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Il termine filosofia

Diogene Laerzio, scrittore del III sec. d.C., ci lascia "Vite dei filosofi" a cui attingiamo per scoprire numerose notizie circa i grandi filosofi del passato. Tra questi racconti, uno in particolare riguarda Talete e parla di una donna che, vedendo Talete cadere in un fosso, lo canzonò dicendogli come egli credeva di contemplare gli astri se non vedeva nemmeno cosa c'era tra i suoi piedi. Questo episodio aderisce all'opinione comune sulla filosofia, vista come qualcosa di inutile, mentre in realtà essa va oltre l'apparenza.

Filosofare non significa pensare; come diceva Hegel, filosofare è come nuotare, ovvero così come non si può imparare a nuotare senza buttarsi nell'acqua, così non si può comprendere cosa sia il filosofare senza esercitare la filosofia. La filosofia si distanzia dalla religione, perché mentre quest’ultima tende a cogliere l’infinito, la verità, con lo slancio immediato della fede, la filosofia si sforza di cogliere la verità attraverso passaggi intermedi, processi, per raggiungere “i fini complessivi”, ovvero il destino dell’individuo come umanità intera. La religione è caratterizzata da fede e sentimento, la filosofia dal ragionare.

Comunque sia, religione, filosofia ed arte (mossa dall’ispirazione) hanno uno stesso scopo: raggiungere la verità. L’arte raggiunge l’universale sotto forma di “immagine sensibile” (colori, note, versi, ecc.), la religione lo fa mediante “rappresentazioni” (narrazioni, leggende, parabole, ecc.) e la filosofia lo fa mediante il “ragionamento” (cogliendo il LOGOS, ovvero la ragione che è dietro tutte le cose).

L’umanità come consapevole di sé e del suo ruolo sulla Terra nasce in Grecia, mentre nelle civiltà orientali l’Uomo viveva all’ombra del mito: le divinità stesse cambiano, infatti nelle civiltà orientali sono zoomorfe mentre in quella greca antropomorfe. Emblema della vittoria dell’uomo greco su quello orientale è il mito della Sfinge: essa, con la sua enigmaticità, sovrastava l’uomo ma l’uomo greco Edipo risolve il mistero ed essa precipita nell’abisso. È la vittoria del logos sul mito.

Filosofia e scienza nascono dall’uso della ragione umana ma differiscono per il contenuto: la filosofia tende all’universale, alla totalità, mentre la scienza tende al settore, al particolare. Le scienze nacquero in seno alla filosofia ma poi se ne sono distaccate, appunto “settoriandosi” (matematica, biologia, chimica, ecc.).

Hegel affermava che la filosofia fosse la scienza universale dei principi delle singole scienze; queste ultime partono sempre da presupposti dati per scontati che invece andrebbero indagati come fa la filosofia. È proprio nella sfera filosofica che vengono discusse le categorie scientifiche come il rapporto causa-effetto, che viene vagliata la validità dei metodi (deduttivo=dall’universale al particolare, induttivo=dal particolare all’universale).

Si può concludere dicendo che le scienze particolari hanno il loro limite nello scaturire da presupposti dati per certi, per scontati (come fa la matematica con gli assiomi), mentre la filosofia indaga proprio i principi delle singole scienze. Un’altra differenza tra scienza e filosofia si vede nel rapporto tra scienziato-oggetto e filosofo-oggetto: il primo è distaccato dal fenomeno che studia, il secondo invece ne è coinvolto. Questa relazione tra filosofo ed oggetto di riflessione è insito nel termine stesso “filosofia” che significa “amore per la sapienza” (fileo=amo, sofia=sapienza).

Platone spiegò questo rapporto nel suo Convito affermando che la filosofia è connessa all’amore, ma Amore è Eros (secondo il mito greco), figlio di penia (povertà) e poros (guadagno); pertanto il ragionamento filosofico, che è amore per la sapienza, implica un avere ed un essere privi. Infatti, se si fosse ricchi di sapienza di sarebbe saggi, non filosofi. Il filosofo è a metà strada tra sapienza ed ignoranza, è sempre in cammino. La filosofia si avvicina all’oggetto ma non lo raggiunge, e questo si spiega per via ontologica (l’ontologia è la filosofia che si occupa delle parti ultime della realtà), giacché per raccogliere pienamente l’oggetto (la verità, quindi) bisognerebbe essere l’oggetto stesso.

Niccolò Cusano paragona la conoscenza perfetta della verità ad una circonferenza in cui è iscritto un poligono che rappresenta la conoscenza umana: pur aumentando i lati del poligono (quindi la conoscenza umana) non si raggiungerà mai però la figura di circonferenza.

La filosofia nella sua ricerca amplia gli orizzonti della mente umana ma non è un processo arbitrario o soggettivo. La filosofia tende al mondo oggettivo, è l’opinione che lo soggettivizza. Come disse il filosofo tedesco Theodor Adorno, la cultura filosofica consiste nella liberazione dall’opinione, andando oltre le convinzioni che uno ha solo perché attanagliato da esse. Citando Hegel, possiamo affermare che la filosofia sia la scienza oggettiva della realtà, la scienza della necessità della verità, essa e conoscenza concettuale.

La scuola ionica

I primi pensatori greci vengono fatti risalire alla scuola ionica o di Mileto, anche se non si trattava di una scuola ma di uno stesso ambiente geografico (la Ionia, odierne coste della Turchia e della Grecia). Si evince come la filosofia, di origine greca, sia nata nelle colonie della Grecia. La scuola ionica comprende Talete, Anassimene, Anassimandro ed Eraclito, mentre alla scuola sviluppatasi tra i greci d'Italia appartengono Pitagora, Zenone, Parmenide ed Empetocle.

Questi pensatori hanno per primi avuto l'intuizione di un discorso razionale perché erano a contatto con civiltà diverse ed erano gruppi intraprendenti, aperti all'avventura della colonizzazione. Hegel, tuttavia, ha evidenziato che mentre i filosofi ionici e dell'Asia minore hanno proposto un pensiero concreto, ponendo l'archè (il principio originario) in qualcosa di materiale, i pensatori della Magna Grecia hanno invece dimostrato maggiore astrazione (ad es. Pitagora pone il numero e Parmenide all'essere come soluzione al medesimo problema dell'archè).

La fonte principale su tali filosofi, di cui si hanno notizie mediante scritti di terzi, è Aristotele e successivamente lo sarà Diogene Laerzio.

Talete

Si dice che Talete abbia diviso l'anno in 365 giorni e che sia stato astronomo, meteorologo, economista ed agricoltore. Questa sua poliedricità non stupisce, visto che in origine erano considerati filosofi gli uomini di grande intelligenza, curiosi verso il mondo. Talete è noto grazie agli aneddoti tramandati su di lui, come quello della sua caduta nel fosso e proprio in riferimento a questo episodio, Hegel lo difende affermando che chi critica la filosofia è perché vive affossato e quindi non percepisce le altezze che vedono i filosofi.

Come ci dice Aristotele, Talete si è chiesto come spiegare l'unicità che si nasconde dietro la molteplicità. Egli, infatti, sfruttava un semplice esempio, ovvero prendendo come riferimento l'uomo Socrate, questi poteva diventare un musico, un astronomo o altro pur restando sempre Socrate. Socrate poteva subire delle metamorfosi senza perdere la sua essenza di Socrate. Tale sostanza di base, detta "natura", "universo", "realtà", ci è sempre stata, osserva il filosofo. Continuando l'esempio, Socrate potrebbe diventare brutto o dimenticare la musica; nonostante questo resterebbe Socrate. In questo modo si evince che nonostante i cambiamenti e le dimenticanze/scomparse, l'essenza resta e questo è quanto avviene anche in Natura.

Talete pose questa essenza, questo principio eterno, nell'acqua. Questa presa di posizione si deve contestualizzare con l'ilozoismo in cui vivevano i primi pensatori, ovvero un'atmosfera culturale che vedeva la realtà tutta animata: niente era inerte, nemmeno le piante ed i minerali. Talete, quindi, sostiene che tutto deriva dall'acqua e che in essa tutto si risolva, perché tutto ha il suo principio nell'umido (come il seme che per germogliare ha bisogno di terra bagnata). La vita è quindi collegata all'acqua e dove essa manca, manca la vita; pertanto l'acqua è il principio di tutto, è l'archè.

Il limite di questo pensiero è che il principio di tutto viene visto in qualcosa di materiale; tuttavia Hegel elogia Talete perché è stato il primo filosofo a ricondurre la molteplicità all'unità (nemmeno la religione greca ci era riuscita, in quanto essa era olimpica e quindi multiforme). Talete fonda il principio filosofico dell'unità, per cui nessuna cosa può essere percepita come a sé stante, isolata. Ogni cosa può essere capita solo come parte del tutto: ecco giungere alla prima categoria della filosofia, ovvero l'unità della realtà.

Nonostante lo sforzo di Talete, comunque, rimane il suo un pensiero troppo limitato in quanto nella quotidianità noi ci imbattiamo sempre nel molteplice e soprattutto nella particolarità, non incontriamo l'unità.

Anassimene

Anassimene colma la lacuna lasciata in sospeso una volta aperta la strada all'unità. Egli pone l'archè nell'aria, più impalpabile dell'acqua (quindi fa un passo in avanti rispetto a Talete) e quindi indica uno sforzo di astrazione, di allontanamento del materiale. Anche Anassimene è ilozoista, e vede che fin quando c'è l'aria tutto vive. I corpi stessi non vivono più quando non emettono più lo pneuma (soffio, in greco), l'anemos (respiro, in greco) e quindi in mancanza di respiro sopraggiunge la morte. Visto che la vita è presente ovunque, anche l'aria è presente dappertutto come archè.

L'aria, rispetto all'acqua, non solo è meno materiale ma si presta ai fenomeni di rarefazione, cambiando stato e forma (essa "rarefacendosi si fa fuoco e condensandosi diventa vento, nuvola, e ancor più condensata acqua"). In tal modo Anassimene partendo dal principio unitario dell'aria arriva al molteplice: l'aria da luogo ad altri elementi. In questo modo il filosofo riesce a trovare un principio non solo di unità (come Talete) ma anche di molteplicità, grazie al movimento/dinamismo dell'aria.

Anassimandro

Per Anassimandro l'arché è l'aperion (illimitato, indeterminato). Egli era cartografo e giunse a tale illuminazione riflettendo sul fatto che per quanto si possano disegnare figure definite su un qualsiasi supporto, tale sfondo non si potrà mai eliminare senza eliminare anche la figura sopra disegnata. L'aperion è presente dappertutto in quanto tutte le cose si ritagliano all'interno dell'indefinito e non possono staccarsene.

Abbiamo alcune parole tramandateci e sicuramente sue e da queste sue parole sono sorte due interpretazioni: la prima, notando l'assenza della parola "reciprocamente", affermava che il principio dell'aperion prevedesse la scomparsa della cosa: essa cioè, nasce nell'illimitato ma è destinata a morire come "pena ed espiazione dell'ingiustizia". I filosofi si sono spesso interrogati su cosa fosse tale ingiustizia, e alcuni sono arrivati alla conclusione che essa sia la nascita (ovvero il venir fuori dal tutto). Nell'antica Grecia era infatti presente un filone pessimistico, tanto che Sofocle affermava "meglio sarebbe stato non essere mai nato".

Secondo quest'ottica la colpa sarebbe quella di essersi staccati dal tutto, l'aperion, il quale però rifagocita tutto in sé. Secondo interpretazioni più recenti, la parola "reciprocamente" era presente, solo che nei primi frammenti non era pervenuta. Questi studiosi pongono l'attenzione sull'espressione "secondo necessità" sottolineando un grande concetto del mondo greco: ogni singolo essere nel mondo è collegato agli altri, quindi segue leggi necessarie ed ineluttabili. In questa prospettiva, la colpa che gli uni devono pagare agli altri è la ubris, ovvero il peccato di porsi in una posizione diversa rispetto a quella voluta dal destino, pretendendo di avere e svolgere un ruolo maggiore rispetto a quello che gli compete. L'ubris, quindi, sconvolge l'armonia dell'aperion.

Questa concezione cosmica della realtà che risulterebbe dal pensiero di Anassimandro è ricavata anche dal modo che il filosofo ha di vedere la polis: nella polis ognuno deve svolgere il proprio compito. Val la pena di considerare che in questo frammento del filosofo si evince un concetto di aperion come indefinito ma non infinito: affinché altri esseri possano nascere, bisogna che qualcosa muoia per "fare spazio".

Eraclito

Viene annoverato fra i filosofi ionici, legati ad immagini sensibili (gli elementi naturali); a loro si contrappongono i filosofi della Magna Grecia, capaci di maggiore astrazione. Tale scissione viene proposta da Hegel, il quale così classifica i filosofi "presocratici".

Per i naturalisti ionici nulla è morto ma la realtà è tutta vitale. Eraclito risponde al problema dell'arché indicando quale principio originario il fuoco: esso, secondo il filosofo, è presente in ogni cosa in quanto ogni cosa si può scambiare col fuoco, ogni cosa può prendere fuoco trasformandosi in esso. Il fuoco, inoltre, è simbolo di mobilità e del divenire; il fuoco, infatti, è in continuo movimento e quando sembra immobile in realtà sta bruciando il combustibile.

Eraclito è passato alla storia come l'Oscuro per le sue parole difficili da interpretare; lo stesso Diogene Laerzio lo afferma, spiegando che Eraclito scriveva in modo oscuro per non farsi capire. La spiegazione per la difficoltà dei suoi frammenti sta nel fatto che egli cercava di spiegare due concetti contemporaneamente, ovvero il divenire e il permanere delle cose. Eraclito è contraddittorio ma, afferma lui stesso, è la vita ad esserlo in realtà: essa si presenta in continuo divenire ma allo stesso tempo ci lascia intuire qualcosa che permane.

Il filosofo dice: "non ci può bagnare due volte nello stesso fiume", in quanto nell'attimo successivo al nostro tuffo il fiume è diventato qualcosa di altro rispetto a quello che era prima. Chiamiamo fiume in realtà un susseguirsi di acque diverse, ma resta comunque sotto il fiume qualcosa di uguale ed immutabile. Lo stesso discorso può essere fatto riguardo l'uomo: egli si trasforma nel corso della vita, passando dalla fanciullezza all'età adulta, tuttavia nonostante il mutato aspetto, egli resta sempre quello che era prima. Quindi ogni cosa è allo stesso tempo è quello che è e quello che non è: sono due elementi che non si possono ignorare. Eraclito, da un certo punto in poi, smise di parlare e si limitò ad indicare: la parola, infatti, indica una permanenza delle cose ma se le cose cambiano continuamente esse non possono essere fermate nel loro flusso con le parole.

Il logos

Per Eraclito le trasformazioni delle cose seguono leggi necessarie; quindi egli vede il cosmo come governato da una logica e per questo può essere considerato il fondatore del logos. Queste leggi, però, ci sono anche se noi non ce ne accorgiamo, se non le conosciamo; in effetti prima di Galileo, Newton, Einstein era così. Eraclito considera il logos qualcosa di eterno, e quindi vede le leggi della realtà come necessarie ed eterne.

Ciò che rende davvero oscuri i frammenti di Eraclito è il concetto del primo dei principi che regolano il cosmo. La prima legge, infatti, è il divenire ordinato ma questo implica una trasformazione. In fondo, Eraclito ha introdotto il concetto di tempo: in tal modo si spiega che se anche le cose da un certo punto di vista sono identiche tra loro, viste nel loro sviluppo, nella loro dimensione diacronica, sono diverse da quello che sono. Eraclito, inoltre, accoppia ogni cosa con il suo opposto: il bianco e il nero, la notte e il giorno, ecc; ogni cosa, quindi, è in relazione con il suo opposto.

Eraclito secondo Diogene Laerzio

Dalle pagine di Diogene Laerzio circa Eraclito, vediamo un filosofo solo proprio per la sua propensione a scrutare la sostanza, cioè l'essenziale dietro l'apparenza, pertanto risultando agli occhi dell'opinione pubblica come un individuo singolare. Diogene riflette quest'apparenza, dicendo che Eraclito sia una persona superba, soprattutto in virtù della sua massima "sapere molte cose non insegna ad essere intelligenti".

Sapere molte cose indica uno studio nozionistico, un'educazione improntata sull'ammontare nozioni separate le une dalle altre. In tal modo non si produce comprensione perché le nozioni restano escluse le une dalle altre. Se per comprendere la realtà bisogna studiarne le particolarità, è pur vero che bisogna comunque raggiungere un momento di sintesi. L'intelligenza, per Eraclito, è un'altra cosa, ovvero comprendere la ragione che governa tutto perché tutto è collegato al resto.

Eraclito rimprovera anche i cittadini di Efeso per aver cacciato il suo amico Ermodoro, persona sembra virtuosa ed intelligente. Il filosofo obietta il fatto che a favore della quantità l'uomo eccellente venga messo da parte: l'uomo eccellente che vuole imporre la ragione, il punto di vista dell'universalità, viene estromesso per non compromettere.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Morgana393 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Gargano Antonio.
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