante congela

irradiando calore e mantenendo cosi la temperatura dei vari organi inclusi nel ghiaccio

su livelli non pregiudizievoli.

Gli inconvenienti maggiori dell’irrigazione antibrina sono l’eccessivo apporto di acqua

al terreno, con conseguente ristagno d’acqua, e il sovraccarico di ghiaccio sulla

struttura scheletrica degli alberi, con rischio di rottura di rami e di branche.

2.4 Elevate temperature

All’epoca della fioritura, temperature superiori a quelle ottimali richieste per il regolare

compimento del processo fecondativo possono ostacolare la germinazione dei granuli

pollinici. Eccessi termici al momento dell’allegagione, con temperature delle foglie e

dei fiori > +35°C, possono provocare colatura dei fiori a cascola dei frutticini.

Particolarmente gravi sono le conseguenze delle elevate temperature associate a tress

idrico: si tratta del cosiddetto colpo di calore o apoplessia, in seguito al quale le

piante muoiono dopo un rapido e irreversibile appassimento delle foglie. Danni meno

gravi a carico delle foglie e dei frutti sono costituiti dalla comparsa di aree nevrotiche;

questo tipo di danno può interessare anche la corteccia dei rami e delle branche

direttamente esposte all’irraggiamento solare.

Le conseguenze più frequenti e meno vistose sono però connesse sullo svolgimento

dei vari processi fisiologici, con particolare riguardo alla fotosintesi, alle attività

enzimatiche e all’accrescimento.

L’irrigazione soprachioma con acqua nebulizzata può abbassare di alcuni gradi la

temperatura delle foglie grazie all’assorbimento di calore che si verifica durante il

processo di evaporazione.

IDROMETEORE

Sono tutti i fenomeni metereologici per i quali il vapore acqueo atmosferico si

condensa formando le nuvole e precipita allo stato liquido (pioggia), o allo stato solido

(neve, grandine).

1. Pioggia

Le piogge sono essenziali ai fini del reintegro, diretto e indiretto (falde acquifere

sotterranee) della riserva idrica dei terreni. Dovrebbero essere adeguate al consumo

idrico annuale delle singole colture e ben distribuite nelle diverse stagioni. Purtroppo

queste due condizioni non si verificano nel nostro Paese dove le precipitazioni tendono

a essere scarse e irregolari.

Durante l’antesi le piogge insistenti sfavoriscono l’impollinazione e quindi anche la

fecondazione.

Le piogge acide, è un altro problema sottovalutato, costituiscono una delle numerose

conseguenze dell’inquinamento atmosferico. Co tale termine si intendono le

precipitazioni con pH <5,6.

I principali fattori responsabili dell’acidificazione dell’acqua piovana sono l’anidride

solforosa e gli ossidi di azoto che portano alla formazione di acido solforico e di acido

nitrico.

2. Neve

Questa idrometeora può essere pericolosa soprattutto per le piante arboree

sempreverdi a causa del troppo peso a cui le branche rivestite di vegetazione vanno

incontro.

3. Grandine

Particolarmente dannosa per le colture arboree anche perché i suoi effetti non si

esauriscono nell’anno dell’evento ma si protraggono ulteriormente nel tempo.

La grandine è costituita da chicchi di ghiaccio di diverse dimensioni che si formano

all’interno di particolari formazioni nuvolose dette cumulonembi; al loro interno il

vapore acqueo viene trasportato verso l’alto dalle correnti e si mantiene sopraffuso

(liquido): tra i 6.000 e i 10.000m, nello strato detto di accumulazione, le condizioni

sono favorevoli alla genesi e all’accrescimento dei chicchi di grandine che si formano

per l’improvviso congelamento dell’acqua. Ogni chicco è costituito da più strati

concentrici di ghiaccio, alcuni dei quali contengono piccole bolle d’aria.

I danni alle colture variano in base all’epoca e all’intensità della grandinata. Le foglie

possono subire lacerazioni più o meno estese del lembo; i frutti possono riportare

semplici ammaccature, vere e proprie lesioni a carico dell’epicarpo e del mesocarpo, o

persino l’abscissione traumatica dei frutti stessi.

La difesa antigrandine è da tempo oggetto di studio. Gli interventi oggi attivi sono:

-CANNONI A ONDA D’URTO. I cannoni antigrandine consistono in un lungo tubo

tronco-conico verticale e in una camera di scoppio entro cui viene provocava, ogni

5-10 sec, un’esplosione di gas, con formazione di un’onda sonora che dovrebbe avere

la proprietà di frantumare i chicchi di grandine.

-RAZZI ESPLODENTI. Questo metodo di difesa si basa sull’effetto di cavitazione

secondo il quale un chicco di grandine esposto a un’onda d’urto capace di sviluppare

una pressione di almeno 20 millibar si disgrega per la sovrappressione indotta nelle

bolle d’aria presenti nei chicchi di grandine.

-NUCLEAZIONE ARTIFICIALE. Si basa sul fatto che aumentando la densità dei nuclei

glaciogeni all’interno dei cumulo-nembi si dovrebbero formare solo chicchi di grandine

più piccoli anche se più numerosi e quindi innocui per le colture. Come materiale

nucleare è stato usato finora ioduro d’argento.

Le tecniche di intervento per l’inseminazione artificiale dei cumulo-nembi sono di tipo

esterno e interno: le prime utilizzano i generatori a terra o il mezzo aereo, le seconde

speciali razzi o granate.

-RETI ANTIGRANDINE. Rappresentano attualmente il metodo di difesa più valido dal

punto di vista tecnico in quanto offrono le migliori garanzie di salvaguardia delle

colture da esse protette. I problemi riguardanti l’uso delle reti sono le modificazioni

indotte nel microclima dello spazio sottostante, con particolare riguardo alla

temperatura e alla disponibilità di energia radiante.

UMIDITA’ ATMOSFERICA

L’umidità atmosferica condiziona l’intensità della traspirazione, è molto importante

anche dal punto di vista fitosanitario, protegge le piante da attacchi fungini. Una

elevata umidità relativa può però provocare “rugginosità” dei frutti.

VENTO

Il vento è il risultato di correnti d’aria, che si spostano a velocità variabile. Con il

termine di brezze si definiscono i venti di moderata intensità (<25 km/h); vento forte

quando la sua velocità non supera i 70km/h; i venti oltre i 100 km/h sono gli uragani,

capaci di sradicare o spezzare gli alberi.

I venti che spirano con costanza nella stessa direzione provocano uno sviluppo

asimmetrico della chioma degli alberi che tendono a inclinarsi e ad accrescere

maggiormente in direzione opposta del vento.

Le forme di allevamento e le modalità di piantagione influiscono sul comportamento

dei flussi d’aria in conformità dei principi dell’aerodinamica. Il tendone oppone una

bassa resistenza al vento, al pari delle pareti verticali strette (controspalliere)

orientate nella stessa direzione del vento. Se gli alberi allevati a controspalliera sono

però disposti in filari orientati in direzione ortogonale a quella del vento, allora vanno

incontro all’effetto vela. Con gli alberi allevati a vaso, a globo o a piramide le correnti

d’aria che filalo parallelamente al terreno passano tra un albero e l’altro. Nelle zone

soggette a venti persistenti o inquinanti, gli alberi da frutto debbono essere protetti da

adeguate cortine frangivento, che inizialmente possono essere dei semplici canneti,

stuoie o reti di plastica, ma successivamente devono essere costituite da filari di

alberi, che assolvono in modo soddisfacente una funzione protettiva contro i venti.

L’impiego dei frangiventi comporta però alcuni problemi:

- occupazione di una parte di terreno, che viene sottratta alle colture

- competizione radicale tra i frangiventi e i limitrofi alberi da proteggere

- modificazioni del microclima

- possibile diffusione di malattie e di insetti nocivi ospitati dai frangivento.

INQUINAMENTO ATMOSFERICO

Le fonti di inquinamento sono tante e varie: possono essere localizzate, come nel caso

di impianti industriali; lineari (strade di grande traffico), oppure ancora diffuse (grandi

agglomerati urbani).

Le principali sostanze inquinanti sono: l’anidride solforosa, gli ossidi di azoto, i

composti del fluoro, l’ozono, l’acido cloridrico, i metalli pesanti.

I sintomi dell’inquinamento atmosferico riguardano specialmente le foglie sulle quali

compaiono decolorazioni del lembo seguite da necrosi.

PROPAGAZIONE

1. RIPRODUZIONE

In arboricoltura si propagano per seme (riproduzione) le specie forestali e i portinnesti

dei frutteti, generalmente detti “franchi”.

Morfologia e struttura seme: il seme delle Angiosperme è costituito dall’embrione,

dagli organi di riserva e dai tessuti di protezione.

L’embrione deriva dallo zigote che a sua volta si forma dall’unione dell’ovocellula del

gametofito femminile con uno dei due nuclei generativi del polline.

Gli organi di riserva sono rappresentati dall’endosperma (albume) che deriva dalla

fusione dei due nuclei aploidi del sacco embrionale con il secondo nucleo generativo

del polline ed è quindi triploide. L’endosperma è inizialmente liquido e tale permane

(ad es. nelle noci di cocco); in generale può essere sostituito dai cotiledoni che

assumono la funzione di organi di riserva. Endosperma e cotiledoni contengono

carboidrati, composti azotati, lipidi, fitoregolatori endogeni.

I tessuti di protezione sono rappresentati dai tegumenti seminali che assumono un

certo spessore e una consistenza cuoiosa.

I semi delle Gimnosperme sono “nudi” e inseriti alla base di squame carpellari, l

‘embrione è provvisto di numerosi cotiledoni.

Apomissia e poliembrionia

In alcune specie la formazione dell’embrione può avere luogo senza che sia

intervenuta la fecondazione (apomissia). I semi contengono allora embrioni che si

originano per via vegetativa dall’ovocellula oppure da cellule della nucella ( il corpo

o dei tegumenti (embrioni nucellari o tegumentali). Negli agrumi

centrale dell'ovulo)

ricorre la poliembrionia, cioè la formazione, nello stesso seme, di più embrioni, uno dei

quali gamico e gli altri invece nucellari.

Aborto seminale e semi “doppi”

Con il termine di aborto seminale si intende il fenomeno che porta alla formazione di

semi privi di embrione e costituiti dal solo involucro. Nelle pomacee esso si manifesta

con la formazione di “semi vani”, cioè di semi più o meno atrofici (riduzione del peso e

volume di organi o tessuti causata dalla diminuzione del numero di cellule).

Le cause dell’aborto seminale sono: sterilità genica o insufficiente afflusso dei

metaboliti al seme nel corso della sua formazione.

In contrapposto ai semi vani si collocano i “semi doppi”, che presentano 2 embrioni

gamici. Questi embrioni derivano da ovuli contenenti due ovocellule che vengono

entrambe fecondate da due diversi granuli pollinici.

Aspetti genetici

Nel caso delle specie arboree i semi danno origine a individui genotipicamente e

fenotipicamente diversi fra loro e rispetto alle piante che li hanno generati. Questo

fatto dipende da vari fattori: l’elevato grado di eterozigosi che caratterizza le predette

specie; la frequenza con cui esse sono soggette alla eteroimpollinazione; la

complessità dei meccanismi con cui viene tramandata alle discendenze gamiche la

maggior parte dei caratteri morfologici.

Aspetti morfogenetici

Le piante arboree propagate per seme attraversano, nelle prime fasi del loro sviluppo,

uno stadui evolutivo transitorio, detto giovanile, nel corso del quale presentano

caratteristiche fisiologiche e morfologiche assai diverse da quelle proprie dello stadio

adulto. La più importante è la totale sterilità che si manifesta nella sua più radicale

espressione di incapacità a differenziare gemme fiorifere.

Le forme giovanili dei semenzali delle piante arboree sono spesso caratterizzate anche

da particolarità morfologiche: i rami hanno un portamento più aperto di quello delle

forme adulte; le foglie sono più piccole; i tessuti corticali sono meno sviluppati delle

forme adulte; i rami delle forme giovanili risultano relativamente più scarsi di sostanze

di riserva e più ricchi di lignina e di emicellulosa.

Particolarità fisiologica meritevole di attenzione per i suoi riflessi applicativi nel campo

della moltiplicazione è l’attitudine rizogena più elevata delle forme giovanili rispetto a

quelle delle forme adulte: le talee ottenute dai rami giovanili radicano infatti più

facilmente.

Aspetti sanitari

Uno dei vantaggi della riproduzione è rappresentato dal fatto che i virus e i micoplasmi

di cui le piante genitrici possono essere affette si trasmettono in misura molto limitata

alle discendenze gamiche. I portainnesti “franchi” costituiscono un materiale di

propagazione sufficientemente valido sotto il profilo sanitario.

Aspetti fisiologici: dormienza e germinazione dei semi

Nel corso della loro formazione i semi costituiscono centri di crescente richiamo dei

metaboliti che vi affluiscono sotto l’effetto polarizzante del flusso auxinico che

proviene dagli embrioni. Dalle foglie i carboidrati migrano ai semi e si accumulano

nell’endosperma e nei cotiledoni. dopo essere stati polimerizzati nei composti di

riserva (amido, proteine). Nello stesso tempo l’attività auxinica degli embrioni

diminuisce progressivamente e, al termine del ciclo di fruttificazione, nei semi

affluiscono inibitori (acido abscissico). Questi cambiamenti biochimici inducono una

transitoria condizione di latenza fisiologica degli embrioni in virtù della quale i semi

permangono quiescenti (dormienza embrionale). La cessazione della quiescenza è

accompagnata dalla diminuzione degli inibitori e dall’aumento dei promotori. In

definitiva la quiescenza embrionale è influenzata da un equilibrio fra inibitori (ABA) e

promotori (auxine, citochinine, gibberelline).

Durante il periodo di quiescenza, anche detto post-maturazione, i semi hanno una

elevata capacità di sopravvivenza espressa dalla prolungata persistenza della loro

germinabilità.

Una volta superata la quiescenza embrionale lo sviluppo del seme dipende dalla

presenza di adeguate condizioni di temperatura e umidità, dal grado di permeabilità

dell’involucro nei confronti dell’acqua, dell’ossigeno e dell’anidride carbonica.

Alcuni semi caratterizzati da un tegumento duro e compatto trovano difficoltà a

germinare o perché si idratano molto lentamente, o perché l’ossigeno stenta a

raggiungere l’embrione.

La durata della facoltà germinativa è molto influenzata dalle condizioni che

accompagnano la conservazione dei semi e varia da pochi giorni a qualche anno, in

generale dura solo alcuni mesi.

Con la revoca della quiescenza embrionale ha inizio la fase di attivazione dei processi

metabolici, caratterizzata: da una intensificazione dell’attività degli enzimi, da un

aumento della respirazione cellulare, dall’idrolisi delle sostanze di riserva e dal

conseguente loro afflusso ai meristemi embrionali che si sono accresciuti per

distensione cellulare; il processo prosegue poi con l’avvio della fase mitotica durante

la quale i meristemi embrionali si accrescono per divisione cellulare e si conclude con

la fase di avanzamento, nel corso della quale il fusticino (epicotile) e la radichetta

(ipocotile) escono fuori dall’involucro e danno origine alla plantula. Questa può

svilupparsi secondo due diversi modelli: quello della germinazione epigea nella quale

l’ipocotile si allunga e spinge fuori dal terreno i cotiledoni, e quello della germinazione

ipogea nella quale i cotiledoni rimangono nel terreno dal quale emerge solo il fusticino.

Trattamenti per favorire la germinazione

L’applicazione delle gibberelline ai semi quiescenti ne modifica il quadro ormonale

permettendo una pronta germinazione. I semi con tegumento resistente e compatto

vengono sottoposti, prima della semina, a trattamenti atti a facilitare la reidratazione

e gli scambi gassosi attraverso il loro involucro. I trattamenti più comuni sono:

-immersione in acqua calda, con il duplice compito di favorire l’intenerimento dei

tegumenti e l’eliminazione degli inibitori.

-scarificatura meccanica o chimica, trattamenti atti a rompere l’involucro o a renderlo

più permeabile.

Epoca e modalità di semina, cure ai semenzali

Nelle regioni caratterizzate da inverni lunghi e rigidi, si preferisce la semina

primaverile a quella autunnale, considerato che la germinazione si aggira intorno a

+15°C. La semina viene effettuata in semenzaio, che può essere un appezzamento

all’aperto, oppure una parcella riparata, ed eventualmente con il substrato di semina

riscaldato (letto caldo). I semi minuti vengono distribuiti sul terreno a spaglio,

mescolati a sabbia. Per i semi voluminosi si preferisce la semina a righe. Per l’olivo si

pratica la semina a strisce.

Per ottenere un soddisfacente sviluppo dei semenzali è molto importante ka

preparazione del letto di semina che deve essere ben drenato, soffice, aerato, in grado

di conservare un giusto grado di umidità, fertile ed esente da patogeni e insetti. Dopo

l’emergenza dei semenzali dal terreno un intervento caratteristico è la ripicchettatura,

cioè il loro trapianto in altro settore del vivaio in modo da evitare che crescano a

distanza eccessivamente ravvicinata.

Embriocoltura

L’allevamento in vitro degli embrioni è una tecnica di laboratorio usata nel

miglioramento genetico principalmente per i seguenti scopi:

-assicurare la sopravvivenza di embrioni destinati ad abortire

-superare la quiescenza fisiologica degli embrioni e provocare un loro più sollecito

sviluppo

-assicurare la sopravvivenza degli embrioni gamici dei semi poliembrionici

-ottenere cloni nucellari da ovuli non sviluppati

-provocare lo sviluppo di embrioni nucellari in semi monoembrionici

L’embriocolrura è stata finora impiegata soprattutto nel miglioramento genetico del

pesco, degli agrumi e di alcune specie forestali (conifere).

2. MOLTIPLICAZIONE

La moltiplicazione (o propagazione agamica), si basa sull’attitudine che vari organi

vegetativi di una pianta hanno di formare radici (moltiplicazione per autoradicazione),

oppure di unirsi fra loro (innesto) in modo da dare origine a un nuovo individuo. La

propagazione agamica interessa sia i portinnesti che le cultivar. Con quest’ultimo

termine (cv.) si intende: ciascun gruppo di individui coltivati che si distingue per

particolari caratteri morfologici, fisiologici, fenologici e produttivi.

Rispetto alla riproduzione la moltiplicazione offre 2 vantaggi:

1. ottenere piante che non debbano superare un lungo stadio giovanile e che possono

quindi iniziare a fruttificare assai precocemente.

2. ottenere discendenze omogenee dal punto di vista genetico e identiche alla pianta

da cui il materiale di propagazione è stato prelevato.

Per contro, a queste stesse discendenze agamiche vengono trasmesse le eventuali

malattie virali di cui le piante-madri possono essere affette. La fedeltà con cui vengono

trasmessi con la moltiplicazione i caratteri delle piante-madri alle loro discendenze

agamiche trova eccezione nella “topofisi, nelle chimere d’innesto e nella mutagenesi”.

Topofisi

E’ l’influenza esercitata dalla zona della pianta da cui viene prelevato il materiale di

moltiplicazione (talee, marze), sulle caratteristiche delle piante che da questo

materiale derivano.

Chimere d’innesto

Il termine chimera viene usato per definire piante che derivano da gemme avventizie

insorte in corrispondenza del punto d’innesto; esse quindi presentano caratteristiche

sia del portinnesto sia del nesto.

Mutazioni gemmarie

Possono essere spontanee o indotte, la loro insorgenza comporta sostanziali modifiche

nell’assetto genetico delle gemme alle quali è affidato il compito della propagazione.

Queste modifiche possono riguardare il genoma (mutazioni genomiche), con

conseguenti modificazioni del numero dei cromosomi (ploidia), oppure singoli

cromosomi (mutazioni cromosomiche), oppure ancora singoli geni (mutazioni

geniche). A seconda del momento in cui la mutazione insorge, il meristema gemmario

può risultare mutato, secondo uno dei modelli sopra descritti; nel primo caso si parla

di mutazione totale, nel secondo l’apice gemmario risulta costituito da tessuti normali

e da tessuti mutati (mutazioni dette anche citochimere autogene). Esse vengono poi

distinte in periclinali, mericlinali e settoriali, a seconda della reciproca disposizione dei

tessuti mutati nei confronti di quelli normali.

Le mutazioni gemmarie, in particolare quelle geniche, insorgono spontaneamente

sotto l’effetto di stimoli esterni, quali ad esempio stress idrici e termici, drastici

interventi di potatura, ecc.

La frequenza mutagena varia da specie a specie: elevata negli agrumi e nel melo.

Le mutazioni tendono per lo più a essere regressive, a introdurre cioè nelle

discendenze agamiche caratteristiche di scarso pregio o addirittura negative. La

possibilità di ottenere artificialmente mutazioni gemmarie è stata da tempo utilizzata,

dapprima con interventi chimici, poi con quelli fisici.

Per indurre mutazioni per via chimica le gemme vengono trattate con sostanze capaci

di alterare i processi cariocinetici dei meristemi gemmari o di indurre mutazioni

geniche. Il più classico mutageno chimico è la colchicina. I trattamenti mutageni fisici

sono basati su radiazioni ionizzanti (raggi X e ϒ) capaci di provocare cambiamenti

nella struttura del DNA e quindi mutazioni cromosomiche o geniche.

Nel miglioramento genetico l’isolamento di mutazioni gemmarie naturali o indotte

costituisce una valida alternativa all’incrocio: la mutagenesi permette infatti di

ottenere i risultati perseguiti in un tempo più breve, non dovendosi attendere, come

nell’incrocio, il superamento della fase giovanile dei semenzali; essa consente poi di

introdurre codici genetici nuovi.

Ogni nuova cultivar ottenuta per mutagenesi o incrocio corrisponde a un clone: essa si

definisce pertanto monoclonale.

In seguito alla ripetuta insorgenza di mutazioni gemmarie naturali una cv. finisce per

comprendere più cloni e diviene cosi una cultivar-popolazione.

La selezione clonale è il metodo di miglioramento genetico ricolto alla individuazione,

valutazione e scelta dei cloni appartenenti a una determinata cultivar-popolazione.

Nelle sue linee essenziali la selezione clonale comprende le seguenti fasi:

-individuazione di un certo numero di individui che presentano caratteristiche

morfologiche, fisiologiche, fenologiche e produttive diverse

-moltiplicazione dei predetti individui e allevamento delle loro discendenze in campi di

comparazione clonale

-selezione dei cloni e loro conservazione

E’ evidente che la selezione clonale consente di eliminare da una cv. eventuali difetti

acquisiti in seguito a eventi mutageni pregressi e di valorizzare eventuali pregi

acquisiti per analoga via.

Oltre che alla vite, la selezione clonale è stata applicata a varie altre specie arboree da

frutto (agrumi, pesco, melo e olivo).

Moltiplicazione per talea

La talea è una porzione distaccata di pianta, provvista di gemme caulinari e indotta a

emettere radici; la talea radicata si chiama barbatella.

In arboricoltura sono usate per questo tipo di moltiplicazione porzioni di ramo o di

branca (talee legnose), porzioni di germoglio più o meno lignificate (talee erbacee o

semi-legnose) e porzioni di radici (talee radicali). Le talee erbacee e quelle

semi-legnose sono provviste di foglie.

Particolari tipi di talee legnose sono il magliolo e la zampa di cavallo. Il primo è

costituito da un ramo provvisto di un piccolo segmento della branca su cui era inserito.

Il secondo è costituito da un ramo reciso con un taglio raso in corrispondenza della sua

inserzione.

Un altro particolare tipo di talea legnosa è quello che si può ricavare dalle ceppaie

degli alberi adulti. Si tratta di caratteristiche masse iperplastiche, dette ovuli.

Rizogenesi: aspetti istologici e fisiologici

Il processo di rizogenesi (formazione delle radici avventizie) è un episodio

caratterizzante e decisivo della propagazione per talea. Dal punto di vista anatomico

questo processo consiste nell’organizzazione di iniziali radicali che si trasformano in

primordi radicali; questi si accrescono, attraverso la corteccia ed erompono all’esterno

mentre all’interno si collegano con il sistema conduttore (floematico e xilematico) della

talea.

L’attitudine rizogena varia da specie a specie: alcune radicano molto facilmente

poiché posseggono iniziali radicali preformate nei rami e nelle branche. In alcuni casi i

primordi radicali presenti nei rami e nelle branche erompono addirittura dalla

corteccia.

La radicazione delle talee può risultare però soddisfacente anche quando le iniziali

radicali non sono preformate; è tuttavia necessario che esse si differenzino in un

tempo tanto breve da prevenire i processi fisiologici che sono competitivi verso la

rizogenesi o pregiudizievoli per la sopravvivenza delle talee stesse.

Per molte specie un elevata percentuale di radicazione p conseguibile solo applicando,

nel taleaggio, particolari accorgimenti atti a ovviare agli effetti dei predetti fattori

negativi, oppure ricorrendo alle tecniche alternative di moltiplicazione per

autoradicazione.

La struttura anatomica della corteccia può influire sulla capacità rizogena delle talee.

Nell’olivo è stato riscontrato che l’emissione delle radici può essere correlata con

l’estensione delle aree sclerenchimatiche pericicliche presenti tra il floema e il

parenchima corticale.

Altra dimostrazione degli effetti della struttura della corteccia sulla rizogenesi è fornita

dagli sperimenti che sono stati condotti su varie specie. Anche la struttura del legno

sembra avere influenza sul potere rizogeno delle talee. Nelle talee di germoglio, di

ramo o di branca le radici si formano sempre alla base con un comportamento

tipicamente polare. L’inversione della polarità influisce negativamente sulla

formazione delle radici.

La differenziazione delle iniziali radicali è preceduta da importanti modificazioni del

quadro ormonico e nutrizionale delle talee. In tale quadro un ruolo fondamentale è

svolto dai fitoregolatori endogeni, in primo luogo dalle auxine (IAA). Queste si formano

nelle gemme presenti nella parte distale della talea e migrano, in senso basipeto

(verso la base), attraverso il floema, per concentrarsi alla base della talea stessa

determinandovi cosi la formazione delle iniziali radicali.

La soppressione delle gemme o delle foglie impedisce la formazione delle radici, la

capacità rizogena può però essere ripristinata somministrando IAA alle talee

degemmate. La decorticazione anulare delle talee induce la formazione di radici al di

sopra dell’anello di corteccia asportato.

Il meccanismo ormonico della rizogenesi è molto complesso: insieme alle auxine

intervengono diversi cofattori e altri fitoregolatori, tra i quali anche alcuni inibitori.

Nelle talee caratterizzate da una scarsa capacità rizogena il contenuto in IAA tende a

essere assai basso, mentre sono presenti quantità relativamente alte di inibitori.

Il processo di rizogenesi può essere distinto in 2 fasi: una preparatoria e una più

avanzata, nel corso della quale il livello auxinico alla base delle talee scende su livelli

molto bassi.

Controverso è il ruolo delle gibberelline, perché gli effetti di questi ormoni variano da

momento a momento nel corso della rizogenesi: infatti, in una prima fase le

gibberelline influiscono negativamente, mentre in un secondo momento (nella fase

della differenziazione dei primordi), possono esercitare invece un effetto di stimolo.

Anche l’etilene può esaltare la formazione delle radici da parte delle talee.

La rizogenesi è invece contrastata dagli inibitori, la cui eliminazione per immersione in

acqua della base delle talee, comporta un incremento del numero delle barbatelle

ottenibili e un maggiore sviluppo delle radici. All’immersione in acqua delle talee è

stata peraltro attribuita anche una specifica funzione nel favorire l’accumulo

dell’etilene all’interno delle talee stesse e quindi lo stimolo rizogeno.

La centrifugazione basipeta delle talee ha portato qualche chiarimento al complesso

meccanismo ormonico della rizogenesi; il favorevole effetto di tale trattamento p stato

attribuito alla eliminazione delle gibberelline e degli inibitori, oltre che a una maggiore

traslocazione delle auxine verso la base delle talee. Prolungando però il trattamento,

la capacità rizogena diminuisce in quanto comincia anche l’eliminazione delle auxine.

Altri importanti fattori intrinseci che regolano la formazione delle radici avventizie

nelle talee sono connessi con lo stato nutrizionale degli organi destinati alla

propagazione. L’attitudine rizogena è influenzata dall’età delle talee. Le talee erbacee,

fisiologicamente più attive e istologicamente più predisposte ai processi di

differenziazione delle iniziali radicali, sono più idonee a emettere radici; d’altra parte

esse sono più esigenti di quelle legnose nei confronti delle condizioni ambientali: le

talee erbacee traspirano intensamente e, in assenza di radici, vanno rapidamente

incontro a stress idrici e facilmente soccombono.

Per quanto riguarda le talee legnose, in generale radicano meglio quelle di ramo;

nell’olivo, invece, l’attitudine rizogena aumenta con l’età degli organi adibiti

all’allestimento delle talee per cui radicano le talee di branca piuttosto che quelle di

ramo.

Una notevole influenza sul potere rizogeno delle talee è esercitato anche dalle

condizioni fisiologiche delle piante-madri da cui viene prelevato il materiale di

propagazione.

Le talee presentano sistematiche variazioni stagionali della radicazione, in evidente

rapporto con il mutare del quadro ormonico e nutrizionale dei rami destinati alla loro

preparazione, e in particolare, con il grado di quiescenza fisiologica delle loro gemme

durante il periodo di riposo autunno-invernale. Di solito le talee legnose prelevate in

autunno radicano meglio di quelle prelevate nel pieno dell’inverno. L’attitudine

rizogena delle talee è inoltre influenzata dall’età delle piante-madri. In generale le

talee prelevate da piante giovani radicano meglio di quelle provenienti da piante

adulte della stessa specie; le tecniche di ringiovanimento, il pre-eziolamento dei rami

e le stesse pratiche colturali dirette a esaltare l’attività vegetativa delle piante-madri si

traducono in un incremento della potenzialità rizogena delle talee.

Tecniche di taleaggio

Nel caso delle specie provviste di iniziali radicali preformate o dotate di una elevata

attitudine rizogena la tecnica della propagazione per talea è molto semplice e consiste

nella propagazione di talee legnose che vengono prelevate durante l’inverno e

conservate stratificate o in appositi ambienti refrigeranti fino al momento della

piantagione che a luogo alla fine dell’inverno. La lunghezza delle talee è di 15-30cm

ma può essere anche maggiore. Negli ambienti mediterranei per la vite si preferiscono

talee piuttosto lunghe 40-60cm.

Le talee vengono piantate nel barbatellaio dopo aver lavorato e concimato il terreno. Il

piantamento può essere eseguito infiggendo direttamente la parte basale delle talee

nel substrato di radicazione oppure aprendo nel terreno dei solchi paralleli, disponendo

le talee appoggiate alla parete di ciascun solco e quindi richiudendo quest’ultimo e

comprimendo il terreno contro la base delle talee.

Interventi rizogeni

La conoscenza dei rapporti che intercorrono fra fitoregolatori endogeni e rizogenesi ha

da tempo suggerito la possibilità di stimolare questo processo con trattamenti a base

di sostanze aventi una specifica azione promotrice. Numerosi sono i composti

sperimentati: accanto alle auxine (IAA) sono state studiate altre sostanze quali l’acido

beta-indolbutirrico (IBA), l’acido 2,4-diclorofenossiacetico (2,4-D), l’acido

alfa-naftalenacetico (NAA) ecc. La migliore efficacia è esplicata dall’IBA.

Purtroppo l’impiego delle sostanze rizogene presenta un’ampia variabilità d’effetto. In

primo luogo si deve chiarire che i trattamenti con queste sostanze possono al massimo

amplificare una latente potenzialità rizogena ma non crearla ex-novo. D’altra parte

sono stati segnalati frequenti casi in cui i trattamenti rizogeni hanno ridotto la

percentuale di radicazione delle talee, in seguito a interazioni negative fra

fitoregolatori esogeni e fitoregolatori endogeni. La percentuale di radicazione delle

talee può variare anche in senso negativo quando la concentrazione delle sostanze

rizogene supera il punto critico che segna l’inversione di tendenza della loro attività

biologica.

I prodotti rizogeni vengono normalmente somministrati in soluzioni idroalcoliche nelle

quali la concentrazione del principio attivo può variare da 1.500 a 2.000 ppm (per

trattamenti rapidi) e da 20 a 200 ppm (per trattamenti più intensi). I dosaggi più

elevati sono riservati alle talee legnose, quelli più bassi alle talee erbacee.

L’applicazione delle sostanze rizogene comporta importanti variazioni nel quadro

fisiologico e nutrizionale delle talee trattate che consumano una maggiore quantità di

carboidrati e respirano velocemente. Le condizioni microambientali devono quindi

tenere conto di questi cambiamenti e assicurare alle porzioni basali delle talee un

adeguato livello termico e una sufficiente aereazione dei substrati.

Però i vari prodotti rizogeni, da soli, non sono in grado di risolvere in modo adeguato il

complesso problema della radicazione delle talee.

I trattamenti rizogeni sono utili, soprattutto se integrati dall’applicazione di altri

interventi, quali il riscaldamento basale e la nebulizzazione, che agiscono sui fattori

microambientali e che concorrono a elevare la potenzialità rizogena delle talee.

La tecnica del riscaldamento basale, inizialmente applicata alle talee legnose ma

successivamente estesa anche a quelle semilegnose ed erbacee trattate con la

nebulizzazione, consiste nel sottoporre la base delle talee a riscaldamento, in modo da

sollecitare la formazione delle radici.

Le talee vengono disposte in cassoni sul cui fondo è sistemato un cavo termoelettrico

o un sistema di tubazioni nelle quali circola acqua calda. Il substrato è mantenuto a

una temperatura di circa 20-22°C, mentre la temperatura atmosferica in prossimità del

suolo si aggira su valori molto più bassi (5-10°C). Grazie al costituirsi di un gradiente

termico le radici possono svilupparsi prima dei germogli.

Per le talee erbacee e semilegnose, provviste entrambe di foglie, viene applicata la

tecnica della nebulizzazione; deriva da quella della umidificazione, che consiste nel

mantenere le talee in un ambiente saturo di umidità mediante appositi umidificatori. In

queste condizioni le talee riducono notevolmente l’intensità della loro traspirazione,

non appassiscono e sviluppano le radici avventizie. Per raggiungere un elevato grado

igrometrico le talee sottoposte a umidificazione devono essere poste in un ambiente

confinato, ma in queste condizioni, la temperatura raggiunge facilmente livelli molto

elevati e quindi dannosi. Con la nebulizzazione le talee vengono invece irrorate a

intermittenza con acqua aerosolizzata, in modo da controllare sia l’intensità della loro

traspirazione sia anche la loro temperatura interna.

La nebulizzazione può essere praticata sia in serra sia all’aperto; il funzionamento

intermittente dell’impianto è regolato da vari dispositivi. Il substrato di radicazione

deve essere ben drenato, per evitare dannosi ristagni idrici, in esso è possibile

installare cavi termoelettrici per sottoporre le talee a riscaldamento basale. L’acqua

usata per la nebulizzazione deve essere non calcarea ed esente da impurità per

evitale l’ostruzione degli ugelli.

Le barbatelle che si ottengono con la tecnica della nebulizzazione non possono essere

trasferite immediatamente dall’ambiente condizionato in cui sono rimaste per tutta la

durata del trattamento all’ambiente esterno.

Per evitare gravi crisi di trasferimento, esse devono essere adeguatamente

“acclimatate”, allungando progressivamente l’intervallo tra una nebulizzazione e

l’altra e quindi mantenendole per un certo tempo in luogo ombreggiato. Opportuno è

anche fare radicare le talee in contenitori trasportabili in modo da evitare danni di

trapianto al delicato sistema radicale appena formato.

3. MICROPROPAGAZIONE

E’ una tecnica di moltiplicazione basata sulla totipotenza ( proprietà di una singola cellula

organogenetica delle cellule vegetali e consiste

staminale di svilupparsi in un intero organismo)

nell’allevare in vitro, su appositi substrati, cellule isolate, porzioni più o meno

circoscritte di meristemi gemmari, apici vegetativi all’inizio del loro sviluppo o

piccolissime talee erbacee unigemme (microtalee).

Il materiale di partenza usato nella micropropagazione delle piante arboree è costituito

da porzioni apicali di germogli in attiva crescita, oppure da gemme o da frammenti di

apici meristematici. A questi ultimi si ricorre quando si cerca anche di ottenere

plantule esenti da virus.

Il protocollo della coltura in vitro si divide in diverse fasi:

-sterilizzazione di superficie: il materiale vegetale da cui si intende ricavare gli espianti

viene disinfettato in modo da prevenire possibili attacchi di patogeni

-esecuzione degli espianti: vengono collocati in recipienti di coltura contenenti il

substrato agarizzato (da agar, preparazione di terreno attraverso una sostanza

estratta da alcune specie di alghe marine)

-proliferazione degli espianti: le colture sono mantenute in celle climatiche alla

temperatura di 20-25°C e sottoposte a un illuminamento di 3.000-5.000 lux; in queste

condizioni i singoli espianti proliferano generando germogli avventizi o ascellari che,

dopo circa 2 mesi sono pronti per essere suddivisi e trasferiti su nuovi substrati

-radicazione dei germogli

-acclimatazione e trapianto: è la fase finale del processo, durante la quale le plantule

radicate vengono gradualmente preparate al cambiamento delle condizioni

ambientali: da quelle rigorosamente controllate e uniformi della coltura in vitro, a

quelle estremamente variabili della coltura in campo.

L’evoluzione morfogenetica degli espianti è regolata dalla composizione dei substrati e

dalla loro componente ormonale. I substrati usati nella fase di proliferazione e in quella

di radicazione contengono agar, Sali minerali, zuccheri, vitamine, amminoacidi e

fitoregolatori.

Nella fase di proliferazione la presenza nel substrato delle citochinine è essenziale per

stimolare la formazione di nuovi germogli.

Nella fase di radicazione in substrato non contiene invece citochinine, le gibberelline

vengono ridotte, mentre il dosaggio delle auxine è aumentato per indurre la

differenziazione delle iniziali radicali.

Ai fini del successo della micropropagazione, è di notevole importanza l’età fisiologica

degli organi destinati a fornire gli espianti: i migliori risultati si ottengono infatti

quando questi ultimi vengono prelevati da alberi in stadio giovanile o da rami con

caratteristiche giovanili.

Il processo di proliferazione non viene protratto all’infinito, per due ragioni

sostanzialmente: la progressiva perdita della capacità morfogenetica da parte della

matrice e soprattutto il rischio dell’insorgere di mutazioni che è tanto più limitato

quanto minore è il numero dei trapianti effettuati.

Una fase molto delicata della micropropagazione è quella finale del trasferimento delle

microbarbatelle dalla coltura in vitro a quella in campo. L’acclimazione delle plantule

radicate richiede dai 20 ai 40 giorni e si compie modificando con molta gradualità i

parametri tecnici e igrometrici dell’ambiente in cui il materiale di propagazione

prodotto in vitro viene temporaneamente conservato.

I principali vantaggi della micropropagazione sono:

-uso di una sola o poche piante-madri

-ottenere un elevato numero di piante in uno spazio ristretto e in breve tempo

-regolare i programmi della produzione vivaistica in modo del tutto svincolato dalla

rigorosa periodicità dei cicli colturali di campo

-ottenere piante esenti da virus operando con certe precauzioni

La micropropagazione ha finora trovato applicazione in arboricoltura soprattutto per

moltiplicare i portinnesti caratterizzati da un’insoddisfacente attitudine rizogena.

La coltura in vitro può essere vantaggiosamente adottata anche per promuovere la

variabilità genetica (mutagenesi) sfruttando la sensibilità delle gemme all’azione

mitoclastica degli agenti mutageni; può essere utile nella conservazione delle “risorse

genetiche” (germoplasmi), ossia di quei biotipi che tendono a essere eliminati dalla

coltura: essi possono infatti essere conservati in vitro.

4. PROPAGAZIONE PER POLLONI RADICATI, MARGOTTA E PROPAGGINE

In tutti questi metodi di moltiplicazione, le radici si formano su germogli o si rami

ancora uniti alla pinta-madre; ciò consente un prolungato apporto di acqua e di

sostanze nutritive agli organi predestinati alla produzione di barbatelle. Questi metodi

di autoradicazione sono più complicati del semplice taleaggio e a essi si ricorre per

moltiplicare specie che presentano una limitata capacità rizogena.

Quando gli organi destinati alla propagazione sono dei germogli, molto importante è

l’effetto di eziolamento (alterazioni subite per la mancanza di luce) della loro zona

basale in conseguenza del fatto che questa zona è normalmente ricoperta dal terreno.

Nella zona eziolata si accumulano i fitoregolatori endogeni, i tessuti corticali sono più

spessi e più ricchi di parenchima, le fibre pericicliche presentano una distribuzione più

vasta.

Polloni radicati

Questo metodo di propagazione sfrutta il potere rizogeno dei polloni che alcuni alberi

da frutto e da legno emettono spontaneamente dalle radici o dal colletto. Il loro

impiego oggi è diminuito rispetto al passato, per le difficoltà legate con il reperimento

del materiale di propagazione.

Margotta viene ottenuta applicando, intorno a un ramo, un involucro

MARGOTTA AEREA:

contenente terreno inumidito in modo da provocare l’emissione delle radici. Quando

queste sono presenti la barbatella viene asportata dalla pianta-madre con un taglio

praticato sul ramo al di sotto delle radici.

è ottenuta tagliando la pianta-madre in vicinanza del colletto in

MARGOTTA A CEPPAIA:

modo da provocare l’emissione di numerosi germogli dalla cui base vengono emesse

radici avventizie. Questo tipo di margotta è molto usato per la moltiplicazione di alcuni

portinnesti clonali del melo e nella propagazione agamica del nocciolo. La tecnica della

margotta a ceppaia parte dalla messa a dimora delle barbatelle destinate a costituire

le piante-madri (ceppaie). Tali barbatelle vengono piantate ogni 50 cm in file

distanziate 150 cm. Prima di effettuare l’impianto di apre un solco poco profondo, in

modo che le barbatelle vengano a trovarsi con il colletto a un livello leggermente più

basso rispetto al pianto di campagna. Durante il primo anno le piante-madri cosi

ottenute si lasciano sviluppare indisturbate e solo poco prima della ripresa vegetativa

del secondo anno esse vengono tagliate a livello del terreno. Dal moncone rimasto

fuoriescono vari germogli. Quando questi hanno raggiunto una lunghezza di 10-15cm,

si provvede a coprire la loro base con terra leggera aggiungendone progressivamente

altra mentre i germogli crescono, in modo che la loro base rimanga sempre coperta

per un tratto di circa 15-20cm.

Durante l’estate i germogli cosi trattati emettono radici dalla base eziolata, per cui,

all’inizio del periodo di riposo invernale, possono venire distaccati dalla ceppaia e

fornire cosi altre barbatelle.

Le ceppaie sono utilizzabili per 15-20 anni, ma è evidente che, per un loro adeguato

sfruttamento, è necessario assicurare un elevato apporto di fertilizzanti e curare la

difesa dai parassiti e dalla malattie.

: si ottiene piegando ad arco un ramo in modo da internarne la

MARGOTTA AD ARCEHTTO

parte mediana e lasciando invece emergere la parte distale del ramo stesso. Questo

metodo di propagazione richiede che le piante abbiano rami lunghi e flessibili.

: consiste nell’interrare la parte apicale dei germogli in modo da farla

CAPOGATTO

radicare, è usato per il lampone e il rovo.

: si ottiene piegando orizzontalmente intere piante entro una

PROPAGGINE PER TRINCEA

trincea che viene chiusa in modo che i germogli emessi dalle loro gemme ed eziolati

alla base formino radici avventizie.

La tecnica della propaggine per trincea inizia con la messa a dimora delle barbatelle

destinate a formare le piante-madri. Tali barbatelle si dispongono a 70cm l’una

dall’altra in file distanti fra loro di 150cm. Le barbatelle vengono preferibilmente

piantate con un’inclinazione di 45° e raccorciate a 50cm di llunghezza. Nel corso del

primo anno, le piante-madri si lasciano vegetare liberamente; nel corso del successivo

riposo invernale si apre lungo la fila un solco profondo circa 5cm e largo 20cm nel

quale le piante vengono disposte orizzontalmente. Prima che le gemme si chiudano, le

piante vengono completamente ricoperte con uno strato di qualche cm di terra

leggera. Appena i germogli emettono dal terreno, si aggiunge un altro piccolo strato di

terra. Quando i germogli hanno raggiunto un’altezza di circa 10cm, si esegue un nuovo

apporto di terra, in modo da ricoprirli per non più di metà della loro lunghezza.

Nell’autunno successivo si rimuove il terreno e si asportano le barbatelle tagliandole

alla base. Occorre rispettare e lasciare in posto almeno un ramo ogni 30cm lungo la

fila. Questi rami verranno a loro volta piegati orizzontalmente per la produzione

dell’anno successivo.

La durata di questo impianto va oltre i 10 anni.

5. INNESTO

E’ un metodo di moltiplicazione che consiste nell’unire porzioni di piante diverse in

modo da costituire un unico individuo. In un albero innestato si distingue:

1)una parte sottostante al punto d’innesto (detta ipobionte, soggetto o

portinnesto) provvista di radici

2)e una sovrastante (detta epibionte, nesto, oggetto o gentile) destinata a

formare la chioma.

Il soggetto può essere ottenuto per propagazione gamica ed è quindi un semenzale

(franco), oppure per autoradicazione ed è quindi una barbatella (portinnesto clonale).

In generale le piante innestate sono bimembri, cioè ottenute dall’unione di due solo

individui; in certi casi però (reinnesto, sovrinnesto), si possono avere anche piante

trimembri, con l’interposizione, fra soggetto e oggetto, di un altro bionte.

L’innesto è la tecnica di moltiplicazione più diffusa per gli alberi da frutto, dato che ad

essa si ricorre anche per propagare piante caratterizzate da un sufficiente potere

rizogeno; tutto ciò sia per ragioni economiche, sia per raggiungere particolari finalità

quali:

-adattare gli alberi alle diverse condizioni climatiche

-regolare sviluppo e la messa a frutto degli alberi

-prevenire attacchi parassitari o malattie con l’impiego di portinnesti resistenti

-introdurre impollinatori nei frutteti che ne sono sprovvisti

-sostituire, mediante il reinnesto, cultivar superate dal punto di vista agronomico o

commerciale

-diagnosticare le virosi con innesti su piante “indicatrici”

Tipologie di innesti

Si possono avere innesti: per approssimazione, a gemma, a marza, ad arco e a ponte.

Inoltre, a seconda del grado di lignificazione dei bionti, gli innesti si possono ancora

distinguere in:

- erbacei, quando soggetto e oggetto non sono ancora lignificati

- semilegnosi, quando l’oggetto, a differenza del soggetto, è lignificato

- legnosi, quando entrambi i bionti sono lignificati.

1. INNESTI PER APPROSSIMAZIONE: comprendono gli innesti nei quali l’oggetto viene

distaccato dalla pianta-madre solo dopo l’avvenuto attecchimento.

Innesti per approssimazione spontanea avvengono spesso nei boschi.

Quelli ottenuti artificialmente si eseguono legando fra loro due rami dopo avere

asportato da essi uguali porzioni di corteccia fino al cambio, nei punti in cui si vuole

determinare l’unione (approssimazione semplice), oppure dopo aver anche intaccato il

legno in modo da consentire anche un reciproco incastri dei bionti (approssimazione a

intarsio).

2. INNESTI A GEMMA: comprendono gli innesti nei quali l’oggetto è costituito da una

gemma provvista di una porzione di corteccia più o meno estesa e anche di legno. Essi

si possono distinguere in:

- innesti a occhio (innesti a scudetto, a scudo): sono eseguiti incidendo a T la

corteccia del soggetto, sollevandone i lembi e inserendo, al di sotto di questi, l’oggetto

(scudo) costituito da una gemma e da una piccola porzione di corteccia e di legno. A

volte il taglio sul soggetto viene eseguito a “T capovolto” per facilitare il deflusso

dell’eccesso di linfa.

Gli innesti a scudo si dicono:

-a occhio vegetante quando sono eseguiti in primavera, con gemme distaccate da

marze prelevate durante l’inverno e conservate in frigorifero o stratificare;

-a occhio dormiente quando sono eseguiti alla fine dell’estate; le gemme, cosi

innestate, ormai quiescenti, si sviluppano solo nella primavera seguente.

L’attecchimento degli innesti a gemma dormiente può però essere accertato già

qualche giorno dopo la loro esecuzione, in base al comportamento del piccolo

moncone di picciolo fogliare presente sotto la gemma; se, infatti tale moncone si

distacca facilmente sotto l’effetto di una lieve pressione, l’innesto è attecchito.

Per gli innesti a gemma vegetante è opportuno che le marze si trovino ancora in stato

di riposo, perciò esse dovranno essere prelevata durante l’inverno e conservate

opportunatamente.

Per gli innesti a gemma dormiente gli “occhi” vengono distaccati da germogli dell’anno

sufficientemente sviluppati e in uno stadio di avanzata lignificazione.

Gli innesti a gemma si eseguono sul portinnesto intatto che viene poi reciso prima

della ripresa vegetativa. Al moncone viene poi legato il germoglio in accrescimento.

Quando questo è abbastanza sviluppato si procede alla soppressione del moncone

ormai inutile: l’operazione è detta sgarrettatura.

Negli ambienti caratterizzati da un periodo vegetativo assai lungo l’innesto a occhio

delle drupacee può essere eseguito in maggio-giugno su portinnesti franchi ottenuti da

semine autunnali o primaverili. Con questo tipo particolare d’innesto ad occhio

vegetante (detto innesto di giugno) le gemme vengono prelevate da germogli

sviluppati in primavera. Subito dopo aver eseguito l’innesto il soggetto si recide poco

sopra in modo da fare sviluppare prontamente la gemma innestata. Al termine del

ciclo vegetativo le piante sono pronte per essere trasferite a dimora.

-innesti a pezza (a toppa, a tassello): sono eseguiti asportando o sollevando dal

soggetto una porzione di corteccia (di forma rettangolare), e sostituendo ad essa una

stessa porzione di corteccia dell’oggetto provvista di almeno una gemma.

-innesti ad anello: sono eseguiti asportando dal soggetto un anello di corteccia alto

qualche cm e sostituendolo con uno stesso anello di corteccia prelevato dalla marza e

provvisto di almeno una gemma

-innesti alla maiorchina: sono eseguiti, di solito per la vite, praticando sul soggetto

una particolare intaccatura nella quale si inserisce uno scudo foggiato (modellato) in

modo tale da incastrarvisi.

Tutti gli innesti a occhio possono essere eseguiti solo quando il soggetto è “in

succhio”, cioè quando la corteccia si distacca agevolmente dal legno; ciò si verifica

quando il cambio è in attività e quindi durante il periodo primavera-estate.

3. INNESTI A MARZA: comprendono gli innesti nei quali l’oggetto è costituito da un

segmento di ramo provvisto di una o più gemme, detto appunto marza. Tali innesti si

eseguono poco prima della ripresa vegetativa primaverile. Anche in questo caso è

opportuno che il soggetto sia in condizioni vegetative più avanzate rispetto alla marza

che, di solito, è conservata dall’inverno precedente. Si possono distinguere:

-innesti a spacco: sono eseguiti inserendo la base dell’oggetto, sagomata a cuneo,

in una fenditura praticata sul soggetto in modo da interessare la corteccia e il legno.

A loro volta gli innesti a spacco di distinguono in innesti: a spacco comune, a spacco

terminale, a spacco inglese, a sella, a cavallo, a sperone e a spacco laterale.

a spacco comune: la base dell’oggetto viene inserita in una fenditura longitudinale

praticata sul soggetto capitozzato, facendo in modo che le zone cambiali dei due

bionti siano a contatto fra loro. Essi possono essere: a una marza, a due marze, a

spacco doppio, a spacco pieno.

a spacco terminale: eseguito in testa al soggetto non capitozzato.

a spacco inglese: eseguito per la vite. Il soggetto e l’oggetto, che devono avere uguale

diametro, vengono recisi con un taglio obliquo avente la stessa inclinazione e

sovrapposti in modo che le due superfici di taglio combacino fra di loro.

a sella: si esegue asportando, con un taglio tangenziale e uno trasversale, una

porzione di legno e di corteccia sia dal soggetto capitozzato, sia dalla marza, in modo

che le superfici di taglio dei due bionti vengano a coincidere.

a cavallo: molto simile all’innesto a spacco pieno, differisce da questo perché la

fenditura viene praticata sulla marza anziché sul soggetto.

a sperone: si esegue praticando, su piccole branche, un taglio obliquo; in tale taglio si

inserisce la base sagomata a cuneo di una marza. Questo tipo d’innesto non richiede

legature ma solo la protezione delle ferite con del mastice.

a spacco laterale: si esegue praticando un taglio laterale sul soggetto che non viene

cosi capitozzato.

-innesti a incastro (o a intarsio): sono innesti a marza eseguiti asportando dal

soggetto una porzione di legno e di corteccia in modo da formare un apposito

alloggiamento nel quale si inserisce la base modellata della marza.

-innesti a corona: l’oggetto viene inserito fra la corteccia e il legno del soggetto

dopo che ne è stata opportunamente preparata la parte basale. Appartengono a

questo gruppo “l’innesto a penna, a becco di luccio o a becco di clarino”. Più

propriamente il termine innesto a corona è usato nel caso di innesti con più marze

disposte in testa al soggetto capitozzato.

Gli innesti eseguiti su alberi a dimora (l'operazione di trapianto di una pianta nella sua

sede definitiva) hanno delle finalità diverse da quelle della propagazione. Si hanno:

4. INNESTO AD ARCO: è eseguito innestando l’estremità di un ramo piegato ad arco,

sotto la corteccia della branca su cui il ramo stesso è inserito; si pratica generalmente

per rimediare a lesioni più o meno estese della corteccia.

5. INNESTO A PONTE: si esegue innestando sul tronco entrambe le estremità di una

marza disposta a ponte in corrispondenza di una ferita o del punto d’innesto. Si usa

per scopi analoghi a quelli dell’innesto ad arco, oppure per superare la disaffinità (in

tal caso la marza deve appartenere a una pianta diversa ma afiine)

INNESTO DI RINGIOVIMENTO: è eseguito piantando un giovane portinnesto accanto a

un albero indebolito, e innestando l’estremità di tale portinnesto lateralmente sul

tronco, al di sotto della corteccia.

Istogenesi dell’innesto

Il successo dell’innesto dipende da molti fattori, in primo luogo dal regolare

andamento dei processi istologici che si instaurano in corrispondenza del punto

d’innesto e che stanno alla base dell’unione tra i bionti. Questi devono risultare

congiunti in modo saldo e durevole, e stabilire fra loro normali rapporti fisiologici

grazie alla ricostruzione di un unico sistema conduttore della pianta bimembre.

Negli innesti a occhio, lo spazio che separa lo scudo dal soggetto viene riempito da un

callo cicatriziale costituito da grosse cellule poco differenziate alla cui produzione

concorrono le cellule più esterne dei raggi parenchimatici. In seno al callo si differenzia

quindi un tessuto meristematico capace di dividersi periclinalmente (cambiforme), che

collega il cambio del soggetto con quello dell’oggetto. Viene cosi assicurata la

continuità istologica fra i cambi dei due bionti che, entrando in sincrona attività (allo

stesso tempo), danno luogo alla formazione di cerchie continue di cribro e di legno e

assicurano cosi l’effettiva saldatura dei due bionti. Negli innesti a marza il processo è

lo stesso.

La prima manifestazione si ha in corrispondenza della zona cambiale del soggetto

dove si forma uno zaffo di callo che si spinge fra i due bionti. Un uguale

comportamento si ha da parte della marza che, a sua volta, produce un piccolo zaffo

di callo che si protende verso quello emesso dal soggetto, con il quale finisce per

congiungersi. In seno al callo si differenzia il cambioforme che, collegando i cambi dei

due bionti e funzionando in sincronia con essi, produce nuovo cribro e nuovo legno.

In definitiva, indipendentemente dal tipo di innesto praticato, la saldatura comprende

tre fasi:

1. la formazione del callo

2. la differenziazione del cambiforme, che congiunge i cambi dei due bionti

3. l’attivazione della nuova cerchia cambiale e la conseguente deposizione di nuovo

legno e di nuovo cribro. Si giunge cosi all’effettiva saldatura (attecchimento)

dell’innesto.

La formazione del cambiforme avviene solo quando il callo giunge a contatto con il

cribro secondario.

La differenziazione delle cellule prodotte dal cambio e dal cambiforme in elementi

xilematici e floematici presuppone rispettivamente il contatto del cambio con il legno e

con il libro.

Il mancato attecchimento dell’innesto è dovuto a particolari strutture che impediscono

il rapporto di continuità tra tessuti organizzatori e tessuti neoformati. Più precisamente

alla fine dell’attività vegetativa il distacco della corteccia dal legno non avviene in

corrispondenza della cerchia cambiale, ma più internamente. Il cambio e il cribro si

trovano allora istologicamente isolati, con conseguente interruzione della catena dei

processi istogenetici dell’innesto a occhio dormiente. E’ molto importante, ai fini

dell’attecchimento, il maggior contatto possibile tra le zone generatrici dei bionti in

corrispondenza del punto d’innesto. Notevole importanza per il successo degli innesti

ha il rispetto della polarità; invertendo la posizione di una marza o di una gemma il

processo di organizzazione dei nuovi tessuti nella zona di unione dei bionti risulta

sconvolto. Sull’attecchimento degli innesti influiscono vari fattori estrinseci, come

l’umidità (che impedisce il disseccamento del callo) e la temperatura.

Disaffinità d’innesto

Il più grosso problema della propagazione per innesto è rappresentato dalla mancanza

di affinità tra i bionti. Una perfetta affinità sussiste solo nell’autoinnesto. In molti casi

la disaffinità si mantiene entro limiti tecnicamente ed economicamente irrilevanti, ma

in altri casi raggiunge livelli tali da comportare veri e propri fenomeni di rigetto o

anche la morte prematura delle piante.

Generalmente la disaffinità implica la comparsa di anomalie istologiche in

corrispondenza del punto d’innesto, queste possono insorgere molto precocemente e

coinvolgere lo stesso processo istogenetico che avrebbe dovuto portare all’unione dei

bionti. In questo caso non si forma il cambiforme e nel tessuto parenchimatico

interposto fra soggetto e oggetto insorgono estesi processi necrotici (disaffinità

totale).

In altri casi le alterazioni istologiche non interferiscono sull’attecchimento dell’innesto

e insorgono gradualmente nel tempo. Di solito esse compaiono inizialmente nel

tessuto cribroso sotto forma di zone necrotiche. Dal floema queste alterazioni si

spingono poi verso il cambio e il legno.

La manifestazione istologica più importante è rappresentata dalla diffusa, scarsa

lignificazione dei tessuti nella zona di unione tra i bionti. Di solito gli alberi affetti da

questa disaffinità vivono e producono regolarmente per un numero imprevedibile di

anni e la disaffinità diviene irreversibilmente pregiudizievole quando l’albero si rompe

in corrispondenza del punto d’innesto per effetto di forti sollecitazioni dinamiche

(come il vento o il forte carico dei frutti). Questa disaffinità dilazionata nel tempo (o a

lungo termine) e con anomalie istologiche in corrispondenza del punto d’innesto,

comporta anche vari altri sintomi, come l’assenza di amido nelle radici, in

corrispondenza della mancata traslocazione dei carboidrati al di là del punto d’innesto.

Altro tipo di disaffinità è quello caratterizzato dall’assenza di discontinuità dei tessuti

fra i bionti, che comporta la morte degli alberi che ne sono affetti.

In generale, quando più l’oggetto e il soggetto appartengono a biotipi botanicamente

lontani, tanto più probabile è che tra essi sussista disaffinità.

La disaffinità più pregiudizievole è quella che non si manifesta in vivaio (disaffinità

totale), ma quella dilazionata nel tempo, con o senza anomalie in corrispondenza del

punto d’innesto.

Le cause della disaffinità d’innesto sono molteplici ma sempre di natura fisiologica;

esse risiedono nelle interazioni biochimiche che insorgono fra sostanze specifiche

elaborate dai bionti.

Le foglie del soggetto permettono a volte di superare la disaffinità, oppure eliminando

l’oggetto disaffine, il soggetto vegeta normalmente.

Un ruolo molto importante nell’indurre la disaffinità d’innesto, o nel rendere più gravi

gli effetti, è svolto da alcune malattie virali: come il caso della “tristezza”, che colpisce

gli aranci, i mandarini e i pompelmi innestati su arancio amaro, determinandone una

più o meno rapida morte.

Se sia il soggetto che l’oggetto sono ammalati è necessario ricorrere al sovrinnesto.

Sovrinnesto

La disaffinità può essere prevenuta tramite il sovrinnesto che consiste nell’interporre

fra due bionti disaffini un terzo bionte, detto intermediario.

Allo scopo di accelerare l’operazione sono state proposte varie tecniche, quali quella

consistente nell’innestare a occhio dormiente l’oggetto sui rami dell’intermediario e

nel praticare quindi, nella primavera successiva, innesti a marza sul soggetto,

utilizzando tali rami provvisti ciascuno di una o più gemme-oggetto. Altre tecniche

ancora più abbreviate sono: l’innesto a doppia marza, a coccarda, a doppio scudo.

Anche negli alberi adulti è possibile porre rimedio alla disaffinità quando questa è

riferibile al tipo che può essere definito a lungo termine e con soluzioni di continuità

dei tessuti nel punto d’innesto. A tale scopo si può ricorrere all’innesto di sostituzione

piantando vicino all’albero disaffine uno o più portinnesti di accertata affinità con la

cultivar-nesto e praticando con essi degli innesti di rinvigorimento in modo da

sostituire completamente il portinnesto disaffine. Volendo invece conservare

quest’ultimo, si può procedere con uno o più innesti a ponte in corrispondenza del

precario punto d’innesto, usando marze prelevate da una cultivar sicuramente affine

con entrambi i bionti. Queste marze si sviluppano rapidamente e finiscono per

sostituire il primitivo punto di unione dei bionti disaffini.

Non sempre l’interposizione di un intermediario fra bionti disaffini consente di

superare la disaffinità.

Microinnesto

E’ adottato in agrumicoltura per produrre piante risanate da virus in un tempo

notevolmente più breve di quello richiesto per diffondere commercialmente cloni

risanati di origine nucellare. Il principale vantaggio del microinnesto consiste nel fatto

che le piante cosi ottenute non devono superare la fase giovanile, hanno una normale

vigoria ed entrano relativamente presto in produzione.

TERRENO E PIANTE ARBOREE

CARATTERISTICHE DEL TERRENO

Il terreno è costituito da particelle solide fra le quali sono interposte lacune più o meno

ampie (pori), occupate dalla soluzione circolante (acqua e Sali minerali) e dai gas

(azoto, ossigeno, anidride carbonica e vapore acqueo).

1. Caratteristiche fisiche

Dal punto di vista fisico il terreno si caratterizza per la sua tessitura (o granulometria),

cioè per l’incidenza percentuale delle particelle solide elementari distinte per classi

convenzionali di diametro.

La tessitura si determina con l’analisi fisico-meccanica della terra fine, ottenuta

separando le particelle di diametro superiore a 2mm eventualmente presenti e

costituenti so scheletro. Con procedimenti vari che sfruttano la legge di Stokes, la

terra fine viene poi suddivisa in tre componenti: sabbia (particelle con diametro

compreso tra 2 e 0,02mm), limo (particelle con diametro compreso tra 0,02 e

0,002mm) e

argilla (particelle con diametro inferiore a 0,002mm).

Le piante arboree preferiscono terreni di medio impasto, a granulometria equilibrata

(35-50% di sabbia,

25-45% di limo e 20-25% di argilla)

La struttura è un'altra caratteristica fisica del terreno risultante dalla facoltà delle

particelle solide elementari costituenti la tessitura di formare aggregati di maggiori

dimensioni. La struttura può essere amorfa o organizzata. La struttura è una proprietà

instabile e può quindi variare nel tempo sotto l’effetto di vari fattori ambientali e

colturali.

Tessitura e struttura contribuiscono a determinare la porosità, con un valore ottimale

del 60%.

E’ importante conoscere anche il profilo del terreno. Il terreno raggiunge una

differenziazione fra lo strato attivo (suolo) e quello inerte (sottosuolo): il primo è più

soffice, più poroso, più ricco di elementi nutritivi assimilabili, di ossigeno, di sostanza

organica; il secondo è più compatto, meno poroso e meno permeabile.

2. Temperatura

La superficie terrestre riceve solo parte della complessiva energia radiante liberata

nello spazio dal sole; questa energia globale è a sua volta costituita da una quota di

energia diretta (o incidente) e da una quota di energia diffusa.

Le radiazioni solari che compongono l’energia globale si distinguono in rapporto alla

loro lunghezza d’onda:

-ultraviolette (UV), inferiori a 380 nm (nanometri);

-luminose, comprese fra 380 e 775 nm;

-infrarosse (IR), superiori a 775 nm;

Le radiazioni infrarosse e quelle ultraviolette sono in parte filtrate dall’atmosfera che

lascia invece passare quasi integralmente quelle luminose. Queste ultime radiazioni

sono le uniche percepite dall’occhio umano.

L’intensità luminosa delle radiazioni visibili (illuminamento) viene misurata per

mezzo dei fotometri ed è espressa in lux.

L’energia radiante (E) genera in parte aria calda (A), in parte si converte in calore che

si diffonde nel terreno (T) e in parte viene utilizzata per l’evaporazione dell’acqua

contenuta nello strato più superficiale del terreno stesso (V). E’ cosi possibile

formulare il seguente bilancio calorico: E=A+T+V

Quando il terreno è ricoperto di vegetazione, il bilancio calorico si complica per la

presenza di un’ulteriore voce costituita dalla quota del flusso energetico utilizzata a

qualsiasi titolo delle piante (P). E=A+T+V+P

3. Caratteristiche chimiche

In base ai valori del pH i terreni si classificano in diversi tipi:

pH Tipo di terreno

8,8 iperalcalino/alcalino

8,2 alcalino/subalcalino

7,3 subalcalino/neutro

6,8 neutro/subacido

6,0 subacido/acido

5,4 acido/iperacido

Alcune specie richiedono un pH assai basso (<5); altre, invece, richiedono un pH

elevato.

L’eccessiva acidità si corregge con adeguate somministrazioni di calcio sotto forma di

vari composti. La correzione dei terreni alcalini si effettua somministrando gesso, zolfo

o solfato di ferro, ma è più difficile da attuare.

La reazione del terreno esercita un effetto determinante sull’assimilabilità degli

elementi nutritivi presenti nel terreno.

Dal punto di vista chimico il terreno si distingue per il suo contenuto in umus e in

elementi nutritivi.

L’umus deriva da complesse trasformazioni che riguardano prima i residui organici, poi

i composti che da questi derivano. L’umus assolve nel terreno fondamentali funzioni:

migliora la struttura contribuendo alla stabilità degli aggregati; aumenta la capacità di

ritenzione dell’acqua; costituisce un’importante fonte di approvvigionamento

dell’azoto che viene ceduto alle piante.

La componente minerale della soluzione circolante è costituita dal complesso degli

elementi minerali necessari alle piante per il regolare svolgimento della loro attività

metabolica. Alcuni di questi elementi sono richiesti in misura elevata anche se molto

diversa de elemento a elemento e sono perciò detti macroelementi per distinguerli da

quelli richiesti invece in dosi molto limitate e perciò detti microelementi.

Man mano che le piante asportano elementi nutritivi dalla soluzione circolante, la

composizione di questa tende a essere costantemente corretta per effetto dello

scambio ionico che si instaura con le particelle solide del terreno e per effetto della

dissoluzione di composti già insolubilizzati.

4. Gli organismi viventi nel terreno

Il terreno agrario è anche sede di intense attività biologiche che coinvolgono la

sostanza organica, gli elementi nutritivi minerali e le caratteristiche fisiche del terreno.

Gli organismi che vivono nel terreno appartengono a gruppi sia del regno vegetale che

del regno animale, e sono: batteri, actinomiceti, funghi, licheni, protozoi, nematodi,

insetti, lombrichi.

DINAMICA DELL’ACQUA E DEI GAS NEL TERRENO

1. Acqua

L’acqua è presente nel terreno nel duplice ruolo di soluzione circolante e di vapore.

Il terreno ha una complessiva capacità di invaso (capacità idrica massima) che

corrisponde alla porosità e quindi alla quantità massima di soluzione circolante che

può saturare il terreno stesso. La capacità idrica massima è più elevata nei terreni a

tessitura fine. Il terreno saturo di acqua è privo di aria e quindi di ossigeno ed è quindi

assai sfavorevole per le piante. Lo stato di saturazione del terreno è transitorio; parte

dell’acqua immagazzinata percola infatti negli strati più profondi per effetto della

propria massa: è la cosiddetta acqua gravitazionale (o di percolazione). Una volta

eliminata l’acqua gravitazionale, il contenuto idrico del terreno corrisponde alla

cosiddetta capacità idrica minima, che è a sua volta costituita da due frazioni:


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

53

PESO

136.97 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in produzioni agraria in ambiente mediterraneo (Lamezia Terme)
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher riccardo.rizzo.5851 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Arboricoltura generale e tecnica vivaistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Gullo Antonio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in produzioni agraria in ambiente mediterraneo (lamezia terme)

Riassunto esame Patologia Vegetale, prof. Agosteo
Appunto
Riassunto esame Genetica, prof. Licciardello
Appunto
Riassunto esame Estimo, prof. Baldari
Appunto
Riassunto esame Economia, prof. Di Gregorio
Appunto