Tecnica del colloquio
La cornice del colloquio: aspetti psichici
La cornice del colloquio è costituita da alcune cose che è necessario conoscere e da alcuni caratteristiche mentali proprie che è necessario poter usare. Bisogna sempre aver ben chiaro quale sia lo scopo del colloquio e conoscere gli scopi specifici per quel particolare colloquio, con tutte le informazioni che su noi stessi e sul nostro ambiente professionale questa conoscenza implica. È importante inoltre approcciarsi alla persona con un atteggiamento attento e di benevolo rispetto. Nel primo colloquio dovrebbe essere assunto un atteggiamento di neutralità “attiva”, cioè un atteggiamento di disponibilità e attenzione che comporti il mettersi da parte per lasciare che il paziente si esprima quanto meglio può.
La cornice del colloquio: aspetti materiali
Il colloquio che si svolge tra due persone avviene in un luogo e tale luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Percettivamente, quando sarà sulla soglia, il paziente avrà una Gestalt unica dell’ambiente nel quale sta per entrare e di questa Gestalt fa parte anche lo psichiatra. Nella stanza del colloquio ci dovrebbero essere un tavolo comune, anche semplice ma non medico, due comode sedie, una luce diffusa e non fastidiosa. L’arredamento è qualcosa di materiale che ci presenta al paziente, che simbolizza al paziente aspetti nostri. Fanno parte degli aspetti materiali della cornice del colloquio anche l’aspetto e l’atteggiamento posturale del professionista e questi dati, messi insieme, concorreranno da un lato a costruire l’immagine che il paziente si farà di lui e, dall’altro, costituiranno dei parametri di cui talvolta tener conto per valutare criticamente e razionalmente l’andamento del colloquio. Come è necessario che uno psichiatra sappia descrivere a se stesso il suo stile personale di condurre un colloquio non tecnico, è altrettanto necessario che impari a descriversi anche il proprio stile corporeo fatto di vestiti, di atteggiamenti posturali, di mimica. Si tratta di altre facce dello stesso fenomeno: il carattere.
Le regole del gioco
Le regole del gioco possono essere sostanzialmente ridotte a tre: la regola del linguaggio, la regola della frustrazione, quella della reciprocità. Ognuna di esse ha particolari momenti di applicazione o di prevalenza sulle altre in determinati momenti del colloquio, ma tutte e tre vanno sempre osservate.
La regola del linguaggio
In linea di massima, il linguaggio che si adopera durante un colloquio è quello del paziente. Durante un colloquio, vi sono dei livelli di osservazione del linguaggio:
- Lingua usata (lingua quotidiana, un’altra, lingua madre);
- Vocabolario prevalente (lessico lavorativo, sociale-televisivo, idiomatico-proverbiale, ecc.);
- Ricchezza del lessico (variabile, duttile o povero, stereotipato; in modo diffuso o su certi argomenti?);
- Stile: sintassi (corretta, scorretta; deriva dal soggetto; interruzioni delle relative, ecc.); stile oratorio (indicativo, descrittivo, interrogativo, condizionale, ecc.);
- Analisi delle figure retoriche utilizzate (metafora, sineddoche, metonimia, ossimoro, ecc.).
Innanzitutto, è fondamentale osservare la lingua usata. La prima domanda da porsi è se la persona adopera la lingua che usa prevalentemente nella quotidianità oppure usa un’altra lingua. Per lo psichiatra o psicologo è importante utilizzare un linguaggio quotidiano di uso corrente evitando un linguaggio tecnico-scientifico, strumento al contrario da utilizzare allo scopo di poter comunicare adeguatamente e con precisione con i colleghi e per poter pensare. L’uso da parte del paziente di un linguaggio pseudotecnico, invece, appare finalizzato al distanziamento emotivo dai suoi specifici problemi, talvolta abbinato al tentativo di mettersi nei panni dello psichiatra-psicologo.
Del linguaggio del paziente è fondamentale osservare pressoché tutto. Il tipo di vocabolario può essere indicativo della provenienza socioculturale dell’individuo e di come questo individuo si è integrato in questo ambiente. Lo stesso discorso vale per la ricchezza del lessico: trovarsi di fronte a una persona con un lessico ricco e in grado di utilizzarlo per descrivere in modo adeguato la propria situazione personale è senz’altro una facilitazione. Molto spesso, tuttavia, ci si trova di fronte a persone che sembrano disporre di un lessico misero; tale osservazione è preziosa perché permette di chiedersi se ciò è dovuto a una situazione culturale del paziente o se invece le componenti personali sono prevalenti e, in tal caso, osservare se la povertà del lessico si manifesta in alcune aree, su alcuni temi, a proposito di alcuni periodi della vita o se invece si tratta di un fenomeno diffuso che sta ad indicare una sclerotizzazione dello strumento linguistico e delle funzioni mentali che lo sostengono.
Per quanto riguarda le metafore, l’espressione metaforica è in genere più ricca emotivamente. La metafora, in quanto verbalizzazione di un’immagine, mantiene più stretti i rapporti tra le rappresentazioni di parola e le rappresentazioni di cosa e consente un’espressione migliore dell’importo affettivo legato al complesso costituito dalle due categorie di rappresentazioni. La regola del linguaggio, quindi, ha un versante passivo che consiste nel lasciar usare al paziente il proprio linguaggio e un versante attivo per quanto riguarda l’intervistatore. L’attività dell’intervistatore al riguardo consiste nel creare le condizioni in cui il paziente possa usare il proprio linguaggio e nell’usare egli stesso, per quanto possibile, questo linguaggio. Tipicamente, l’uso delle espressioni linguistiche del paziente dovrebbe potersi vedere nelle riformulazioni, interventi caratterizzati da un leggero aumento di significato del testo verbale del paziente che gli vengono proposti in forma interrogativa e che sono variamente finalizzati.
La regola della frustrazione
Durante il colloquio, bisogna evitare di soddisfare i desideri consci ed inconsci del paziente. Tale regola ha una giustificazione molto semplice: le forme mediante le quali il paziente esprime i suoi desideri consci ed inconsci sono le reali comunicazioni che ci sta facendo. Non lasciare che il paziente soddisfi con lo psicologo i suoi desideri significa comunicargli di aver compreso che lui non si è recato da lui per avere delle soddisfazioni sostitutive, ma per mostrare come, nella sua mente, il desiderio non trovi vie di espressione e di soddisfazione soddisfacenti. La regola della frustrazione si applica bene laddove si è compresa la struttura mentale del paziente. Nel corso del primo colloquio è assai difficile applicare questa regola in modo mirato; in questo caso, un atteggiamento benevolmente neutrale, di cordiale attesa, consente da un lato di non soddisfare desideri particolari e dall’altro di non angosciare inutilmente il paziente.
La regola della reciprocità
Tale regola è, in un certo senso, quella dello scambio: il paziente, uscendo, deve aver ricevuto almeno quanto ha dato. Tale regola si rivolge allo stato adulto della mente della persona che chiede il consulto. Non si dovrebbe lasciare uscire il paziente a mani vuote per due validi motivi. Il primo è di tipo relazionale-umano: se una persona ha cercato di esporci la sua situazione mentale, ci ha offerto qualcosa di prezioso e contraccambiare è d’obbligo; il secondo è di tipo intrapsichico dello psichiatra-psicologo: in molti casi, soprattutto quando si ha a che fare con pazienti abbastanza gravi, il paziente tende a lasciare nella mente dell’intervistatore il suo problema. Succede infatti che un paziente abbia bisogno, per farsi capire, di suscitare nel clinico le emozioni che questi proverebbe se si trovasse in situazioni analoghe e se quest’ultimo non è in grado di comprendere quel che sta accadendo dentro di lui, non potrà tradurre le sue esperienze con quel paziente in quel momento nel linguaggio proprio del paziente e, di conseguenza, non potrà restituirgli, migliorato, il concetto che ha fornito; non ci sarà reciprocità e nello psicologo permarrà per un po’ in forma attiva quel livello di esperienze mentali. Sotto questo punto di vista, quindi, la reciprocità ha anche un versante egoistico di salvaguardia della mente dello psichiatra. In ogni caso, non è possibile lasciare andare una persona senza dirle nulla: al limite si può far notare di aver bisogno di un ulteriore colloquio per acquisire una maggiore chiarezza per quanto riguarda la situazione. Sulla base di queste tre regole è possibile tessere la trama del colloquio; la corretta applicazione di esse deve avvenire in qualsiasi momento del colloquio.
Anatomia del colloquio
I preliminari del colloquio
I preliminari di un colloquio comprendono innanzitutto gli aspetti materiali e psichici che fanno da cornice al colloquio stesso e ne consentono lo svolgimento e, in seconda battuta, gli aspetti relazionali e comunicativi che si instaurano tra le due parti coinvolte. In questa fase è cruciale stabilire un clima di fiducia e apertura reciproca, che permetta al paziente di sentirsi a suo agio e di esprimersi liberamente. Un'adeguata preparazione e consapevolezza da parte del professionista sono fondamentali per guidare il colloquio verso obiettivi terapeutici specifici.
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