L'opera italiana dell'Ottocento
La grande tradizione strumentale italiana del Sei-Settecento si era progressivamente affievolita. Tutto un insieme di circostanze variamente collegate tra di loro impedì che anche in Italia fiorissero numerose come all'estero le società di concerti, facendo rimanere lo spettacolo operistico uno dei principali centri di attrazione sociale e artistica della nazione. Il teatro manteneva dunque la funzione assunta nel Settecento, presentandosi quale luogo di ritrovo serale e veicolo di divulgazione culturale.
Caratteristiche drammaturgiche dell'opera ottocentesca
La concezione drammaturgica si era nettamente differenziata rispetto al Settecento, dal regno della fantasia a quello della verità drammatica. Lo spettatore ottocentesco poneva in primo piano la propria partecipazione emozionale: tale primato del coinvolgimento emotivo presuppone una buona dose di verosimiglianza nella rappresentazione: i timbri vocali si fanno naturali.
Inoltre vi è una certa elementarità nei caratteri dei personaggi: nelle trame degli anni '20 dell'Ottocento l'eroe è sempre un innamorato ardentissimo, il tiranno sempre enormemente cattivo, la donna sempre pura. Un nuovo tipo di innaturalità dettato dalle passioni estreme si sostituisce all'innaturalità distillata dal razionalismo tedesco. Se i personaggi del '700 avevano un immancabile lieto fine, con l'utopico trionfo del bene e della verità, i personaggi dell'800 sono travolti da sentimenti esaltati, precipitando nel baratro di un'inevitabile tragedia, morte o follia. L'ambientazione più logica per simili vicende è il fosco medioevo. Eccezione che conferma la regola è la Norma di Bellini, che pur svolgendosi in epoca romana, è ambientata nel misterioso mondo dei druidi gallici.
La musica retrocedeva da fine dello spettacolo a mezzo per realizzare un dramma coinvolgente nell'ambito della fruizione emozionale dell'opera ottocentesca. Tra le conseguenze della scomparsa del recitativo secco, c'è indubbiamente un appianamento del tagliente divario tra aria e recitativo, una drastica riduzione del numero di versi da cantare, si cristallizzò una vera e propria lingua dei libretti.
Maestri italiani della prima metà dell'Ottocento
- Donizetti e Bellini
Gioacchino Rossini
Dualismo stilistico
Vigente nel primo Ottocento tra due culture musicali pressoché inconciliabili: Rossini, massimo rappresentante opera italiana (partitura: semplice progetto destinato a modificarsi ad ogni allestimento) vs. Beethoven, massimo rappresentante musica strumentale (il testo: non suscettibile di ulteriori modifiche, poiché manifestazione della volontà del compositore). Nell'uno il centro focale della musica era fatto convergere sul concreto evento sonoro, nell'altro veniva posto nell'astratto pensiero musicale del compositore.
Nel periodo della Restaurazione successiva alle guerre napoleoniche, se Beethoven si chiuse in uno sdegnoso isolamento e la sua musica assunse un carattere quasi esoterico, la musica di Rossini, al contrario, parrebbe fin troppo immediata e di facile fruizione: belle melodie, ritmi travolgenti, crescendo inarrestabili; un messaggio estremamente ironico e amaro.
Le opere comiche di Rossini
Il suo debutto come compositore teatrale avvenne a Venezia nel 1810. I primi sette anni della sua carriera operistica furono dedicati prevalentemente al genere comico: una serie di opere prodotte di getto, tra cui Il barbiere di Siviglia e La Cenerentola.
La grande carica della musica rossiniana risiede nel ritmo. Inoltre, se le voci umane si “strumentalizzano” con un vero capovolgimento di fronte, sono gli strumenti a umanizzarsi: l'articolazione delle melodie affidate all'orchestra è decisamente vocale, parlante. Il rapporto rossiniano tra musica e parola è riassumibile così: la musica si propone un fine più elevato, più astratto; essa è quasi l'atmosfera morale che riempie il luogo dell'azione.
Le opere serie di Rossini
Parallelamente alle opere buffe, Rossini aveva già scritto opere serie di grande successo, tra cui Tancredi, per poi dedicarsi quasi esclusivamente a questo repertorio. La sua ultima opera in assoluto fu Guillaume Tell, con il quale Rossini varca i confini del Romanticismo: soggetto storico-patriottico, utilizzazione di elementi del folclore popolare, totale prevalenza degli ensembles, grande importanza del coro che conferisce monumentalità all'insieme, pervasiva presenza della natura; insomma uno dei primissimi esempi del genere operistico romantico francese: il Grand Opéra.
Novità formali codificate da Rossini
- Impiego anche nell'opera seria di arie in più sezioni con seguente struttura: scena / cantabile / sezione intermedia / cabaletta
- Impiego anche nell'opera seria del finale concertato
- Incremento dei pezzi d'assieme rispetto alle arie
- Tendenza a costruire grandi scene unitarie
- Uso dell'armonia non implicante un significato espressivo
- Assoluta importanza conferita al ritmo; impiego di melodie molto brevi
- Progressiva abolizione del recitativo secco nell'opera seria
- Scrittura per esteso delle fioriture vocali
- Importanza del coro
Ultime composizioni rossiniane
A 37 anni smise di scrivere per il teatro, da allora compose pochissime musiche, quasi tutte di destinazione sacra o cameristica. Ma sono i Péchés de vieillesse (Peccati di vecchiaia) a rappresentare meglio lo spirito dell'ultimo periodo di Rossini. Brevi composizioni cameristiche, i Péchés sono un condensato di ironia sofisticatissima e di programmatica “ingenuità” musicale.
Il silenzio di Rossini
I motivi sono da ricercare nel fatto che Rossini non volle accettare in toto l'estetica romantica: egli guardava i suoi personaggi sempre dall'alto, senza mai identificarvisi quale un buon burattinaio. Il suo era ancora il mondo settecentesco. Perciò egli non amava il nuovo stile vocale declamato, che definiva idrofobico. Al contrario, gli eroi maschili di Rossini erano spesso impersonati da contralti femminili travestiti da uomo, la cui voce poteva ricordare quella degli ormai introvabili castrati. A contatto con il Romanticismo Rossini preferì tacere.
Riassunto
Rossini nasce nel 1792 a Pesaro. Si iscrive al Liceo musicale di Bologna dove impara a suonare il clavicembalo, il pianoforte e la viola. Inizialmente le sue opere sono tutte di genere buffo. La più famosa è Il Barbiere di Siviglia. Ricordiamo anche La Gazza Ladra e L’Otello. Negli ultimi 40 anni della sua vita Rossini non ha più composto e la ragione è da ricercare nel fatto che non si ritrovava nella sensibilità romantica perché non amava i drammi e le passioni che coinvolgono troppi personaggi. La sua musica è perciò ricca di ottimismo, di gioia, chiara e semplice come quella classica del ‘700.
Grand Opéra
Dalla tragédie lyrique nacque il Grand Opéra, caratterizzato dalla spettacolare grandiosità. A differenza della tragédie lyrique che ambiva a considerarsi una vera e propria tragedia letteraria messa in musica, l'azione drammatica del grand opera non è più condotta dal testo, ma si confida invece nel potere comunicativo della pantomima e dei fasosi effetti scenografici. La drammaturgia del grand opera si basa su due principi fondamentali: il primo è l'arrestarsi dell'azione su grandi quadri corali (tableaux); il secondo si contrappone alla staticità del primo: l'interesse dello spettatore è continuamente ravvivato da improvvisi colpi di scena (choc). Nonostante le accuse di vuoto eclettismo mosse da critici tedeschi (fra cui Schumann e Wagner) il grand opera rimase uno dei grandi generi musicali dell'Ottocento.
Gaetano Donizetti
La nascita di Donizetti a Bergamo ebbe la conseguenza di fornirgli stimoli inusuali per un operista italiano medio: egli poté conoscere non solo l'opera francese ma anche e soprattutto la musica strumentale del Classicismo viennese da cui apprese l'arte di trarre tutte le conseguenze possibili da un materiale musicale di partenza molto ristretto. I suoi migliori successi non avvennero tanto nel nord Italia, quanto a Roma e a Napoli. Si ricordano l'opera buffa L'ajo nell'imbarazzo e le opere serie Anna Bolena, Lucrezia Borgia e Torquato Tasso. Come Bellini, Donizetti si trasferì per un periodo a Parigi. Egli conquistò in breve il massimo tempio della musica teatrale parigina: l'Opera, dove venne rappresentata ad esempio La favorite. La carriera teatrale di Donizetti si concluse nel 1843 sui palcoscenici parigini con l'opera buffa in italiano Don Pasquale.
Donizetti, musicista europeo: se Bellini incarnò in pieno l'ideale del musicista italiano, Donizetti si aprì invece a una dimensione più sfaccettata ed europea: buona parte della sua produzione fu dedicata all'opera buffa, della quale fu l'ultimo grande esponente. Egli fu il primo ad avviare una certa mescolanza tra i due generi; nei rapporti tra opera italiana e opera francese Donizetti fece altrettanto, praticando tanto l'una quanto l'altra, cimentandosi anche con il contaminare le due tradizioni all'interno di una stessa opera: inserì melodie di carattere italiano in strutture formali francesi e viceversa.
Vincenzo Bellini
Nel frattempo Bellini aveva percorso un itinerario geografico opposto, risalendo la penisola invece di discenderla. Il retroterra culturale di Bellini quindi era la ricca tradizione operistica squisitamente italiana della cosiddetta “scuola napoletana”. Visse prevalentemente a Milano, conteso dai più esclusivi salotti della città e dai migliori teatri dell'Italia settentrionale.
Il suo catalogo annovera soltanto dieci opere tra cui La straniera, I capuleti e i Montecchi, La sonnambula, Norma. Il primo, tra lui e Donizetti, a compiere il grande passo verso Parigi fu Bellini. Le esecuzioni al Theatre-Italien del Pirata e dei Capuleti confermarono decisivamente la sua notorietà. Divenuto in tal modo beniamino della buona società parigina, egli vide troncati tutti i suoi numerosi progetti artistici e personali da una morte davvero prematura.
Bellini musicista italiano: la grande differenza con lo stile rossiniano risiede nella vocalità: Bellini abolì quasi del tutto le colorature, scritte e improvvisate, in favore di un melodizzare più sillabico e spianato. La linea melodica di Bellini elude ad ogni passo numerose trappole che vorrebbero spezzarla in qualche modo: essa cerca di evitare le cadenze armoniche nette, le ripetizioni melodiche, gli accenti ritmici regolari, snodandosi invece in un'unica interminabile arcata che accumula una struggente tensione sino alla fine. Inoltre sfondo orchestrale quasi neutro, ridotto a un soffice tappeto armonico. Per lui il fine principale era creare un dramma completo e funzionante.
Ambedue Bellini e Donizetti dovettero fare i conti con l'eredità rossiniana, sempre incombente. L'influenza del grande maestro era avvertibile non tanto dal punto di vista drammaturgico, quanto soprattutto dal punto di vista tecnico-musicale.
Giuseppe Verdi
Già attivo in quegli anni era colui che avrebbe proiettato il melodramma verso nuove direzioni e che sarebbe stato poi acclamato come il maggiore operista italiano dell'Ottocento: Giuseppe Verdi.
Origini e formazione
Verdi era nato il 9 o 10 ottobre 1813 da una modestissima famiglia in provincia di Parma. Oltre a frequentare il ginnasio, egli godette della paterna protezione – anche economica, ricevendo una buona educazione musicale. Compiuti i 18 anni, il giovane musicista proseguì i suoi studi a Milano come allievo privato di un operista pugliese di formazione napoletana.
Prime opere e anni di galera
L'avvio della sua carriera professionale coincise però con anni per lui molto duri: poco successo musicale e morte di moglie e figli. Depresso e demotivato, Verdi stava per abbandonare l'attività di compositore ma l'impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, mantenne intatta la fiducia in lui, insistendo per fargli scrivere un'opera nuova. Così Verdi scrisse il Nabucodonosor (poi abbreviato in Nabucco) che fu un vero trionfo. Oltre al valore artistico, veicolava un messaggio di ottimismo politico (il coro “Va' pensiero” incarnava e incarna tutt'oggi un profondo sentimento patriottico). Si aprirono così quelli che egli definirà poi “anni di galera”, in cui dedicò anima e corpo alla composizione, con un ritmo di lavoro quasi frenetico.
Drammaturgia delle prime opere verdiane
Contrariamente a Donizetti e Bellini, concentrati soprattutto ad esprimere liricamente l'infelicità della vittima della vicenda, Verdi instilla nelle sue opere un fervoroso ottimismo: anche se il protagonista può alla fine soccombere, egli rimane comunque il trionfatore per la propria indistruttibile carica di energia interiore.
Caratteristiche musicali delle prime opere verdiane: L'arcata melodica spesso parte subito con estrema vitalità e con un andamento a frecciate successive, senza ambiguità cromatiche. La fraseologia è quadrata e regolare; il ritmo impetuoso e travolgente. Da un lato egli è molto più convenzionale di Donizetti e Bellini, ma dall'altro non si stanca di invocare dai librettisti soluzioni nuove.
Gli stili teatrali di cui Verdi subisce l'influenza sono essenzialmente due, oltre al melodramma italiano dell'epoca: il grand opera (a cui attinge attraverso la mediazione di Rossini) e il teatro parlato francese contemporaneo, impersonato soprattutto da Victor Hugo. Le opere verdiane oscillano tra questi due poli: una concezione operistica a grandi blocchi contrapposti, monumentali e potenzialmente statici (il grand opera) e una concezione del dramma come organismo compatto e unitario, tutto teso verso la meta senza diversioni o indugi di sorta (il teatro parlato).
Mutamenti del 1848
Il 1848, anno di crisi politico-sociale in tutta Europa, portò molti cambiamenti anche nella vita e drammaturgia di Verdi. Innanzitutto gli interventi della censura si inasprirono ovunque; in secondo luogo la crisi economica fece sorgere la figura dominante dell'editore: era lui a commissionare le opere ai compositori. Il suo ritmo di produzione iniziò gradualmente a rallentare, sia perché ormai era un compositore affermato e aveva raggiunto una solida agiatezza economica, sia perché stava cambiando la sua stessa concezione drammaturgica.
Dagli anni '50 in poi
Ecco allora la celebre trilogia costituita da Rigoletto, Il trovatore e La traviata. Negli anni '50 l'uomo Verdi aveva ammorbidito le ideologie risorgimentali e mazziniane assorbite in precedenza. La sua fama raggiunse tale livello che nel 1861 fu persuaso da Cavour in persona a far parte come deputato del primo parlamento italiano; nel 1874 fu nominato senatore del regno.
Drammaturgia verdiana dagli anni '50: anche l'artista Verdi volgeva il proprio sguardo indagatore e pessimista sempre più verso l'interno dei personaggi che al loro esterno. I suoi eroi si isolano e celano annidato in se stessi il germe della sconfitta. I tiranni sono tratteggiati invece con accorata partecipazione, svelando un animo amaro. I cori non raffigurano più un popolo, ma rappresentano la folla amorfa, la massa volubile e spesso indifferente. Solo l'eroina mostra un'evoluzione tutta in ascesa: il suo rapporto con la realtà è sempre più lucido di quello dell'eroe e il suo animo più profondo e ricco.
Per di più, dopo la morte di Rossini nel 1868, egli cercò di organizzare una Messa da Requiem in suo onore, coinvolgendo altri dodici compositori italiani.
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