Prefazione di Davide Monda
Se il moralista è un intellettuale che si interroga criticamente su vizi e virtù degli uomini, Giovanni Greco può essere annoverato tra i moralisti. Questi era solito annotare, sin dall'adolescenza, frasi, proverbi, pensieri, piccole bozze in alcuni diari che poi gli servivano da canovacci per le sue opere.
Prefazione di Simona Salustri
Giovanni Greco presenta al lettore un'atmosfera ricca di emozioni e sensazioni con cui si percepisce la tensione dell'autore verso l'umanità che ha travolto le relazioni umane e la conoscenza. Pastorale Salernitana è una meditazione nel silenzio e nell'aspirazione al sapere; è proprio tale aspirazione che porta l'uomo a costruire una cultura umanistica, cioè in grado di far crescere le persone spingendole al bene comune.
Prefazione di Alberto Malfitano
La scrittura di Giovanni Greco non è una scrittura leggera, superficiale, ma scava nella psiche umana cercando la strada da suggerire come mantra etico.
Prefazione di Lorenzo Bellei Mussini
La Pastorale Salernitana è un viaggio per andare alla scoperta della propria anima. Si tratta di un viaggio ironico che cerca di cogliere l'essenza del percorso appena intrapreso. Pastorale Salernitana vede la metafora del viaggio come un processo per raggiungere la purezza, l'integrità dell'anima, la moralità ed è un insieme di pensieri dove l'immaginazione e le riflessioni di chi scrive sono uniti e colgono la conoscenza come comprensione.
Prefazione di Maurizia Cotti
Pastorale Salernitana è un viaggio, una sorta di testamento spirituale scritto in modo profondo ma anche con un certo brio. Il libro è una raccolta di saggi che unisce informazioni erudite ad aneddoti divertenti e relazioni importanti.
Prefazione di Marco Veglia
Il libro si apre insieme ad una rete di rapporti, volumi ed altre storie. La scommessa del libro è quella di lasciarsi attraversare ed aprirsi ad una dimensione piena di relazioni storiche, col desiderio di incastonare le storie personali e singole (ascoltandone voci, allegorie, simboli). Giovanni Greco è considerato uno storico dell'uomo, dedito allo studio del passato e della lezione che ci viene data dagli antichi mediante documenti e testimonianze.
Premessa di Giovanni Greco
Giovanni Greco dice che, per scrivere questo libro, ha inforcato gli "occhiali di casa", quelli consumati e cari che hanno accompagnato la sua scrittura per decenni. Con tali occhiali egli ha cercato le tracce del passato, le storie dimenticate. Greco ricorda l'ansia che ha accompagnato il suo lavoro, le modifiche riportate nel tentativo di ridurre lo scritto all'essenziale. Ricorda Salerno, la città natale a cui è dedicato questo lavoro, città da cui sono partiti anche i suoi studi svolti circa la criminalità salernitana dell'Ottocento. Termina la prefazione ringraziando la moglie per la premura con cui ha accompagnato il suo lavoro e cita Chesterton: "Le favole non insegnano ai bambini che esistono idraghi ma come reciderli". Ricorda questa citazione perché ammette che, leggendo le favole con sua figlia Gilda, ha riscoperto l'importanza di un sorriso e il fatto che abbia scelto di ricordare Salerno è un monito per l'Europa che tende a dimenticare le proprie radici; Greco si schiera, quindi, contro questa contemporanea perdita di identità.
I mercanti della luce
Giovanni Greco cita "La Nuova Atlantide" di Francesco Bacone, dove il filosofo ipotizzava un luogo perfetto umanamente edificabile. I mercanti di luce sono degli esempi per gli uomini di tutti i tempi e Greco prende in considerazione i fratelli della Casa di Salomone che partirono dall'isola che ospita il Collegio Invisibile, per trovare la conoscenza e le parole perdute mediante libri e strumenti di ogni tipo, per alimentare la sapienza e nella speranza di essere, un giorno, annoverati tra i mercanti di luce. Per Bacone, molto importante era la dicotomia tra luce ed oscurità, non può infatti esserci luce senza l'oscurità e nella storia umana sempre l'oscurità si è alternata alla luce. Anche quando l'umanità sembra cadere in un baratro di buio, dopo sempre torna a splendere la luce.
Il Collegio Invisibile rende visibile l'invisibile: questa capacità non è propria solo delle scienze come la matematica, ma anche della massoneria e del lavoro dello scozzesismo. La luce è il presupposto di molte filosofie e religioni, ma la troviamo anche alla base della massoneria, dove essa diventa espressione di divinità e spiritualità, ma anche illuminazione della conoscenza. La luce è libertà soprattutto interiore, è la libertà dell'animo.
Quando lo scozzesismo riflette sulla luce, si parte dalla scelta iniziatica per proseguire in un percorso per cercare di acquisirla. La luce non è solo presente nella religione infatti, ma anche nell'esoterismo perché viene a coincidere con l'intelletto. La luce è la conoscenza, è la materia, è il saper essere e il saper fare: è l'operatività. La luce quindi si presta come fondamento filosofico ed esoterico. Dal punto di vista religioso, la luce è presente sin dal racconto biblico della genesi; la luce è Dio. Luci ed ombre sono presenti da sempre nei racconti religiosi e nelle invocazioni e preghiere.
Ci sono varie tipologie di tenebre, da quelle esteriori a quelle interiori, da quelle collettive a quelle personali, tipi di tenebre sono anche l'oscurantismo e la decadenza morale, l'inquietudine; dalle tenebre si raggiunge la fame, il freddo e il dolore.
Greco conclude affermando la presenza, tra luce e tenebre, di sfumature e l'obiettivo dell'uomo è quello di togliere la maschera alle cose per renderle per quello che sono: concrete ed essenziali. Nessuno, comunque, è estraneo all'oscurità: ogni uomo, nella propria vita, si trova per qualche ragione nell'oscurità, ogni uomo ha un proprio lato oscuro, una propria ombra. Per rafforzare tale concetto, Greco prende la frase di Robert Blay il quale sostiene che anche se il nostro corpo, illuminato dal sole, risulta splendente, esso comunque genera un'ombra che è oscura; più brillante è la luce e maggiore sarà l'ombra.
Modesto elogio della dotta ignoranza
Giovanni Greco passa in rassegna un po' i vari tipi di ignoranza che è possibile incontrare durante la propria vita. Ad esempio vi è l'ignoranza di chi crede di sapere tutto e meglio degli altri, dimostrando l'ignoranza nel sapere solo quello e basta; in modo sarcastico afferma che la suocera è celebre per questa sua arrogante stupidità. Poi vi è l'ignoranza dei contadini, i quali nonostante l'analfabetismo e la povertà dottrinale, nonostante la dura vita di lavoro e miseria condotta, presentano una certa profondità; la loro ignoranza è giustificabile con l'asprezza della guerra, delle condizioni di vita, che han dovuto subire. Ancora vi è l'ignoranza di chi ammira le capacità altrui, che sa coglierle ma che commette molti errori di grammatica; qui Greco prende come esempio la madre, la quale era capace di sbagliare la grammatica anche solo pensando. Inoltre vi è l'ignoranza dell'asino e qui Greco prende ad esempio le parole di Giordano Bruno, il quale parlava di santa stolticia e di pia devozione, ovvero la fede che si contrappone alla scienza. Infine, Greco approda alla dotta ignoranza che attraversa tanti saperi: egli afferma che una persona che la possiede dovrebbe mirare ad ottenere un mescolato sapienzale in cui incastonare la propria esperienza personale. In tal modo, questi dovrebbe sapere qualcosa di tutto e tutto di qualcosa. La dotta ignoranza serve per pensare e per scrivere e a questo proposito, Giovanni Greco dice che scrivere è come fare il vino: bisogna lasciar prima riposare quanto scritto e poi, eventualmente, modificarlo prima della pubblicazione.
In un'altra breve parentesi, Greco afferma che fare storia non significa dare insegnamenti morali, ma predisporre un racconto; gli storici devono essere in grado di esprimere la condizione umana. Gli storici non sono "quelli che sanno" ma "quelli che cercano".
Giovanni Greco continua il discorso sull'ignoranza affermando di apprezzare la dotta ignoranza perché è essa che porta alla conoscenza: quando la incontra, la accoglie a braccia aperte. Solo la dotta ignoranza può contrastare l'analfabetismo perché è predisposta al dialogo e al confronto, e si contrappone al qualunquismo e al riduzionismo. La dotta ignoranza è quindi motivo di speranza e sinonimo di intelligenza. La dotta ignoranza, infatti, si fonda sulle sottigliezze della mente e sulle intuizioni del cuore.
Modesto elogio della santa semplicità
Giovanni Greco ci propone un breve excursus sulla semplicità, presentandoci brevemente chi prima di lui ne ha parlato in termini laici o religiosi. Da un punto di vista religioso, S. Tommaso D'Aquino affermava che Dio fosse semplicità e Padre Pio augurava di vivere la santa semplicità. Da un punto di vista profano, nell'antichità Ovidio già indicava quando fosse rara la semplicità nel suo mondo, così come il taoista Lao Tsi affermava che bisognava essere semplici nei comportamenti per tornare alla fonte dell'essere. Anche Confucio, grande pensatore della filosofia orientale, diceva quanto fosse importante vivere in modo semplice per essere felici (si poteva essere felici bevendo acqua pura, mangiando cibi semplici e dormendo usando il proprio braccio per cuscino).
La semplicità non è solo quella dei comportamenti ma anche quella del linguaggio e quindi Greco incoraggia ad usare un linguaggio semplice, parole libere e non cadaveriche, astratte e vuote. Le parole semplici sono quelle portatrici di verità, che formano una lingua magica, sono le parole ribelli dei bambini.
La semplicità si accompagna inevitabilmente con l'umiltà. Umiltà e semplicità sono fonti della stessa sorgente; l'umiltà e la semplicità si accompagnano alla curiosità e Greco, per sottolineare questa relazione, ricorda che Einstein soleva definirsi come una persona curiosa e non come un genio. Einstein affermava di porre molte domande e che quando trovava risposte semplici, era perché Dio gli aveva risposto. La curiosità è una dote molto importante.
Proprio la semplicità, afferma Greco, ha portato alle grandi rivoluzioni; tutti i cambiamenti sono partiti dalle cose/persone semplici. Sguardi, volti, sorrisi, possono cambiare il mondo. Greco, infine, cita Corrado Alvaro quando afferma che ogni cuore ha una musica segreta e noi dobbiamo cercare di far battere tutti i cuori con lo stesso ritmo per vincere la solitudine.
Modesto elogio dell'umiltà
Betsy Ross e Barbara Borghi: le sartine che cucirono la bandiera americana e italiana.
Giovanni Greco cita vari studiosi, tra cui Mario Soldati per il quale l'umiltà è un valore che una persona dimostra di possedere se pensa di non averla. Si tratta dell'umiltà dei comportamenti, delle azioni quotidiane: a tal proposito Alda Merini di amaer "quelli che avevano la carne a contatto con la carne del mondo perché lì c'è verità e amore". In questo contesto, Greco colloca le vite di due donne semplici, due sartine: Betsy Ross e Barbara Borghi. Entrambe sono state umili e grandi nella loro umiltà, ed entrambe hanno vissuto (come tante anonime eroine) grandi movimenti epocali.
Betsy Ross era l'ottava di diciassette figli e rimase presto vedova. Era sarta e ricevette dal generale Washington la commissione di preparare la nuova bandiera degli Stati Uniti. I due discussero anche sul tipo di stelle da porre sulla bandiera: il generale avrebbe voluto stelle a sei punte mentre Betsy affermava il miglior effetto suscitato dalle stelle a cinque punte. Betsy ammise la sua inesperienza in fatto di bandiere ma provò comunque a lavorarci e fu così che, attuando varie migliorie durante la stessa produzione della bandiera, mostrò ai richiedenti il primo esemplare di bandiera americana con le stelle a cinque punte. Il progetto riscosse molto successo. Per quanto riguarda il pagamento, all'inizio le fu dato il necessario per provvedere alle materie prime, mentre il resto del saldo fu erogato a lavoro finito. Nel 1952 fu creato un francobollo a lei dedicato per commemorare il bicentenario della sua nascita: ella, infatti, è stata il primo mattoncino nella costruzione dello Stato americano.
Barbara Borghi era la madre del patriota e massone Luigi Zamponi, laureando in legge, amico di Gaetano de Rolandis. Brigida accompagnò il figlio sempre durante la sua attività e fu lei a produrre le coccarde rivoluzionarie, coi colori della fede, della speranza e della carità, chiamate tracolle. Man mano vennero prodotte sempre più bandiere, usando i residui e scarti di stoffa. Le tracolle portavano i colori civici di Asti e Bologna (bianco e rosso), poste su federa verde. Come avrà modo di dire Zamponi presso il Tribunale dell'Inquisizione, il modello a cui si ispirarono era la bandiera francese rivoluzionaria. Luigi morì suicida, dopo aver inciso sui muri della prigione, parole d'amore per la fidanzata e dopo la sua morte, la madre perse casa e bottega. Quando Napoleone arrivò a Bologna si volle onorare con una grande manifestazione Luigi Zamponi ma nessuno si ricordò di invitare la madre, la quale, quindi, seguì la manifestazione da un abbaino prestatogli da un'amica cameriera.
Il cammino dell'asino
Frammenti asinini
Fossili testimoniano la presenza di asini sin dall'età del bronzo. Gli asini sono sempre stati impiegati per il tiro, la sella e il basto, inoltre sono animali molto ubbidienti, docili, che imparano in fretta e che forniscono del latte molto simile a quello materno (tanto da essere usato per i bambini che non potevano prendere quello vaccino). Asini e portatori di asini hanno popolato Napoli, Sorrento, Sardegna, Ragusa e tante altre zone, e i muli hanno anche partecipato con onore alle guerre mondiali. L'asino, tuttavia, ha però anche la capacità di ignorare le cose con caparbietà, tanto da diventare simbolo di ignoranza. Però, è anche l'animale che sa di più perché sa di non sapere ed il suo raglio è un verso molto drammatico perché è l'urlo di chi ha sempre taciuto.
L'asino, apprezzato dai latini e considerato dai greci emblema di coraggio, era ben voluto anche dagli ebrei; è considerato portatore dell'erotismo greco e della spiritualità biblica, occupando il primo posto nella creazione nell'Antico e Vecchio Testamento; inoltre viene spesso raffigurato nelle chiese (come ad Otranto, Nantes e Strasburgo). La vicinanza dell'asino alla quotidianità dell'uomo è stata messa nero su bianco da Apuleio, Cervantes, Bruno, Lawrence ed altri: addirittura in un'opera di Dostoevskij è proprio il raglio di un asino a risvegliare il protagonista, l'idiota, in terra straniera, la Svizzera, riportandolo alla consapevolezza della sua esistenza.
L'asino è un animale particolare, di giustapposizione: è detto anche onagro (parola bifronte), animale del crepuscolo che raglia è simbolo del demonio (secondo Bestiario di Cambridge). In Francia, invece, viene celebrata la festa dell'asino in ricordo dell'animale che trasportò Maria e Gesù fuori dall'Egitto. Franco Cardini, ancora, ha sottolineato una somiglianza tra l'asino e Cristo: entrambi figure regali ma vittime della crudeltà dell'uomo.
L'asino è presente in filosofia grazie a Buridano: secondo la sua dottrina, l'animale trovandosi affamato tra due balle di fieno, non sapendo cosa scegliere (le due balle sono uguali) muore: l'intelletto, infatti, non darebbe informazioni.
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