Filosofia antica
Gli antichi, sin dai tempi di Platone e Aristotele, si sono chiesti se la filosofia avesse avuto origine in Grecia: alcuni identificavano la nascita della filosofia in popolazioni come quelle d'Egitto, Persia, India o presso le culture celtiche. Anche se erano esistite forme di sapere anche in queste popolazioni, è in Grecia che il sapere divenne oggetto di indagine. La diversa configurazione politica della Grecia, rispetto a quella orientale, ha permesso uno sviluppo dell'individuo in sé, aprendo un nuovo spazio per la riflessione. Anche la religione, in quanto la Grecia non possedeva un libro sacro che imponesse in modo rigido credenze e pratiche culturali, agevolò la crescita individuale. La prima filosofia greca, infatti, è stata definita come un passaggio dal mito al logos, con la differenza che la ricerca filosofica è un'indagine razionale e intenzionale, a differenza del mito. La base per costruire l'attività filosofica è la parola, alla quale si affiancherà presto lo scritto.
I filosofi presocratici
Aristotele chiamerà “studiosi della natura” i filosofi che noi siamo abituati a definire presocratici. La prima fase della filosofia greca è stata caratterizzata prevalentemente dalla ricerca sulla physis, la natura. In questo periodo la differenza fra filosofo e sapiente è sottile: il sapiente è il possessore di un sapere ed è anche colui che è in grado di enunciare massime per i suoi simili. Era diffusa l'immagine leggendaria dei Sette Sapienti, fra cui era annoverato Talete. Per raggiungere una conoscenza razionale della realtà, i primi filosofi dovranno affrontare il problema del divenire e della molteplicità. Tentando di andare oltre l'esperienza sensibile, i filosofi tentano di trovare qualcosa che permane al di là del mutamento. Ci si chiede dunque cos'è ciò da cui tutto ha origine, un principio comune a tutto ciò che esiste. Questo principio, identificato nel termine arché ha il valore di origine. Le caratteristiche dell'arché sono quelle di essere ingenerato, eterno e unico; ne deriva una concezione monistica, ovvero che ogni cosa è manifestazione di un'unica realtà.
Talete
La filosofia compie i suoi primi passi nelle colonie greche, non propriamente in Grecia, in quanto le colonie presentavano una maggiore dinamicità grazie anche alla mescolanza di culture diverse e alla necessità di dover costruire una nuova cultura. Talete nacque e visse a Mileto tra il VII e il VI secolo a.C. Talete era abile in problemi di calcolo e di misurazione, e nel V secolo a.C. si configura un'immagine leggendaria attorno alla persona di Talete. Secondo Talete il principio di tutte le cose è l'acqua: questa motivazione può essere ricercata sia dall'evidenza dei dati sensibili, ovvero che ciò che è vivo contiene acqua, mentre ciò che è morto è anche secco; d'altra parte però veniva riconosciuta l'importanza del mare per le colonie greche. Inoltre anche il mito vuole Oceano e Teti come procreatori del mondo: c'è dunque una continuità mitica. Anche la concezione panteistica secondo cui “tutto è pieno di dèi” conferma questa continuità.
Anassimandro
Anassimandro, nato anch'egli a Mileto, scrive un'opera in prosa intitolata “Sulla natura”. La poesia non è più dunque l'unico mezzo per trasmettere le conoscenze sull'universo. Anassimandro è il primo a disegnare una cartina geografica del mondo conosciuto e di introdurre un orologio solare: spazio e tempo diventano misurabili. A differenza di Talete, Anassimandro ravvisa l'arché in un elemento che non è osservabile: si passa dal visibile a ciò che non lo è, ovvero l'apeiron. Infatti l'arché, essendo origine di ciò che è determinato, doveva essere indeterminato. L'apeiron, il cui significato è “privo di limiti”, viene collocato alla periferia dell'universo ed è al di fuori del tempo. Al centro dell'universo è posta la terra, di forma cilindrica, equidistante dalla periferia dell'universo. Da esso tutto è stato generato, ed ogni cosa è caratterizzata dal limite. Anassimandro è interessato inoltre alla formazione degli esseri viventi, supponendo che l'uomo fosse nato dal ventre di pesci, una concezione che vedeva, come Talete, l'importanza dell'acqua per la nascita della vita.
Anassimene
Anassimene si trova in una posizione intermedia fra Talete e Anassimandro. Da un lato torna ad identificare l'arché con un elemento naturale, l'aria, dall'altro ritiene che l'arché debba essere infinito. L'importanza dell'aria ci è evidente grazie all'esperienza. Grazie all'aria sono possibili la respirazione umana e i vari fenomeni della vita. Per spiegare la formazione delle cose dall'aria, Anassimene introduce i fenomeni di condensazione e rarefazione.
Eraclito
Eraclito nutre sfiducia negli uomini e crede che il suo messaggio dei suoi scritti non possa essere compreso da chiunque. Questo dipende dal fatto che i contenuti dei suoi scritti sono lontani sia dall'esperienza della vita comune che dal linguaggio e dalla forma. Ricorre spesso alle ambivalenze dei significati dei termini (come bios = arco; bìos = vita) La tradizione antica, infatti, lo identifica come il pensatore oscuro. Il testo da lui scritto, da lui intitolato “Sulla natura” parte dal logos, che ha numerosi significati: discorso, ragione o spiegazione. Il logos cosmico è comune a tutti gli uomini, ma non sono in grado di comprenderlo in quanto troppo ancorati alla loro vita privata. Lo scritto di Eraclito è anche polemico in quanto critica Omero, Esiodo ma anche Pitagora. Secondo Eraclito vi è differenza fra sapere molte cose ed essere intelligenza, in quanto questa dipende dalla profondità dell’anima. Si tratta dunque di rintracciare il collegamento tra il logos della propria anima e il logos comune, che è dentro ciascuno di noi. Il contenuto di questo logos comune è che il mondo non è prodotto di dèi o di uomini, ma di un ordine universale, che viene identificato nel “fuoco sempre vivente”. Il fuoco, infatti, si accende e si spegne regolarmente secondo una misura, è ciò che distrugge e genera al tempo stesso. L’intera vicenda cosmica è infatti regolata da una misura. L’universo è caratterizzato da un’armonia nascosta, superiore a quella visibile, che consiste nell’unità e nel conflitto fra gli opposti. Questi si implicano a vicenda, in un equilibrio dinamico. Il divenire è la legge che regola l’universo (panta rhei) ed è ciò che accomuna ogni cosa.
Pitagora
La comunità pitagorica, sia politica che religiosa, riscontrò successo presso Crotone e altre città della Magna Grecia. L’insegnamento pitagorico veniva impartito oralmente, per questo è difficile cogliere i punti salienti della sua filosofia, dato che Pitagora divenne presto una figura leggendaria. L’insegnamento avveniva in modo graduale e impartiva precetti che dovevano essere seguiti nella condotta della vita. La scuola ammetteva anche donne e stranieri, contrariamente ad ogni discriminazione del tempo. I nuovi adepti dovevano ascoltare chi già conosce (sono infatti detti “acusmatici” ovvero ascoltatori) senza poter intervenire; dopo un lungo periodo di studio diventavano matematici, che apprendevano gli oggetti più alti dell'apprendimento: aritmetica, geometria, musica e astronomia. Agli adepti non è permessa la visione diretta del maestro, il quale parlava dietro e una tenda e il cui pensiero non poteva essere discusso, come una rivelazione divina. Questi riguardavano anche il destino delle anime che dovevano prepararsi alla futura vita beata e dovevano affrontare una serie di trasmigrazioni.
Orfismo e metempsicosi
La tradizione pitagorica si richiamava alla tradizione orfica e, di conseguenza, si occupava della questione della sopravvivenza dell'anima. I pitagorici sostenevano che l'uomo fosse composto da due principi opposti, anima (sede della ragione) e corpo (sede delle passioni). La prima doveva liberarsi dal secondo mediante pratiche di purificazione dell'anima, fra cui il vegetarianesimo. L'anima tornerà a incarnarsi dopo la morte del corpo (dottrina della metempsicosi o trasmigrazione) a seconda del destino che si è costruita durante la vita precedente: una volta purificata può uscire dal ciclo di reincarnazione. Secondo l'orfismo in principio vi era un'unità perfetta che si scisse e da essa si originarono esseri separati, che tenderanno a ricostituirsi col tutto.
Il numero
È la conoscenza razionale (matematica) la via privilegiata per la purificazione. Per i pitagorici i numeri costituiscono l'essenza di tutte le cose (una sorta di arché). Dato che in antichità non si conosceva lo zero, l'uno godeva di un'importanza particolare: indivisibile, è la sorgente degli altri numeri. Questi si suddividono in pari e dispari, che hanno le caratteristiche i primi di essere infiniti e imperfetti, i secondi di essere finiti e perfetti. L'uno veniva chiamato parimpari (includeva in sé sia il pari che il dispari). Il 10 (tetraktys - tetrade) possiede un'importanza fondamentale: è la somma dei primi quattro numeri, include le dimensioni dell'universo fisico (uno: punto; due: linea; tre: superficie; quattro: solido). Senza il numero le cose sarebbero illimitate e incomprensibili, in quanto esso consente di delimitare ogni cosa. Tra i numeri esistono logoi (rapporti) e tra questi è possibile individuare delle proporzioni: la conoscenza consisterà nella ricerca di rapporti e proporzioni. Questo ambito è riscontrabile in musica e in astronomia.
Filolao e la concezione dell'universo
L'universo dei pitagorici (concezione elaborata dal discepolo di Pitagora Filolao) vede un fuoco centrale attorno al quale ruotano terra, luna, sole, pianeti e le stelle fisse. La terra, non più piatta ma sferica, non è più considerata al centro dell'universo e perde così il suo primato. I numeri riguardano anche gli uomini stessi, e con essi interpretano tutta la realtà, non solo fisica ma anche morale. I pitagorici indicavano, ad esempio, la donna col due, l'uomo col tre e, di conseguenza, il matrimonio col cinque, l'unione dei due. Alla coppia dispari e pari corrispondevano inoltre i concetti di quiete e modo, uno e molti, buono e cattivo. Nell'insieme, questa concezione viene chiamata “mistica del numero”.
La scuola eleatica
Con la scuola eleatica la filosofia subisce un'enorme svolta: non si cerca più il principio generatore dell'universo o sulle leggi che regolano i fenomeni naturali. Con Parmenide si apre l'orizzonte dell'ontologia, ovvero l'indagine sull'essere. Risulta necessario, dunque, distinguere fra il sapere vero e le illusioni degli uomini.
Alcmeone
Nel suo scritto in prosa, Alcmeone tratta le differenze fra l'uomo e la divinità, in particolar modo per ciò che riguarda la differenza conoscitiva. Gli dèi possono conoscere sia ciò che è visibile sia ciò che è invisibile, mentre l'uomo deve riuscire a passare da ciò che è visibile a ciò che non lo è, ma non sempre questo è possibile.
Senofane
Secondo Platone è stato Senofane il capostipite della scuola eleatica. Egli vagò di città in città recitando i propri versi ad un pubblico e non era legato ad una scuola. Compose vari scritti in versi ma, nonostante ciò, conduce una critica ai poeti. Omero ed Esiodo, infatti, descrivevano gli dèi come se avessero un aspetto umano e gli attribuivano una condotta deplorevole. Questo non è concepibile, in quanto perfino gli animali, se fossero in grado di disegnare, rappresenterebbero gli dèi simili ad essi. Senofane aspira invece a una conoscenza più adeguata della divinità, negando una somiglianza con gli uomini. Anche la percezione sensoriale e il pensare devono essere differenti: mentre nell'uomo ad ogni funzione è attribuita un organo, la divinità esercita ciascuna funzione con tutta se stessa, secondo Senofane. Inoltre non solo la divinità coincide con la natura, è eterno e immutabile, ma è anche pensiero, un pensiero diverso da quello degli uomini, in quanto illimitato. Il sapere umano, invece, è limitato: gli uomini possono cercare di capire cosa è migliore, ma per fare ciò è necessaria una ricerca che duri nel tempo.
Parmenide di Elea
Il messaggio di Eraclito, ovvero di andare oltre i sensi e le opinioni, viene seguito fino alle sue estreme conseguenze da Parmenide. Parmenide di Elea fu l'iniziatore del pensiero eleatico vero e proprio. Scrisse un poema intitolato “Sulla natura” in cui Parmenide stesso racconta di un viaggio da lui compiuto guidato dalle divinità. In questo modo si riferisce al modello dei poeti epici, che attribuivano il loro scritto all'insegnamento delle Muse. La dea suggerisce a Parmenide la ricerca che dovrà percorrere, partendo da ciò che è visibile per giungere a ciò che non lo è. Questa ricerca viene avviata dalla disgiunzione “è o non è”. Di qualunque cosa si può solo dire e pensare che è, in quanto separato dal non essere. Pensare quello che non è, cioè il nulla, significherebbe non pensare; dire ciò che non è equivarrebbe a non dire nulla. Nonostante non sia possibile dire e pensare ciò che non è, la maggior parte degli uomini tende a mescolare insieme “è” e “non è”: alla base di questo errore vi è un uso scorretto del linguaggio, di parole vuote. Questa critica al linguaggio degli uomini considera il contenuto logico delle parole. Dai suoi scritti, non è possibile affermare che Parmenide identificasse l'essere con un'entità precisa, ma intendeva probabilmente una molteplicità di cose. Solo ciò che è può essere pensato a detto e, di conseguenza, è. Parmenide inizia dunque a individuare le proprietà dell'essere tramite la deduzione, un ragionamento che, partendo da delle premesse, ricava determinate conclusioni. Parmenide utilizza la cosiddetta dimostrazione per assurdo, la quale assume come premesse il contrario di ciò che si vuole dimostrare e ne deduce conseguenze errate. Di conseguenza saranno vere le premesse contrarie a quelle errate. Parmenide dimostra che l'essere è ingenerato, imperituro, immutabile, immobile, indivisibile e uno (finito, perché se fosse infinito sarebbe incompiuto). La dea mostra a Parmenide che i sensi e, di conseguenza, le opinioni degli uomini sono ingannevoli: il mondo fisico appare caratterizzato dal trasformarsi delle cose. Parmenide definisce questa una verità razionale (in quanto è oggetto della ricerca umana) e necessaria, che si impone da sé senza bisogno di essere confermata dall'esperienza. È dunque necessario separare il logos dai sensi. Parmenide parla di elementi, introducendo la luce (fuoco) e le tenebre (terra): da questi di formano mescolanze, ovvero le cose per come appaiono agli uomini. Gli elementi sono analoghi all'essere e le loro mescolanze lo sono invece al non essere. Parmenide apre l'orizzonte all'ontologia, di cui è considerato il padre. Il suo assioma sull'essere verrà riformulato da Aristotele coi principi di identità e di non contraddizione.
Zenone di Elea
Zenone di Elea, allievo di Parmenide, intendeva difendere le dottrine del maestro coi propri scritti. Aristotele lo definisce l'inventore della dialettica, poiché la sua tecnica argomentativa si basava sulle premesse ammesse dall'avversario. Anche Zenone ricorre alla dimostrazione per assurdo, ma introducendo un nuovo strumento, ovvero il regresso all'infinito (in relazione alla divisibilità delle grandezze). Zenone costruisce quattro argomenti contro la molteplicità e il movimento che verranno chiamati paradossi, in quanto contrastano il pensiero comune. Il più celebre è quello di Achille e la Tartaruga: Zenone ipotizza una situazione in cui Achille e una tartaruga debbano raggiungere un traguardo. Immaginiamo che Achille dia un vantaggio alla tartaruga. Nel tempo in cui Achille si muove per raggiungere la tartaruga, la tartaruga a sua volta continua il suo percorso muovendosi, ad esempio da T1 a T2 e così all'infinito. In questo modo la grandezza sarebbe divisibile all'infinito (paradosso della dicotomia – divisione per metà). Achille non riuscirà a raggiungere la tartaruga in un tempo finito, perché è impossibile percorrere una serie infinita di punti. L'essere, dunque, è immobile, come aveva sostenuto Parmenide. Per quanto riguarda la nozione di molteplicità, Zenone afferma che se i molti sono, devono essere di numero sia finito sia infinito (in quanto ognuno di essi è separato da qualcos'altro all'infinito) ma è impossibile che una cosa sia al tempo stesso finita e infinita. Occorre dunque negare l'esistenza del molteplice. Se non esiste il molteplice, non esiste neanche il luogo: se esistesse si troverebbe in un altro luogo, e questo in un altro luogo ancora, fino all'infinito. Siamo di fronte a una profonda lacerazione fra la sfera logica e l'esperienza sensibile. Zenone non usa la disgiunzione “è o non è”.
Melisso
Melisso di Samo, ispirato dal pensiero di Parmenide, scrisse un'opera in prosa intitolata “Sulla natura o sull'essere”. Melisso afferma che l'
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