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Introduzione all'etruscologia: riassunto di Enrico Manzoli

Storia degli studi

Nella tradizione letteraria greca e latina, il tema degli Etruschi, detti nelle due lingue rispettivamente Tyrrhenoi e Tusci, è accostato secondo quattro principali ambiti tematici, che presuppongono tutti il comune connotato della diversità e dell’isolamento rispetto al quadro etnografico della restante Italia. Il contesto cronologico degli Etruschi è da fare risalire attorno al IV secolo a.C. su un duplice scenario: quello Tirrenico dell’espansionismo Siracusano con anche i continui conflitti tra Roma e le città Etrusche e quello Adriatico della loro attività di pirateria.

Nel testo di Erodoto “l’inno di Dionisio” viene per l’appunto accennato l’opera di un gruppo di pirati, probabilmente potremmo supporre che si tratti dei nostri Tusci. La popolazione dei Tyrrhenoi è da sempre nella letteratura Latina vista come una popolazione spinta da eccessi come il sesso e il lusso che sottolineava una crudeltà caratteriale, quasi un sadismo congenito, manifestato nel massacro dei prigionieri Focei dopo la battaglia del mare Sardo. Anche l’integralismo religioso è uno stereotipo etrusco ricorrente in tutto negativo dal punto di vista degli scrittori cristiani.

Per quanto riguarda la produzione artistica, menzioniamo la famosa scuola di Veio e sull’architettura da cui viene ricordata con il bizzarro mausoleo pluripiramidale del re Porsenna, nei dintorni di Chiusi. Questo sarebbe divenuto tema ricorrente negli esercizi di disegno architettonico di alcuni grandi maestri del Rinascimento.

Un vero incunabolo dell’etruscologia, intesa come scienza antiquaria globale della civiltà etrusca, può essere indicato nei venti libri, dei Tyrrhenica dell’Imperatore Claudio.

Nel Medioevo

Manca tuttora uno studio monografico sulla fortuna degli Etruschi nel Medioevo. Se in Toscana e Lazio è documentato l’uso di urnette ellenistiche come reliquari, si conoscono inoltre alcuni centri liturgici fondati dagli Etruschi che, sopravvissuti, furono poi riutilizzate si pensa senza una vera e propria ripresa di genere. Nel XIII secolo, uno studioso Restoro d’Arezzo nel suo Libro della composizione del mondo e sue cagioni ha riportato alcune ceramiche in terracotta sicuramente del tipo della terra sigillata ma forse a figure nere e rosse. Lo stesso Boccaccio si occupò della questione della città di Spina come anche Dante che menzionò la città di Corneto (Tarquinia).

La scoperta degli Etruschi

Il tema degli antenati preromani trovasse spazio, nella riflessione del Primo umanesimo, entro l’ambito locale della Toscana e del Lazio. Un personaggio molto importante fu il frate domenicano Giovanni Nanni detto Annio, autore di numerosi testi apocrifi. Il suo tentativo fu di ricondurre anche l’antefatto etrusco alla storia sacra della Bibbia, attraverso la semitizzazione del capostipite Giano, identificato col patriarca Noè.

Nel Secolo XVI, tre rinvenimenti ravvicinati di grandi statue di bronzo ad Arezzo: La Minerva nel 1541, tale opera non è più da considerarsi un esemplare di arte Etrusca, in quanto fu costruita attorno al periodo Ellenista; e poi La Chimera nel 1553, nei pressi del lago Trasimeno, testimoniano una conoscenza di antichi miti e leggende molto familiari per i suggestivi Etruschi. Lo stesso Giorgio Vasari seppe cogliere lo stimolo culturale e storico e soprattutto la sensibilità dell’artista il carattere inequivocabilmente etrusco dell’opera. Un fattore molto importante è la presenza sulla zampa destra di alcune lettere Etrusche. È importante comprendere che l’intelligenza di Vasari lo porta a non commettere l’errore di nominare la provenienza degli Etruschi che, come ben sappiamo, è ancora per nulla verificata. La Chimera fu inizialmente ritrovata senza coda e in seguito ad un restauro del 1720 fu ricostruita.

L’Arringatore: Tale opera doveva far parte della collezione vaticana, ma sappiamo che fu venduta a uno dei Medici della Firenze, così ricca ed influente. Il gesto è molto comune e la figura di tale personaggio è quella di un arringatore, intento a parlare al pubblico. Queste tre statue sono in ogni caso capolavori fino ad allora insospettati della cultura artistica di una Toscana più antica e non meno splendida di quella medicea.

Il più rappresentativo prodotto storico-letterario di questa stagione medicea della primissima etruscologia è un’opera dal destino curioso, il De Etruria regali. Tale manoscritto rimase inedito per circa un secolo e questo è un fatto molto strano.

Il Settecento, secolo degli Etruschi

La ritardata pubblicazione del De Etruria regali fece sì che questo maturo prodotto dell’antiquaria rinascimentale avesse diffusione di fatto solo nel XVIII secolo, ponendo le basi per una stagione variegata e vivacissima, specie nel mondo letterario Toscano. Numerosi furono gli studiosi che si occuparono di redare testi sugli Etruschi:

  • Buonarroti (discendente di Michelangelo) si occupò della trattazione secentesca di testi come le explicationes et conjecturae, in particolare con ciò che riguarda l’alfabeto etrusco e la lettera delle iscrizioni.
  • Scipione Maffei scrisse Ragionamento sopra gl’Itali primitivi e incluse urne etrusche a rilievo nell’esemplare “Museo Pubblico”.
  • Anton Francesco Gori: Museum Etruscum
  • Mario Guarnacci: Origini Itali
  • Giovanni Battista Passeri: Picturae Etruscorum in vasculi.

Per quanto riguarda la storia dell’arte:

  • Il primato spetta a Johann Joachim Winckelmann, generalmente più noto per le sue predizioni elleniche e classicistiche. Ma in effetti la glittica etrusca rappresentò per lui una vera palestra di lettura formale, dove esercitare una speciale sensibilità ai fenomeni dello stile. Winckelmann suddivise l’arte Etrusca in tre fasi stilistiche, egli valuta l’arte etrusca pur avendo solo una visione molto ristretta, ma compie un ottimo lavoro che verrà ripreso fino a Pallottino. Il primo linguaggio etrusco rimanda a quello Egizio; la seconda fase riguarderebbe una locale classicità; la terza fase di sicuro molto più vicino alla qualità ellenistica, testimoniata dalla presenza dei grandi Bronzi.
  • L’opera di Winckelmann fu ripresa dal filosofo Christian Gottlob Heyne, il quale suddivise i vari stili etruschi in cinque fasi: Pelasgico, Egittizante, Prima fase di imitazione Greca, Seconda fase di imitazione Greca, Recenziore.
  • Il terzo eminente studioso settecentesco dell’arte Etrusca è l’abate Luigi Lanzi, pubblicò il saggio di lingua etrusca e di altre antiche d’Italia 1789, egli coglieva con chiarezza la grecità di ceramiche figurate a quel tempo erroneamente considerate Etrusche. Il punto di forza di quest’ultimo rispetto ai suoi due predecessori è che indusse l’arte etrusca a una schema di sviluppo ternario, con un stile arcaico tipicamente etrusco e una progressiva omogeneizzazione al linguaggio greco.

Il secolo delle scoperte archeologiche: il 1800

L’Ottocento è stato, come per la Grecia, così per l’Etruria, il secolo delle scoperte archeologiche, in virtù di una frenetica attività di scavo, che alimentò un mercato antiquario vivacissimo sia in Italia sia all’estero e conseguentemente consentì la contrazione dei reperti antichi in proprietà per lo più privata e di alti ceti sociali e di committenze, sovente, principesche o addirittura regali.

Figure rappresentative di questa gran caccia al tesoro sono:

  • Il principe Luciano Bonaparte
  • Il marchese Giovanni Pietro Campana
  • Vincenzo Campanari e i suoi figli

Nell’800 furono scritti molti importanti interpretazione sull’arte Etrusca data da:

  • James Byres: Hypogaei or Sepulchral Caverns of Tarquinia
  • E. Caroline Hamilton Gray: Tour to the Sepulchres of Etruria
  • Karl Odried Miller: Iperborei
  • Eduard Gerhard: Deutsches Archaologisches Institut
  • Gustav Korte: I rilievi delle urne etrusche
  • Jules Martha: L’art Etrusque
  • Giuseppe Micali: L’Italia avanti il dominio dei Romani, la storia degli antichi popoli italiani

Nell’Ottocento è importante parlare delle numerose catalogazioni che furono effettuate in seguito delle recenti scoperte archeologiche, aiutate a loro volta dalle numerose nuove tecniche archeologiche.

Il ritorno degli Etruschi

Nei primi decenni del XX secolo la cultura italiana è luogo di una rinnovata stagione di entusiasmi etruschi, che si potrebbe in certo modo paragonare a quella delle scoperte cinquecentesche e della riflessione tardo umanistica e rinascimentale. Il ritorno degli Etruschi è annunciato dal ritrovamento di statue fittili acroteriali del tempio del Portonaccio a Veio riportate alla luce nel maggio del 1916. Negli anni Venti e Trenta in cui il tema etrusco assume addirittura una specie di centralità per lo meno nella Mostra Augustea della Romanità non sancì la scelta romana e augustea della propaganda fascista.

Chi seppe valutare l’inconsistenza e la pericolosità delle concezioni etniche dell’arte fu Ranuccio Bianchi Bandinelli, un giovane etruscologo senese allievo di Giulio quirino Giglioli. Bianchi Bandinelli, occupatosi inizialmente di topografia storica con contributi importanti sulla regione di Chiusi e sulle tombe rupestri di Sovana. A seguito della sua conversione neoidealistica, orientò decisamente l’interesse di studio verso i fenomeni figurativi e in particolare la scultura. Il saggio significamento intitolato Palinodia è un testo sulla critica d’arte.

Massimo Pallottino

Con la seconda guerra mondiale, la dissoluzione del Reich nazionalsocialista ebbe conseguenze decisive anche nell’ambito degli studi classici che, fin dal primo Ottocento, avevano conosciuto predominio indiscusso nel metodo e nella dottrina degli specialisti tedeschi ma, entro il quadro irrazionale e violento di quel regime totalitario, si erano prestati a strumentalizzazioni ignobilmente razzistiche. Quindi la nuova Germania del dopoguerra e la stessa Italia provarono un po’ di prestito a studiare la romanità dopo la propaganda fascista. L’occasione di pubblicizzare di nuovo la classicità e quindi riscoprire anche gli Etruschi non fu accettata da Ranuccio Bianchi Bandinelli, troppo drastico nella sua palinodia per poter tornare indietro e molto più impegnato nel segno di un’estetica realistica di stampo via via lukàcsiano, nel doppio salvataggio ideologico dell’arte greca e dell’arte romana.

Fu invece l’altro grande allievo di Giglioli, Massimo Pallottino, come studioso in prima persona e come ideatore e coordinatore di ricerche collettive a ridefinire la fisionomia euristica e metodologia dell’etruscologia e a farne una disciplina storica globale e autonoma: dove globale significa che come per esempio l’egittologo così l’etruscologo avrebbe dovuto occuparsi in toto della civiltà etrusca. Di Pallottino ricorderemo soprattutto i contributi storico-antiquari ed epigrafico-linguistici; mentre, per quanto attiene alla storia dell’arte, il momento più produttivo della sua carriera può essere indicato negli anni Cinquanta quando ideò la mostra di Zurigo e Milano.

Fortuna espositiva degli Etruschi nel secondo Novecento

Questa mostra dell’arte e della civiltà etrusca nata al Kunsthaus di Zurigo e subito approdata al Palazzo reale di Milano nella primavera del 1955, promosse un efficace ritualizzazione del tema “portare l’intellettualità moderna” in contatto con il mondo delle forme e delle idee degli antichi Etruschi. Il contenitore mostra si dimostrava di gran lunga più comunicativo nei confronti del pubblico colto di quello tradizionale del museo. Di conseguenza mostre dedicate al mondo degli Etruschi sono state più volte proposte nel secondo dopoguerra.

Appena cinque anni dopo la fortunatissima iniziativa di Pallottino e per molti versi a sua continuità e completamento già trovava un sostanziale riscontro nelle maggiori città di Italia. Un trentennio più tardi ancora Pallottino, con la collaborazione di tutti i suoi maggiori allievi, realizza l’impresa, probabilmente irripetibile, di una corona di una decina di mostre raccordate organicamente alla celebrazione di un unitario “anno di etruschi” fissato nel 1985 nelle principali città rese famose dai ritrovamenti di tombe Etrusche.

Tali mostre non presentano solamente un unico tema, ma sono composte da un ventaglio di temi che comprendano sia l’architettura, le risorse minerarie, le tecnologie, i documenti epigrafici, il processo di romanizzazione e la memoria stessa degli etruschi nella cultura moderna e contemporanea. A testimonianza di tale impegno di Pallottino nella realizzazione di questa mostra uscì il volume redatto da Vanni Scheiwiller il Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi. Le mostre di Pallottino si tennero in tutta Europa negli anni '90 tra cui nelle principale sedi di Parigi e Berlino.

Nuove strategie nella ricerca sul campo

Il successo delle mostre e delle raccolte sugli Etruschi, naturalmente era supportato dalla ripresa di numerosi scavi archeologici, resi più efficienti grazie alla ricerca sul campo rinnovata nella strategia e nei metodi. La decisiva novità dell’archeologia etrusca nel secondo Novecento è rivolta all’esplorazione, e i primi dati veramente utili sono stati quelli che hanno portato alla restituzione della forma urbana etrusca, in particolare non abbiamo più le solite zone riempite da tombe o che abbiano uno sfondo tipicamente religioso o liturgico, ma veri centri urbani.

La ricerca nell’ambito ceretano aveva portato alla scoperta del santuario portuale di Pirgi. Un fattore importante da definire su tale santuario è la scoperta di piccole celle dove risiedevano le sacre puttane che accoglievano i marinai giunti da un lungo viaggio in mare. All’inizio degli anni Sessanta, si persegue l’esigenza di dilatare e rendere perciò meglio leggibile l’orizzonte topografico dei dati archeologici e insieme di razionalizzarne la raccolta. Oltre a ciò nasce il metodo del “field survey” ideato da una scuola britannica e quasi subito portato in Italia. Essa consiste in una fotointerpretazione aerea tale opera è state perseguita da Carlo M. Lerici. L’innovazione del survey va ad attualizzare l’antico problema del processo formativo della città stato. Un secondo momento significativo si registra negli anni Settanta, quanto numerosi studiosi italiani si fanno promotori di un radicale rinnovamento nella tecnica dello scavo archeologico che era ancora attardata in Italia su pratiche non più difendibili, come lo scavo “topografico” che sterrava i muri superstiti, senza quasi considerazione dei rapporti fra gli stati. L’affermazione irreversibile dello scavo propriamente stratigrafico agevolato dal decorticamento di ampi spazi aperti.

Novità epigrafiche

Vi furono importanti novità anche sul versante epigrafico e linguistico, in quanto furono ritrovate tre laminette auree iscritte in etrusco e in Fenicio che furono rinvenute nel 1964 nella cosiddetta area C del santuario di Pirgi. Dalla stessa stratificazione d’insediamento provenga anche l’ampio testo etrusco iscritto sulla bronzea tavola di Cortona, di età ellenistica, inerente a proprietà fondiarie site nei pressi del lago Trasimeno.

Storia dell'arte

Gli ultimi anni settanta-ottanta furono molto importanti nell’ambito della storia dell’arte etrusca. Il blocco critico stabilito dalla Palinodia di Bianchi Bandinelli non poteva trovare superamento completo neanche nell’approccio di Pallottino, il quale, guardando alla disciplina in accezione prioritariamente storico-antiquaria ricorse al modello della dialettica tra centro e periferia per un salvataggio dell’arte etrusca da considerare riuscito solo in parte. L’idea di Bandinelli era quella di storicizzare con gli strumenti del materialismo dialettico una fenomenologia artistica non originale e palesemente grecizzante. La nozione di un’arte degli Etruschi non organicamente etrusca. Un'arte di tipo Greco per i non Greci.

Nell’ambito dell’arte figurativa degli Etruschi, i primi esperimenti di esegesi a programma si devono non a caso a studenti come Bandinelli o a Torelli per i dipinti parietali delle tombe dell’Orco a Tarquinia o di Filippo Coarelli per la tomba Francois di Vulci. La svolta di metodo è stata dapprincipio accompagnata da polemiche vivaci con ricorrente obiezioni sollevata a motivo dell’estrema scarsità o addirittura assenza di fonti letterarie, ma la pratica di circa 30 anni in iconologia ha portato a pensare che probabilmente ciò che è stato detto corrisponde a verità. Il dualismo tra lingua greca e dialetto etrusco non è stato ancora risolto, può essere correttamente ricomposto attraverso la constatazione di una sostanziale grecità del mondo delle immagini dell’arte etrusca e lo studio conseguente dei loro processi di rifunzionalizzazione, nel sentire comune delle oligarchie locali. L’etruscologo oggi è una figura che deve avere studi alle spalle strettamente archeologici e classicistici, ben pochi sono quelli che hanno studi di formazione protostorica. Inoltre le figure di Archeologhi come Storici, Critici d’Arte uniti in un’unica entità è un concetto non divenuto regola e difficilmente realizzabile.

Origine degli Etruschi: introduzione

L’intera questione dell’origine degli Etruschi è stata ridimensionata da Massimo Pallottino come uno dei tanti...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/06 Etruscologia e antichità italiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enrico91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etruscologia e antichità italiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Bagnasco Gianni Giovanna.
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