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Riassunto per esame diritto privato

Riassunto per l'esame di diritto privato, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Prof.Gaudino: "Linguaggio e Regole del Diritto Privato" di Giovanni Iudica e Paolo Zatti, CEDAM, dell'università degli Studi di Udine - Uniud.

Esame di Diritto privato docente Prof. L. Gaudino

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che ha il potere di far cadere il contratto, anche se gli effetti prodotti sono fragili. Il contratto è nullo quando è

contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente. Più precisamente la nullità consegue a:

- mancanza di uno dei requisiti essenziali

- illiceità del contratto (illiceità della causa, dell’oggetto, del motivo, della condizione)

- altri casi stabiliti dalla legge

La nullità non ha bisogno di essere stabilita di volta in volta, poiché ha un fondamento generale e si produce ogni volta

che tale situazione si realizza. Il codice prevede singole e tassative cause di annullamento .

I principali casi di nullità

Come già detto la mancanza di un elemento essenziale porta alla nullità del contratto. Accordo: può mancare

l’accordo, dal punto di vista dei soggetti, o perché un soggetto manchi del tutto o quando uno dei contraenti difetti di

capacità giuridica. Dal punto di vista delle volontà manca l’accordo se manca una dichiarazione di volontà attendibile

(contratto concluso per scherzo o stipulato per effetto di violenza). Da non confondere la mancanza di accordo come

causa di nullità dalla mancanza radicale che non porta nemmeno alla conclusione del contratto (dissenso palese).

Causa: ad esempio assicurazione contro rischio inesistente; Oggetto: mancanza, oggetto impossibile o inesistente;

Forma: solo se è richiesta per la validità dell’atto e non solo per la prova; Il contratto è illecito quando è illecito uno

dei suoi elementi essenziali (causa, oggetto) oppure quando sono illeciti il motivo comune ad entrambe le parti o la

condizione. Illecito significa contrario alle norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume. Ha carattere

imperativo la norma che è inderogabile dall’autonomia privata perché è posta a tutela dell’interesse pubblico, in prima

fila le norme costituzionali. Per ordine pubblico si intendono i principi non espressamente citati nelle norme

(altrimenti sarebbero norme imperative), ma che si ricavano da tutto il sistema e non possono essere derogati dalla

volontà privata. Per buon costume si intendono i valori della moralità corrente. Quanto al motivo la norma dell’art.

1345 dispone che un contratto è illecito se le parti sono determinate a concluderlo esclusivamente per un motivo

illecito comune ad entrambe. L’art. 1344 estende l’illiceità della causa anche a quei contratti che costituiscono mezzo

per eludere l’applicazione di una norma imperativa. Le parti si accordano in modo da raggiungere risultati pratici

equivalenti a situazioni espressamente vietate dalla legge (vendita con patto di riscatto per eludere il divieto di patto

commissorio). Si parla in questi casi di frode alla legge.

Le cause di annullamento. L’incapacità

L’art. 1425 prevede l’annullabilità del contratto per incapacità legale di una delle parti. E quindi si intende il minore,

l’interdetto nonché l’inabilitato e il minore emancipato per gli atti di straordinaria amministrazione compiuti senza

l’assistenza del curatore. La capacità di fatto non ha quindi rilevanza. Lo stesso articolo prevede l’annullabilità per

incapacità di intendere e di volere (naturale), rinviando all’art. 428 il quale prevede che un atto giuridico sia

annullabile quando sussistano due presupposti:

- l’autore dell’atto sia stato, per qualunque causa anche transitoria, incapace di intendere o di volere al momento della

conclusione del contratto

- dall’atto derivi un grave pregiudizio per l’incapace, il che può risultare dalla malafede dell’altro contraente.

Nel caso di incapacità naturale di una parte e buonafede dell’altro contraente viene tutelata la posizione di

quest’ultimo, quindi il contratto non si considera annullabile; nel caso di incapacità legale il contratto viene

considerato annullabile perché l’ignoranza dell’altro contraente non è giustificabile. L’art. 1426 dispone che un

contratto concluso da un minore che si faccia credere maggiorenne non è annullabile; norma a protezione dell’altra

parte anche perché il minore dimostra di essere sufficientemente furbo da poter contrarre.

I vizi del consenso

L’art. 1427 parla di consenso dato per errore, estorto con violenza o carpito con dolo. La parte si trova legata a un

contratto al quale non avrebbe consentito se non si fosse verificato un suo errore, o l’altrui violenza, o il dolo della

controparte.

L’errore viene inteso come falsa rappresentazione della realtà. Ci sono due diversi tipi di errore:

• errore-vizio (che vizia la formazione della volontà) o errore-motivo (che determina a contrarre)

• errore ostativo, errore in cui si inciampa nella manifestazione della volontà (decido di offrire 120€

per un oggetto, ma la segretaria scrive 220€ per errore e io firmo la proposta senza accorgermene).

In certi casi c’è divergenza tra volontà e dichiarazione. In entrambi i casi l’errore deve essere essenziale e

riconoscibile dall’altro contraente. L’errore essenziale è un concetto che implica due elementi:

- che l’errore sia determinante per il consenso

- che riguardi certe circostanze previste dall’art. 1429 che sono:

1. errore sulla natura (credo di comprare a rate, invece ricevo in locazione) o sull’oggetto (credo di essere ingaggiato

come attore, invece sono ingaggiato come modello) del contratto

2. errore sull’identità dell’oggetto della prestazione o sulla qualità dell’oggetto. L’errore di calcolo rende il contratto

soggetto a rettifica, ma non annullabile

3. errore sull’identità o sulla qualità dell’altro contraente. Prevale per i contratti che si basano sulla fiducia nella

persona (mandato, società ecc..) e quindi l’errore di identità è rilevante. Come nel caso in cui stipulo un pagamento a

lunga scadenza, l’identità del debitore è rilevante, vista la sua solvibilità.

4. errore di diritto che sia stato ragione unica o principale del contratto. L’ignoranza di una norma giuridica mi

permette di annullare un contratto, ma non di sottrarmi all’applicazione della legge. In generale i motivi erronei per

cui viene stipulato un contratto non sono rilevanti; questo è a tutela della controparte che non è tenuta ad informarsi

sulle particolari ragioni per cui il partner si è deciso al contratto. L’errore si considera riconoscibile quando, in

relazione al contenuto, alle circostanze del contratto e alla qualità dei contraenti, una persona di normale diligenza

avrebbe potuto rilevarlo. L’annullabilità per errore non può essere richiesta dalla parte in errore se l’altra offre

tempestivamente di eseguirlo in modo conforme al contenuto e alle modalità del contratto che la prima intendeva

concludere. Per violenza morale si intende la minaccia portata dall’altra parte o anche da un terzo per estorcere il

consenso al contratto . La minaccia deve avere alcune caratteristiche:

- deve essere tale da fare impressione ad una persona sensata (in base ad età, sesso, condizioni della persona)

- deve riguardare un male ingiusto e notevole alla persona o ai beni del minacciato

E’ ingiusto quel male che lede un interesse giuridicamente protetto e che non trova giustificazione in una norma

giuridica. Non sono causa di annullamento del contratto timore personale (non indotto da minacce) e timore

reverenziale verso una persona . Se però una parte si approfitta del timore dell’altra si ha violazione del dovere di

correttezza nelle trattative. Per dolo si intende il raggiro usato da uno dei contraenti per carpire il consenso, cioè

indurre l’altra parte a contrarre. Il dolo deve essere determinante, nel senso che senza i raggiri l’altra parte non

avrebbe contratto; se il raggiro ha solo indotto la parte ingannata a contrarre a condizioni diverse (dolo incidente) il

contratto è

valido, il contraente in malafede risponde dei danni. Se l’autore dei raggiri è un terzo il contratto è annullabile solo se

la controparte ne era a conoscenza e ne ha tratto vantaggio.

Le azioni di nullità e annullamento

Di regola la nullità è assoluta, cioè può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, e può essere rilevata

d’ufficio, mentre l’annullabilità è relativa e può essere fatta valere solo dalla parte nel cui interesse è stabilita la

legge. Nel caso di annullabilità, la parte che la può richiedere può fare richiesta di convalida del contratto con un

atto unilaterale. La convalida può essere tacita se viene eseguito volontariamente il contratto nonostante si fosse a

conoscenza del vizio. Per la nullità non è ammessa convalida perché il vizio è radicato e perché la situazione supera

l’interesse del singolo individuo. E’ prevista la conversione di un contratto nullo in un altro contratto di cui abbia i

requisiti per produrre effetti. Ci deve essere interesse delle parti in relazione allo scopo del nuovo contratto. Nei casi in

cui è la legge a disporre la conversione, come nel caso dei contratti di mezzadria che non possono essere rinnovati, ma

vengono convertiti in contratti d’affitto. L’azione di nullità non si prescrive, mentre l’azione di annullamento si

prescrive in 5 anni a partire dalla cessazione dell’incapacità legale, della violenza o dalla scoperta dell’errore o del

dolo. Dopo questo periodo gli effetti diventano definitivi. Nel caso in cui solo alcune clausole sia affette da nullità si

considera nullo tutto il contratto se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza dette clausole, a meno che

le clausole nulle non siano sostituite di diritto da norma imperative. In un contratto plurilaterale se nullità o

annullabilità colpiscono una parte può essere considerato nullo l’intero contratto se questa parte è considerata

essenziale; dipende quindi dalla situazione.

Il contratto iniquo. La rescissione

Per contratto iniquo si intende contratto ingiusto. Dal punto di vista dell’invalidità del contratto, l’iniquità non ha

grande rilievo poiché ogni soggetto capace di agire è considerato di per sé in grado di valutare i propri interessi e di

decidere in proposito. Il diritto privato non può essere troppo rigido nei confronti delle iniquità altrimenti questo

andrebbe a discapito del massiccio e veloce traffico contrattuale che caratterizza la vita economica. Un limitato

rimedio all’iniquità dello scambio è offerto dalla rescissione, solo nei casi in cui vi sia il presupposto

dell’approfittamento dello stato di pericolo o di bisogno in cui si trovi una delle parti. E’ rescindibile il contratto con

cui una parte abbia assunto obbligazioni a condizioni inique per la necessità, nota alla controparte, di salvare sé o altri

dal pericolo attuale di un danno grave alla persona(il padrone di una barca che chiede 5000€ per uscire in mare a

salvare una persona che sta annegando). Lo stato di pericolo è preesistente quindi si distingue dalla violenza, causa di

annullamento. E’ rescindibile anche il contratto concluso a condizioni inique per stato di bisogno di una parte, del

quale l’altra abbia approfittato per trarne vantaggio. Occorre che la lesione ecceda metà del valore che la prestazione

della parte danneggiata aveva al momento della conclusione del contratto. Per stato di bisogno si intendo a livello

economico. Non è mai rescindibile per causa di lesione un contratto aleatorio. L’azione di rescissione si prescrive nel

breve termine di un anno; il convenuto può evitare la rescissione offrendo di riportare il contratto a equità.

LO SCIOGLIMENTO DEL CONTRATTO

Lo scioglimento del contratto

Il contratto non può essere sciolto che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge. Si parla di scioglimento o

risoluzione del contratto quando gli effetti del contratto vengono a cessare per cause che non riguardano il titolo ma

chi ineriscono allo svolgimento del rapporto contrattuale. Il mutuo consenso non è altro che un altro accordo della

parti di sciogliere il contratto. Il contratto può contenere clausole che ne prevedono lo scioglimento come la

condizione risolutiva o la clausola risolutiva espressa (vedi par. successivo). Stessa funzione ha nei contratti di

durata la clausola di recessione per una delle parti. Casi di scioglimenti previsti dalla legge sono quelli in cui è

previsto un potere di recesso, o di revoca o rinuncia. La risoluzione del contratto (1453 e ss.) è un modo di

scioglimento che riguarda i contratti a prestazioni corrispettive, ovvero di scambio in cui la prestazione di ciascun

contraente ha causa nella prestazione dell’altro. Sono tre i casi di risoluzione contemplati:

• inadempimento

• impossibilità sopravvenuta

• eccessiva onerosità

Gli effetti dello scioglimento sono comuni alle tre ipotesi: lo risoluzione ha effetto retroattivo tra le parti, a meno che

il contratto non fosse ad esecuzione continuata o periodica (locazione). La risoluzione è in opponibile ai terzi e quindi

non pregiudica i diritti da loro acquistati (indipendentemente da buona o malafede, titolo oneroso o gratuito, poiché il

contratto è nato validamente). Per quanto riguarda il contratto plurilaterale la formula è molto simile a quella

dell’annullamento e della nullità: il venir meno del rapporto verso uno dei contraenti non determina la risoluzione

dell’intero contratto salvo che la partecipazione mancata debba, secondo le circostanze, considerarsi essenziale.

Risoluzione per inadempimento

Quando una delle parti è inadempiente l’altra parte può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione

del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno. Quindi l’adempimento di una parte attribuisce all’altra il

diritto potestativo di risolvere il contratto. Ma la reazione deve essere proporzionata ai fatti: il contratto non si può

risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra. E’

richiesto quindi che il rapporto sinallagmatico non sia più funzionale. La scelta dell’adempimento è reversibile: anche

dopo aver promosso il giudizio per la condanna dell’altra parte, l’attore può richiedere la risoluzione. La risoluzione è

invece irreversibile. Clausola risolutiva espressa: i contraenti possono prevedere espressamente nel contratto che

l’inadempimento di una o più obbligazioni precisamente indicate sia causa di risoluzione. In tal caso la risoluzione

opera di diritto, senza la necessità di alcun procedimento.

Il diritto di determinare la risoluzione di può esercitare in due modi:

- con domanda giudiziale: chiedere al giudice di risolvere il contratto ed eventualmente condannare l’altra parte a

restituire la prestazione ricevuta, oltre al risarcimento del danno

- in via extragiudiziale: ottenere l’adempimento attraverso una diffida ad adempiere, cioè un atto scritto con cui si

intima la parte ad adempiere entro un termine, non inferiore ai 15 giorni, con dichiarazione che scaduto il detto

termine il contratto si considera risoluto. In ogni caso la parte inadempiente dovrà risarcire il danno.

Clausola penale e caparra confirmatoria

Si ha clausola penale quando il contratto prevede che, se una certa prestazione non sarà adempiuta, la parte

inadempiente debba senz’altro pagare una certa somma. E’ intesa quindi come una liquidazione anticipata del danno,

tanto che il creditore non può pretendere un risarcimento maggiore. Al contempo il debitore è protetto contro una

penale eccessiva: il giudice può inoltre disporre una riduzione della penale. La caparra confirmatoria è una somma

di denaro o una quantità di cose fungibili che viene versata da una parte all’altra alla conclusione del contratto, a

conferma della serietà dell’impegno, e in acconto sul prezzo o sulla prestazione pattuita. Se chi ha versato la caparra

non adempie, l’altra parte ha il diritto di recedere dal contratto trattenendo la caparra. Se chi ha ricevuto la caparra non

adempie, l’altra parte può recedere esigendo il doppio della somma data in anticipo.

Risoluzione per impossibilità sopravvenuta

L’impossibilità sopravvenuta libera il debitore quando sia dovuta a un fatto a lui non imputabile. In un contratto a

prestazioni corrispettive questo implica il venir meno di una delle prestazioni. Perciò questo tipo di impossibilità

provoca automaticamente la risoluzione del contratto, senza bisogno di alcuna azione. La parte liberata per effetto

dell’impossibilità non può più pretendere la prestazione dell’altra, e se l’ha già ricevuta (prestazione non dovuta)

dovrà restituirla, causa l’effetto retroattivo della risoluzione.

In caso di impossibilità parziale l’altra parte può decidere se chiedere una riduzione della prestazione da lui dovuta o

recedere dal contratto. Anche l’impossibilità temporanea può determinare lo scioglimento del rapporto, poiché in

relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura della prestazione il creditore può non essere più interessato a

riceverla. Estinta l’obbligazione il contratto si scioglie.

Risoluzione per eccessiva onerosità

Il sinallagma in un rapporto si può alterare anche nel caso in cui, dopo la conclusione del contratto, una prestazione

diventa eccessivamente onerosa rispetto all’altra. La questione non si pone nei contratti ad esecuzione immediata, ma

nei contratti ad esecuzione differita oppure ad esecuzione periodica e continuata. La legge considera come causa

di risoluzione solo l’onerosità indotta dal verificarsi da avvenimenti straordinari e imprevedibili, poiché è rischio dei

contraenti regolare i loro rapporti sulla base degli accadimenti ordinari: la sopravvenuta onerosità deve superare

quindi la normale alea del contratto. La risoluzione per eccessiva onerosità è esclusa per i contratti aleatori. La parte

contro cui è domandata la risoluzione può offrire di modificare le condizioni del contratto secondo equità. L’eccessiva

onerosità in un contratto unilaterale non libera il debitore, ma gli dà il diritto di una riduzione della prestazione tanto

da ridurla ad equità.

I CONTRATTI DI ALIENAZIONE

La vendita

La vendita è il contratto che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro

diritto verso il corrispettivo di un prezzo. Le prestazioni essenziali sono da parte del venditore il trasferimento del

diritto (di proprietà, di credito, di brevetto ecc…) e da parte del compratore il pagamento del prezzo. La vendita è

sempre destinata a produrre un effetto traslativo, ma non sempre questo effetto è immediato. Il diritto si trasferisce al

momento della conclusione del contratto, se la vendita ha per oggetto cose determinate, diritti reali su cose altrui o

altri diritti (principio consensualistico). L’effetto traslativo non è immediato se riguarda cose determinate solo nel

genere: la proprietà si trasmette in questo caso solo con l’individuazione. Anche per vendita di cose future, vendita di

cose altrui e vendita con riserva della proprietà l’efficacia reale non è immediata: è per questo che il venditore, oltre

alle normali obbligazioni, deve assumere l’obbligazione di procurare al compratore l’acquisto della proprietà

(vendita obbligatoria o a effetti obbligatori).Le obbligazioni del compratore sono di pagare il prezzo nel tempo e

nel luogo fissati, corrispondere eventuali interessi se il prezzo non fosse immediatamente esigibile, e pagare le spese

della vendita (se non diversamente pattuito). Il venditore è obbligato:

a) a consegnare la cosa al compratore (vendita ad effetti reali)

b) a fargli acquistare la proprietà della cosa o il diritto (vendita ad effetti obbligatori)

c) a garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della cosa

L’obbligo di consegna si adempie trasferendo il possesso della cosa, in modo effettivo o simbolico. La consegna deve

comprendere pertinenze, accessori, frutti maturati dopo la vendita, titoli e documenti relativi alla proprietà e all’uso

della cosa. L’obbligazione di consegnare una cosa determinata include quella di custodirla fino alla consegna.

Vendita di cosa futura è ad esempio la vendita di un appartamento in un edificio da costruire; la proprietà passa solo

nel momento in cui la cosa viene ad esistenza: il venditore è obbligato a fare quanto necessario perché la cosa venga

ad esistenza. La vendita può avvenire con carattere aleatorio e quindi il compratore corre il rischio che la cosa non

venga ad esistenza, dovendo comunque pagare il prezzo, o con carattere commutativo dove se la cosa non viene ad

esistenza il contratto è inefficace. Si ha vendita di cosa altrui se una persona vende una cosa di cui non è proprietario.

Ha la

funzione di favorire la circolazione dei beni perché consente di anticipare la vendita procurare il capitale necessario ad

acquistare. E’ la prassi nei commerci imprenditoriali (vendita su commessa). Il contratto produce effetti obbligatori

immediati, tra questi l’obbligo per il venditore di procurare l’acquisto della proprietà. Se il compratore era a

conoscenza dell’altruità della cosa, la vendita di cosa altrui si regola come un comune contratto obbligatorio; se il

compratore ignorava la situazione può richiedere la risoluzione del contratto senza aspettare l’inadempimento, perché

ha comperato senza saperlo da chi non era proprietario. Si ha evizione quando un terzo fa valere un diritto di proprietà

o un altro diritto reale sulla cosa venduta e, vincendo, sottrae la cosa al compratore o ne limita il godimento.

L’evizione si realizza per effetto di un’azione di rivendicazione del terzo contro il compratore (che ne abbia il

possesso) o per un’azione confessoria. Se al tempo della vendita il compratore ignorava il pericolo di rivendica, è

autorizzato a sospendere il pagamento del prezzo. Se il compratore subisce l’evizione totale, il venditore è tenuto a

risarcirlo del danno. Se la cosa è parzialmente evitta il contratto si risolve o il prezzo si riduce. La garanzia per

evizione è un effetto naturale del contratto di compravendita e si applica anche se le parti non lo prevedono (i

contraenti sono liberi di escluderla). La garanzia non è prevista per i contratti aleatori. La garanzia per i vizi della

cosa venduta protegge il compratore contro i vizi materiali della cosa, che la rendano inidonea all’uso cui è destinata o

ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore. La garanzia riguarda vizi occulti (che il compratore non poteva

facilmente conoscere) e vizi conoscibili (se il venditore ha dichiarato la cosa esente da vizi). Anche la garanzia per

vizi è un effetto naturale. L’effetto della garanzia è quello di consentire al compratore la scelta fra la risoluzione del

contratto o la riduzione del prezzo. In ogni caso il compratore ha diritto al risarcimento dei danno derivati dai vizi, se

il venditore non prova di aver ignorato senza colpa i vizi della cosa. Il compratore decade dal diritto se non denunzia i

vizi al venditore entro 8 giorni dalla scoperta: fatta la denuncia c’è un anno di tempo dalla consegna per esercitare il

diritto. Nel caso di mancanza di qualità promesse ovvero essenziali per l’uso cui la cosa è destinata il compratore può

richiedere la risoluzione del contratto e/o il risarcimento del danno. La disciplina dettata dagli art. 1490 e ss. (valida

per i professionisti) viene meno nel caso di contratti conclusi dal consumatore (inteso come persona fisica,

destinatario finale dell’attività produttiva di beni e servizi), che sono regolati dagli art. 1519 bis-nonies, riguardo

vendita e garanzia di beni di consumo. Per bene di consumo si intende qualsiasi bene mobile anche da assemblare.

Nel caso il consumatore rilevi un difetto di conformità al momento della consegna del bene (che non è detto coincida

con quello del trasferimento di proprietà) potrà in alternativa e senza spese a suo carico:

- richiedere il ripristino del bene per renderlo conforme al contratto di vendita (riparazione)

- richiedere la sostituzione

Se la riparazione è troppo onerosa o impossibile il consumatore dovrà accontentarsi della sostituzione, o viceversa. Se

entrambe le soluzioni sono impossibili o troppo onerose il consumatore potrà optare per una riduzione del prezzo o per

la risoluzione del contratto. Se il difetto è di lieve entità non è riconosciuto al consumatore il diritto alla risoluzione. Il

venditore ha responsabilità su eventuali difetti di conformità entro due anni dalla consegna. La vendita con patto di

riscatto prevede che il venditore si riservi di riacquistare la proprietà della cosa (diritto potestativo) mediante:

• dichiarazione unilaterale comunicata al compratore entro un termine fissato, non maggiore di 2 anni per la

vendita di mobili e di 5 per la vendita di immobili

• restituzione del prezzo pagato e rimborso per spese e riparazioni. Ogni patto che preveda la restituzione di

una somma superiore è nullo per la parte eccedente.

Con il patto di retrovendita il compratore e il venditore (o uno solo dei due) assumono l’obbligo di contrarre una

nuova compravendita, che faccia riacquistare al venditore la proprietà della cosa venduta. Non è un diritto potestativo,

è più assimilabile ad un contratto preliminare. La vendita a rate con riserva di proprietà è così caratterizzata:

- concluso il contratto la proprietà non passa immediatamente al compratore, ma rimane al venditore fino al

pagamento dell’ultima rata di prezzo

- la cosa viene però consegnata al compratore che ne acquista il godimento

- il rischio per il perimento fortuito della cosa è a carico del detentore

- l’inadempimento del compratore determina la risoluzione del contratto; il mancato pagamento di una sola rata che

non superi l’ottava parte del prezzo non è causa di risoluzione. La risoluzione determina l’obbligo del venditore a

restituire le rate, salvo il diritto ad un equo compenso per l’uso della cosa, oltre al risarcimento del danno.

Non tutte le vendite a rate sono con riserva di proprietà.

I CONTRATTI DI UTILIZZAZIONE

La locazione

La locazione è il contratto con il quale una parte (locatore) si obbliga a far godere all’altra (il conduttore) una cosa

mobile o immobile per un dato tempo, verso un determinato corrispettivo. Gli obblighi del locatore sono: consegna

della cosa in buono stato, manutenzione in buono stato locativo, garanzia del pacifico godimento.

L’obbligo di consegna in buono stato non è adempiuto se la cosa è affetta da vizi che ne diminuiscono in modo

apprezzabile l’idoneità all’uso. Il conduttore può chiedere la risoluzione o una diminuzione del prezzo. In questo caso

la presunzione di buona fede del locatore non si presume: se non prova di aver ignorato l’esistenza dei vizi dovrà

rispondere dei danni. L’obbligo di manutenzione impone al locatore di eseguire tutte le riparazioni necessarie,

eccettuate quelle di piccola manutenzione che sono a carico del conduttore . L’obbligo di garanzia riguardano le

molestie provocate da terzi che pretendono di avere diritti sulla cosa e perciò limitano il godimento del conduttore. Il

locatore non garantisce per altri tipi di molestie (vicini rumorosi). La prestazione fondamentale del conduttore è il

pagamento del corrispettivo, oltre a prendere in consegna la cosa e osservare la diligenza del buon padre di famiglia

nel servirsene per l’uso determinato nel contratto. A locazione finita il bene deve essere restituito nello stato iniziale,

salvo deterioramento o consumo dall’uso svolto come da contratto. Il conduttore ha inoltre l’obbligo di custodia ed

anche la facoltà di dare in sublocazione la cosa (ma non di cedere il contratto senza il consenso del locatore).Il limite

massimo alla locazione è di 30 anni; la mancata disdetta del contratto vale come rinnovazione tacita.

Il comodato o prestito d’uso

Comodato: contratto col quale una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un

tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta. E’ una concessione gratuita

dell’uso di una cosa: se non gratuita si tratta di locazione. L’oggetto del comodato è una cosa infungibile e si suppone

inconsumabile. Il comodato è un contratto reale, che si conclude con la consegna della cosa.L’obbligo del

comodatario è di custodire e conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia e di non servirsene che per

l’uso determinato dal contratto. In caso di inadempienza il comodante può chiedere l’immediata restituzione della

cosa, nonché il risarcimento del danno. Il comodatario risponde della perdita o della distruzione dovuta a sua

negligenza.

Mutuo o prestito di consumo

Funzione del mutuo: ottenere la disponibilità di una certa somma di denaro o di altre cose fungibili, con l’obbligo di

restituire altrettanto della stessa specie e qualità. Il mutuo è un prestito di consumo, è un contratto reale che si

perfeziona con la consegna della cosa. Chi ha solo promesso di dare a mutuo, può rifiutare l’adempimento se nel

frattempo le condizioni patrimoniali del contraente sono divenute tali da non garantire la restituzione. Le obbligazioni

che nascono dal mutuo sono di restituire la somma e pagare gli interessi al mutuante. Il mancato pagamento dà diritto

al mutuante di chiedere la risoluzione del contratto, anche per una sola rata di restituzione.

I CONTRATTI DI PRESTAZIONI D’OPERA O DI SERVIZI

Il mandato

E’ il contratto con il quale una parte (mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto dell’altra

(mandante). L’oggetto della prestazione è quindi compiere uno o più atti giuridici e un

elemento essenziale del contratto è la fiducia tra mandante e mandatario. Per una giusta causa, come la mancanza di

fiducia, il mandante ha il potere di revoca del mandato. Il mandato è il contratto con cui il mandatario si obbliga al

compimento di atti giuridici per conto del mandante, e il mandante assume i seguenti obblighi:

- fornire i mezzi necessari per l’esecuzione del mandato

- rimborsare le spese e le anticipazioni

- risarcire eventuali danni che derivino al mandatario dall’esecuzione del mandato

Il mandatario agisce perciò in proprio nome e acquista diritti e obblighi che non influiscono nella sfera giuridica del

mandante, come invece avviene nella rappresentanza. Per i beni immobili c’è quindi un obbligo per il mandatario di

trasferire i diritti al mandante; per i beni mobili la legge attribuisce al mandante soltanto l’azione di rivendicazione,

considerandolo proprietario dei beni anche senza il ritrasferimento. Il mandatario è inoltre obbligato a eseguire il

mandato con la diligenza di un buon padre di famiglia, valutata con maggior rigore se il mandato è gratuito: deve

attenersi alle istruzioni ricevute dal mandante e informarlo di ogni novità rilevante per il mandato. Infine ha il dovere

di custodia delle cose che riceve per conto del mandante. Il mandatario può estinguere il mandato, ma se è senza

giusta causa dovrà risarcire il danno.

CONTRATTI PER LA RISOLUZIONE DI CONTROVERSIE

La transazione

E’ un particolare tipo di contratto che svolge la funzione di porre fine a una lite già incominciata fra le parti o di

prevenire una lite che può sorgere tra loro, tramite reciproche concessioni. E’ necessario quindi che le parti sostengano

un reciproco sacrificio per appianare la controversia. Non può transigere un minore e i genitori che devono chiedere

l’autorizzazione a del giudice tutelare. E’ nulla una transazione che abbia ad oggetto diritti indisponibili (relativi allo

stato delle persone, diritti tutelati da norme inderogabili – lavoratore) o che riguardi un contratto illecito. La

transazione richiede la forma scritta se riguarda diritti reali su beni immobili o se deve essere usata come prova in

giudizio. Chiusa la transazione le parti non possono riaprire la controversia davanti al giudice, ma può essere annullata

per errori di fatto sulla questione come la nullità del titolo a cui si riferisce, la falsità di documenti, l’esistenza di una

sentenza passata, l’esistenza di documenti scoperti a posteriori ecc..

Compromesso

Accordo con cui le parti di una controversia si obbligano a far decidere da arbitri la lite tra loro insorta. Deve

riguardare diritti disponibili e controversie già insorte (anche se nei contratti può essere inserita la clausola

compromissoria che riguarda le eventuali controversie che potrebbero sorgere).

ATTI E FATTI DIVERSI DAL CONTRATTO

Promesse unilaterali

La promessa unilaterale non produce effetti obbligatori fuori dai casi ammessi dalla legge. Promessa di pagamento e

ricognizione del debito sono due dichiarazioni unilaterali, fonti di obbligazioni (anche se l’obbligazione in realtà

preesisteva) con cui il dichiarante promette di pagare o si riconosce debitore di una determinata somma. La

dichiarazione ha la funzione di dispensare il creditore dall’onere di provare il diritto di credito.

La promessa al pubblico è una fonte di obbligazione ed è una dichiarazione unilaterale rivolta al pubblico con cui

una persona promette una prestazione a favore di chi si trova in una determinata situazione o compia una certa azione

(ricompensa per chi dà notizie di uno scomparso, bando per il premio letterario ecc..) La promessa è vincolante non

appena è resa pubblica (giornali, annunci, manifesti ecc..). E’ possibile una revoca per giusta causa (che deve essere

resa pubblica nella stessa modalità della promessa), ma non se situazione o azione previste si sono verificate.

Gestione di affari

L’art. 2028 prevede che una persona, senza esservi obbligata, assuma la gestione di un affare altrui, e dispone che

questa persona sia tenuta a continuare a condurre a termine la gestione finchè l’interessato non sia in grado di

provvedervi da se stesso. Un requisito è quindi l’impossibilità dell’interessato a provvedere (lontananza, malattia,

incapacità temporanea di intendere o di volere), oltre al fatto che la gestione deve utilmente iniziare e non contro il

divieto dell’interessato. Il gestore è praticamente soggetto alle obbligazioni del mandato, con attenuazione della

responsabilità per danni, in considerazione alle circostanze che lo hanno indotto a ingerirsi (2030). L’interessato dovrà

rimborsare le spese necessarie o utili.

Pagamento dell’indebito

Ogni spostamento di ricchezza deve essere giustificato, la giusta causa dell’attribuzione patrimoniale. Se questa

manca si ha arricchimento a spese altrui, che il diritto non ammette. Pagamento dell’indebito si riferisce

genericamente a quei casi in cui viene eseguita una prestazione non dovuta. L’art. 2033 e ss. Distinguono:

- indebito oggettivo: eseguo un pagamento non dovuto da nessuno

- indebito oggettivo: eseguo un pagamento dovuto da altri

Si ha indebito oggettivo se avviene un pagamento a favore di chi non ha il diritto di riceverlo (pago un debito già

estinto, o derivante da un contratto nullo, pago Tizio quando il creditore è Caio – se Tizio è creditore apparente dovrà

restituire i soldi a Caio) Si ha indebito soggettivo se si paga per errore un debito altrui. Se l’errore è inescusabile

prevale la tutela dell’affidamento del creditore e il debito si ritiene estinto. Il creditore non deve restituire e chi ha

pagato subentra nei diritti del creditore. In entrambi i casi nasce per il percepente l’obbligo di restituzione

dell’equivalente che ha ricevuto o la stessa cosa che ha ricevuto se determinata.

La restituzione non è prevista nei seguenti casi:

- quanto è stato spontaneamente prestato in esecuzione di doveri morali e sociali, salvo che la

prestazione sia stata eseguita da un incapace ( obbligazioni naturali)

- tutte le prestazioni avvenute all’interno di una famiglia di fatto

- prestazione contraria al buon costume ( come pagare un funzionario comunale per far passare avanti la mia pratica

Arricchimento ingiustificato

Se una persona, senza una causa che lo giustifichi, si arricchisce a spese di un’altra, è tenuta a indennizzare chi si è

impoverito, nei limiti dell’arricchimento. Arricchimento e impoverimento devono essere correlati affinché nasca

l’obbligazione, che ha ad oggetto un indennizzo e non un risarcimento, poiché la fattispecie non costituisce un illecito

(fidanzato in previsione del matrimonio compie lavori a sue spese sulla casa di proprietà della fidanzata. Se si rompe il

fidanzamento può chiedere un indennizzo pari alla minor somma tra le spese e l’aumento di valore dell’immobile).

FATTI ILLECITI E RESPONSABILITA’

Problemi e funzioni della responsabilità civile

I problemi maggiori in tema di responsabilità civile sono:

• determinazione del danno risarcibile, danno ingiusto

• criteri di imputazione dell’illecito, responsabilità oggettiva e soggettiva

• causalità e valutazione del danno

La funzione principale del risarcimento del danno è quella riparatoria che via via è andata a prevalere su quella

sanzionatoria. La responsabilità civile, se ben organizzata, può inoltre avere una funzione preventiva, di dissuasione

dai comportamenti nocivi.

Le fonti di responsabilità

La fonte primaria di responsabilità è l’illecito civile, ovvero un atto o fatto lesivo di un interesse protetto da una norma

giuridica, e dal quale derivi un pregiudizio per il soggetto leso. Si distinguono due fattispecie fondamentali di illecito:

1) inadempimento dell’obbligazione

2) il fatto illecito, e cioè qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto.

Tradizionalmente le due fattispecie si distinguono come illecito contrattuale e illecito extracontrattuale. Da

considerare anche l’illecito precontrattuale, ovvero la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede

nelle trattative contrattuali.

La regola dell’art. 2043

E’ risarcibile il danno che sia ingiusto e legato al fato commesso da un nesso di causalità. La responsabilità del danno

è accollata a chi ha commesso il fato con dolo (consapevolezza e volontà) o con colpa (negligenza), a condizione che

fosse capace di intendere e di volere. I tradizionali elementi dell’illecito sono:

- danno ingiusto e nesso di causalità (elementi oggettivi)

- imputabilità e colpevolezza (elementi soggettivi)

Gli elementi oggettivi dell’illecito: il danno ingiusto e il nesso causale

La definizione che si può dare di danno ingiusto – lesione di un interesse protetto dalla legge – non è che un sintetico

rinvio alle concretizzazioni della giurisprudenza. Non solo la violazione di diritti soggettivi assoluti (protetti nei

confronti della generalità) porta ad un danno ingiusto. Anche la violazione dei diritti relativi, come il credito, può

portare ad un danno ingiusto (oltre alla disciplina dell’inadempimento). Si ha danno ingiusto in situazioni

extracontrattuali (o aquiliane) come:

- la lesione di un interesse legittimo nei rapporti tra privati (violazione dei limiti di edificabilità ecc…)

- la lesione di interessi diffusi, come un danno ambientale (abuso edilizio)

- la lesione delle c.d. aspettative legittime dove il danno non consiste nella perdita di una prestazione dovuta, ma di

una prestazione a cui il soggetto potesse legittimamente confidare (mancanza di sovvenzioni da parte dei genitori)

- la lesione del possesso (richiesta danni del possessore derivanti da immissioni)

In tutti i casi occorre un confronto tra i due interessi, cioè del danneggiante e del danneggiato, poiché risultano

entrambi protetti. E’ il caso della legittima difesa (comportamento lesivo tenuto per difendere sé o altri da

un’aggressione obbiettivamente ingiusta) la cui reazione deve essere proporzionata all’offesa, o dello stato di

necessità. In quest’ultimo caso il comportamento lesivo ha lo scopo di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un

danno grave alla persona, non determinato dall’altrui aggressione (rubare una macchina per portare un ferito

all’ospedale). E’ necessario un nesso di causalità tra il fatto illecito e il danno cagionato. Nel caso in cui il danno sia

procurato da più soggetti (concausalità) siamo in una situazione di solidarietà del debito: il danneggiato può chiedere

l’intero risarcimento a uno dei danneggianti, saranno poi loro a ridistribuire le responsabilità .

Gli elementi soggettivi: imputabilità

Per poter addossare delle responsabilità all’autore di un danno ingiusto sono necessari dei requisiti minimi di

coscienza e volontà, tali per cui è possibile imputare al soggetto le conseguenze delle sue azioni (imputabilità del

soggetto). Non risponde delle conseguenze del fatto dannoso l’incapace di intendere o di volere, salvo che l’incapacità

non derivi sa sua colpa. La legge prevede la responsabilità indiretta di chi è tenuto a sorvegliare l’incapace. Se il

danneggiato non riesce ad ottenere il risarcimento (il responsabile non può pagare o nessuno era tenuto a sorveglianza)

può almeno richiedere un’equa indennità.

Responsabilità oggettiva

Responsabilità oggettiva: la colpa in varia misura è irrilevante; ci sono altri criteri di imputazione della responsabilità

oltre al comportamento doloso o colposo: ad esempio si collega alla potestà la responsabilità per i danni provocati da

minori o interdetti; chi trae vantaggio da un’attività ne sostiene i rischi; si accollano i danni derivanti dalle cose ai

proprietari ecc…

La responsabilità per fatto altrui

Il danneggiato può chiedere risarcimento per i danni derivanti da un fatto illecito non solo all’autore, ma anche ad un

terzo che non risponde di propria condotta illecita, ma porta comunque le conseguenze di comportamenti altrui. E’ una

forma di responsabilità oggettiva legata alla posizione del responsabile: è il caso del datore di lavoro che risponde per

i danni provocati dal fatto illecito dei dipendenti e del proprietario di un veicolo che risponde per i danni provocati

dal conducente.

Il danno

Per danno si intende:

- lesione di un interesse

- pregiudizio (patrimoniale o morale) derivante dalla lesione di un interesse

Il danno patrimoniale si considera come perdita o come mancato guadagno, il danno non patrimoniale (o danno

morale) è risarcibile solo nei casi previsti dalla legge. Giurisprudenza e dottrina hanno introdotto recentemente il

danno biologico, inteso come lesione all’integrità psicofisica della persona, suscettibile di valutazione medico legale,

considerandolo risarcibile indipendentemente dalla sua incidenza sulla capacità di produrre reddito. In caso di lesione

del diritto di salute quindi il danno risarcibile si compone di tre elementi:

• il danno biologico

• l’eventuale danno patrimoniale

• il danno morale soggettivo

Danno ambientale: qualunque fatto doloso o colposo in violazioni di disposizioni di legge che comprometta

l’ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo o distruggendolo in tutto o in parte. Questo danno impone il

risarcimento nei confronti dello Stato. L’importo del risarcimento è svincolato dall’ammontare del danno, poiché può

divenire una forma di pena esemplare.

Il risarcimento

La funzione della responsabilità è quella di riparare il danno e possibilmente riportare la situazione a quella che

sarebbe stata se la lesione non si fosse mai verificata. Le forme di riparazione del danno sono:

- risarcimento per equivalente: somma di denaro tale da riparare il pregiudizio patrimoniale risentito dal

danneggiato

- risarcimento in forma specifica: ripristinare la situazione così come sarebbe se l’illecito non si fosse verificato

(rendere una cosa uguale a quella distrutta, ricostruire ecc..)

- risarcimento pecuniario in forma specifica: si differenzia dal risarcimento per equivalente perché non si considera

il valore perduto, ma il costo del ripristino Il risarcimento di carattere pecuniario può essere determinato sulla base di

una valutazione del danno, espressa in una somma di denaro. I criteri di valutazione sono:

• risarcimento delle perdite patrimoniali e del mancato guadagno

• valutazione equitativa del giudice

• condotta del danneggiato (concorso di colpa o diligenza per evitare il danno)

Per la valutazione del danno biologico e alla menomazione psicofisica si fa riferimento ai punti di invalidità

assegnati dal medico-legale. Con la liquidazione del risarcimento (determinazione dell’ammontare pecuniario) il

debito di valore diventa un debito di valuta, che viene poi trattato come un normale debito. L’indennità non ha la

funzione di integrale riparazione del danno (come il risarcimento), ma di compensare il pregiudizio patrimoniale non

dovendo corrispondere esattamente al danno subito. E’ determinata con criteri di equità che tengono conto anche della

condizione delle parti e delle circostanze.

Responsabilità contrattuale ed extracontrattuale

Situazione contrattuale - INCIDENTE IN TAXI

Situazione Extracontrattuale - INCIDENTE IN MACCHINA DI UN AMICO

-ho l’onere della prova del danno, non della colpa del conducente

-prescrizione decennale

-non ho azione contro il proprietario della vettura (semmai contro il datore di lavoro se il taxista non è autonomo)

-ho l’onere della prova della colpa del conducente

-prescrizione biennale

-posso agire contro il proprietario della vettura

IL GRUPPO FAMILIARE

Nozione giuridica di famiglia

Il termine famiglia assume diversi connotati in base al contesto giuridico in cui si trova: si intende famiglia nucleare

(coniugi e figli). In altri contesti come l’impresa familiare si intende tutti i parenti fino al 3°, o in tema di successioni

fino al 6°. Si distingue poi la famiglia legittima (fondata sul matrimonio) dalla famiglia di fatto.

I principi costituzionali

I tre articoli fondamentali sulla famiglia sono 29,30 e 31 della Costituzione. La famiglia è riconosciuta come società

naturale, nel senso che non è un gruppo creato dal diritto dello Stato, ma una realtà sociale dotata di autonomia della

famiglia secondo la quale né il giudice né la pubblica amministrazione possono decidere al posto dei coniugi come

indirizzare la vita familiare. Si riconosce la parità tra i coniugi e il dovere di questi di verso i propri figli, sia

all’interno che all’esterno del matrimonio. Tra le formazioni sociali possiamo anche includere la famiglia di fatto.

Le relazioni familiari: coniugio, parentela, affinità

La parola famiglia indica l’insieme di persone che sono legate da vincoli di coniugio (rapporto stabilito con il

matrimonio) o parentela (vincolo che unisce persone che discendono dallo stesso stipite). Si distinguono parentele in

linea retta (che discendono l’una dall’altra) e in linea collaterale (persone che hanno un ascendente comune, ma non

discendono l’una dall’altra). E’ importante il grado della parentela: in linea retta ci sono tanti gradi quante sono le

generazioni (nonni e nipoti: 2° grado). In linea collaterale si contano i gradi risalendo da una persona fino allo stipite

comune e poi riscendendo fino all’altro parente (io e mio cugino: 4°. Io�mamma�nonno�zio�cugino). Il limite

legale di rilevanza di parentela è il 6°. Si distinguono parentele legittime (in base ad un matrimonio) e parentele

naturali (fuori dal matrimonio). Con l’adozione di minorenni si stabilisce lo stesso rapporto giuridico esistente tra

genitore e figlio e crea un rapporto di parentela con i parenti degli adottanti. L’affinità è il vincolo tra un coniuge e i

parenti dell’altro coniuge: io sono affine di 1° in linea retta di mia suocera, e di 2° in linea trasversale con mio

cognato. L’affinità non dà titolo alla successione ereditaria, ma ha effetti giuridici di ordine personale (impedimento al

matrimonio) e di ordine patrimoniale (diritto e obbligo agli alimenti).

Il sistema matrimoniale italiano

Con il termina matrimonio si intende l’atto che costituisce il vincolo coniugale (matrimonio-atto) e il rapporto che

lega tra loro i coniugi (matrimonio-rapporto). Da dopo il 1929 con il matrimonio concordatario si affianca al

matrimonio civile il matrimonio religioso con effetti civili. Effetto del matrimonio canonico trascritto è la costituzione

di un rapporto di coniugio civile, tale quale si costituisce per effetto di matrimonio civile; tale rapporto è regolato dalle

regole dello Stato. Per i matrimoni acattolici la celebrazione può avvenire ad opera del ministro del culto, che però

agisce come delegato del Sindaco e quindi l’atto deve corrispondere ai requisiti stabiliti dalla legge dello Stato.

Il matrimonio nel codice civile. La disciplina dell’atto

L’istituto del matrimonio è regolato da norme inderogabili. Il matrimonio è un atto puro che non sopporta quindi

condizioni o termini. Eventuali clausole di questo tipo sarebbero nulle. Il matrimonio è un atto libero e quindi non

sono valide le promesse di matrimonio e clausole contrattuali che prevedano l’obbligo di sposarsi o non sposarsi.

Il matrimonio è un atto personalissimo che non ammette sostituzione o rappresentanza (né volontaria né legale). In

realtà l’art. 111 permette di celebrare il matrimonio per procura quando uno dei coniugi sia al seguito delle forze

armate o risieda all’estero e per gravi motivi non può essere presente. E’ un atto solenne per il quale la legge

prescrive requisiti inderogabili di forma; si presenta perciò come un atto pubblico.

La celebrazione del matrimonio può essere provata solo attraverso l’esibizione dell’atto di matrimonio: solo in caso di

smarrimento o distruzione dei registri, la prova può essere data con ogni mezzo ordinario. La capacità di sposarsi si

acquista con la maggiore età. In tema di matrimonio non si distingue tra annullabilità e nullità, ma si parla in entrambi

i casi di impugnazione e si intende comunque matrimonio dichiarato nullo. Vi sono casi in cui il matrimonio nullo

può essere impugnato da tutti coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale, nullità assoluta:

- matrimonio concluso da persona coniugata

- matrimonio tra parenti in linea retta o in linea collaterale fino al 3° grado (zio-nipote) o tra cognati o tra legami

connessi all’adozione

- matrimonio tra persone di cui un coniuge è condannato per omicidio sul coniuge dell’altra

Si parla di nullità relativa se l’azione spetta ad uno solo dei coniugi. In alcuni casi l’invalidità è insanabile (soggetti

legati da vincoli di parentela ecc..) in altri è sanabile attraverso la coabitazione dei coniugi per un anno dalla

cessazione del vizio (revoca del provvedimento di interdizione, cessazione della violenza, di incapacità naturale ecc..).

Per l’impugnazione per incapacità naturale è sufficiente la prova dell’incapacità di intendere o di volere al momento

della celebrazione . Tra i vizi del volere come causa di annullamento del matrimonio sono previsti:

- violenza morale

- errore (sull’identità, come lo scambio di persona, o sulla qualità come l’esistenza di malattie fisiche o psichiche

preesistenti)

- timore (per reazioni dell’ambiente, della comunità religiosa ecc..)

Ipotesi di impugnazione è la simulazione, che spesso ha lo scopo di far acquistare la cittadinanza a stranieri, godere di

pensioni o trattamenti assistenziali ecc…

L’annullamento del matrimonio ha effetti retroattivi eccetto che determinate situazioni:

- matrimonio putativo, cioè celebrato in buona fede in quanto i coniugi (o almeno uno) ignoravano le cause di

invalidità. Gli effetti del matrimonio si producono sui coniugi (o su quello in buona fede) fino alla sentenza di nullità

- riguardo ai figlio nati o concepiti durante il matrimonio i quali conservano lo stato di figli legittimi anche nel caso di

malafede di entrambi i coniugi (purchè non siano nati da bigamia o incesto)

- riguardo ai figli nati prima del matrimonio ma riconosciuti dai coniugi, purchè uno dei due fosse in buona fede

Il coniuge in mala fede è responsabile dell’annullamento del matrimonio ed è tenuto a pagare un’indennità

che corrisponda al mantenimento per tre anni, anche se non è data prova del danno realmente sofferto

dall’altro coniuge.

Gli effetti del matrimonio

Diritti e doveri nascenti dal matrimonio hanno carattere di eguaglianza e reciprocità fra i coniugi. Tra i doveri

personali ricordiamo:

• dovere di fedeltà

• dovere di assistenza morale e materiale

• dovere di collaborazione

• dovere di coabitazione

Tra i doveri economici invece ricordiamo il dovere di contribuire ai bisogni della famiglia in proporzione alle capacità

di lavoro professionale e casalingo. Da non dimenticare i doveri del genitore verso i figli. Ogni dovere ha una sua

correlata sanzione: per i doveri personali non esiste una pratica coazione, ma la violazione dei diritti coniugali sono il

presupposto per ottenere poi la meglio in sede di divorzio. L’inadempimento di doveri patrimoniali autorizza il

coniuge leso a chiedere al giudice la condanna del partner al pagamento delle somme necessarie.

Il regime patrimoniale della famiglia

Il legislatore ha introdotto nel 1975 la comunione dei beni come regime patrimoniale legale (cioè di regola). In realtà

è una comunione degli acquisti: gli acquisti compiuti dopo il matrimonio cadono in comunione dei beni, anche se

viene acquistato da un coniuge solo, senza la presenza dell’altro. L’art. 179 elenca però i beni personali del coniuge,

che non cadono nella comunione legale:

• beni acquistati prima del matrimonio

• beni acquistati per donazione o successione

• beni di uso strettamente personale

• beni che servono all’esercizio della professione

• beni ottenuti a titolo di risarcimento danni

• beni acquistati con il ricavato dalla cessione di altri beni personali

Quanto al reddito corrente non è considerato bene comune, anche se come già detto i coniugi sono gravati dell’obbligo

di contribuzione. I risparmi diventano bene comune solo nel momento in cui si decide di sciogliere la comunione.

Per l’amministrazione straordinaria dei beni comuni è necessaria la partecipazione di entrambi i coniugi. Se un

coniuge compie atti senza il consenso dell’altro si verificano due casi:

- se il bene è immobile o mobile registrato l’atto è efficace ma annullabile

- se il bene è mobile l’atto è valido ed efficace e il coniuge deve pagare l’equivalente in denaro all’altro coniuge leso

I beni raccolti in comunione formano un complesso unitario, con una loro autonomia patrimoniale nei confronti dei

patrimoni personali dei coniugi;per i debiti presi da entrambi i coniugi o da uno solo (nell’interesse della famiglia)

risponde il patrimonio comune. La comunione si scioglie per separazione personale, scioglimento del matrimonio per

morte o divorzio, annullamento, per accordo tra i coniugi o per provvedimento del giudice su domanda di uno dei

coniugi, per fallimento di uno dei coniugi. La fase successiva è la divisione, di regola in parti uguali. Il regime

patrimoniale legale può essere sostituito o modificato attraverso l’accordo dei coniugi (convenzioni matrimoniali)

da: • separazione dei beni

• comunione convenzionale

• fondo patrimoniale

Le convenzioni devono essere stipulate in forma di atto pubblico e per essere opponibili a terzi devono essere annotate

a margine dell’atto di matrimonio. Comunione convenzionale i coniugi possono modificare il regime patrimoniale e

comprendere nella comunione dei beni che altrimenti sarebbero esclusi, o viceversa. E’ inderogabile l’esclusione dei

beni per uso strett. personale, dei beni usati per la professione e dei proventi da risarcimenti per danni: non è possibile

una comunione totale. Il fondo patrimoniale si costituisce destinando determinati beni immobili, mobili registrati o

titoli di credito ai bisogni della famiglia. E’ un patrimonio autonomo di cui i coniugi sono contitolari.

La crisi della famiglia. La separazione personale

Prima di arrivare al divorzio si passa da una fase intermedia, la separazione di fatto, che pur non cambiando lo status

giuridico ha delle conseguenze giuridiche:

- se uno dei due coniugi se ne va dalla casa coniugale si sospendono i doveri di assistenza morale e materiale

(allontanamento ingiustificato). Se la reazione è conseguenza di violazioni di doveri del matrimonio da parte dell’altro

coniuge l’allontanamento è giustificato

- nella successione al contratto di locazione la separazione di fatto è equiparata alla separazione legale

Alla pronuncia di separazione si può arrivare in due modi: separazione consensuale e separazione giudiziale. La

separazione consensuale richiede l’accordo tra i coniugi sia sulla separazione, che sulla situazione patrimoniale, che

sull’affidamento dei figli. A questo punto se il giudice accerta che l’interesse dei figli è tutelato può omologare

(rendere efficace) l’accordo tra i coniugi, instaurando la separazione.

Se le parti non riescono ad accordarsi, ciascuna può chiedere la separazione giudiziale, che può essere chiesta se si

verificano fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio

all’educazione della prole . Con la separazione legale il vincolo matrimoniale non si scioglie, ma il rapporto tra i

coniugi viene ridotto ai minimi termini:

- cessa l’obbligo di convivenza e il dovere di assistenza morale e materiale

- si attenua il dovere di fedeltà, nel senso di evitare comportamenti di grave offesa per l’ex

- la moglie separata conserva il cognome del marito, anche se il giudice può autorizzarla a non farne uso

- si scioglie la comunione legale

- il coniuge che non ha mezzi o capacità concrete di lavoro può chiedere all’altro un assegno di mantenimento

Questi effetti si possono modificare in sfavore di quella parte che è responsabile con i suoi comportamenti della

separazione. La potestà sui figli spetta ad entrambi i genitori, ma il suo effettivo esercizio spetta solo al genitore

affidatario (anche se le decisioni più importanti devono essere prese da entrambi). Al genitore non affidatario spetta

comunque il diritto di vigilanza e di visita. Lo stato di vita separata può cessare per volontà dei coniugi con la

riconciliazione, che può essere anche tacita.

Lo scioglimento del matrimonio. Il divorzio

Il giudice può disporre il divorzio quando accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere

mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle seguenti cause:

- separazione legale durata per tre anni

- diverse cause penali (ergastolo superiore a 15 anni, delitti connessi alla prostituzione, incesto o contro il coniuge…)

- altre cause civili (non consumazione del matrimonio, annullamento del matrimonio ottenuto all’estero da coniuge

straniero, o nuovo matrimonio all’estero ecc…)

Non sarebbe previsto il divorzio consensuale anche se i coniugi possono porre una domanda congiunta di divorzio;

nel divorzio, a differenza che nella separazione consensuale, è il giudice a prendere le decisioni riguardanti i rapporti

patrimoniali e i figli. Con il divorzio la donna perde il cognome del marito, anche se può ricevere l’autorizzazione dal

giudice ad utilizzarlo; viene meno il diritto successorio anche se il coniuge più debole ha diritto ad un assegno

periodico che può essere confermato anche dopo la morte dell’altro, a carico dell’eredità.

La filiazione

Si distinguono due stati di filiazione (di figlio): filiazione legittima e naturale. E’ legittimo il figlio generato da padre

e madre uniti da un valido matrimonio; è naturale se i genitori non sono sposati. Quando nasce un bambino chi

assiste la partoriente ha l’obligo di fare una attestazione di avvenuta nascita, sulla base della quale deve essere

rilasciata in comune la dichiarazione di nascita. In seguito verrà redatto l’atto di nascita, che può contenere o meno il

nome dei genitori a seconda delle circostanze. La maternità è accertata, la paternità viene presunta se la donna non è

nubile (sposata, divorziata, separata, vedova da non più di 300 giorni ecc…), altrimenti la paternità viene indicata solo

con dichiarazione del padre.

La filiazione legittima

Se il figlio nasce nel periodo che va da 180 giorni dopo le nozze a 300 giorni dopo la separazione, il divorzio,

l’annullamento, la morte del marito scatta la presunzione legale assoluta che è stato concepito durante il matrimonio, e

quindi figlio del marito. L’azione di disconoscimento della paternità serve a far cadere la presunzione di paternità.

Se il figlio è stato concepito durante il matrimonio il disconoscimento può avvenire solo in casi tassativi:

- se i genitori non hanno coabitato nel periodo legale del concepimento

- se nello stesso periodo il marito era affetto da impotenza

- se la donna ha tenuta nascosta gravidanza e parto o se si può provare che nel periodo del concepimento ha commesso

adulterio

Se il figlio è stato concepito fuori dal matrimonio l’azione è liberamente esperibile dall’attore a cui carico avrà l’onere

della prova. Il marito può agire fino ad un anno dalla nascita o dal momento in cui è venuto a conoscenza

dell’adulterio o dell’impotenza. Con la contestazione di legittimità chiunque vi abbia interesse può provare a far

venir meno lo stato di figlio legittimo. L’azione di reclamo della legittimità serve invece ad accertare l’esistenza dei

presupposti dello stato di figlio legittimo e può essere esperita direttamente dall’interessato.

La filiazione naturale

La Costituzione parla di figli nati fuori dal matrimonio. Il pieno rapporto giuridico di filiazione si costituisce in questi

casi solo per effetto del riconoscimento del figlio naturale o per dichiarazione giudiziale di paternità/maternità.

Il riconoscimento è un atto unilaterale (ma può essere fatto congiuntamente dai due genitori), è personalissimo (no

rappresentanze) e puro (no condizioni o termini); è irrevocabile. Sulla base della dichiarazione si forma l’atto di

nascita. E’ possibile riconoscere figli nati da relazioni adultere, è invece vietato riconoscere figli incestuosi (a meno

che non ci fosse ignoranza incolpevole fra i genitori. Per riconoscere un figlio naturale occorre aver compiuto 16 anni.

Se il figlio da riconoscere ha più di 16 anni è necessario il suo consenso (benché sia un atto unilaterale) oppure se

minore di 16 anni c’è bisogno del consenso del genitore che lo ha riconosciuto per primo. Quanto alla forma il

riconoscimento può avvenire nell’atto di nascita o con dichiarazione apposita o con un testamento.

Gli effetti del riconoscimento del figlio naturale possono essere eliminati solo con l’impugnazione. Dato che

mantenere un figlio è anche un dovere esiste la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità

che permette di instaurare un rapporto di filiazione anche contro la volontà del genitore naturale che non

riconosce il figlio. Il figlio naturale di persona unita in matrimonio non può essere immesso nella casa familiare se non

con autorizzazione del giudice (devono acconsentire i figli legittimi maggiori di 16 anni, il coniuge e l’altro

genitore naturale). Per la potestà dei genitori ci sono varie situazioni:

- se il figlio è stato riconosciuto da entrambe i genitori e con entrambi convive, allora si applica la disciplina simile a

quella per i figli legittimi

- se è stato riconosciuto da entrambi ma non convivono, la potestà è esercitata dal genitore che vive con il figlio

- se il figlio è affidato a terzi la potestà è esercitata dal genitore che l’ha riconosciuto per primo

Con la legittimazione, ovvero con il matrimonio, il figlio diventa legittimo. E’ possibile legittimare il figlio anche

senza matrimonio, ma solo con un provvedimento del giudice.

L’adozione

Si parla di filiazione civile poiché il rapporto è fondato non sulla procreazione ma su un provvedimento di

giurisdizione volontario. Adozione dei minorenni. Se si trovano in situazione di abbandono, privi di assistenza

morale e materiale, il tribunale li dichiara in stato di adottabilità. Adottanti possono essere solo due coniugi il cui

vincolo sia stabile (uniti in matrimonio da almeno tre anni e non essersi separati negli ultimi tre anni). I coniugi

devono essere effettivamente idonei e capaci di educare e mantenere i minori che intendo adottare (anche più di uno).

Differenza di età minima tra adottato e adottante è 18 anni, la massima è 45. Una deroga a questo limite viene fatta nei

seguenti casi:

- solo uno dei coniugi ha superato i 45 anni di differenza

- se gli adottanti hanno già figli naturali o adottivi di cui uno sia ancora minorenne

- se l’adozione riguarda un fratello o una sorella minore di un bambino già adottato

Per adottare un bambino con più di 14 anni è necessario il suo consenso. L’adozione rescinde completamente i legami

con la famiglia d’origine, e il minore acquista lo status di figlio legittimo degli adottanti (e quindi fratello degli altri

figli, nipote dei nonni ecc..). Per regolare la situazione del minore che sia temporaneamente privo di un ambiente

familiare idoneo è stata introdotta la disciplina dell’affidamento dei minori. L’istituto può fungere come alternativa

all’adozione nei casi in cui quest’ultima risulti difficile. L’adozione di un maggiorenne ha lo scopo di dare un

discendente all’adottante, e non dare una famiglia all’adottato. I legami dell’adottato con la famiglia d’origine non

vengono recisi e conserva per cui i suoi diritti oltre ad acquisirne di nuovi verso l’adottante (non verso i parenti

dell’adottante). L’adottato antepone al proprio cognome quello dell’adottante. In casi particolari è consentita

l’adozione anche da un solo adottante (con gli effetti dell’adozione di maggiorenni), ovvero:

- un parente vuole adottare il minore orfano di padre e madre

- minore affetto da handicap

Non è necessario che il minore sia in stato di abbandono. Il minore deve essere informato della sua condizione

adottiva da parte dei genitori; l’identità dei genitori biologici può essere conosciuta dall’adottato solo dopo il 25°anno.

La famiglia di fatto

Per famiglia di fatto non si intende un istituto, quanto una questione: se una convivenza di tipo coniugale tra un uomo

e una donna non sposati possa far nascere relazioni giuridiche. Nel caso in cui genitori naturali e figli siano

conviventi, il regime della potestà è uguale a quello che abbiamo per una famiglia di coniugi con figli legittimi. Da

questo punto di vista la famiglia di fatto viene trattata come una famiglia legittima. La famiglia di fatto è quindi

considerata come fonte di obbligazioni naturali (doveri morali e sociali), e rientra tra le formazioni sociali di cui parla

l’art. 2 Cost.

Le conseguenze sono che le erogazioni spontanee tra i conviventi sono irripetibili, oltre al formarsi di legittime

aspettative che possono essere tutelate verso i terzi (diritto al risarcimento del danno per la morte del convivente

provocata da un terzo).

Gli alimenti

Presupposto dell’obbligo e del diritto agli alimenti è lo stato di bisogno, cioè non essere in grado (senza colpa) di

provvedere al proprio mantenimento. La misura degli alimenti dipende dalla gravità dello stato di bisogno e dalle

condizioni economiche dell’obbligato. Da non confondere alimenti con mantenimento: alimenti (non inteso come solo

vitto) per i bisogni essenziali, mantenimento per i bisogni ordinari. I genitori devono mantenere i figli fino alla

maggiore età, dopodichè hanno solo l’obbligo degli alimenti. Il coniuge separato che non ha mezzi sufficienti può

chiedere un assegno di mantenimento; se la separazione è a lui addebitata ha diritto solo agli alimenti.

LE SUCCESSIONI A CAUSA DI MORTE

Gli effetti della morte. La successione

Il diritto delle successioni è retto da due principi fondamentali: libertà testamentaria e trasmissione familiare della

ricchezza. In base al primo principio si riconosce ad ogni persona il potere di stabilire la sorte dei propri beni dopo la

sua morte. Il secondo principio riguarda il caso in cui manchi un testamento e quindi ha luogo la successione legittima

tra i parenti. In realtà un quota dell’eredità spetta per legge ad alcuni stretti congiunti, detti legittimari (coniuge e figli

legittimi/naturali). Il sistema del diritto successorio è materia di ordine pubblico; gli unici strumenti di autonomia del

privato sono il testamento, accettazione o rinunzia di eredità. Vige il divieto dei patti successori ovvero:

- qualsiasi convenzione che disponga della propria successione

- qualsiasi atto che disponga beni futuri

L’oggetto della successione: l’eredità e il legato

Oggetto della successione a causa di morte è la totalità dei rapporti trasmissibili, attivi e passivi, di cui una persona è

titolare al momento della morte. L’insieme di questi beni forma l’eredità (asse ereditario). La successione nell’eredità

è successione a titolo universale (nell’universalità dei rapporti che facevano capo al defunto). Erede colui che

succede nella totalità dei rapporti o in una quota matematica. Una volta acquistata l’eredità questa non si distinguerà

più nel patrimonio dell’erede (confusione dei patrimoni). Alcuni beni possono però essere destinati a una successione

a titolo particolare e quindi staccati dall’eredità. Ciò avviene nel legato, l’attribuzione di un det. bene fatta nel

testamento.

Apertura della successione. Delazione. Vocazione

Con la morte della persona si verifica l’apertura della successione. Prima della morte non si può nemmeno parlare di

aspettativa dei possibili successori, la situazione successoria è inerte. La vocazione all’eredità è il titolo degli eredi a

succedere. Si distingue:

- vocazione legittima (titolo a succedere è una situazione prevista dalla legge)

- vocazione testamentaria (titolo a succedere è il testamento)

La delazione dell’eredità è la messa a disposizione agli eredi dell’eredità, a seguito dell’apertura della successione,

che coincide con l’acquisizione del diritto di accettare. Al titolare di questo diritto viene attribuito il potere

temporaneo di vigilare sull’eredità, senza che ci siano implicazioni sulla sua decisione di eventuale accettazione.

I titoli di successione

I titoli del diritto a succedere sono anche le fonti della successione e quindi:

- successione legittima

- successione testamentaria

La successione legittima è regolata dalla legge e ci si ricorre se manca del tutto o in parte il testamento. La

successione testamentaria è regolata dal testamento, cioè quell’atto revocabile con il quale taluno dispone, per il

tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse. Dove il testamento non sia

sufficiente si integra con le norme sulla successione legittima. Il legittimario, come già detto, ha diritto ad una quota

del patrimonio. Se non già espressamente citato nel testamento fa valere il suo diritto ad avere i beni, non viene

considerato un erede.

Capacità di succedere e indegnità

L’erede deve essere capace a succedere e quindi:

- aspetti della capacità giuridica: capacità a succedere e capacità di ricevere pertestamento

- aspetti della capacità d’agire: capacità d’accettare l’eredità

Sono considerati capaci di succedere i nati o concepiti al momento dell’apertura della successione. Un chiamato

all’eredità che deve ancora nascere acquisterà definitivamente l’eredità al momento della nascita. Nel caso di

vocazione testamentaria è valida anche l’istituzione di un erede che deve ancora essere concepito, purchè figlio di una

determinata persona. L’indegnità a succedere colpisce l’erede o il legatario che abbia compiuto azioni

particolarmente gravi contro il defunto (come l’attentato alla vita, denuncia calunniosa, raggiri per influenzare la

volontà testamentaria) ed è causa di rimozione dalla successione. Solo la persona della cui successione si tratta può,

prima della morte e con atto pubblico, riammettere l’indegno alla successione.

La vocazione legittima

I soggetti che hanno titolo a succedere per vocazione legittima sono:

• •

discendenti legittimi e naturali fratelli e sorelle legittimi

• •

coniuge collaterali dal terzo al sesto

• grado

ascendenti legittimi


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AUTORE

95_Sara

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8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale (PORDENONE, UDINE)
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 95_Sara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Gaudino Luigi.

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