La polis greca
Il termine politica ha origine nella Grecia classica dell’VIII sec. a.C., dove la polis era l’unità per antonomasia della vita sociale, una comunità politicamente indipendente in cui gli agricoltori di un determinato territorio venivano per la prima volta considerati cittadini. La polis era molto più piccola territorialmente e numericamente rispetto agli Stati moderni. Al suo interno c’erano tre classi sociali:
- Gli schiavi, senza importanza politica.
- I meteci, ossia gli stranieri residenti, esclusi anch’essi dalla vita politica della città pur essendo, a differenza degli schiavi, uomini liberi.
- I contadini, partecipanti attivi alla vita politica.
La polis è nata dalla crisi delle forme tradizionali della sovranità, in cui il potere politico era appannaggio di uno solo o delle aristocrazie. Nella polis, invece, il potere passava idealmente dai palazzi dell’aristocrazia alla piazza della città, la cosiddetta agorà, dove si svolgeva la discussione politica. Le leggi non erano più decise dall’alto in quanto erano il risultato di un confronto dialettico. I cittadini erano tutti uguali davanti alla legge; ciò significava che tutti coloro che avevano la cittadinanza (che era un privilegio di nascita) erano anche legislatori e potevano far parte dei tribunali così come dell’Assemblea.
Le istituzioni della democrazia ateniese
- L’Assemblea popolare, aperta a tutti i cittadini maschi e liberi, con un’età superiore ai 20 anni. In essa tutti avevano il diritto di parola e le decisioni venivano prese a maggioranza. Si riuniva 10 volte all’anno più eventuali sessioni straordinarie.
- Il Consiglio dei 500, che svolgeva attività amministrativa ed era una sorta di commissione esecutiva. Essendo 500 persone troppe per un organo di governo, il Consiglio veniva ridotto ad una commissione di 50 membri con il metodo della rotazione delle cariche, cui erano affiancati 9 consiglieri. Ogni giorno veniva eletto un presidente a sorte tra i 50. Il Consiglio aveva il compito di proporre le misure che dovevano essere esaminate dall’Assemblea, la quale poteva approvare, modificare o respingere quanto le veniva sottoposto. Oltre a questo potere legislativo, il Consiglio aveva anche dei poteri esecutivi: poteva, infatti, far imprigionare i cittadini, condannarli a morte, aveva la possibilità di controllare le finanze, dichiarare guerra, stipulare trattati di pace o di alleanze.
- Le Corti, ampie giurie popolari che avevano il compito di giudicare in sede civile e penale ma che avevano anche un potere esecutivo o legislativo. I membri delle Corti venivano nominati attingendo da un elenco di 6000 cittadini. Ogni Corte poteva raggiungere i 500 membri.
Molte delle principali cariche politiche venivano attribuite per sorteggio ed era previsto un compenso. Solo i cosiddetti strateghi venivano scelti per elezione diretta ed erano rieleggibili. Essi erano magistrati. Quello ateniese era, quindi, un sistema di democrazia diretta e partecipativa.
Gli ideali politici democratici della polis
È lo storico Tucidide a raccontare quale significato avesse la democrazia per gli ateniesi, con una orazione funebre che fa pronunciare a Pericle in onore dei soldati caduti nel 1° anno della grande guerra contro Sparta. L’obiettivo di questo discorso era quello di suscitare negli animi degli ascoltatori la consapevolezza della polis come bene supremo, come l’interesse più alto. Famiglia, amicizia, averi, dovevano essere goduti solo in funzione del godimento di quel bene supremo, consistente nel partecipare attivamente alla vita cittadina. La preoccupazione principale di tutta la filosofia politica greca era l’armonia di questa vita in comune, fondata su due valori politici fondamentali: la libertà e il rispetto per la legge. L’individualismo, l’attenzione rivolta ai soli interessi privati, era considerato un disvalore.
Gli ateniesi erano convinti che con la pura ragione avrebbero potuto superare tutti gli altri popoli, sia nell’arte, che nella guerra, che nell’arte di governare. Va detto, però, che guardando al raggiungimento di un’armonica vita in comune, la polis non ha avuto grande successo. L’intimità di tale vita, infatti, generava i suoi difetti, portando rivalità. Piuttosto che alla città, la lealtà tendeva ad essere offerta ad una particolare forma di governo o ad un partito.
La filosofia politica nel V sec. a.C.
Nel V sec. a.C. tutte le questioni politiche erano discusse con interesse e coinvolgimento. Sono stati la curiosità nei confronti dei paesi stranieri, così come i cambiamenti nel governo ateniese e le lotte con cui essi avvenivano, ad aver stimolato la nascita della filosofia politica nella polis greca.
I contrasti della politica interna ateniese erano di carattere economico e vedevano contrapporsi l’aristocrazia, dominata dalle antiche famiglie nobili dei proprietari terrieri, e la democrazia, dominata dagli interessi commerciali con l’estero. La differenza tra il ricco ed il povero è stata considerata da Platone la causa fondamentale di disarmonia del governo greco.
Ma accanto a queste preoccupazioni politiche erano diffuse anche questioni più filosofiche circa l’essenza, la natura, la ragion d’essere della polis intesa come collettività umana e, di conseguenza, del comportamento dei singoli rispetto alla comunità di cui facevano parte. Gli ideali di armonia, di proporzione, di misura, secondo i quali ognuno aveva quanto gli era dovuto, erano fondamentali nella concezione greca della bellezza e della morale. Gli oggetti e i fenomeni del mondo fisico venivano considerati come variazioni di una sostanza fondamentale immutabile, la Natura, che veniva, così, contrapposta al mondo del divenire.
La discussione intorno al contrasto tra natura e convenzione rischiava di mettere in discussione la legittimità dell’ordine legale stesso della polis, che non era altro che un insieme di convenzioni artificiali. L’esempio classico di questo tema nella letteratura greca è l’Antigone di Sofocle. Antigone è accusata di aver violato la legge per aver compiuto i riti funebri in onore del fratello ed averlo sepolto, contraddicendo, così, all’ordine del re di Tebe di lasciarlo insepolto. Nel difendersi davanti al re, Antigone chiama in causa proprio le leggi non scritte e indiscusse degli eterni Dei. L’identificazione della natura con la legge divina, che si oppone alla convenzione, era destinata a diventare una formula per la critica degli abusi del potere costituito.
Sofisti
Può essere fatta una distinzione tra:
- I vecchi Sofisti, che hanno portato alla luce l’antitesi tra natura e legge.
- I Sofisti radicali, che hanno portato alle estreme conseguenze questa antitesi. Tra essi ricordiamo Trasimaco, Antifonte, Callicle.
Secondo Trasimaco la giustizia recava vantaggio solo al più forte e ogni governo imponeva le leggi secondo i propri interessi. Antifonte, invece, criticava aspramente la legge della polis perché contraria alla natura. Egli sosteneva che siamo per natura tutti uguali e che non c’è nulla di biasimevole dal punto di vista morale nella trasgressione delle norme giuridiche, le quali sono mere convenzioni, a patto che tali trasgressioni si verifichino in privato, senza essere visti, sfera in cui è necessario solo seguire la natura. La natura di cui si parlava comprendeva gli istinti e i sensi dell’uomo come corpo, che lo spingevano alla conservazione biologica, a cercare il piacere ed evitare il dolore; essa si contrapponeva alla legge, che portava, invece, l’uomo ad accettare un dolore maggiore, ad accontentarsi di un piacere minore, rovinandosi così l’esistenza. Per agire nel migliore dei modi, l’uomo doveva essere egoista, guardare al proprio interesse personale. Callicle, infine, era un giovane aristocratico ateniese. Anch’egli sosteneva che le leggi vadano contro natura, in quanto la giustizia secondo natura esige che tra gli uomini chi è superiore assoggetti l’inferiore e possegga più potere e ricchezza di quest’ultimo. Secondo le convenzioni, invece, i più forti sono addomesticati fin dall’infanzia, in quanto a loro viene inculcato il pensiero che sia sbagliato possedere più degli altri. Se Trasimaco metteva in discussione la legge senza proporre una soluzione, Callicle, invece, propone una nuova concezione della vita, una nuova situazione raggiungibile attraverso una rivoluzione etica.
Socrate
Socrate, riprendendo il discorso fatto dai Sofisti che ha portato a mettere in discussione la legge in nome della natura, ha affermato che chi guida la polis deve conoscere la sua arte, e per poter arrivare a tale conoscenza è necessario che la apprenda in quanto non è innata negli uomini e, peraltro, non fa per tutti. Proprio per questo motivo egli critica l’usanza di estrarre a sorte i magistrati della polis senza seguire il criterio meritocratico. Socrate era un antidemocratico, sostenitore di un’aristocrazia intellettuale, formata da coloro che erano in grado di arrivare alla conoscenza. A suo parere la natura dell’uomo non consiste, come quella dell’animale, nell’uso della forza ai fini della sopravvivenza, ma consiste nel vivere secondo giustizia. Lungi dall’essere una costrizione contro natura, come invece affermavano i Sofisti, per Socrate la legge è un’esigenza della natura stessa. Egli ha criticato, infatti, Trasimaco sostenendo che chi governa non fa i propri interessi, ma agisce per il bene dei suoi governati. Da qui ne deriva il dovere di rispettare l’ordine legale della polis. Socrate è talmente convinto dell’importanza di rispettare la legge che, in virtù di tale principio, è arrivato persino ad accettare la sua condanna a morte. L’unica cosa che non ha mai avuto intenzione di accettare è quella di rinunciare al suo insegnamento in quanto ciò avrebbe significato abbandonare il ruolo che per voce dell’oracolo di Delfi gli era stato assegnato.
Platone
Le scuole di filosofia, retorica e scienza di Atene sono state la prima grande istituzione europea dedicata all’educazione superiore e alla ricerca; vi affluivano studenti da tutti i paesi del mondo antico. La crisi della democrazia ateniese è stato il terreno politico in cui si è formato Platone. L’esperienza politica di Platone si è svolta all’insegna dell’onestà intellettuale, ma nel giro di poco tempo egli è stato costretto a disilludersi osservando la realtà politica in cui viveva, una realtà dove la sete di potere aveva preso il posto dell’onestà e del servizio verso gli altri. Egli è arrivato, quindi, a convincersi che solo la filosofia poteva permettere una rinascita dello stato, la guarigione della polis, caratterizzata dal conflitto tra ricchi e poveri per il potere e dalla natura umana dominata dal desiderio di avere di più in modo da prevaricare sugli altri senza preoccuparsi delle leggi. La filosofia, secondo Platone, poteva permettere alle componenti razionali di prevalere su quelle irrazionali, agonistiche e competitive, guidando, così, l’uomo alla cooperazione. L’educazione dell’animo umano, però, non poteva partire dal singolo individuo, doveva, infatti, essere il risultato di un progetto collettivo che faceva capo alla Città. Al potere era necessario che giungesse chi conosceva la vera giustizia, ossia i filosofi. Per giustizia si intendeva una convivenza pacifica, collaborativa ed armonica in funzione del bene dell’intera collettività. La forma di governo sostenuta da Platone era, così, un’aristocrazia dei migliori. Il ricongiungimento tra filosofia e potere poteva avere un ulteriore obiettivo: quello della sopravvivenza della filosofia stessa, considerata dall’opinione pubblica ateniese una pratica inutile.
Secondo Platone il filosofo era colui che non si lasciava confondere dall’instabilità del mondo del divenire. Egli era in grado di raggiungere ciò che è assolutamente vero in modo da fissare i criteri del bello, del giusto e del buono, ossia le norme, i criteri e le leggi necessari alla vita di tutti gli uomini. L’opinione del mondo sensibile era opinione, appunto, non vera conoscenza.
L’anima tripartita
Secondo Platone l’anima individuale è tripartita. Vi è un’anima appetitiva o concupiscibile che mira alla soddisfazione dei piaceri corporei; un’anima razionale che mira alla conoscenza e alla verità; un’anima animosa o volitiva che conquista ciò che vuole. L’uomo giusto è colui in cui le tre parti dell’anima non sono in lotta tra di loro ed in cui la parte razionale, sostenuta da quella animosa, domina su quella concupiscibile. Se alle tre parti dell’anima corrispondono tre tipi di individui, la società più giusta sarà quella che assicurerà l’equilibrio tra queste tre componenti. L’uomo non può soddisfare i propri bisogni da solo; per farlo ha bisogno dell’altro, necessita di un rapporto di collaborazione e aiuto. Lo sviluppo di questi rapporti porta alla divisione del lavoro, in modo che ognuno agisca sulla base delle proprie competenze, facendo ciò che gli riesce meglio. Vi sarà, quindi:
- Una classe di produttori e commercianti, dominati dal desiderio di guadagno.
- Una classe di guardiani, dominati dall’animo volitivo.
- Una classe di guardiani-filosofi cui spetta il governo della città, dominati dall’anima razionale.
La società platonica
Secondo Platone la classe dei governanti non doveva avere proprietà privata; essi dovevano avere tutto in comune, abitare e mangiare insieme; non vi doveva essere discriminazione tra uomo e donna, e i matrimoni, così come la filiazione, dovevano essere combinati in modo che dessero il meglio. Una volta disegnata la società bene ordinata, vengono prese in considerazione da Platone, nell’opera “Repubblica”, le costituzioni che si discostano da essa e che corrispondono al prevalere di parti dell’anima che dovrebbero essere sottoposte al governo dell’anima razionale. Col venir meno nei governanti dell’egemonia della ragione, prevarrà la parte animosa, e il governo passerà nelle mani degli uomini dominati dall’ambizione di affermarsi e ricevere onori (timocrazia); se, invece, al desiderio degli onori si sostituirà quello delle ricchezze, si affermerà l’oligarchia, dove la società risulta scissa tra pochi ricchi e una massa di poveri desiderosi di una rivoluzione. La democrazia nascerà quando i poveri, dopo aver riportato la vittoria, ammazzeranno alcuni avversari, ne cacceranno altri in esilio, dividendo con i rimanenti, a condizioni di parità, il governo e le cariche pubbliche, determinate per lo più con il sistema del sorteggio. Questa libertà non farà altro che portare all’anarchia, caratterizzata dal rifiuto di qualsiasi obbedienza. Dall’insofferenza per l’anarchia, infine, si genererà la tirannide, perché l’eccessiva libertà non può che trasformarsi in eccessiva schiavitù.
Aristotele
La riflessione aristotelica si sviluppa nell’epoca del tramonto della polis. L’oggetto principale della riflessione sulla politica è il Bene, quello del singolo individuo, che si realizza nel contesto della relazione con gli altri. Aristotele non ha un’unica idea di bene, come invece aveva Platone, perché se il bene fosse unico esisterebbe una sola scienza di esso (sono, invece, molte le scienze che hanno ad oggetto un certo significato di bene). A differenza di quanto sosteneva Platone, inoltre, secondo Aristotele nelle cose della politica bisogna accontentarsi di una verità conosciuta in maniera approssimativa, perché è impossibile arrivare ad un sapere rigoroso.
La comunità politica, così come i rapporti di comando/obbedienza che la fondano, ha un carattere naturale. La natura dell’uomo è quella di essere un animale politico, socievole, che, partendo dalla più piccola cellula familiare, dà vita ad una comunità via via più ampia, fino ad arrivare alla Città, dove l’uomo viene a conoscenza dei beni della vita civile. Vivere in comunità è, insomma, ciò cui l’uomo tende. Anche il rapporto di subordinazione, in particolare quello tra padrone e schiavo, è naturale: gli uomini più dotati di intelligenza e di capacità di comando dominano su quelli più dotati di forza fisica, quindi idonei a servire come schiavi.
Un’altra distinzione tra Aristotele e Platone va fatta in riguardo al sistema della proprietà comune. L’economia della famiglia, secondo Aristotele, è basata sulla proprietà; ogni famiglia ha il compito di acquistare, accrescere e scambiare la ricchezza per soddisfare le necessità della vita. Platone, invece, sacrifica il ruolo della famiglia e della proprietà in nome dell’unità dello stato, perché il sistema della comunanza può dar vita a contrasti e risentimento da parte di chi lavora molto e ottiene poco nei confronti di chi, invece, lavora poco e ottiene molto. La proprietà privata ha invece, secondo Aristotele, molti vantaggi: chi deve occuparsi personalmente di una cosa sua ne avrà maggior cura di quanta ne avrebbe per i beni comuni; l’essere proprietario di una cosa genera felicità e amore per se stessi, lecito a patto che non diventi egoismo; lasciare agli amici l’uso dei propri beni crea godimento. Secondo Aristotele, quindi, le divisioni tra gli uomini non sono causate dalla proprietà privata come pensava, invece, Platone, ma dalla malvagità degli uomini, dall’ineguaglianza delle cariche e degli onori. L’unità, per Aristotele, deve risultare non dalla negazione delle...
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