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I.

PRESOCRATICI

La filosofia nasce tra il VII e il VI secolo a.C. nella Ionia, una regione costiera dell’Asia Minore

situata lungo il mar Egeo, nella quale i greci si erano stabiliti già nell’VIII secolo a.C.

Tale territorio è stato definito dagli studiosi un “mondo fluido”: si trattava infatti di una delle aree

commerciali più importanti dell’epoca e, confluendovi mercanti da ogni angolo del Mediterraneo antico,

era caratterizzato da un forte vivacità culturale che favorì il confronto interculturale, la riflessione, e con

essi il pensiero critico.

Aristotele, nel corso della sua analisi dossografica, individua in Talete milesio un punto di svolta nel

modo di condurre una trattazione argomentativa: con egli sarebbe avvenuto il passaggio definitivo dalla

narrazione mitica all’analisi razionale, dalla sophìa [σοφία], manifestata nella massime sapienziali (le

sentenze moraleggianti dei Sette Sapienti, prive di un supporto argomentativo) alla philosophìa

[φιλοσοφία] (intesa come dimostrazione razionalmente argomentata).

In realtà è opportuno notare come questo passaggio non sia avvenuto in maniera subitanea, dal

momento che anche nel pensiero di filosofi posteriori a Talete si rileva una maggiore o minore tendenza

al misticismo.

Non si può quindi parlare, con e dopo Talete, di una filosofia razionalistica: quello che invece

possiamo dire è che, in linea di massima, i pensatori dell’area ionica risulteranno più inclini ad un’analisi

razionale rispetto ai magnogreci, nei quali è ravvisabile una più marcata componente misticheggiante.

Si parla di pensiero presocratico facendo riferimento ai filosofi che hanno preceduto Socrate, i

quali presentano come tratto comune l’interesse per la materia, ossia per ciò che è soggetto a

generazione, corruzione e distruzione; in questa categoria vengono inseriti anche filosofi contemporanei

a Socrate, come Democrito, o successivi, ma comunque legati ad un pensiero della materialità

tradizionale, contrapposto agli sviluppi di Platone e di Aristotele in senso metafisico, ma anche allo

stoicismo e all’epicureismo, che pur essendo correnti materialistiche, si distinguono dal primo pensiero

filosofico relativamente all’oggetto e al metodo di ricerca.

Occorre anche ricordare che tra i presocratici figurano anche i sofisti, nonostante questi non

conducano una riflessione sulla materia, ma sulle potenzialità del linguaggio, e sulla retorica.

Infine, un grande problema da affrontare nella ricostruzione del pensiero presocratico è

rappresentato dall’esiguità delle fonti: della produzione di gran parte dei presocratici non ci sono

pervenuti che frammenti per tradizione indiretta, ossia tramite citazioni di autori successivi, ai quali si

sommano le testimonianze circa la loro vita o dottrina.

Talete di Mileto (VII-VI sec. a.C.)

Talete per primo indaga la causa o principio, archè [ἀρχή], del movimento nel mondo,

individuandola nell’elemento dell’acqua.

Egli opera un’assolutizzazione dell’acqua come principio: l’acqua è l’unico elemento all’interno

del mondo materiale a rimanere identico a se stesso, determinando per tutte le cose il mutamento dalla

quale essa soltanto è esente.

Essa è in sostanza l’elemento che causa ogni trasformazione a livello della materia, senza essere

essa stessa trasformata: a questa concezione viene dato il nome di “materialismo monista”.

Talete trae le sue conclusioni a partire da un’osservazione empirica: egli nota come tutte le cose

nascano dall’umido (ciò vale per i semi umani, già inumiditi, o delle piante, che vengono inumiditi dalla

pioggia), che umido sia il nutrimento di tutte le cose, e che tutte le cose, quando periscono, si

rinseccoliscono e perdono acqua (come accade per i cadaveri).

Anassimandro di Mileto (VII-VI sec. a.C.)

Anassimandro, allievo di Talete, nota come dell’acqua non si possa dire che sia sempre identica

a se stessa, perché è anch’essa soggetta a trasformazioni per solidificazione o evaporazione.

Egli ritiene che il principio di tutte le cose sia ciò che chiama àpeiron [ἄπειρον], termine che in

greco porta con sé la nozione dell’essere illimitato e indefinito, ma anche dell’essere pieno: quest’ultima

caratteristica gli dà dunque carattere di materialità, confermata dal suo essere stochèion [στοχεῖον],

elemento costitutivo di tutte le cose.

L’àpeiron è dunque qualcosa di indefinito nel tempo e nello spazio, ingenerato, incorruttibile,

generatore di infiniti mondi e immanente alla materia; rimane tuttavia contraddistinto dal resto della

realtà perché è più sottile degli altri elementi.

Ogni cosa esiste per separazione dall’àpeiron: a causa di un movimento rotatorio e ciclico, i

contrari si separano e ogni cosa esistente viene a porsi in una posizione perfettamente equilibrata tra i

due membri di una coppia di contrari.

Relativamente a idee di generazione di questo tipo, gli studiosi adottano la dicitura di “teodicea

filosofica”: si tratta di teorie volte alla giustificazione della presenza del male nel mondo, che nel caso

specifico viene spiegata con la separazione delle cose secondo contrari e il loro opporsi come tali.

Anassimene di Mileto (VI sec. a.C.)

Anassimene torna a proporre una teoria monistica dell’origine del movimento all’interno della materia,

identificando l’archè nell’aria.

Nel fare ciò, compie però un’innovazione rispetto a Talete: infatti l’aria, pur rimanendo

sostanzialmente identica a se stessa, è soggetta a delle trasformazioni quantitative dovute al movimento

rotatorio del cosmo.

Essa diventa fuoco per rarefazione, e nubi, vento, acqua, terra e roccia per condensazione: dunque

tutti gli elementi e tutte le altre cose sensibili, non sono altro che aria più o meno rarefatta o condensata.

Eraclito di Efeso (VI-V sec. a.C.)

Il pensiero di Eraclito si sviluppa attorno a tre concetti fondamentali:

1) che ad ogni movimento, nel tempo e nello spazio, corrisponda un mutamento, da cui consegue che

nessuna cosa rimane sempre la stessa, ma continuamente diviene

2) la tesi, evidentemente opposta a quanto detto da Anassimandro, che non vi sia ingiustizia

nell’opposizione dei contrari, ma al contrario il risultato del loro contrasto produca armonia.

A riprova di (2) egli porta numerosi esempi, del tipo: se non vi fossero suoni acuti e suoni gravi,

non vi sarebbe la musica; se non vi fossero colori chiari o scuri non vi sarebbe la pittura; se non vi fossero

l’uomo e la donna non vi sarebbe il genere umano, e così via.

Per questo motivo Eraclito biasima pesantemente Omero per un suo verso del canto XVIII

dell’Iliade, che recita “Perisca la concordia tra gli dei e gli uomini”, rimproverandogli che con ciò egli si

sarebbe augurato la fine di tutte le cose, dal momento che è proprio la discordia, o, se vogliamo, la

dissonanza, a tenere insieme l’universo

3) il concetto del lògos [λόγος], inteso sia nella sua accezione di “parola, discorso”, che Eraclito intende

relativamente alla propria dottrina, che deve essere ascoltata, come “ragione” relativamente all’anima,

ma soprattutto come “rapporto”: esso svolge nel cosmo il ruolo di principio ordinatore, che mette in

relazione i contrari tra di loro e permette la generazione delle cose a partire da essi.

Non è chiaro se il lògos sia effettivamente un qualcosa di immateriale, dal momento che viene

talvolta associato all’elemento del fuoco, che si nutre della tensione dei contrari ed è ciò da cui tutte le

cose vengono originate e ciò in cui tutte le cose, nella loro distruzione, ritornano.

Senofane di Colofone (VI-V sec. a.C.)

Anche Senofane propone un modello monista, sostenendo che la terra sia l’elemento costitutivo

di tutte le cose: tutti gli esseri nascono dalla terra e rientrano nella terra al termine della loro esistenza.

La figura di Senofane è però importante per rendere l’idea dell’atteggiamento analitico

predominante nel pensiero ionico, essendo egli il primo a criticare la teologia e la religione tradizionale

su base razionale: in particolare critica il carattere antropomorfico degli dei, che non hanno in realtà la

figura e i comportamenti umani che noi gli abbiamo attribuito (infatti, argomenta, se i cavalli avessero la

ragione e fossero dunque in grado di concepire il divino, allora il loro pantheon sarebbe popolato da

creature equine).

È anche nota la sua spiegazione meteorologica dell’arcobaleno, che comunemente si riteneva

fosse una manifestazione fenomenica della dea Iride.

Pitagora di Samo (VI-V sec. a.C.)

Di Pitagora sappiamo poco, in parte perché non scrisse niente di proprio, in parte perché la sua

figura, per come ci è stata tramandata, risulta da una ricostruzione storiografica dell’Accademia platonica,

che ha preteso di rappresentarlo come un sapiente ideale, esperto in ogni campo dello scibile, mentre

invece non vi sono testimonianze veramente attendibili.

Sappiamo invece molto del pensiero pitagorico, il quale si basava su due dottrine fondamentali:

1) la dottrina della metempsicosi, che prevede la continua reincarnazione dell’anima di corpo in corpo,

da cui la prescrizione di astenersi dal consumo di carne animale o dall’omicidio, perché vi è l’eventualità

che nell’essere che si uccida vi sia l’anima di un proprio parente o amico defunto

2) la dottrina dei numeri, secondo la quale l’universo è numero nella sostanza: dal momento che è

evidente come le cose si relazionino tra loro secondo rapporti numerici, allora conoscere e descrivere la

realtà vuol dire saper misurare e calcolare tali rapporti

I pitagorici elaboreranno una simbologia in riferimento ai singoli numeri; in particolare al numero

dieci veniva associata, per vari motivi, la perfezione, ad esempio perché risulta dalla somma di un numero

uguale di numeri pari e di numeri dispari, perché contiene in sé un egual numero di multipli e

sottomultipli, perché sono presenti in esso tutti i tipi di numero (il lineare, il quadrato e il cubico) e così

via. Ma il numero dieci funge anche da rappresentazione matematica dell’universo fisico nella sua

perfezione: esso è infatti dato dalla somma dei primi quattro numeri naturali, ai quali venivano associate

le quattro figure geometriche (il punto all’uno, la linea al due, la superficie al tre e il volume al quattro).

Filolao di Crotone (V-IV sec. a.C.)

Filolao è un pitagorico che introduce nella dottrina dei numeri la distinzione tra illimitati e

limitanti: i primi sono i numeri pari, che, se divisi per due, non danno resto, i secondi i numeri dispari

che, se divisi per due, lasciano resto uno, che permane come limite.

Ai numeri pari illimitati corrispondono, sul piano fisico, le componenti materiali dell’universo,

mentre ai numeri dispari limitanti le componenti strutturali, che delimitano le quelle materiali.

Unica eccezione è il numero uno, detto parimpari, ossia al contempo illimitato e limitante,

siccome se viene aggiunto ad un numero pari illimitato dà un numero dispari limitante e se viene aggiunto

ad un numero dispari limitato dà un numero pari illimitato.

Filolao è anche importante per le sue teorie astronomiche: sostenne per primo un modello non

geocentrico, con la Terra, l’Antiterra, il Sole, la Luna, gli altri pianeti e il cielo delle stelle fisse che

ruotano tutti attorno all’elemento igneo.

Archita di Taranto (V-IV sec. a.C.)

Archita è anch’egli un pitagorico, importante per le sue scoperte in campo musicale.

Scoprì l’esistenza di rapporti matematici ben precisi tra le tre scale musicali, la cromatica, la

diatonica e la enarmonica, ed intuì il meccanismo di propagazione del suono, originato a partire

dall’impatto a mezz’aria di due corpi che producono vibrazioni più o meno acute a seconda della violenza

dello scontro, le quali si propagano nello spazio.

Alcmeone di Crotone (VI-V sec. a.C.)

Di Alcmeone abbiamo pochissimi frammenti e testimonianze.

Sappiamo che sosteneva l’origine delle cose a partire dai contrari, ma senza specificare quali essi

fossero, e che propose per primo l’idea che i nervi fossero anatomicamente connessi al cervello, vero

organo preposto all’attività conoscitiva.

Spiegò anche l’ingenerarsi della malattia postulando l’esistenza, all’interno del corpo, di coppie

di contrari (caldo-freddo; secco-umido; dolce-amaro ecc…), in dipendenza dei quali il corpo è sano se

essi si trovano in una condizione di bilanciamento reciproco, malato se tale equilibrio viene rotto dal

prevalere di un solo elemento su tutti.

Parmenide di Elea (VI-V sec. a.C.)

Parmenide è il fondatore di una corrente di pensiero denominata “eleatismo”, dal nome della sua

città natale, Elea.

Tale pensiero nega il molteplice e il divenire, dunque il movimento e il mutamento, all’interno

della materia.

Vi sono, per Parmenide, due dimensioni per intendere l’universo, l’uno secondo opinione, un tipo

di conoscenza falsa e ingannevole di cui è preda la maggior parte degli uomini, e l’altro secondo verità,

per cui si possa avere un’esperienza autentica del reale.

Conoscere la verità delle cose vuol dire realizzare che tutto è, e che nulla non è; rispetto a ciò non

è possibile una terza via, che implichi una qualche mescolanza di essere e non essere, ma questa è proprio

la via che percorrono i più degli uomini, che parlano di generazione e distruzione, di nascita e morte.

L’essere deve necessariamente essere ingenerato, perché se fosse generato dovrebbe esserlo o a

partire dall’essere, nel qual caso l’essere diventerebbe altro da ciò che è, dunque il non essere, o a partire

dal non essere, che non esiste; deve poi essere immobile e sempre identico a se stesso, per rimanere ciò

che propriamente è, nonché perfetto, di forma sferica.

Occorre tenere presente che l’essere non è un elemento immateriale: esso è, al contrario,

immanente alla materia, dal momento che è il cosmo stesso.

Zenone di Elea (V sec. a.C.)

Zenone è un eleatico, noto difensore della dottrina parmenidea per mezzo di argomentazioni che,

per quanto matematicamente coerenti, risultano paradossali sul piano della fisica.

In particolare egli sostiene:

1) che il molteplice non esiste, perché sarebbe al contempo infinito e finito, grande e piccolo, da cui:

a) dire che le cose sono molte vuol dire intenderle in un senso tendente all’infinito, ma esse

devono essere tante quante sono, dunque finite

b) le cose sono grandi fino all’infinitamente grande e piccole fino all’infinitamente piccolo; ma

ciò che è infinitamente piccolo, ossia così piccolo da scomparire, secondo una prospettiva matematica

non esiste, in quanto inquantificabile

2) che lo spazio non esiste come ente, perché avrebbe perciò bisogno di un altro ente spazio che lo

contenga e così via all’infinito

3) che non esiste il movimento nello spazio, tesi che supporta con quattro argomentazioni

a) argomento della dicotomia dello spazio: congiungendo per mezzo di un segmento i due punti

estremi di uno spazio, dobbiamo tener conto del fatto che per attraversare tale spazio, ossia passare

dall’estremo A in cui ci si trova (punto di partenza) all’estremo opposto B (punto d’arrivo) si dovrà

necessariamente raggiungere in primo luogo un punto mediano P ; questo caso il punto mediano viene

1 in

continuamente considerato come un nuovo punto di partenza, per cui vi sarà il bisogno di un punto

mediano ulteriore P da porre tra il punto mediano P e l’estremo B, continuando così all’infinito

2 1

b) argomento di Achille e la tartaruga: un inseguitore, per raggiungere qualcuno che fugge, dovrà

raggiungere in primo luogo il punto P da cui questo è partito, dal quale però egli si sarà spostato nel

1

frattempo in un punto P e così via all’infinito, per cui anche una tartaruga riuscirà sempre a sfuggire ad

2

Achille “piè veloce”, stando a questo ragionamento

c) argomento della freccia: dato che la realtà, secondo la concezione di Zenone, è il risultato una

molteplicità di particelle spazio-temporali infinitesimali, una freccia scagliata da un arco sembrerà essere

in movimento, quando è in realtà immobile per ogni frammento spazio-temporale

d) argomento dello stadio: un corpo che si muove ad una velocità costante si muoverà ad una

velocità doppia rispetto ad un secondo corpo che venga dalla direzione opposta a velocità costante

Melisso di Samo (V sec. a.C.)

Anch’egli eleatico, Melisso propone un’innovazione dottrinale rispetto a Parmenide, spiegando

come la perfezione dell’essere non sia dovuta alla sua configurazione, ma al suo carattere di

imperturbabilità, di assenza di ansie e turbamenti.

L’essere di Melisso è illimitato e non sferico, oltre che asòmaton [ἀσόματον], ossia privo di una

consistenza rilevabile sensorialmente (senza voler implicare con ciò che esso sia distinto dalla materia:

l’essere è infatti la realtà stessa); si può infine parlare dell’essere come nel tempo, dicendo di esso che

era nel passato, è nel presente e sarà nel futuro, laddove Parmenide aveva sostenuto soltanto l’idea che

tutto semplicemente è.

Melisso è anche ricordato per aver dimostrato, per mezzo di un’argomentazione paradossale,

l’esisten

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Andreaboni00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Petrucci Federico M..
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