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Riassunto filosofia politica Appunti scolastici Premium

Appunti di filosofia politica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Marrameo dell’università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia politica docente Prof. G. Marramao

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TEORIA DELLA RESISTENZA: le 2 teorie delle leggi e del potere sono alla base

dell’avversione per l’ingiustizia e la tirannide tanto diffusa nello spirito medievale, che in

Tommaso si concretizza nel suo interrogarsi con molte riserve sull’obbedienza dovuta ad un

principe che trascuri di cercare il bene comune e violi la legge naturale. Le leggi umane sono,

secondo Tommaso, ingiuste quando attentano al bene comune (è il caso di una legge che mira

a soddisfare il bene del principe e non quello della comunità). In questo caso queste leggi, non

imponendo di violare i comandi divini, sono comunque da rispettare, sacrificando il proprio

diritto. Le leggi umane sono ingiuste anche quando sono contrarie al bene divino, cioè

comandano qualcosa che va contro Dio (è il caso in cui viene imposto un culto idolatrico). In

questo caso non devono assolutamente essere rispettate. Il governo tirannico è un tipico caso

di legge ingiusta perché in esso la legge non è indirizzata al bene comune ma al solo vantaggio

del despota. Ecco perché, pur condannando la ribellione come peccato mortale, Tommaso

giustifichi la resistenza al tiranno.

TEORIA DEL MIGLIOR REGIME POLITICO: secondo Tommaso la migliore forma di governo è

quella mista, perché riassume in sé i vantaggi delle 3 forme pure: monarchia, democrazia,

aristocrazia. Il potere di comando deve essere detenuto da un’autorità unica, che deve essere

affiancata da un corpo di cittadini qualificati, i quali devono essere scelti tra il popolo ed eletti da

esso. Tuttavia Tommaso ha scritto una guida politica cristiana rivolta ad un re che regna

effettivamente, ossia il re di Cipro. In tale opera egli sostiene che il governo di uno solo

(monarchia), che deve essere temperato per non diventare tirannico, è il migliore perché il fine

di tale governo è l’unità, madre della pace, più facilmente raggiungibile da uno che non da molti.

L’esperienza, inoltre, insegna che le discordie hanno rovinato quegli stati governati da molti,

non da uno solo.

Per quanto riguarda il secolare tema del rapporto tra potere spirituale e potere temporale,

Tommaso ebbe un atteggiamento moderato. Egli sosteneva, infatti, che il papa avesse il potere

di deporre un sovrano in determinate circostanze, sciogliendo i sudditi dal dovere di fedeltà,

rimanendo, però, nella tradizione di Gelasio di credere all’indipendenza delle 2 autorità, quella

della Chiesa e quella dello Stato e alla superiorità della prima sul secondo.

DANTE E LA TEORIA DEI 2 SOLI

La subordinazione del potere temporale a quello spirituale è stata messa in discussione da

Dante Alighieri, che ha sostenuto la netta indipendenza dei 2 fini cui la vita umana tende: la

beatitudine terrena, cui si giunge attraverso gli insegnamenti filosofici e che è di competenza

dell’imperatore, e la beatitudine celeste, cui si giunge attraverso gli insegnamenti spirituali e che

è di competenza del papa. Entrambi i poteri, quello temporale e quello spirituale, ricevono il loro

potere direttamente da Dio, non da un suo vicario, quindi non vi è subordinazione dell’uno

all’altro, ma reciproca collaborazione.

Secondo Dante vi sono 2 guide per gli uomini: quella spirituale, che li conduce al fine

sovrannaturale, e quella temporale, che li conduce al fine terreno.

MARSILIO DA PADOVA E GUGLIELMO DI OCKAM

Nel 1322 Ludovico il Bavaro divenne imperatore, ma venne scomunicato 2 anni dopo da Papa

Giovanni XXII. Il consigliere di Ludovico, Marsilio da Padova, si schierò ovviamente contro la

Chiesa, in nome di una dottrina dello stato puramente temporale: sovranità dello stato,

separazione tra Stato e Chiesa, superiorità del Concilio sul Papa. Egli sosteneva che la legge

che governa un regno deve essere il frutto della volontà dei cittadini, non è ammissibile un

potere superiore all’autorità politica. Il suo obiettivo era quello di difendere la pace, considerata

il miglior bene possibile per il regno.

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Secondo Marsilio, compito dei sacerdoti era solo quello di consigliare, ammonire, persuadere i

fedeli, ma mai obbligarli in forza di un’ipotetica autorità a seguire i loro comandi. Ciò spetta solo

al principe, che può obbligare e giudicare sia in materia religiosa che in ogni altro settore.

Il sistema di Marsilio sfocia nella subordinazione della Chiesa allo Stato; all’imperatore spetta

intervenire nell’ordinamento della gerarchia ecclesiastica e nelle funzioni del clero.

Stessa lotta contro la plenitudo potestatis venne portata avanti da Guglielmo di Ockam.

Insomma, il potere civile stava erodendo sempre più il potere ecclesiastico e il particolarismo

nazionale guadagnava sempre più terreno sull’universalismo.

DAL GRANDE SCISMA ALLA RIFORMA

La Chiesa, a partire dal trasferimento della sede papale ad Avignone nel 1309, fu attraversata

da una sequenza di gravi crisi, che portarono al Grande Scisma d’Occidente. Questo

avvenimento divise la cristianità tra l’obbedienza ad un papa romano e quella ad un papa

avignonese, i quali si contendevano il soglio pontificio. La conseguenza fu la proposta avanzata

ai Concilii di Costanza e Basilea di riformare il governo ecclesiastico. Uno dei promotori di

questa proposta fu il cardinale Nicolò Cusano. Il progetto prevedeva l’abolizione della

sovranità pontificia in nome di un governo costituzionale per la Chiesa, affiancata da un organo

rappresentativo, il Concilio appunto, che potesse frenare il potere assoluto del Papa. Tale

progetto, però, fallì; il potere del papa venne, quindi, riconfermato e rimase tale fino alla Riforma

protestante. Tuttavia il movimento conciliare fu molto importante poiché rappresentò il primo

grande dibattito costituzionale contro l’assolutismo.

Pur uscendo il papa come vincitore dalla prova conciliare, egli fu costretto a firmare tutta una

serie di accordi bilaterali tra Santa Sede e stati nazionali, nei quali venne tacitamente

riconosciuta la sovranità che questi ultimi si erano attribuiti. La Res Publica Christiana vedeva,

così, la sua fine. Venne, infatti, sostituita dalle chiese nazionali, indipendenti da Roma.

L’unità del cristianesimo venne definitivamente rotta dalla Riforma protestante di Martin Lutero.

Egli nel 1517 affisse in Germania le cosiddette 95 tesi contro il commercio delle indulgenze

(ossia uno dei mali che affliggevano la Chiesa di Roma). Venne, così, scomunicato da papa

Leone X, ma la bolla di scomunica venne bruciata dallo stesso Martin Lutero, dando il via a quel

processo di riforma religiosa che in breve tempo fece proseliti in tutta Europa. Lutero ridusse il

numero dei sacramenti a 3 (eucaristia, battesimo e penitenza, che hanno il loro fondamento

nella Sacra Scrittura mentre gli altri sono stati istituiti dall’autorità ecclesiastica); affermò, anche,

il principio del libero esame per cui ogni credente può rapportarsi direttamente al testo sacro e

interpretarlo, senza la mediazione dell’autorità ecclesiastica. Egli sostenne, inoltre, la scissione

tra regno terrestre e regno spirituale: il regno di Dio è un regno di grazia, che non può essere

guadagnata dall’uomo con le opere terrene in quanto è un dono divino; il regno terrestre,

invece, è irrimediabilmente segnato dal disordine della natura umana conseguente al peccato

originale. Contrariamente a quanto sosteneva Tommaso, secondo cui la felicità terrena era

indirizzata al raggiungimento della beatitudine celeste, secondo Lutero non c’è mediazione tra i

2 regni. LE ORIGINI DELLO STATO MODERNO

Il concetto di stato moderno descrive una forma di ordinamento politico e di gestione del potere

che ha origine in Europa a partire dal XII-XIII sec. Si caratterizza per il monopolio del politico,

che viene esercitato:

11 - attraverso il diritto, che stabilisce norme astratte, generali per evitare ogni forma di

arbitrio.

- attraverso un’amministrazione burocratica basata sulla gerarchia e sulla professionalità.

Gli elementi dello stato moderno sono 3: monopolio del potere legittimo, territorio,

popolazione.

Esso è diverso dalla polis greca, sia per la sua estensione territoriale, sia perché la democrazia

della polis aveva strutture verticali di potere molto deboli rispetto allo Stato moderno, il quale si

presenta, invece, come una persona giuridica con propri organi e uffici.

Lo Stato moderno si differenzia anche dalla Res Publica Romana, il cui governo era costituito

da una molteplicità di magistrature collegiali con compiti specifici, limitate nel tempo.

Altra differenziazione va fatta tra Stato moderno e sistema feudale, caratterizzato, quest’ultimo,

da vari diritti di sovranità dei diversi signori nei rispettivi paesi ed in cui mancava l’unità

territoriale. Qui i rapporti di potere erano basati su un rapporto contrattuale, e ciò consentiva la

guerra privata o la faida, la ribellione al superiore quando si riteneva che fosse stato violato un

proprio diritto. Lo Stato moderno, invece, grazie al monopolio dell’uso legittimo della forza,

tende da una parte ad instaurare la pace nel proprio spazio territoriale, dall’altra a trasformare i

rapporti di potere privati e personali in un unico rapporto impersonale e pubblico con i governati.

Il potere è accentrato nelle mani del sovrano.

Nella fase di passaggio dal sistema feudale allo Stato moderno, l’organizzazione del potere

prese le sembianze di uno Stato per ceti. La premessa per la formazione di tale tipo di Stato fu

la nascita delle città, in seguito ad un’intesa volontaria di singoli con l’obiettivo di difendere

collettivamente il proprio benessere economico, creando uno spazio giuridico immune rispetto

alle regole del sistema feudale. Questa novità sulla scena politica diede vita ad un nuovo

sistema di dominio, il ceto, appunto, che è un gruppo di individui che godono di uno stesso

status giuridico. Attraverso le assemblee, i ceti trattavano con il principe, rivendicando pretese

in cambio di oneri nella gestione del dominio sul territorio. Potevano anche prendere posto nei

più alti uffici politici ed amministrativi. La caratteristica dello Stato per ceti è dunque la natura

dualistica del potere, che contrapponeva il principe ai ceti.

Il dualismo costituzionale dello Stato per ceti si esaurì in seguito per lasciare il posto

all’accentramento del potere tipico dello Stato moderno. A mano a mano che il principe

accantonò il diritto di approvazione delle imposte da parte dei ceti, amministrandone

direttamente la riscossione, i ceti persero la loro originaria posizione politica. Questo fu reso

possibile anche grazie all’appoggio che il principe, nella sua lotta contro i privilegi del più

importante dei ceti, la nobiltà, ebbe da parte della borghesia cittadina. Quest’ultima aveva

l’obiettivo di distribuire più equamente il carico fiscale tra le diverse forze del paese, nonché

vedersi difendere e sostenere i propri interessi economici dal principe. Questo è il periodo in cui

è nato il concetto di Stato interventista.

LO STATO ASSOLUTO

E’ una forma dello Stato moderno con una funzione prettamente politica. E’ caratterizzata

dall’esclusività del potere del sovrano e dalla centralizzazione dell’amministrazione, dalla

presenza di un esercito permanente e stanziale, finanziato e organizzato dal sovrano, e dalla

conseguente crescita degli apparati fiscale, burocratico e giudiziario. Ciò che mancava allo

Stato per ceti per essere considerato uno Stato moderno a tutti gli effetti era proprio il

monopolio dell’uso legittimo della forza.

In politica estera lo Stato assoluto era caratterizzato da un continuo gioco di alleanze e contro-

alleanze al fine di mantenere l’equilibrio. Questo è il periodo, infatti, in cui nascono le moderne

ambasciate nei vari paesi stranieri.

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Dire che il potere di chi governa è sovrano non significa dire che non abbia limiti. I limiti vi sono,

sono quelli imposti dalla legge di natura, dalla legge divina e dalle leggi fondamentali del regno,

ed è proprio grazie ad essi che l’assolutismo dello Stato moderno non sfocia in tirannide.

Mentre al tramonto del Medioevo era presente in Europa una quantità innumerevole di soggetti

partecipanti alla gestione del potere politico, questo numero si ridusse notevolmente durante i

secoli dell’età moderna, fino a giungere, nel ‘700, ad una trentina di Stati sovrani. Questa

semplificazione del quadro politico avvenne attraverso una serie di guerre e conflitti.

La grande novità dello Stato moderno risiede nel fatto che la religione smise di essere parte

integrante della politica. LE TEORIE DELLA SOVRANITA’

Il termine sovranità appare alla fine del XVI sec. insieme a quello di Stato per indicare il potere

esclusivo e non derivato di quest’ultimo. Sul piano interno il moderno sovrano procede

all’eliminazione dei poteri feudali, dei privilegi dei corpi intermedi (ceti, autonomie locali ecc…)

per cercare di eliminare i conflitti interni, mantenendo così la pace interna. Egli si trova in una

posizione di assoluta supremazia, avendo sotto di sé i sudditi, tenuti all’obbedienza. Sul pianto

esterno, invece, il sovrano decide in materia di guerra e di pace. Egli si trova, però, in una

posizione di eguaglianza con i sovrani degli altri Stati.

Il concetto di sovrano esisteva già prima del XVI sec., ma con un significato decisamente

diverso. Nel Medioevo, ad esempio, con il termine sovrano ci si riferiva a colui che era superiore

in un preciso sistema gerarchico, colui che assicurava giustizia osservando le leggi

consuetudinarie del proprio paese. Nella moderna accezione, invece, il sovrano fa la legge, è

supra legem, e la sua legge è superiore ad ogni altra fonte, quindi anche nei confronti della

consuetudine. JEAN BODIN

Era un giurista francese che scrisse la sua opera più importante durante le guerre di religione

che hanno funestato la Francia. La sua riflessione fu fortemente condizionata dall’auspicio di un

governo centrale forte che potesse porre fine a queste guerre religiose. Nonostante fosse

cattolico, fu tra i primi a credere nell’importanza di tollerare altre religioni all’interno di uno

stesso Stato.

Secondo Bodin, affinchè uno stato sia unito ed indipendente, è necessario che sia dotato di una

sovranità, che deve presentare determinate caratteristiche:

- essere un potere supremo su sudditi e cittadini.

- essere perpetua, ossia durare quanto la vita di chi ne è detentore.

- essere assoluta, ossia non condizionata da nulla se non dalla legge di Dio e di natura.

- non essere alienata né delegata.

Nonostante Bodin non voglia considerare la sovranità come fondata sul diritto divino, non ne

spiega la sua origine, come invece farà Hobbes successivamente.

Come abbiamo detto la sovranità, secondo Bodin, doveva essere limitata solo dalla legge di Dio

e di natura. Lo stato è tenuto a rispettare il diritto sacro della famiglia e quindi quello della

proprietà privata, essendo questa uno dei fondamenti insostituibili della famiglia. Per famiglia

egli intende la comunità naturale formata da genitori, figli, servi e dai loro beni comuni, da cui

derivano, poi, tutte le altre società e quindi anche lo Stato. Quest’ultimo viene, pertanto, visto

come un governo di famiglie in cui il padre diventa cittadino nel momento in cui agisce insieme

agli altri capifamiglia per la difesa comune e i vantaggi reciproci.

Pur considerando il re di Francia un sovrano assoluto, Bodin ammetteva che ci fossero certe

cose che non potevano essere fatte da tale sovrano (es: modificare la successione o alienare il

dominio pubblico). Ammetteva poi l’esistenza di leggi fondamentali che neppure il sovrano

poteva modificare e che riguardavano la condizione e la struttura del regno.

13 THOMAS HOBBES

E’ considerato il padre della filosofia politica moderna. Le sue idee si contrappongono a quelle

aristoteliche. Contro la naturale ineguaglianza degli uomini di Aristotele, infatti, Hobbes

contrappone la tesi della naturale eguaglianza tra gli uomini, sia in termini di forza fisica, sia in

termini di facoltà mentali che di facoltà spirituali. Contro, invece, la convivenza gerarchicamente

ordinata di Aristotele, Hobbes contrappone la tesi della costante conflittualità tra gli uomini. Essi,

infatti, entrano in conflitto per diffidenza, nel senso che se nessuno può essere certo di non

venire ucciso dagli altri, ognuno dovrebbe aggredire e uccidere in anticipo per evitare di fare la

stessa fine. Se gli uomini entrano in conflitto è perché sono animati da una passione definita da

lui “gloria”, che deriva dal riconoscimento della propria superiorità sugli altri. Per porre fine alla

guerra di tutti contro tutti è necessario stipulare un patto sociale, da cui nasce lo Stato.

Le opere politiche di Hobbes furono scritte in occasione delle guerre civili inglesi con

l’intenzione di sostenere la monarchia assoluta, che credeva fosse la forma di governo più

stabile ed ordinata. Egli giunse ad una teoria dell’unità del potere statale caratterizzata da un

lato dall’indipendenza da ogni autorità esterna allo Stato, dall’altro lato dalla superiorità del

potere statale su qualsiasi altro centro di potere. Il potere sovrano è originario, ossia non deriva

da nessun altro potere superiore.

Secondo Hobbes sono 3 i fattori che possono ostacolare la formazione dell’unità statale, ma

sono fattori cui possono essere posti rimedi:

la pretesa dell’autorità religiosa di essere titolare di un potere superiore a quello dello

1. Stato e quindi di decidere se l’ordine del sovrano sia giusto o meno. Secondo Hobbes

solo la sottomissione del potere religioso a quello civile può eliminare le discordie

derivante dal conflitto di poteri. In opposizione alla distinzione dei 2 poteri, egli pone il

principio dell’unicità del potere in capo allo Stato.

La contesa tra la Corona ed il Parlamento in Inghilterra. La Corona trovava nella

2. Costituzione un ostacolo alla sua trasformazione in uno stato assoluto. Lo stato inglese

era uno stato fondato sulla divisione dei poteri. Contro tale divisione Hobbes poneva il

principio dell’unitarietà del potere sovrano.

Il primato della common law sulla statute law. Il re era vincolato non solo dalla legge

3. naturale e divina, ma anche dalle norme positive. Contro tale dottrina di supremazia della

common law, Hobbes afferma che l’unità politica non può prescindere dall’unità giuridica,

perseguita attraverso l’unificazione delle fonti del diritto nell’unica fonte di legge che è il

sovrano.

METODO SCIENTIFICO: Hobbes segna una svolta fondamentale nella filosofia politica poiché

per primo formula una vera scienza della politica, in cui il potere civile non ha più bisogno della

sanzione divina. Fino ad allora, per giustificare la fondazione e legittimazione del potere

monarchico, si era sempre utilizzato il metodo del ricorso all’autorità sovrannaturale delle Sacre

Scritture. Hobbes, invece, per la prima volta introduce il metodo razionalistico, che applichi alle

discipline morali e politiche, ossia allo studio dell’uomo e della società, quello stesso metodo

scientifico di cui si servivano la geometria e in generale le scienze naturali. Solo così la scienza

politica può diventare una scienza rigorosa che non dia spazio a dispute interne su ciò che sia

vero o falso e le cui conclusioni siano, quindi, incontrovertibili. Secondo Hobbes è necessario

partire dalle cose più semplici per arrivare a quelle più complesse servendosi solamente di ciò

che è stato precedentemente dimostrato.

L’uso del metodo scientifico permette al filosofo politico il possesso di un sapere infallibile, cui

viene dato il compito di determinare una forma di convivenza in cui siano superate le false

credenze intorno a ciò che è giusto o meno. Questo concetto richiama l’idea di Platone,

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secondo cui sarà sempre impossibile porre fine alle crisi politiche e ai rivolgimenti di governo

finchè i sovrani non diventeranno filosofi.

STATO DI NATURA E STATO CIVILE: il sistema di Hobbes è un sistema piramidale composto

da 3 parti: la prima tratta dei corpi e cerca di comprendere la geometria e la meccanica; la

seconda tratta della fisiologia e della psicologia degli individui; la terza del complesso di tutti i

corpi, ossia dello Stato.

Il procedimento deduttivo su cui si basa afferma che:

Il movimento è il fatto più diffuso in natura.

1. La condotta umana è una forma di moto.

2. La condotta sociale, su cui si fonda l’arte di governo e che deriva dal reciproco

3. atteggiamento degli uomini, è anch’essa legata alle leggi del moto.

Una dottrina dello Stato che voglia essere scientifica deve innanzitutto studiare gli individui, le

loro passioni, i loro bisogni. Secondo Hobbes sono 2 le peculiarità della natura umana: l’uomo è

naturalmente diffidente verso il suo simile; egli tende per natura all’autoconservazione della vita

ossia ad evitare la morte. Uno stato di natura in cui l’uomo segue il suo istinto sarebbe

caratterizzato da contrasti e conflitti insanabili. L’unica istituzione in grado di sanare la

contraddizione dello stato di natura, sostituendo al regno della guerra quello della pace, è lo

Stato, che può essere tale solo per convenzione, in quanto opera della ragione. Però, affinchè

gli uomini possano risolvere i loro conflitti, è necessario presupporre un terzo principio della

natura umana, ossia che gli uomini siano essere ragionevoli. Occorre, cioè, presupporre che

essi siano in grado di rendersi conto tramite la ragione che la guerra dipende dal diritto di tutti a

tutto, tipico dello stato di natura, e che solo rinunciando a tale diritto la guerra possa essere

evitata. Gli uomini, nello stato di natura, si trovano in una situazione di uguaglianza di fatto, di

scarsità di beni e di ius in omnia (=diritto di ciascuno su tutte le cose). Lo stato di natura è,

quindi, uno stato di concorrenza, in cui se 2 uomini desiderano la stessa cosa diventano nemici

e nel perseguire il proprio scopo, ossia l’autoconservazione, cercano di distruggersi e di

sottomettersi a vicenda.

Il passaggio dallo stato di natura allo stato civile, in cui esiste un potere comune che costringe

gli uomini ad osservare le leggi necessarie ad una pacifica convivenza assicurando, così, la

pace, può avvenire solo mediante un patto con cui tutti si accordano per rinunciare all’uso della

forza individuale, istituendo una forza comune. Occorre cercare e perseguire la pace con tutti i

mezzi di cui si dispone; si deve rinunciare reciprocamente al diritto su tutto e ci si deve

accontentare di avere tanta libertà nei confronti degli altri quanta se ne conceda agli altri nei

confronti di se stessi; occorre mantenere i patti stretti, quindi nel momento in cui si rinuncia ad

un proprio diritto non bisogna assolutamente ostacolare chi ora ne fruisce.

IL CONTRATTO E LE CARATTERISTICHE DELLA SOVRANITA’: per far sì che gli accordi

vengano rispettati è necessario che ci sia un potere che obblighi all’obbedienza, a meno di una

punizione. Tutto il potere deve essere trasferito ad un Uomo Artificiale, il cui potere è

infinitamente superiore a quello dell’uomo naturale, e che viene autorizzato con lo scopo di

assicurare la pace interna, sanzionare le tendenze egoiste degli uomini, dando efficacia alle

leggi naturali. Il processo di formazione di questo Uomo Artificiale è quello del contratto, o

meglio, dei contratti conclusi dagli uomini in favore di un terzo soggetto, la cui volontà si

sostituirà a quella di tutti. Il patto non dà vita ad una mera associazione di persone che

perseguono un fine comune, poiché una tale società non garantirebbe l’osservanza delle leggi.

Invece con questo accordo i singoli contraggono un obbligo, quello di obbedire a tutto ciò che il

detentore del potere comune comanderà. Il sovrano, quindi, non partecipa al patto ma ne è il

beneficiario.

Le caratteristiche del contratto danno alla sovranità che ne scaturisce 3 attributi fondamentali:

15 È un patto di sottomissione stipulato tra singoli a favore di un terzo e non tra popolo e

1. sovrano  ne deriva che la sovranità è irrevocabile. L’opposizione al sovrano non è mai

giustificata, a meno che egli non sappia dare quella sicurezza che è l’unica ragione per la

quale i sudditi si sottomettono ad esso.

Tutto il potere che ciascuno ha nello stato di natura viene attribuito ad un terzo sopra le

2. parti  ne deriva che la sovranità è assoluta. Chi detiene il potere può esercitarlo senza

limiti esterni e niente di ciò che il sovrano può fare ad un suddito può dirsi ingiusto o

offensivo. L’unico diritto che rimane in capo all’individuo è il diritto alla vita. Hobbes

prevede, comunque, una sfera di libertà per i sudditi in quelle materie in cui il sovrano

non ha legiferato (es: educazione dei figli, lavoro da svolgere ecc…).

Il terzo cui questo potere è attribuito è un’unica persona  ne deriva che la sovranità è

3. indivisibile. Sono riuniti nella stessa persona i 3 tradizionali poteri dello stato: legislativo,

esecutivo e giudiziario.

RAPPORTI TRA STATO E CHIESA: Hobbes parte da 2 presupposti. Per lui essere cristiani

non significa altro che credere che Gesù è il Cristo figlio di Dio. Inoltre il regno di Dio non è di

questo mondo, Cristo è venuto tra gli uomini per insegnare e predicare, non per comandare; il

potere di comando, infatti, è riservato all’autorità civile. Nello stato di natura ogni cristiano

interpreta le Sacre Scritture secondo la sua ragione individuale. Trasferendo il diritto di

interpretazione all’Uomo Artificiale, spetta poi al sovrano l’interpretazione delle scritture e la loro

trasformazione in leggi civili. Per Hobbes, quindi, non esiste un potere sacerdotale diverso dal

potere civile; il potere di decidere sulle cose spirituali spetta esclusivamente allo Stato.

BENJAMIN CONSTANT

Nella sua opera più celebre Constant contrappone gli Antichi ai Moderni, distinguendo 2 tipi di

libertà, quella liberale, tipica degli Antichi, e quella democratica, tipica dei Moderni. Secondo

Constant la civiltà classica ha formulato un concetto di libertà consistente nell’esercitare

collettivamente molti dei privilegi spettanti alla sovranità. Nel senso degli antichi la libertà

consiste, quindi, essenzialmente nella partecipazione diretta al potere politico. Per i moderni,

invece, la libertà è il diritto di non essere sottoposto a nient’altro che alle leggi, di non poter

essere arrestato, detenuto, condannato a morte, maltrattato a causa dell’arbitrio di uno o più

individui, di dire la propria opinione, di disporre della personale proprietà, di circolare senza

chiedere permesso.

Constant si schiera a favore della libertà dei moderni. Il suo bersaglio critico è Rousseau, reo di

aver confuso l’autorità del corpo sociale con la libertà, finendo per sacrificare la libertà

individuale alla libertà politica. L’errore di Rousseau sta nell’aver presupposto l’alienazione

totale da parte degli individui di tutti i loro diritti per dar luogo ad un potere esercitato da tutti.

Secondo Constant, invece, tale alienazione porta di fatto ad una perdita dei diritti, perché chi

esercita di fatto l’autorità non è mai il corpo sociale nel suo insieme ma solo parte di esso. Egli

afferma che l’autorità dello Stato non debba estendersi oltre la sicurezza dei cittadini e dei loro

averi sul piano interno e la sicurezza dello stato sul piano esterno.

CONCETTO DI LIBERTA’: in generale si può definire libertà lo stato in cui un soggetto può

agire senza costrizioni o impedimenti, autodeterminando i fini e i mezzi adatti a conseguirli. A

partire da tale definizione è possibile dare una definizione anche di libertà politica. Essa è la

libertà di agire o di fare, è una libertà pratica, come la libertà sociale di cui è una

sottocategoria. La libertà sociale, però, si riferisce al rapporto di interazione tra persone o

gruppi, in particolare al fatto che un attore lascia un altro attore libero di agire in un certo modo.

La libertà politica, invece, si applica al rapporto cittadino-Stato, considerato dal punto di vista

del cittadino. Ciò presuppone, oltre alla titolarità dei diritti, anche il rispetto di doveri, il rispetto

delle leggi civili. Il concetto di libertà politica riguarda, dunque, il modo in cui l’uomo è libero

nell’ordine politico sociale.

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Il concetto di libertà ha ricevuto nel pensiero politico 2 significati differenti: quello di libertà

negativa, intesa come assenza di interferenza con le scelte individuali, e quello di libertà

positiva, intesa come superiorità della volontà collettiva rispetto a quella individuale.

Quelle che oggi vengono individuate come le libertà individuali fondamentali sono

essenzialmente libertà negative. La libertà negativa coincide con la libertà liberale difesa dal

liberalismo, teoria politica che afferma la necessità di limitare il potere dello Stato e di garantire

le libertà individuali, in particolar modo la libertà personale, di opinione e di stampa, di riunione,

di associazione.

La libertà positiva non riguarda il singolo ma il cittadino come soggetto politico. Si tratta dunque

della libertà democratica, quella libertà che l’individuo ha di partecipare alla formazione delle

decisioni collettive, delle leggi e delle istituzioni. Gli uomini devono obbedire alle leggi del

governo perché tali leggi riflettono la volontà della maggioranza, ossia la loro stessa volontà.

IL LIBERALISMO

Il liberalismo nasce dalla crisi della concezione autoritaria della sovranità e della concezione

gerarchica della società, tipicamente medievali.

Il concetto di liberalismo è difficile da definire in modo univoco in quanto comprende un insieme

complesso di dottrine ed esperienze politiche.

Una prima questione che si pone è quella di distinguere tra liberalismo e liberismo, distinzione

che interessa solo noi italiani non avendo equivalenti nelle altre lingue. E’ stata fatta da

Benedetto Croce che ha definito il liberismo come dottrina economica che difende ed afferma il

libero scambio, criticandone i limiti che gli si vogliono imporre, e il liberalismo come dottrina più

etica e politica.

Una seconda questione si pone sulla distinzione tipicamente statunitense tra ciò che

comunemente intendiamo come liberalismo classico e ciò che viene indicato con il termine

liberal. Il pensiero liberal accoglie senz’altro valori del liberalismo, ma nella sostanza

appartiene ad una corrente diversa, di matrice democratica e sociale, che in Europa potrebbe

essere definita come socialdemocrazia.

Una terza questione viene posta, sempre negli USA, sulla distinzione tra liberals e

libertarianism. Esso somiglia molto alla nostra definizione di liberismo. Il libertarianism, infatti,

è una teoria che prevede il minor intervento possibile da parte dello Stato nella sfera economica

degli individui. La radicalizzazione estrema di questa posizione è l’anarco-capitalismo, che

difende in modo assoluto la libertà di mercato da ogni tipo di intervento statale, giungendo

addirittura a proporre la mercatizzazione di tutte le principali funzioni svolte dallo Stato.

Ad ogni modo, ciò che le diverse posizioni liberali hanno in comune sta nel fatto che danno tutte

una maggiore e decisiva importanza alle libertà individuali, ai diritti di cui gli individui devono

godere, mettendo in secondo piano la partecipazione degli stessi ai processi di decisione

collettiva e autogoverno. Netto, quindi, il contrasto tra liberalismo e democrazia. Gli aspetti

rispetto ai quali le posizioni liberali si diversificano riguardano, quindi, più che altro la

valutazione che ciascuna visione fa della democrazia e l’interpretazione che viene data ai diritti

economici e sociali.

Il liberalismo considera la distinzione tra Stato e società come un dato naturale, rifiutando, così,

l’idea statalista di dominazione dello Stato sulla società civile. I poteri dello Stato devono essere

minimi.

CARATTERISTICHE: i diritti sono innati, inalienabili, gli individui non vi possono rinunciare e lo

Stato, nel legiferare e nell’esercitare la propria autorità, deve considerarli un limite invalicabile.

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Il sovrano non può più essere pensato come colui che sta al di sopra delle leggi, ma, anzi, deve

anch’esso, uniformarsi a tali leggi. Per evitare che il potere sovrano si trasformi in potere

dispotico, il liberalismo ricorre alla dottrina della separazione dei poteri.

Ogni individuo ha il diritto di cercare il suo bene, la sua felicità nel modo in cui meglio crede,

senza avere impedimenti da parte dell’autorità politica, senza che sia lo Stato a decidere cosa

sia meglio per gli individui e quali sia il modo migliore per raggiungere un determinato scopo.

Il maggior teorico del liberalismo dal punto di vista economico è Adam Smith, il quale elogia il

mercato, e critica gli antichi sistemi di tassazione delle merci o di protezione delle economie

nazionali, ossia il cosiddetto protezionismo.

STORIA DELLA DIFFUSIONE DEL LIBERALISMO: il liberalismo si sviluppa nell’Inghilterra del

XVII sec. alleandosi con le forze ostili alle tendenze assolutiste e pre-cattoliche della monarchia

degli Stuart.

In un primo tempo si afferma nel corso delle guerre di religione come liberalismo religioso,

ossia come affermazione della libertà religiosa individuale, di credere secondo coscienza e non

per imposizione statale, reclamando, quindi, il principio di tolleranza religiosa. Secondo questo

principio lo Stato deve garantire ad ogni individuo il diritto di ricercare la felicità e la salvezza coi

propri mezzi. Allo stesso tempo, però, deve liberarsi dalla tutela ecclesiastica, imponendosi

come Stato-nazione.

La modernità nasce, quindi, proprio dall’emancipazione graduale della società nei confronti

delle autorità religiose, fondando la preminenza del potere civile.

La forza del pensiero liberale consiste nell’esprimere lucidamente le nuove aspirazioni che

accompagnano queste trasformazioni politiche, rifiutando l’organizzazione autoritaria della

società e tutto ciò che nello Stato moderno possa ostacolare la libertà degli uomini.

L’idea liberale trova la sua conclusione nel liberalismo politico, secondo cui il fine dello Stato

non è quello di provvedere al bene comune, rendere i sudditi moralmente migliori, più saggi, più

felici, ma è il fine negativo di rimuovere gli ostacoli che impediscono al cittadino di migliorare

moralmente, diventare più saggio, più felice.

Davanti alla Rivoluzione francese, il liberalismo si ritrova con un nuovo compito, che consiste

nel ridefinirsi, dimostrando la legittimità del regime nato dalla Rivoluzione, dissociandolo dagli

eccessi del Terrore. Secondo Constant, il più importante pensatore liberale post-Rivoluzione, i

principi rivoluzionari possono trionfare, a condizione che si scoprano le modalità che gli

permettano di prendere corpo, legandosi agli interessi già presenti nella società. La dottrina di

Constant è, quindi, una risposta a Rousseau e ai principi democratici che hanno ispirato la

Rivoluzione, ma che, portati all’estremo dai giacobini, ne hanno compromesso la portata. Egli

non nega completamente l’ispirazione democratica; il principio della sovranità popolare non può

essere contestato del tutto, perché che il popolo sia la fonte dell’autorità è un dato

imprescindibile. Il problema nasce quando si tratta di decidere chi è il popolo, ossia la

composizione del corpo elettorale, che, secondo Constant, deve essere composto da cittadini

acculturati, che possano disporre di tempo libero e della proprietà, la quale permette di godere

degli agi.

Nel XIX sec. il conflitto tra liberali e tradizionalisti difensori dell’antico ordine sociale si altera a

causa dell’intromissione delle nuove teorie democratiche. Con l’avvento della democrazia

moderna, infatti, il liberalismo si trova di fronte a problemi che ancora oggi sono all’ordine del

giorno. La concezione liberale dei rapporti tra Stato e società civile è stato oggetto di 2 critiche:

Nel suo sostenere la limitazione del potere, il liberalismo è stato criticato dai sostenitori

1. della democrazia secondo cui esso sottovaluta il ruolo positivo dello Stato, che non ha

solo la funzione di garantire la sicurezza, ma soprattutto quella di incarnare l’autonomia

della collettività.

Il liberalismo è stato anche criticato da Hegel per la sua incapacità di prendere in

2. considerazione ciò che nello Stato va al di là dei bisogni e degli interessi degli individui.

18 IL SOCIALISMO

Anche del socialismo è difficile fornire una definizione univoca, in quanto ha una lunga storia ed

è stato fortemente influenzato dal marxismo.

Il termine socialismo appare per la prima volta tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 in Italia,

mentre il suo utilizzo nell’accezione moderna si osserva in Francia e in Inghilterra negli anni 30-

40 dell’800. In Inghilterra viene usato per definire la tendenza politica di Owen di giungere

all’edificazione di un nuovo mondo economico e morale attraverso l’opera di una moltitudine di

associazioni cooperative e comunità socialistiche in rivolta contro lo Stato. In Francia il termine

compare, invece, tra i sansimoniani. Saint-Simon affermava la necessità di riorganizzare la

società in senso egualitario e scientifico, mettendo fine al dominio delle classi oziose,

improduttive dei nobili e dei militari, individuando il fine ultimo di tale riorganizzazione nel

miglioramento delle condizioni della classe più numerosa e povera, ossia quella dei lavoratori.

Il termine socialismo nasce in contrapposizione a quello di individualismo.

Le dottrine socialiste nascono durante la Rivoluzione industriale con lo scopo di impedire che il

genere umano sia vittima del progresso della tecnica. Esse oppongono, alla corsa egoista al

profitto, la visione di una comunità di produttori legati gli uni agli altri da una solidarietà fraterna.

Il punto di riferimento dei socialisti è costituito dagli effetti dello sconvolgimento delle condizioni

economiche causato da tale Rivoluzione. Le antiche dottrine comuniste proponevano l’ideale di

una vita semplice, frugale, in cui la produzione di ricchezze è considerata nociva poiché

disgrega il tessuto sociale, spingendo gli uomini alla soddisfazione dei bisogni elementari,

animali. I socialisti, invece, pur criticando la disparità nella ripartizione delle ricchezze, non

mettono in discussione il progresso della società industriale, ma si dedicano all’organizzazione

delle attività produttive. Per fare ciò devono, però, confrontarsi con la logica individualistica

borghese alla base della Rivoluzione industriale, il cui trionfo storico risale alla Rivoluzione

francese. Occorre, quindi, confrontarsi in primo luogo con l’individualismo rivoluzionario, che si

traduce in una rivolta degli individui contro la gerarchia, in nome dell’uguaglianza, che deve

essere trasposta dal piano giuridico al piano reale. L’uguaglianza, secondo i socialisti, non deve

essere intesa solo nei diritti di libertà e nei diritti politici, ma anche nel diritto di accedere ai beni

e alle risorse, diritto che deve spettare a tutti, indipendentemente dalle capacità individuali.

Insomma, il socialismo trova le sue origini intellettuali in quelle posizioni che sono in polemica

contro la disuguaglianza sociale, in vista di una costituzione di una società più giusta ed uguale.

I VARI SOCIALISMI: nel momento in cui occorre tradurre questa aspirazione in una struttura

sociale nuova, iniziano a configurarsi le differenze tra i vari socialismi.

I cosiddetti utopisti, infatti, (es: Owen, Saint-Simon) propongono l’abolizione della proprietà

privata, la pianificazione della vita sociale ed economica, auspicando un progressivo

superamento dell’avidità, dell’egoismo e della ricerca sfrenata del profitto, a favore di un

sentimento di comunità e fraternità. Il limite degli utopisti sta nel non definire come raggiungere

questi obiettivi.

Marx e Engels, invece, affermano l’importanza della statalizzazione dei grandi mezzi di

produzione di scambio, nonché della produzione pianificata, mostrando, però, allo stesso

tempo, come riuscire a raggiungere simili obiettivi. Gli utopisti, secondo Marx, si rendono conto

dell’antagonismo delle classi, ma il loro progetto manca di scientificità, è basato solo sulla

propaganda. Essi non colgono il ruolo storico del proletariato, di cui riconoscono la sofferenza

ma non la forza rivoluzionaria. 2 sono, quindi, le correzioni che Marx vuole apportare al

socialismo utopico:

abbandonare le aspirazioni etiche.

1.

19 individuare nel proletariato il rovesciamento dei rapporti di classe, dell’abolizione della

2. proprietà privata, dell’estinzione dello Stato.

Occorre, quindi, attuare una rivoluzione sociale e politica. Pensando alla Rivoluzione francese,

Marx afferma che essa non è stata una rivoluzione compiuta perché è stata soltanto una

rivoluzione politica. Emancipazione politica non significa emancipazione umana. Quest’ultima è

possibile solo analizzando le contraddizioni della società borghese, con le sue libertà civili e

politiche che portano solo appagamenti illusori agli uomini. I diritti politici sono quelli dei cittadini

che partecipano solo da lontano alla vita della collettività, mentre i diritti civili sono quelli degli

uomini in quanto membri della società borghese. Secondo Marx la “Dichiarazione dei diritti

dell’uomo” è da superare, in quanto elenca delle finzioni giuridiche che mascherano la

dominazione di una classe sull’altra. In essa, infatti, la concezione di libertà implica che l’altro

sia sempre un ostacolo, mai un aiuto; essere liberi significa poter agire secondo le proprie

convenienze, senza preoccuparsi degli altri, significa disporre dei propri beni secondo il proprio

interesse.

IL SOCIALISMO DOPO MARX: per Marx e per i primi socialisti l’organizzazione del proletariato

è la chiave del successo. Nel 1864 viene, così, fondata la Prima Internazionale socialista con

l’obiettivo di perseguire quelle riforme nei sistemi politici in grado di creare liberi spazi per le

associazioni, per la partecipazione politica, l’espressione del voto, per l’affermazione della

classe operaia. A partire da Marx il socialismo diventa un combattivo movimento politico, che

mira alla conquista del potere grazie alla classe operaia organizzata in partito. Lo sviluppo

capitalistico, infatti, stava imponendo costi sociali elevati, e questo avrebbe reso possibile

l’adesione alla rivoluzione socialista non solo da parte di operai e contadini, ma anche di

artigiani e ceti medi. L’idea della rivoluzione era quella di dar vita, dopo una prima fase di

dittatura del proletariato, prima al socialismo, caratterizzato da una società senza classi, poi al

comunismo.

Nella realtà gli sviluppi storici del marxismo hanno dato vita a realtà sociali differenti da quella

auspicata da Marx, una caratterizzata dal revisionismo socialista e democratico, l’altra

caratterizzata da una corrente rivoluzionaria.

La prima corrente si sviluppa a partire dagli scritti di Bernstein e Kautsky. La realtà in cui

questi scritti vengono prodotti è la società tedesca in cui il proletariato non solo non si è

impoverito, ma addirittura si sta imborghesendo, ed in cui il Partito socialdemocratico è

cresciuto notevolmente. In una simile realtà sociale, Bernstein afferma la necessità di ricorrere a

riforme, che porterebbero a miglioramenti economici e sociali per la classe operaia senza

bisogno di ricorrere alla rivoluzione. Il socialismo revisionista si caratterizza, quindi, per: il rifiuto

della rivoluzione come atto violento e quindi del bolscevismo; l’identificazione del socialismo

con il progresso dei lavoratori, nel rispetto di una democrazia rappresentativa; la grande

importanza attribuita al movimento cooperativo e sindacale, nonché allo sviluppo della

democrazia amministrativa. La socialdemocrazia, nata a partire dagli anni ‘90 dell’800, è volta,

quindi, alla ricerca di un accordo tra democrazia e socialismo.

La corrente rivoluzionaria, invece, è rappresentata da Lenin e da Trotsky. Secondo Lenin, se

la difesa degli operai viene lasciata alle loro organizzazioni sindacali, essi sviluppano una

coscienza salariale, mentre solo il partito è in grado di portare gli operai ad una vera coscienza

di classe. Per essere rivoluzionario il partito deve essere guidato da intellettuali, con il compito

di guidare il proletariato. Approfittando del crollo dello stato zarista, Lenin è riuscito a portare la

rivoluzione proprio in quella Russia cui Marx pensava di non poter arrivare in alcun modo,

caratterizzata dall’assenza di una classe operaia egemone.

Negli anni ’30 del ‘900 la frattura tra socialismo democratico e comunismo diventa inconciliabile.

Nelle zone sovietiche si assiste alla collettivizzazione economica, con la statalizzazione della

proprietà privata e dei mezzi di produzione, alla fornitura pubblica dei servizi sociali, alla

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naddeo88

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher naddeo88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Marramao Giacomo.

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