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Riassunto per esame storia della filosofia, prof. Baldi Appunti scolastici Premium

Appunti basati sullo studio autonomo dei libri consigliati: Timore e Tremore, Diapsalmata (Aut-aut), La nostra epoca, In vino veritas di Soren Kierkegaard. Università degli Studi di Milano - Unimi, Facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in filosofia.

Esame di Storia della filosofia docente Prof. M. Baldi

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ESTRATTO DOCUMENTO

Vedere la donna allo specchio è il massimo della bellezza perché interpone distanza. Giovanni a

differenza del Dongiovanni pone distanza, prende tempo, non ha bisogna dell’immediatezza.

Il fidanzamento però è la fine di questo amore.

Lei deve convincersi a rompere il fidanzamento. A questo punto lei è stata resa un’opera d’arte da

lui e senza di lui resta nella confusione.

L’attimo è per definizione l’incompiuto. L’attimo ha bisogno di compimento.

Per rendere compiuto l’attimo dovrei fare una scelta.

Se l’attimo viene astratto, preso singolarmente resta incompiuto. L’attimo è dentro una cosa più

vasta: il tempo, il futuro, il passato.

Il compimento sarebbe la capacità di riprendere l’attimo passato non nella mummificazione dle

ricordo ma nella scelta verso il futuro.

La ripresa sarebbe rigiocare il passato al futuro.

p.111-113

il poeta è un seduttore che racconta dentro alla vita estetica. È un uomo infelice nell’incapacità di

raggiungere l’oggetto della sua soddisfazione.

Il poeta sa la dimensione in cui vive perché ha la riflessione.

La vita è segnata e inscritta nella morte.

Il dolore emerge come la malinconia e la nostalgia. La malinconia è essere appesantito.

L’intellettuale consuma le sue energie in un continuo pensare che lo appesantisce.

Chi si sente appesantito deve cercare di recuperare la sua leggerezza, gioventù, nel vino e nel

contatto con i giovani.

p.115

avere il dolore è una delle comodità della vita perché il dolore è una condizione dell’esistenza

estetica. Non è un dolore che costringe al cambiamento.

p.117

le allusioni e le immagini sono fondamentali. Sono riflesso della realtà.

Il pronome riflessivo indica un soggetto che ritorna su stesso. È un rimando all’esteta che è nella

ripetizione. All’esteta importa solo il proprio piacere.

Il piacere alla massima essenza è vanificazione e lui lo sa. È uno scettico. Vive nel mondo ma con

distacco.

p.127

cerca il piacere che passa.

p.139: la mia vita diventa proprio un’esistenza da poeta. La parola peota indica un pensiero

frammentario che si costruisce attraverso saggi distinti.

Le opere filosofiche sono scritte attraverso pseudonimi, le opere religiose no. Si potrebbe pensare

che allora nel pensiero religioso si trovi la verità, ma questo non è vero.

Anche la vita religiosa è uno stadio dell’esistenza quindi anche lì non si afferra la verità.

Siamo nella dimensione della finezza.

Qualcuno ha detto che la filosofia di Kierkegaard è adeguata alla città ottocentesca dove c’è una

moltiplicazione di punti di vista, una complessità  lettura di Adorno che dà una lettura sociologica

della filosofia di Kierkegaard.

La società borghese assume sempre il punto di vista individualistico e quindi guarda tutto dal punto

di vista della soggettività. Polemica con l’hegelismo. Polemica con ogni filosofia che ritiene che

l’esistenza si possa concettualizzare, si possa spiegare.

Per Kierkegaard quella che si può spiegare non è più l’esistenza.

L’ente, l’esistenza rispetto all’essere è una delimitazione dell’essere, è una particolarità dell’essere.

È un modo di essere definito.

Non posso dire che cos’è l’esistenza, posso dire come è l’esistenza. Guardo le determinazioni

dell’esistenza.

Il concetto è il modo con cui si esprime e comprende la cosa.

Noi non abbiamo mai a che fare con il pensiero e con l’essere in quanto tali, abbiamo a che fare

con manifestazioni di essi.

L’ironia è rappresentata da Socrate. Socrate cerca la verità in maniera negativa, non ci arriva mai.

La domanda socratica spinge all’ignoranza perché chiede cosa siano le cose ma nessuna risposta

comprende la vera essenza della cosa.

Kierkegaard si sofferma sulla tomba di Napoleone, uomo che incarna lo spirito della storia. La

tomba di Napoleone era uno spazio vuoto con due alberi. Che cos’è la grandezza di Napoleone?

Nulla. La sua grandezza sta negli atti ma questi atti non hanno un rapporto necessario con la sua

esistenza. Un altro avrebbe potuto compierli.

Lo spazio dell’individualità si riduce a un nulla perché non è lui l’essere. L’esistenza è essere ma

non è tutto l’essere.

Si cerca di dimostrare l’esistenza di Dio, ente perfetto per eccellenza. Chi pensa di poter

dimostrare l’esistenza di Dio, pensa che il pensiero possa catturare l’essere. Anzi il pensiero

determina l’essere. Se penso a un concetto, il concetto determina l’esistenza della cosa pensata:

quindi il pensiero determina l’esistenza.

L’essere non è contemplato dal pensiero, ma è il pensiero che determina l’essere. Il pensiero è

attivo, non passivo.

Pascal è contro questa idea. La prova dell’esistenza è solo una scommessa. L’essere non è

determinato dal pensiero.

Noi siamo fatti di esistenza e di pensiero, ci muoviamo entro queste dimensioni ma non possiamo

appropriarcene.

Kierkegaard quindi non può ammettere la dimostrazione dell’esistenza di Dio.

Prima di lui: Kant, aveva dimostrato che le dimostrazioni dell’esistenza sono infondate. Tutte le

nostre conoscenze dell’esistenza partono dall’esperienza sensibile. L’estetica è l’accesso più

immediato alla conoscenza.

L’estetica è la percezione immediata. L’esistenza si esperisce, l’esistenza non si dimostra. Per

Kant il sapere oggettivo è quello scientifico con le forme a propri.

L’esistenza non è un sapere oggettivo.

L’essere è un presupposto ma non può essere mai dimostrato.

Gli atti di Napoleone non sono necessari. Siamo nella casualità.

La soggettività è immersa nella ripetizione, nella condizionatezza, nell’esperienza siamo nel

condizionato, il nostro agire non è libero e indipendente da tutto. L’agire di Dio invece è

incondizionato, si determina da sé. Noi non possiamo afferrare l’incondizionato.

Anche la vita religiosa è vita umana, Dio è oltre. La vita religiosa non riesce a determinare che

cosa è Dio.

È un pensiero della negazione.

Se l’incondizionato è un presupposto non può essere provato altrimenti perde il suo essere un

presupposto.

La geometria non può provare gli assiomi.

L’esistenza è un modo d’essere definito e delimitato dai confini dello spazio del tempo.

p. 76 gioco degli scacchi: io sono sempre in scacco perché nella determinazione c’è l’uomo che

non è del tutto essere e non è del tutto pensiero.

Il pensiero del poeta è riflessivo perché descrive se stesso e descrivendosi si ripiega.

Il dongiovanni è sempre portato all’esterno mentre il poeta si ripiega al suo interno

Il poeta vorrebbe inseguire il desiderio ma sa che il desiderio svanisce quando viene appagato.

La condizione perenne è la nostalgia del poeta che si ripiega su di sé invece di proiettarsi sul

futuro.

Pag. 141

L’estasi è il rapimento verso l’ineffabile del mistico. Unione mistica con il divino. Essa significa uno

straniamento rispetto all’esistenza quotidiana. Nel mondo il mistico sembra folle, è alienato

dall’esistenza quotidiana.

La contraddittorietà della vita si esplica in scelte contraddittorie. Perché ci si pentirà sempre?

Perché la nostra esistenza è nel distanziamento di pensiero ed essere. Siamo separati da

entrambi e immersi nel dubbio e nell’incertezza.

Il dubbio è contrapposizione fra alternative inconciliabili.

Non sono libero sono sempre dentro la stessa solfa qualsiasi cosa io scelga.

La verità è il nulla. Consapevolezza del nulla dell’esistenza: vita estetica.

Kierkegaard pensa a Spinoza: filosofo della necessità e della eternità. Dio è nell’eternità. Pensiero

completamente diverso, monistico invece che dualistico. Noi siamo modi, manifestazioni della

sostanza di Dio.

L’esistenza è un modo. Kierkegaard si fa aiutare da Spinoza che dice che gli uomini sono

espressione della sostanza in una delimitazione particolare, un modo.

Io non sono una sostanza, io sono un insieme di modi.

Sono sempre in una dimensione eterna. L’eternità è la dannazione, è un ritorno sempre indietro.

Sono sempre spinto via dalla vita. Questa è la consapevolezza dell’esteta.

Alcuni vedono nella duplicità un qualcosa di positivo. Ma è un equivoco perché mediano l’antitesi

cioè pensano di poter scegliere mettendo insieme l’una e l’altra cosa.

Questa è una maniera errata di intendere la contrapposizione.

L’opposizione è l’anima dell’esistenza e non può essere mediata.

L’esteta tenta di fare questo: sceglie una donna, poi la lascia per un’altra e così non sceglie mai.

Ma nella contrapposizione non c’è conciliazione.

Il mio “essere eterno modo” è una ripetizione costante dell’identico. Stare dentro il divario vuol dire

stare dentro l’identica divariazione che ha forme diverse ma è sempre la stessa.

Modo di vivere l’estasi come separazione.

Kierkegaard parla dell’estasi dell’esteta come un’estasi strana perché lo costringe alla scissione

eternamente ripetuta di Spinoza e l’eterno modo di Kierkegaard?

Vedere le cose secondo il loro ordine eterno. Come le cose sono in Dio. K usa Spinoza.

Spinoza e K sono all’opposto (K si diverte a usare il suo opposto per sostenere la sua posizione) 

Spinoza ha concezione di verità oggettiva che può essere colta dalla filosofia. Posizione tipica

della religione dei filosofi. Dio può essere conosciuto.

Idea di Spinoza: c’è sproporzione fra finito e infinito, cioè nessuna conoscenza può colmare

l’abisso fra i due.

Pascal: la conoscenza coglie una parte della realtà, ma non ne coglie l’essenza. Rivalutazione

dell’esperienza che non pretende di cogliere l’essenza (come l’idea).

Spinoza invece dimostra l’esistenza di Dio. La ragione umana riesce ad accedere all’infinito.

L’abisso con lo strumento della conoscenza è in qualche modo colmato. Diverso da K e Pascal:

non si arriva a Dio con un’esperienza interiore, ma con la conoscenza.

Per Kierkegaard invece la sproporzione tra finito e infinito è incolmabile. La verità è soggettiva. Io

sono nell’esistenza e dessa non può essere colta grazie alla conoscenza.

L’esistenza è sempre soggettiva e immersa nel tempo.

Se siamo nella contraddizione i termini possono continuamente capovolgersi.

La congiunzione con l’infinito dovrebbe essere felice, qui invece il contatto dell’esteta con l’infinito

è il contrario: è la dannazione dell’eterno modo. L’unico modo per l’esteta di aspirare a qualcosa di

eterno è il rivivere l’attimo eternamente all’indietro, senza il coraggio di buttarsi nel futuro.

L’esteta non gode della conquista della donna perché ha il solo gusto di assaporare la conquista

passata.

Se cerco la felicità nell’istante sono condannato a essere rivolto al passato perché l’attimo

presente trascorre.

Il futuro è qualitativamente diverso, ma per il seduttore le donne conquistate si riducono ad attimi di

conquista e quindi si misura quantitativamente.

La contraddizione dell’esistenza umana esiste perché l’uomo è essere e pensiero ed essi non

coincidono.

Questa contraddizione esiste in tutti gli stadi della vita.

Nella vita estetica la contraddizione è tutta giocata in perdita, all’indietro, nella dimensione

numerica e quantitativa.

Lo spirito è associato al vino (In vino veritas). Lo spirito è il mediatore fra essere e pensiero.

Lo spirito originariamente in filosofia era qualcosa di materiale ma sottilissimo (etere).

L’esteta ha coscienza della propria condizione. Riflette su se stesso. La riflessione è il

ripiegamento. Vede la contrapposizione perché la vive in prima persona.

L’interesse religioso di K non intende abolire il mondo sensibile, passa dal mondo sensibile perché

rappresenta stadi della vita, forme di esistenza che guardano se stesse.

C’è critica unita a pietà per i propri simili che non sanno cosa stanno facendo. C’è disprezzo ma

nello stesso tempo identificazione. K disprezza la vita estetica ma riconosce di vivere anche in

quella dimensione pur avendo una consapevolezza maggiore. La consapevolezza però non salva

ma getta in uno sconforto maggiore.

L’uso di Spinoza serve per dimostrare l’infondatezza della religione dei filosofi, è il capovolgimento

della verità eterna. Spinoza non vede la contraddizione dell’esistenza. Cogliere l’esistenza è

cogliere la sua contraddizione.

L’esteta si annoia perché tenta di coprire la contraddizione invece di osservarla. Non vede che sta

sospeso fra essere e pensiero e cerca lo “sballo”. Lo sballo non serve perché la vita che ciascuno

ha è già fonte di enormi tensioni.

La vera dialettica secondo K è un confronto di esistenze. Dentro la vita estetica c’è una dialettica

che non porta a una sintesi, ci sono vari punti di vista.

In vino veritas: complica la prospettiva di Aut-aut perché aumenta le prospettive.

La vita estetica è caratterizzata da alcuni tratti: aistethesis immediata, fantasia, poesia, immagine

esteriore.

Per l’esteta è tutto giocato nel confronto con l’esterno.

Kierkegaard però non è un poeta, usa la poesia secondo canoni non contemporanei: il suo

interesse è filosofico. È stato definito poeta perché si identifica filosofia con la scienza a causa di

Kant ed Hegel. La dialettica è lo strumento della filosofia elevata a scienza. Siccome per K non è

così, lo si è definito poeta.

K ha la totalità che mostra attraverso prospettive che gli vengono dai diversi stadi della vita.

Ma usa categorie filosofiche, non propone modelli estetici alternativi.

Introduce una forma di idealità perché l’esteta che vive nell’esteriorità in realtà manifesta qualcosa

al di là dell’attimo, si manifesta qualcosa che appartiene allo spirito immateriale. L’idealità si

afferma attraverso la donna che suscita l’ideale dell’uomo.

La donna è espressione dell’ideale. Perché questo accada bisogna che non sia posseduta perché

una volta posseduta l’ideale non c’è più.

Perché la donna sia ideale ci vuole spirito, non possesso.

L’idea nella logica kantiana è ciò che ha a che fare con la totalità dell’esperienza, è il tentativo di

avere una sintesi della totalità dell’esperienza.

L’idea a che fare con il pensiero, con la mente, ma va al di là dell’esperienza stessa. È

immateriale.

L’ideale è la concretizzazione dell’idea.

Per Kant Dio è l’ideale estremo perché concretizza la totalità delle idee.

Quando nella vita estetica si introduce l’ideale, si introduce qualcosa dato dal pensiero.

Perché la donna introduce l’ideale?

Perché è il sogno dell’uomo. È la realizzazione della sua felicità. Ma è una realizzazione

condannata all’insuccesso perché la donna è finita.

La donna è l’altro dall’uomo, è quello che l’uomo vorrebbe raggiungere. Ma l’uomo non può essere

l’altro da sé, dunque può solo sognarlo.

La donna esprime l’idealità nella forma che lei è, cioè pura sostanzialità.

La donna è svuotata perché finisce per cadere nella vita più elementare.

La vita estetica rappresenta l’emergere dell’idealità ma ancora nella forma della riflessione vuota

perché non si può raggiungere l’infinito attraverso il finito.

Chi prova a fare questo va incontro alla distruzione di entrambi, uomo e donna.

Distruzione di Cordelia.

La conclusione di aut-aut è la nullificazione a seguito della ripetizione quantitativa.

Il seduttore cerebrale attua una strategia. Qui emerge l’idea perché pensa, ha un’idea, entra nello

spirituale. Non è solo la soddisfazione del desiderio materiale.

L’idea però è tutta dentro il finito sensibile e lì non può trovare il suo vero spazio perché il suo vero

ambito è quello dell’infinito.

In Aut-aut manca il tema del ricordo che invece c’è in Diapsalmata.

In vino veritas comincia con la distinzione fra memoria e ricordo.

Astrazione della vita estetica: tanti pseudonimi.

In vino veritas è introdotto dalla figura del rilegatore a cui sono stati portati una serie di testi da

rilegare.

Il rilegatore lascia lì i testi fino a che il letterato che glieli ha dati muore.

Egli trova una serie di fascicoli che lega. È raccontata la storia di un banchetto fatto da 5 amici che

danno una rappresentazione della vita estetica  la totalità è vista da prospettive diverse che

vengono messe insieme dal rilegatore. Il rilegatore non ha la consapevolezza totale, si dà uno

sguardo differenziato sulla vita estetica.

Quando esce Aut-aut (1943) esce anche Timore e tremore. La riflessione sulla vita estetica è

parallela alla riflessione religiosa.

Nel 1945 esce l’opera da cui è tratta In vino veritas: Stadi sul cammino della vita.

1946: Postilla conclusiva non scientifica. Esce anche una recensione a una novella (Le due

epoche) che ha come titolo Recensione letteraria, poi diventa La nostra epoca  la sua visione del

mondo.

Nell’arco di 3 anni scrive tutte queste opere.

In vino veritas

Rappresentazione della vita estetica. Vita nella dimensione del sentire immediato. In Aut-aut ha

due rappresentanti, qui invece ha 5 personaggi che poi diventano 7.

Prefazione firmata da Ilarius rilegatore che si rivolge al lettore benevolo.

Che senso ha usare la figura del rilegatore per fare una sintesi, mettere insieme?

Al rilegatore manca il concetto di insieme. Non è una sintesi che giunge a un punto di arrivo. Si

occupa solo di affiancare delle prospettive.

È in polemica con Hegel.

È una visione coerente con la vita estetica e con l’esistenza in generale. L’esistenza è

contrapposizione quindi non è possibile fare una sintesi.

Bisogna restare nella contrapposizione perché è una rappresentazione realistica dell’esistenza.

Non c’è una ragione logica dell’esistenza.

L’esistenza contrappone pensiero ed essere.

Se si arrivasse alla sintesi non si arriverebbe al punto di interesse che è la dialettica dell’esistenza

che è nella polarità senza punti di incontro.

L’uomo per poter vivere nella polarità deve scegliere continuamente.

L’esteta in un certo senso sceglie di scegliere tutte le donne.

Da un altro punto di vista invece si potrebbe dire che l’esteta non sceglie perché la vera scelta non

è ripetere la stessa cosa e cadere nella dimensione della ripetizione.

Nella ripetizione non c’è libertà e scelta.

In realtà l’esteta non vuole scegliere.

La scelta vera implica un progetto, un rivolgersi verso il futuro. Invece l’esteta è ripiegato su di sé

verso il passato.

Il Dongiovanni sfugge all’esistenza perché cerca la soddisfazione del desiderio nell’attimo che

sfugge. L’esteta vivendo nell’attimo non può mai rivolgersi al futuro.

Non c’è mai un inizio, perché per inizio si intende il primo punto di un progetto.

La dimensione del sentire contro il pensiero astratto diventa paradossalmente un’astrazione

perché l’esteta rende il sentire l’unica realtà quando invece non è così perché l’esistenza è nella

polarità di essere e pensiero.

Astrazione = tirare fuori. L’esteta tira fuori dalla realtà soltanto il sentire.

Non c’è sintesi.

Tutti abbiamo una dimensione estetica perché tutti abbiamo a che fare con il sentire.

Il mondo del sentire è l’universo della possibilità che non si realizza mai. Si sceglie tutto e non si

sceglie niente quindi non si realizza nessuna delle infinite possibilità.

Giovanni il seduttore a differenza del Dongiovanni ha almeno il ricordo perché ha la riflessione.

Riflessione = si vede e si sa, si ripiega su se stesso riconoscendosi nell’opposizione ma non

potendo uscirne.

Nella vita estetica c’è il segreto. Il poeta vive in una dimensione non immediatamente visibile a

tutti.

(vedi cassetto segreto del mobile che si apre rivelando gli scritti di B).

Gli scritti di A sono scritti in molte calligrafie e tanti temi.

Gli scritti di B sono dell’assessore Guglielmo e sono ben identificabili. Conosce A e capisce le sue

scelte di disperazione autentica. A non ha neanche il coraggio di suicidarsi perché non riesce ad

affermare la propria esistenza.

B è riuscito a vivere un attimo facendolo il principio della sua sostanza. Si è innamorato di una

donna in un attimo e ora allunga quest’attimo nel suo futuro. Si apre un’altra dimensione: la vita

etica. Ha messo da parte l’impulso sensibile e agisce in funzione di valori morali.

Ha scelto una donna. Si apre la sfera della vita sociale, collettiva. È una scelta nell’interiorità

perché l’individuo si concentra nella sua scelta dentro un’unica direzione.

Si apre l’edificazione della verità.

Edificazione è costruzione della verità fatta dall’esteta.

Il matrimonio è la vita etica guardata con la prospettiva di chi è andato oltre questo stadio. Il punto

di vista è esterno e posto in avanti.

Guglielmo riporta il ricordo di un banchetto a cui neanche ha partecipato.

La frase “in vino veritas” è presa dal Simposio di Platone dove c’è il tema del vino e la trattazione

dell’amore.

L’amore per Platone è ciò che ci porta dal sensibile all’intellegibile.

Perché alludere al Simposio?

Perché è il dialogo che rappresenta una condizione alta nella situazione concreta dell’esistenza.

Dialogo sul raggiungimento dell’intellegibile in una condizione di vita quotidiana come un

banchetto.

Guglielmo fa un pensiero preliminare in cui riflette sulla dimensione del tempo, memoria e ricordo.

Lo specchio è la riflessione. La scimmia che si guarda allo specchio non ha la consapevolezza

dunque lo specchio per lei è inutile.

Il tema è la differenza fra memoria e ricordo. Nella vita estetica si ha un mescolamento fra i due.

Banchetto a cui partecipano 5 personaggi che si riuniscono perché organizzato da uno dei cinque.

Invita tutti a un banchetto sontuoso in cui si suona musica di Mozart e in cui si gode del massimo

lusso. È già tutto organizzato però per la sua distruzione: quando il banchetto sarà finito bisognerà

distruggere tutto l’allestimento.

Grazie al vino viene fuori meglio la verità della dimensione estetica.

Non è una discussione ma una rappresentazione di punti di vista sulla donna e sull’amore.

Dopo la distruzione del banchetto c’è una parte in cui si viene a contatto con il giudice e la sua vita

matrimoniale.

La memoria è qualcosa di meccanico e ripetitivo. È immediata. Il suo punto di vista è puramente

storico, è una successione di fatti, non ha nessuna risonanza.

È un punto di vista adatto al bambino che ha tanta memoria ma non ha il ricordo.

Il ricordo è la riflessione sulla memoria. È portare a distanza ciò che la memoria ci dà.

Il ricordo è un’arte legata sempre a un’individualità singola. L’individualità si costruisce nel ricordo.

L’anziano dà idealità al dato reale perché cogliere l’essenzialità del dato, qualcosa che gli è dato

dal pensiero.

Perché ci sia il ricordo deve esserci continuità. La memoria ci dà attimi staccati mentre il ricordo ci

dà illusione di eternità perché in esso c’è continuità.

Nel ricordo sembra che ci sia unità.

(Pag. 11)

La profondità dell’individuo si vede nel ricordo.

Il ricordo ha qualcosa di terribile perché l’esistenza non può esistere solo nel ricordo. Deve esserci

proiezione nel futuro.

Il ricordo ha senso in funzione di un progetto svolto nel futuro.

Il ricordo rischia di essere frainteso con la memoria. Il vero ricordo non deve fissarsi su un

momento della memoria. Deve proiettarsi verso il futuro.

Se ci si fissa sul passato si prende in giro se stessi  riteniamo di poter rivivere quello che è

passato.

Si fa conto che il passato non sia stato: per esempio il vecchio che gioca a fare il bambino è come

se si fissasse sul ricordo non in funzione del futuro. Il vecchio non tiene conto del tempo che è

passato dal ricordo. Crede di poter avere ancora tutta la vita davanti.

Il vecchio non ha la consapevolezza di tutto ciò che ha costruito precedentemente e quindi ritiene

che sia possibile ripartire da zero, pensa che la memoria non abbia spessore.

Se il ricordo è mischiato alla memoria, viene ricordato ciò che di solito è oggetto di memoria. Viene

ricordato qualcosa che non è in funzione del futuro.

La caratteristica del vecchio è la nostalgia, cioè ricordare qualcosa che è memoria.

Esempio: nostalgia del primo amore  c’è già stato un atto di memoria e si cerca di farlo rinascere

ma questo non è possibile.

Il ricordo serve per rimanere fisso nel passato.

Platone: la conoscenza è nella riminescenza.

Qui c’è il ricordo. Si guarda la vita estetica da una distanza. Ma essa viene ricordata da un

banchetto raccontato da uno che non ha partecipato.

La nostalgia per K è per un momento che non ci è mai stato.

La dimensione del ricordo è la presa di distanza rispetto al dato immagazzinato dalla memoria. È

inscindibile dalla costruzione della soggettività. L’idealità come emerge soggettivamente è

necessaria per il soggetto. Implica continuità e unità. L’unità è illusoria perché è ripetizione

dell’identico. L’illusione è di chi non ha mai vissuto davvero perché era nella ripetizione

dell’identico.

Ricordo di un banchetto che è avvenuto: è una presa di distanza dalla cosa. Non è dentro la cosa.

Il poeta dei Diapsalmata si racconta dall’interno.

In vino veritas: ci sono tanti “Io” raccontati da distanza.

Intorno a Copenaghen luogo in cui K va: l’angolo degli 8 cammini. È un incontro di 8 vie che non è

frequentato da nessuno. Torna il tema dell’isolamento. L’esteta non si vuole manifestare.

La verità emerge in ciò che è nascosto e nella lontananza.

Personaggi: Giovanni il seduttore, Victor l’eremita, Costantius, 2 personaggi non qualificati: il

giovane e il mercante di stoffe.

Il Giovane parla per primo: ha uno degli spazi più larghi nella trattazione. È l’inesperto. Interviene

senza aver mai provato l’amore. Non vuole adescare nessuna donna. È in grado di dare

dell’amore i tratti più generali e più astratti  riguardano tutti e non sono mai stati concretizzati

nell’esperienza. Non colgono la concretezza dell’esperienza che non interessa. La sintesi della vita

vissuta non si ha a livello del pensiero.

È l’espressione del Dongiovanni a un altro livello perché cerca l’idealità dell’amore. Cerca l’Amore.

È amore che non trova mai perché l’amore non è ideale anche se ha idealità.

Cercare l’idealità nella concretezza dell’esistenza significa rendersi ridicoli.

Nell’amore c’è del comico perché si cerca un’idealità ma le manifestazioni dell’amore sono

sensibili. Si mette insieme l’alto col basso. E nasce il paradosso.

È comico per chi guarda da fuori non per chi vive l’esperienza dall’interno. Per chi è dentro è fonte

di sofferenza perché non c’è conciliazione fra i due termini.

In vino veritas è una fenomenologia della vita estetica, cioè come si dà la vita estetica nella

concreta esperienza del vivere.

È una rappresentazione del rapporto d’amore tra uomo e donna. L’esistenza umana data

nell’opposizione, si dà anche nel rapporto fra uomo e donna.

I 5 personaggi costruiscono un percorso: c’è un passaggio logico fra un intervento e l’altro.

Si parte dal giovane che decide di non vivere l’esperienza dell’amore e si arriva fino a Giovanni il

seduttore, che è il compimento della vita estetica.

Guglielmo aggiunge una considerazione finale che è uno sberleffo nei confronti di Hegel. L’assunto

hegeliano è che il percorso possa portare a un compimento, a una sintesi finale.

Il punto di arrivo qui invece è nella distruzione del banchetto che dà uno scorcio della vita etica.

Kierkegaard ha indicato i modi della contraddizione che però resta e non si risolve a livello di

sintesi razionale.

1. Il giovane non ha mai fatto esperienza dell’amore. Proprio perché vede l’amore dall’esterno

ne ha un’immagine molto chiara, astratta e generale. Capisce che c’è contraddizione

intrinseca nell’amore: l’idealità dell’amore che dovrebbe spingere alla dimensione spirituale

va associata alla bassezza radicale della sensualità. L’amore mostra la contraddizione di

fondo che contraddistingue l’esistenza. Il basso è l’immagine dell’alto.

C’è una dialettica, un rapporto fra i due termini opposti, ma è comica. Il basso vuole essere

l’alto e appare comico. La comicità è il senso della sproporzione fra i due termini. Non c’è

un ponte fra i due termini, basso e alto, dell’amore.

Il giovane essendo fuori vede l’amore nel modo più chiaro, ma anche nel modo più astratto

(gli manca la concretezza dell’esistenza).

Il giovane preferisce salvare il pensiero rispetto alla realtà perché non vuole diventare

comico vivendo l’amore.

2. Constantin Constantius acquista maggiore concretezza. Le determinazioni che danno

concretezza non portano fuori dalla vita estetica, ma la mostrano in tutte le sue

sfaccettature. Muove un’opposizione al Giovane: lui non vive, è da un punto di vista

astratto. Il Giovane ha mostrato la contrapposizione fra pensiero e sensuale. Volendo

radicalizzare il pensiero è il maschile e il sensuale è il femminile (è la donna che fa

innamorare, è il territorio del bello e dell’estetica). Secondo questa logica l’uomo è

l’assoluto e la donna è il relativo.

Pensiero/essere  assoluto/relativo.

La donna è immersa nella relatività, cambia sempre idea.

Kierkegaard sta analizzando la società borghese dell’800 in cui lui ha sofferto personalmente. È

adombrato il rapporto d’amore con Regina Olsen. Lei si è sposata con il suo primo fidanzato.

Dentro la donna emerge il concetto di relazione. La relazione è in prima istanza relazione

con l’uomo. La donna è lo scherzo perché è tutto continuamente cambiamento. Lo scherzo

è l’inizio dell’etica, della relazione con l’altro. È un’etica che ancora non si dà perché non ne

ha ancora la serietà.

Poiché è relazione introduce l’idealità.

p.57: la donna non sa cosa le sta succedendo. Non è consapevole della sua capacità di

suscitare idealità. Lei è espressione dell’assoluto. È l’introduzione dell’idealità e quindi

introduce appena la vita etica.

Il fascino estetico seduttivo si dà proprio perché la donna non sa. La donna invita l’uomo

all’ideale ma non sa sostenerlo.

Critica a Regine: lei non ha saputo comprendere Kierkegaard. Non conosceva il suo rapporto

profondo e tormentato con Dio.

Critica anche all’Otello di Shakespeare: la gelosia non può essere la costruzione di un dramma.

L’uomo geloso che soffre dal punto di vista delle donne è oggetto di scherzo, non di pianto.

Aristofane avrebbe preso in giro ancora meglio Socrate se lo avesse rappresentato geloso nei

confronti di Santippe: l’uomo ironico per eccellenza sarebbe stato reso ridicolo.

3. Victor l’eremita: se la donna è relatività allora si può dire anche che è pura negatività

perché non si concretizza mai in niente di positivo. È in grado di suscitare l’idealità

dell’uomo solo perché l’uomo è galante. La donna in concreto non ha questa capacità. Se

non ci fosse l’uomo che è galante con la donna, non ci sarebbe idealità della donna. Lei ha

bisogno di qualcuno che la guardi come oggetto di amore e di idealizzazione.

La donna è il negativo ma suscita l’idealità che l’uomo trova in lei. L’uomo diventa qualcuno

grazie alla donna. La donna però non ha ruolo attivo.

“L’uomo diventa qualcuno non per la donna che ha, ma per quella che non ha”.

Non si è mai visto un uomo diventato poeta per la moglie. L’uomo diventa poeta per la

donna che non ha, per la sua idealità in negativo. L’idealità persiste finchè la donna non si

ottiene.

Il seduttore guarda il matrimonio come la fine dell’idealità.

Il matrimonio è come la carne di tartaruga: sa di tutto e non sa di niente. Conquista in pieno

la donna ma a quel punto scompare tutta l’idealità.

L’infinito che si dà in una serie di finiti non è fonte di felicità.

Victor riconosce la propria mancanza, inconsistenza. Cerca un infinito che gli sfugge in

continuazione. Gli resta il ricordo, la nostalgia dell’idealità raggiunta e poi distrutta. Sta

sempre nel ricordo di un’alba che non sorge mai.

Si chiama “eremita” perché ha scelto di abbandonare tutte le donne. Anche l’eremita però

resta nell’immediatezza, quindi finisce per essere “de omnibus” cioè vaga senza meta

immedesimandosi in tutti.

4. Il mercante di stoffe radicalizza ancora di più questa idea. È la massima espressione del

negativo. Se la donna è il negativo posso dire che la donna è puro inganno e che l’uomo è

il demoniaco.

Nella bottega di stoffe alla moda, trovo la donna come è veramente. Chi fa i vestiti conosce

davvero le donne. Davvero la donna è senza consapevolezza, riflessione? No. La donna

nel negozio di moda si vede nella dimensione seduttiva, è consapevole di sé. È la

riflessione della riflessione, è puro inganno e artificio. La moda è il niente. Le dame

riducono tutto a moda e vestiti. La moda è l’espressione della vanificazione.

La donna si comporta così perché è vittima di qualcuno che alimenta il suo comportamento:

l’uomo. Lui la vuole sedurre e la vuole portare alla vanificazione.

Dura descrizione di rapporti mistificati che appartengono alla sua epoca.

5. Giovanni il seduttore accusa il mercante di guardare la realtà dalla sua prospettiva.

Lui vede qualcosa di positivo nella realtà. In questa estrema negatività c’è la bellezza e la

variazione del finito. Sa che è un inganno, conosce i meccanismi che ci stanno sotto ma

non gli importa. Decide di gioire del finito.

Toglie la drammaticità da queste constatazioni.

Tutti gli altri sono amanti infelici. Lui invece ha nella vita estetica una felicità possibile,

anche se consapevole della limitatezza del finito.

Gli altri partono da un’esperienza vissuta infelice e partono da quella.

Lui invece prende solo il bello da ogni relazione.

Racconta il mito di Pandora raccontato da Esiodo nella Teogonia: racconto del vaso di

Pandora, la donna che doveva essere custode di un vaso in cui gli dei avevano messo i

mali e i beni. Lei fa cadere il vaso e da lì sfuggono i beni e rimangono solo i mali che si

spargono nel mondo. Rimane solo la speranza di cui Pandora è espressione.

La donna è stata creata dagli dei per contenere l’uomo, che è la massima creazione degli

dei. Gli uomini però hanno rubato il fuoco e si sono inorgogliti. Sono stati puniti attraverso la

donna creata per contenere la mania di grandezza dell’uomo. Ha una funzione positiva,

ancora una volta però in seconda battuta. Ci è riuscita solo dopo, è nata come una creatura

inferiore. È diventata perfetta nella dipendenza dall’uomo.

La donna introduce il dolore nel mondo (facendo cadere il vaso).

La speranza che resta è l’opposto del ricordo e della memoria. È il futuro. È una prospettiva

verso il futuro che non si chiude.

La donna è il positivo e fonte di dolore nello stesso tempo.

Nella rabbia e sofferenza dei 4 che precedono Giovanni non permettono loro di godere di

ciò che è davvero la vita estetica: bello e piacere.

Il vero infinito non ha nessuna relazione con il finito. La donna invece è espressione di un

infinito nel finito.

L’altro e Me costituiscono una coppia, una duplicità tra uomo e donna.

Questa duplicità è essenziale perché in questo rapporto si costituisce il sé.

L’uomo è bisessuale: attivo e passivo al contempo.

I due termini dell’uomo non possono essere mai uniti  ciò determina una condizione interiore di

scissione e incompletezza.

L’inconciliabilità è causa di angoscia esistenziale.

La donna introduce la dialettica, la relazione, la duplicità.

Kierkegaard sta usando categorie filosofiche ma all’interno dell’ambito dell’esperienza concreta.

L’uomo è l’assoluto ma è il vuoto da solo.

La donna, che è il sensuale più immediatamente legato alla natura, paradossalmente è capace di

far emergere l’idealità dall’uomo.

Uomo e donna si attirano e fanno emergere quello che ognuno ha, si completano.

L’uomo esercita sempre la galanteria e la donna esercita sempre la seduzione  è un infinito che

emerge dal finito. L’uomo fa emergere la negatività della donna.

Il rapporto uomo/donna è sempre all’insegna della negatività e mai della realizzazione.

Lo scopo della donna è far innamorare l’uomo e poi andarsene subito. Questa sarebbe la cosa

migliore perché resterebbe l’idealità.

La negatività estrema della donna emerge nella bottega di stoffe.

La donna ha la consapevolezza secondo il mercante. Lei è consapevole di sé. La donna è

inconsistente, è moda. La moda è inganno e artificio.

L’uomo con la sua galanteria fa emergere la negatività della donna.

L’uno non è meglio dell’altra. Lui però è l’artefice dell’inganno.

Vita estetica = infinita variabilità dei finiti.

Alla fine il banchetto viene distrutto perché la verità della vita estetica è il nulla.

Dopo la distruzione i 5 spiano una scenetta di vita famigliare matrimoniale.

La donna sta preparando una tazza di tè al marito. Lei ha piacere nel vedere il marito soddisfatto.

Lei ha un rammarico: sospetta che lui sarebbe diventato qualcosa di grande se non l’avesse

incontrata.

Quando i due se ne vanno Victor entra in casa e trova le carte del giudice, di B.

Ma Guglielmo gli ruba le carte.

I personaggi A e B hanno un punto d’incontro.

p.104: stoccata nei confronti di Hegel  la filosofia hegeliana che si muove nel concetto dell’essere

è inconsistente. Il nulla vero si vive nell’esistenza.

Il seduttore invece di stare nella dispersione potrebbe concentrarsi su sé stesso e riassumere il

suo passato in una dimensione verso il futuro. Dovrebbe concentrarsi e scegliere nell’istante per

far sì che il primo amore passato diventi nuova cosa per il futuro. Non deve sbocciare un altro

amore, ma deve essere riscoperto quello precedente.

Il passato dovrebbe essere ripreso nel presente per essere proiettato al futuro.

Chi fa questo sceglie il matrimonio.

Speranza di costruire una nuova immediatezza. Tentativo di far valere l’istante per l’eternità.

C’è rapporto con dimensione estetica e con quella religiosa.

Per fare la scelta del matrimonio bisogna passare per la disperazione.

Chi riconosce la propria disperazione può fare una scelta radicale.

Chi vive la disperazione potrebbe cogliere una nuova possibilità: l’uscita dalla disperazione è una

scelta diversa.

Si sceglie qualcosa di nuovo entro la dimensione estetica.

Il rapporto con l’amore viene mantenuto ma in modo diverso.

Il giudice/matrimonio svela il segreto dell’esteta: rende manifesta l’idealità dell’amore che

nell’esteta rimane nascosta. L’idealità restava nel negativo e non si manifestava.

Nel matrimonio invece si cerca l’infinito nel finito. L’idealità si vede e le viene data manifestazione

esteriore.

È estetico ed etico nello stesso tempo.

Resta però una forma di umorismo e di malinconia: il giudice scherza con affetto con la moglie che

però non capisce.

Non è una conclusione della contraddizione perché essa è sempre costitutiva dell’esistenza.

I due restano due e stanno nell’eterogeneità. Se c’è rapporto c’è diversità.

Pur essendo diversi i due si amano e danno vita a una situazione comica. I due però non si

comprendono.

Il giudice però lo sa, sua moglie no perché vive nell’immediatezza.

Il giudice però non può restare soddisfatto: l’altra possibile soluzione è quella di comprendersi nella

sofferenza e vivere la crisi. Per giocarsi nuovamente in un rapporto finito e infinito che esca dalla

comicità serve la scelta della vita religiosa.

Timore e tremore ‘43

Abramo risponde alla richiesta di Dio di sacrificare il figlio Isacco

Isacco è espressione della compiutezza della vita etica. I valori della vita etica vengono sospesi

sulla base di una richiesta di Dio.

Nel ’46 fa i conti con la concezione religiosa di Hegel: è una riflessione oggettiva, astratta, teorica.

Per Kierkegaard la vera negazione si trova guardando l’esistenza dell’individuo. Hegel invece

pensa che la negazione sia data dal pensiero. Ma il pensiero fa già parte della polarità pensiero-

essere.

Per essere compreso il rapporto fra poli opposti deve essere vissuto dall’interno, non può essere

compreso in modo oggettivo.

La postilla conclusiva comincia con il significato del cristianesimo e con il modo sbagliato con cui è

stato interpretato da Hegel.

La polemica su Hegel è giocata sul tema della riflessione.

“La rotazione delle colture” (in Aut-aut) è un’introduzione alla riconsiderazione dei limiti

dell’esistenza fino al livello più alto che richiede il passaggio alla vita religiosa.

È il trionfo di una riflessione negativa della vita estetica. Riflessione immersa nella ripetizione.

La vita estetica porta alla noia.

La società contemporanea muore di noia.

Adamo ed Eva si annoiano in famiglia, nello Stato, nella società. Ci si annoia perché si ripete

l’identico.

Si sta nell’indifferenza, che è il trionfo dell’uguaglianza matematica, del numero. Tutti sono uguali.

L’alternativa per variare è la rotazione delle colture.

Ne La nostra epoca si entra in questi temi. Chiave di lettura severa della società contemporanea

che vive tra etico ed estetico. Nell’etico si prende qualcosa di sensibile istantaneo e lo si vuole far

diventare l’eterno.

Descrizione del vivere immerso nell’estetico-etico che si confondono.

La nostra epoca

Descrizione dell’epoca in cui vive Kierkegaard.

È un’epoca ragionevole, riflessiva, giocata sulla ragione (riferimento critico alla filosofia hegeliana:

pensiero che si incontra con la realtà storica e che pensa di risolvere la contraddizione con la

ragione).

La sensatezza si traduce nel suo opposto: nella follia. È l’epoca del trionfo della riflessione, della

ripetizione dell’identico. Nessuno si suicida perché la disperazione non ha senso nella sensatezza.

La società si gioca nella dispersione.

È l’età della gestione, della comunicazione diretta, si pensa di poter risolvere tutto nei termini di

rapporti matematici che sono sullo stesso piano.

Si è persa la dimensione qualitativa, interiore.

Nell’età dell’astrazione matematica non c’è passione, non c’è spinta vitale ad agire.

Non si sceglie, si tratta solo di amministrare quello che c’è.

In questa ragionevolezza non c’è neanche morale, non essendoci scelta e interiorità.

È un’età post rivoluzionaria. L’età rivoluzionaria è quella dello slancio, della passione, della scelta.

Questa è la conquista ottenuta amministrata attraverso un esercizio esteriore.

Questa società non è in grado di cogliere la contraddizione perché tenta di arrivare alla sintesi.

Il qualitativo dà la differenza.

Il rapporto implica la distanza. La diversità si coglie nel rapporto solo se lo si vede dall’interno.

Nella società dei rapporti invece essi sono solo esteriorizzati, quindi non sono quelli in cui si vede

la diversità.

L’equivoco di fondo è l’unica legge che spiega davvero i rapporti: i due non possono stare uniti e

nonostante questo non possono fare a meno dell’altro.

L’unione, la sintesi non è la creazione di una terza cosa in cui i due risolvono il negativo che sono e

si vedono come una cosa sola. Il rapporto fra i due è sempre nella mancanza, nella ricerca,

nell’essere uniti nella divisione, nel cercarsi non essendo la stessa cosa.

L’unione non può stare senza negazione.

In termini positivi: poter fare a meno dell’altro e poter stare comunque insieme.

Si coglie tutto questo se si guarda il rapporto dall’interno.

All’atteggiamento interiorizzante, nella società, subentra un altro atteggiamento: dove non c’è

tentativo di unione nella distanza i due si fissano nella loro alterità e diventano nemici. L’unico

rapporto possibile diventa il tenersi d’occhio.

Quello che capita alla singola coppia ha una ripercussione collettiva.

Il mettere tutti sullo stesso piano cela l’ipocrisia e comporta lo snervamento dell’individuo: non c’è

la critica, la negazione, il confronto, la diversità.

Nessuno si cala nel rapporto. Ognuno è contro l’altro. L’invidia è il modello del vivere collettivo.

È la società della massa, del pubblico.

Questa società ha abolito la contraddizione. Hegel ha tentato di spiegare la contraddizione

eliminandola e conciliandola con il suo opposto.

Manca il ripiegamento all’interno.

Rapporto tra il tacere e il parlare: il mondo contemporaneo è il mondo della chiacchiera. L’uno

implica l’altro perché i due termini vanno insieme.

La chiacchiera è un parlare che non dice niente. È la sintesi esteriore. La vera sintesi è il silenzio

che riconosce la differenza tra il parlare e il tacere. La sintesi ancora una volta si dà nell’interiorità.

C’è la possibilità di un nuovo compimento: si sono almeno persi i rapporti gerarchici che

stabiliscono il potere su basi artificiali.

Si è tolto tutto ciò che aveva portato a un’uguaglianza statistica.

3 modulo

Timore e Tremore

Confronto diretto con il testo sacro. Interpretazione alla luce del soggetto e dei problemi

dell’interiorità. In un contesto di una religiosità interiore di tipo pietista.

Storia di Abramo: con Sara (anziana) ha un figlio, Isacco. Dio gli chiede di sacrificarlo.

In una parte della Postilla Kierkegaard ci mette di fronte a due cose:

- Denuncia del contesto in cui sta scrivendo: si è fatta indigestione di sapere. Il sapere è

stato troppo usato. Si è preteso di abolire il problema della contraddizione grazie al sapere.

Ma togliere la contraddizione comporta l’incapacità di distinguere e di agire. La

contraddizione è il nucleo dell’individuo. La forma più radicale di contraddizione è finito/

infinito, essere/ pensiero.

Togliendo la contraddizione si toglie la responsabilità dell’individuo, di conseguenza

l’azione.

L’individuo resta nella pura possibilità, non sceglie mai.

- Punto di vista di Aut-aut (scritto poco prima di Timore e Tremore): si fa presente la

contrapposizione fra le carte di A e le carte di B. Cogliere l’attimo (ciò che fa il seduttore)

significa restare nella possibilità. La possibilità è fantastica e illusoria, viene da Kierkegaard

elaborata dialetticamente: facendo vedere i contrasti entro cui si muove.

Si arriva alla vanificazione totale. Le carte di B elaborano quello che viene fuori da A:

scopre quello che in A non c’era ancora  c’era solo esteriorità, mentre qui c’è la

costruzione di un’individualità che assume consistenza, esce dalla possibilità, si manifesta

al mondo. L’esteta è tutto dentro se stesso. L’individuo ha il coraggio di assumere la

disperazione e sceglie.

Sceglie una cosa a danno di tutte le altre. È un rischio perché si può scegliere male.

L’individuo sceglie di prendere un attimo e di farlo valere per l’eternità. Concentrandosi su

di sé guadagna una dimensione di realtà e di universalità, esce dalla propria soggettività,

entra nel mondo. il passaggio però è di carattere interiore: ritorna su se stesso.

Grazie alla guadagnata interiorità si può aprire all’universalità.

Etica = interiorità e universalità. Dimensione che sta prima di tutto all’interno del soggetto.

L’uomo rispetto alla donna ha ancora qualcosa in più: il pensiero non può risolvere la

contrapposizione perché è uno dei due termini. Il giudice comprende che lui è qualcosa di

più della relazione che ha costituito con lei nel matrimonio.

Giobbe: l’uomo giusto e onesto, messo alla prova da Dio che gli ha tolto tutto. Davanti a questa

prova si è stagliato come individuo, ha protestato contro Dio perché non capisce perché deve

subire tutto. La sua dignità è quella di rivendicare se stesso, di gridare la propria consistenza, lì si

afferma come individuo.

Il ritrovamento della propria esistenza si costituisce con la scoperta dell’interiorità della vita etica.

La prova, non razionalmente esplicabile, è il riconoscimento della contraddizione dell’esistenza.

La prova a cui Dio sottopone l’individuo fa emergere la contraddizione.

Nella contrapposizione all’estremo l’uomo si mostra: Dio/ uomo, infinito/ finito.

Nella vita religiosa la contraddizione emerge nella sua forma più completa.

Il pensiero non può risolverla, non è capace di assumerla.

Solo il cristianesimo può vedere la contrapposizione, la filosofia no poiché usa il pensiero che non

è in grado di digerire la sproporzione.

Il cristianesimo mostra che la contraddizione è un fatto di fede.

In Aut-aut non era sviluppata la prospettiva religiosa. Voleva mostrare che anche la vita etica non

risolve il problema dell’esistenza.

L’individuo non si sente realizzato nemmeno aprendosi all’universalità, non si sente totale nella

propria rappresentazione esteriore nella società.

Vale sempre di più l’interiorità del soggetto.

L’individuo allora deve fare un’altra scelta, quella che fa in Timore e Tremore.

Al padre viene chiesto di mettere in discussione i valori etici, gli viene chiesto di sacrificare il figlio.

Non si arriva alla vita religiosa passando solo da quella estetica, perché quest’ultima è la

nullificazione.

L’hegelismo svuota le differenze, vede gli individui nella quantità.

Chi racconta di Abramo?

Parla uno che sta zitto Joannes De Silenzio. Eliminazione della chiacchiera. La filosofia ha preteso

di dominare il mondo e si è tradotta nella stampa che parla a un pubblico indifferente.

Il silenzio è ciò che dà rilevanza al parlare e al tacere. Il pettegolezzo della chiacchiera è dominato

dall’invidia.

“La lirica dialettica”: lirica perché si usa la parola, ma non è la parola del pensiero sistematizzato

filosofico. Dialettica perché dove c’è dialettica c’è contrapposizione, c’è rapporto.

La lirica dialettica è tragica perché entriamo nella dimensione della tragedia: uccidere il proprio

figlio. Per la vita etica il figlio è la sintesi dell’unione dei due. Ma c’è ancora il padre. Nel padre c’è

la contrapposizione tra la sua interiorità e l’universale concretizzato nel figlio. Collisione tra dovere

morale e il comando di Dio.

Il denaro è lo strumento fondamentale della nostra epoca.

La speculazione è associata al dubbio.

Ci immerge nel contesto del dubbio. La filosofia che vuole sistematizzare tutto è andata oltre il

dubbio.

Il dubbio implica il confronto con Descartes: è l’espressione del dubbio (Cogito ergo sum). L’essere

è derivato dal pensiero  sbaglio.

La filosofia riconduce tutte le contraddizioni al pensiero stesso. E facendo questo ha conseguenze

negative perché rende tutto uniforme. È espulso dall’essere tutto ciò che è riconducibile al

pensiero.

L’essere cartesiano era pura estensione. Per Descartes il cogito è la consapevolezza del pensiero,

non è una sostanza. L’essere che si trova dopo è l’estensione delle cose materiali.

L’essere è pura quantificazione, è stato eliminato l’elemento passionale che è qualitativo.

La filosofia cartesiana toglie la passione. La verità è data dal pensiero. Quando si intromette un

elemento passionale la verità non c’è più.

L’errore viene dall’interferenza della volontà nel pensiero che è corrotta dagli impulsi sensibili.

Il dubbio è l’espressione di un pensiero che toglie dall’essere ogni determinazione qualitativa e di

tipo passionale. Inizia la liquidazione del mondo.

Ma Cartesio parlava sempre per se stesso, della propria soggettività, su come è uscito dal dubbio.

Non ha mai voluto mettere in discussione la fede. Ha riservato alla sua filosofia uno spazio

ristretto: quello dove il pensiero funziona, cioè il mondo della fisica materiale.

Kierkegaard vede in Descartes la presentazione del dubbio che lui stesso attraversa. Descartes è

l’inizio di un errore della filosofia. Ha preteso di coprire la divaricazione e la filosofia successiva è

andata avanti su questa strada. Filosofia che pretende di assorbire tutta la realtà nel pensiero.

Descartes però non ha digerito anche la fede e l’interiorità nel pensiero, come invece è stato fatto

in seguito. Lui dice che la filosofia non entra nella fede.

Il dubbio ha un valore, significa confrontare uno e un altro. La fonte del dubbio è la

contrapposizione, Descartes sa che c’è la contraddizione. L’errore sta nell’essere uscito dal dubbio

con una sovraesposizione del pensiero. Così ha tolto la contrapposizione.

La filosofia moderna fa una cosa in più: dimentica un elemento fondamentale della filosofia antica:

il dubbio, proprio dello scetticismo. L’uscita dallo scetticismo è l’apatia, non si sceglie.

Kierkegaard ritorna alla posizione di Aristotele: la filosofia nasce nella meraviglia e nello stupore,

vuole alimentare il pathos. Aristotele ha sottolineato l’importanza della passione.

La riflessione pretende di togliere il dubbio attraverso il pensiero.

La riflessione secondo lui esprime la contrapposizione ma non è in grado di superarla. Bisogna

assumere il dubbio ma non andarvi oltre.

Il dubbio implica la fede.

L’atto di fede di Abramo si costituisce nel dubbio.

Il dubbio non è il luogo dell’indifferenza. L’interesse è indispensabile per avere il dubbio.

La fede è l’immersione nell’esistenza perché tiene conto di pensiero ed essere. Si gioca nel dubbio

irrisolto.

La contrapposizione dei due termini è fonte di disperazione.

La disperazione non si risolve attraverso il pensiero, si esce solo con la scelta.

Il tragico è l’assunzione della contrapposizione. Non ha mai un superamento definitivo perché la

contrapposizione è inaggirabile.

Concezione della tragedia di Aristotele: la tragedia mette in atto conflitti irrisolti e spinge lo

spettatore a riconoscere il conflitto, l’errore e a superarlo sul piano sentimentale.

Il conflitto si compone o no?

Secondo Kierkegaard no. Il conflitto rimane.

Con la fede cambia qualcosa: perché l’eroe della fede è diverso dall’eroe tragico.

L’eroe tragico soccombe. Invece l’eroe della fede ha una via d’uscita: assume un atteggiamento

diverso.

La fede che sa della via d’uscita riesce a vedere la posizione tragica dall’esterno. Vede la tragicità

ma ne comprende anche la comicità. L’eroe tragico si fissa nella contrapposizione perché la fede

dall’interno.

Il comico è guardare dall’esterno.

L’eroe della fede assume un atteggiamento depurato: fa decantare l’elemento passionale

attraverso il comic. Diventa molto serio e rigoroso, è interessato e vede la tragicità ma nello stesso

tempo lascia stare gli elementi patetici e passionali. Diventa una figura seria, non la serietà

dell’uomo etico ma di chi ha tolto la pateticità al mondo.

Abramo non ha bisogno di contrapporsi al mondo come fa l’eroe tragico perché ha visto la tragicità

non nella contrapposizione al mondo ma nell’interiorità della fede.

Mette in discussione i valori dell’etica perché l’etica è l’assunzione dell’immanenza dell’universale,

l’etica ha a che fare con l’universale perché deve prospettare valori validi per tutti.

Abramo non fa del suo rapporto con Dio un valore immanente. Riconosce i valori etici, non li mette

in discussione, ma li assume da un altro punto di vista e guadagna la calma della razionalità.

Introduzione: si concentra sul problema del dubbio e dell’assunzione del silenzio, dell’interiorità

che può esprimersi nella forma della lirica (non è sintetizzabile razionalmente).

Esplicita polemica contro la filosofia e il sistema  illusione di conoscere attraverso la logica.

La fede non è una questione di conoscenza. Per essere compresa deve essere messa in un

sistema più ampio. La fede vista dal pensiero è distrutta.

Il pensiero non è in grado di assumere la sproporzione finito/infinito della fede.

Questa è l’epoca che ha distrutto la passione, la fede.

È l’età dell’indifferenza, degli omnibus (carrozze che trasportavano molte persone) = per tutti.

Il mondo è vittima di un eccesso di filosofia.

Storia ed eternità stanno insieme, sono l’incontro della sproporzione. Dio si è fatto presente nella

storia. Questo è il paradosso. Il cristianesimo è lo scandalo.

Il punto di vista di Timore e Tremore è il paradosso e la sospensione della morale.

Si dà conto dello stato d’animo di chi vive la fede.

Accostamento progressivo allo stato d’animo interiore che è rappresentato da un altro che vuole

comprendere che cosa fa Abramo. È un uomo che pensa e che vuole capire cosa è successo ad

Abramo che vuole uccidere suo figlio.

È la posizione di un uomo che vede la fede dall’esterno e che vorrebbe capire.

Tentativo fallito di dar conto del gesto di Abramo e dà luogo a 4 ipotesi in cui si cerca di spiegare lo

scandalo della fede:

1. Tentativo di sfuggire al problema: Abramo dice al figlio che non è Dio che gli ha detto di

ucciderlo, ma è lui stesso che è un idolatra. Vuole salvare Dio, ma è un tentativo che non

entra nel problema, lo copre.

2. Abramo non sacrifica il figlio. Non vede più la gioia perché non ha voluto vedere la

contrapposizione. Non ha voluto ascoltare Dio


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noemicalgaro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Baldi Marialuisa.

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