Unità didattica B – Kierkegaard (1813-1855)
• Aut – aut (1943)
Tema dell’antinomia.
1846: Postilla conclusiva non scientifica alla filosofia.
Kierkegaard nella postilla si sofferma sulla sua produzione e per far capire Aut-aut prende i
diapsalmata (aforismi). Basta prendere il primo e l’ultimo pensiero dei diapsalmata e ci si trova
davanti al tema principale: quello dell’antinomia = contrapposizione fra due termini che non hanno
possibilità di sintesi.
Perché insiste sull’impossibilità della conciliazione?
Perché i diapsalmata testimoniano questa contraddizione perenne?
Il primo ci mette di fronte al dolore.
Il poeta dentro soffre, ma fuori mostra felicità e spensieratezza.
Macchina di tortura che all’interno brucia e tortura i prigionieri, all’esterno ha uno splendido aspetto
e le grida dei prigionieri sembrano suoni soavi.
L’ultimo ci mette di fronte al riso.
Questi due pensieri danno il senso della duplicità.
La duplicità sta nel fatto che la vita è immersa nella contraddizione e non può essere oggetto di
conciliazione. La vita è sempre nell’antinomia perché la vita esula dall’identità.
L’esistenza non è il luogo dell’identità. Il pensiero aspira all’identità di pensiero-essere.
Per cogliere l’esistenza bisogna entrare nello spazio della soggettività.
Bisogna abbandonare il punto di vista speculativo e oggettivo del pensiero che coglie identità
pensiero-essere. Bisogna entrare nello spazio della contraddizione che coincide con l’esistenza
soggettiva.
Non è interessato a una filosofia che abbia verità oggettive, ma alla dimensione soggettiva che è il
luogo dell’esistenza.
Pensiero disgiuntivo e non correlativo “o…o”.
La disgiunzione è presentata fra il momento estetico e il momento etico. Due momenti della vita
inconciliabili perché visti all’interno dell’esistenza individuale.
Vita estetica: segnata dai sensi. L’esteta è l’amante dei sensi.
Vita etica: uomo che vive in una comunità.
Sono forme di vita inconciliabile perché la vita stessa è nella contraddizione perché l’eternità e la
verità passano nella vita ma la vita è immersa nella molteplicità e non le può risolvere
completamente.
Il passaggio fra i due stadi implica un salto perché l’esistenza è nella contraddizione e nella
molteplicità.
Elementi tipici di Kierkegaard:
- Antinomia
- Esistenza individuale atteggiamento anti-speculativo che porta alla critica della filosofia.
Lui non assegna un grande valore al momento teorico astratto, cioè non pensa che la
teoria possa dare la verità. Il sapere quindi è sempre soggettivo. La verità non è un oggetto
che si può guardare e da cui trarre delle conclusioni.
La dimensione della verità riguarda la singolarità.
Non si riesce a stabilire un ponte fra me e l’altro. Il punto di vista è sempre soggettivo. Non
è possibile la comunicazione diretta fra individui. I singoli non riescono a capirsi perché
sono presi dalla propria visione individuale.
Si può comunicare solo indirettamente, in modo allusivo.
Per questo la scrittura di Kierkegaard è segnata dalle sfaccettature.
Lui si firma con degli pseudonimi perché la sua non è una comunicazione diretta.
Lo pseudonimo è anche il paradosso. Mostra continuamente una cosa e il suo contrario. Il
paradosso è la passione del pensiero.
Aut- aut si conclude con un’affermazione: “Verità per me”.
Suo padre aveva sviluppato un forte senso di colpa che riversava sul figlio. Kierkegaard vive nella
sua soggettività il senso di colpa.
In più ha un difficile fidanzamento con Regina Olsen che si rompe dolorosamente.
Aut-aut è un racconto di sé indiretto.
Victor eremita è colpito nella vetrina di un antiquario da una scrivania ma si vergogna di volerlo
comprare. Alla fine la compra.
Non trova il portafoglio e cerca di aprire un cassettino della scrivania, ma non riesce ad aprirlo.
Prende un’ascia, non la rompe, ma il colpo fa aprire un altro cassetto che non aveva visto.
Nel cassetto ci sono delle carte che si porta in campagna.
Leggendo le carte nota diversità di scrittura. Le organizza secondo due gruppi: carte di A e carte di
B.
Le carte di A sono l’espressione della vita estetica.
Le carte di B sono l’espressione della vita etica.
Comunicazione indiretta che attraversa vari passaggi prima di arrivare al punto.
Alla fine Victor dice che le carte appartengono alla stessa persona ma in due momenti diversi della
vita.
Diapsalmata è l’introduzione alla vita estetica.
Aisthesis = percezione. Forma della vita fondata sui sensi al di fuori di ogni determinazione etica. È
la percezione soggettiva. Chi vive questa vita, essendo il senso soggettivo, vive solo pensando a
se stesso.
Siamo nella dimensione dell’inganno.
L’artista sta nel senso. Arte è artificio, staccarsi dall’immediatezza, manipola l’immediatezza della
natura.
L’uomo estetico vive una duplicità perché dentro di sé sente alcune cose che all’esterno gli fanno
assumere un atteggiamento che non è immediatamente il suo.
Il rapporto con l’altro è filtrato dalla sua soggettività. Ha sempre davanti se stesso e inganna l’altro
e se stesso. È costretto ad avere un atteggiamento di scherno verso gli altri ma ha dentro un
dolore.
In aut-aut due figure dominanti:
1. Dongiovanni di Mozart:
rappresentazione più chiara della vita estetica. Si vede il godimento estetico nella sua
totale astrattezza.
Il godimento è sempre momentaneo. È un seduttore immediato: passa di donna in donna.
Si soddisfa conquistando la donna. Non c’è connessione fra gli attimi. Il molteplice si dà
come ripetizione dell’identico.
È immenso nel finito che si ripete in forma indefinita. La soddisfazione del desiderio non
finisce mai.
Ma non trova niente. Deve ripetere sempre la stessa cosa. Ha tutto ma in realtà niente.
Mozart e la musica:
Kierkegaard sostiene che Mozart debba essere un riferimento per tutti. È in grado di
esprimere connessione sensualità-tempo. Mozart ha trovato cos’è il tempo.
Per capire cos’è la sensualità Mozart deve inserirsi nella mentalità cristiana. Idea del
godimento diventa forte con il cristianesimo. Negando il senso esso viene sottolineato.
Senza cristianesimo niente Mozart.
La musica è costruita sul tempo. Musica è associata alla sensualità. A differenza delle altre
arti è immediata, non c’è mediazione. Musica è continuità. È più materiale perché è
immediatamente rivolta al senso.
È più spirituale perché non ha bisogno di materia come mediatrice. Musica dà conto della
contraddizione.
Dongiovanni dà conto del tratto della vita estetica: ricerca dell’infinito attraverso la continua
ripetizione del finito. Cerca la femminilità attraverso tutte le donne.
Il potere della seduzione è che in ogni donna il Dongiovanni vede espressa tutta la
femminilità. Eleva ogni donna.
2. Giovanni in seduttore:
è presente in Diapsalmata ma si porta dentro anche il Dongiovanni di Mozart. È anche nel
Diario di un seduttore.
Aut-aut contiene Diapsalmata
Gli stadi della vita contiene In vino veritas
Diapsalmata 1
Il seduttore Giovanni riflette su di sé. Non godimento fine a se stesso. Prende distanza rispetto a
Dongiovanni, ma ha gli stessi temi.
Diapsalmata 4
“Non ho voglia di nulla”.
Vita estetica immersa nella ripetizione e nella sua nullificazione.
Diapsalmata 33
Ancora ripetizione.
Torno subito a letto perché tutti i momenti sono uguali.
Tuttofare = fare una cosa qualunque perché tutto sta sullo stesso piano.
Si rappresenta in modo soggettivo. Tutto è indifferente.
p.80 Che riserva il futuro?
Sono davanti a uno spazio vuoto. Vita al rovescio, insopportabile.
Caratteristica del ragno è quella di tessere una ragnatela nel vuoto. Vita è ripetizione di attimi.
Ragno butta la sua ragnatela sempre in avanti. Ma non c’è mai un punto d’appoggio. Se non c’è
sono costretto a tornare indietro. Sono sempre spinto all’indietro.
Futuro sempre all’insegna del passato.
Nostalgia caratterizza la vita estetica. Nostalgia di una soddisfazione che dovrebbe essere nel
futuro. Ma non la avrò mai. Penso di averla avuta in passato ma non riesco a riprodurla.
È un nulla peggiore di quello del Dongiovanni perché Giovanni è consapevole di questo stato.
Il Dio di Kierkegaard è creatore, è un Dio che fa, non che pensa. Non è il dio della conoscenza.
Dio non esiste, Dio “è”.
Se Dio è essere non esiste nella temporalità ma nell’eternità.
La verità è per me: la verità è inafferrabile. La verità si presenta a ognuno come una sfaccettatura.
Non bisogna chiedersi cosa sono le cose, ma come sono le cose per me.
Invito a cercare la verità dove conta il comportamento.
Non bisogna fissarsi su un atteggiamento speculativo.
Non si può dimostrare l’esistenza di Dio perché l’esistenza si vive e perché Dio non è esistenza, è
essere puro.
L’esistenza che sorge come problema è quella dell’uomo che è nella duplicità pensiero/essere.
Kierkegaard presenta diversi modelli di esistenza umana: vita estetica, etica, religiosa. Sono tutte e
tre immerse nell’antinomia. Non c’è mai l’identità.
Il passaggio fra una vita e l’altra è un salto nel vuoto. Non c’è conciliazione fra uno stadio e l’altro.
La vita estetica è la forma di esistenza improntata al sentire immediato. Vivendo secondo questa
forma, l’uomo è costretto a riprodurla all’infinito.
L’esteta è solo nella dimensione del sentire e vi è nell’attimo immediato.
L’esteta è condannato al nulla perché vive la ripetizione costante.
Al Dongiovanni però manca la consapevolezza che si dà invece nella riflessione di Giovanni
seduttore.
Giovanni è il seduttore cerebrale, non immediato. Sviluppa l’arte della seduzione. Vuole fare della
sua vita e della donna conquistata un’opera d’arte.
Anche con il Dongiovanni c’era l’arte ma era la musica di Mozart.
Invece con Giovanni la donna opera d’arte è creata dal seduttore.
Il seduttore davvero ama la sua donna, la ammira, ma poi la riplasma per poi lasciarla e cercarne
un’altra.
Lui cerca la femminilità e quindi tutte le donne che ne sono manifestazione. Nessuna donna però
riesce a interpretare la femminilità in pieno perché è una creatura finita.
Il seduttore cerca di arrivare alla donna in modo indiretto.
Vedere la donna allo specchio è il massimo della bellezza perché interpone distanza. Giovanni a
differenza del Dongiovanni pone distanza, prende tempo, non ha bisogna dell’immediatezza.
Il fidanzamento però è la fine di questo amore.
Lei deve convincersi a rompere il fidanzamento. A questo punto lei è stata resa un’opera d’arte da
lui e senza di lui resta nella confusione.
L’attimo è per definizione l’incompiuto. L’attimo ha bisogno di compimento.
Per rendere compiuto l’attimo dovrei fare una scelta.
Se l’attimo viene astratto, preso singolarmente resta incompiuto. L’attimo è dentro una cosa più
vasta: il tempo, il futuro, il passato.
Il compimento sarebbe la capacità di riprendere l’attimo passato non nella mummificazione dle
ricordo ma nella scelta verso il futuro.
La ripresa sarebbe rigiocare il passato al futuro.
p.111-113
il poeta è un seduttore che racconta dentro alla vita estetica. È un uomo infelice nell’incapacità di
raggiungere l’oggetto della sua soddisfazione.
Il poeta sa la dimensione in cui vive perché ha la riflessione.
La vita è segnata e inscritta nella morte.
Il dolore emerge come la malinconia e la nostalgia. La malinconia è essere appesantito.
L’intellettuale consuma le sue energie in un continuo pensare che lo appesantisce.
Chi si sente appesantito deve cercare di recuperare la sua leggerezza, gioventù, nel vino e nel
contatto con i giovani.
p.115
avere il dolore è una delle comodità della vita perché il dolore è una condizione dell’esistenza
estetica. Non è un dolore che costringe al cambiamento.
p.117
le allusioni e le immagini sono fondamentali. Sono riflesso della realtà.
Il pronome riflessivo indica un soggetto che ritorna su stesso. È un rimando all’esteta che è nella
ripetizione. All’esteta importa solo il proprio piacere.
Il piacere alla massima essenza è vanificazione e lui lo sa. È uno scettico. Vive nel mondo ma con
distacco.
p.127
cerca il piacere che passa.
p.139: la mia vita diventa proprio un’esistenza da poeta. La parola peota indica un pensiero
frammentario che si costruisce attraverso saggi distinti.
Le opere filosofiche sono scritte attraverso pseudonimi, le opere religiose no. Si potrebbe pensare
che allora nel pensiero religioso si trovi la verità, ma questo non è vero.
Anche la vita religiosa è uno stadio dell’esistenza quindi anche lì non si afferra la verità.
Siamo nella dimensione della finezza.
Qualcuno ha detto che la filosofia di Kierkegaard è adeguata alla città ottocentesca dove c’è una
moltiplicazione di punti di vista, una complessità lettura di Adorno che dà una lettura sociologica
della filosofia di Kierkegaard.
La società borghese assume sempre il punto di vista individualistico e quindi guarda tutto dal punto
di vista della soggettività. Polemica con l’hegelismo. Polemica con ogni filosofia che ritiene che
l’esistenza si possa concettualizzare, si possa spiegare.
Per Kierkegaard quella che si può spiegare non è più l’esistenza.
L’ente, l’esistenza rispetto all’essere è una delimitazione dell’essere, è una particolarità dell’essere.
È un modo di essere definito.
Non posso dire che cos’è l’esistenza, posso dire come è l’esistenza. Guardo le determinazioni
dell’esistenza.
Il concetto è il modo con cui si esprime e comprende la cosa.
Noi non abbiamo mai a che fare con il pensiero e con l’essere in quanto tali, abbiamo a che fare
con manifestazioni di essi.
L’ironia è rappresentata da Socrate. Socrate cerca la verità in maniera negativa, non ci arriva mai.
La domanda socratica spinge all’ignoranza perché chiede cosa siano le cose ma nessuna risposta
comprende la vera essenza della cosa.
Kierkegaard si sofferma sulla tomba di Napoleone, uomo che incarna lo spirito della storia. La
tomba di Napoleone era uno spazio vuoto con due alberi. Che cos’è la grandezza di Napoleone?
Nulla. La sua grandezza sta negli atti ma questi atti non hanno un rapporto necessario con la sua
esistenza. Un altro avrebbe potuto compierli.
Lo spazio dell’individualità si riduce a un nulla perché non è lui l’essere. L’esistenza è essere ma
non è tutto l’essere.
Si cerca di dimostrare l’esistenza di Dio, ente perfetto per eccellenza. Chi pensa di poter
dimostrare l’esistenza di Dio, pensa che il pensiero possa catturare l’essere. Anzi il pensiero
determina l’essere. Se penso a un concetto, il concetto determina l’esistenza della cosa pensata:
quindi il pensiero determina l’esistenza.
L’essere non è contemplato dal pensiero, ma è il pensiero che determina l’essere. Il pensiero è
attivo, non passivo.
Pascal è contro questa idea. La prova dell’esistenza è solo una scommessa. L’essere non è
determinato dal pensiero.
Noi siamo fatti di esistenza e di pensiero, ci muoviamo entro queste dimensioni ma non possiamo
appropriarcene.
Kierkegaard quindi non può ammettere la dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Prima di lui: Kant, aveva dimostrato che le dimostrazioni dell’esistenza sono infondate. Tutte le
nostre conoscenze dell’esistenza partono dall’esperienza sensibile. L’estetica è l’accesso più
immediato alla conoscenza.
L’estetica è la percezione immediata. L’esistenza si esperisce, l’esistenza non si dimostra. Per
Kant il sapere oggettivo è quello scientifico con le forme a propri.
L’esistenza non è un sapere oggettivo.
L’essere è un presupposto ma non può essere mai dimostrato.
Gli atti di Napoleone non sono necessari. Siamo nella casualità.
La soggettività è immersa nella ripetizione, nella condizionatezza, nell’esperienza siamo nel
condizionato, il nostro agire non è libero e indipendente da tutto. L’agire di Dio invece è
incondizionato, si determina da sé. Noi non possiamo afferrare l’incondizionato.
Anche la vita religiosa è vita umana, Dio è oltre. La vita religiosa non riesce a determinare che
cosa è Dio.
È un pensiero della negazione.
Se l’incondizionato è un presupposto non può essere provato altrimenti perde il suo essere un
presupposto.
La geometria non può provare gli assiomi.
L’esistenza è un modo d’essere defin
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