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Appunti Letteratura Italiana moderna e contemporanea 2017/2018

SEMINARIO DI NARDO:

18,21 dicembre, 8,11 gennaio ore 15-17 aula 11

Titoli raccolte: Il sentimento del tempo (ungaretti), Oboe sommerso (quasimodo), la realtà

vince il sogno (Betocchi), la Barca (Luzii)

Lezione 10/10

PROGRAMMA:

POESIA MEDIO-NOVECENTESCA (anni '30-'70): una prima parte (istituzionale)

dedicata alla STORIA della poesia novecentesca attraverso figure e tendenze più

rilevanti e una seconda vuole mettere a fuoco UNA figura che

assomma nella sua opera la tradizione intera della lirica occidentale dalla classicità

al romanticismo, Giorgio Vigolo, un autore romano che è stato poligrafo (che si

cimenta nei generi più diversi),scrive opere creative (narrativa,poesia,dialoghi) ma

anche saggistica, traduttore delle Illuminazioni di Rambaud, musicologo, quindi versatile in

linea con i suoi modelli (antiquati), Goethe e Belli → leggere “La Virgilia” ,romanzo più

reperibile di Vigolo, “Il genio del Belli”, “Le Notti Romane”, “La Luce Ricorda” antologia

completa delle sue poesie

Lo SCOPO DI VIGOLO è CAPIRSI, Collocarsi, RICORDARE

Il momento in cui si illude di raggiungere questo scopo è la VISIONE (o illusione)

che raggiunge attraverso la LUCE, strumento che lo abbaglia

Nelle descrizioni, la staticità contraddistingue gli ambienti che rispecchiano una

condizione di tristezza e diventa dinamismo quando interviene la luce

Giorgio Vigolo, 1894, nato a Roma da padre veneto e madre romana, cresce nel centro

storico (in via Ripetta sul lungo tevere) e vive il processo di trasformazione di Roma da

città classica (la stessa criticata da Leopardi come provinciale) alla città moderna e

novecentesca e la sua vicenda artistica si muove tutta intorno a Roma,ma come per chi la

descriveva da abitante come Belli e chi la visitava come Goethe, ciò significa parlare di

tutta la tradizione → Vigolo si definisce un pellegrino alla ricerca dello spirito che

aleggia a Roma → il fantastico, il meraviglioso e il visionario che alimenta la sua

poesia sarà un tentativo di ricordare il perduto, il “rimosso” → egli parla della

tradizione, della storia, dei “secoli poeti” = i secoli spiritualmente

creativi:medioevo,rinascimento e barocco che hanno fatto grande l'europa

Questo “profeta del passato” ha giocato il ruolo di erede della cultura romantica,

reinterpretata secondo le esigenze e le traumatiche esperienze dell'uomo del

ventesimo secolo. Vigolo è inoltre da un lato un poeta classico (strutture formali

lineari e solide) e dall'altro inquietamente moderno perchè segue una tradizione di poeti

che vivono l'esperienza del lutto, dell'allontanarsi, degli dei. Fu un grande cultore della

tradizione ma anche un grande innovatore. Lo “Zibaldone” Vigoliano contiene tutta la

sua opera, inclusi anche i suoi attacchi di crisi irrazionale tra classicità e modernità,

chiamato “Ideario”. Nelle prime pagine, in tedesco (ne era un gran traduttore), il titolo è, a

simboleggiare il suo essere anche musicologo,“Idee Klaveer” → rif. Al clavicembalo →

strumento delle idee , che suona le idee . Complessivamente comprende 8 lingue

diverse.

La sua opera è ridotta quantitativamente perchè, dato che viveva soprattutto grazie ai

libretti musicali, doveva muoversi da una città all'altra per vedere gli spettacoli di cui

poi parlare, il che faceva perdere molto tempo. Egli si definiva “poeta inter musicos” e

“musicus inter poetas”

Dopo i saggi di “Mille e una sera all' opera e al concerto”, nel libro postumo “Diabolus in

musica:prose ed elzeviri musicali” parla del genio, del demone musicale che vive in

alcuni testi, barocchi e romantici come quello di Beethoven. Qui Vigolo traccia un

parallelo tra questa musica e l'arte barocca di Bernini, Borromini, ecc → diabolus in

architettura. Ebbene questo demone coesiste anche nella sua poesia (diabolus in poesia)

di cui parla come un “actus tragicus”; lo stile tragico infatti non è solo una scelta di

ordine formale ma ciò che meglio risponde a una dimensione spirituale e creativa che è

quella del tormento.

(Vigolo non mira a tradurre i fatti musicali in un linguaggio didascalico e informativo, né si limita a

indagarne il dato squisitamente tecnico: la sua prosa musicale racconta e genera storie, inseguendo

per dir così il significato "diabolico" della musica, versatile musa capace di trasmigrare in altre

forme artistiche, come l'architettura (che Goethe chiamava "musica ammutolita") e la poesìa. Brevi,

veloci e di squisito gusto letterario, questi saggi restituiscono con maestria l'atmosfera poetica

delle opere musicali e captano ciò che nella musica si nasconde: l'anelito di assoluto, la

dimensione ritmica come memoria dei suoni e le inquietudini etiche, specie fra Barocco e

Romanticismo, quando il suono aereo e spirituale convive con la pietra, il peccato e la morte.)

Vigolo è lontano da vari modelli: Montale, Ungaretti e avanguardie

Ma il diabolus in musica,poesia e architettura non è un'invenzione di Vigolo, bensì di

un autore che lui ammira molto, Annibal Caro,il traduttore dell'Eneide, che, in una battuta

della commedia “Gli Straccioni” riassume le contraddizioni di Roma santa (del Papa,

delle grandi chiese e della musica di Giovanni da Palestrina) e Roma del diavolo

(barocco,romantico).

Vigolo è stato uno straordinario poeta di paesaggi (flaneur). Scrive anche “Le Notti

Romane”, che ha lo stesso nome dell'opera fine settecentesca di Alessandro Verri

(veglie di fronte ai sepolcri degli Scipioni), dedicato alle rovine classiche e

l'inquietudine del moderno. Quelle di Vigolo allo stesso modo analizzano il confronto tra

la Roma santa e del diavolo e portano a compimento il disegno avviato con La città

dell'anima immettendo l'io autobiografico nel circolo degli incantesimi riconducibili al

Genius Loci. Le tessere della vicenda di esaltazione e di smarrimento sperimentata dal

soggetto compongono il quadro della ricerca di un assoluto da rinvenire, tramite l'arte,

nelle connessure tra tempo della vita e ricorsività degli schemi di destino.) . Alcune

sue prose tipo le Notti romane rappresentano il dramma di un uomo che perde il suo

nome, non lo ricorda.

Ispirata al Sonetto 62 dei Rerum Vulgarium Fragmenta di Petrarca, la poesia di Vigolo

inizia con:

“La perfetta armonia, la viva luce”: un perfetto incipit Petrarchesco. Collega Petrarca con

Goethe → la tensione dell'uomo a superare se stesso e i propri limiti. Un mondo prima

dell'uomo, una natura ancestrale. “L'armonia delle sfere, del mondo è armonia musicale” è

qualcosa che l'uomo che tenta di superare se stesso, ha perso. La natura tempestosa è

anche tempesta dell'animo, turbamento interiore → per Vigolo c'è sempre questa

osmosi tra mondo esterno e interiore. Non ha rinnegato l'idea della continuità.

Vigolo debutta con la prosa lirica alla maniera dei vociani sulle pagine di “Lirica” e

soprattutto sulla rivista di Prezzolini, “Voce” e, pur essendo un poeta fuori contesto, è

un amante di D'Annunzio (al contrario dei contemporanei che si servivano di D'Annunzio,

dicendo come Montale di “attraversare la sua opera” per arricchirsi, ma attraversare è

relativo a qualcosa di estraneo) [poesia panica,della metamorfosi tra natura umana e

vegetale], di Pascoli [combattimento contro ossessione e nevrosi con malinconica pace

agreste, fanciullino che coglie l'essenza delle cose nella natura], ma soprattutto del

vociano Arturo Onofri (Onofri, negli anni in cui scrive la cosmogonia “La terrestrità del

sole” si converte all'antroposofia che doveva conciliare il sacro e il mistero e dà vita al

circolo di Ur a cui per un periodo Vigolo aderisce e dove conosce alcuni giovani

intellettuali, futuri futuristi).

Vigolo si rivolge a dei modelli che non sono quelli della sua generazione

23/10

Abbiamo solo 3 raccolte poetiche di Vigolo di conseguenza una vena lirica molto

contenuta (peculiare è che la poesia “La luce ricorda” non è contenuta nell'omonima

raccolta,ma è in “La linea della vita”, così come “Conclave dei sogni” non c'è in Conclave

dei sogni ma nella Luce ricorda)

- La 1a, “Conclave dei sogni”, del 1935, si differenzia dalla Luce ricorda e la Linea della

vita perchè contiene una nota introduttiva. Tra i temi c'è il paragone tra microcosmo e

macrocosmo quindi la condizione dell'Io e tutto ciò che lo circonda. Altro tema ricorrente

di tutte le poesie qui è la visione come allucinazione (// illusione del piacere di Leopardi) e

il mistero a cui si accede solo grazie alle parole.

Conclave dei sogni disegna un movimento: le vicende di un’attesa e di un raggiungimento, di volta in volta rinnovate dalle

varie occasioni ispiratrici.

Assunto a simbolo inconscio e oscuro protagonista di quelle corrispondenze in cui Vigolo cerca rivelazione e poesia, il

corpo indirizza anche dall’interno e verso l’interno i suoi richiami. In questo senso non è un caso che in un’epoca ossessionata

dai propri sogni, un poeta, per vie parallele, interroghi anch’egli la psiche. Conclave dei sogni rappresenta in fondo, una chiave

per interpretare i sogni, spiegati in immagini:

<<Mura ch’io vidi in un sogno d’infanzia

cadermi addosso a strapiombo di torri, a blocchi d’ocrafulva e di tufo

sulla silenziosa via del sonno>>.

Queste mura e ruderi, l’ocra fulva e il tufo, devono assumersi in un spazio definito da tale musica, magica, ineluttabile che ci porta

tutti ad abitarlo, come accade per la famosa ‘siepe’ sul colle dell’Infinito di In Conclave dei sogni, Giorgio Vigolo

Leopardi.

“petrarchizza” i paesaggi e si dimostra un abile illustratore, basterebbe leggere solo il poemetto Erebo per rendersene conto,

in cui l’aldilà è visto come in una serie di vignette che accompagnano il racconto di un giullare; il poeta le trascrive come altrettanti

“dal vero” innalzandole a dono letterario. Al lettore più attento non sfuggirà un’altra caratteristica di Vigolo: la capacità di

richiamare la tragedia classica, per cui i personaggi, per entrare nel gioco delle passioni, devono essere eroi, re e

sacerdoti.

IL RISVEGLIO DELL'INTERMINABILE IN CONCLAVE DEI SOGNI

Il sogno è il risveglio dell'interminabile; nel sogno sembra fatto sorgere in ciascuno

l'essere dei primi tempi – e non soltanto il fanciullo, ma al di là, il più lontano e il mitico.

La couche della sua poesia diviene allora l'alternanza reve (sogno a occhi aperti) /sogno:

nel sogno l'io tende le sue propaggini sensorie e in uno stato di veggenza coglie la

dimensione mitica dell'anteriore e dell'originario. Con la sobrietà del gesto, il sogno

raggela in pose sublimi, facendone delle icone dello smarrimento e dell'angoscia, figure e

corpi che danno sostanza alla materia della rielaborazione inconscia (il sognato è per

eccellenza la manifestazione dell'Altro). Il “sonno” certifica la privazione della “materia”,

dell'esistenza terrena, proponendo l'ossessivo cifrario dei sogni, radunati in conclave. La

tesi di fondo è che, quando l'uomo è raggiunto dal sonno, si attiva l'occhio interno

che consente di liberarsi dal senso del limite per addentrarsi nell'universo folto di

meraviglie della fisiologia corporea.

Il ricorrere dell'immagine materna, evocata come ombra tutelare e disperatamente

rimpianta, offre un appiglio a percorsi interpretativi di impostazione psicoanalitica. Lo

scrittore comunque reagisce al rischio di sovraesporre la propria persona biografica

commettendo la responsabilità della fantasmagoria dei sogni alle potenze esterne

che influenzano i riflessi emotivi e subordinano ai loro dettami i proponimenti letterari.

Nel troncone centrale si concentrano i tentativi di chiarire l'esperienza del soggetto durante

il sonno: dopo una fase di doloroso “smembramento” ossia estraniazione dal proprio

corpo, l'io si slarga nella acquisita dimensione immateriale e il corpo diviene “labirinto” a se

medesimo e convoglia diverse modalità di conoscenza e relazione con la realtà. Il punto

saliente della onirologia vigoliana è rappresentato dal frangersi delle barriere spazio-

temporali al culmine della visione. Rispetto alla sezione intitolata “Conclave dei sogni”

inclusa ne La Luce ricorda,la struttura della versione del '35, questa, mostra le connessioni

e il sistema di riecheggiamenti interni che la rendono un organico “libro” di poesia → si

alternano così nostalgie pagane e slanci mistici, passeggiate fuori porta e “ritorni di

sera”. Il barocco nel violento aggetto dei suoi volumi giganteschi (le “altissime mura

deserte di voci) rappresenta il chiaroscuro espressivo, il demonico calato nelle

architetture. A tratti una gentile visione femminile accende la fantasia; è la donna-anima,

parvenza spiritualizzata soggetta alla metamorfosi in rondine che compie il proprio volo.

Il fermento introdotto da Ungaretti non lascia indifferente Vigolo: al di là del “fondo

barocco” riconosciuto da entrambi nel genius loci della Roma effigiata in Sentimento del

tempo, è sul piano delle forme, della densità espressiva e del riuso del codice del mito

che si possono stabilire punti di contatto, se non di diretta derivazione. Persino i modelli

esplicitati sono in comune: Michelangelo, Leopardi, Baudelaire, il ricorso cospicuo a

Petrarca e l'ammirazione per Dante.

Vigolo effonde nei testi dedicati alle eroine del mito un erotismo predatorio e violento:

Andromaca rilegge il canovaccio epico mescolandolo a suggestioni decadenti e

dannunziane; pur non arrivando ai toni di acre sensualità che Ungaretti travasa filtrati

nell'immaginario del Sentimento del tempo, Vigolo si lancia con avida brama sulle ombre

dell'eros incubo

Un ulteriore campo tematico su cui è opportuno soffermarsi è quello circoscritto dalla

definizione psicoanalitica di claustrofilia, tensione particolarmente rilevante nella

dinamica onirica e nelle fantasie-ricordi incentrati sul trauma della nascita. Se la

presenza delle immagini di clausura/carcere all'interno del reticolo tematico della raccolta

vigoliana è stata portata all'attenzione generale dalla critica di Contini, l'attrazione dello

scrittore per lo spazio raccolto e il sentirsi disconnesso dalle occupazioni del resto degli

uomini, la dimenticanza stessa patita, confluiscono nella straordinaria metafora del

Nicchio, che esplicita il sistema di arroccamenti e i meccanismi difensivi dell'io.

L'utilizzo della metafora ecclesiastica del conclave per descrivere l'irruente fervore dei

sogni traduce in segnacolo il potenziale visionario della clausura; il volto speculare della

solitudine del poeta è la possibilità di far maturare in un clima protetto le proprie idee e i

propri progetti. L'esaltazione romantica del prigioniero si fonda pertanto sull'elevazione al

si dopra del piano della contingenza dell'uomo che, in quanto limitato nei movimento,

scopre un'altra e superiore libertà, quella della ricreazione del reale da una specola

particolarissima, sottratta ai clamori e ignara delle false prospettive mondane.

La “claustromania” affligge gran parte degli artisti che avvertono drammaticamente la

scissione dal proprio tempo e la necessità di isolarsi in un'area non contaminata. L'eremita

di Roma trova alfine una collocazione all'interno di un gruppo vasto di intellettuali non

classificabili secondo le categorie delle tendenze riconosciute dall'establishment; la

denuncia di Vigolo coglie nel segno quando proclama l'impossibilità per l'uomo

novecentesco di credere in qualsivoglia intervento risolutivo. Vigolo sviluppa la sua

ricerca sul tragico partendo da presupposti differenti da quelli di Kafka e della letteratura

della crisi novecentesca → egli si affida alla dimensione antistorica dell'aorgico, fedele ai

linguaggi della contestuazione del reale (il mito e il racconto onirico). Quando licenzia il

Conclave dei sogni può ancora credere nell'intervento dell' “arcangelo deliro” che sprona i

cavalli in selva. La chiusa epica della lirica “e il canto udremo” non è ingannevole reliquia

di un passato irrecuperabile. Vigolo ha mantenuto la promessa riproponendo soluzioni

consueti al Grande Stile nell'epoca del disincanto e dei discorsi in sordina.

- La 2a invece, “Canto del destino”, del 1959, rappresenta il culimine della sua

produzione lirica. Qui emerge l'impossibilità per Vigolo di esprimersi in poesia; i temi

principali sono il destino, la vita e la morte (// Leopardi)

- Invece del 1949 “La linea della vita” e del del 1967 “La luce ricorda” sono entrambe

le raccolte autoantologie in cui scatta l'elemento poetico del movimento. La linea della

vita è improntato su un dialogo, un colloquio; la luce ricorda invece fa riferimento ad un

trauma causato dalla 2a guerra mondiale (la sua poetica infatti cambia dopo la 2a guerra

mondiale). La “luce ricorda” è un aggiornamento della “linea della vita”. La luce è il tema

principale, fa riferimento alla luce della creazione, la luce che ricorda → la luce diventa

quindi uno strumento che proietta all'indietro. Oltre all'elemento della luce, c'è

l'elemento della memoria come tentativo di tornare indietro e di essere “coevo di tutti gli

evi”.

Un gran numero di poesie, tra quelle raccolte ne La luce ricorda, si giova di una struttura

bipartita, tagliata su un'asse che stacca il piano che ospita la postazione da cui l'io

lirico contempla la scena dall'orizzonte superiore, dove si profila l'intrecciarsi di

elementi di pertinenza del dominio terrestre con altri di incontrovertibile radice

trascendente.

- Dopo di questa solo I fantasmi di Pietra del '77 e l'altra sulla soglia della

morte,nell'82, La fame negli occhi)

La cultura di Giorgio Vigolo potrebbe essere collocata tra l’estetismo di D’Annunzio e la dimensione demonica di Goethe,

caratterizzata da un’ansia profonda di ritrovare un’armonia preesistente al tempo; si tratta di ansia filosofica? Certamente è

una forma conoscitiva che dà vita ad una nuova forma di poesia molto suggestiva, fatta di immagini e di allegorie. Prendiamo

il seguente frammento:

Da strade di notte

. . . .

un’improvvisa porta

s’illumina di statue.

Al centro della poesia vi è il mito platonico della caduta di un ordine supremo, con il desiderio di ricomporre l’armonia perduta;

non è difficile capire da quali fonti abbia attinto il poeta romano: principalmente ai mistici e agli esoterici. Alla base vi è sempre il

celebre mito della caverna di Platone, da cui, a sua volta nasce una mistica. Giorgio Vigolo si sente un mistico toccato dalla Grazia e

più che un mondo “organico”, egli disegna un movimento: le vicende di un’attesa e di un raggiungimento, segnati da momenti

ispiratori.

Ed è proprio la figura del corpo che rievoca quell’armonia dalla quale esso proviene; in questo modo il corpo è assunto dal poeta a

simbolo inconscio ed oscuro delle corrispondenze in cui Vigolo cerca la poesia. Impossibile quindi che il corpo non crei

arcani e fantasiosi messaggi: i sogni, protagonisti assoluti di questa epoca, atti a svelare i misteri più occulti della nostra vita; e non

è casuale che Vigolo abbia intitolato una sua raccolta di poesie Conclave dei Sogni, sogni spiegati in immagini e melodia. Per

quanto riguarda l’ambientazione, il poeta petrarchizza i paesaggi e l’arte con cui compie questa operazione deve una buona

parte del suo ascendente ad una esperta abilità di illustratore.

Dopo la 2a guerra mondiale Vigolo cambia argomenti e si concentra sulla realtà che lo

circonda, torna quindi con i piedi per terra.

Contini e De Benedetti sono i soli 2 critici contemporanei a Vigolo che lo trattano e sono i

2 più grandi critici letterari novecenteschi, importanti in quanto normalmente questi si

concentravano su autori del calibro di Ungaretti e Montale. Entrambi scrissero dei saggi

sul “Conclave dei sogni”. Nonostante abbiano analizzato Vigolo scelgono di erigere come

poesia novecentesca per eccellenza, Contini quella di Montale e De Benedetti quella

di Saba,nonostante Saba fosse un poeta novecentesco ma a livello stilistico molto più

antico rispetto alla contemporaneità quindi Vigolo cade nell'oblìo, nonostante la sua poesia

fosse elogiata e ritenuta unica e nessun critico però lo scelse come rappresentate della

poesia novecentesca.

Contini pubblica il suo saggio su Vigolo sulla rivista “Letteratura” del 1967 e poi lo

raccoglie nella sua grande raccolta di saggi. Egli afferma che Vigolo sia un poeta antico

ma esprima una certa inquietudine metrica: ad es. in “Circe”, poesia di Conclave dei

sogni, (ricordare che quando Vigolo parla di figure femminili,quasi mai, le nomina sempre

in riferimento a nomi mitici e non ne parla mai in modo passionale) definisce

l'endecasillabo insidioso e minacciato [da Chi? → da Vigolo stesso, che effettivamente

non si ritrova nel suo stile, ovvero della poesia ottocentesca]. Contini definisce la poesia di

Vigolo frammentaria (scrive infatti “Frammenti di un cosmo distrutto”) ma secondo

Gialloreto questa visione è sbagliata, in quanto alcune poesie sono dei poemetti. →

Contini legge infatti Conclave dei sogni senza tener conto del Vigolo precedente, le sue

prospettive che leggono Vigolo in relazione all'ermetismo non funzionano. [RICORDARE

CHE] Contini è il primo ad accogliere nella poesia di Vigolo l'elemento della clausura, della

prigione (altro grande tema) → ad es. nella poesia “Mura”, (che sono 2, una nella Luce

ricorda e l'altra, questa, in Conclave dei sogni), una delle più cupe di Vigolo, perchè...

Secondo De Benedetti, Vigolo cerca un'armonia increata precedente il tempo (il pre-

nascita e la follia come unici momenti di felicità primordiale; la nascita invece è = trauma

perchè l'anima viene intrappolata dal corpo che funge da prigione); anche lui individua

l'idea di clausura ma in termini diversi rispetto a Contini, più angosciosi. Il corpo viene

visto come la prigione che separa da tutto; di fatti Vigolo viene definito cosmologo

perchè vuole sempre creare una cosmologia, un universo.

Secondo Gialloreto “Conclave dei sogni” non è una semplie raccolta di poesia, ma un

vero e proprio libro di poesia, diventa una sorta di spiegazione delle sorti della

condizione umana (// Leopardi). La stazione è un luogo simbolico della modernità e

della socialità nonostante paradossalmente sia il luogo della partenza. (Rispetto alla

sezione intitolata “Conclave dei sogni” inclusa ne La Luce ricorda,la struttura della

versione del '35, questa, mostra le connessioni e il sistema di riecheggiamenti interni che

la rendono un organico “libro” di poesia → si alternano così nostalgie pagane e slanci

mistici, passeggiate fuori porta e “ritorni di sera”. )

Nel dopoguerra, nella poesia italiana ci sono interessi nuovi e centri di cultura diversi:

Milano e Roma soppiantano firenze e c'è la riscoperta del Mezzogiorno quindi i poeti sono

portatori di una realtà drammatica, ideologicamente impegnati. Hanno quindi questa

energia ritrovata che li porta a celebrare la vita e il proprio paese. In questo quadro

sociale Vigolo non sarà mai visto tra coloro che celebrano il progresso; viene ignorata la

produzione vigoliana precedente, quella più stravagante; lui si limita nel dopoguerra a

celebrare la Roma popolare (che viene nominata spesso).

(SISTEMARE) a lezione Giallo ha parlato della Virgilia, Conclave dei sogni (una delle

raccolte più importanti), i fantasmi di Pietra, grande importanza di Roma nominata spesso

nelle poesie. I temi sono pochi e più che ricorrenti: La luce come visione, l'infanzia e la

follia come unici momenti perfetti, la disperazione del passare del tempo e la morte come

liberazione, e le mura (di Roma soprattutto) che imprigionano → vedere qualche immagine

di Piranesi, incisore e architetto Molti spunti pascoliani, leopardiani (soprattutto).

Vigolo si ispira a Giovan Battista Piranesi, incisore e architetto romano, nelle cui opere è

tutto a chiocciola,buio,cupo angoscioso,verticale o i sobborghi di Roma sempre dal

basso verso l'alto → ritroveremo ciò anche in alcune poesie di Vigolo che collega l'albero

con il cielo. ( Le sue tavole incise, segnate da un'intonazione drammatica, appaiono improntate ad un'idea di dignità

e magnificenza tutta romana, espressa attraverso la grandiosità e l'isolamento degli elementi architettonici, in modo da

ra i 2 c'è analogia della

pervenire ad un sublimesentimento di grandezza del passato antico.). T

rappresentazione delle mura, delle prigione, delle scale ripide a spirale.

ANALISI POESIE

L'ultimo verso, se è separato, è sempre la conclusione

NASCITA

- Ambientazione statica, scenario oscuro e deserto

- “Un'improvvisa porta s'illumina di statue” → viene introdotto il tema della luce e

l'ambiente comincia a diventare dinamico: il dinamismo è dato dai sobborghi (periferie

romane) da corrono, le giostre sonanti e le ruote (che salgono e scendono → tema della

verticalità // Piranesi)

- In “barche di donne abbracciate” c'è ancora il contrasto con il paesaggio notturno e

statico perchè “ sfiorano in volo” (dinamismo)

- La conclusione parte da “Oh senso primo della nascita” → l'espressione con cui Vigolo

ricava l'aprirsi dello scenario della vita. “Abbaglio” è dalla luce (strumento per ricordare la

pre-nascita quindi armonia,pace,silenzio) che lo abbaglia e rappresenta l'inizio della

visione. La nascita invece è = trauma perchè l'anima viene intrappolata dal corpo che

funge da prigione

- Conflitto tra l'essere carne,sangue e il ricordo primordiale dell'animo

IL VISO

- Impossibilità di collocarsi, Vigolo non si riconosce (anche quando i critici gli dicono che

non è un poeta novecentesco in realtà lo è)

- Obiettivo: risalire indietro e ritrovarsi tramite la VISIONE/memoria

- Tema del sogno

- La poesia inizia con un tono negativo “Malinconia”; “volto remoto” significa che non

riesce a ricordarsi la sua immagine (infatti ha perso sia il ricordo che il significato “memoria

e senso”)

- “Scruti meglio la pietra” → la pietra è più facile da interpretare rispetto al viso dell'uomo di

cui non capisci il significato (“che vuol dire?”) quindi “indaghi” attraverso i “sogni”

- “una rapita conoscenza” → rapita perchè non è stabile ma è strappata


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
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A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alex1395 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Gialloreto Andrea.

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