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Dalla fine del IX secolo si assiste in Italia a una vivacità di scambi tra le varie comunità sia all’interno delle

singole culture sia all’esterno. Le relazioni con le altre comunità culture villanoviana nell’area padana e nel

Salernitano sono evidenziate per lo più dalla distribuzione di manufatti bronzei.

La presenza nei corredi funerari di recipienti e armi, generalmente da difesa (elmi e scudi) indica a partire dallo

scorcio del IX secolo a.C. una produzione toreutica, i cui modelli, fogge e tecniche appaiono strettamente legati a un

più vasto ambito transalpino, soprattutto all’Europa centro­settentrionale.

Alcuni reperti furono ritrovati anche in Sardegna ciò attesta uno scambio molto vivido con queste regioni, e sempre

a genti sarde trasferitesi in Etruria si farebbero attribuire la produzione di alcuni manufatti bronzei.

La nascita dell’aristocrazia:

Appare comune a tutte le maggiori organizzazioni politiche dell’antichità il formarsi di ristretti gruppi di persone

che rivestivano funzioni di governo in virtù di una posizione preminente rispetto al resto della popolazione,

posizione che ben presto tende a divenire ereditaria (aristocrazia di sangue).

A mano a mano che ci si allontana dai decenni iniziali dell’VIII secolo a.C. si fa più evidente il processo di

differenziazione economica all’interno del corpo sociale, palese nelle tombe, che contengono materiale sempre più

numeroso e ricco e mostrano visibili segni di dislivello sociale. Si delinea un élite in cui la donna è privilegiata,

quanto l’uomo e riceve uguale profusione di beni,

Generalmente la nascita dell’aristocrazia medio­tirrenica è fissata nel corso del VIII secolo a.C.

Nelle singole comunità emergono alcuni corredi maschili in genere guerrieri e femminili. Gli uomini sono connotati

come guerrieri possessori di carro, elementi essenziali dell’armamento sono lo scudo circolare, la lancia, l’elmo, la

spada.

L’impulso di scambi è attribuibile alle comunità dell’Etruria meridionale a Tarquinia soprattutto dove il processo

di urbanizzazione e quindi di differenziazione sociale appare in leggero anticipo rispetto alle altre zone dell’Italia

anche tirrenica.

I corredi mostrano un arricchimento considerevole con l’attestazione di manufatti di provenienza orientale e greca:

i sigilli, scarabei, pensagli sembrano essere il materiale prediletto delle nascenti aristocrazie locali, ma non mancano

vasi come attesta il ritrovamento a Tarquinia di un brocchetta “fenicio­cipriota”.

Nel rituale funerario troviamo che i bambini vengono divisi nella morte degli adulti, e inoltre sempre per i resti di

alcuni bambini sono stati ritrovati i resti di guerrieri che stanno ad indicare che nella morte le persone diventano

ciò che non sono state in vita.

Le fortif icazioni e il ripopolamento del ter ritorio:

Nei decenni centrali del VIII secolo a.C. si avvertono mutamenti sia nell’organizzazione dei vari insediamenti sia

nell’assetto territoriale, attribuibili almeno in parte al cambiamento dei rapporti socio­economici. Sono riferibili a

questo periodo anche le più antiche fortificazioni:

• Veio: Siamo attorno al VIII secolo si assegna la costruzione del sistema difensivo verosimilmente più

antico, alto 1,20 cm

• Vulci: Fortificazione a mura.

• Bologna: doppia palizzata

• Populonia: una fortificazione ai piedi del grande promontorio

Il costituirsi di una gerarchia insediativa stabile e articolata dalla metà/fine del VIII secolo a.C. rappresenta un

evidente cambiamento nella storia del paesaggio. Con la nascita di nuovi insediamenti anche in regioni che prima

erano spopolate, questi nuovi centri dimostrano però più chiaramente il rapporto gerarchico con i centri maggiori.

Questo fenomeno è stato collegato alla nascita di veri e propri agri gentilizi.

Il ceto egemone dimostra di aver consolidato la propria ricchezza, non solo basata sulla proprietà della terra, ma

anche sugli scambi, e sull’economia della rapina.

La gestione degli scambi appare prerogativa di alcune figure maschili connotate come guerrieri e riconoscibili per le

ricche panoplie attestate nelle sepolture poste generalmente al centro delle tombe dei membri dello stesso clan

familiare.

I cento anni che vanno dalla metà del VIII a quella del VII secolo a.C. possono quindi a ben diritto essere

considerati cruciali per le incalzanti innovazioni che portano al passaggio dai grandi centri protourbani alle poleis

di tipo greco e dalla lingua orale a quella scritta, cioè dal passaggio dalla protostoria alla storia.

Incontro con il mondo Greco:

Notevole impulso all’accelerazione del processo di formazione urbana delle comunità dell’Italia tirrenica viene

attribuito al contatto con le comunità greco­euboiche stanziatesi nel golfo di Napoli a partire dal 770 a.C.

La testimonianza materiale più rilevante di scambi tra comunità indigene e genti greche è la presenza nei corredi

funerari di Tarquinia, Cerveteri e Veio di coppe biansate di produzione per lo più Euboica, dipinte sulla vasca

nella zona tra le anse con ornato a semicerchi pendenti nelle più antiche a “chevrons”, o con metope di uccello nelle

più recenti.

Vengono assimilate inizialmente tecniche e modelli figurativi e ben presto modelli più propriamente culturali, tali

da mutare profondamente la fisionomia della società etrusca. La causa principale del sorgere di questi contatti deve

essere ed è stata attribuita all’interesse dei Greci per lo sfruttamento delle colline metallifere etrusche.

In questo periodo sia in Etruria sia nel Lazio si rileva però una produzione massiccia di vasi connessi con il vino:

crateri, olle, sostegni, per olle e crateri, tazze a due manici (kantharoi), imitanti più o meno fedelmente modelli

greci. Quello che viene introdotto sicuramente dai Greci è il consumo cerimoniale del vino che diviene elemento

distintivo dei gruppi aristocratici.

E’ ormai convinzione generale, infatti che le sofisticate tecniche di lavorazione di molti generi di artigianato

presuppongano un apprendistato ricevuto da artigiani greci e orientali, detentori di un sapere più avanzato,

stanziati o itineranti nelle varie località.

Un elemento significativo di questa fase è, la trasmissione di nuove tecnologie più che le importazioni di oggetti

greci od orientali.

La nascita di un potere centrale:

Gli aristocratici etruschi tendono ciascuno a presentarsi come un rex all’interno del proprio nucleo, sia esso la

famiglia più o meno allargata o la gens, la curia o il populus.

A Veio soprattutto in un arco di tempo che va dal VIII al VI si riconoscono delle figure di capi molto simili per

forma e potere ai Re di Roma, ciò è testimoniato dal forte espansionismo di questa città.

Alcuni esempi che testimoniano tale fattore, è come sempre scaturita dalla scoperta di una tomba sempre a Veio,

possedente un’armatura completa e di un ricco apparato decorativo, che ne testimonierebbe l’importanza all’interno

della città, a partire dal X secolo sappiamo che per quanto riguarda il Lazio una armatura completa sta ad indicare

il carattere simbolico e rituale del capo del villaggio.

Sono state ritrovate anche i resti di grandi capanne di legno da considerarsi le residenze regali, o le cosiddette case

del Re.

L’Etruria dei principi e il modello orientale e greco:

Tra l’VIII e l’inizio del VI secolo a.C. il commercio fenicio e greco, gli uomini che si spostarono per fondare colonie

o per creare nuove cerchie artigianali, trasformarono il bacino del Mediterraneo in un ambiente culturalmente

omogeneo, fortemente permeato di ideologie simili al mondo greco e Oriente.

Le stesse ricchezze dell’aristocrazia, che erano costituite dalle terre dal bestiame e dai servi, si rendono sempre più

uguali a quelle Orientali, la stessa figura del guerriero con indossa l’armatura, diventa il guerriero che combatte da

una biga guidata da cavalli, sullo stile orientale.

I principi etruschi si autorappresentano seduti su troni con insegne in mano accompagnati da servi con flabelli alla

stregua dei dinasti orientali.

Si sviluppa attorno al 725­675 anche l’uso del carro veloce, anch’essa chiara produzione orientale.

Come è noto, altra prerogativa dell’aristocrazia etrusca appare la conoscenza delle lettere . Stessa

caratteristica veniva attribuita ai dinasti assiri, un esemplificazione può venire dall’auto descrizione del grande re

e grande stratega Assurbanipal.

Il ruolo delle Donne:

All’interno e all’esterno dell’area etrusca grande rilievo e importanza viene data alle donne, si nota per esempio

una funzione fondamentale della donna nelle cause attivanti la circolazione di beni, hanno messo in evidenza il

ruolo della donna e del matrimonio nel commercio arcaico.

la donna appare equivalente a dei valori di circolazione mobile; essa è come questi oggetto di doni e scambi e di

ratti.

Se produrre ed educare è il destino della donna, filare la lana ne è l’emblema il lavoro della lana è il simbolo della

donna, come il lavoro delle armi è quello dell’uomo.

La donna diviene filatrice e in alcuni casi anche tessitrice. Il telaio diviene prerogativa solo di alcuni personaggi

femminili particolarmente eminenti: le padrone di casa.

Le tuniche appaiono sorrette da fibule d’oro d’argento o d’ambra che richiamano il peplo bellissimo adorno di

dodici spille d’oro chiuse con ganci ricurvi.

Gli abiti dovevano essere di lana e Lino.

Una chiara illustrazione delle attività svolte all’interno della casa dalle donne ci viene offerta dalle raffigurazioni

sulle due facce del tintinnabolo pendagli sonoro di probabile significa religioso, della tomba degli Ori dell’arsenale

di Bologna.

a un lato la scena della filatura con la raffigurazione di figure femminili intente ad avvolgere la lana grezza sulle

conocchie e a filare con conocchia e fuso, dall’altro lato la scena delle tessitura con la raffigurazione della

preparatone dei fili dell’ordito e di una dama intenta a tessere.

La donna risulta portatrice di ricchezze e di nobili ascendenze.

IL matrimonio di uno straniero con una donna della terra che lo accoglie è molto frequente: la fanciulla appare di

cosi nobile origine che non può incontrare nella sua terra un pretendente alla sua altezza. Sposare uno sconosciuto

è non solo un sistema per non venire meno alla superiorità della famiglia ma anche una maniera per non

allontanarsi dalla propria casa. L’esule non potrà che integrarsi nel gruppo familiare della moglie e i figli della

nuova coppia perpetueranno la nobilissima famiglia materna.

Nel VII secolo a.C. si sviluppa il matronimico nell’Onomastica, caratteristica che rivela come la discendenza

femminile valeva ad assicurare anche da sola, la cittadinanza.

Anche tenendo presente tutti questi fattori a favore della donna, non si può ipotizzare per la società etrusca

l’esigenza del matriarcato.

4 La struttura economica e politica:

La fase orientalizzante: alcuni indicatori archeologici:

Nella seconda metà del VIII secolo a.C. si attua nei grandi centri protourbani una profonda

trasformazione degli assetti sociali, politici ed economici che sotto l’aspetto materiale, conosce la

manifestazione più eclatante nello sviluppo della cultura orientalizzante. Processo che affonda le proprie

radici nelle dinamiche di sviluppo interno delle comunità villanoviane, nel livello avanzato raggiunto dalle forme

produttive e in una spiccata propensione alle aperture e agli scambi che conduce il mondo tirrenico a inserirsi in

funzione non subalterna nella rete complessa di traffici marittimi che si svolge a scala mediterranea.

Processi di concentrazione della ricchezza e di accentramento nel controllo delle risorse e dei meccanismi di

produzione, conducendo alla formazione di un’aristocrazia e dei meccanismi di produzione, conducendo alla

formazione di un’aristocrazia di carattere stabile, di cui è possibile delineare alcuni caratteri strutturali a partire

dalle fonti archeologiche.

Trasmissione ereditaria essenziale per assicurare la difesa di un privilegio non più temporaneo, a valorizzare la

linea di parentela è documentata a livello epigrafico dallo sviluppo della formula onomastica bimembre ,

questo fattore è già attestato in testi epigrafici del VII secolo a.C.

Gli antichi aristocratici Etruschi possedevano un prenome e un Gentilizio che era il nome della famiglia. La

centralità data alla famiglia è testimoniata anche a livello archeologico dallo sviluppo della tomba a camera

inizialmente destinato ad accogliere la coppia coniugale e successivamente ampliata ad accogliere tutti i vari

membri della famiglia, sempre in questo periodo chiamato orientalizzante abbiamo un’esibizione di un grande lusso

funerario.

La società Gentilizia:

In questi anni nasce una aristocrazia ereditaria, controllata da un élite dominante, su queste caratteristiche si

impernia la società etrusca sull’istituto sociale ed economico della gens.

La Gens è una struttura sociale ed economica di carattere esteso, imperniata sulla parentela, le relazioni di

solidarietà privata e la clientela. Ma non solo i membri della famiglia giravano attorno alla gens, bensì anche le

figure dei cognati, i sodales e i clientes.

Si contrapponevano agli aristocratici, tutto il resto della popolazione non caratterizzato da persone libere bensì da

schiavi o Penestai, erano cittadini sprovvisti di libertà che in caso di guerra dovevano combattere per i loro stessi

padroni, fenomeno che invece non vediamo a Roma.

Essi erano dotati di uno statuto intermedio tra libertà e dipendenza, i clienti sono tenuti a garantire al patrono,

accanto al servizio militare, una serie di prestazioni che riguardano la sfera produttiva e, in primo luogo, le

attività agricole: essi rappresentano una risorsa che amplia il raggio di azione e potenzia la capacità di intervento

della gens.

La fonte primaria su cui si sostiene la formazione gentilizia è nel possesso del fondiario, nell’acquisizione di

un ampio territorio agricolo per la coltivazione e l’allevamento, su cui si impone un controllo unitario per evitare il

frazionamento e il conseguente indebolimento della proprietà.

La disponibilità di un’entrata fissa permette successivamente i processi di accumulo di ricchezza , la

produzione di un surplus che può essere commerciato o barattato in cambio di qualcos’altro.

L’esibizione della ricchezza e del lusso privato costituisce uno strumento essenziale della legittimazione

aristocratica: essa si incarna nella nozione moralista di tr yphe con cui le fonti denotano in senso negativo uno

stile di vita esclusivo che accomuna l’élite etrusche a quelle mediterranee attraverso l’esibizione di uno stesso

prestigioso apparato culturale e materiale.

A capo della Gens si pone i Principes i cosiddetti potenti (dynatoi/dynatotatoi) lo stesso segmento

aristocratico esprime il re e i rappresentanti delle città etrusche, in seno alla lega federale.

• Secondo una teoria: le gens possiedono un carattere e una struttura piramidale, guidata da un princeps

gentis, o capofamiglia.

• Seconda un’altra teoria invece le gens sono “acefale” ovvero sono sprovviste di un capo unitario, ma sono

tutte molte famiglie dotate di autonomia e di una propria gerarchia interna, in grado di sviluppare forme

avanzate di cooperazione nella gestione delle risorse e della manodopera.

Ogni Princeps si presenta come portatore di potere­assoluto esemplato su modelli, ellenici e soprattutto orientali.

Attorno al VII secolo notiamo un processo di eroizzazione che assume un’importanza rilevante la ricezione attiva

nel mito greco che consente ai gruppi dominanti di appropriarsi di modelli funzionali all’elaborazione di un

linguaggio del potere condiviso con le altre aristocrazie mediterranee.

Occorre dire che nell’ambito della valenza ideologica nel rituale funebre oltre alla eroizzazione di un dato membro

di una famiglia, nasce l’esigenza di:

• Indicare la piena rappresentatività della classe infantile.

• L’invenzione del culto degli antenati.

La formazione della citt à e il consolidamento della comunit à politica:

L’organizzazione di formazioni coese di carattere esteso crea la condizioni per il salto di qualità connesso allo

sviluppo della città come formazione socio­economica unitaria, in cui la concentrazione delle forze produttive

innesca un’elevata capacità di pianificazione.

Tra il passaggio tra il VIII e il VII secolo a.C. si forma un processo di aggregazione urbana con successivo riassetto

territoriale, fattore possibile solo se in presenza di un’autorità politica un grado di imporre all’intera comunità

strategie unitarie di ampia portata.

L’esempio più esemplificativo è Pontecagnano: dove le antiche necropoli del periodo dell’età del ferro vengono

abbandonate e ricostruite nuove più addosso all’abitato.

La pianificazione di nuove aree di necropoli è un fenomeno che abbiamo in tutta l’Etruria. Sempre in questo

periodo si avvia una pianif icazione del paesaggio sacro e politico volta a durare nei secoli avvenire,

secondo una significativa continuità funzionale.

Anche nei sistemi degli insediamenti minori, dalla fine dell’VIII secolo a.C. si avvia una espansione che

coinvolge anche le fasce territoriali più distanti dai centri urbani, si acquisiscono spazi agrari lontani, si sviluppa

più incisivamente lo sfruttamento di aree ricche di risorse minerarie, come fa anche Vetulonia.

Tale processo passa attraverso la formazione di centri autonomi, ancorché di ridotte dimensioni.

Notiamo che anche i cittadini benestanti, in grado di potersi permettere la costruzione di un apparato funerario,

dalle tecniche e dalla manodopera utilizzata troviamo un certo divario con quelle delle maggiori gens aristocratiche

Etrusche.

Nascono le residenze palaziali , con le relative necropoli, realizzate nella II metà del VII secolo in un

paesaggio privo di insediamenti urbani: esse documentano l’esistenza di piccole locali che traggono forza, oltre che

dal possesso della terra anche dai controlli dei traffici marittimi e fluviali e dall’uso delle miniere.

Una testimonianza molto significativa è costituita da una serie di documenti epigrafici costituiti da Kyathoi

recanti formule di dono e da placchette d’avorio, che fungevano da tesserae hospitales.

L’evidenza più antica è costituita da Kyathoi, rinvenuti a Casale Marittimo e a Murlo.

Essi riflettono il funzionamento di un sistema cerimoniale di relazioni e vanno intesi come un dono ospitale, con

cui un nobile straniero si propone al signore del luogo: il dono serve a ottenere il permesso di accesso e transito e ad

avviare la pratica di scambio.

le tesserae Hospitales sono formate da placchette di avorio che ripotano sul retro i nomi dei contraenti del

patto, erano conservato dalle parti interessate e sovrapposte per certif icare l’identità reciproca da cui

scaturiva il rispetto degli obblighi imposti dal rapporto di ospitalità.

Le tessere ritrovate a Murlo sono state datate nel VI secolo.

Le strutture politico­istituzionali:

La tradizione storica restituisce al livello cronologico di Tarquinio Prisco e Servio Tullio, vale a dire tra la fine del

VII e la prima metà del VI secolo, l’immagine di città provviste di un proprio ordinamento (politeia), guidata dal

re scelto da un gruppo più o meno ampio di princeps, il potere del re deriva dall’autorità aristocratica e lo stesso

supremo rappresentante della Lega federale è significativamente definito da Livio come il Communiter creatus rex.

Troviamo quindi numerose analogie con Roma, l’equilibrio politico delle nuove realtà urbane si fonda sul

bilanciamento del potere delle gentes.

L’organizzazione gentilizia garantisce la stabilità delle istituzioni comunitarie perché da esse dipende il

funzionamento di un sistema in equilibrio in cui è possibile esercitare un controllo stabile della gestione delle risorse

e dei mezzi di produzione.

• Il ruolo trainante delle aristocrazie emerge anche a livello archeologico ella pianificazione del quartiere,

come quella di Piazza d’Armi a Veio.

La sua complessa organizzazione urbanistica, messa in atto intorno alla metà del VII secolo a.C.

contempla l’adempimento di un rituale di fondazione e prevede il rispetto di una sepoltura a fossa dell’età

del ferro deposta eccezionalmente all’interno dell’abitato e protetta all’inizio del secolo entro una “casa di

legno” cui è stata adibita una funzione simile a un Heroon.

• Vigna Par rocchiale a Cerveteri: Attuata tra il VII e il VI secolo a.C. qui abbiamo ritrovato un

quartiere aristocratico con una struttura simile a quella di Veio.

• Acquarossa: Costruita del III quarto del VI secolo: il palazzo sorge di fronte a un edificio templare, da

cui è separato solo da una strada, esibendo una contiguità ce costituisce una manifestazione del favore

divino e una garanzia per la conservazione della famiglia dominante.

In Etrusco il termine che indica il capo massimo, colui il quale si occupa di cose superiore prende il nome di

Zilath, è la magistratura suprema che esprime un’autorità comparabile a quella del Re e al tempo stesso a quella

dei praetores, che alla caduta della monarchia, rappresentavano a Roma la massima carica politica e militare.

I Documenti sui quali è attestata la presenza di questa carica massima sono:

• Liber linteus di Zagabria risalente al II secolo a.C.

• Cippo II di Rubiera presso Modena datato nel VII secolo a.C.

• Lamine d’oro di Pirgi databile alla fine del VI secolo

• Tomba del Convegno: qui è stato raffigurato un personaggio raffigurato nella sua altissima dignità di

Magistrato ed è indicato con le parole Zilath cechaneri.

Il processo di urbanizzazione: la “non polis” degli Etr uschi:

All’inizio del VI secolo a.C. si attua nel mondo Etrusco, iteso nella sua estensione più ampia, una profonda

trasformazione degli assetti insediativi.

Questo salto di qualità consiste nell’urbanizzazione degli insediamenti: gli abitati sono interessati da un processo

di pianificazione funzionale che comporta tra l’altro la definizione di spazi pubblici, in particolar modo di

carattere sacro.

L’urbanizzazione segna un processo strutturale che si consolida attraverso l’interazione tra comunità dotate di

strutture produttive e forme di organizzazione sociale non dissimili fondate sul controllo delle aristocrazie.

L’affermazione di una comunità più ampia di quella gentilizia non comporta automaticamente la costruzione di

una struttura politica come la città dei Greci e dei Romani.

Non si produce un ceto cittadino di uomini liberi e perdura l’opposizione tra una ristretta componente che gode dei

pieni diritti politici, perpetuando le tradizionali forme di dominio, e un corpo sociale più esteso e articolato che ne

resta escluso, pur esseno inserito nei rinnovati meccanismi produttivi: ciò determina le condizioni di un conflitto

sociale.

Nel corso del VI secolo in numerosi centri si attua un processo di pianificazione del tessuto abitativo che porta alla

definizione di impianti fondati su una scansione regolare delle strade.

Attraverso l’adozione di un impianto regolare, la comunità cittadina realizza un paesaggio urbani di tipo

“isonomico” che sottopone a una misura comune gli spazi politici e i luoghi di culto: essa esprime la propria

supremazia rispetto a ogni forma di particolarismo.

Il modello di una comunità “isonomica” si manifesta anche in ambito funerario.

All’inizio del VI secolo a Cerveteri e Orvieto si sviluppa il tipo della tomba a dado, costituita da una camera

quadrangolare di dimensioni ridotte, destinata alla coppia familiare.

La tomba a dado presenta un modulo standardizzato è costruita sopra terra coperta da una Terrazza destinata a

ricevere cippi e soprattutto è utilizzata per realizzare veri e propri isolati funebri di camere uguali tra loro allineati

lungo strade che scandiscono il tessuto della necropoli

Le tombe recano sull’architrave della porta di ingresso i nomi dei proprietari.

Il settore dove con incisività si manifesta la trasformazione indotta dal consolidamento dell’istituto urbano è.

Senza dubbio, quello del paesaggio agrario, investito in età arcaica da una forma di sfruttamento intensivo

opportunamente interpretata nei termini di un vero e proprio processo di colonizzazione interna.

L’accresciuta capacità di attrazione dei centri urbani determina una concentrazione di popolazione e di

conseguenza l’aumento del fabbisogno alimentare. Ciò acuisce il bisogno di territorio coltivabile, soddisfatto

ampliando il controllo sulla campagna e migliorando le tecniche agricole.

Organizzazione dello spazio agrario che mostra la messa in opera in età tardo arcaica di sistemi estesi di divisione

della terra attraverso opere di drenaggio e bonifica quali cunicoli canale e fossati che tengono conto delle condizioni

geomorfologiche dei suoli.

Non meno complesso è il sistema di canalizzazione delle terre umide del delta padano costruiti nell’entroterra di

Adria esso si sviluppa dagli ultimi decenni del VI secolo.

L’organizzazione della campagna migliora il rendimento di un’agricoltura di carattere estensivo come quella

cerealicola, ma al tempo stesso favorisce lo sviluppo di alte colture, di materiali di lusso, da poter commerciare.

L’economia degli Etruschi era basata sul baratto o lo scambio, e anche se abbiamo visto e provato l’esistenza di

monete etrusche, esso fu solamente un caso circoscritto a un territorio molto più vasto. In alcuni casi i prezzi

venivano fissati in cambio di grosse quantità di bronzo.

La rete delle relazioni commerciali si appoggia su una fitta serie di porti e di scali minori che costella l’Etruria

tirrenica fino al centro settentrionale di Pisa alla foce dell’Arno.

La crisi:

L’analisi delle dinamiche politiche ed economiche ha finora delineato un processo in continua espansione, ma le

ragioni stesse del suo sviluppo finiscono per innescare elementi di contraddizione politica e sociale che alla fine

conducono il sistema in crisi.

Non furono mai realizzate riforme della comunità politica che altrove conducono alla formazione di un ceto

cittadino libero, come Roma.

Ciò dipese dalla forte presenza di una classe aristocratica Etrusca, che impedì stringendo il cappio a tali individui

di ribellarsi, questo solo per il primo momento.

La rigida chiusura della struttura sociale condanna alla fine un sistema politico che non sa liberarsi dei principes e

continua a sostenersi sulla contrapposizione arcaica tra domini e servi. La parabola si consuma drammaticamente a

Orvieto nella rivolta servile che scuote la città nel 265 a.C.

Il popolo chiese aiuto a Roma, che d’altro canto arrivò e pose sotto il suo dominio la città.

5 Gli Etr uschi nella Pianura Padana:

Introduzione:

Nella suddivisione dell’Italia antica operata da Augusto la Regio VII, denominata Etruria, corrispondeva

all’attuale Toscana e al territorio laziale posto a nord del Tevere. La tradizione storica è concorde nell’affermare

che il dominio, o quanto meno l’influenza Etrusca in Italia non sia circoscritta solo ed interamente della regione

dell’Etruria, ma bensì possedeva frangenti di terreno sia a nord che a sud.

Felsina/Bologna:

A Bologna l’antica città di Felsina era riconosciuto un primato di grandi rilievo, città madre con un ruolo

determinante nella genesi e nella formazione dello steso ethnos etrusco. Il primato attribuito a Bologna,

addirittura rapportato all’interno ethnos etrusco, comportava il riconoscimento delle sue funzioni direttive e

pertinenziali nei confronti di un territorio padano.

Le prime manifestazioni della cultura villanoviana e quindi della presenza etrusca a nord dell’Appennino risalgono

al IX secolo, cioè allo stesso periodo in cui tale cultura si afferma in area tirrenica. Analogamente a quanto avviene

nella maggior parte delle metropoli tirreniche anche Bologna vede, a partire da questa età un’improvvisa

concentrazione del popolamento in almeno tre villaggi che, per quanto distinti topograficamente già si addensano

attorno all’area della futura città storica.

Le necropoli si dispongono tutte all’esterno dell’abitato, con un’organizzazione spaziale che già presuppone la

futura città storica, anche si in questa fase più antica questa vasta area accoglie ancora nuclei distinti di capanne

intervallati da ampi spazi liberi.

Il popolamento risulta molto solido e strutturato sul piano economico.

Esiste però una scarsità di siti riferibili alla precedente età del bronzo, esistono però di questo periodo dei resti

molto significativi come i “ripostigli di oggetti di bronzo”, che sono indizio sia di tesaurizzazione sia di attività

mettalurgiche tecnicamente avanzate, tale reperti portano a ipotizzare un’area economicamente bene organizzata e

sviluppata al suo interno.

L’ipotesi del popolamento di Felsina nel IX e VIII secolo si pensa abbia portato alla teoria del popolamento locale

precedente dell’età del bronzo.

Dal VII secolo in poi la protocittà di Felsina è impegnata nella conquista di un vasto territorio circostante, con

un’operazione progressiva e inesorabile: lo dimostra il divario cronologico tra le più antiche testimonianze attorno a

Bologna e quelle dei siti più lontani dal capoluogo che sono anche i più recenti.

Nel vasto territorio di Bologna non mancano però numerose tracce di bonifiche avvenute per opera della città

stessa.

Le agricolture principali di questo cosi vasto territorio sono culture di tipo cerealicolo.

Sappiamo però che l’espansione della città di bologna porto come conseguenza un aumento delle ostilità con le

popolazioni e civiltà circostanti, tra cui i Celti, Veneti e Liguri.

Agli inizi del VIII secolo, al termine di questo processo di assestamento. Anche Bologna si presenta come un centro

dai chiari connotati protourbani per la complessità della sua organizzazione economica e della sua struttura

sociale, per un embrionale assetto politico­istituzionale e soprattutto per una progettualità urbana che più tardi

assumerà i connotati di vera e propria urbs.

Sono stati ritrovati reperti di abitazione del primo periodo, ciò è un fattore molto raro, ad oggi sono state

ritrovate i resti di ben 500 capanne, esse pur essendo addensate nella stessa area in modo omogeneo, non

raggiungono l’autonomia di nuclei compatti.

Davanti o a volte dietro tali abitazione, sempre attraverso i resti archeologici è stato possibile definire un piccolo

terreno, circoscritto ai piccoli lotti, che richiama chiaramente le Heredia di due iugeri che Romolo attribuiva a

ciascun capo famiglia.

Sempre in questa fase antica è ben testimoniata l’attività metallurgica per la lavorazione del bronzo. Qui

furono ritrovati ben 15 mila oggetti e statuette di bronzo che testimoniano una grande produzione, ma anche un

fatto misterioso in quanto tali statuette probabilmente erano state sigillate in un luogo sicuro in un periodo che va

dalla fine del VIII secolo e gli inizi del VII.

La pesca sicuramente un’attività molto praticata oltre che nei fiumi anche nei bacini di palude del vicino mare

adriatico.

Anche la filatura e la tessitura come anche la stessa attività della ceramica dovevano avere un grande peso

rilevante nell’economia della città.

Attorno all’era dell’abitato si disponeva quasi a ventagli tutti i sepolcreti con oltre 4000 tombe per la fase

villanoviana (IX­VIII secolo a.C.) e orientalizzante (dagli inizi VII metà del VI secolo a.C.) e circa un migliaio per

la fase successiva denominato convenzionalmente come “fase Felsina” (dalla metà del VI agli inizi del IV Secolo

a.C.).

La ricchezza e la vastità dei sepolcreti costituiscono una fonte preziosa di informazioni sulla Bologna etrusca. Tali

scavi permettono di catalogare tutte le fasi culturali della città.

All’interno della comunità emergono ora individui che ben presto si configurano come appartenenti a un gruppo

dominante, detentore di ricchezza economica, di potere politico, talora anche con attribuzioni di prerogative

militare e con funzione di classe dirigente.

Questo nuovo ceto mostra rapidamente gli stessi connotati delle aristocrazie dell’area tirrenica.

Il Cavallo oltre a essere preciso indicatore di ricchezza, era anche un essenziale mezz di collegamento tra le città e i

settori più lontani del territorio; e il suo possesso poteva inoltre assumere un’implicazione di carattere sociale e

politico indicando, per esempio, l’appartenenza a una sorta di “classe di cavalieri”.

L’alto livello artistico raggiunto testimoniato dalle prime ceramiche dipinte secondo innovazioni tecnologiche

acquisite dal mondo greco e dalle ceramiche decorate a stampiglia che sono una peculiarità di Bologna, unitamente

all’evidente monumentalità di alcune sculture funerarie, forse realizzate, secondo una recente ipotesi, da artigiani

venuti da oriente, stanno ad indicare un forte sviluppo economico.

Già agli inizi del VII secolo gli Etruschi di Bologna conoscevano le serie alfabetiche e praticavano la scrittura.

L’iscrizione graffita su un’anforetta del sepolcreto Melenzani databile fino del VII secolo a.C.

“Ana mini zinake remiru” cioè mi ha fatto Ana Remiru. Tale iscrizione conferma definitivamente sia il

piano linguistico che quello etnico della continuità tra le fasi villanoviana e orientalizzante e la successiva “fase

Felsinea”.

Verucchio:

In Romagna il centro villanoviano di Verucchio, arroccato su un’altura ben difesa e distante dal mare appena 15

km, proprio come molte città dell’Etruria Tirrenica, sembrava essere meno dedito all’organizzazione e allo

sfruttamento agricolo del territorio circostante, e molto più interessato agli scambi commerciali.

Tale cittadina presentava una forte proiezione verso l’Atlantico.

Gli Etruschi puntarono anche alla costa adriatica per catturare gli scambi e le merci di un basto comparto nord­

orientale ed europeo che interessavano pure l’area tirrenica.

L’altura prescelta per l’abitato è costituita da un pianoro di circa 50 ettari, che emerge repentino dal paesaggio

circostante on un’altitudine media sul libello del mare di poco superiore ai 300 m.

Dalle Tombe sono venuti alla luce materiali di straordinaria importanza e qualità le ambre grezze e intagliate,

provenienti dal Baltico, di cui Verucchio fu centro di lavorazione e di smistamento. I morsi di cavallo, le armi che

costituiscono un elemento di forte differenziazione rispetto a Bologna; i tessuti di rara finezza tecnica; la

straordinaria varietà e ricchezza di fibule, collane e orecchini nei quali si ha un utilizzo massiccio e raffinato

dell’ambra; gli ossuari e il vasellame d’uso, riccamente decorati con stampigli. Molto più insolito è stato il

ritrovamento in una tomba principesca di un trono ligneo tipologicamente molto vicino a esemplari in Bronzo

dell’Etruria Tirrenica, il cui schienale è decorato a intaglio, con scene raffigurate molto complesse e disposte su due

registri, che fanno riferimento alla cerimonialità aristocratica e all’ideologia dei gruppi egemoni essendo il trono

stesso un simbolo di “regalità” e di esercizio al potere.

La crisi dl VI secolo e Bologna:

L’assetto politico ed economico dell’Etruria padana, che in questa fase antica (vill. e orientali) era incardinato sui

due centri di Bologna e di Verucchio e su una fitta rete di insediamenti minori capillarmente diffusi nel territorio.

La conflittualità fra Etruschi, Greci e Cartaginesi, non più trattenuta nei limiti della concorrenza commerciale,

sfocia nell’alto tirreno in alcuni scontri navali e da inizio alla progressiva erosione del dominio incontrastato di

questo mare da parte degli Etruschi.

L’area padana viene ad assumere un importante punto strategico, nella rotta commerciale dell’Ambra.

In questo periodo abbiamo un nuovo assetto territoriale, organizzato secondo esigenze itinerarie che portano alla

creazione e al rafforzamento di percorsi commerciali attrezzati e sicuri.

Questa attenzione per il commercio spinse a rendere Bologna e Verucchio le due città dedite alla produzione di

innumerevoli oggetti sia di lusso che di uso quotidiano.

La definita evoluzione in senso urbano di Felsina­Bologna, grazie alla quale la città ora dotata di una vera e

propria arx di tipo etrusco, polo sacro di tutta la comunità cittadina, con una sua monumentalizzazione e un

arredo durevoli costituiti da almeno un edificio templare con cippi sagomati di travertino e anche di marmo

Il centro protorbano di Felsina nel VIII secolo a.C. può essere legittimamente considerato uno “spura” cioè una

“civitas per la complessità della sua struttura sociale.

Questo antico “spura si organizza e si coagula ulteriormente attorno a uno dei villaggi più elevati che ne diviene il

cilth cioè l’arx dando cosi luogo per la prima volta al methlum, cioè entità topograficamente e urbanisticamente

unitaria intesa come urbs, con la realizzazione del methlum si arriva alla concomitante costituzione di un rasna,

un ‘entità socio­istituzionale che indica la parte dei cittadini atta alle armi, avvicinabile al popolus romano.

Tomba del Sepolcreto dei Giardini Margherita i sontuosi vasi del corredo erano raggruppati attorno e sopra uno

sgabello pieghevole di avorio da considerare come vera e propria “sella curulis” appartenuta a un magistrato

cittadino.

Si da maggiore importanza in questo periodo non più al rango sociale elevato, ma alle cariche magistratuali

raggiunte in vita.

La stesse stele cosiddette “felsinee” a forma di ferro di cavallo e decorate a bassorilievo, forniscono infatti

informazioni preziose sull’organizzazione civica dato he su di esse si trovano di norma le raffigurazioni delle varie

categorie sociali come l’oplita, il cavaliere, l’omo adulto, la donna il giovane ecc.

Marzabotto:

E’ noto per il suo impianto urbano, perfettamente conservato, notiamo una perfetta regolarità e una precisa

orientazione astronomica, sono stati chiaramente individuati i segni di un rito di fondazione attribuito agli

Etruschi.

Verso la fine del VI secolo a.C. su un pianoro praticamente privo di strutture precedenti, trattandosi di una città

fondata ex novo operazione alla quale sembra alludere il nome antico della città venuto alla luce da recenti

iscrizioni. “Kainua”.

Sono stati identificati alcuni elementi basi della struttura di un centro abitato Etrusco, tra cui l’auguraculum,

dislocato nel punto più alto dell’acropoli, alle spalle della città, all’incrocio tra la plateia A e la plateia C ciottolo

che reca incisa alla sommità una crux isorientata secondo i punti cardinali. L’augure seduto sul tescu e rivolto

verso est, sud est poteva eseguire lo “spectio” operazione che stava alla base del rito e che consentiva la

trasposizione degli assi del templum celeste sul terreno che avrebbe poi ospitato la città.

La struttura e la pianta di questa città viene attorno al VI e al V secolo a.C. ad assumere importanti dottrine

urbanistiche di ambito greco.

La città di etrusca di Marzabotto viene così realizzata secondo rigorosi criteri urbanistici di regolarità e

pianificazione.

Gli impianti produttivi erano adibiti in particolare a due attività artigianali: la metallurgia e la produzione di

ceramiche e laterizi.

La metallurgia, sia quella relativa alla fusione del bronzo che quella relativa alla lavorazione del ferro, era

praticata oltre che in piccole officine domestiche o comunque strettamente collegate alle abitazioni.

Anche la produzione di ceramiche e laterizi aveva grande importanza dato che le prime servivano per le diverse

attività e per a vita quotidiana dei suoi cittadini, mentre i secondi servivano per costruzione delle case, un’attività

che dobbiamo ritenere particolarmente intensa in una città solo pianificata e tutta ancora da edificare.

La città era inoltre fornita di importanti infrastrutture che garantivano un’alta qualità di vita ai suoi cittadini,

con pozzi disseminati, falde acquifere, deflusso delle acque piovane ed evitare fastidiosi ristagni.

Spina:

Dopo la metà del VI secolo vi sono importanti novità anche sulla costa adriatica, dove la città di Spina, fondata e

voluta dagli etruschi in questo stesso periodo, può essere considerata una risposta etrusca alla precoce presenza

greca nell’Adriatico settentrionale, ben documentata nella prima metà del VI secolo ad Adria.

Il sito di Spina si trova oggi in un’area di piana terraferma, per cui non da l’impressione di una città su mare, ma

in realtà orma sappiamo che Spina all’epoca senza secoli di sedimentazioni era a pochi chilometri dal mare.

I pesanti interventi di bonifica realizzati dagli Etruschi e in particolare le solide palificazioni esterne in legno

servivano anche per fidente l’area dell’abitato dalle maree che nella loro esasperante periodicità costituivano un

pericolo da cui bisognava difendersi in modo stabile e sicuro.

Anche alla nascita di Spina avremmo avuto un tipico rituale Etrusco di fondazione come nel caso di Marzabotto,

il rito è testimoniato da un ciottolo con l’iscrizione mi tular io sono il caposaldo.

L’abitato probabilmente regolare con case e canali era inoltre dotato di un grande canale artificiale che collegava il

mare al porto della città posto nell’entro terra.

L’evidenza archeologica di Spina pur essendo limitata per l’abitato, è di importanza straordinaria per i sepolcreti

nel secolo scorso facendo le grandi bonifiche nell’area attorno a Comacchio, sono state ritrovate diverse tombe con i

loro relativi corredi funerari e sono il segno più vivace e più vitale dei commerci tra questa città con le popolazioni

Greche e di Atene in particolare, testimoniate dalla presenza di ceramica attica, tipicamente Ateniese, assimilata

nella produzione Etrusca con immagini e temi mitologici.

Lo straordinari sistema commerciale messo in atto dagli Etruschi di area padana si fondava sulla disponibilità,

come merci di ritorno dei prodotti all’agricoltura e in particolare del grano di Atene.

Allevamento di suini fu molto importante in questa città quasi come le “galline di Adria”. Anche il metallo era

chiaramente estratto dai colli vicini.

Mantova:

Mantova è dislocata a nord del Po, era la più settentrionale delle città etrusche di area padana, con il ruolo di testa

di ponte per gli itinerari che da quest’area puntavano prima di tutto verso le popolazioni italiche e poi verso

l’Europa transalpina.

La sua origine Etrusca è ampiamente testimoniata dalle fonti.

Sono stati ritrovati i resti di un abitato e si caratterizza da una maglia regolare di isolati, ubicati lungo strade o

canali che si caratterizzano per una maglia regolare per case costruite con materiali deperibile.

Il motivo della fondazione di questa città furono quelle di collocare un abitato in funzione delle comunicazioni,

soprattutto fluviali, da un lato verso l’adriatico e il porto di spina e dall’altro verso l’interno, sia verso ovest che

verso nord con un ruolo strategico nel sistema di scambi tra Mediterraneo ed Europa che gli stessi Etruschi aveva

ideato e controllavano saldamente. Così come grande importanza aveva nell’interno quella fitta rete di abitati a

carattere rurale o di città minori ben documentati soprattutto nell’Emilia occidentale almeno fino al corso

dell’Enza, che insieme ai grandi centri urbani costituivano la base su cui si fondava l’intero sistema territorio e

commerciale degli Etruschi in area padana.

La fine dell’Etruria padana:

Gli equilibri territoriali e politici fra Etruschi e Celti, raggiunti cosi faticosamente dopo la battaglia del Ticino,

vengono bruscamente sconvolti agli inizi del IV secolo. Popolazioni galliche calano massicciamente nel territorio

degli Etruschi e assediano e prendono persino Roma. Gli effetti di questa calata sono evidenti a partire da

Marzabotto ce perse la sua identità urbana divenendo in una sorta di avamposto a controllo della valle del Reno.

A Bologna si ebbero eventi probabilmente meno traumatici, almeno in apparenza, ma non molto difformi. La città

sembra infatti mantenere anche in questo nuovo contesto una posizione di particolare rilievo e una specie di

primato politico all’interno del territorio controllato dai Galli.

L’organizzazione del territorio non è più “per città”, come nella precedente fase etrusca, ma per “vici” cioè

insediamenti di pianura legati alla produzione agricola o per “castella”, insediamenti di altura con spiccate

funzioni di presidio e di controllo anche militare.

6 Gli Etr uschi in Campania:

Introduzione:

La Campania fu da sempre nell’antichità terra di frontiera, teatro di complesse interazioni culturali.

Le ultime scoperte e analisi archeologiche hanno svelato un carattere multidimensionale delle realtà campane e

dimostrano la problematicità delle suddivisioni vigenti.

Molte delle culture delle Campania possiedono una cultura “meticcia”.

Nonostante i progressi della ricerca, per le fasi più antiche si conosce ancora poco degli abitati, al contrario una

vasta documentazione è restituita dalle necropoli.

Di particolare rilievo è la “performance funeraria” potente forma di creazione, riproduzione, trasformazione

dell’immaginario sociale e dei rapporti politico­sociali vigenti oppure nell’affermazione di nuove mentalità e

percezioni della collettività.

La presenza Etr usca nel quadro del popolamento della Campania tra la prima et à del fer ro e

il periodo orientalizzante:

Il popolamento della Campania nella prima età del ferro è usualmente suddiviso in alcuni distretti culturali

principali. Gruppi di tradizione indigena caratterizzati dal rituale funerario dell’inumazione.

Genti dell’orizzonte “villanoviano” riferibili ai principali centri dell’Etruria meridionale e centrale, sono state

riconosciute come egemoni nella Campania meridionale costiera.

In entrambi i casi si tratta fin dall’inizio di vasti insediamenti di carattere protourbano, caratterizzati dalla netta

differenziazione funzionale degli spazi tra abitato e necropoli, manifestazioni di un’elevata capacità di

organizzazione e progettualità politica.

Nella seconda metà del VIII secolo la Campania diventa sede delle più antiche fondazioni greche in Occidente.

Come testimoniano le fonti e la cultura materiale sono genti dell’Eubea a insediarsi a Pithekoussai nell’isola di

Ischia e a Cuma.

Il significato della presenza di aspetti culturali di tipo “villanoviano” in Campania è stato oggetto di acceso

dibattito.

La prima “etruschizzazione” è un fenomeno di colonizzazione, parallelo all’espansione villanoviana nell’Emilia

padana, connesso allo spostamento dell’area centrale della penisola di genti interessate a un popolamento di tipo

agricolo ma anche ad acquisire il controllo degli snodi strategici marittimi e fluviali della regione: il popolamento

della prima età del ferro costituirebbe senza soluzione di continuità a base dei rapporti con il mondo etrusco.

La presenza etrusca in Campania nella prima età del ferro piuttosto che indicare un ingente spostamento di genti e

l’asservimento o l’acculturazione forzata delle popolazioni locali, va considerata una forma di egemonia culturale a

opera di gruppi etrusco­meridionali dotati di un avanzato livello socio­economico e culturale in grado di stimolare

un processo di riorganizzazione territoriale e concentrazione insediativa di tipo protourbano.

La presenza stabile dei Greci in Campania arricchisce e complica il quadro delineato. L’insediamento di

Pithekoussai, come testimoniano le fonti antiche fondato a opera di Calcide ed Eretria, segna la fase conclusione di

una fase di frequentazione delle coste del Tirreno da parte di naviganti dall’Eubea e dalle Cicladi.

La comunità di Pithekoussai non pare seguire le rigide norme di una polis greca, bensì possiede aspetti o

componenti di etnie molto diverse l’une dalle altre, tra questi componenti abbiamo greci, fenici, genti indigene.

Pontecagnano:

Il grande insediamento che sorgeva nel sito della moderna Pontecagnano, 10 km a sud di Salerno, presso il fiume

Picentino, di cui non è ancora conosciuto il nome antico, è particolarmente noto per le vaste aree dedicate alla

sepoltura dei morti.

Essa presenta ad oggi circa 10 mila tombe costruite soprattutto tra il IX e il IV secolo a.C. mentre ancora

relativamente poco si conosce dell’abitato nonostante importati acquisizioni degli ultimi anni.

La percezione antica del carattere etrusco della regione picentina, testimoniata da una evidenza epigrafica.

Tale Pontecagnano presenta diversi aspetti culturali villanoviani sia nel rituale che nel repertorio materiale che

caratterizzava la prima età del ferro.

Il periodo tra l’orientalizzazione antico e medio rappresenta un momento di straordinaria fioritura attraverso

un’evidenza ampia e ricca ma tuttora in gran parte inedita. Pontecagnano era conosciuta soprattutto per le tombe

principesche, tutte maschili e localizzate nella necropoli occidentale.

la parziale edizione della tomba della principessa e la ricognizione sistematica della necropoli orientale hanno

arricchito le precedenti letture e inducono a interrogarsi sulla comunità di riferimento.

La fisionomia della composita cultura materiale configura per Pontecagnano tra la fine della prima età del ferro e

l’orientalizzante un ruolo di primo piano ambito tirrenico e mediterraneo: il centro picentino appare un vero e

proprio crocevia di genti e culture connesso da stretti vincoli sia con il mondo etrusco e laziale che con i greci.

La prima età del Fer ro a Pontecagnano:

La cultura materiale di Pontecagnano testimonia fin dall’inizio della prima età del ferro stretti legami con

l’Etruria meridionale e la centralità della componente etrusca nell’insediamento.

Il centro picentino dimostra una precoce capacità di pianificazione degli insediamenti di tipo protourbano che

prevede una netta distinzione tra “società dei vivi e società dei morti” indice di una marcata coesione

politica e di un avanzato livello di organizzazione socio­economico.

In questa rea è stato riconosciuto il porto di Pontecagnano attivo fino all’insabbiamento databile agli ultimi anni

del VI secolo a.C.

Il rituale funerario largamente prevalente a P. nel IX secolo è l’incinerazione con deposizione all’interno i un

ossuario biconico in impasto collocato in tombe a pozzetto o con struttura più complessa detta a “ricettacolo”.

Nelle tombe maschili il coperchio è spesso costituito dall’imitazione fittile di un elmo di bronzo, talvolta recante

complesse decorazioni zoomorfe o antropomorfe; gli altri ossuari sono chiusi da uno scodellone capovolto.

L’inumazione coesiste fin dall’inizio con l’incinerazione, il rituale incineratori è adottato diffusamente nelle

necropoli urbane per la componente adulta.

Nella prima metà del IX sembra prevalere un’ideologia egualitaria, una sorta di ideale “isonomico” che si manifesta

nell’assenza di una marcata differenziazione tra i corredi funerari e nel divieto di deporre armi reali nelle

sepolture. La profonda adesione alle forme ideologiche contemporaneamente prevalenti in Etruria implica la

presenza di un’autorità in grado di garantire il rispetto di norme collettive limitando radicalmente le esigenze di

autorappresentazione di gruppi familiari o di singoli.

Elementi di distinzione privilegiati sono la tipologia delle fibule maschili o femminili e gli indicatori di funzione

che diventano ben presto segni di rango.

Il milieu indigeno è il repertorio ceramico a differenza dei vasi cinerario di carattere villanoviano, le altre forme si

avvicinano ai tipi dell’orizzonte campano delle tombe a fossa, soprattutto di area cumana: anforette, brocche con

ansa alla spalla e poi al collo, tazze ecc.

Durante la seconda metà del IX la definizione di appezzamenti riferibili a gruppi familiari allargati: emergono

figure maschili armate di spada accompagnate da deposizioni femminili di rango equivalente.

La complessità delle ideologie dei rituali e delle forme religiose è testimoniata dal noto coperchio di ossuario recante

come coronamento una coppia seduta di figurine umane caratterizzate da fattezze mostruose.

Il centro picentino è inserito in un vasto circuito di relazioni ce coinvolgono l’Etruria, l’Italia meridionale, La

Sicilia, La Sardegna, nel cui ambito un ruolo propulsore sembra svolto dai Fenici.

Tra le più antiche importazioni figurano impasti con decorazioni “piumata” dalla Sicilia, ceramiche dello stile a

“tenda” dal Vallo di Diana o dalla Basilicata e una serie di bronzetti provenienti dalla Sardegna

contemporaneamente attestati in contesti tombali Etruschi.

Si tratta soprattutto di coppe di tipo medio e tardo­geometrico: il fascino dei cerimoniali connessi al consumo

sociale del vino relativa suppellettile da mensa, sembra abbiano favorito l’inizio delle relazioni tra naviganti greci e

élite locali.

A Pontecagnano i primi esiti dei mutamenti connessi all’instaurazione di un nuovo ordine nel basso Tirreno,

risultano percepibili oltre che nell’intensificazione delle importazioni.

Il potere dei principi:

Il passaggio all’orientalizzante si afferma nella rappresentazione funeraria delle necropoli di Pontecagnano come

un atto di violenza simbolica implicante profonde trasformazioni nel patrimonio ideologico che si configurano

come una vera e propria “reinvenzione della tradizione”.

Parte integrante di questa struttura sociale sono le nuove forme di ideologia funeraria basate su un’accentuata e

intenzionale discontinuità dalla prima età del ferro, segnalata dall’abbandono dei sepolcreti più antichi, e dalla

costruzione di un immaginario sociale che si manifesta nell’immissione di un apparato di nuovi simboli e

comportamenti.

Una parallela fase di ristrutturazione ed espansione è stata riconosciuta nell’ambito de territorio picentino in

questo periodo.

Come testimonia la variegata cultura materiale Pontecagnano appare una comunità “aperta” che tende a integrare

e rielaborare diversi apporti e componenti di talvolta in competizione.

L’instaurazione di norme e divieti di tipo collettivo si manifesta in primo luogo nella selezione di un “corredo base”

del tutto innovativo rispetto alla prima età del ferro.

Il corredo base è costituito da un modulo di tipo greco, connesso al consumo del vino, costituito dall’oinochoe e

dallo skyphos o dalla Kylix.

Nella necropoli occidentale, si afferma il modello del “principe eroe” esclusivo appannaggio di pochi personaggi di

genere maschile, come individui deposti nelle note tombe 926­928.

L’emergere del personaggio del “principe­eroe” tra la fine del VIII e la metà del VII secolo a.C. sembra fare

esplicito riferimento a un modello di matrice greca, esemplificato dalla descrizione omerica dei funerali di Patroclo

e attestano nella sua forma originaria a Eretria in Eubea.

Il rituale adottato è la cremazione con la deposizione delle ossa, avvolte in pregiate stoffe, in uno o più recipienti

di bronzo talvolta anch’essi coperte da tappi.

Questi oggetti sono il simbolo del lusso, e dello stile di vita principesco, questo oggetti esotici importati dall’Oriente

e caratterizzati dal pregio dei materiali e dalla raffinatezza tecnica.

Coppia di maschere equine in lamina di bronzo lavorate a sbalzo con scene di caccia evocative di luoghi omerici e

contesti orientali.

Per la donna si configura nella necropoli orientale di Pontecagnano una centralità nella concezione della stirpe che

potrebbe implicare l’esistenza di sistemi di discendenza bilineari.

La valorizzazione della linea di discendenza femminile, insieme a tipologie di matrimonio uxorilocale con uno

straniero.

Capua tra la prima et à del fer ro e il periodo orientalizzante:

L’antico insediamento di Capua, corrispondente all’attuale paese di Santa Maria Capua Vetere, sorse sulla riva

sinistra del Volturno, in una posizione strategica che consentiva il controllo sia dei percorsi fluviali verso l’area

tiberina e l’Etruria interna.

Capua è considerata dagli autori antichi la capitale di una “dodecapoli” etrusca in Campania e una città di

straordinaria opulenza “urbs maxima opulentissimaque” il cui benessere dipendeva in primo luogo dallo

sfruttamento della fertile piana campana.

Alla prima fondazione della città che trova oggi ampia conferma nelle necropoli di tipo “villanoviano” della prima

età del ferro; la cronologia “bassa” invece, potrebbe indicare una fase di “rifondazione” urbana subita nel primo

quarto del V secolo a.C.

Fino ad anni recenti, i caratteri villanoviani sembravano a Capua molto attenuati rispetto all’area picentina.

Precoci rapporti con l’Egeo sono documentati dall’occorrenza di un calderone con anse ad anello nel corredo di una

eccezionale incinerazione maschile entro biconico, sormontata da un tumulo, dotata di spada e rasoio lunato,

databile alla metà del IX secolo.

Il repertorio degli ornamenti si arricchisce di un’eccezionale produzione locale, attestata anche nelle vicina

comunità di Suessola. Si tratta di una particolare classe di fibule in bronzo caratterizzate da appliques zoomorfe e

o antropomorfe e spesso di grandi dimensioni come l’esemplare della tomba 368 recante dieci spirali e una complessa

decorazione figurata costituita da file di uccelli, il motivo della “barca solare” con tre figurine umane,

un’immagine di bovide in posizione centrale.

Nella prima metà del VI secolo i vertici dell’aristocrazia capuana riprendono la pratica della cremazione di tipo

omerico che associano a un’esibizione di straordinaria ricchezza in primo luogo attraverso servizi da banchetto

d’importazione.

L’influenza culturale etrusca e il processo di urbanizzazione di et à arcaica:

Il periodo arcaico è identificato tradizionalmente con la cosiddetta seconda etruschizzazione della Campania.

Questo fenomeno è considerata la manifestazione di una forma diffusa di omologazione culturale piuttosto che un

processo di colonizzazione; in questo ottica il termine “etruschizzazione” fa riferimento alla funzione strutturante

e al rinnovato ruolo propulsore svolto dalle componenti etrusche in una fase nevralgica per la storia della regione.

L’influenza culturale etrusca si manifesta in tre aspetti principali che investono l’intero territorio regionale, al di là

dei limiti tradizionalmente assegnati alla componente etrusca in Campania:

Un ampio processo di inurbamento e aggregazione insediativa

1. L’inizio della produzione del bucchero campano e l’espansione su scala regionale

2. La diffusione della scrittura etrusca anche nelle aree di tradizione indigena

3.

In questa temperie si inserisce anche l’elaborazione di un “sistema campano” nell’edilizia pubblica , risultato della

sinergia tra componenti etrusche, greche e indigene.

Etruschizzazione e sviluppo urbano:

Il tracciato urbano si basa generalmente su un reticolo regolare di strade che suddivide gli isolati destinati alle

abitazioni e separa i quartieri residenziali dalle aree a destinazione pubblica e dalle zone adibite alle attività

artigianali.

Il processo di urbanizzazione e il rinnovato interesse etrusco verso la Campania si manifestano non soltanto in

quei centri che rappresentano la continuità delle componenti etrusche in Campania, ma determinano la formazione

di una nuova rete di insediamenti in aree precedentemente non urbanizzate:

• Penisola sorrentina

• Valle del Sarno

• Agro Nolano

Simboli privilegiati del fenomeno di etruschizzazione culturale della regione sono:

• Diffusione della lingua

• Una vasta produzione in bucchero

Un documento di carattere eccezionale è la cosiddetta Tabula Capuana, uno dei più lunghi testi pubblici in lingua

etrusca esistenti, databile nella sua redazione originaria tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C., ma ricopiato

nel corso del V.

In Campania meridionale sembrano intrecciarsi due principali sfere di influenza quella etrusca e quella

poseidoniate.

Si crea un proficuo asse tra Cuma e Capua.

Sempre a Capua nell’ultima parte del VI secolo governata dal tiranno Aristodemo (504­484 a.C.) conoscono una

straordinaria fioritura testimoniata dall’espansione e ristrutturazione urbana con la realizzazione di grandi opere

pubbliche e da una stagione di feconda creatività artigianale.

Il patrimonio che si crea è simbolico “meticcio” è l’elaborazione di un impianto architettonico al quale è stata

attribuita la denominazione di “sistema campano” basato su un complesso standardizzato di rivestimenti in

terracotta policroma destinata a strutture templari.

Inoltre tale sistema campano prevede come l’elemento distintivo le antef isse a testa femminile o palmetta ,

già attestate nella prima metà del VI secolo a Cuma e Capua.

La Campania meridionale: Pontecagnano, Fratte:

Tra l’orientalizzazione recente e gli inizi dell’età arcaica Pontecagnano sembra rivestire un ruolo dominante

nell’Agro Picentino e una posizione determinante tra gli scambi della Campania meridionale.

A Pontecagnano si riscontrano dinamiche di rinnovamento e transizione:

• Riassetto dell’organizzazione produttiva

• Suddivisione in lotti delle necropoli

• Ristrutturazione dell’abitato in base a nuovi crateri di pianificazione

Nell’abitato notiamo la suddivisione di determinate attività manifatturiere.

Mentre nei Sepolcreti notiamo l’emergere di nuovi gruppo elitari e le loro successive tombe.

Come sempre il controllo sugli scambi e sull’economia di Pontecagnano come di tutte le cittadine greche è in mano

alla classe aristocratica.

Nel VI secolo a.C. Pontecagnano conosce un ingente espansione produttiva e artigianale dovuta alla provenienza

di maestranze Etrusche.

La situazione economica politica di Pontecagnano appare modificarsi con il pieno periodo arcaico, soprattutto

dalla seconda meta del VI secolo quando Fratte e Poseidonia diventano referenti privilegiati della rete di relazioni

e scambi nel basso Tirrene, e l’economia di Pontecagnano si presta molto di più alla produzione agricola.

Nell’ambito funerario si afferma già dal secondo quarto del VI secolo un’ideologia di tipo anti suntuario, i corredi

invece presentano pochi vasi in bucchero e dal repertorio di tipo “ionico” sostituito alla fine del secolo da ceramiche

di tipo attico.

L’area Sacra collocata in una zona ricca di acque è stata monumentalizzata in età tardo­arcaica con edifici dotati

di decorazioni fittile, come testimoniato dal ritrovamento di un’antefissa a testa femminile entro nimbo, ed era

circondata da un recinto perimetrale.

Santuario di Apollo: testimoniato da numerose iscrizioni databili dalla metà del VI secolo a metà del IV

secolo a.C. il nome della divinità appare in Greco nell’alfabeto di Poseidonia.

Santuario di Demetra: identificato al limite settentrionale della città.

Nell’ambito delle dinamiche di riassetto politico istituzionale e territoriale che caratterizzano la regione tra il

periodo tardo­orientalizzante e piena età arcaica si pone l’impianto di un insediamento in corrispondenza

dell’odierna Fratte alla periferia settentrionale di Salerno.

Il ruolo determinante delle aristocrazie etrusche nella fondazione sembra assicurata dall’identificazione di Fratte

con Marcina, nome derivante da un gentilizio.

Fin dall’impianto Fratte presenta abitazioni in pietra con tetti di tegole; la città conosce una complessiva

pianificazione alla fine del secolo che si accompagna alla costruzione di luoghi pubblici con caratteri monumentali.

L’influenza subita da Fratte è riconoscibile nella statua di culto maschile in terracotta di dimensioni simili al vero.

L’insediamento prevede un impianto aggere di difesa una per la distribuzione dell’acque. L’insediamento è inoltre

collocato in zona strategica e andrà a soppiantare il primato negli scambi a Pontecagnano.

La valle del Sarno e Pompei:

Il clima di sinergia tra componenti etrusche, greche e indigene in questa fase della storia della regione ma anche

l’intreccio, riconoscibile in tutta l’area meridionale della Campania tra etruschizzazione e influenza poseidoniate e

cumana si cogli con chiarezza nel caso di Pompei.

Il centro urbano si sviluppa nei primi anni del VI secolo su una terrazza occupata fin dall’età del ferro che

controlla la zona costiera in corrispondenza della foce del Sarno.

Fu instaurato e fondato un santuario di Apollo divinità posta a garanzia del processo di fondazione. Il santuario è

monumentalizzato con un tempio di tipo etrusco, su un alto podio in pietra ma dotato di colonne in legno e un

rivestimento in terracotta del tipo “Campano”.

Edificio del culto del cosiddetto “Foro triangolare”, un tempio periptero in pietra, con colonne di tipo dorico. Il

sistema di rivestimento in terracotta rivela un evidente influsso di Poseidonia.

Il tempio sorto in relazione al porto è dedicato ad Atena e Eracle che sono il chiaro simbolo di civilizzazione e

ospitalità.

Capua:

per tutta l’età arcaica Capua il centro etrusco della regione, una metropolis come la definiscono le fonti antiche.

La pianificazione urbana e territoriale di età arcaica si accompagna alla monumentalizzazione delle aree

pubbliche, in primo luogo i santuari.

In questa cittadina è stato ritrovata la tabula capuana, un testo di carattere liturgico, inciso a crudo con

direzione bustrofedica su una lastra in terracotta e redatto nell’alfabeto prevalente in area capuana riconducibile

all’area etrusco meridionale.

Il Santuario di Uni corrisponde probabilmente al Fondo Patturelli.

Le prime fasi suburbano di Fondo Patturelli situato al margine est della città, danneggiato da distruzioni antiche

e scavi clandestini.

Sorgeva all’interno di un bosco sacro e doveva includere un tempio principale. Quattro sistemi di copertura del tipo

campano.

La divinità titolare è femminile connessa alla protezione della fertilità.

Non è stata ancora individuata con certezza la posizione dell’area sacra collocata nel sito di Hamae menzionata

dalla Tabula capuana.

Si data al 524 a.C. la prima battaglia di Cuma che contrappone i cumani a una coalizione formata da Etruschi del

Versante adriatico.

La produzione di dinoi bronzo con coperchi sormontati da scene figurate animate da bronzetti a tutto tondo.

L’esemplare più noto e impegnatico di questa classe è il cosiddetto “lebete Barone” datato alla fine del VI secolo. Il

vaso si distingue per un complesso sistema decorativo: il coperchio è ornato da un sileno a una menade attorniati

da arcieri a cavallo.

Dal punto di vista ideologico, è stato notato come l’adozione del dinos in metallo come vaso cinerario e la struttura

a cubo sia la testimonianza di uno status sociale al di sopra della norma.

La conclusione di questa fase di espansione artigianale e il contemporaneo esaurirsi della fortuna del sistema

architettonico campano corrisponde a una crisi complessiva nella storia della città e della Campania.

Dall’egemonia etrusca all’etnogenesi dei Campani:

Il sistema politico e culturale delineato per la Campania arcaica perdura fino all’inizio del V secolo.

La crisi si inquadra nell’ambito di un processo più ampio che investe l’area tirrenica dall’Etruria, al Lazio, alla

Campania e segna la fine della talassocrazia etrusca e una progressiva affermazione di altre realtà del mondo

italico.

Tuttavia è proprio in questa fase che giungono a maturazione latenti tensioni sociali che acquistano

progressivamente la forma rivendicazioni etniche.

Le vicende storiche che segnano definitivamente il tramonto di un’epoca e l’avvio di una diversa fase nella storia

della Campania sono l’uccisione di Aristodemo e soprattutto la seconda battaglia di Cuma 474 a.C.

Un fenomeno di accentuata discontinuità sembra segnalato nel caso di Capua della Tradizione letteraria e

dall’evidenza archeologica.

Dal punto di vista archeologico, una significativa cesura insediativa si data all’inizio del V secolo con

l’esaurimento del quartiere abitativo del “Siepone” e dell’Area del Fondo Marotta e l’edificazione di fortificazioni

secondo una dinamica che trova riscontro a Fratte e Pontecagnano

Il Panorama storico­archeologico della Campania a partire dal V secolo a.C. appare dominato dal confronto tra i

due principali gruppi etnici che emergono dalla riorganizzazione delle popolazioni italiche della regione e dalle aree

limitrofe, i Campani e i Sanniti.

7 La Romanizzazione:

Questioni di Terminologia:

Che cosa si intende per Romanizzazione?

Sono state proposte numerose alternative a tale terminologia, cercando di evidenziare gli elementi materiali e

immateriali che la cultura romanizzata a sua volta trasmette alla cultura egemone.

L’area latina condividevano una koinè culturale centro­italica fortemente ellenizzata, che rendeva relativamente

comparabili, le strutture fondamentali civiche e alcuni aspetti importanti come, per esempio, le manifestazioni

artistiche.

Si deve sottolineare che i Romani hanno anche la fama di popolo molto flessibile, questa sua caratteristica la

renderà un particolare recettore per le varie culture adiacenti ai territori. Inoltre i fattori predominanti dei Romani

era che si potevano mantenere tutte le sottoculture nelle città romane conquistate l’importante è che non entrassero

in contrasto con l’egemonia di Roma.

Essere Romano, non è un fattore culturale, bensì un fattore politico.

L’età della conquista:

La sottomissione a Roma dell’Etruria cominciò con la presa di Veio (396).

Da un punto di vista archeologico, infatti, Veio e Roma erano estremamente vicine grazie a uno scambio intenso e

durevole, sia pure nella rivalità costante che la stessa geografia dei luoghi determinava. Ma Veio non era l’unica

città grossa vicina a Roma, ma bensì c’era anche Caere, e i rapporti con tale popolazione era tutt’altro che ostili.

Fu data l’accoglienza dai Ceriti ai sacra del popolo romano sfuggiti ai Galli, e questi accordi successivamente

portarono Caere ad unirsi a Roma, naturalmente non in parità, ma furono donati di numerosi privilegi, come il

comercium, il conubium.

Quindi Roma pacificò il fronte Etrusco sia con la Guerra che con la Diplomazia e i chiari esempi sono quelli di

Veio e Caere. In un momento non molto successivo al sacco gallico, Roma si premunì da nord colonizzando Sutri e

Nepi, che livio, definisce significativamente claustra Etruria, porte dell’Etruria.

Un fattore importante è che come nel Caso di Caere tutte le oligarchie e i centri di élite Etruschi non seppero

valutare la minaccia dell’espansione Romana, e non tentarono nemmeno dopo un certo punto di riunirsi.

Dopo d’allora il fronte etrusco avrebbe taciuto a lungo e le forze romane sarebbero state impegnate a sud, contro

Latini, Volsci e Sanniti.

Le ostilità in Etruria, infatti ripresero con la guerra di Sutri, un esercito etrusco assediò la città nel 311 e solo al

secondo anno di sforzi i romani riuscirono a Liberarla e a contrattaccare.

L’età dell’alleanze:

Durante l’età delle Alleanze e quindi sotto l’egemonia di Roma, sappiamo che un piano di riappacificazione e di

unione di questi nuovi territori dell’Etruria fu appunto quello di installare numerose colonie.

Un secondo tipo di intervento va brevemente esaminato, tra la seconda metà del II secolo, su questo territorio però

non si sa dai reperti letterari una precisa disposizione dei territori.

I romani per attraversare i territori nel minore tempo possibile con i loro rettifili doppiavano i vecchi centri abitati

e inevitabilmente deviarono le correnti di traffico principali impoverendo in qualche modo le città tagliate fuori dal

percorso a favore dei nuovi centri minori, che invece vi vennero costruite a cavallo o che sorgevano nelle immediate

vicinanze.

Il sistema sociale:

Il sistema di controllo utilizzato dai Romani va dunque identificato su un livello differente da quello militare e

coloniale: esso sfruttava piuttosto la peculiare struttura sociale. Si deve considerare sostanzialmente comune alle

varie città etrusche e invece al quanto differente da quella condivisa da Roma e dalle città del Lazio, rispetto alla

quale presentava tratti più conservatori, alcune indicazioni sono sufficienti per riconoscere un paio di

stratificazioni fondamentali della società etrusca. Un fattore per noi molto importante è che la serietà e l’impegno

con cui i Romani avrebbero assunto tale compito, accettato evidentemente per ben altri fini e interessi, tanto da

arrivare alla distruzione della vecchia Volsinii per rifondarla come si è detto più a valle in una zona assai meno

difendibile.

La Romanizzazione linguistica:

Un elemento di ovvia importanza nel considerare i templi e modi della romanizzazione è l’aspetto linguistico. I

testi latini in territorio etrusco appaiono già nel III secolo, ma quasi esclusivamente su oggetti di instrumentum

ossia per lo più ceramiche importate all’area latina, mentre nel secolo successivo si trovano anche testi ufficiali,

tavole bronzee con testi legislativi romani rinvenuti in città etrusche ormai federate con Roma.

Le più tarde iscrizioni etrusche a carattere funerario risalgono alla prima età augustea.

La lingua dominante in Etruria dopo la guerra sociale divenne il latino.

L’età della memoria:

L’epoca graccana delle riforme agrarie toccò solo marginalmente l’Etruria: Non si hanno elementi che facciano

pensare a mutamenti radicali nello sfruttamento del terreno, si assiste a un forte aumento della presenza di nomi

latini nelle iscrizioni aretine di questo periodo. La situazione sociale etrusca non doveva essersi ancora modificata

in modo sostanziale. Nel corso della guerra sociale, durante la quale gli alleati italici insorsero contro Roma per

ottenere l’equiparazione dei diritti di cittadinanza, L’Etruria sembra rimanesse relativamente tranquilla.

La lex Iulia 90 legge che donò la cittadinanza Romana ai soci, sappiamo che i territori dell’Etruria fu tra i primi

territori che ne beneficiarono. Nel complesso questo comportamento va interpretato come segno che la vecchia

alleanza tra Roma e la classe dirigente etrusca ancora reggeva.

L’Etruria si schierasse dalla parte di Mario.

L’Etruria dunque ne usci profondamente ferita: conosciamo dalle fonti assedi a Chiusi, Populonia e Volterra,

mentre indizi archeologici fanno pensare a devastazioni in questi anni anche per Arezzo, Roselle, Talamone e

Vetulonia.

E’ questo dunque il vero spartiacque della storia etrusca, in cui svolta pagina ei perdono buona parte di quelle

peculiarità culturali e sociali che avevano contraddistinto l’organizzazione di questo popolo per secoli, anche dopo

la conquista romana: dal sistema sociale alla lingua.

Guerra civile tra Cesare e Pompeo, cesare nelle aree più vicine a Roma abbia preferito insediare militari a lui fedeli

per controbilanciare possibili opposizioni.

Durante Augusto invece si ritrovò a smobilitare, dovette trovare una sistemazione in Italia anche per mantenere a

portata di mano forze fedeli in una situazione ancora instabile: per quanto riguarda l’Etruria, senza poter sempre

distinguere tra le fondazioni triumvirali e quelle propriamente augustee.

Casi esemplif icativi:

E’ vitale un’analisi al dettagli che verifichi se e in che misura le tendenze più generali siano valide per il caso

singolo, si propone di seguito una scelta limitata a quattro città due meridionali e due settentrionali. Veio,

Volterra, Tarquinia, Roselle.

Veio:

Fu la prima a cadere in mano a Roma 396. Dopo la conquista si assiste a un ridimensionamento dell’area urbana

che nemmeno nella fase imperiale occuperà più tutto il grande pianoro.

Da segnalare in queste aree il concentrarsi della produzione ceramica come avviene anche in altri centri vicini

centri di culto fossero direttamente responsabili della produzione e distribuzione, ma piuttosto che costituivano un

centro di scambio e di mercato, che non doveva essere legato solo alla manifattura di oggetti votivi.

Questa discreta floridezza declina rapidamente alla metà o nella seconda metà del III secolo. Moltissimi centri in

questo periodo soffrono di una netta contrazione degli insediamenti sia dal punto di vista numerico che da quello

economico.

Più in generale i cambiamenti sociali ed economici di questo periodo trasformano drasticamente percorsi e commerci

lasciando alle campagne e ai centri della basa vale tiberina un’importanza esclusivamente locale.

La rinascita del centro voluta da Augusto non nasconde l’artificialità dell’operazione e la forte discontinuità con il

passato. A Veio i gentilizi attestati epigraficamente in età imperiale sono riconducibili a famiglie genericamente

etrusche per meno del 10% e in questa parte si trovano coloni che fanno sicuramente parte del gruppo di coloni

augustei.

Volterra:

Una delle città più settentrionali dell’Etruria, fu proprio per questa sua posizione quella che più gradualmente

subì l’impatto della romanizzazione, sia in senso politico che culturale.

Al III secolo risalgono alcune delle sue produzioni artigianali più caratteristiche di ceramica a vernice nera e

successivamente a vernice rossa che troveranno ampia diffusione sia nel suo territorio che al di fuori. Altrettanto

tipica è la produzione di urnette funerarie, dapprima in tufo, poi in alabastro le cui cave erano una delle ricchezze

della città.

A partire della prima parte del II secolo a.C. nella città vengono rinnovati il tempio al di sopra del teatro due posti

dell’acropoli, risalgono allo stesso periodo e sono connesse con impianti idraulici e probabilmente con il culto delle

fonti. Verso fine secolo si mostra una ripetitività nella produzione di urnette.

La città si schierò con Mario, fu assediata da Silla in persona, ottenne per questo la diminuzione dei diritti civili, e

un enorme crisi economica.

Cicerone si adoperò a favore della città, ma Cesare la rese luogo ove insediare le sue colonie. Durante Augusto

invece prese il nome di Colonia Augusta, questa Volterra prende un forte dinamismo testimoniato dall’intensità

degli scambi.

Si sviluppa in questo periodo anche un nuovo tipo di stele funeraria, estranee alle tradizioni locali.

Sembra mantenersi il piccolo insediamento rurale e dunque il sistema tradizionale di proprietà e sfruttamento della

terra. L’epigrafia di età imperiale presenta un rapporto equilibrato tra gentilizi etruschi e allogeni. Ammortizzare i

provvedimenti sillani e a pilotare quelli cesariani e augustei in maniera meno traumatica per i lsistema sociale della

città, mantenendo una sufficiente continuità con la tradizione socio­economica recedente.

Tarquinia:

Il ruolo fondamentale di Tarquinia nella discussione sulla romanizzazione è legato a poche a e frammentarie

iscrizioni di straordinaria importanza, ma della città romana quasi nulla è noto.

A parte le terme Tulliane dove sono stati ritrovati tre importantissimi elogia frammentari che narrano le imprese di

nobili tarquiniesi del passato, ma frammenti fasti dell’ordine dei sessanta aruspici:

Riassumendo una discussione complessa, si hanno gli elogia di tre Spurinna:

• Velthur f iglio di Lart: Il primo fu due volte pretore, condusse una spedizione verso ad Aleria in

Corsica, primo tra gli Etruschi una spedizione in Sicilia

• Velthur f iglio di Velthur : Del secondo elogio è rimasto ben poco.

• Aulus f iglio di Velthur : Egli fu tre volte Pretore, sedò una rivolta servile e conquista nova oppida ai

latini.

A Tarquinia bisogna notare la presenza di una gens in posizione eminente fin dal VI secolo, che può recuperare dai

suoi archivi privati avvenimenti anteriori da quattro a sei secoli.

Alla romanizzazione politica del corpo cittadino corrisponde, in età Giulio­Claudia, una simmetrica

etruschizzazione della memoria tra i nuovi cittadini, che assumono come proprie le antiche glorie, riscrivendo la

stoia più antica per le nuove esigenze del presente.

Roselle:

La seconda città etrusca caduta in mano romana divenne verosimilmente civitas foederata sine suffragio, le fasi

tardo­repubblicane e imperiali attendono ancora una vera edizione egli importantissimi risultati ottenuti. Diverse

case private mostrano una prima fase ellenistica, che almeno in parte può risalire a un momento non molto

successivo alla conquista romana, come nel caso del quartiere artigianale della collina sud o nelle strutture.

Alla fase ellenistica risale anche una sistemazione del Foro con un battuto e canalette per lo smaltimento delle

acque.

Diverse tracce di distruzione si collocano all’inizio del I secolo e benché le fonti non ne parlino è probabile si tratti

delle tracce di distruzione dovute alla repressione Sillana. La casa ellenistica dell’anfiteatro sono testimoniate

all’interno degli scavi di una cisterna del quartiere.

Agli anni immediatamente successivi si deve però attribuire il primo impianto della domus dei Mosaici sul lato

Meridionale del Foro.

Per la prima volta in una struttura privata l’opera cementizia, la monumentalizzazione della città: vengono

ristrutturate delle postierle della cinta muraria, costruito il piccolo anfiteatro in età tiberiana si provvede a rialzare

con un battuto il Foro.

Per quel che riguarda la rappresentazione politica la più importante famiglia di Roselle, quella dei Vicirii raggiunge

finalmente il consolato con A. Vicirius Proculus 89 d.C. a Virius Martialis 98 d.C. Sarà il massimo a cui la città

potrà aspirare.

8 L’architettura:

Le Capanne:

Fino alla seconda metà del VII secolo a.C. le strutture pubbliche e domestiche su tutta la penisola italiana erano

costituite da capanne, cioè costruzioni di piccole dimensioni, caratterizzate dal fatto d essere prive di fondamenta

e costruite con materiali deperibili.

Le capanne appaiono disposte senza alcun ordine prestabilito, per lo più abbastanza distanti fra loro:

appezzamenti di terreno coltivati e aree destinate all’allevamento domestico.

I resti di queste strutture sono costituiti essenzialmente dai fondi di capanne riconoscibili talvolta per la presenza

di canalette di fondazione e di buchi di pali.

l’analisi delle impronte lasciate dalla capanna sul terreno evidenzia nel complesso l’adozione di una notevole

varietà di soluzioni.

Sono documentate piante rotonde, ovali, quadrate e rettangolari, il confronto è possibile grazie alle coeve urne a

capanna. Questi modellini funerari, già attestati nell’età del Bronzo finale, ma in uso in Etruria soprattutto nel

IX e nel VIII secolo, costituiscono la documentazione fondamentale per la ricostruzione delle abitazioni

protostoriche, specie per l’alzato.

Più complesso lo sviluppo al Gran Carro, insediamento posto sul lago di Bolsena, dove tra l’inizio del IX e l’VIII

secolo a.C. sono state riconosciute tre fasi successive, l’ultima delle quali con abitazioni a pianta rettangolare

costruite su impalcato aereo, cioè su palafitte.

Capanne più evolute VII­VI secolo a.C. sono organizzate in vestibolo quadrangolare e ambiente interno circolare,

mostrando una stringente analogia con l’ambito funerario.

Anche a Populonia dove sono attestate già alla fine dalla fine del IX secolo a.C. in anticipo di almeno un secolo

rispetto al resto dell’Etruria, tombe a camera a pianta circolare e ovale, il prototipo di riferimento è quello

abitativo.

Questo tipo di abitazione seminterrata sembrerebbe riprodotto da alcune urne a capanna con l’apertura indicante

l’ingresso notevolmente rialzato rispetto alla base: un esemplare da Vulci presenta uno zoccolo posto dieci

centimetri circa sopra la base. L’ipotesi che il tetto poggiasse direttamente su un basso argine di terra e sassi senza

quindi l’alzato a parete.

Modelli costruttivi sono il tetto a quattro falde, oppure a doppio spiovente i cui trave di colmo sarebbe sostenuto

dai pali allineati. Entrambi si ritrovano nei modellini funerari sin dal IX secolo.

Il perimetro della capanne appare delineato da muretti di pietrame a secco o da argini di sassi e fango, in cui

dovevano essere appoggiate o infisse le strutture lignee dell’alzato.

All’interno un leggero incavo sul pavimento, in genere di forma circolare, oppure i semplici resti di carboni e ceneri

evidenti sul suolo testimoniano la presenza del “focolare”.

La caratteristica esteriore più appariscente del tetto era data da una schiera di pali adagiati sulle falde maggiori,

che dovevano trattenere il francante della copertura e le cui estremità aggettanti venivano legate a coppia sul

culmine provocando sopra al trave di colmo una sorta di cresta.

E’ indubbio che le tracce rilevate negli abitati possono appartenere non solo ad abitazioni, ma anche a magazzini

per prodotti della terra o a fosse di scarico.

Le tombe di IX e VIII secolo, a pozzo e a fossa, erano generalmente scavate e coperte da blocchi più o meno grandi

di pietre locali. Le tombe a camera più antiche, in assoluto anticipo rispetto alle altre comunità dell’Etruria, sono a

pianta quasi circolare o ellittica di varia grandezza.

L’unicità nell’ambiente etrusco di queste strutture ha aperto un vivace dibattito sulla loro origine: è prevalso il

collegamento con l’ambiente nuragico, con cui sono documentati dallo scorcio del IX secolo a.C. frequenti rapporti,

e dove le costruzioni di volte e cupole a filari aggettanti sono frequenti. Non sono tuttavia da escludere altre forme

di sviluppo, anche locale.

Le più antiche dimore aristocratiche:

<Dalla fine del VIII secolo a.C. quando è ormai ben definita una classe aristocratica, alcune strutture a pianta

rettangolare, articolate in due o tre ambienti.

Nonostante la semplicità strutturale, il prestigio di quest’ultimo modello abitativo è testimoniato a Veio, Piazza

d’Armi da una capanna circolare con portico di m 7x7 , un ricco equipaggiamento di ceramica da mensa, databile

nella prima metà del VII secolo a.C. Le abitazioni a struttura rettangolare, definite “case di legno” con tetto in

materiale deperibile spesso articolate in più ambienti, aperte sui lati lunghi e corredate da portici e cortili, possono

essere considerate residenze principesche. Nelle “Case del re” veri centri politici e istituzionali della comunità, si

dovevano svolgere azioni comunitarie con rituali spesso collegati a banchetti. In Omero il banchetto regale ha

carattere politico: il Re invita gli anziani del popolo in numero più o meno alto.

Il passaggio della pianta curvilinea a quella rettangolare è codificato anche nelle coeve urne a forma di capanna,

generalmente in materiale metallico e deposte in contesti d’eccellenza.

L’abbandono della pianta curvilinea è stato imposto nel seguire lo schema ortogonale delle città.

Ancora alla prima metà del VII secolo a.C. si datano alcune delle case in muratura di San Giovenale: la pianta dei

vani è quadrangolare, le fondazioni sono in pietra, l’alzato verosimilmente è in mattoni crudo, il pavimento in terra

battuta con una massicciata di piccoli ciottoli fluviali lungo le pareti, particolare questo che si ritrova nella camera

di fondo della tomba ceretana della Capanna, risalente al primo quarto del VII secolo a.C.

A Tarquinia all’inzio del VII secolo è stato riconosciuto un “complesso di carattere sacro­istituzionale” realizzato

in pietra nella tecnica costruttiva dei muri cosiddetti “a pilastri”, tecnica importante dal Vicino Oriente (Siria)

consistente in pilastri disposti a distanza regolare intervallati a pietrame.

La deposizione di tre bronzi de funzionalizzati, una tromba­lituo, uno scudo circolare di lamina di bronzo e

un’ascia, verosimili indicatori del potere militare e sacrale, lega la costruzione di questa struttura a un personaggio

al vertice della comunità.

Un ruolo pubblico (regia) doveva avere una casa dal perimetro esterno quadrato, ma ovale all’interno, con i muri a

mattoni di argilla seccati al sole, inserita tra due ampi cortili rettangolari recintati, rinvenuta a Roselle e

inquadrabile agli anni centrali del VII secolo a.C.

La casa è orientata verso est­ovest con una apertura particolarmente ampia a oriente.

Giovanni Colonna sottolinea come il palese contrasto tra l’estensione dei recinti e l’esiguità della struttura coperta,

collocata però enfaticamente al centro, faccia propendere per un uso pubblico forse sacro. Il rinvenimento nella

corte occidentale di un focolare, di abbondante vasellame domestico, di pesi da telaio e rocchetti in gran quantità e

ossa di animali richiama, secondo Colonna, il culto romano di Vesta.

Stesso schema, anche se più monumentale, si ritrova in alcune tombe ceretane, inquadrabili nell’orientalizzante

medio (670­630 a.C.) presentano la pianta articolata in tre ambienti, di cui quello centrale circolare “Tomba degli

Animali Dipinti o quella della Nave” o rettangolare “tomba dei Leoni Dipinti”, coperto con tetto piano a travetti

incrociati e intelaiatura di canne. Queste strutture imitano il modello di un’ampia casa rettangolare con angoli

arrotondati suddivisa da pilastri in tre ambienti ancora legata alla tradizione delle grandi capanne villanoviane.

Nell’Etruria settentrionale, dove la tomba a camera ha, come si è visto, un precedente isolato nelle piccole tombe a

camera coperte a falsa volta di Populonia della fine del IX secolo e nelle tombe con avancorpo e crepidine cilindrica

della fine del VIII, si sviluppa per lo più a camera unica a pianta circolare, pseudo­cupola sorretta in genere da

pilastro e breve dromos.

I sepolcreti delle famiglie maggiori vengono eretti di preferenza in luoghi esposti e dominanti servitida tracciati

viari che collegavano l’abitato principale ai piccoli centri che soprattutto nella fase orientalizzante popolavano il

vasto territorio: “I tumuli monumentali occupano precisi settori corrispondentei verosimilmente a capisaldi

topografici al momento della nuova pianificazione distrettuale compiuta dalla seconda metà del VIII secolo a.C.

IN questo stesso centro etrusco, del resto sono stati da tempo individuati artigiani orientali e greci che devono aver

accelerato la diffusione tra gli aristocratici di mode ecostumi delle corti del Mediteranneo orientale.

La ricca committenza etrusca adattò il modello del rumulo vicino orientale e omerico per soddisfare le proprie

esigenze di rappresentazione e culto, come testimonia, per esempio, l’apertura dell’accesso alle camere funerarie

rivolto generalmente a ovest/nord­ovest, laddove nel templum etrusco dimoravno le divinità infere, o aggiungendo

strutture complementari destinate a formule diverse di commemorazione, verosimilmente degli antenati.

Le tombe sono costituite da una grande camera sepolcrale a pianta rettangolare, raramente seguita da una più

piccola preceduta da uno spazioso vestibolo a cielo aperto, che richiama gli ampi dromoi delle tombe reali di

Salamina di Cipro.

A Veio, dove le tombe a camera più antiche sono tute molto semplici e di dimensioni contenute, ad ambiente unico

con breve dromos, le due banchine ai lati della porta possono aver avuto la stessa funzione dei più ampi ingressi

delle citate tombe tarquiniesi.

Gli zoccoli di pietra e i primi tetti di tegole:

Nella seconda metà del VII secolo a.C. si compie una trasformazione radicale nell’architettura civile e domestica. Il

Basamento degli edifici è per lo più in opera quadrata con pietre estratte dalle diverse cave locali: nell’Etruria

meridionale conci di tufo squadrati in maniera regolare, nell’Etruria settentrionale blocchi irregolari di galestro o

alberese.

Le piante delle case, ancora prevalentemente a sviluppo orizzontale, mostrano due o tre ambienti spesso con

portico. Generalmente i vani non sono comunicanti ma aperti sul cortile o su un corridoio antistante: nei casi in cui

il bano mediano è comunicante con gli due può avere svolto il ruolo di vestibolo.

I tetti per lo più a doppio spiovente sono sormontati da un coppo di colmo che talvolta sostiene acroteri, anche

figurati, ideologicamente derivati dai pali biforcuti, come messo in evidenza dalle urne a capanna.

Ad artigiani di questo tipo, maestranze altamente specializzate, si deve la realizzazione delle coperture e delle

decorazioni dei più antichi tetti d’Etruria in argilla cotta configurata e dipinta.

le decorazioni più antiche, ancora della seconda metà del VII secolo a.C. sono costituite da lastre, tegole e antefisse

sovra dipinte in bianco, con gli stessi motivi geometrici e animalistici della coeva ceramica subgeomentrica, tanto

che ne è stata ipotizzata la produzione in botteghe comuni.

Una casa a due vani da Roselle costruita con i muri esterni di pietrame irregolare, con le pareti settentrionale e

occidentale incassate per m 2 nella roccia tagliava un angolo del cortile antistante la casa con i recinti.

I due vani indipendenti, divisi da un muro in mattoni crudi, si presentano su due quote diverse e il tetto, costruito

con tegole e coppi, era privo di terrecotte decorate L’assenza di un sistema decorativo ha fatto dubitare di

un’eventuale funzione pubblica in sostituzione della precedente casa orientalizzante, ma la posizione al centro di

Roselle ripropone il problema: la mancanza del passaggio tra i due vani rende indispensabile l’esistenza del cortile

antistante per lo svolgimento di gran parte delle attività a essa connesse, probabilmente più comunitarie che

private.

Questo ambiente può far pensare all’esistenza anche nell’architettura reale di ambienti dedicati al culto degli

antenati, dove, dovevano trovare posto le imagines maiorum, quali quelle ricordate da polibio.

Le residenze: strutture palaziali , luoghi di culto, cortili e cisterne:

Tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. a Cerveteri viene introdotta un’importante innovazione mediante

l’adozione di un tipo di tomba a vestibolo esteso nel senso della larghezza e sulla cui parete di fondo si aprono le

porte di tre celle, uguali o con la centrale più grande, spesso accompagnate da finestre, tipo di tomba che resterà in

uso per gran parte del VI secolo a.C. tra la fine dell’orientalizzante e l’alto arcaismo.

Si conoscono otto esemplari a Caere, quali la tomba degli Scudi e Sedie, la tomba dei Capitelli, le due della cornice e

quella dei Troni e cinque nel viterbese. In questo modello il vestibolo è solitamente coperto con tetto a travicelli,

spesso riccamente decorato, sorretto nei casi più monumentali da una coppia di colonne assiali, talvolta sormontate

da un capitello “eolico”, come nella tomba dei Capitelli o da capitello con collare ad anello.

Tomba delle Cornici: L’evidente riferimento del vestibolo sepolcrale all’atrio dell’architettura domestica è

sottolineato dalla presenza di gradi troni a schienale ricurvo o di sedili rettangolari scolpiti accanto alle porte

principale, come nella tomba degli Scudi e Sedie della Cornice, della Sedia Torlonia, dei Troni. I troni scolpiti, che

come è stato suggerito dovevano evocare le figure del pater e della mater familias rappresentati idealmente seduti,

sono del tipo a base circolare con parte inferiore e spalliera piene, e non differiscono da quelli bronzei rinvenuti

nelle tombe principesche o da quelli che sostenevano i canopi chiusini.

A Murlo un secondo edificio con basamento in blocchetti irregolari di pietra e alzato in mattoni crudi, costruito nei

primi decenni del VI secolo a.C. Dopo l’incendio che aveva distrutto il primo e l’annessa officina, è costituito da

quattro ali suddivise in vani di diversa lunghezza.

L’area cerimoniale nel complesso, occupa un piccolo fabbricato quadrangolare 8x6.

A esaltazione della famiglia proprietaria è la fastosa decorazione in terracotta il sistema decorativo nel suo insieme

della decorazione segue un progetto minuzioso che pone in evidenza una serie di messaggi finalizzati alla gloria del

proprietario.

Sul colmo del tetto in funzione protettiva troviamo degli acroteri a figura umana maschile e femminile.

Oltre a queste statue si trovano gorgoni in corsa, sfingi, cavalli, tutti abbellivano gli spioventi gocciolatoi a testa

leonina, rosoni e teste femminili di tipo dedalico. A coprire le travi lignee del tetto nel portico fregi continui di

lastre decorate a bassorilievo, eseguite a stampo, riproducono la corsa equestre la processione nuziale, l’assemblea

dei signori destinata verisimilmente alla costruzione settentrionale, il banchetto, probabilmente posto sul lato nord­

occidentale, tutti temi legati ai momenti principali, ai passaggi fondamentali della vita aristocratica.

Ben differente il caso di Acquarossa, dove tra strutture abitative da uno a tre vani fu ritrovato un palazzo

monumentale risalente al VI secolo a.C. L0analisi dei cicli decorativi, e in modo particolare dei fregi fittili,

assimila questa struttura a quella di Murlo, mettendone in luce l’appartenenza alla medesima sfera politica e

religiosa.

Residenza di Vigna Parrocchiale:

una residenza costituita da due parti ben distinte, una , con ambienti di servizio, a nord del grande collettore,

l’altra posta a sud di esso di vera e propria rappresentanza è stata identificata durante gli scavi nell’area della

Vigna Parrocchiale a Cerveteri.

Piazza d’armi di Veio:

Come residenza aperta, invece, può essere interpretato il complesso di strutture di prima metà del VI secolo a.C.

rinvenute sulla collina di Piazza d’Armi a Veio la grande terrazza a sud dell’area occupata dall’antica città Gli

scavi, ripresi di recente hanno messo in luce un edifico rettangolare verosimilmente un tempio, dove si svolgevano le

attività culturali del gruppo, nelle immediate vicinanze, una struttura con pilastri quadrangolare su due lati

verosimilmente del tipo a più vani posti orizzontalmente e sui margini del piano una casa­torre, tutte con ricca

decorazione del tetto.

Alla struttura palaziale sono verosimilmente da attribuire altri tipi di lastre con processione di armati e di felini e

acroteri a volute e a figura umana e animale.

I frammenti di lastre architettoniche presentano tipi per ora non attestati nella zona centrale del pianoro, pur

riportando gli stesi temi largamente diffusi di processione di cavalieri etc.

L’ingresso della residenza di Piazza D’armi è collegato alla città da un ponte di legno. Questa costruzione, che può

essere come un edificio a sviluppo verticale, una casa­torre, era probabilmente utilizzata come hestiatorion.

I tipi di lastre presenti nella residenza di Piazza d’Armi sono le stesse presenti a Portonaccio.

Le case ad atrio, ampiamente documentate nell’ambito funerario già dal VII secolo a.C. non sono per ora

documentate nell’architettura reale prima dell’avanzato VI secolo a.C. L’Atrio, ovvero il cortile interno, era molto

importante per la vita all’intero della casa: oltre che per la raccolta della acqua piovane, forniva luce e aria agli

ambienti interni, immetteva nel tablino e nei cubicoli.

A Rosella, una struttura a sviluppo laterale viene incorporata alla metà circa del VI secolo a.C. da una casa a

pianta approssimativamente quadrata. Tale struttura presentava un ampio bacino (impluvium) incassato per 20 cm

entro lo spessore del marciapiede, da qui l’acqua raccolta veniva convogliata in una cisterna sotterranea.

Le mura in pietra e l’organizzazione delle citt à:

Il perimetro urbano delle metropoli dell’Etruria meridionale marittima è chiaramente condizionato dall’orografia e

la fascia perimetrale, fortemente caratterizzata sotto il profilo geomorfologico, funge da elemento di netta

definizione Dello spazio urbano. E’ pertanto probabile che le citate fortificazioni a scheggioni di pietra di VIII

secolo a.C. interessassero solo zone meno difese naturalmente. Mura continue di delimitazione del pianoro non sono

per ora attestate prima dell’inizio del VI secolo a.C.

Nell’Etruria settentrionale, dove non è presente una roccia tenera, come il tufo, frequente nella Tuscia, le opere

generalmente risultano più irregolari, con blocchi quadrati irregolari, come a Populonia, o di forma poligonale, come

a Roselle. Nella letteratura archeologica spesso sono state considerate come fortificazioni anche le imponenti opere

di terrazzamento che interessano la maggior parte dei centri etruschi a partire dal VI secolo, anche se le mura

stesse potevano talvolta assolvere alla funzione sostruttiva dell’area.

Connesso all’elevazione delle cinte murarie doveva essere la realizzazione del sistema di drenaggio dell’abitato, atto

alla raccolta e al convogliamento all’esterno delle acque di scarico e delle acque piovane in eccesso, effettuato

essenzialmente mediante cubiculi che seguivano i pendii delle colline. La messa in opera di tali fortificazioni è

indubbiamente una tappa importante nel processo di urbanizzazione e costituisce un esempio di programma

pubblico duraturo.

Alcuni studi hanno verificato che alcune mura monumentali siano grosso modo coeve alle fortificazioni della

collina residenziale di Piazza d’Armi.

A Tarquinia nella prima metà del VI secolo furono avviati una serie di interventi funzionali all’impianto della

cinta fortificata.

Le mura di Roselle, risalgono agli anni VI secolo a.C., momento nel quale sorgono in città altri due luoghi di

culto.

A Populonia il complesso dispositivo strategico è costituito da due cinte murarie “alta” e “bassa”, considerate

generalmente la prima arcaica, collegata a eventi bellici quali le due spedizioni navali siracusane contro gli

insediamenti costieri del distretto minerario (453 a.C.) ed ellenistica la seconda.

La più antica cinta muraria di Volterra racchiudeva Pian di castello, e sappiamo che questa cinta segue un

percorso strategico.

Le città programmate:

Tramontate le aristocrazie anche l’edilizia si sviluppa secondo un principio isonomico riflettente l’assetto

egualitario della società etrusca, diretta espressione dell’azione di riformatori (Tyrranoi). Un riflesso

dell’organizzazione delle città si coglie nelle necropoli, dove vengono adottate piccole tombe a piante quadrangolari

orientate secondo l’assetto della stradale.

A Cerveteri almeno a partire dalla prima metà del VI secolo a.C. vie rettilinee sono bordate da tombe “a dado”

allineate regolarmente negli spazi non occupati dai tumuli. Questi dadi sono decorati in facciata da zoccoli

riccamente modanati e da imponenti portali e coronati da cornici a becco di civetta e toro.

Edifici quadrangolari sostituiscono i tumuli anche in altre necropoli, come Populonia, dove le già citate tombe a

edicola presentano una semplice camera quadrangolare, con tetto displuviato coronato da ricche decorazioni

plastiche in pietra o in terracotta con antefisse a testa di sileno e menade.

Fondato verso il 525 è anche uno dei porti di Vulci, la Regisvilla citata da Strabone, dove in località Murelle,

sono stati individuati edifici allineati secondo assi stradali inclusi per 20 ha in un recinto fortificato. Di

particolare interesse un grande edificio lastricato a più ambienti, nel quale è stato riconosciuto un atrio a due

bracci, che anticipa quello della casa pompeiana.

A Fonteblanda nella laguna di Talamone, è stato ritrovato un impianto fissato attorno al 570 a.C. in base ai

materiali nei livelli di fonazione.

Questo ebbe tre fasi edilizie, a partire dalla metà del VI secolo a.C.

Nel 1997 in località Gonfienti, frazione di Prato, sono stati trovati i resti di un’antica città etrusca. Le indagini a

oggi svolte hanno consentito l’identificazione di alcuni vasti complessi abitativi posti ai lati di grandi strade,

sistemati razionalmente secondo un coerente piano urbanistico.

Il cortile è fornito di un pozzo a bocca circolare, ubicato in prossimità della parte coperta presso l’angolo nord­

ovest e rivestito mediante ciottoli disposti in anelli concentrici, con bordo sopraelevato rispetto al piano del cortile,

per impedire l’inquinamento dell’acqua di falda.

Particolare attenzione viene dedicata al sistema di deflusso delle acque, che vengono allontanate dal cortile tramite

un canale aperto in corrispondenza del lato meridionali, posto a separare l’area d’ingresso dall’ambiente laterale e

destinato a confluire nella grande canalizzazione perimetrale, garantendo la salubrità dell’edificio mediante un

piano di scorrimento decisamente più basso rispetto ai livelli pavimentali.

I santuari e il tempio tuscanico:

Grande importanza nella società etrusca d’età tardo­arcaica riveste l’architettura sacra e nei santuari sembrano

concentrarsi l’impegno finanziario e culturale della città. Il complesso santuariale più antico dovrebbe essere quello

di Portonaccio a Veio, il cui culto si fa risalire al VII secolo a.C.

Negli anni finali del secolo viene costruito il tempio di Apollo, primo esempio in Etruria di edificio tuscanico, a

pianta quadrangolare, con triplice cella e con pronao in antis aperto in facciata con due colonne a fusto liscio. Le

più antiche e monumentali attestazioni del tempio tuscanico, infatti rimandano per ora alla Roma dei Tarquini con

l’esempio del tempio di Sant’Omobono sorto verso il 580 a.C.

Esemplificativo l’oikos di Piazza D’Armi a Veio o quello più monumentale di Tarquinia, I fase della cosiddetta

“Ara della Regina” datati entrambi nella prima metà del VI secolo a.C. in quest’ultimo sono già presenti le due

caratteristiche che connoteranno costantemente il tempio di tipo etrusco:

• L’alto podio

• Scalinata centrale con unico accesso.

Contrariamente a quanto avviene nel tempio greco e romano chiuso da un timpano, nell’edificio etrusco lo spazio

frontale è aperto, decorato dai rivestimenti degli spioventi e delle testate dei travi principali (columen e mutuli) e

delimitato da un tettuccio interno.

Il tempio di Portonaccio per esempio è progettato sulla base di un modulo di tre piedi attici, che corrisponde allo

spessore di base dei muri e delle colonne.

La cella centrale è larga 6 moduli, le laterali, la cui esistenza è provata dai resti di cornici di porta di due diverse

misure.

Il pronao si apre in facciata con due colonne di tufo tra ante.

La trabeazione e il tetto esibiscono un vero e proprio capolavoro di coroplastica. Una ventina di statue acroteriali,

distribuite in gruppi di due­ tre personaggi e animali fantastici impegnati in episodi a carattere mitico incentrati in

particolare su Apollo ed Eracle, cui si aggiunge Zeus collocate su basi monumentali, queste statue sono state

attribuite a un famoso artista e sculture dell’epoca etrusco chiamato Maestro dell’Apollo .

Il Tempio è fiancheggiato da una piscina rettangolare che sta ad significare l’importanza all’epoca del rito di

purificazione previste nel culto di Apollo.

Alle spalle del tempio troviamo inoltre un boschetto sacro.

Nell’area urbana di Sant’Antonio scavi in corso stanno mettendo in luce un monumentale complesso con due

grandi templi a pianta rettangolare, probabilmente di tipo tuscanico.

Tra i due templi che chiameremo Tempio A e B sorge un altare di dimensioni cospicue. I dati di scavo datano la

fondazione dei templi alla fine del VI­inizi del V secolo a.C.

Lo stretto legame tra edificio ellittico e luogo di culto potrebbe riportare a determinate tradizioni relative a

festività o a ludi sacri, documentati a Caere dal Tardo arcaismo.

Straordinaria importanza riveste anche il Santuario di Pirgi, porto di Caere, che consta di due nuclei contigui con

culti differenziati, separati da un fosso un tempo alimentato da una copiosa sorgente sgorgante nei pressi.

Dedicato prevalentemente a uni, sembra aver assunto nel VI secolo un ruolo preminente.

Il santuario monumentale nel nucleo nord costruito verso il 510 consta di un temenos stretto e lungo sul cui lato

sud sono addossate venti celle, precedute da una serie di piccoli altari, riferite alle prostitute sacre, secondo il testo

“de quo lucilio scorta pyrgensia”, riportato da Servio di seguito alla menzione del sacco siracusano di Pyrgi

In un santuario ancora in corso di scavo presso Orvieto, in località Campo della Fiera è stato riconosciuto il Fanum

Voltumnae, il santuario etrusco simbolo dell’unità religiosa e in qualche modo politica dei popoli dell’Etruria, meta

ogni anno degli abitanti dell’Etruria che vi confluivano per celebrare riti religiosi giochi e manifestazioni. Il

Ritrovamento di una raffinata matrice di epoca classica testimonia come molte delle terrecotte utilizzate siano

state prodotte, appositamente per il santuario, probabilmente in office locali.

Sull’acropoli di Volterra un complesso santuariale ebbe una straordinaria continuità di utilizzo a partire dal VII

secolo a.C. fino a tutto il III secolo d.C.

Almeno due templi e due altari monumentali occupavano, come si è visto, la terrazza meridionale dell’acropoli di

Marzabotto: il tempio A probabilmente anch’esso periptero su podio, con cella centrale e il grandi tempio C di tipo

tuscanico a pianta quadrangolare.

L’altare B il più antico edificio eretto sull’acropoli, è un pozzo con imboccatura rialzata entro podio quadrato.

L’altare monumentale D, infine è un grande podio­ recinto a cielo aperto a pianta quasi quadrata, accessibile

tramite una scalinata.

Il tempio grandi di Vulci, innalzato nel Vi o IV secolo a.C. e affacciato sulla maggiore arteria della città,

costituisce un rarissimo esempio della tradizione architettonica mista greco­etrusca, inaugurata col tempio B di

Pirgi.

Circondata sui quattro lati da una peristasi continua con quattro colonne di travertino sui lati corti e sei sui lati

lunghi, sorge su un’Alto podio che si allarga sulla fronte con una terrazza, cui si accedeva mediante un grandioso

avancorpo a gradinata centrale.

Roselle: una struttura quadrangolare pertinente a un tempio orientato verso sud­ovest. In base alla stratigrafia

sono state riconosciute due fasi costruttive del tempio nel tardo VI e nel V secolo, dato confermato dai tipi di

terrecotte architettoniche recuperate nell’area e dai depositi votivi.

I centri fortif icati e le fortezze di altura

Un nuovo impulso alle fortificazioni viene dato dal IV secolo a.C. per evidenti contingenze storiche. E mura

recenziori tendono all’opera isodoma.

Esemplificativa Perugia, pervenuta solo in un momento recenziore a un ruolo preminente nel mondo etrusco, dove

la cinta muraria è lunga lungo quasi 3 km ben 11 porte monumentali, coperte da archi e volte.

La crescente necessità di un’organizzazione difensiva del territorio per l’avanzata romana fece sorgere nel corso del

IV secolo centri fortificati di medie e piccole dimensioni. La rovinosa disfatta, nel 295 a.C. della coalizione

composta da Etruschi, Senoni, Umbri e Sanniti nella battaglia campale di Sentino, cui segue la caduta di Roselle

che segna l’inizio del crollo dell’Etruria; dopo un tentativo di riscossa della coalizione gallo­etrusca in area

padana, miseramente fallito con la sconfitta presso il lago Vadimone del 283 dapprima la caduta di Tarquinia nel

281 e infine di Volsinii con Vulci nel 280 segneranno, dopo vent’anni, la definitiva resa alla potenza romana.

Fondazione di Viterbo: realizzata attorno al IV secolo a.C. l’abitato è diviso in due da una strada principale.

Rofalco: posto all’interno del territorio dell’antica città di Vulci, controllava dall’alto la valle del Fosso Olpeta che

collegava il corso del fiume flora con la città etrusca da una distanza di circa 20 km.

Rofalco si concentra tra la seconda metà del IV e i primi decenni del III secolo a.C. attestando la breve vita

dell’insediamento, il cui abbandono sembrerebbe collegato alla conquista di Vulci da parte di Roma nel 280 a.C.

La fortezza di Poggio Civitella fu costruita nell’ultimo quarto del IV secolo a.C. a opera di Chiusi ancora una

volta per difendere i propri territori dalla minaccia di Roma, in un sito già occupato nella metà del VI secolo a.C.

La fortezza si compone di tre cinte difensive innalzate in parte sulle rovine dell’abitato arcaico.

L’ideologia funeraria della nuova aristocrazia:

Nel corso del IV secolo a.C. si afferma una nuova aristocrazia, le cui ricchezze provengono principalmente dalla

proprietà terriera. Si assiste al recupero della vecchia mentalità e all’esaltazione della famiglia aristocratica con

nuove immense tombe per più generazioni, arricchite da facciate monumentali, che si contrappongono alle isonomie

dell’arcaismo. Questo nuovo tipo di sepolcro enfatizza il ruolo del capostipite e della sua consorte, deposti

solitamente nel fondo della camera in urne o sarcofagi particolari, talvolta alloggiati in edicole o tempietti. Le

iscrizioni funerarie testimoniano le vaste relazioni interstatali.


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Enrico91

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Enrico91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etruscologia e antichità italiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bagnasco Gianni Giovanna.

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