Appunti Letteratura Italiana moderna e contemporanea 2017/2018
SEMINARIO DI NARDO:
18,21 dicembre, 8,11 gennaio ore 15-17 aula 11
Titoli raccolte: Il sentimento del tempo (ungaretti), Oboe sommerso (quasimodo), la realtà
vince il sogno (Betocchi), la Barca (Luzii)
Lezione 10/10
PROGRAMMA:
POESIA MEDIO-NOVECENTESCA (anni '30-'70): una prima parte (istituzionale)
dedicata alla STORIA della poesia novecentesca attraverso figure e tendenze più
rilevanti e una seconda vuole mettere a fuoco UNA figura che
assomma nella sua opera la tradizione intera della lirica occidentale dalla classicità
al romanticismo, Giorgio Vigolo, un autore romano che è stato poligrafo (che si
cimenta nei generi più diversi),scrive opere creative (narrativa,poesia,dialoghi) ma
anche saggistica, traduttore delle Illuminazioni di Rambaud, musicologo, quindi versatile in
linea con i suoi modelli (antiquati), Goethe e Belli → leggere “La Virgilia” ,romanzo più
reperibile di Vigolo, “Il genio del Belli”, “Le Notti Romane”, “La Luce Ricorda” antologia
completa delle sue poesie
Lo SCOPO DI VIGOLO è CAPIRSI, Collocarsi, RICORDARE
Il momento in cui si illude di raggiungere questo scopo è la VISIONE (o illusione)
che raggiunge attraverso la LUCE, strumento che lo abbaglia
Nelle descrizioni, la staticità contraddistingue gli ambienti che rispecchiano una
condizione di tristezza e diventa dinamismo quando interviene la luce
Giorgio Vigolo, 1894, nato a Roma da padre veneto e madre romana, cresce nel centro
storico (in via Ripetta sul lungo tevere) e vive il processo di trasformazione di Roma da
città classica (la stessa criticata da Leopardi come provinciale) alla città moderna e
novecentesca e la sua vicenda artistica si muove tutta intorno a Roma,ma come per chi la
descriveva da abitante come Belli e chi la visitava come Goethe, ciò significa parlare di
tutta la tradizione → Vigolo si definisce un pellegrino alla ricerca dello spirito che
aleggia a Roma → il fantastico, il meraviglioso e il visionario che alimenta la sua
poesia sarà un tentativo di ricordare il perduto, il “rimosso” → egli parla della
tradizione, della storia, dei “secoli poeti” = i secoli spiritualmente
creativi:medioevo,rinascimento e barocco che hanno fatto grande l'europa
Questo “profeta del passato” ha giocato il ruolo di erede della cultura romantica,
reinterpretata secondo le esigenze e le traumatiche esperienze dell'uomo del
ventesimo secolo. Vigolo è inoltre da un lato un poeta classico (strutture formali
lineari e solide) e dall'altro inquietamente moderno perchè segue una tradizione di poeti
che vivono l'esperienza del lutto, dell'allontanarsi, degli dei. Fu un grande cultore della
tradizione ma anche un grande innovatore. Lo “Zibaldone” Vigoliano contiene tutta la
sua opera, inclusi anche i suoi attacchi di crisi irrazionale tra classicità e modernità,
chiamato “Ideario”. Nelle prime pagine, in tedesco (ne era un gran traduttore), il titolo è, a
simboleggiare il suo essere anche musicologo,“Idee Klaveer” → rif. Al clavicembalo →
strumento delle idee , che suona le idee . Complessivamente comprende 8 lingue
diverse.
La sua opera è ridotta quantitativamente perchè, dato che viveva soprattutto grazie ai
libretti musicali, doveva muoversi da una città all'altra per vedere gli spettacoli di cui
poi parlare, il che faceva perdere molto tempo. Egli si definiva “poeta inter musicos” e
“musicus inter poetas”
Dopo i saggi di “Mille e una sera all' opera e al concerto”, nel libro postumo “Diabolus in
musica:prose ed elzeviri musicali” parla del genio, del demone musicale che vive in
alcuni testi, barocchi e romantici come quello di Beethoven. Qui Vigolo traccia un
parallelo tra questa musica e l'arte barocca di Bernini, Borromini, ecc → diabolus in
architettura. Ebbene questo demone coesiste anche nella sua poesia (diabolus in poesia)
di cui parla come un “actus tragicus”; lo stile tragico infatti non è solo una scelta di
ordine formale ma ciò che meglio risponde a una dimensione spirituale e creativa che è
quella del tormento.
(Vigolo non mira a tradurre i fatti musicali in un linguaggio didascalico e informativo, né si limita a
indagarne il dato squisitamente tecnico: la sua prosa musicale racconta e genera storie, inseguendo
per dir così il significato "diabolico" della musica, versatile musa capace di trasmigrare in altre
forme artistiche, come l'architettura (che Goethe chiamava "musica ammutolita") e la poesìa. Brevi,
veloci e di squisito gusto letterario, questi saggi restituiscono con maestria l'atmosfera poetica
delle opere musicali e captano ciò che nella musica si nasconde: l'anelito di assoluto, la
dimensione ritmica come memoria dei suoni e le inquietudini etiche, specie fra Barocco e
Romanticismo, quando il suono aereo e spirituale convive con la pietra, il peccato e la morte.)
Vigolo è lontano da vari modelli: Montale, Ungaretti e avanguardie
Ma il diabolus in musica,poesia e architettura non è un'invenzione di Vigolo, bensì di
un autore che lui ammira molto, Annibal Caro,il traduttore dell'Eneide, che, in una battuta
della commedia “Gli Straccioni” riassume le contraddizioni di Roma santa (del Papa,
delle grandi chiese e della musica di Giovanni da Palestrina) e Roma del diavolo
(barocco,romantico).
Vigolo è stato uno straordinario poeta di paesaggi (flaneur). Scrive anche “Le Notti
Romane”, che ha lo stesso nome dell'opera fine settecentesca di Alessandro Verri
(veglie di fronte ai sepolcri degli Scipioni), dedicato alle rovine classiche e
l'inquietudine del moderno. Quelle di Vigolo allo stesso modo analizzano il confronto tra
la Roma santa e del diavolo e portano a compimento il disegno avviato con La città
dell'anima immettendo l'io autobiografico nel circolo degli incantesimi riconducibili al
Genius Loci. Le tessere della vicenda di esaltazione e di smarrimento sperimentata dal
soggetto compongono il quadro della ricerca di un assoluto da rinvenire, tramite l'arte,
nelle connessure tra tempo della vita e ricorsività degli schemi di destino.) . Alcune
sue prose tipo le Notti romane rappresentano il dramma di un uomo che perde il suo
nome, non lo ricorda.
Ispirata al Sonetto 62 dei Rerum Vulgarium Fragmenta di Petrarca, la poesia di Vigolo
inizia con:
“La perfetta armonia, la viva luce”: un perfetto incipit Petrarchesco. Collega Petrarca con
Goethe → la tensione dell'uomo a superare se stesso e i propri limiti. Un mondo prima
dell'uomo, una natura ancestrale. “L'armonia delle sfere, del mondo è armonia musicale” è
qualcosa che l'uomo che tenta di superare se stesso, ha perso. La natura tempestosa è
anche tempesta dell'animo, turbamento interiore → per Vigolo c'è sempre questa
osmosi tra mondo esterno e interiore. Non ha rinnegato l'idea della continuità.
Vigolo debutta con la prosa lirica alla maniera dei vociani sulle pagine di “Lirica” e
soprattutto sulla rivista di Prezzolini, “Voce” e, pur essendo un poeta fuori contesto, è
un amante di D'Annunzio (al contrario dei contemporanei che si servivano di D'Annunzio,
dicendo come Montale di “attraversare la sua opera” per arricchirsi, ma attraversare è
relativo a qualcosa di estraneo) [poesia panica,della metamorfosi tra natura umana e
vegetale], di Pascoli [combattimento contro ossessione e nevrosi con malinconica pace
agreste, fanciullino che coglie l'essenza delle cose nella natura], ma soprattutto del
vociano Arturo Onofri (Onofri, negli anni in cui scrive la cosmogonia “La terrestrità del
sole” si converte all'antroposofia che doveva conciliare il sacro e il mistero e dà vita al
circolo di Ur a cui per un periodo Vigolo aderisce e dove conosce alcuni giovani
intellettuali, futuri futuristi).
Vigolo si rivolge a dei modelli che non sono quelli della sua generazione
23/10
Abbiamo solo 3 raccolte poetiche di Vigolo di conseguenza una vena lirica molto
contenuta (peculiare è che la poesia “La luce ricorda” non è contenuta nell'omonima
raccolta,ma è in “La linea della vita”, così come “Conclave dei sogni” non c'è in Conclave
dei sogni ma nella Luce ricorda)
- La 1a, “Conclave dei sogni”, del 1935, si differenzia dalla Luce ricorda e la Linea della
vita perchè contiene una nota introduttiva. Tra i temi c'è il paragone tra microcosmo e
macrocosmo quindi la condizione dell'Io e tutto ciò che lo circonda. Altro tema ricorrente
di tutte le poesie qui è la visione come allucinazione (// illusione del piacere di Leopardi) e
il mistero a cui si accede solo grazie alle parole.
Conclave dei sogni disegna un movimento: le vicende di un’attesa e di un raggiungimento, di volta in volta rinnovate dalle
varie occasioni ispiratrici.
Assunto a simbolo inconscio e oscuro protagonista di quelle corrispondenze in cui Vigolo cerca rivelazione e poesia, il
corpo indirizza anche dall’interno e verso l’interno i suoi richiami. In questo senso non è un caso che in un’epoca ossessionata
dai propri sogni, un poeta, per vie parallele, interroghi anch’egli la psiche. Conclave dei sogni rappresenta in fondo, una chiave
per interpretare i sogni, spiegati in immagini:
<<Mura ch’io vidi in un sogno d’infanzia
cadermi addosso a strapiombo di torri, a blocchi d’ocrafulva e di tufo
sulla silenziosa via del sonno>>.
Queste mura e ruderi, l’ocra fulva e il tufo, devono assumersi in un spazio definito da tale musica, magica, ineluttabile che ci porta
tutti ad abitarlo, come accade per la famosa ‘siepe’ sul colle dell’Infinito di In Conclave dei sogni, Giorgio Vigolo
Leopardi.
“petrarchizza” i paesaggi e si dimostra un abile illustratore, basterebbe leggere solo il poemetto Erebo per rendersene conto,
in cui l’aldilà è visto come in una serie di vignette che accompagnano il racconto di un giullare; il poeta le trascrive come altrettanti
“dal vero” innalzandole a dono letterario. Al lettore più attento non sfuggirà un’altra caratteristica di Vigolo: la capacità di
richiamare la tragedia classica, per cui i personaggi, per entrare nel gioco delle passioni, devono essere eroi, re e
sacerdoti.
IL RISVEGLIO DELL'INTERMINABILE IN CONCLAVE DEI SOGNI
Il sogno è il risveglio dell'interminabile; nel sogno sembra fatto sorgere in ciascuno
l'essere dei primi tempi – e non soltanto il fanciullo, ma al di là, il più lontano e il mitico.
La couche della sua poesia diviene allora l'alternanza reve (sogno a occhi aperti) /sogno:
nel sogno l'io tende le sue propaggini sensorie e in uno stato di veggenza coglie la
dimensione mitica dell'anteriore e dell'originario. Con la sobrietà del gesto, il sogno
raggela in pose sublimi, facendone delle icone dello smarrimento e dell'angoscia, figure e
corpi che danno sostanza alla materia della rielaborazione inconscia (il sognato è per
eccellenza la manifestazione dell'Altro). Il “sonno” certifica la privazione della “materia”,
dell'esistenza terrena, proponendo l'ossessivo cifrario dei sogni, radunati in conclave. La
tesi di fondo è che, quando l'uomo è raggiunto dal sonno, si attiva l'occhio interno
che consente di liberarsi dal senso del limite per addentrarsi nell'universo folto di
meraviglie della fisiologia corporea.
Il ricorrere dell'immagine materna, evocata come ombra tutelare e disperatamente
rimpianta, offre un appiglio a percorsi interpretativi di impostazione psicoanalitica. Lo
scrittore comunque reagisce al rischio di sovraesporre la propria persona biografica
commettendo la responsabilità della fantasmagoria dei sogni alle potenze esterne
che influenzano i riflessi emotivi e subordinano ai loro dettami i proponimenti letterari.
Nel troncone centrale si concentrano i tentativi di chiarire l'esperienza del soggetto durante
il sonno: dopo una fase di doloroso “smembramento” ossia estraniazione dal proprio
corpo, l'io si slarga nella acquisita dimensione immateriale e il corpo diviene “labirinto” a se
medesimo e convoglia diverse modalità di conoscenza e relazione con la realtà. Il punto
saliente della onirologia vigoliana è rappresentato dal frangersi delle barriere spazio-
temporali al culmine della visione. Rispetto alla sezione intitolata “Conclave dei sogni”
inclusa ne La Luce ricorda,la struttura della versione del '35, questa, mostra le connessioni
e il sistema di riecheggiamenti interni che la rendono un organico “libro” di poesia → si
alternano così nostalgie pagane e slanci mistici, passeggiate fuori porta e “ritorni di
sera”. Il barocco nel violento aggetto dei suoi volumi giganteschi (le “altissime mura
deserte di voci) rappresenta il chiaroscuro espressivo, il demonico calato nelle
architetture. A tratti una gentile visione femminile accende la fantasia; è la donna-anima,
parvenza spiritualizzata soggetta alla metamorfosi in rondine che compie il proprio volo.
Il fermento introdotto da Ungaretti non lascia indifferente Vigolo: al di là del “fondo
barocco” riconosciuto da entrambi nel genius loci della Roma effigiata in Sentimento del
tempo, è sul piano delle forme, della densità espressiva e del riuso del codice del mito
che si possono stabilire punti di contatto, se non di diretta derivazione. Persino i modelli
esplicitati sono in comune: Michelangelo, Leopardi, Baudelaire, il ricorso cospicuo a
Petrarca e l'ammirazione per Dante.
Vigolo effonde nei testi dedicati alle eroine del mito un erotismo predatorio e violento:
Andromaca rilegge il canovaccio epico mescolandolo a suggestioni decadenti e
dannunziane; pur non arrivando ai toni di acre sensualità che Ungaretti travasa filtrati
nell'immaginario del Sentimento del tempo, Vigolo si lancia con avida brama sulle ombre
dell'eros incubo
Un ulteriore campo tematico su cui è opportuno soffermarsi è quello circoscritto dalla
definizione psicoanalitica di claustrofilia, tensione particolarmente rilevante nella
dinamica oni
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