Letteratura italiana
Il genere della storia letteraria
Ogni epoca dà vita a una sua storia letteraria, condizionata dal modo di pensare di quel periodo e quindi dalla cultura. Un esempio si ha nel 1700 con il Tiraboschi; in questo secolo ci fu infatti un'enorme produzione, nel tentativo di raccogliere una vasta conoscenza letteraria. Nel 1800, a partire da queste basi, nasce la storia letteraria vera e propria, principalmente per opera di Francesco De Santis. Egli scrive la sua storia letteraria successivamente all'avvenuta unità d’Italia (1861). La sua può essere definita una “storia a tesi”: l'idea era quella di ricercare la storia della nuova nazione e soprattutto di definire un'identità nazionale unica. All'estero infatti uno stato unitario (es. Spagna, Francia) si identificava fin da subito in una lingua comune, ciò non successe però in Italia, da sempre segnata da una frammentazione di fondo (in particolare linguistica, si pensi al fenomeno dei dialetti).
Tutto ciò comportò delle conseguenze, la prima delle quali sulla percezione del classicismo. La cultura classicistica nel suo complesso venne svalutata sul piano del pensiero e dell'impegno politico, a suo parere inesistente. In compenso egli mise in rilievo autori come Dante, Alfieri, Parini e anche la prosa scientifica. Questa ottica è però limitata, perché ci sono opere che presentano indubbi riferimenti alla realtà del loro tempo, come L'Orlando Furioso in cui Ludovico Ariosto parla della realtà storica e politica. Non è perciò vero che gli autori del Rinascimento non avevano un impegno civile.
La storia letteraria è un vero e proprio genere letterario: con questo termine si intende un “programma che definisce un rapporto fra forma e contenuto di un’opera”. Queste qualità devono essere entrambe ben definite. È un programma che è pertinente alla competenza sia dell'autore sia del pubblico. Nelle letterature classiche il genere letterario era molto persistente perché c'erano delle regole che venivano osservate e resistevano nel tempo (es. poema epico, tragedia). Un rapporto molto sentito era (e rimane) quello fra tradizione e innovazione. Nella letteratura contemporanea i generi sono molto più fluidi, a eccezione della letteratura di consumo in cui persistono per esigenze commerciali (es. giallo).
La storia letteraria può essere scritta sotto forma di racconto diacronico, che quindi mette gli autori uno in fila all'altro storicamente. C'è però un altro modo di procedere, nato nel Novecento grazie a Carlo Dionisotti, che consiste nella tipologia detta “geografia e storia”, in cui è importante guardare l'area di sviluppo di un genere e il suo contesto (es. Umanesimo che varia in base alla zona). Un modello più recente viene fatto anche da Einaudi secondo questo esempio. Un terzo tipo di storia letteraria è quella per genere (es. il Manuale di storia letteraria di Girolamo). Questo modello ha indubbi vantaggi, perché fornisce specifici riferimenti su una determinata realtà; perde però l'intreccio con i fatti culturali e con gli altri generi, perché l'obiettivo dell'autore non è più quello di dare una visione di insieme.
Uno sguardo di insieme: il medioevo
La parola Medioevo significa “età di mezzo”. Il termine fu usato dalla cultura umanistica dei secoli XV e XVI che voleva ricollegarsi direttamente al mondo classico dell’antichità greco-romana scavalcando idealmente l’età di mezzo. Quest’ultima era dunque rappresentata dai secoli intercorsi fra la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476) e la nascita della nuova cultura umanistica del Quattrocento e del Cinquecento. Indubbiamente nel periodo che va dal V al X secolo predominano i segni della crisi economica e culturale. Eppure una controtendenza positiva è già evidente con l’incoronazione di Carlo Magno nel 800. Va quindi indicata una netta distinzione fra Alto Medioevo (fino al Mille) e Basso Medioevo (dopo il Mille).
Gli inizi del Medioevo furono segnati dal crollo dell’Impero romano e dalle invasioni barbariche. Per vari secoli in Europa l’unico cemento ideale fu il Cristianesimo e l’unica organizzazione unitaria fu rappresentata dalla Chiesa. La civiltà medievale può essere considerata comune in tutta Europa per i suoi aspetti principali, soprattutto per l'uso del latino, dato dal fatto che in quei secoli la cultura era appannaggio del clero. L’espressione “Medioevo latino” indica appunto la cultura medievale in latino, di argomento classico o cristiano. Il latino è l’unica lingua scritta durante l’Alto Medioevo. La distanza fra lingua parlata e latino scritto era diventata sempre più grande. Le varie lingue parlate vengono chiamate volgari perché parlate dal popolo. Solo nel Basso Medioevo le varie lingue volgari diventano lingue scritte dando vita alle diverse letterature nazionali. Tuttavia il latino continuerà a restare come lingue della cultura.
La società era di tipo gerarchico e piramidale; ciò non è casuale, ma rispecchia un pensiero religioso. Lo stesso Dante pensava che il cosmo fosse un luogo ordinato in cui ogni essere aveva un posto ben preciso che lo definiva. Gli ordini erano 3: gli oratores, i bellatores (un ruolo particolare spettava ai cavalieri) e i laboratores. Il vertice in terra era occupato da un lato dal potere temporale del sovrano e dall'altro dal potere spirituale del papa; al vertice della piramide dell'essere si trovava invece Dio. La società medievale era quindi permeata di religiosità, perciò l'obiettivo di ogni uomo, indipendentemente dal suo stato sociale, era la salvezza ultraterrena. Non a caso l'Europa medievale era solcata da pellegrini che si recavano in ogni dove privandosi spesso dei loro beni terreni (es. Roma, Gerusalemme, Santiago de Compostela).
Sempre per quanto riguarda l'ambito culturale, il committente delle opere d'arte era quasi sempre la Chiesa (es. affreschi, cattedrali). I fenomeni di committenza individuale infatti erano sporadici e si sarebbero sviluppati solo successivamente. Il fattore caratterizzante del Medioevo era il feudalesimo. Il sistema economico feudale è basato quasi esclusivamente sull’agricoltura e sull’allevamento mentre quello sociale è fondato sul rapporto personale di dipendenza e di subordinazione che vincola il vassallo, che riceve il beneficio, al signore che glielo concede.
Con il tempo si assiste a una progressiva laicizzazione, perché i due poteri (temporale e spirituale) entrarono in conflitto fra di loro. Sullo sfondo di questa rottura, si sviluppò una forte cultura giuridica. L'autorità temporale ricercava infatti la propria legittimazione nelle leggi antiche, diede perciò una forte spinta verso questo ambito. Tutta questa situazione fece sì che, partendo dall'Italia settentrionale, iniziò a svilupparsi la società dei comuni. Nacque la borghesia, una classe nuova e intermedia che con il tempo cambiò radicalmente la società. La nascita della letteratura risulta legata strettamente all'età dei Comuni. Incominciò una spinta laica da parte dei signori, inoltre gli esponenti della letteratura in volgare erano sempre più giuristi e notai e non appartenenti del clero (es. Guinizzelli). Essi ricevevano un'educazione completa: la scuola era basata sul trivio (grammatica, retorica, dialettica) e sul quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia). È interessante notare che ogni percorso educativo, indipendentemente dall'età, iniziava con lo studio della letteratura.
La lirica trobadorica
La lirica è la linea letteraria prevalente nella nostra storia e portante nella nostra letteratura, soprattutto dagli inizi fino a Boccaccio. La nostra lirica viene identificata istintivamente con la poesia d'amore. La motivazione alla base di ciò non è chiara, è una delle grandi domande che restano tuttora aperte sull’argomento. Essa deriva dalla lirica trobadorica della Provenza che si sviluppò nelle corti. La lirica era scritta in lingua d’oc, l’epica e la narrativa erano scritte in lingua d’oil. La supremazia del provenzale e del francese è dovuta (fra le altre cose) alla maggiore ricchezza e vitalità della società feudale e cortese che in Francia raggiunge già nel XI e nel XII secolo il massimo del suo splendore.
La poesia lirica dei trovatori fiorì nella Francia meridionale e in Provenza tra la fine del secolo XI e i primi due decenni del XIII secolo: dopo la crociata contro gli Albigesi (1208-1209) e la pace di Parigi del 1229 (che praticamente decise l’annessione della Provenza da parte della Francia del Nord) conobbe un rapido tramonto. Dall’epicentro francese si diffuse la cultura cortese, detta così perché si sviluppava nelle corti dei signori feudali. La cultura cortese era dunque espressione dell’aristocrazia feudale ed era eminentemente cavalleresca. I cavalieri erano una nobiltà minore. Essi esaltavano le virtù guerriere e le virtù spirituali (gentilezza e nobiltà d’animo). Questa cultura aveva carattere unitario e trans-nazionale.
La lirica cortese si specializza e si formalizza subito sul canto d'amore. Questo è però un amore molto particolare, perché è quello di un cavaliere per una donna in una posizione socialmente superiore. Esso diviene perciò un vero e proprio servizio d’amore, un atto di vassallaggio. Nell’amore cortese il corteggiamento diventa un rituale, una fase necessaria dell’amore; il rispetto per la donna è valore supremo e alla donna si attribuiscono le virtù più nobili e preziose. Il cavaliere si propone di servire e venerare questa donna, che rimane però distante rispetto a lui. Non è quindi una storia realizzabile, anche perché la donna è quasi sempre già sposata a un signore (solitamente quello a cui il cavaliere ha prestato giuramento). Nei poeti occitanici qualche volta c'è uno sviluppo felice dell'amore, ma abbastanza sporadicamente.
L'amore cortese è vincolato al silenzio e alla segretezza, infatti se qualcuno venisse a conoscenza della situazione in atto, il buon nome della dama sarebbe compromesso. L'amore è quindi unicamente servizio, un servizio però che nobilita l’anima dell’innamorato. Ciò stabilisce una caratteristica fondamentale della lirica moderna, che permane nei secoli: l'oggetto del desiderio è sfuggente. L'amore è sofferenza, è mancanza. Però l'amore innalza, “raffina”. Si crea perciò l'idea di una nobiltà di cuore e di sentimenti che non coincide con la nobiltà di sangue. Bisogna specificare che questo è un argomento che si sviluppa molto prima rispetto allo Stil Novo e che quindi non deriva direttamente dalla scuola siciliana. La lode alla donna era comunque un tema conosciuto già da tempo nella cultura europea; nella tradizione latina esisteva una poesia di lode e di amore (es. elegia). In Provenza questa diventa davvero l'unica produzione letteraria per molto tempo.
La lirica cortese crea un vero e proprio sistema di regole e di valori perché non è solo un motivo poetico, ma un argomento di trattazione scientifica, morale e filosofica. Questo sistema di regole viene messo per iscritto con il De amore di Andrea Cappellano. Esso è un trattato diviso in 3 libri, in prosa latina, scritto fra il 1174 e il 1204. Definisce i principali “comandamenti d’amore”. Egli sviluppa un’idea fondamentale, che l'amore nasce per una immoderata cogitatio quindi per un pensiero ossessivo sulla donna amata poiché la sua bellezza passa dai suoi occhi attraverso quelli dell'uomo e lo colpisce profondamente. Questa è una pietra miliare per la nostra tradizione lirica, diventa un topos per i poeti. Cappellano stabilisce anche dei modelli di colloquio fra l'amante e l'amata, a seconda della condizione sociale dell’uno rispetto all’altra, che quindi riportano alla più antica tradizione retorica.
Approfondimento: I tre stili della retorica classica e medievale sono: alto (tragico), medio (elegiaco), basso (comico). Per questi tre stili ci sono anche dei personaggi correlati: al tragico si legano signori, eroi e guerrieri; al mediano i pastori; al basso i contadini. Questa idea viene ripresa da Cappellano e riadattata.
La forma principale di poesia lirica è la canzone d’amore. La canzone è estremamente formalizzata sia nella struttura metrica che in quella tematica. L’oggetto della poesia cortese é la condizione dell'amante. La storia d'amore in sé è praticamente inesistente perché, man mano che il sentimento viene idealizzato, il rapporto diventa più vago. Il vero protagonista del componimento è quindi più precisamente lo status amanti, la condizione travagliata e dolorosa dell'amante. La donna è perciò colei che contemporaneamente dà gioia e dolore. L'amante viene rappresentato in una precisa condizione, anche fisica (che nel corso dei secoli ha interessato i medici, che si sono soffermati su di essa per capire la validità del fenomeno): è pallido, mangia e dorme poco, evita il contatto con gli altri. La sua condizione è statica: infatti, se non subentra da parte della donna l'incontro, l'amante rimane bloccato.
Questo ambito tematico trova un corrispettivo in immagini e metafore: i due concetti principali sono quelli del fuoco e del ghiaccio. Il primo rimanda ovviamente all'ardere dell'amore per la donna, e fornisce un ricco ambito semantico grazie a cui il poeta può mettere in atto dei giochi linguistici. In opposizione c'è l'immagine del ghiaccio, data dal fatto che la donna risulta spesso fredda nei conforti dell'innamorato. Altre immagini tipiche sono quella del dardo d'amore e più in generale della guerra. Quindi l'amore viene rappresentato come un guerriero, che ferisce e che trapassa con la spada. C'è anche la metafora della prigionia, e quindi delle catene, dei vincoli e dei legami.
Nella descrizione la donna viene accostata agli elementi naturali (così come era comune fare per la rappresentazione di Maria). Più in generale, c'è un canone della descrizione femminile (descriptio mulieris) con delle corrispondenze abbastanza topiche fra le parti fisiche e le sostanze (es. capelli d'oro, pelle bianca come la neve). Ci sono poi dei figuranti che vengono usati solo per delle specifiche parti del corpo (es. l'avorio per i denti, il corallo per la bocca). Oltre la metafora ci sono altre figure spesso usate, come l'ossimoro, che si presta molto bene per descrivere la condizione dell'innamorato, tipicamente contraddittoria. Bisogna considerare che non esisteva ancora la psicologia (e quindi l'analisi rigorosa dei sentimenti) perciò gli autori fin dall'antichità sapevano esprimere i sentimenti solo grazie alla retorica e ad espedienti poetici.
La lirica siciliana
La lirica siciliana nasce grazie all'esperienza trobadorica. Si sviluppa nella corte di Federico II di Svevia nel Sud Italia, soprattutto grazie a questo sovrano. Egli nasce nel 1194 e muore nel 1250. Era figlio di Enrico III e di Costanza d'Altavilla, rimase però orfano fin da piccolo. La sua caratteristica era che univa in sé la tradizione germanica con quella meridionale. Quando diventò maggiorenne andò subito in Germania per prendere definitivamente il potere. Dal 1212 al 1220 la sua corte fu itinerante, fatto straordinario per l'epoca. Per lo più però era stabilita in Sicilia, che così era divenuta il centro non solo politico ma anche culturale dell’Impero. Egli incoraggiò la produzione letteraria nella sua corte. Probabilmente fu questo il periodo in cui entrò in contatto con la poesia italiana e ne aiutò lo sviluppo. Quando si stabilì in Italia, si occupò della riorganizzazione dei suoi territori, basati non più sul vassallaggio ma su base burocratica. Creò un regno accentrato con un'organizzazione laica e moderna, in aperto contrasto quindi con lo Stato della Chiesa. Nel 1224 aprì a Napoli la prima università laica: nel 1227 vi si laurearono 36 notai.
Alla morte di Federico II (1250), la scuola siciliana si spegne. Oggi si parla di Scuola siciliana solo per indicare il gruppo di poeti (25 circa) attivi nel periodo fra il 1230 e il 1266 quando, con la battaglia di Benevento in cui venne sconfitto il figlio e successore di Federico, Manfredi, il sogno ghibellino della dinastia sveva subì una crisi rapida e definitiva. In realtà, il periodo di fioritura vera e propria della Scuola fu ancora più breve e si concentrò nel ventennio 1230-1250.
Egli promuove nella sua corte una poesia in volgare siciliano ispirata alla tradizione dei trovatori provenzali. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dall’uso del termine “volgare” perché in realtà era un linguaggio molto elevato. Rispetto al modello provenzale, cambia anzitutto la figura del poeta. Egli non era più un cavaliere, ma un borghese che esercita funzioni giuridiche e amministrative a certe (spesso dunque un giudice o un notaio) e che si dedica alla poesia solo per diletto. Si crea perciò un gruppo di funzionari che scrive poesie ispirandosi, anche in modo diretto, ai modelli trobadorici. Talvolta ci sono delle vere e proprie traduzioni delle poesie occitaniche. Naturalmente il cambiamento dell'ambiente determina anche dei mutamenti nella poesia. Innanzitutto bisogna pensare che lo Stato di Federico rifiutava l'impostazione feudale. Ciò spiega perché, più che sul rapporto d’amore.
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