Appunti di letteratura italiana moderna e contemporanea
Seminario di Nardo
18, 21 dicembre, 8, 11 gennaio ore 15-17 aula 11. Titoli raccolte: Il sentimento del tempo (Ungaretti), Oboe sommerso (Quasimodo), La realtà vince il sogno (Betocchi), La Barca (Luzi).
Programma
Poesia medio-novecentesca (anni '30-'70): una prima parte (istituzionale) dedicata alla storia della poesia novecentesca attraverso figure e tendenze più rilevanti e una seconda vuole mettere a fuoco una figura che assomma nella sua opera la tradizione intera della lirica occidentale dalla classicità al romanticismo, Giorgio Vigolo, un autore romano che è stato poligrafo (che si cimenta nei generi più diversi), scrive opere creative (narrativa, poesia, dialoghi) ma anche saggistica, traduttore delle Illuminazioni di Rambaud, musicologo, quindi versatile in linea con i suoi modelli (antiquati), Goethe e Belli.
Giorgio Vigolo
Lo scopo di Vigolo è capirsi, collocarsi, ricordare. Il momento in cui si illude di raggiungere questo scopo è la visione (o illusione) che raggiunge attraverso la luce, strumento che lo abbaglia. Nelle descrizioni, la staticità contraddistingue gli ambienti che rispecchiano una condizione di tristezza e diventa dinamismo quando interviene la luce.
Giorgio Vigolo, 1894, nato a Roma da padre veneto e madre romana, cresce nel centro storico (in via Ripetta sul lungo Tevere) e vive il processo di trasformazione di Roma da città classica (la stessa criticata da Leopardi come provinciale) alla città moderna e novecentesca e la sua vicenda artistica si muove tutta intorno a Roma. Ma come per chi la descriveva da abitante come Belli e chi la visitava come Goethe, ciò significa parlare di tutta la tradizione. Vigolo si definisce un pellegrino alla ricerca dello spirito che aleggia a Roma: il fantastico, il meraviglioso e il visionario che alimenta la sua poesia sarà un tentativo di ricordare il perduto, il “rimosso”.
Egli parla della tradizione, della storia, dei “secoli poeti” = i secoli spiritualmente creativi: medioevo, rinascimento e barocco che hanno fatto grande l'Europa. Questo “profeta del passato” ha giocato il ruolo di erede della cultura romantica, reinterpretata secondo le esigenze e le traumatiche esperienze dell'uomo del ventesimo secolo. Vigolo è inoltre da un lato un poeta classico (strutture formali lineari e solide) e dall'altro inquietamente moderno perché segue una tradizione di poeti che vivono l'esperienza del lutto, dell'allontanarsi, degli dei. Fu un grande cultore della tradizione ma anche un grande innovatore.
Lo “Zibaldone” Vigoliano contiene tutta la sua opera, inclusi anche i suoi attacchi di crisi irrazionale tra classicità e modernità, chiamato “Ideario”. Nelle prime pagine, in tedesco (ne era un gran traduttore), il titolo è, a simboleggiare il suo essere anche musicologo, “Idee Klavier” → rif. al clavicembalo → strumento delle idee, che suona le idee. Complessivamente comprende 8 lingue diverse. La sua opera è ridotta quantitativamente perché, dato che viveva soprattutto grazie ai libretti musicali, doveva muoversi da una città all'altra per vedere gli spettacoli di cui poi parlare, il che faceva perdere molto tempo. Egli si definiva “poeta inter musicos” e “musicus inter poetas”.
Dopo i saggi di “Mille e una sera all'opera e al concerto”, nel libro postumo “Diabolus in musica: prose ed elzeviri musicali” parla del genio, del demone musicale che vive in alcuni testi, barocchi e romantici come quello di Beethoven. Qui Vigolo traccia un parallelo tra questa musica e l'arte barocca di Bernini, Borromini, ecc. → diabolus in architettura. Ebbene questo demone coesiste anche nella sua poesia (diabolus in poesia) di cui parla come un “actus tragicus”; lo stile tragico infatti non è solo una scelta di ordine formale ma ciò che meglio risponde a una dimensione spirituale e creativa che è quella del tormento.
Vigolo non mira a tradurre i fatti musicali in un linguaggio didascalico e informativo, né si limita a indagarne il dato squisitamente tecnico: la sua prosa musicale racconta e genera storie, inseguendo per dir così il significato "diabolico" della musica, versatile musa capace di trasmigrare in altre forme artistiche, come l'architettura (che Goethe chiamava "musica ammutolita") e la poesia. Brevi, veloci e di squisito gusto letterario, questi saggi restituiscono con maestria l'atmosfera poetica delle opere musicali e captano ciò che nella musica si nasconde: l'anelito di assoluto, la dimensione ritmica come memoria dei suoni e le inquietudini etiche, specie fra Barocco e Romanticismo, quando il suono aereo e spirituale convive con la pietra, il peccato e la morte.
Vigolo è lontano da vari modelli: Montale, Ungaretti e avanguardie. Ma il diabolus in musica, poesia e architettura non è un'invenzione di Vigolo, bensì di un autore che lui ammira molto, Annibal Caro, il traduttore dell'Eneide, che, in una battuta della commedia “Gli Straccioni” riassume le contraddizioni di Roma santa (del Papa, delle grandi chiese e della musica di Giovanni da Palestrina) e Roma del diavolo (barocco, romantico).
Vigolo è stato uno straordinario poeta di paesaggi (flaneur). Scrive anche “Le Notti Romane”, che ha lo stesso nome dell'opera fine settecentesca di Alessandro Verri (veglie di fronte ai sepolcri degli Scipioni), dedicato alle rovine classiche e l'inquietudine del moderno. Quelle di Vigolo allo stesso modo analizzano il confronto tra la Roma santa e del diavolo e portano a compimento il disegno avviato con La città dell'anima immettendo l'io autobiografico nel circolo degli incantesimi riconducibili al Genius Loci. Le tessere della vicenda di esaltazione e di smarrimento sperimentata dal soggetto compongono il quadro della ricerca di un assoluto da rinvenire, tramite l'arte, nelle connessioni tra tempo della vita e ricorsività degli schemi di destino.
Alcune sue prose tipo le Notti romane rappresentano il dramma di un uomo che perde il suo nome, non lo ricorda. Ispirata al Sonetto 62 dei Rerum Vulgarium Fragmenta di Petrarca, la poesia di Vigolo inizia con: “La perfetta armonia, la viva luce”: un perfetto incipit Petrarchesco. Collega Petrarca con Goethe → la tensione dell'uomo a superare se stesso e i propri limiti. Un mondo prima dell'uomo, una natura ancestrale. “L'armonia delle sfere, del mondo è armonia musicale” è qualcosa che l'uomo che tenta di superare se stesso, ha perso. La natura tempestosa è anche tempesta dell'animo, turbamento interiore → per Vigolo c'è sempre questa osmosi tra mondo esterno e interiore. Non ha rinnegato l'idea della continuità.
Vigolo debutta con la prosa lirica alla maniera dei vociani sulle pagine di “Lirica” e soprattutto sulla rivista di Prezzolini, “Voce” e, pur essendo un poeta fuori contesto, è un amante di D'Annunzio (al contrario dei contemporanei che si servivano di D'Annunzio, dicendo come Montale di “attraversare la sua opera” per arricchirsi, ma attraversare è relativo a qualcosa di estraneo), poesia panica, della metamorfosi tra natura umana e vegetale, di Pascoli (combattimento contro ossessione e nevrosi con malinconica pace agreste, fanciullino che coglie l'essenza delle cose nella natura), ma soprattutto del vociano Arturo Onofri. Onofri, negli anni in cui scrive la cosmogonia “La terrestrità del sole” si converte all'antroposofia che doveva conciliare il sacro e il mistero e dà vita al circolo di Ur a cui per un periodo Vigolo aderisce e dove conosce alcuni giovani intellettuali, futuri futuristi.
Vigolo si rivolge a dei modelli che non sono quelli della sua generazione.
Le raccolte poetiche di Vigolo
Abbiamo solo 3 raccolte poetiche di Vigolo di conseguenza una vena lirica molto contenuta (peculiare è che la poesia “La luce ricorda” non è contenuta nell'omonima raccolta, ma è in “La linea della vita”, così come “Conclave dei sogni” non c'è in Conclave dei sogni ma nella Luce ricorda).
- La 1a, “Conclave dei sogni”, del 1935, si differenzia dalla Luce ricorda e la Linea della vita perché contiene una nota introduttiva. Tra i temi c'è il paragone tra microcosmo e macrocosmo quindi la condizione dell'Io e tutto ciò che lo circonda. Altro tema ricorrente di tutte le poesie qui è la visione come allucinazione (// illusione del piacere di Leopardi) e il mistero a cui si accede solo grazie alle parole.
Conclave dei sogni disegna un movimento: le vicende di un’attesa e di un raggiungimento, di volta in volta rinnovate dalle varie occasioni ispiratrici. Assunto a simbolo inconscio e oscuro protagonista di quelle corrispondenze in cui Vigolo cerca rivelazione e poesia, il corpo indirizza anche dall’interno e verso l’interno i suoi richiami. In questo senso non è un caso che in un’epoca ossessionata dai propri sogni, un poeta, per vie parallele, interroghi anch’egli la psiche. Conclave dei sogni rappresenta in fondo, una chiave per interpretare i sogni, spiegati in immagini: <<Mura ch’io vidi in un sogno d’infanzia cadermi addosso a strapiombo di torri, a blocchi d’ocra fulva e di tufo sulla silenziosa via del sonno>>. Queste mura e ruderi, l’ocra fulva e il tufo, devono assumersi in un spazio definito da tale musica, magica, ineluttabile che ci porta tutti ad abitarlo, come accade per la famosa ‘siepe’ sul colle dell’Infinito di In Conclave dei sogni, Giorgio Vigolo “petrarchizza” i paesaggi e si dimostra un abile illustratore, basterebbe leggere solo il poemetto Erebo per rendersene conto, in cui l’aldilà è visto come in una serie di vignette che accompagnano il racconto di un giullare; il poeta le trascrive come altrettanti “dal vero” innalzandole a dono letterario. Al lettore più attento non sfuggirà un’altra caratteristica di Vigolo: la capacità di richiamare la tragedia classica, per cui i personaggi, per entrare nel gioco delle passioni, devono essere eroi, re e sacerdoti.
Il risveglio dell'interminabile in conclave dei sogni
Il sogno è il risveglio dell'interminabile; nel sogno sembra fatto sorgere in ciascuno l'essere dei primi tempi – e non soltanto il fanciullo, ma al di là, il più lontano e il mitico. La couche della sua poesia diviene allora l'alternanza reve (sogno a occhi aperti) / sogno: nel sogno l'io tende le sue propaggini sensorie e in uno stato di veggenza coglie la dimensione mitica dell'anteriore e dell'originario. Con la sobrietà del gesto, il sogno raggela in pose sublimi, facendone delle icone dello smarrimento e dell'angoscia, figure e corpi che danno sostanza alla materia della rielaborazione inconscia (il sognato è per eccellenza la manifestazione dell'Altro). Il “sonno” certifica la privazione della “materia”, dell'esistenza terrena, proponendo l'ossessivo cifrario dei sogni, radunati in conclave.
La tesi di fondo è che, quando l'uomo è raggiunto dal sonno, si attiva l'occhio interno che consente di liberarsi dal senso del limite per addentrarsi nell'universo folto di meraviglie della fisiologia corporea. Il ricorrere dell'immagine materna, evocata come ombra tutelare e disperatamente rimpianta, offre un appiglio a percorsi interpretativi di impostazione psicoanalitica. Lo scrittore comunque reagisce al rischio di sovraesporre la propria persona biografica commettendo la responsabilità della fantasmagoria dei sogni alle potenze esterne che influenzano i riflessi emotivi e subordinano ai loro dettami i proponimenti letterari.
Nel troncone centrale si concentrano i tentativi di chiarire l'esperienza del soggetto durante il sonno: dopo una fase di doloroso “smembramento” ossia estraniazione dal proprio corpo, l'io si slarga nella acquisita dimensione immateriale e il corpo diviene “labirinto” a se medesimo e convoglia diverse modalità di conoscenza e relazione con la realtà. Il punto saliente della onirologia vigoliana è rappresentato dal frangersi delle barriere spazio-temporali al culmine della visione. Rispetto alla sezione intitolata “Conclave dei sogni” inclusa ne La Luce ricorda, la struttura della versione del '35, questa, mostra le connessioni e il sistema di riecheggiamenti interni che la rendono un organico “libro” di poesia → si alternano così nostalgie pagane e slanci mistici, passeggiate fuori porta e “ritorni di sera”.
Il barocco nel violento aggetto dei suoi volumi giganteschi (le “altissime mura deserte di voci) rappresenta il chiaroscuro espressivo, il demonico calato nelle architetture. A tratti una gentile visione femminile accende la fantasia; è la donna-anima, parvenza spiritualizzata soggetta alla metamorfosi in rondine che compie il proprio volo. Il fermento introdotto da Ungaretti non lascia indifferente Vigolo: al di là del “fondo barocco” riconosciuto da entrambi nel genius loci della Roma effigiata in Sentimento del tempo, è sul piano delle forme, della densità espressiva e del riuso del codice del mito che si possono stabilire punti di contatto, se non di diretta derivazione.
Persino i modelli esplicitati sono in comune: Michelangelo, Leopardi, Baudelaire, il ricorso cospicuo a Petrarca e l'ammirazione per Dante. Vigolo effonde nei testi dedicati alle eroine del mito un erotismo predatorio e violento: Andromaca rilegge il canovaccio epico mescolandolo a suggestioni decadenti e dannunziane; pur non arrivando ai toni di acre sensualità che Ungaretti travasa filtrati nell'immaginario del Sentimento del tempo, Vigolo si lancia con avida brama sulle ombre dell'eros incubo.
Un ulteriore campo tematico su cui è opportuno soffermarsi è quello circoscritto dalla definizione psicoanalitica di claustrofilia, tensione particolarmente rilevante nella dinamica oni.
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