1. L’inizio
L’inizio di un romanzo è la soglia che separa il mondo reale in cui viviamo dal mondo
immaginario del romanziere: la durata dell’inizio non si quantifica in righe, capoversi o
capitoli ma è il punto esatto in cui siamo “attratti dentro la vicenda”. Non è facile per il
lettore entrare nella vicenda. Bisogna imparare a conoscere la gamma del lessico
utilizzata dallo scrittore, le sue abitudini sintattiche, imparare nomi, parentele e
ambientazioni spazio-temporali. Se lo scrittore sarà, capace verremo “presi all’amo” e
saremo avvinti dalla vicenda. Gli incipit possono essere differenti, un romanzo può iniziare
con un pezzo di bravura descrittivo di un paesaggio naturale o urbano che sarà lo
sfondo primario della storia (Manzoni, “I promessi sposi”: “Quel ramo del lago di Como,
che volge a mezzogiorno...”); oppure può iniziare nel bel mezzo di una conversazione,
con un’autopresentazione del narratore “Chiamatemi Ismaele” (Moby Dick, Herman
Melville), o con un atteggiamento insolente nei confronti dell’autobiografia letteraria
tradizionale (Il giovane Holden, Salinger), o ancora con una riflessione filosofica, o
scaraventare il protagonista in una situazione di estremo pericolo o in “medias res”.
2. Le intrusioni d’autore
E’ un buon espediente letterario per raccontare in modo semplice una storia, può essere
quella anonima del racconto popolare “c’era una volta” o la voce del poeta epico che nel
proemio invoca le muse “Cantami, o diva, del Pelide Achille l'ira funesta che infiniti
addusse lutti agli Achei”; Verso la fine del secolo, tuttavia, le intrusioni d’autore caddero in
disgrazia perché se si pone l’attenzione sull’atto narrativo stesso si pregiudica l’illusione
realistica e si riduce l’intensità emotiva del lettore. L’autore oltretutto, attraverso
l’intrusione, si impone con un atteggiamento di autorevolezza e di onniscienza che non è
caro alla nostra epoca scettica e relativistica. La narrativa moderna invece tende ad
eliminare la voce dell’autore presentando l’azione attraverso la coscienza dei
personaggi e delegando loro l’atto stesso della narrazione (James Joyce, il monologo
interiore).
3. La suspense
Ogni forma di narrazione tiene desto l’interesse del lettore suscitando nella sua mente
degli interrogativi e rimandando le risposte. Le domande che ci si pone riguardano i
rapporti causali (“chi è stato?”) e temporali (“poi che succederà?”) e ognuno dei due tipi
è rappresentato nella sua forma più pura rispettivamente dal racconto poliziesco e dal
racconto d’avventura. Poiché la suspense è associata alle forme popolari della narrativa,
i romanzieri “colti” dei nostri tempi l’hanno spesso declassata o disprezzata. “Suspense”
deriva dal latino “suspênsus” che vuol dire appunto “sospeso, inquieto”, a questo termine
si affianca anche quello di “cliffhanger”, ovvero “sospeso alla scogliera” che rimanda ad un
classico esempio di suspense in cui un uomo è appunto sospeso in bilico tra la vita e la
morte. Leggi esempio di suspense -> Thomas Hardy “Due occhi azzurri” (pag. 22 metà)
4. Skaz, il gergo degli adolescenti
Skaz è una parola russa (che all’orecchio inglese suggerisce la parola “jazz” e “scat”, lo
scat singing in particolare è un genere di jazz in cui si cantano vocalizzi privi di senso)
usata dai formalisti per designare un genere di narrazione in prima persona che ha la
caratteristica della parola parlata piuttosto che scritta. In questo genere di romanzo o
storia, il narratore è un personaggio che fa riferimento a se stesso con il pronome “io” e si
rivolge al lettore con il “tu” o il “voi”. Il linguaggio è dunque colloquiale sia in lessico che in
sintassi e così più che leggere ci sembrerà di ascoltare. Questo stile narrativo crea un
potente effetto di autenticità e richiede, a differenza di quanto si possa pensare, una certa
abilità dell’autore che deve riprodurre su carta tutte le caratteristiche di un racconto orale
comprensibile. Attraverso lo skaz, i romanzieri americani si liberarono dei canoni inglesi ed
europei e la spinta decisiva fu data da Mark Twain, su di lui Hemingway dice “Tutta la
letteratura americana moderna deriva da Huckleberry Finn”.(pag 27-28-29)
5. Il romanzo epistolare
I romanzi scritti in forma epistolare godevano di enorme popolarità nel diciottesimo secolo.
Il primo romanzo epistolare che venne in seguito imitato è di Samuel Richardson “Pamela”
(1741) e “Clarissa”; Rousseau “La nuova Eloisa” etc... Il romanzo epistolare è un tipo di
narrazione in prima persona, ma presenta determinate caratteristiche specifiche che non
si trovano nella più familiare forma autobiografica. Mentre la storia raccontata in
un’autobiografia è nota al narratore prima del suo inizio, le lettere sono la cronaca di un
processo in corso. Il romanzo epistolare presenta due vantaggi. Come prima cosa si può
avere più di un corrispondente e così mostrare lo stesso avvenimento da diversi punti di
vista (esempio della corrispondenza in Clarissa). In secondo luogo anche se ci si limita ad
un unico corrispondente, una lettera, a differenza di un diario, è sempre indirizzata ad una
persona specifica la cui risposta condiziona il discorso e lo rende retoricamente più
complesso ed interessante. L’autore può far sì che il protagonista, nelle sue lettere, utilizzi
un antagonista dialettico fittizio, un po’ sul modello platonico del Fedro, e che dunque
presagisca delle risposte che servono ad accelerare o rallentare il ritmo della narrazione.
(Curiosità: molti lettori di “Pamela” credevano all’epoca che si trattasse di una
corrispondenza autentica di cui Richardson curava la pubblicazione. Il romanzo epistolare
è dunque molto realistico.)
6. Il punto di vista
Un avvenimento reale può essere sperimentato da più di una persona simultaneamente.
Un romanzo può offrire prospettive diverse dello stesso avvenimento, ma soltanto una alla
volta. Anche se si adotta il metodo della narrazione “onnisciente”, solitamente si finirà col
prediligere uno o due dei possibili “punti di vista”. La narrazione imparziale e oggettiva può
essere l’aspirazione di uno storico o di un giornalista ma difficilmente leggeremmo un
racconto immaginario se questo non si riferisce a qualcuno. E il punto di vista è una scelta
importante per l’autore perché attraverso questo ha il potere di influenzare le reazioni
emotive e morali dei lettori nei riguardi dei personaggi (es. l’adulterio verrà visto
differentemente se a compierlo è un infedele o un offeso; Es. Madame Bovary non
verrebbe considerata in questo modo se la storia fosse stata raccontata dal punto di vista
di Charles; es. “Che cosa sapeva Maisie” Henry James, si parla sempre di adulteri ma dal
punto di vista di una bambina innocente. La voce narrante non è della bambina, infatti
James non imita il linguaggio infantile ma anzi attraverso un linguaggio forbito e
leggermente mordace ci rende partecipi dei commenti della signora Wix che sono tutt’altro
che ingenui > scollatura)
7. Il mistero
Nel romanzo di Hardy “Due occhi azzurri”, come abbiamo visto nel capitolo “suspense”, la
protagonista riuscirà a recuperare il suo amato. Quindi per chi non conosce il romanzo
l’effetto suspense “che cosa accadrà” è stato risolto ma ora sopraggiunge l’effetto
misterioso ed enigmatico: “come c’è riuscita?”. Questi due interrogativi sono la causa
prima dell’interesse nella narrativa e sono antichi quanto la narrativa stessa. I romanzieri
vittoriani come Dickens e Collins sfruttano l’elemento mistero collegandolo a crimini e
misfatti; questo porterà al racconto poliziesco classico di Conan Doyle. Il mistero risolto è
rassicurante per i lettori: questo afferma il trionfo della ragione sull’istinto, dell’ordine
sull’anarchia. Ecco perché il mistero è un ingrediente costante della narrazione popolare in
tutte le sue forme (telenovelas, film, prosa narrativa etc...). I romanzi colti dei nostri giorni,
stanchi di soluzioni nette e conclusioni a lieto fine tendono a lasciare il mistero irrisolto.
Mrs Bathurst è un esempio (pag.45)
8. I nomi
Uno dei principi dello strutturalismo è l’”arbitrarietà del segno”, l’idea che non esista una
connessione vera tra una parola e il suo referente. Shakespeare anticipa De Saussure
dicendo “una rosa con qualsiasi altro nome profumerebbe allo stesso modo”. I nostri nomi
di battesimo ci vengono dati con un intento semantico mentre i cognomi sono solitamente
arbitrari: non ci aspettiamo che il Signor Pastore faccia davvero il pastore etc... Mentre nei
romanzi i nomi e talvolta i cognomi non sono mai neutri anzi perlopiù sono parlanti.
Cambiare scopertamente il nome al proprio personaggio a metà del testo significa
ammettere che tutta la storia sia “inventata”, una cosa che i lettori sanno ma a cui
solitamente evitano di pensare. “La città di vetro” di Paul Auster è una delle tre novelle che
compongono la “Trilogia di New York”; In questa, come negli altri, l’autore vuole sottoporre
i cliché e gli stereotipi del detective del romanzo poliziesco allo scetticismo postmoderno
sulla identità, la casualità e il significato. Quinn viene scambiato per un investigatore e
deve pedinare un professore appena uscito dal carcere. Questo professore scrive un libro
sull’arbitrarietà del segno e qui è racchiusa la teoria dello stesso autore (un tempo segno e
referente andavano a braccetto ma dopo il peccato originale Dio li separa). Quando
avverrà il loro incontro il professore comincerà a giocare con il nome del protagonista: le
connotazioni di Quinn non hanno limite quindi non servono ai fini dell’interpretazione del
personaggio. Questo confonde il lettore. Oltretutto ogni racconto termina con la morte o la
disperazione della figura del detective, che si trova di fronte ad un mistero insolubile, perso
in un labirinto di nomi.
9. Il flusso di coscienza
Il “flusso di coscienza” è un’espressione coniata da William James, lo psicologo, fratello
del romanziere Henry James, per definire lo scorrere continuo nella mente umana di
pensieri e sensazioni. In seguito venne presa in prestito dai critici letterari per descrivere
un tipo particolare di narrativa moderna che cercava di imitare questo processo e che
trovava i suoi esponenti in James Joyce, Dorothy Richardson e Virginia Woolf. Descrivere
un’esperienza è sempre stato un aspetto molto importante del romanzo: cogito ergo sum;
per il romanziere il cogito non si traduce soltanto nel ragionamento ma anche
nell’emozione, nella sensazione e nel ricordo del personaggio descritto. I narratori
autobiografici di Defoe e i corrispondenti epistolari del Richardson erano ossessivamente
introspettivi. Poi nell’ottocento con Jane Austen e George Eliot i personaggi erano sia
descritti come individui sociali sia descritti tramite un’analisi della loro vita interiore,
emotiva e morale. Alla fine del secolo invece la realtà viene localizzata nella coscienza
soggettiva dei vari “io” individuali a causa dell’ineffabilità della propria esperienza. Il
romanzo basato sul flusso di coscienza è l’espressione letteraria del solipsismo, dottrina
filosofica che sostiene che nulla è con certezza reale eccetto la propria esistenza; ma la
letteratura in questo caso ha la funzione di addolcire la pillola e sollevarci da questa ipotesi
deprimente: il diversivo è offrire alla nostra immaginazione un accesso alla vita interiore di
altri esseri viventi, anche se fittizi. Questo genera la comprensione per i personaggi, anche
quelli più antipatici. Lodge mette a confronto la signora Dalloway, personaggio di due
romanzi di Virginia Woolf. Nel primo romanzo La Crociera (1915) la signora Dalloway è un
personaggio secondario, descritto con un tradizionale metodo di narrazione autoriale. Lo
stile con cui vengono riferiti i suoi pensieri crea un distacco ironico che emette un tacito
giudizio negativo su di lei che è una snob dell’alta borghesia. Nel descrivere la Dalloway di
“Mrs Dalloway” invece la Woolf utilizza il flusso di coscienza e questo rende il ritratto della
Dalloway molto più comprensivo. Ci sono due modi per rappresentare la coscienza: il
monologo interiore e lo stile indiretto libero. Nel primo il soggetto grammaticale è un
io, e noi, per così dire, origliamo per udire le parole con cui il personaggio verbalizza i suoi
pensieri a mano a mano che si formano. Il secondo, invece, risale a Jane Austen ma è
usata con virtuosismo in Woolf: il pensiero viene reso come discorso indiretto (terza
persona, tempo passato) ma mantiene il genere di vocabolario che è proprio del
personaggio ed elimina i sintagmi di legamento “pensò”. Ciò crea l’illusione di un accesso
intimo alla mente del personaggio, ma senza dover rinunciare totalmente alla
partecipazione dell’autore nel discorso.
10. Il monologo interiore
L’”Ulisse” di James Joyce è il resoconto di una giornata piuttosto comune a Dublino, il 16
giugno 1904, ed è l’imitazione parodistica dell’Odissea. Leopold Bloom è un ebreo di
mezz’età ed è l’eroe antieroe e sua moglie Molly tutto rappresenta tranne che la
morigerata Penelope quanto a fedeltà coniugale. Leopold dopo aver attraversato la città di
Dublino con varie incombenze mai portate a termine (come Odisseo che spinto qua e là
dai venti viene allontanato dalla sua meta), incontra Stephen Dedalus, il Telemaco del
racconto, nonché il ritratto di Joyce stesso da giovane: un aspirante scrittore orgoglioso e
squattrinato, in contrasto col padre. L’”Ulisse” è un’epica psicologica anziché eroica.
Conosciamo i personaggi principali condividendo i loro pensieri più intimi, rappresentati
come un incessante e silenzioso stream of consciousness. Joyce non fu il primo scrittore a
usare il monologo interiore (ma fu Edouard Dujardin, scrittore francese di fine Ottocento)
ma sicuramente portò la tecnica alla perfezione. Tale tecnica se usate in modo scorretto
può conferire alla narrazione un andamento lento e noioso; invece Joyce, grazie alla sua
abilità nell’uso del lessico e della struttura grammaticale (combinando il monologo interiore
con lo stile indiretto libero), riesce sempre a rendere tutto nuovo ed inusuale. Il flusso di
coscienza è perlopiù associativo ma in modo differente: quello di Leopold &egra
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