Autismo: una sfida per la pedagogia speciale
Capitolo 1. Autismo, autismi, disturbi pervasivi dello sviluppo e spettro autistico: un dibattito complesso
Il dibattito sulle cause dell’autismo rimane acceso e complesso. Quello che colpisce è lo stato ipotetico di tutte le teorie finora proposte. Secondo Sacks siamo ancora lontani dall’aver capito cos’è l’autismo. La controversia dura dal XX secolo, quando l’autismo è stato inserito tra la psicosi e la schizofrenia. Oggi sono dominanti spiegazioni di tipo neurologico e impostazioni di tipo comportamentale e cognitivistico; quest’ultimo sostiene che gli autistici siano privi di una teoria della mente e del Sé.
Le neuroscienze, con la scoperta dei neuroni specchio, hanno ipotizzato l’esistenza di una disfunzione proprio dei neuroni specchio. La pedagogia speciale è una pedagogia della complessità e della lettura specifica della singola situazione; propone un’osservazione pedagogica di competenze e potenzialità del bambino partendo dalla sua particolare traiettoria individuale, sociale, culturale e familiare.
Molto spesso i termini “trattamento” e “terapia” non vengono distinti e quindi si scambiano; l’idea che vi sia non solo un’anomalia dello sviluppo, ma anche una patologia, porta inevitabilmente all’idea che bisogna curare, proteggere. Si propongono soluzioni “riabilitative” uguali per tutti, standardizzate. Prevale il metodo tecnico, scientifico; l’azione pedagogica, invece, deve partire dalla conoscenza globale del bambino e dal suo contesto di vita per impostare un progetto educativo che abbia un senso. L’osservatore pedagogico deve valutare caso per caso.
La categorizzazione, infatti, può diventare un ostacolo per la comprensione del bambino reale con le sue particolari caratteristiche, giungendo a una standardizzazione dei metodi d’intervento. Cohen sostiene che la cecità mentale degli autistici consiste nell’incapacità di mentalizzare. L’assenza di una teoria della mente è stata confermata dalla disfunzione dei neuroni specchio. Ma l’ipotesi è stata messa in crisi da Iacobini e Nadel.
Prof. Mottron sostiene che il dibattito tra psicodinamica e approccio comportamentale vada fuori strada: la questione centrale dell’autismo non sta tanto nell’incomprensione dell’interazione sociale, quanto nei meccanismi percettivi. L’autismo non è un disturbo o una patologia, ma un altro modo di funzionare e di essere; i soggetti autistici hanno una iperdiscriminazione visiva e uditiva.
Dawson sostiene che gli autistici abbiano un apprendimento implicito: succede che l’autistico riesca a risolvere un problema senza aver capito la consegna esplicita. Una persona autistica non ha la stessa esperienza di vita di una persona tipica. Dowson e Mottron sostengono che esista una cultura autistica come esiste una cultura di altri gruppi minoritari. L’intervento educativo non deve mirare a far somigliare gli autistici alle persone tipiche, ma deve permettere loro di accedere alla società.
Essi propongono la tesi secondo cui non bisogna spiegare all’autistico cosa deve fare, bisogna piuttosto mostrarglielo proprio perché il loro modo di apprendere è implicito. La pedagogia deve favorire questo processo. Gli studiosi ritengono inoltre che percezioni, emozioni e loro regolazione siano collegati, quindi eventuali incongruenze percettive producono caos mentale ed emozionale.
Harrison è un pedagogista “asperger” appartenente al gruppo di Mottron. Egli sostiene che l’autistico ha l’immaginazione dentro (e non fuori) il suo quadro di riferimento, se dati memorizzati e dati nuovi non coincidono tutto il meccanismo percettivo salta.
Capitolo 2. Cosa ci dicono gli autistici?
Secondo Asperger esistono persone autistiche ad alto funzionamento. Questi soggetti rientrano nello spettro autistico e riescono a scrivere di sé. La Grandin, autistica, trasforma le parole in immagini. Gli autistici hanno una grande capacità nelle abilità visive ma hanno scarse abilità verbali. Probabilmente il sistema visivo, nell’autismo, si è espanso per compensare i deficit verbali e dell’ordinamento in sequenze.
Harrison spiega che in una situazione di sovraccarico sensoriale l’autistico può avere la percezione di perdere del tutto i confini del suo corpo, per questo è fondamentale saper dosare il tipo di percezioni sensoriali a cui viene esposto. È fondamentale la capacità d’autocontrollo dell’educatore e la figura della madre.
Dawson decalogo pedagogico:
- Tener conto delle caratteristiche comportamentali del bambino;
- Mettere l’accento sulle capacità e non sui deficit;
- Usare un approccio anche comportamentale, ma flessibile;
- Usare l’analisi funzionale;
- Sviluppare le capacità pratiche, verbali e non a livello comunicativo;
- Adeguare l’ambiente ai bisogni del bambino;
- Partire da eventi di vita quotidiana, che hanno senso per il bambino;
- Routine e rituali sono importanti;
- Favorire l’interazione con altri pari non autistici;
- Strutturare le attività senza far diventare ogni momento un’esercitazione.
Un aspetto spesso esplicitato è il rischio di confusione sensoriale ed emozionale. La strutturazione di ambienti regolari dal punto di vista dei movimenti, dei colori e dei suoni può avere un effetto rassicurante. Informare insegnanti ed alunni di questa caratteristica può aiutare il bambino autistico ad autoregolarsi nella classe e gli altri ad imparare l’alterità.
Capitolo 3. Fondamenti degli orientamenti educativi oggi dominanti con l’autismo e analisi critica
La pedagogia speciale sembra assente nel dibattito tra le diverse scuole. Ognuno pretende di avere il metodo giusto, c’è una gran confusione semantica sull’uso delle parole. Esistono diverse ambiguità che vanno sciolte riguardo il dibattito scientifico, poiché si continua a considerare le scienze biologiche come modello di riferimento per valutare i processi bio-psico-sociali molto più complessi. La pedagogia speciale coglie l’elemento dinamico delle situazioni e capisce che ci sono dei misteri impenetrabili anche per la scienza.
Montessori -> parte dall’analisi del mistero dell’apprendimento del linguaggio parlato da parte del bambino; è quello che chiama “nebula del linguaggio”. Pensiamo che il suo approccio sia scientificamente e pedagogicamente corretto. È un sano atteggiamento scientifico che non parte da preconcetti o schemi precostruiti. Questo non vuol dire che bisogna lasciarsi andare allo spontaneismo.
Fondamenti epistemologici e metodologici dell’approccio comportamentistico -> si sviluppa nella prima metà del 900 in 3 fasi:
- Fase paradigmatica con Watson: ad un dato stimolo si può prevedere una determinata risposta (S-R);
- Woodsworth introduce la variabile individuale;
- Fase postparadigmatica con Castell: nel meccanismo S-R sono presenti variabili organiche.
Successivamente Skinner sviluppa ulteriormente la tesi ritenendo che i comportamenti umani sono prevedibili e controllabili attraverso una serie di stimoli. Watson legge i lavori di Pavlov sul condizionamento riflesso. Assunto di base del suo principio: il comportamento esplicito è l’unica unità di analisi scientificamente studiabile dalla psicologia. La mente non conta perché non è osservabile oggettivamente.
Suddivide la psicologia in: introspettiva, soggettiva e non scientifica; comportamentistica, oggettiva e scientifica. Non esiste malattia mentale perché non esiste la mente, esistono comportamenti malati che si correggono col condizionamento. Principi della sua filosofia educativa: 1) il concetto di coscienza non è né definito né utilizzabile a scopo scientifico; 2) solo i selvaggi credono che gli incantesimi possano far piovere; 3) il comportamentista deve chiedersi se sa descrivere il comportamento osservato in termini di stimolo e risposta.
Per le teorie comportamentali l’apprendimento è solo condizionamento e addestramento. L’atto “giusto e adatto” si verifica tanto più spesso quanto più ad esso viene associata una ricompensa che produce soddisfazione. Questo approccio rende ricerca ed educazione a pura procedura: “caso del piccolo Albert” -> bimbo di 11 mesi, gioca con un cane ed una scimmia senza paura, Watson introduce una variabile: un topo accompagnato da un forte rumore. Il bambino avrà paura del topo anche se non è più accompagnato dal rumore. Quindi, l’apprendimento è l’insieme delle risposte condizionate da stimoli esterni.
Approccio pedagogico e psicologico rispecchiano le sue convinzioni antidemocratiche. L’utopia è quella di una libertà programmata in cui non ci sia bisogno di protestare. Dewey sostiene che, al contrario del comportamentismo, l’addestramento si basa sulla pressione esterna, l’apprendimento promuove invece l’autodeterminazione.
Approccio transazionale: processo insegnamento/apprendimento, continua transazione tra maestro-oggetti- contesto- alunni. Ritiene diseducativa ogni esperienza che ha l’aspetto di arrestare o alterare lo svolgimento dell’esperienza ulteriore. Vede il processo educativo aperto, democratico e umano come un adattamento reciproco tra soggetto e contesto. Ci deve essere interazione tra educatore, educando e materiali usati per produrre desiderio di apprendere. In ogni azione educativa ci sono scopi e criteri che regolano l’esperienza; i due fondamentali sono: l’ideale democratico e i metodi umani rispettosi della persona.
Skinner si forma con Watson in psicologia. Ritiene che l’apprendimento avviene in termini di risposta e ricompensa. Paradigma del rinforzo operante. Skinner box: applicata ai bambini che avevano reazioni anomale. Addestramento in cui il condizionamento operante oscilla tra il rinforzo positivo e quello negativo. Lo Shaping è un modellamento dei comportamenti sbagliati. Per lui il linguaggio è solo un comportamento vocale appreso. L’unico importante è quello verbale.
Chomsky criticò l’idea sostenendo che il linguaggio è un fenomeno mentale, i bambini parlano perché la conoscenza del linguaggio è in larga misura innata. L’educatore comportamentistico deve imparare come rinforzare il comportamento verbale del parlante e del non parlante. Bisogna insegnare ai bambini a reagire adeguatamente agli stimoli verbali.
“walden 2” pubblicato nel 1948 -> nella città utopica di Walden si programma tutto volendo eliminare situazioni casuali. La famiglia viene superata, i figli sono di tutti. Tema centrale: rapporto libertà/controllo:
- La scienza del comportamento permette all’individuo di fare ciò che vuole;
- “Il benessere del controllato” è alla base del programma, il bambino viene represso della sua curiosità;
- Vi è un’educazione alla frustrazione;
- Tutte le “emozioni negative” vengono rimosse dal controllore;
- Si porta l’individuo a stabilizzare la sua buona condotta e a sviluppare l’autocontrollo;
- Nell’istruzione si risparmia tempo, macchine al posto degli insegnanti;
- S’impara solo ciò che ha un interesse immediato;
- Non vi sono punizioni, ma soprattutto rinforzi positivi.
Non crede nella democrazia, il popolo non sa valutare gli esperti da eleggere ed in ogni caso chi viene eletto non è libero di agire. Libertà e dignità sono due categorie non scientifiche. Loovas all’Aba sperimenta i suoi metodi con l’esercito americano e nel FBP in California con l’obiettivo di eliminare i comportamenti troppo femminili di certi maschi preadolescenti e adolescenti (movimento anti-gay). Dichiara di condividere i “valori cristiani” e per questo si oppone alla proposta di togliere dal DMS-4 l’omosessualità dall’elenco dei disturbi mentali.
Criticato da Watson per la sua “etica miserabile” perché non rispettosa della dignità e dell’identità del soggetto autistico e per “disonestà scientifica”. In un’intervista afferma di essere passato da un approccio psicodinamico ad uno comportamentale lavorando con bambini autistici. Elabora un programma intensivo precoce in cui i bambini autistici devono avere contatti con gli altri bambini e la famiglia deve essere coinvolta. Ritiene che le basi dell’apprendimento siano neurofisiologiche e che le punizioni siano inevitabili per formare un comportamento funzionale. Il metodo Loovas costituisce la fonte pratica dell’Aba.
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