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Autismo

Introduzione

Quando si parla di autismo è di fondamentale importanza mettere al centro del dibattito il ruolo della pedagogia, e in particolare della pedagogia speciale:

  • Perché l'autismo, anzi gli autismi, è una sfida che riguarda tutti: genitori, medici, neuropsichiatri, psicologi, pedagogisti e educatori. Una sfida perché ancora nessuno è riuscito a capire di cosa si tratti: una patologia, un disturbo pervasivo dello sviluppo (come ci dice il DSMIV), una psicosi come hanno sostenuto per molto tempo alcuni psichiatri, oppure semplicemente un altro modo di funzionare.
  • Perché la risposta "scientifica" sull'autismo viene data soprattutto dalla medicina, dalla psichiatria, dalla psicologia. La pedagogia sembra essere esclusa eppure il grosso del lavoro svolto con bambini e adolescenti autistici è di tipo educativo. Si sente infatti, parlare di trattamento educativo.
  • Perché il linguaggio utilizzato per impostare la relazione con il soggetto autistico non è neutrale e indifferente.
  • Perché vi è un rapporto tra la "patologia" e il come della relazione di cura (come intervenire).
  • Perché la pedagogia può offrire un punto di vista più aperto, dinamico e articolato su come facilitare la comprensione del soggetto autistico e l'espressione di tutte le sue potenzialità.
  • Perché l'autismo per la sua complessità, rappresenta una sfida per la pedagogia speciale che di fronte a soggetti che sembrano apparentemente resistere a qualsiasi tentativo di "educarli", è costretta a mettersi in discussione e a collegarsi ad altre prospettive disciplinari (concetto di interdisciplinarità della pedagogia).
  • Perché occorre superare il falso dibattito dello scontro tra visione psicodinamica e approccio comportamentale.
  • Perché non vi è apprendimento ed educazione possibile senza relazione, senza dimensione emozionale ed affettiva, senza l'attivazione di processi comunicativi. Qui la pedagogia si trova a lottare con alcuni pregiudizi ad esempio, gli autistici non provano emozioni e sentimenti verso le persone; gli autistici non riuscendo ad interagire non sanno imitare; la maggioranza degli autistici a basso funzionamento non parlano e quindi vanno addestrati a parlare. Sembra allora, che il soggetto autistico debba essere curato e corretto per essere adattato ad una norma di comportamento conforme alla società. Stranamente sia il comportamentismo che una certa concezione psicodinamica, finiscono per considerare il soggetto autistico come una "fortezza vuota", per usare il titolo del famoso testo di Bruna Bettelheim, cioè un non soggetto, talvolta una non persona, non significante ma sempre significato dall'altro che sia il neuropsichiatra, psicanalista o terapeuta comportamentale.
  • Perché è importante considerare le testimonianze degli stessi autistici che hanno scritto di sé. Questo offre alla pedagogia una ricca informazione sulle modalità di essere e funzionare di chi viene diagnosticato con "disturbo pervasivo dello sviluppo".
  • Perché il processo di apprendimento riguarda tutta la vita del soggetto autistico che diventa adulto e invecchia come tutti gli altri. Sembra tuttavia, che gli autistici esistano solo durante il periodo dell'età evolutiva. La pedagogia speciale invece, deve riguardare tutto il ciclo di vita di tali soggetti.

Autismo, autismi, disturbi pervasivi dello sviluppo e spettro autistico: un dibattito complesso

È importante sottolineare da un punto di vista pedagogico, che al di là di alcune caratteristiche comuni a tutti gli autistici (difficoltà comunicative nell'interazione sociale e comportamenti rigidi, ripetitivi e stereotipati), ogni caso è un caso a sé, ogni situazione presenta delle sue peculiarità e una propria specifica storia che bisogna conoscere per comprendere il modo d'essere del singolo bambino e adolescente autistico. Temple Grandin mette in rilievo i limiti della scienze sull'autismo affermando che niente può sostituire un'osservazione accurata e attenta del singolo bambino: "Sebbene l'autismo sia un disturbo neurologico esso viene ancora diagnosticato attraverso l'osservazione del comportamento del bambino. Non ci sono analisi del sangue o esami del cervello che possano fornire una diagnosi definitiva. Le nuove categorie diagnostiche sono autismo, disturbo pervasivo dello sviluppo, sindrome di Asperger e disturbo disintegrativo. Secondo alcuni autori tali categorie sono entità separate, secondo altri esse si collocano su un continuum autistico e non ci sono distinzioni precise tra l'una e l'altra."

La controversia dura da quando l'autismo era stato assimilato alle psicosi e alla schizofrenia agli inizi del XX secolo. Oggi, sono dominanti spiegazioni di tipo neurologico e impostazioni di tipo comportamentale e cognitivistiche. Queste ultime (cognitivistiche), ritengono che le persone autistiche siano prive di una teoria del Sé e della mente. I comportamentisti pensano che bisogna curare e correggere la persona autistica con metodi e strumenti basati sul principio del condizionamento operante, sviluppato a suo tempo da Skinner, applicato da Lovaas all'autismo e ulteriormente rimodulato con l'ABA (Applied Behaviour Analysis). Le neuroscienze e la scoperta recente dei neuroni specchio, hanno ipotizzato che vi sarebbe una disfunzione di questi ultimi. La parte più importante dell'intervento con il bambino è di tipo educativo anche se i modelli d'intervento educativi, sono stati spesso elaborati da psicologi e psichiatri. Eppure, la formazione e l'educazione sono aspetti centrali. Spesso, vi è anche una confusione dal punto di vista semantico dei termini trattamento e terapia talvolta scambiati senza distinguo. Quando si parla di trattamento nell'autismo si parla in realtà di intervento educativo. Come sostiene Enrico Micheli, il soggetto autistico non può essere considerato un malato. È probabilmente un modo di esistere e di funzionare che può avere origini genetiche, quindi legato alla costituzione di un individuo, o può essere associato ad altre difficoltà di sviluppo. Ricordiamo che ci sono persone che si comportano in modo autistico pur essendo perfettamente sane e capaci.

Hans Asperger, un medico psichiatra molto attento all'aspetto educativo nel lavoro con i bambini autistici, affermava che ogni soggetto è un essere unico, irripetibile e individuale e perciò in ultima analisi anche non comparabile con altri. In ogni carattere si trovano tratti apparentemente opposti, di contrasti e tensioni, vive appunto la vita. Il consiglio per l'osservatore pedagogico è quello di valutare, al di là dei tratti comuni a tutti i soggetti autisti, caso per caso, prendendo in considerazione le singole storie. Si esercita una costrizione se, nel compiere una valutazione, si tenta di inserire il bambino all'interno di una categoria predefinita. In questo modo si finisce per vedere la categoria e non il bambino, il metodo come strumento e non come processo che si esprime nello sviluppo degli apprendimenti.

Leggendo i lavori di Uta Frith e quelli di Simon Baron Cohen si parla di disturbo qualitativo della comunicazione verbale e non verbale, d'isolamento, ripetitività, incapacità di formare il contatto affettivo, di movimenti stereotipati, deficit di interazione sociale, di repertori ristretti di comportamenti e attività; criteri diagnostici che ritroviamo nel DSMIV. Cohen parla di cecità mentale cioè l'incapacità nei soggetti autistici di mentalizzare (assenza dei neuroni specchio). Forse tuttavia, sarebbe più corretto parlare di "sordità mentale" poiché la gran parte dei soggetti autistici sentono e non ignorano che l'altro abbia un'esistenza mentale ma non lo capiscono, sono come sordi. Cohen arriverà a sostenere che forse l'intelligenza autistica sarebbe una "intelligenza maschile estremizzata"; Frith parla di coerenza centrale debole, un deficit nella capacità di elaborazione dell'informazione e del suo distacco dal contesto globale. Ma tutte queste considerazioni rimangono solo delle ipotesi.

Si sostiene (libro l'autismo un'altra intelligenza) inoltre, che l'autismo non è né un disturbo né una patologia ma un altro modo di funzionare e essere. Non è tanto la percezione globale ad essere deficitaria ma esiste un iperfunzionamento del trattamento locale delle configurazioni percettive, insomma i soggetti autistici avrebbero un'iperdiscriminazione visiva e uditiva. Questo spiega perché presentano spesso "picchi di abilità" sia sul piano cognitivo che in alcune aree di memorie. Michelle Dawson sviluppa la nozione di apprendimento implicito: la persona autistica è spesso in grado di risolvere un problema senza aver capito la consegna esplicita. Non bisogna allora, spiegare all'autistico cosa deve fare ma è necessario fargli vedere cosa fare.

Inoltre, un altro aspetto fondamentale è il nesso tra emozioni e percezioni. I soggetti autistici vivono nei confronti delle loro percezioni in un rapporto di prossimità psicologica molto particolare. Sono schiavi delle loro percezioni, non possono sfuggirle. Le incongruenze percettive creano uno stato di caos e confusione mentale ed emozionale. La stessa Dawson spiega come deve continuamente "negoziare con il proprio cervello", per comprendere una situazione deve accumulare un'enorme quantità di informazione. Vive in un mondo di senso, in mondo di quantità e di ordinamento delle cose: questo ordinamento fisico delle cose condiziona tutta la logica di apprendimento. L'inserimento di un pezzo nuovo in un puzzle in costruzione deve avvenire in modo congruente rispetto alla successione dei pezzi precedenti. Il puzzle deve funzionare come prima. (metafora del puzzle, Dawson).

Cosa ci dicono gli autistici

Le ricerche e gli studi dimostrano che i soggetti autistici che scrivono di sé possono aiutare sul piano dell'intervento educativo. Tuttavia, spesso, gli ambienti scientifici tendono a non prendere seriamente queste testimonianze. Eppure gli autistici che scrivono di sé, come la Grandin, la Dawson e la Harrison, finiscono per fare della loro condizione un oggetto di studio e di ricerca e possono darci un grosso contributo per impostare il lavoro educativo. Nel suo famoso testo Pensare per immagini la Grandin osserva: "Io penso per immagini, traduco le parole, sia pronunciate che scritte, in filmati a colori, completi di suono che scorrono come una videocassetta nella mia mente". Ma anche qui bisogna essere prudenti a seguire l'indicazione della Grandin poiché non tutte le persone con autismo hanno elevate abilità visive, né tutte loro elaborano le informazioni in questo modo.

Molti bambini con autismo sviluppano una mania per vari argomenti. Alcuni insegnanti fanno l'errore di cercare di eliminare queste fissazioni mentre invece dovrebbero cercare di svilupparle e incanalarle in attività costruttive. Ad esempio, se un bambino si appassiona alle navi si dovrebbe usare questo interesse per motivarlo a leggere e studiare la matematica, proponendo libri sulle navi e problemi aritmetici in cui si calcola la velocità di un'imbarcazione. Le manie forniscono una grande motivazione. Secondo Leo Kanner, per alcune persone con autismo la chiave del successo è stata incanalare le loro manie in una carriera.

Fondamenti degli orientamenti educativi oggi dominanti con l'autismo e analisi critica

La pedagogia speciale ammette che vi sono zone di mistero talvolta impenetrabili anche per la scienza. Basta pensare a Maria Montessori che nel suo famoso libro sulla Mente del bambino (la mente assorbente) mette in evidenza quante strade c'è ancora da fare di fronte a bambini che non parlano, nonostante dal punto di vista cerebrale non presentino nessun deficit o danno. Parte dall'analisi del mistero dell'apprendimento del linguaggio parlato da parte del bambino, e del come questo senza che nessuno glielo insegni finisce per parlare e costruire piccole frasi; è quello che chiama la nebula del linguaggio (paragonando il funzionamento della mente del bambino che assorbe tutto quello che arriva dall'ambiente alle nebulose celeste). Ma ci sono situazioni in cui questo meccanismo si ingrippa. Questa anormalità (la nebula del linguaggio non funziona o rimane latente) costituisce una forma di mutismo in bambini che sono perfettamente normali. Sarebbe interessante esaminare questi casi e investigare su cosa è accaduto nei primi giorni di vita di queste creature. Come sostiene la Montessori il bambino, per mancanza di una particolare sensitività, non assorbe nulla o assorbe per via imperfetta dal suo ambiente.

Esaminiamo adesso, il metodo comportamentale. Il comportamentismo, è un approccio che si sviluppa nella prima metà del 900 e che porta i nomi dello psicologo americano Watson e, per certi aspetti del fisiologo russo Ivan Pavlov. L'assunto di base dell'approccio di Watson è che il comportamento esplicito, osservabile e misurabile è l'unica unità di analisi scientificamente studiabile dalla psicologia. La mente o gli altri stati mentali non sono presi in considerazione perché non osservabili "oggettivamente"; la mente è considerata come una specie di scatola nera in cui funzionamento interno non è conoscibile e quindi irrilevante. Watson sperimenta il meccanismo del condizionamento: l'associazione continua e ripetuta di uno stimolo (stimolo neutro) con una risposta che non è correlata ad esso produce, dopo un certo periodo di tempo, una risposta corrispondente condizionata. Un comportamento ritenuto corretto verrà ricompensato e quindi si svilupperà, al contrario un comportamento scorretto che provoca con una punizione insoddisfazione, tenderà a scomparire.

Nell'esperimento del piccolo Albert, Watson utilizza un approccio che non tiene conto del vissuto, delle emozioni e dell'essere vivente sottoposto a sperimentazione. Inoltre, per Watson l'acquisizione del linguaggio avviene per condizionamento, il bambino fa un'associazione tra l'oggetto e il nome. Il pensiero è quindi solo un insieme di comportamenti motori dell'apparato fonatorio. Il neonato è come una tabula rasa che viene costituito dai condizionamenti dell'ambiente e dagli stimoli esterni. Questo vuol dire che il libero arbitrio è solo astrazione. Egli, infine, suddivide in modo molto schematico tutta la psicologia: da un lato la psicologia introspettiva (W. James) che considera come soggettiva e non scientifica, dall'altro quella comportamentista, fondata da lui, oggettiva e scientifica.

Vi sono aspetti paradossali nel lavoro di Watson che afferma che la "malattia mentale" non esiste perché la mente non esiste, mentre esistono i "comportamenti malati" che vanno corretti con la pratica del condizionamento, de-condizionando (liquidando) prima, il comportamento considerato come malato o sbagliato. L'educazione è quindi condizionamento e adattamento a una norma; Watson arriva a dire che l'amore e l'affetto non sono nient'altro che delle "risposte emotive condizionate". L'obiettivo di questo modello educativo è chiaro: riuscire a controllare le azioni umane allo stesso modo in cui il fisico controlla e manipola gli altri fenomeni naturali. L'utopia è quella di una "libertà programmata" in cui non ci sia bisogno di protestare; l'educazione comportamentale avrà con gli stimoli giusti programmato degli individui e dei comportamenti adatti e funzionali all'organizzazione stessa della società.

L'approccio di Dewey verrà definito di tipo transazionale, in quanto vede il processo d'insegnamento\apprendimento come una continua transazione tra il maestro, gli oggetti, il contesto e l'alunno, cioè come un processo interattivo continuo che crea le condizioni per la crescita sia dell'educatore che dell'alunno. Esso è agli antipodi del comportamentismo in quanto distingue nettamente l'addestramento che si basa sulla pressione esterna, con l'esperienza educativa che mira alla costruzione progressiva dell'autoconsapevolezza e dell'autocontrollo.

Vi sono secondo Dewey in ogni azione educativa delle finalità e dei criteri che regolano l'esperienza: l'ideale democratico e i metodi umani rispettosi della persona, della sua dignità e della sua identità. Contrariamente a Watson che non crede nella democrazia, Dewey sarà un difensore intransigente dell'ideale democratico e della sua applicazione in campo pedagogico. Il processo educativo è un adattamento reciproco tra soggetto e contesto. In questo, l'educatore ha un ruolo di guida autorevole, deve ad esempio, proporre attività che abbiano senso e organizzare un ambiente adatto delle abilità, capacità dell'educando. Fondamentale allora, sarà la cooperazione tra educatore e educando.

Si deve a Skinner l'aver sviluppato in modo originale e creativo l'orientamento comportamentistico. Skinner è interessato all'osservazione del comportamento e alla sua relazione con le contingenze e i condizionamenti. Compie degli esperimenti con dei ratti e dei piccioni in una gabbia (la "skinner box").

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luigitripix di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale, della marginalità e della devianza minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Smeriglio Donatello.
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