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trovavano nel mercenariato, nella pirateria e nel commercio ad essa connesso il

proprio sostentamento. Le azioni di pirateria furono talmente dilaganti da

coinvolgere anche l'Egeo, tanto che i Macedoni intimarono a Roma, potenza

emergente, di prendere provvedimenti. Anche se fosse falso l'episodio

dell'ambasceria romana ad Alessandro Magno, di fatto nel 311 a.C. un plebiscito

elesse i duoviri navales, incaricati di fornire una flotta “di stato” alle dipendenze

di un console.

5. Navigazione, rotte e scali

Nell'età arcaica i naviganti percorrevano il mare solo durante il giorno, a piccole

tappe, lungo la costa. Nelle rotte che attraversavano lunghi tratti di mare

cercavano quanto più possibile di seguire un percorso nel quale la terra rimanesse

spesso in vista perché, non possedendo strumenti per la navigazione, l'unica guida

alla navigazione erano l'esperienza dei marinai, i riferimenti a terra e la loro

conoscenza della conformazione delle coste e dei fondali.

L'arcipelago toscano forniva un punto di appoggio essenziale nella navigazione

verso le coste della Corsica, vicine a loro volta a quelle della Sardegna. La rotta

costiera verso meridione collegava invece Populonia con Cerveteri e proseguiva

fino alla Campania meridionale.

Per il commercio, inizialmente praticato con imbarcazioni piccole, non erano

indispensabili approdi organizzati. Oltre alle spiagge, dove la nave poteva essere

facilmente tirata in secco, luoghi propizi per gli attracchi erano le lagune costiere e

le foci dei fiumi, che di certo non mancano lungo le coste tirreniche: dagli

itineraria romani è possibile dedurre la presenza di almeno ventotto scali a circa

4-8 km di distanza tra loro lungo le coste dell'Etruria storica.

A partire dalla fine del VII secolo a.C. e soprattutto nel successivo, le città costiere

cercano di adeguarsi alle esigenze dei mercanti greci allestendo veri e propri

empori, posti sotto la tutela di santuari locali. I mercanti possono quindi restare ai

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margini della polis per compiere le loro attività, senza doversi integrare nella

comunità.

Un esempio è costituito da Pyrgi, che all'inizio del VI secolo a.C. viene

riorganizzata secondo canoni urbani e collegata a Caere tramite una strada

carreggiabile. Importazioni dalla Grecia sono qui attestate da diverse classi di

anfore vinarie greco-orientali di VI e V secolo a.C., alcune delle quali sicuramente

provenienti da Lesbo. Altre attestazioni riguardano anfore samie e ionico-

marsigliesi (distribuite nel Mediterrano occidentale dallo Ionio al golfo di Lione e

che probabilmente trasportavano vino prodotto in Sicilia). Anfore olearie corinzie

testimoniano invece una lunga richiesta di olio greco, soddisfatta prima dall'attica

e poi dopo il 550 a.C. da Corinto. Tali importazioni sono testimonianza diretta di

quel circuito commerciale che lega le città greche, puniche e tirreniche.

In Campania dall'ultimo quarto del VII secolo a.C. è possibile individuare un forte

movimento di prodotti provenienti dall'Etruria meridionale: anfore vinarie e

bucchero, i principali prodotti esportati, si diffondono probabilmente via terra

nell'hinterland e via mare nella zona di Pontecagnano. Escluse sono Cuma e

Ischia. I decenni tra VII e VI secolo a.C. definiscono il Sele come confine tra la

zona di influenza etrusca a nord, e greca a sud.

La Sicilia, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo, rappresentò un'area in

cui confluirono gli interessi di tutti e tre i gruppi etnici. I Greci nel VI sec. a.C.

avevano occupato stabilmente le coste meridionali, orientali e settentrionali fino a

Imera e controllavano dal lato opposto lo Stretto di Messina. I Cartaginesi

sorvegliavano invece il passaggio nel Canale di Sicilia tramite l'antica colonia

fenicia di Mozia, vicino Trapani. La concentrazione di buccheri, anfore vinarie

etrusche e bacili bronzei nelle coste meridionali e orientali dell'isola, in particolare

a Selinunte, Camarina, Siracusa e Megara Iblea indica che il tragitto di diffusione

delle merci doveva sfruttare due diversi percorsi, privilegiando quello attraverso lo

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Stretto, probabilmente per rapporti migliori con i Calcidesi di Messina e Reggio

piuttosto che con gli Cnidi stabilitisi a Lipari (580 a.C.).

Le rotte commerciali oltre che verso l'Italia meridionale e la Sardegna erano

dirette anche a nord, verso la costa meridionale della Gallia, dove i Focei nel 600

a.C. fondarono Marsiglia. I rapporti tra Etruschi e Focei divennero ostili solo più

tardi, nel 540 a.C., prima di allora sono largamente attestate importazioni

dall'etruria. Anfore etrusche compaiono sulle coste galliche a partire dalla fine del

VII secolo a.C. e costituiscono la quasi totalità delle importazioni, associate

solitamente a kantharoi in bucchero databili al 630-620 a.C.. A partire dal VI

secolo a.C., in concomitanza appunto con la fondazione di Marsiglia, compaiono

importazioni di anfore greche, che soppiantano progressivamente quelle etrusche,

ridotte a circa il 10% del totale alla fine del secolo. Parallelamente cala anche la

presenza del bucchero. I prodotti ceramici etruschi scompaiono definitivamente

dalle coste galliche dal terzo quarto del V secolo a.C.

La diffusione del bucchero nel Mediterraneo orientale segna la rotta commerciale

che dalla Puglia passa per Corcira, Itaca e Corinto e da qui lungo le Sporadi fino a

Smirne e le coste dell'Asia Minore. Sebbene quanti sostengono l'attendibilità

dell'inno pseudo-omerico a Dioniso per dimostrare la presenza di Tirreni nell'Egeo

vedano in questa diffusione i segni di un commercio diretto, più che di

esportazioni potrebbe trattarsi di merce “di ritorno” portata dai mercanti greci,

quantomeno utile per seguire il loro percorso.

Anche le armi etrusche in bronzo e alcuni oggetti ornamentali, databili fra l'VIII e

la prima metà del VII sec. a.C., ritrovati in numerosi santuari greci e delle isole

dell'Egeo, hanno probabilmente avuto una diffusione indiretta come offerte

provenienti dalle colonie greche nel Tirreno: forse, in alcuni casi, prodotti di

prestigio frutto degli scambi-doni fra i "principi" etruschi e gli aristocratici

campani. 7

6. i conflitti nel Tirreno

I Focei, esuli dalla loro patria caduta in mano ai Persiani, per suggerimento dei

Massalioti si insediarono sulle coste tirreniche della Corsica, con evidente

vantaggio per il controllo della rotta commerciale tra la loro colonia Marsiglia e la

Corsica.

Fu dunque la fondazione attorno al 565 a.C. di Alalia, odierna Aleria, al centro

della costa orientale corsa, a turbare gli equilibri tra Etruschi e Cartaginesi che

fino ad allora avevano avuto rapporti solo commerciali. Da una parte

l'insediamento greco sulle coste opposte a quelle etrusche danneggiava i commerci

degli uni con azioni di pirateria, dall'altro sbarrava la strada ai Cartaginesi per la

fondazione di nuove colonie.

Gli accordi commerciali etrusco-punici si trasformarono in alleanza militare che

coinvolse la città di Caere. Nelle acque presso Aleria la flotte alleate posero fine

alle mire dei Focesi nel 540 a.C.

Dopo la “battaglia del mare Sardo”, a seguito evidentemente di accordi con i

Fenici, l'Etruria ebbe una certa libertà d'azione nel medio e alto Tirreno, Corsica

compresa, mentre i Cartaginesi consolidarono le loro posizioni in Sardegna. Aleria

fu occupata dopo la cacciata dei Focesi e divenne un emporio sulla rotta obbligata

che da Messina conduceva al golfo di Lione. I rapporti tra le due potenze

continuarono pacificamente, tanto che attorno al 500 a.C. Thefarie Velianas, “re di

Caere”, fece incidere la sua dedica di un tempio e di una statua ad Uni-Astarte su

lamine d'oro sia in etrusco che in fenicio, segno che l'emporio era liberamente

frequentato anche dai Cartaginesi, che potevano trovarvi persino un tempio alla

loro divinità femminile maggiore. Alla fine del VI secolo a.C. risale anche una

tessera hospitlis rinvenuta nella tomba di un ricco mercante cartaginese con

iscrizione in lingua etrusca.

L'alleanza militare non sembra essere mantenuta, tanto che i Ceriti non aiutano i

Cartaginesi nello scontro contro i Greci di Imera nel 480 a.C.. Tuttavia gli

Etruschi vennero danneggiati dal conseguente maggior controllo greco anche su

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Reggio e dalla politica espansionistica dei tiranni di Siracusa: Ierone fornì

supporto a Cuma in funzione anti-etrusca nel 474 a.C. e ottenne lo stanziamento di

una guarnigione nella città, a guardia della rotta di collegamento tra l'Etruria

porpria e quella campana.

La crisi dopo la seconda sconfitta etrusca a Cuma (la prima nel 524, inferta da

Aristodemo) pose definitivamente fine all'espansione etrusca nel Meditarraneo

meridionale. Gli empori etruschi sul Tirreno furono chiusi ai Greci. Iniziò quindi

un periodo di recessione che coincise con lo spostamento dei traffici greci

nell'Adriatico e la conseguente crescita dei centri dell'Etruria padana.

7. Le navi

L'aspetto delle navi etrusche è ricostruibile con qualche difficoltà dalla

comparazione di fonti storiche e relitti (alcuni dei quali di incerta fabbricazione

etrusca) con le evidenze fornite dalle raffigurazioni iconografiche.

Sappiamo dagli scrittori antichi, ad esempio dallo storico greco Dionigi di

Alicarnasso, che gli Etruschi avevano grande esperienza nella marineria e

dovevano dunque essere molto abili nella costruzione di navi. Inoltre, anche il

contatto con i Fenici e con i coloni greci, esperti marinai, certo contribuì ad

aumentare le loro conoscenze in campo nautico tanto che risulta arduo distinguere

i relitti in base alla tecnica di carpenteria utilizzata.

Il fasciame poteva essere formato da assi tenuti insieme tramite mortase e tenoni,

come per le navi greche e puniche, oppure mediante una serie di legature passanti

attraverso fori obliqui praticati a coppie sui bordi delle assi combacianti. Si parla

in questo caso di cucitura delle navi, un sistema molto antico, descritto da Omero

per le navi achee (Iliade, II, 135) e diffuso anche nel Mediterraneo, che

comportava una periodica sostituzione delle funi e dei cavicchi che otturavano i

fori.

Su ceramiche dipinte, bronzi e avori della prima metà del VI secolo a.C. troviamo

navi con uno scafo fornito di una poppa ricurva e di una prua dotata di sperone. La

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direzione della nave era assicurata da uno o due remi di governo a poppa che

fungevano da timone. La vela, perpendicolare all'asse della nave, risulta

rettangolare, fissa su un unico albero centrale. Questo era ottenuto da un unico

tronco ed era assicurato tramite funi ai due lati dell'imbarcazione.

Tra i relitti conosciuti e studiati, praticamente nessuno può considerarsi con

certezza etrusco, soprattutto quando il carico non è abbastanza omogeneo e non

contiene una quantità di anfore etrusche e bucchero sufficiente per risalire

all'origine dell'imbarcazione. Quelli più significativi per ipotizzare la natura e

l'aspetto delle navi utilizzate dagli abitanti dell'Etruria, risalgono al periodo

arcaico. Una nave affondata nella prima metà del VI sec. a.C. a Cap d'Antibes,

sulle coste della Provenza, probabilmente partita dal porto di Vulci o da Pyrgi,

trasportava circa duecento anfore vinarie etrusche, vasi di bucchero e vasi etrusco-

corinzi. Il relitto, per il suo carico, è stato considerato etrusco, ma esso non ha

restituito alcuna notizia sulla struttura della nave. Il relitto di Bon Porté (fine del

VI sec. a.C.) invece , trovato al largo di Saint Tropez, aveva un carico di anfore

per tre quarti etrusche e per il resto greche, ed è uno dei pochi ritrovamenti che

mostra la tecnica degli "scafi cuciti". Anche in questo caso, non si ha la certezza

che si tratti di un relitto etrusco, per la mancanza di iscrizioni e di attrezzature di

bordo che potrebbero dare indicazioni più precise sull'origine della nave.

Per la conoscenza delle imbarcazioni usate in Etruria dei periodi precedenti, gli

unici documenti attendibili sono i numerosi modellini di terracotta ritrovati nelle

tombe del periodo villanoviano nei centri meridionali, per lo più costieri, o nei

pressi dei fiumi. Queste piccole imitazioni di navi, che gli Etruschi seppellivano

con i loro defunti insieme ad altri oggetti del corredo, talvolta ugualmente

miniaturizzati, dovevano rappresentare le attività che il defunto aveva svolto e per

le quali si era distinto in vita. Dunque le attività legate alla navigazione dovevano

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in archeologia e cultura dell'oriente e dell'occidente
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alezzandro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etruscologia e antichità italiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bartoloni Gilda.

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