Etruscologia
Fonti e storiografia etrusca
Storiografia e storia etrusca sono assolutamente distanti, soprattutto perché le fonti storiografiche degli Etruschi sono ridotte, dato che non hanno lasciato fonti dirette: autori greci e latini sono le uniche fonti, non sempre obiettive essendo di culture diverse. Gli Etruschi sono gli unici ad avere una compattezza simile a quella greca: unità di lingua, costumi e religione, al di là della divisione statale.
Erodoto trova nella sua opera le branche della grecità, tutte le possibilità che ne caratterizzano l’identità: nel mondo antico l’uso della lingua unica non implica l’identità di popolo, come accade anche nell’Italia antica. Le forme religiose e le culture sono gli elementi che differenziano le popolazioni e su cui si basa Erodoto nel suo studio per determinare l’identità greca.
La compattezza etrusca dall’epoca villanoviana fino alla sovrapposizione con le popolazione italiche è unica nella penisola e questo blocco culturale ha sempre infastidito latini e greci per le differenze di comportamento rispetto alle culture del mondo classico.
Storia e documenti etruschi
Non sappiamo tuttavia con certezza quale sia la storia degli Etruschi. Il discorso di Lione di Claudio parla di scrittori tusci, quindi etruschi, che indicano l’esistenza di una scomparsa storiografia assorbita dai romani. La storiografia anche in ambito etrusco ha una base cronologica: nel III secolo d.C. Censorino è un’altra fonte utile per la comprensione della storia etrusca, poiché indica che gli Etruschi avevano l’idea di saecula come spazio di tempo misurabile, ma di durata variabile; non possiamo parlare di secoli come di consueto, ma di periodi di tempo variabili che segnano un percorso storico.
Considerato questo, tornando all’etruscologo Claudio, unico imperatore che studia e riconosce l’apporto etrusco nella cultura romana antica, siamo sicuri che almeno al VI secolo a.C. risale la storiografia etrusca. Infatti, egli cita Servio Tullio, alla fine della monarchia romana: egli si chiamava Maxtarna e proprio in quel tempo si era sviluppata tale storiografia presente all’imperatore secondo il suo resoconto.
La storia degli avvenimenti è invece studiabile attraverso una cronologia assoluta, sulla base di battaglie note combattute soprattutto con i Greci, che ne hanno segnato la data. La tomba Francois di Vulci, del IV secolo a.C., è un altro documento storico fondamentale: ha una forma a T, con un vestibolo largo e un fondo ampio; sulle pareti del corridoio sono presentati il sacrificio dei prigionieri e la liberazione di Celio Libenna (Caile Vipinas), compagno di Servio Tullio.
Uno specchio del V secolo inoltre riporta gli stessi nomi, Caile e Avle (Aulo) Vipinas, due fratelli, militari vestiti con l’armatura, che stanno guardando al centro due personaggi, uno con una cetra e l’altro con un dittico (i dittici in avorio o legno venivano usati per scrivere, perché incerati): si chiamano Cacu e Artile e stanno facendo una profezia per l’esercito (esistevano libri di divinazione per gli eserciti). Sono tutti personaggi storici e grazie al discorso di Claudio possiamo comprenderne la vera identità, che ci allontana dall’ipotesi mitologica.
Significato degli specchi etruschi
Per quanto riguarda lo specchio, sappiamo che era uno strumento comune per le donne: su una faccia era in bronzo liscio per specchiarsi, sull’altra è quasi sempre istoriato e numerose ricerche sono fatte in questo ambito ricco di documentazione archeologica. Proprio grazie a questo strumento sappiamo che agli Etruschi interessava rappresentare conoscenze storiche e meccanismi cerimoniali usati per conoscere il volere divino (meccanismi messi in scena da personaggi tratti dal mito greco): ci sono molti dibattiti per questo sul mito etrusco, come copia banalizzante di quello greco o come reinterpretazione nuova per scopi diversi, come appunto quello di mettere in scena personaggi greci per motivi rituali.
Questo è quello che accade per Celio e Aulo Vibenna, che attraverso due personaggi profetici greci ricevono il volere divino. Nello specchio, la maschera mostruosa sopra le teste dei personaggi indica la natura e tutto il suo mistero, soprattutto il vento, che funge da voce divina in molti riti greci: il divino oscuro si manifesta attraverso i suoni della natura, convogliati verso personaggi capaci di dare la profezia, destinata in ultimo ai comuni mortali.
Cronologia e influenze storiche
Sulla base della cronologia assoluta possiamo usare date greche fondamentali: Pitecussa, insediamento dove vivono in pace e collaborazione Greci Euboici (i primi giunti nel Tirreno) e Fenici, presenti già da tempo, fu il primo ad entrare in contatto con gli Etruschi. I Greci non riescono ad andare fino al 600 a.C. oltre Pitecussa e Neapoli, perché sopra il mare era governato dagli Etruschi. Pitecussa diventa così zona franca per varie popolazioni. Le più famose colonie di Magna Grecia e Sicilia sono datate grazie a Tucidide.
La situla del faraone Boccoris è un vaso di ceramica invetriata, tipica dell’Egitto, che contiene il cartiglio del sovrano e costituisce un dato di cronologia assoluta (morì nel 720 a.C.): questo vaso permette di datare la tomba a camera di Tarquinia, dove è stato trovato, ma ci permette anche di dare inizio al periodo orientalizzante, poiché indica il primo sviluppo di contatti con l’Egitto.
Dal 540 a.C. si hanno altre date importanti: centrale è la vittoria di Alalia dei Cartaginesi e degli Etruschi contro i Focei fuggiti dopo l’invasione persiana. La migrazione forzata dei Focei, narrata drammaticamente da Erodoto, vede una serie di opposizioni da parte delle città Greche del sud Italia: la ricerca disperata di una terra finisce in Corsica ma nella zona dominata da Cartagine, che mal sopporta l’elemento greco, che aveva fondato soltanto Marsiglia nel 600 a.C. solo per un comune interesse anche etrusco (gli Etruschi puntavano a creare un’impresa comune mirata alle coste della Francia meridionale).
La Corsica, esattamente davanti ai territori etruschi, non è un terreno adatto alla presenza greca perché collocata al centro del controllo tirrenico degli etruschi e dei cartaginesi, soprattutto per le miniere di ferro presenti sull’isola. I prigionieri del conflitto furono massacrati a Cerveteri, a dimostrazione delle tensioni tra i due popoli in conflitto.
Dal punto di vista dei Greci gli Etruschi erano ritenuti corsari, quando in realtà dal loro punto di vista il controllo dei mari era legittimo e la funzione di controllo era politica, non piratesca: la talassocrazia etrusca non era semplicemente accettata dai Greci. Il vaso del VI secolo a.C. con la vicenda di Dioniso rimanda a questo aspetto: Dioniso incappa nei pirati tirreni e viene rapito per ottenere un riscatto. I prodigi scatenati da Dioniso e la trasformazione in delfini degli uomini fanno parte di una scena molto amata dagli Etruschi, perché mette in gioco Pakeis (Dioniso, il cui nome Bacco deriva dall’Etrusco), uno degli dei principali della loro tradizione.
Nel 524 a.C. una battaglia vede gli Etruschi contro Cuma, ma qui cominciano a perdere colpi nel controllo sul mare. Nel 511 a.C., dopo la distruzione di Sibari da parte di Crotone, inizia la crisi delle tirannie, anche di Tarquinio il Superbo, e i sommovimenti politici avvengono tutti alla fine del secolo. Nel 474 a.C. la vittoria di Gelone di Siracusa mette fine al predominio etrusco di Cuma e il Mar Tirreno: gli elmi etruschi sono donati a Olimpia, in un’ottica sempre più panellenica.
Quando Atene viene sconfitta da Siracusa nel 413 a.C. la città greca è alleata con gli Etruschi. Il santuario dell’ara della regina aveva un monumento della famiglia degli Spurinas, favorevole a Roma (il documento è in latino) e decisa a ottenere posti nel senato romano. Gli Etruschi scompaiono in gran parte perché vogliono scomparire entrando nella grande sfera politica della Roma soprattutto augustea (un processo di auto-romanizzazione), ma a Tarquinia invece c’erano gruppi di resistenza contro le fazioni favorevoli a Roma.
La fazione favorevole trionfa e la lingua etrusca lentamente scompare, come dimostrano gli elogi che ricordano le imprese dei membri delle famiglie importanti, esclusivamente in latino. La tavola degli Spurinas rimanda alle imprese di alcuni esponenti che aiutarono Atene durante la Guerra del Peloponneso. Aulo, tre volte pretore, ha compiuto altre numerose imprese, riportate solo frammentariamente ma utili per comprendere parti della storia etrusca.
Le alleanze e i conflitti
Verso il 387 a.C. però i Galli scendono verso la pianura padana e verso Roma lungo le coste dell’Adriatico: nascono alleanze molteplici che alla metà del IV secolo vedono relazioni sempre più complesse con le popolazioni italiche, inclini a sostenere o le città etrusche o i Romani (che si alleano con i Sanniti, che dominano nell’Italia meridionale). Con il IV secolo si crea il forte popolo sannitico, dedito alla guerra soprattutto contro Roma, e gli Etruschi vanno sempre più in secondo piano, perché le alleanze puntano esclusivamente al mantenimento dell’integrità delle singole città. Le stesse città, come per la Grecia, non sono mai unite e la frammentarietà si rivelerà una grande debolezza contro Roma.
Un altro specchio può meglio chiarire la teoria dei saecula: diviso in tre parti, che indicano gli spazi di colloquio con le forze divine, rappresenta una fascia centrale con la vita umana e lo spazio terrestre, una superiore con i cieli e una inferiore con gli inferi. Nella parte superiore l’aurora emerge nella scena (i volti dei cavalli sono tagliati), ma è vicina a un chiodo, che è detto clavus annalis dalla tradizione romana, strumento preso dal mondo greco e usato nelle porte del tempio per indicare il tempo: il chiodo è qui collocato in relazione al sorgere del sole e indica un certo modo di segnare il tempo. In un altro specchio una donna alata detta Athrpa ha in mano un martello e un chiodo che indicano anche qui l’intento di segnare il tempo. I saecula secondo Censorino sono divisi in modo diverso, da 100 a 123 anni.
Intorno al 100 a.C. il ritorno dei legionari dopo le numerose guerre nel Mediterraneo costringe anche alla confisca di molte terre dell’Etruria da donare proprio ai veterani di ritorno.
La profezia di Vegoia
La ninfa Vegoia con la sua profezia resta grazie a una traduzione effettuata dagli scrittori romani gromatici, cioè che si occupano della misurazione della terra. La groma è uno strumento per dividere i campi, a forma di croce per dare suddivisioni regolari. La disciplina che utilizza questo strumento era fondamentale per la suddivisione delle proprietà e quindi per la vita civile. Il patrimonio di conoscenza della divisione dei campi sconfina nel politico e nel religioso (il dio Terminus a Roma ne è un esempio) e proprio gli scrittori codificano queste regole.
La ninfa Vegoia faceva parte del corteggio di divinità tipicamente etrusche: nella religione greca sono divinità secondarie, ma per gli etruschi sono un elemento fondamentale per il contatto con il sovrannaturale. La religione etrusca è basata su forze e principi generativi, poco fruibili se non con l’aiuto di questi esseri ed entità divini che aiutano gli uomini.
Vegoia è una divinità primaria, definita ninfa con il nome greco, ma in etrusco è chiamata Lasa, termine che viene messo prima del suo nome: Lasa Vegoia in etrusco diventava Lasa Veguia per un diverso suono nella pronuncia, ma i romani la trascrivono in questo modo.
Le pietre di confine sono sempre state trovate nei campi in Etruria, ma nel Diciassettesimo e Diciottesimo secolo le pietre furono definite tular, ed erano così chiamate perché la parola indica il confine. Nelle mitologie il termine ha diversi sviluppi ma mantiene questa radice anche in tradizioni diverse.
I confini erano sotto la tutela della divinità e la pena dello spostamento era la punizione divina, con conseguenze immediate sui campi per il ribellarsi della natura. La profezia di Vegoia si data intorno al 100 a.C., secondo alcuni al 200 a.C.: è una profezia pretestuosa perché sappiamo che fu utilizzata per difendersi dall’ingerenza romana al ritorno dei soldati dalla guerra.
In un anello d’oro due figure femminili, una di spalle e una di fronte, vi è l’iscrizione Lasa Veguia, cosicché ci è reso possibile confermare l’esistenza di tale divinità con una testimonianza diretta e non solo mediata dalla letteratura romana.
Un’altra rappresentazione della Veguia, vestita e alata e con uno stilo per scrivere, la pone di fronte ad Atena, per gli Etruschi Menerva. Menerva è collocata su un principio attivo etrusco che è quello della divinazione, e non tanto come divinità guerriera. Lasa Vecu (qui chiamata in questo modo) è appunto la sua compagna.
La misurazione del tempo e la tradizione etrusca
Ritornando alla suddivisione, dagli scrittori latini abbiamo traccia però anche degli altri secoli, della fine dell’VIII e del IX: Plutarco racconta che un acuto squillo di tromba ha segnato la fine dell’VIII secolo, con una precisa datazione all’88 a.C. Gli altri secoli invece erano stati tutti determinati da dei prodigi (un vitello con due teste, una pecora colorata), con apparizioni di animali definiti monstra: il monstrum è qualcosa fuori dal normale che crea uno smarrimento e una diversa presa di coscienza. Queste manifestazioni determinano la fine dei secoli perché sono segnali del cielo o degli inferi.
Nel IX secolo il prodigio è un cometa, ma Servio nelle Bucoliche ci dice di più: in concomitanza muore l’aruspice Vulcanius. Gli aruspici non potevano rivelare i segni degli dei, ma Vulcanus fu punito con la morte per averlo fatto: da qui veniamo a conoscenza anche del “segreto professionale” a cui si doveva obbedire in ambito sacerdotale.
Il tempo per gli Etruschi, se così diviso, era nazionale, considerato per tutti in una grande unità, ma esisteva anche il tempo della città: ogni città aveva la sua misurazione e la misurazione era particolare, perché un individuo nato nel giorno della fondazione della città diventava il metro per determinare il secolo nascente; alla sua morte iniziava un nuovo secolo con la nascita di un altro “prescelto”.
Ma anche i prodigi potevano determinare un tempo della città: l’acuto squillo di tromba ad esempio era indicatore diffuso; la tromba aveva la forma del lituo, simile al bastone dei pastori (il pastorale), ed emetteva un suono diverso a seconda che fosse pieno (tamburo di terra) o vuoto. Era un simbolo di autorità e connotava la persona più importante della città, come avviene d’altronde anche nella tradizione greca (Odisseo con il bastone dell’aedo nella reggia di Alcinoo).
Letteratura e documenti etruschi
Per quanto riguarda la letteratura etrusca, sappiamo che esistevano le storie, ereditate dai romani, ma certo la mancanza della lingua etrusca pienamente interpretata è una nostra debolezza di interpretazione. Le lettere etrusche, derivando dal greco, sono facilmente decifrabili, ma non è chiaro il contenuto delle espressioni. La scomparsa della lingua aggrava la situazione perché non vive dell’opera di conservazione dei monaci medievali come il latino e il greco.
Il sarcofago del sacerdote a Tarquinia è rappresentato con in mano un rotolo colmo di scritto, per noi incomprensibile. Dimostra tuttavia l’esistenza di rotoli iscritti e dà la speranza di nuove scoperte in questo ambito, magari con la doppia traduzione. Altre statuette e urne in alabastro reggono scritti, come il dittico. Un cippo da Chiusi, inoltre, mostra la scena di uno scriba in presenza del suo padrone, che registra ciò che gli dicono altri personaggi.
Un’altra testimonianza importante è quella della mummia di Zagabria: nel museo sono conservate le bende di una mummia egizia del II secolo a.C., e nell’oasi del Fayum, dove è stata trovata, il clima ottimale ha conservato le bende che coprivano la donna etrusca sepolta. Questa donna doveva essere stata data in sposa a un egizio e le parole sulle bende mostrano il rituale funerario e alla lettura suonano con una certa cadenza e un ritmo poetico: da qui possiamo comprendere che il calendario rituale segue una cadenza poetica ben precisa e confermata dal modo con cui in altre grandi culture dell’Italia antica veniva trattato il testo rituale (nella zona umbra ad esempio).
La letteratura storica, che consiste soprattutto nelle lastre di elogio, è anche costituita da un’iscrizione di Cortona. Il rinvenimento di sette pezzi di tavola bronzea, spezzata in otto pezzi precisi, in un campo, ha avuto un lungo dibattito e numerosi tentativi di traduzione. Pare comunque un contratto del periodo ellenistico.
Le lamine d’oro di Pirgi, invece, si sono conservate grazie al fatto che sono state risparmiate dal sacco del 384 a.C. dei tiranni siracusani. Le decorazioni del tempio sono state usate per costruire una sorta di cassetta in cui nascondere le lamine in un anfratto. Riportano due testi in etrusco e uno in fenicio e diedero la speranza di aver trovato il primo testo bilingue: purtroppo solo in generale il contenuto è simile, e resta solo un’attestazione del re di Cere, tiranno di Cerveteri, che aveva donato nel giorno del seppellimento della divinità un santuario alla dea Umi (la più grande divinità femminile etrusca) o Astarte (la più grande per i Fenici).
Umi è la signora del santuario, mentre invece il seppellimento della divinità ha fatto molto discutere, dato che nel mondo anatolico esistono molte divinità che vengono seppellite e risorgono, come Eracle, molto venerato a Pirgi con la sua apoteosi finale. Eracle è famoso per la morte per mano dell’inconsapevole Deianira con il sangue avvelenato del centauro Nesso. Il seppellimento è quindi forse riferibile a Eracle, morto e rinato anche per la tradizione fenicia.
Altro documento fondamentale è un lungo testo, che fa pensare a una letteratura sacra.
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