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Riassunto esame Pedagogia speciale, della marginalità e della devianza minorile, prof. Smeriglio Donatello, libro consigliato "Autismo. Una sfida per la pedagogia speciale", Autore "Goussot Alain" Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Pedagogia speciale, della marginalità e della devianza minorile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Donatello Smeriglio: "Autismo. Una sfida per la pedagogia speciale".

Gli argomenti trattati sono i seguenti:
1) Autismi
2) Bisogni Educativi Speciali
3) Sindrome di Asperger
4) Autistici... Vedi di più

Esame di Pedagogia speciale, della marginalità e della devianza minorile docente Prof. D. Smeriglio

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Autismo

Introduzione

Quando si parla di autismo è di fondamentale importanza mettere al centro

del dibattito il ruolo della pedagogia, e in particolare della pedagogia speciale:

 perché l'autismo, anzi gli autismi, è una sfida che riguarda tutti: genitori,

medici, neuropsichiatri, psicologi, pedagogisti e educatori. Una sfida

perché ancora nessuno è riuscito a capire di cosa si tratti: una

patologia, un disturbo pervasivo dello sviluppo ( come ci dice il DSMIV)

una psicosi come hanno sostenuto per molto tempo alcuni psichiatri,

oppure semplicemente un altro modo di funzionare.

 Perché la risposta “scientifica” sull'autismo viene data soprattutto dalla

medicina, dalla psichiatria, dalla psicologia. La pedagogia sembra

essere esclusa eppure il grosso del lavoro svolto con bambini e

adolescenti autistici è di tipo educativo. Si sente infatti, parlare di

trattamento educativo.

 Perché il linguaggio utilizzato per impostare la relazione con il soggetto

autistico non è neutrale e indifferente.

 tra la “patologia” e il come della relazione di

Perché vi è un rapporto

cura (come intervenire) .

 Perché la pedagogia può offrire un punto di vista più aperto, dinamico e

articolato sul come facilitare la comprensione del soggetto autistico e

l'espressione di tutte le sue potenzialità.

 Perché l'autismo per l sua complessità, rappresenta una sfida per la

pedagogia speciale che di fronte soggetti che sembrano

apparentemente, resistere a qualsiasi tentativo di “educarli”, è costretta

a mettersi in discussione e a collegarsi ad altre prospettive disciplinari

(concetto di interdisciplinarità della pedagogia)

 perché occorre superare il falso dibattito dello scontro tra visione

psicodinamica e approccio comportamentale.

 Perché non vi è apprendimento ed educazione possibile senza

relazione, senza dimensione emozionale ed affettiva, senza

l'attivazione di processi comunicativi. Qui la pedagogia si trova a lottare

con alcuni pregiudizi ad esempio, gli autistici non provano emozioni e

sentimenti verso le persone; gli autistici non riuscendo ad interagire non

sanno imitare; la maggioranza degli autistici a basso funzionamento

non parlano e quindi vanno addestrati a parlare. Sembra allora, che il

soggetto autistico debba essere curato e corretto per essere adattato

ad una norma di comportamento conforme alla società. Stranamente

sia il comportamentismo che una certa concezione psicodinamica,

finiscono per considerare il soggetto autistico come una “fortezza

vuota”, per usare il titolo del famoso testo di Bruna Bettelheim, cioè un

non soggetto, talvolta una non persona, non significante ma sempre

significato dall'altro che sia il neuropsichiatra, psicanalista o terapeuta

comportamentale.

 Perché è importante considerare le testimonianze degli stessi autistici

che hanno scritto di sé. Questo offre alla pedagogia una ricca

informazione sulle modalità di essere e funzionare di chi viene

diagnosticato con “disturbo pervasivo dello sviluppo”.

 Perché il processo di apprendimento riguarda tutta la vita del soggetto

autistico che diventa adulto e invecchia come tutti gli altri. Sembra

tuttavia, che gli autistici esistano solo durante il periodo dell'età

evolutiva. La pedagogia speciale invece, deve riguardare tutto il ciclo di

vita di tali soggetti.

1. Autismo, Autismi, disturbi pervasivi dello sviluppo e spettro

autistico: un dibattito complesso.

É importante sottolineare da un punto di vista pedagogico, che al di là di

alcune caratteristiche comuni a tutti gli autistici (difficoltà comunicative

nell'interazione sociale e comportamenti rigidi, ripetitivi e stereotipati), ogni

caso è un caso a sé, ogni situazione presenta delle sue peculiarità e una

propria specifica storia che bisogna conoscere per comprendere il modo

d'essere del singolo bambino e adolescente autistico. Temple Grandin mette

in rilievo i limiti della scienze sull'autismo affermando che niente può sostituire

un'osservazione accurata e attenta del singolo bambino: “Sebbene l'autismo

sia un disturbo neurologico esso viene ancora diagnosticato attraverso

l'osservazione del comportamento del bambino. Non ci sono analisi del

sangue o esami del cervello che possano fornire una diagnosi definitiva. Le

nuove categorie diagnostiche sono autismo, disturbo pervasivo dello

sviluppo, sindrome di Asperger e disturbo disintegrativo. Secondo alcuni

autori tali categorie sono entità separate, secondo altri esse si collocano su

un continuum autistico e non ci sono distinzioni precise tra l'una e l'altra.”

La controversia dura da quando l'autismo era stato assimilato alle psicosi e

alla schizofrenia agli inizi del XX secolo.

Oggi, sono dominanti spiegazioni di tipo neurologico e impostazioni di tipo

comportamentale e cognitivistiche.

Queste ultime (cognitivistiche), ritengono che le persone autistiche siamo

prive di una teoria del Sè e della mente.

I comportamentisti pensano che bisogna curare e correggere la persona

autistica con metodi e strumenti basati sul principio del condizionamento

operante, sviluppato a suo tempo da Skinner, applicato da Lovaas all'autismo

e ulteriormente rimodulato con l' ABA (Applied Behaviour Analysis).

Le neuroscienze e la scoperta recente dei neuroni specchio, hanno

ipotizzato che vi sarebbe una disfunzione di questi ultimi. La parte più

importante dell'intervento con il bambino è di tipo educativo anche se i

modelli d'intervento educativi, sono stati spesso elaborati da psicologi e

psichiatri. Eppure, la formazione e l'educazione sono aspetti centrali. Spesso,

vi è anche una confusione dal punto di vista semantico dei termini

trattamento e terapia talvolta scambiati senza distinguo.

Quando si parla di trattamento nell'autismo si parla in realtà di intervento

educativo. Come sostiene Enrico Micheli, il soggetto autistico non può essere

considerato un malato. È probabilmente un modo di esistere e di funzionare

che può avere origini genetiche, quindi legato alla costituzione di un

individuo, o può essere associato ad altre difficoltà di sviluppo. Ricordiamo

che ci sono persone che si comportano in modo autistico pur essendo

perfettamente sane e capaci.

Hans Asperger, un medico psichiatra molto attento all'aspetto educativo nel

lavoro con i bambini autistici, affermava che ogni soggetto è un essere unico,

irripetibile e individuale e perciò in ultima analisi anche non comparabile con

altri. In ogni carattere si trovano tratti apparentemente opposti, di contrasti e

tensioni, vive appunto la vita.

Il consiglio per l'osservatore pedagogico è quello di valutare, al di là dei tratti

comuni a tutti i soggetti autisti, caso per caso, prendendo in considerazione le

singole storie. Si esercita una costrizione se, nel compiere una valutazione, si

tenta di inserire il bambino all'interno di una categoria predefinita. In questo

modo si finisce per vedere la categoria e non il bambino, il metodo come

strumento e non come processo che si esprime nello sviluppo degli

apprendimenti.

Leggendo i lavori di Uta Frith e quelli di Simon Baron Cohen si parla di

disturbo qualitativo della comunicazione verbale e non verbale,

d'isolamento, ripetitività, incapacità di formare il contatto affettivo, di

movimenti stereotipati, deficit di interazione sociale, di repertorio

ristretti di comportamenti e attività; criteri diagnostici che ritroviamo nel

DSMIV. Cohen parla di cecità mentale cioè l'incapacità nei soggetti autistici

di mentalizzare (assenza dei neuroni specchio). Forse tuttavia, sarebbe più

corretto parlare di “sordità mentale” poiché la gran parte dei soggetti autistici

sentono e non ignorano che l'altro abbia un'esistenza mentale ma non lo

capiscono, sono come sordi.

Cohen arriverà a sostenere che forse l'intelligenza autistica sarebbe una

“intelligenza maschile estremizzata”; Frith parla di coerenza centrale debole,

un deficit nella capacità di elaborazione dell'informazione e del suo distacco

dal contesto globale. Ma tutte queste considerazioni rimangono solo delle

ipotesi.

Si sostiene (libro l'autismo un'altra intelligenza) inoltre, che l'autismo non è né

un disturbo né una patologia ma un altro modo di funzionare e essere. Non è

tanto la percezione globale ad essere deficitaria ma esiste un

iperfunzionamento del trattamento locale delle configurazioni

percettive, insomma i soggetti autistici avrebbero

un'iperdiscriminazione visiva e uditiva. Questo spiega perchè presentano

spesso “picchi di abilità” sia sul piano cognitivo che in alcune aree di

memorie. Michelle Dawson sviluppa la nozione di apprendimento implicito:

la persona autistica è spesso in grado di risolvere un problema senza aver

capito la consegna esplicita. Non bisogna allora, spiegare all'autistico cosa

deve fare ma è necessario fargli vedere cosa fare .

Inoltre, un altro aspetto fondamentale è il nesso tra emozioni e percezioni .

I soggetti autistici vivono nei confronti delle loro percezioni in un rapporto di

prossimità psicologica molto particolare. Sono schiavi delle loro percezioni,

non possono sfuggirle. Le incongruenze percettive creano uno stato di caos e

confusione mentale ed emozionale. La stessa Dawson spiega come deve

continuamente “negoziare con il proprio cervello”, per comprendere una

situazione deve accumulare un'enorme quantità di informazione. Vive in un

mondo di senso, in mondo di quantità e di ordinamento delle cose: questo

ordinamento fisico delle cose condiziona tutta la logica di apprendimento.

L'inserimento di un pezzo nuovo in un puzzle in costruzione deve avvenire in

modo congruente rispetto alla successione dei pezzi precedenti. Il puzzle

deve funzionare come prima. (metafora del puzzle, Dawson).

2. Cosa ci dicono gli autistici

Le ricerche e gli studi dimostrano che i soggetti autistici che scrivono di sé

possono aiutare sul piano dell'intervento educativo .

Tuttavia, spesso, gli ambienti scientifici tendono a non prendere seriamente

queste testimonianze. Eppure gli autistici che scrivono di sé, come la

Grandin, la Dawson e la Harrison, finiscono per fare della loro condizione un

oggetto di studio e di ricerca e possono darci un grosso contributo per

impostare il lavoro educativo. Nel suo famoso testo Pensare per immagini la

Grandin osserva : “Io penso per immagini, traduco le parole, sia pronunciate

che scritte, in filmati a colori, completi di suono che scorrono come una

videocassetta nella mia mente”. Ma anche qui bisogna essere prudenti a

seguire l'indicazione della Grandin poiché non tutte le persone con autismo

hanno elevate abilità visive, né tutte loro elaborano le informazioni in questo

modo.

Molti bambini con autismo sviluppano una mania per vari argomenti.

Alcuni insegnati fanno l'errore di cercare di eliminare queste fissazioni mentre

invece dovrebbero cercare di svilupparle e incanalarle in attività costruttive.

Ad esempio, se un bambino si appassiona alle navi si dovrebbe usare questo

interesse per motivarlo a leggere e studiare la matematica, proponendo libri

sulle navi e problemi aritmetici in cui si calcola la velocità di un'imbarcazione.

Le manie forniscono una grande motivazione. Secondo Leo Kanner, per

alcune persone con autismo la chiave del successo è stata incanalare le loro

manie in una carriera.

3. Fondamenti degli orientamenti educativi oggi dominanti con

l'autismo e analisi critica.

La pedagogia speciale ammette che vi sono zone di mistero talvolta

impenetrabili anche per la scienza.

Basta pensare a Maria Montessori che nel suo famoso libro sulla Mente del

bambino (la mente assorbente) mette in evidenza quante strada c'è ancora

da fare di fronte a bambini che non parlano, nonostante dal punto di vista

cerebrale non presentino nessun deficit o danno. Parte dall'analisi del mistero

dell'apprendimento del linguaggio parlato da parte del bambino, e del come

questo senza che nessuno glielo insegna finisce per parlare e costruire

piccole frasi; è quello che chiama la nebula del linguaggio (paragonando il

funzionamento della mente del bambino che assorbe tutto quello che arriva

dall'ambiente alle nebulose celeste). Ma ci sono situazioni in cui questo

meccanismo si ingrippa. Questa anormalità (la nebula del linguaggio non

funziona o rimane latente) costituisce una forma di mutismo in bambini che

sono perfettamente normali. Sarebbe interessante esaminare questi casi e

investigare su cosa è accaduto nei primi giorni di vita di queste creature.

Come sostiene la Montessori il bambino, per mancanza di una particolare

sensitività non assorbe nulla o assorbe per via imperfetta dal suo ambiente.

Esaminiamo adesso, il metodo comportamentale. Il comportamentismo, è

un approccio che si sviluppa nella prima metà del 900 e che porta i nomi dello

psicologo americano Watson e, per certi aspetti del fisiologo russo Ivan

Pavlov. L'assunto di base dell'approccio di Watson è che il comportamento

esplicito, osservabile e misurabile è l'unica unità di analisi scientificamente

studiabile dalla psicologia. La mente o gli altri stati mentali non sono presi in

considerazione perché non osservabili “oggettivamente”; la mente è

considerata come una specie di scatola nera in cui funzionamento interno

non è conoscibile e quindi irrilevante.

Watson sperimenta il meccanismo del condizionamento: l'associazione

continua e ripetuta di uno stimolo (stimolo neutro) con una risposta che non è

correlata ad esso produce, dopo un certo periodo di tempo, una risposta

corrispondente condizionata.

Un comportamento ritenuto corretto verrà ricompensato e quindi si

svilupperà, al contrario un comportamento scorretto che provoca con una

punizione insoddisfazione, tenderà a scomparire.

Nell'esperimento del piccolo Albert, Watson utilizza un approccio che non

tiene conto del vissuto, delle emozioni e dell'essere vivente sottoposto a

sperimentazione. (vedi esperimento pag. 59)

Inoltre, per Watson l'acquisizione del linguaggio avviene per

condizionamento, il bambino fa un'associazione tra l'oggetto e il nome. Il

pensiero è quindi solo un insieme di comportamenti motori dell'apparato

fonatorio. Il neonato è come una tabula rasa che viene costituito dai

condizionamenti dell'ambiente e dagli stimoli esterni. Questo vuol dire che il

libero arbitrio è solo astrazione.

Egli, infine, suddivide in modo moto schematico tutta la psicologia: da un lato

la psicologia introspettiva (W. James) che considera come soggettiva e non

scientifica, dall'altro quella comportamentista, fondata da lui, oggettiva e

scientifica.

Vi sono aspetti paradossali nel lavoro di Watson che afferma che la “malattia

mentale “ non esiste perché la mente non esiste, mentre esistono i

“comportamenti malati” che vanno corretti con la pratica del condizionamento,

de-condizionando (liquidando) prima, il comportamento considerato come

malato o sbagliato. L'educazione è quindi condizionamento e adattamento a

una norma; Watson arriva a dire che l'amore e l'affetto non sono nient'altro

che delle “risposte emotive condizionate” . L'obbiettivo di questo modello

educativo è chiaro: riuscire a controllare le azioni umane allo stesso modo in

cui il fisico controlla e manipola gli altri fenomeni naturali.

L'utopia è quella di una “libertà programmata” in cui non ci sia bisogno di

protestare; l'educazione comportamentale avrà con gli stimoli giusti,

programmato degli individui e dei comportamenti adatti e funzionali

all'organizzazione stessa della società.

L'approccio di Dewey verrà definito di tipo transazionale, in quanto vede il

processo d'insegnamento\apprendimento come una continua transazione tra

il maestro, gli oggetti, il contesto e l'alunno, cioè come un processo interattivo

continuo che crea le condizioni per la crescita sia dell'educatore che

dell'alunno . Esso è agli antipodi del comportamentismo in quanto distingue

nettamente l'addestramento che si basa sulla pressione esterna, con

l'esperienza educativa che mira alla costruzione progressiva

dell'autoconsapevolezza e dell'autocontrollo.

Vi sono secondo Dewey in ogni azione educativa delle finalità e dei criteri che

regolano l'esperienza: l'ideale democratico e i metodi umani rispettosi della

persona, della sua dignità e della sua identità. Contrariamente a Watson che

non crede nella democrazia, Dewey sarà un difensore intransigente

dell'ideale democratico e della sua applicazione in campo pedagogico. Il

processo educativo è un adattamento reciproco tra soggetto e contesto. In

questo, l'educatore ha un ruolo di guida autorevole, deve ad esempio,

proporre attività che abbiano senso e organizzare un ambiente adatto delle

abilità, capacità dell'educando.

Fondamentale allora, sarà la cooperazione tra educatore e educando.

Si deve a Skinner l'aver sviluppato in modo originale e creativo

l'orientamento comportamentistico.

Skinner è interessato all'osservazione del comportamento e alla sua

relazione con le contingenze e i condizionamenti. Compie degli esperimenti

con dei ratti e dei piccioni in una gabbia (la “skinner box”): fra le varie

risposte che l'animale può attuare una, ad esempio la pressione su una leva,

da un rinforzo positivo (cibo). Elabora quindi, il paradigma del rinforzo

operante (rinforzo positivo genera una maggiore risposta).

La sperimentazione viene applicata agli esseri umani e, in particolare, nel

campo educativo, ai bambini che presentano reazioni considerate come

anomale o inadeguate. Il processo di apprendimento si presenta qui come un

addestramento dove il condizionamento operante oscilla tra rinforzo positivo

(premio, ricompensa) e il rinforzo negativo (punizione). Non a caso il

processo di apprendimento viene chiamato shaping cioè modellamento.

A proposito del linguaggio Skinner parla di un comportamento vocale; il

linguaggio è, secondo la sua prospettiva, soltanto un comportamento

appreso. Non vi è distinzione tra linguaggio verbale e non verbale, anzi

l'unico linguaggio considerato è quello verbale.

La maggior critica alla teoria di Skinner è stata fatta dal linguista Chomsky

che considera il linguaggio come un fenomeno mentale ipotizzando che la

conoscenza di esso è in larga misura innata.

Nel romanzo scritto da Skinner troviamo quello che possiamo definire come

la sua utopia pedagogica comportamentista. Nella città utopica di Walden vi

sono valori positivi: abolizione della gelosia, assenza di competitività,

nessuna leadership apparente, niente religione, negazione del consumismo.

Il “benessere del controllato” è alla base del programma di condizionamento.

Con il rinforzo si vuole raggiungere il “corretto comportamento”. Skinner

afferma che non è necessario rendere i bambini felici, energici e curiosi,

basta che abbino i comportamenti funzionali all'organizzazione di Walden.

Per aumentare la resistenza alla frustrazione dei bambini venne fatto un

esperimento: i bambini ritornano affamati da una passeggiata e devono

rimanere per un breve periodo di tempo in piedi davanti alla cena pronta a

tavola, così imparano ad adottare tecniche di riduzione dell'infelicità suscitata

dalle situazioni spiacevoli.

Nell'istruzione si vuole risparmiare tempo, si usano delle macchine al posto

degli insegnati e le biblioteche contengono solo volumi utili e aggiornati. Fin

dalla primissima infanzia non vi sono punizione ma soprattutto rinforzi positivi

(giusta inclinazione creata dal programmatore).

Infine, Skinner non crede alla democrazia, il popolo per lui non è capace di

autogovernarsi ma ci vogliono specialisti e tecnici.

L'approccio comportamentale di Watson e Skinner trova la sua applicazione

nel campo dei “trattamenti educativi” e delle “terapie” con soggetti con

disabilità intellettive rientrando nello spettro autistico. Un grande contributo di

ciò si deve a Ivar Lovaas.

Si è passati dalla colpevolizzazione dei genitori (cattivo rapporto genitori-figli,

“genitori frigorifero” ma la natura psico-sociale non c'entra con l'autismo) , alla

loro esclusione dall'intervento.

Il bambino deve essere modellato, cambiato e adattato alla società. Michelle

Dawson osserva come l'obbiettivo di Lovaas di sopprimere i comportamenti

autistici coincide anche con quello di sopprimere i comportamenti

omosessuali (Lovaas si era opposto nel togliere dal DSMIV l'omosessualità,

fino allora diagnosticata come perversione e patologia psicosessuale).

Dawson parla allora, di un'etica miserabile perché non rispettosa della dignità

e dell'identità del soggetto autistico.

Lovass parla di “programma intensivo precoce” affermando che è importante

che i soggetti autistici osservino e siano in contatto con bambini “normali”

(imparare dall'osservazione degli altri bambini mentre imparano). (vedi

pag.79)

Quello che colpisce è la quasi non attenzione verso il bambino autistico come

soggetto, pure a modo suo, portatore di storia, identità, vissuti, emozioni,

sentimenti. Per di più le tecniche educative proposte sono quasi sempre

decontestualizzate e standardizzate. Inolre, i genitori sono coinvolti come

addestratori e esecutori del metodo.

Nonostante il fatto che molti, oggi, tentano di distinguere il metodo Lovaas

dall'ABA si può dire comunque che il primo costituisce la fonte pratica del

secondo.

Per capire meglio la natura epistemologica e pratica dell'ABA si può partire

dell'approccio all'apprendimento del linguaggio, visto che questo aspetto è

centrale negli interventi con bambini autistici che non hanno l'uso della parola

o presentano diverse difficoltà comunicative.

Uno dei testi più diffusi di questo approccio è The Verbal Behavior Approach

di Mary Lynch, madre americana di un bambino autistico e esperta formata

del metodo. Nel caso del programma di Lovaas si fanno degli esercizi di

imitazione del linguaggio, invece nel V.B il linguaggio espressivo è

considerato come un comportamento che non può essere insegnato ma la

funzione di ogni parola può essere appresa. Per la Lynch, esattamente come

per qualsiasi comportamentista il comportamento verbale va suddiviso il tre

parti: 1) l'antecedente. Ciò che succede prima del comportamento, per

esempio chiedere al bambino di prendere la giacca. 2) il comportamento.

Cosa succede quando interviene l'antecedente (per esempio quando avete

fatto questa richiesta il bambino si è buttato a terra). 3) la conseguenza.

Mettere ad esempio da parte il bambino e appendere la giacca: il

comportamento non è un'arte aleatoria ma viene regolato da una scienza

chiamata “Analisi comportamentale”, basata su una serie di rinforzi operanti.

La stessa Lynch definisce l'ABA come terapia specifica per individui con

autismo.

Nell'atto del parlare la Lynch non contempla né la dimensione socio-culturale,

né quella psico-affettiva, il parlare sarebbe semplicemente un comportamento

meccanico determinato dagli stimoli del contesto che creano motivazione

tramite i rinforzi positivi.

Occorre partire dal presupposto che il bambino ha bisogno di ricevere un

ordine, bisogna insegnare delle competenze (ad esempio,chiedendo di

“battere le mani” facendolo si possono valutare due comportamenti operanti:

il linguaggio ricettivo e l'imitazione)

Facciamo notare che è il contrario di quello che ha sperimentato un'altra

mamma di un figlio autistico, la francese Barbara Donville che ha iniziato per

imitare suo figlio per costituire le condizioni di contatto con lui.

Evidenziamo gli otto imperativi proposti dalla Lynch :

 Siate sempre positivi con vostro figlio

 Ridurre il livello di richiesta dando ordini chiari e semplici

 Siate sempre amabili e dolci

 Limitare l'uso del nome di vostro figlio specialmente quando dite di no

 Iniziate per identificare 2 o 3 rinforzi potenti.

 Nominare le cose lungo tutta la giornata

 Fate capire a vostro figlio che i suoi disturbi di comportamento non gli

permettono di ottenere quello che cerca.

 Correggete sistematicamente gli errori

L'esperienza dimostra che nel caso di tanti bambini autistici il linguaggio

verbale, non rappresenta lo strumento per comunicare. Comunicano con

quello che Wallon chiamava linguaggio pratico (gesti, stereotipie, azioni..)

Bruner propone un nuovo punto di vista (a New Look on perception) e parla

di dinamismo della mente nell'atto di percepire e di apprendere. Parla di set

cognitivo che funziona come un meccanismo di percezione selettiva degli

elementi della realtà. La selezione è dovuta a strutture mentali intrinseche,

quindi l'individuo, anche quello autistico, percepisce le cose e il mondo in

base alle sue strutture mentali interne.

Enrico Micheli e Caserina Xais forniscono una serie di indicazioni pratiche

sul come utilizzare il gioco come strumento educativo con il bambino

autistico. Propongono una pedagogia interattiva. È indispensabile proporre

al bambino delle attività che possano produrre in lui piacere interesse e

anche gioia. Il gioco educativo ha una doppia funzione: quella di permettere

una valutazione delle abilità sociali del bambino e quella di rivolgere il gioco

stesso sul piano dell'attenzione e dello sviluppo senso-motorio.

 Il contributo della pedagogia speciale e l'autismo.

La pedagogia speciale si occupa di apprendimenti ed educazione in

situazioni particolari, anomale o considerate “fuori norma”, con soggetti con

“bisogni speciali” .

Essa si propone con diversi tipi di approcci :

 approccio complementaristico cioè un approccio che riesce a far

interagire sul piano della conoscenza e della ricerca diversi sguardi

disciplinari.

 approccio globale che prende in considerazione le diverse sfere di

sviluppo e le varie esperienze di vita del soggetto con deficit.

 approccio ecologico nella misura in cui parte dal sistema di relazione

del soggetto.

 approccio meticcio sul piano dei metodi che parte dell'eterogeneità

della condizione autistica. Non v'è un unico metodo educativo efficace e

valido per tutti i casi e tutte le situazione poiché vi sono storie diverse.

La pedagogia speciale può fornire risposte importanti nella misura in cui si

articola in diverse pedagogie:

 una pedagogia dello sviluppo che parte dal presupposto che si

apprende durante l'arco di tutta la vita; questo vale anche per i soggetti

autistici che diventano adulti e invecchiano come tutti gli altri. Facciamo

notare che tutt'ora mancano studi longitudinale sullo sviluppo evolutivo

dei soggetti autistici dall'infanzia passando per l'età adulta fino alla

vecchiaia.

 una pedagogia delle mediazioni che crea delle mediazioni (situazioni di

apprendimento) e usa dei mediatori (oggetti, ausili) per favorire gli

apprendimenti.

 una pedagogia del contatto che favorisce la comunicazione

intersoggettiva.

 una pedagogia dall'alterità e dell'inclusione che educa al

riconoscimento e al rispetto delle differenze. In questo senso la

pedagogia è anche pedagogia di comunità perché riguarda tutti.

 la pedagogia speciale è una pedagogia delle capacità (capibilities) che

punta sul funzionamento delle capacità del soggetto autistico.

 Didattica speciale per favorire l'acquisizione di tecniche di

apprendimento da parte dei soggetti autistici, utilizza strumenti secondo

i bisogni, le caratteristiche, le capacità di ciascuno. La didattica speciale

non è un didatticismo (espressione di Giuseppe Lombardo radice per

indicare una pura procedura tecnica) è piuttosto un processo attivo.

Le origini della pedagogia speciale risalgono all'opera del medico-educatore

e alla sua esperienza con il cosiddetto “ragazzo selvaggio

francese Itard

dell'Aveyron” nei primi del 1800. (riferimento altro testo “Inclusione e

diversità” pag. 139)

Esaminiamo i punti fondamentali dell'opera di Itard:

 l'educabilità. Può essere educato qualsiasi essere umano compreso chi

fino allora veniva ritenuto ineducabile. Anche il soggetto con autismo a

basso funzionamento può essere educato e posside delle potenzialità.

 l'osservazione. Per osservare occorre stare in situazioni di vita,

un'osservazione che vuole comprendere e non categorizzare non può

non partire dalla situazione reale.

 il linguaggio dell'azione che funziona come un vero linguaggio: il

bambino autistico comunica attraverso il corpo.

 programmare l'attività e darsi degli obiettivi. Ci vuole un minimo di

strutturazione delle attività e di valutazione per aiutare il bambino a

crescere.

 la socialità e le sue varie forme. Creare delle situazioni di esperienza

relazionale senza voler “normalizzare” il bambino. Il soggetto è globale

mente e corpo (supera il dualismo cartesiano), la dimensione senso-

motoria è fondamentale perché interagisce continuamente con la sfera

cerebrale.


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Riassunto per l'esame di Pedagogia speciale, della marginalità e della devianza minorile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Donatello Smeriglio: "Autismo. Una sfida per la pedagogia speciale".

Gli argomenti trattati sono i seguenti:
1) Autismi
2) Bisogni Educativi Speciali
3) Sindrome di Asperger
4) Autistici che parlano di autismo
5) Autori vari che argomentano l'autismo
etc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze della Comunicazione per il Marketing e la Pubblicità
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luigitripix di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale, della marginalità e della devianza minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Smeriglio Donatello.

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