Introduzione all'etruscologia
Origine degli Etruschi
Nel corso dei secoli sono state avanzate numerose ipotesi sull'origine degli Etruschi. Già durante l'antico Egitto, in particolare tra il regno di Amenophis III e Merenphta (1413 - 1220 a.C.), si parla di "popoli del mare", cioè genti note tra gli egizi tra quelle che davano truppe ai faraoni. Inoltre, iscrizioni di Ramses III (1197 a.C.) designano un gruppo di genti che mossero dall'Asia Minore verso il Delta dove furono sconfitti dal faraone in una battaglia navale (Tebe, tempio di Medinet Habu). Importante è il punto di vista da cui venivano descritti gli Etruschi. Bisogna tenere presente infatti che molte volte le varie popolazioni tendevano a descrivere l’origine e la provenienza di una popolazione a seconda se si dovesse descrivere una popolazione barbara nemica o un’alleata e che immagine essi volevano di volta in volta divulgare.
In antichità furono elaborate principalmente tre diverse tesi:
- Tesi della provenienza orientale (Lidia): secondo una tradizione lidia riferita dallo storico greco Erodoto del V secolo a.C. gli Etruschi sarebbero giunti dalla Lidia, antica regione della Turchia. Erodoto fa risalire le loro origini al mito di Tirreno: in un periodo più o meno contemporaneo alla guerra di Troia una carestia si abbatté sulla Lidia così metà popolazione guidata dal principe Tirreno emigrò in cerca di terre fertili. Arrivò quindi in Etruria dove si stabilì dando origine alla civiltà dei Tirreni. La tesi erodotea della provenienza orientale, anche per la sua autorevolezza, è stata accettata quasi unanimemente dagli scrittori antichi e ha a lungo condizionato anche gli studiosi moderni. All'interno della tesi della provenienza orientale, già in antichità fu elaborata un'ipotesi pelasgica. Fu Ecateo di Mileto nato nel VI secolo a.C. a porre una riflessione storica sul problema dell’origine degli Etruschi, ed ad avvicinarli con la popolazione dei Pelasgi. Gli Etruschi sarebbero stati Pelasgi, popolo mitico originario della Grecia settentrionale e poi irradiatosi in varie regioni del Mar Mediterraneo, i quali si sarebbero stabiliti nella zona dell'Etruria dandosi il nome di Tirreni. I Pelasgi e i Tirreni potrebbero essere stati effettivamente gruppi di naviganti egei, giunti in Italia, e poi forse rifluiti in parte nell’area di origine etrusca.
- Tesi autoctona: altra tesi è riportata dallo storico Dionigi di Alicarnasso (vissuto durante l'impero augusteo - I secolo a.C.), da considerarsi il primo etruscologo perché espone le tesi dei precedenti studiosi e le discute. Egli sostiene l'origine autoctona del popolo etrusco e che loro chiamavano sé stessi Rasenna. Non erano quindi un popolo "venuto da fuori", ma un popolo antichissimo. Importante ricordare che Augusto attuò un piano propagandistico per riunificare tutte le popolazioni italiche sotto l’egemonia di Roma e il compito di attuare tale opera fu affidato proprio a Dionigi che scrisse “antichità romane”, una collana di moltissimi libri sulla storia di Roma e delle civiltà pre-romane. Il pensiero che volle testimoniare è porre una discendenza autoctona agli Etruschi, giustificata dal fatto che solamente i Romani, dovessero essere stranieri greci.
- Tesi della provenienza settentrionale: alcuni storici moderni hanno ripreso la discussione tra queste due opinioni, aggiungendovene una terza: fondandosi sul fatto che la civiltà villanoviana del IX - VIII secolo è legata senza dubbio ad altre civiltà fiorite nell’Europa centrale, alcuni studiosi hanno supposto una provenienza degli Etruschi dal Nord. Questa teoria, oggi considerata infondata, si è originata nel XVIII secolo ed è stata poi sviluppata nel XIX secolo.
Pensiero di Pallottino
Chi ha ragione e chi torto? È chiaro che l’errore non è nelle risposte ma è nella domanda formulata in modo non corretto. Non bisogna chiedersi da dove venga un popolo, ma come si sia formata la sua civiltà. Così noi ci dobbiamo porre il problema della “formazione” della civiltà etrusca come risultante di apporti derivati da popoli e civiltà diverse e successive, dalla penisola italica o esterne, definendone volta a volta i vari aspetti e potendo solo dopo dare un giudizio sul suo carattere, anche mettendo in evidenza gli scambi che vi furono certamente con altri popoli e civiltà che gli Etruschi conobbero. Pallottino ha sottolineato che il problema dell'origine della civiltà etrusca non vada incentrato sulla provenienza, quanto piuttosto sulla formazione. Egli evidenziò come, per la maggior parte dei popoli, non solo dell'antichità ma anche del mondo moderno, si parli sempre di formazione, mentre per gli Etruschi ci si è posti il problema della provenienza. La civiltà etrusca è il prodotto di un lento processo di formazione che ha come base la popolazione autoctona dell'Italia centrale e la cultura villanoviana, alla quale si sono sicuramente aggiunte influenze culturali e linguistiche dall'Oriente e dall'Europa centrale. Alla sua formazione hanno indubbiamente contribuito elementi autoctoni ed elementi orientali e greci, per via dei contatti di scambio commerciale intrattenuti dagli Etruschi con gli altri popoli del Mediterraneo. Nella civiltà etrusca che andava formandosi, lasciarono quindi la propria impronta i commercianti orientali (si pensi agli elementi orientali nella lingua etrusca o al periodo artistico cosiddetto orientalizzante) e i coloni greci che approdano nel Meridione d'Italia nell'VIII secolo a.C. (l'alfabeto stesso adottato dagli Etruschi è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l'arte etrusca è influenzata dai modelli artistici dell'arte greca).
Genetica e etruscologia
Un contributo alla problematica delle origini degli Etruschi è arrivato anche dalla genetica delle popolazioni. Nel 2007 uno studio ha raffrontato il DNA degli abitanti viventi da almeno tre generazioni nei centri di Murlo, Volterra e della Valle del Casentino con quello di altre popolazioni italiane ed estere. Dalla comparazione è emerso che il codice genetico degli individui di Murlo, Volterra e del Casentino è molto più simile a quello degli abitanti delle coste turche che danno sull'Egeo. Un altro studio ha analizzato il DNA dei bovini toscani che è risultato geneticamente simile a quelli dei bovini dell'Anatolia piuttosto che a quelli europei o di altre parti della penisola italiana. Sostanzialmente quindi gli studi genetici appoggiano la tesi di Erodoto.
Percezione etrusca
Gli Etruschi non hanno dato molte informazioni sulle loro origini. L’unico fattore che è stato potuto testimoniare è la loro data di nascita, in quanto secondo i loro scritti liturgici fanno risalire la durata della nazione Etrusca attorno ai secoli XI o X. Gli Etruschi avevano una concezione ciclica del tempo e credevano che tutte le Nazioni avrebbero avuto un inizio ed una fine, quindi una durata limitata nel tempo. Gli dei avrebbero concesso al Popolo etrusco un tempo determinato articolato in saecula. Poi, per la Nazione etrusca, sarebbe stata la fine. Ciò significa che per gli Etruschi il tempo non aveva un andamento lineare, ma si svolgeva in modo discontinuo seguendo dei cicli segnati dall'inizio e dalla fine dei saecula. Questi, però, non avevano una durata simile a quella dei nostri secoli. Inoltre, avevano un decorso variabile. Le fonti storiche nelle quali si parla della concezione etrusca del tempo sono numerose, tra cui Censorino (III sec. d. C.). Secondo lui la storia della nazione Etrusca sarebbe durata 10 saecula, cioè 10 intervalli di tempo di lunghezza diversa segnati da prodigi inviati dagli dei. Per l'espiazione di questo tipo di prodigi venivano organizzate grandi cerimonie pubbliche, che prevedevano giochi e l’affissione di un chiodo.
La religione
I popoli di natura greco-romana davano ai fenomeni naturali una spiegazione scientifica, mentre gli Etruschi vedevano in ogni avvenimento la manifestazione della volontà divina. Gli uomini non hanno alcun potere nelle mani, non possono opporsi alla volontà divina che tutto regola, non hanno con gli dei nessun rapporto. Non può far altro che non irritare gli dei sottoponendosi a sacrifici e cerimonie e cercare di spiare per quanto possibile la buona o cattiva disposizione degli dei con le arti che insegnano a prevedere il futuro: l’aruspicina, l’auspicio, l’arte fulguratoria. L’auspicio si fondava sull’osservazione del volo degli uccelli, l’aruspicina sull’analisi delle viscere di animali sacrificati, l’arte fulguratoria sullo studio della direzione e forma dei fulmini. Grazie ai cosiddetti libri vegoici (ninfa Vegoia) sappiamo che ogni operazione divinatoria era la predisposizione di una vera e propria mappa celeste, che consisteva nel suddividere il cielo, dove prevalentemente si manifestavano i fenomeni, in sedici parti e di orientare poi queste ultime secondo gli assi cardinali. Ciò consentiva di determinare con chiarezza la provenienza della folgore e anche il luogo nel quale il fulmine, dopo aver toccato il suo obbiettivo a terra, sarebbe ritornato. Vi era anche la cerimonia del seppellimento del fulmine, che consisteva nel raccogliere religiosamente tutte le tracce del tocco del fulmine e seppellirle in un pozzo, dopo aver compiuto un sacrificio con una pecora.
Fegato di Piacenza
Il fegato di Piacenza è un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni etrusche, risalente al II-I secolo a.C. Il fegato bronzeo si presenta suddiviso in sedici regioni marginali (che rappresentano la ripartizione della volta celeste - il templum celeste - secondo il principio etrusco) e ventiquattro regioni interne. Ciascuna regione riporta inciso il nome di una divinità (quaranta iscrizioni totali). Per gli Etruschi infatti sfera celeste si divideva secondo i quattro punti cardinali. In ogni parte del cielo si immaginava avessero sede i diversi dei. Il fegato di un animale poteva divenire in piccolo un equivalente della sfera celeste, e come in questa vi si manifestavano i segni della volontà degli dei. I sacerdoti etruschi (aruspici) usavano questi modelli per l'interpretazione delle viscere degli animali sacrificati e ricavarne auspici sul destino.
Gli dei non avevano numero, carattere, aspetto ben definito. In origine non esisteva che un vago concetto di forza divina. Più tardi, sotto l’influsso greco, gli dei prendono un nome, caratteri e aspetto fisico definito, e vengono spesso identificati con le ben note divinità greche e latine. Abbiamo così Tin (Giove), Uni (Giunone), Turan (Venere), Maris (Marte), Menvra (Atena). Questa massa di divinità era in certo modo organizzata topograficamente e veniva identificata nelle varie regioni del cosmo, nel cielo, nel mare, nella terra e sottoterra.
Un altro punto tradizionalmente indiscusso è che gli Etruschi furono i primi in Italia a dare immagine umana agli dei, una tendenza che essi avrebbero trasmesso ad altre popolazioni, in primis ai Romani, che prima dei re Etruschi non possedevano immagini degli dei. L’opinione corrente è che il fenomeno della antropomorfizzazione degli dei sia dovuta al decisivo contatto con la grecità. Dunque si può concludere che almeno in una prima fase, gli dei hanno preso forma umana per influsso della cultura figurativa e probabilmente anche religiosa dell’Oriente, dove da millenni si usava dare immagine umana agli dei. Con l’età arcaica la situazione può dirsi avviata a una completa maturazione. Le maggiori divinità locali hanno subito un processo di piena identificazione con quelle greche.
La venerazione verso la divinità doveva aver luogo all’interno del gruppo familiare; doveva essere il capo del gruppo familiare, il pater familias, a gestire il sacro nell’ambito domestico. Le tracce del culto privato non hanno lasciato tracce; nemmeno ci sono indizi di culti collettivi, che pur dovettero esistere. I luoghi del culto della comunità, e forse in qualche caso di più comunità, sono da riconoscersi in determinati luoghi che possiamo chiamare santuari naturali. I santuari arcaici riconoscibili di solito soltanto grazie alle offerte in essi dedicate, soprattutto bronzetti di stile geometrico o alto orientalizzante, ci forniscono informazioni circa le forme della religione tradizionale. Con la fine del VII secolo a.C. si riconoscono i primi edifici sacri a servizio della compagine dei centri maggiori, ormai alla conclusione del loro processo verso la forma umana. Nella piena età arcaica compaiono forme più spettacolari di edifici che accrescono nel tempo le loro dimensioni. Con l’avanzata età arcaica si assiste a un’intensa attività edilizia che tende a dare forme sempre più monumentali ai santuari urbani. La pianta del tempio, che prevede tre celle parallele nella parte posteriore e una vasta area colonnata antistante nasce per imitazione di un tipo di casa aristocratica a tre vani caratteristica della fine del VII secolo a.C. Il cuore del santuario è certamente il tempio, la casa di dio. Ma il luogo intorno al quale si svolge il patto tra l’uomo e la divinità è indubbiamente l’altare. Momento culminante nella cerimonia è il sacrificio cruento. La vittima da immolare, specifica per ogni divinità, deve essere, come in generale nelle culture dell’antichità, senza difetti. Il devoto, il nome del quale si compiva il sacrificio, lasciava di solito il ricordo della sua visita nel santuario nella forma di un dono votivo, spesso fornito di una dedica iscritta.
Ruolo della donna
All’interno dell’area etrusca grande rilievo e importanza viene data alle donne. La differenza in termini di dimensione sociale è evidentissima nel confronto con le donne greche e romane. L’archeologia è una fonte di straordinaria importanza per determinare il ruolo e la funzione della donna etrusca, specie tramite i materiali rinvenuti in sepolture femminili e le rappresentazioni figurate su vasi, pitture o sculture. È presumibilmente durante la fase cosiddetta “villanoviana” che riteniamo debba essersi codificato il ruolo della donna nella società etrusca. Un indizio rivelatore dell’altissimo grado della dimensione della donna etrusca è costituito dall’onomastica. Lo studio dei nomi, è molto importante dal punto di vista sociale. Innanzitutto un elemento che emerge come fondamentale è il fatto che le donne etrusche avevano un prenome, ovvero un corrispondente del nostro nome personale. Nelle formule onomastiche latine i prenomi femminili sono tabù. In Etruria le donne aggiungevano il prenome anche il gentilizio, o nome di famiglia, una specie di nostro cognome. Questo rimaneva anche dopo il matrimonio. Addirittura gli uomini - caso veramente particolare per il mondo antico - aggiungevano nella formula onomastica che li designava, il matronimico, cioè il nome della madre, che seguiva, di norma, quello del padre. Una chiara illustrazione delle attività svolte all’interno della casa dalle donne ci viene offerta dalle raffigurazioni sulle due facce del tintinnabolo pendagli sonori di probabile significato religioso, della tomba degli Ori dell’arsenale di Bologna. A un lato la scena della filatura con la raffigurazione di figure femminili intente ad avvolgere la lana grezza sulle conocchie e a filare con conocchia e fuso, dall’altro lato la scena della tessitura con la raffigurazione della preparazione dei fili dell’ordito e di una dama intenta a tessere. Anche tenendo presente tutti questi fattori a favore della donna, comunque non si può ipotizzare per la società etrusca l’esigenza del matriarcato.
Sviluppo
Gli Etruschi sono visibili tra il 900 circa a.C. (cultura Villanoviana) o, al più presto, il 1200 (facies Protovillanoviana d’Etruria) e il I secolo a.C. (con l’omologazione definitiva nel sistema romano).
- Proto villanoviano: XI secolo
- Villanoviano: tra il X e il VIII secolo
- Orientalizzante antico: fine del VIII secolo
- Orientalizzante medio: decenni centrali del VII secolo
- Orientalizzante recente: decenni finali del VII secolo
- Età arcaica: tra il VI e il V secolo
- Età classica: tra il V e il 323 (morte di Alessandro Magno)
- Età ellenistica: dal 323 e 89 a.C. (Lex Iulia - Romanizzazione)
Le origini: cultura protovillanoviana e villanoviana
L’inizio dei processi culturali è stato riconosciuto nella tarda età del bronzo e si concluderà con la prima età del ferro e con la concentrazione dell’insediamento sui siti delle future città etrusche. Tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro, attorno quindi al X secolo a.C., iniziò instaurarsi nei territori dell’Etruria meridionale e centrale. Gli stessi Etruschi riconoscono la nascita della loro nazione attorno al XI o X secolo, come attestato anche da alcune fonti letterarie.
Protovillanoviano
Poiché non è possibile che la nazione etrusca si sia affermata improvvisamente, è chiaro che la sua formazione fu il risultato di un lento e progressivo consolidamento in terra italica. Con tutta probabilità, perciò, esisteva già una cultura che tendeva a formarsi sul territorio della Penisola in varie regioni, anche distanti tra loro: e questa non può essere che quella della civiltà villanoviana. Gli studiosi ritengono che ci sia stata una fase «preparatoria» di questa cultura, detta protovillanoviana riferita all'età del bronzo finale (XII-X secolo a.C.). Queste popolazioni Protovillanoviane producevano la loro economia sulla base della pastorizia, ma sempre attorno a questo periodo decisero di occuparsi prevalentemente...
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