La simpatia e la sua importanza
La simpatia fa da collante alla sopravvivenza di 7 miliardi di persone.
I significati di simpatia tra conversazione comune e letteratura
La molteplicità di usi di "simpatia"
Nel libro faremo emergere chiaramente i diversi significati principali della nozione simpatia e, per far questo, non ci serviremo soltanto degli usi filosofici della parola, dato che questo termine viene usato in diverse scienze. L’apertura al contesto delle scienze ci impone di occuparci della relazione tra simpatia ed empatia, termini spesso interscambiati ingiustamente.
Vedremo dapprima le definizioni del termine “simpatia”, per poi spostare l’attenzione sul suo uso nella comprensione delle relazioni umane, o per creare opere letterarie, cinematografiche etc. La parola simpatia deriva dal greco syn (insieme, nello stesso tempo) e pathos (che rinvia ai sentimenti e alle passioni). In italiano troviamo anche la parola compassione, che mette insieme dal latino cum e passio; l’accostamento tra i due termini è però fuorviante.
La parola simpatia viene spesso usata in modo vago, generale; noi cercheremo invece di determinarne campi di applicazione più precisi, arrivando ad una sua definizione tecnica. Sono numerose le parole che nascono riprendendo la radice di simpatia: simpatico, simpatetico, simpatizzante, simpatizzare, simpateticamente etc. Nel dizionario della lingua italiana di Battaglia, la definizione di simpatia è la seguente: “naturale propensione o istintiva attrazione per altri”. Oltre a questa definizione, ve ne sono molte altre che variano da un campo all’altro, come quelle riguardanti la fisica, la medicina, la filosofia, altri usi sentimentali etc.
Come assumeva Hume: “il linguaggio comune fa raramente certe sottili distinzioni, e generalmente usa lo stesso termine per quelle operazioni che più o meno si somigliano”; perciò, tenteremo di proporre un’interpretazione meno vaga e più determinata del significato di simpatia, attraverso una precisa ricostruzione.
La simpatia nei romanzi e nei film
Nel piano della creazione artistica e letteraria è enorme l’utilizzazione che la simpatia ha avuto, in forma implicita o esplicita. Recentemente, Hunt ha ricostruito la storia della “forza dell’empatia”, forza che – come riconosce lei stessa – si può attribuire anche alla nozione di simpatia. La parola empatia entra nella lingua inglese dal 20° secolo, introdotta dall’estetica e dalla psicologia e tradotta dal tedesco Einfuhlung, che significa “capacità di capire pienamente l’oggetto di contemplazione”.
La Hunt ha suggerito che la nozione di empatia non è altro che la prosecuzione della già utilizzata simpatia nell’Illuminismo, ai tempi assimilata alla compassione (vedremo come ciò è inadeguato). Rousseau, assimilando la simpatia alla compassione, la considerava una forma di pietà suscitata da pene e dolori; nello stesso periodo, Hume e Smith consideravano la simpatia come la capacità di partecipare attivamente alle condizioni altrui, dolorose o gioiose che siano, caratteristica che contraddistingue – tra le altre – l’uomo dall’animale.
Hunt analizza poi come la capacità di simpatia sia stata diffusa grazie al romanzo europeo del ‘700, che rafforzò la simpatia tra gli esseri umani nella cultura europea di allora grazie alla larghissima diffusione di romanzi la cui struttura narrativa ruotava intorno ad una simpatia con le vicende dei protagonisti; questo processo formativo in termini di simpatia contribuì, a fine secolo, alla Dichiarazione d’indipendenza americana nel 1776 e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese nel 1789.
Diversi romanzi, precedenti e successivi a quel periodo, hanno sorbito grande effetto sulla società; tra i tanti ricordiamo La capanna dello zio Tom (dedicato alla vita dei neri negli stati schiavisti d’America che portò alla Guerra civile americana), le opere di Primo Levi (che ricorda la sua esperienza e quella degli ebrei nei campi di concentramento) oppure ancora Il mercante di Venezia di Shakespeare (famoso è il passaggio in cui Shylock paragona gli ebrei ai cristiani).
Molta della forza espressiva del cinema sta nella capacità di trasmettere allo spettatore gli stati d’animo e la trasformazione delle emozioni dei personaggi. A questo proposito si potrebbe citare la vicenda emotiva di Charlie Chaplin in Luci della città, in cui interpreta un vagabondo che si innamora di una fioraia cieca alla quale fa riacquistare la vista, pagandole l’operazione: a tale vicenda non si può che reagire partecipando agli eventi simpateticamente.
Un altro esempio è costituito da Hank Schrader in Breaking Bad, il quale – da agente dell’antidroga – scopre che suo cognato Walter fabbrica e vende metanfetamina: la trasformazione del personaggio sta nel passaggio dall’essere spesso esoso e dalla battuta facile, ad un’espressione facciale che si incupisce ad un certo punto della trama fino a coinvolgere lo spettatore che partecipa simpateticamente al vissuto di un uomo combattuto e affranto per avere in famiglia un pericoloso criminale, padre dei suoi nipoti.
Nella prima metà del ‘900, Kundera mette al centro del proprio romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere la differenza tra simpatia e compassione; la prima che rinvia a qualsiasi tipo di sentimento, la seconda ad indicare un sentimento ritenuto mediocre, che non ha a che vedere con l’amore: “amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente”.
Un percorso di approfondimento
Nelle pagine a seguire rivolgeremo l’attenzione sui diversi significati attribuiti alla nozione di simpatia da coloro che si sono impegnati a comprenderne la natura e la portata, e cercheremo di capire se la simpatia sia da ritenersi necessaria o meno per la moralità, concludendo con le argomentazioni pro e contro il tentativo di usare la simpatia non solo come una base psicologica della vita morale, ma proprio come il centro normativo di un’“etica della simpatia” (anticipiamo che la simpatia può essere considerata necessaria per la nostra vita etica, ma non sufficiente).
Nel prossimo capitolo ricostruiremo i diversi significati di volta in volta attribuiti alla nozione di simpatia, mentre qui di seguito riassumiamo alcune conclusioni. Simpatia può riferirsi a un’attitudine conoscitiva mediante la quale riusciamo a cogliere le condizioni mentali altrui, oppure una reazione affettiva ed emotiva nei confronti delle emozioni o dei sentimenti altrui. Concordiamo con chi ritiene che per trattare il problema dei modi di conoscere la mente altrui è più adeguata la nozione di empatia e, perciò, ci indirizzeremo verso la simpatia intesa come preoccupazione per le altre persone e per le loro menti.
Utilizzeremo due criteri principali in base ai quali individuare diversi tipi di simpatia: da una parte troviamo le analisi che considerano la simpatia come un’operazione mentale semplice e quasi istintiva, una sorta di contagio emozionale automatico (significato privilegiato dai pensatori che fanno coincidere la nozione di simpatia con quella di empatia), dall’altra parte troviamo coloro che considerano la simpatia come un processo psicologico più complesso e raffinato, che comporta immaginazione e riflessione.
Vedremo che molte elaborazioni risultate fertili non hanno privilegiato uno solo dei significati di questa nozione, né hanno perso di vista come i vari livelli di simpatia procedono, o integrandosi o contrapponendosi, in svariate dinamiche psicologiche e sociali. Delineeremo inoltre i molti modi in cui la simpatia ha permesso di spiegare non solo le diversità tra esseri umani e animali, ma anche i modi in cui nelle situazioni sociali gli esseri umani cercano di attenersi a norme e istituzioni per garantire stabilità e ordine.
Un’altra parte dell’approfondimento e dell’analisi riguarda il fatto che la simpatia è la capacità di partecipare a tutti i sentimenti e le emozioni che vengono provati dalle persone con cui si simpatizza e, di conseguenza, non dovrebbe essere considerata la capacità di partecipare soltanto alle emozioni altrui di sofferenza o di dolore, anziché anche di piacere o di gioia. Si è fatto e si fa ricorso alla simpatia non solo nella convinzione che sia uno strumento utile per comprendere una parte della condotta degli esseri umani, ma anche interpretandola come una soluzione per molti problemi etici relativi ai rapporti corretti che si istituiscono tra le persone.
A questo livello, una parte del lavoro critico consisterà nel far emergere la diversità della simpatia da altre nozioni quali benevolenza, altruismo, solidarietà, pietà, compassione, o anche amore. Disegnare le linee principali di un’etica della simpatia comporterà tenere conto di coloro – da Kant a Scheler – che contestano tale possibilità.
Considereremo di grande importanza l’uso della simpatia nel modo in cui gli esseri umani sviluppano le loro relazioni interpersonali, anche se tale ruolo non è sufficiente a trovare soluzioni eticamente apprezzabili in situazioni che provocano interrogativi morali e mettono in gioco relazioni interpersonali.
Per via delle numerose atrocità che sono avvenute nel corso della storia e che continuano a verificarsi, in cui vi è una totale mancanza di qualsiasi simpatia umana, l’autore del libro prende le distanze dall’affermare che tutti gli esseri umani siano capaci di simpatia.
I significati di simpatia tra filosofia e scienze
Una forza cosmica
Ci soffermeremo sulle principali definizioni e spiegazioni della natura della simpatia, seguendo in parte l’ordine teorico delle trasformazioni delle idee, ma privilegiando l’intento teorico di fornire una mappa dei diversi modi in cui è stata intesa. Tutto questo al fine di capire se e quanto la simpatia sia essenziale per la pratica umana della moralità e se sia possibile metterla al centro di una proposta etica in grado di affrontare i problemi morali.
Nella filosofia antica, la nozione di simpatia (sumpateia), viene usata per indicare un processo che si sviluppa nel mondo fisico e soltanto in un secondo momento nel mondo umano; gli stoici, che influenzeranno Cicerone prima e Hume e Smith dopo, vi si riferiscono come a un “legame che unisce tra loro le cose e le tiene e le fa convergere nell’ordine del mondo”, e si riferiscono a simpatia universale quando richiamano un’affinità oggettiva esistente fra tutte le cose, una forza cosmica che tiene insieme tutte le cose del mondo.
Più tardi si faranno alla nozione cosmica di simpatia anche Plotino nelle Enneadi e Shaftesbury, che nel 17° secolo ripropone la nozione di empatia legandola ad una concezione armonicistica dell’universo. Nel pensiero antico non manca però una caratterizzazione umanistica della simpatia: già Aristotele la inserì nelle situazioni sociali in cui si trovano gli umani, indicandola come una sorta di partecipazione agli stati affettivi altrui (soprattutto di sofferenza e dolore), confondendola quindi con le nozioni di pietà e compassione.
Nella cultura antica la simpatia si identifica con un fenomeno universale e con la forza che tiene insieme tutte le cose in una relazione stretta e automatica, rendendo possibile l’ordine e l’armonia naturale. Quindi, fin dall’inizio, la simpatia è considerata come una forza positiva.
Successivamente, Francesco d’Assisi nel Cantico delle creature trasforma la simpatia da forza che mette insieme una serie di realtà unificate e armonizzate in una capacità di riconoscere l’individualità e di dare un distinto valore alla realtà, permettendo nello stesso tempo a chi prova la simpatia di entrare a tutti gli effetti in relazione intersoggettiva (così come lui entra in relazione intersoggettiva con la sorella Luna, il fratello Sole etc.); Francesco presenta dunque la simpatia come una forma particolare di unipatia, che unisce tutte le realtà con cui simpateticamente si reagisce, in quanto – come lui – sono tutte creature di Dio.
Le analisi di Scheler sull’unipatia di Francesco permettono di distinguere la nozione di simpatia nel contesto della nostra cultura con quello che troviamo nella cultura orientale buddhista: Schopenauer recupera infatti la concezione di simpatia delle tradizioni indiana e buddhista, che si allontanano dalla nostra moderna concezione della nozione, e fanno della simpatia una sorta di comunanza con tutti gli altri esseri che soffrono, con l’obiettivo di negare sia la sofferenza sia la personalità di coloro su cui interviene; questo annulla l’elemento intersoggettivo della simpatia moderna, che permette di riconoscere il valore di chi simpatizza e colei/colui con cui si simpatizza.
Una relazione attiva tra due poli
Nel 17° secolo viene messa da parte la visione di Cartesio e Spinoza che indica le affezioni come totalmente prive di potere e passive; a questo punto la simpatia giunge ad avere un ruolo essenziale nelle relazioni umane e intersoggettive, e può conquistare il suo posto come forza dinamica della natura umana.
Fu decisiva per la simpatia, tra 17° e 18° secolo, la critica alla visione di Hobbes che negava la presenza negli esseri umani di tendenze di partecipazione alla vita emotiva altrui; Hobbes assumeva che “la compassione consiste nell’immaginazione o finzione di una futura calamità per noi, derivante dal senso della presente calamità di un altro uomo”, mentre molti pensatori si impegnarono a mostrare che invece esiste una forza attiva di connessione tra più soggetti e principalmente tra chi simpatizza e colei o colui con cui si simpatizza.
In questo quadro, furono significative le elaborazioni di Shaftesbury e Hutcheson. Entrambi gli autori riconoscevano agli esseri umani un grado di apertura l’uno verso l’altro, chiamato dal primo simpatia e dal secondo senso pubblico, ma nonostante ciò non riuscirono ad arrivare a quella secolarizzazione che invece ritroviamo in Hume e Smith.
Shaftesbury parla infatti di simpatia con impostazione platonizzante, considerandola come una trama che va al di là del mondo umano e crea un contesto di armonia tra vite umane e ordine universale; quando la simpatia viene a mancare, invece, vi è disordine e disarmonia che si estende alle relazioni sociali e che porta alla malattia e alla follia.
Hutcheson preferiva usare il termine senso pubblico, e scriveva della simpatia riferendosi a una sorta di contagio emotivo, processo attraverso cui le passioni – in modo istintivo – passano da una persona all’altra; questo contagio è, secondo l’autore, facilitato dalla voce umana.
Hutcheson, criticando la visione egoistica di Hobbes, assume che la natura umana sia stata fornita – oltre ai cinque sensi – anche del senso pubblico, grazie al quale “l’osservazione della felicità altrui diventa occasione necessaria di piacere, e l’infelicità occasione di dolore”. Dunque, secondo Hutcheson, qualunque sia il vantaggio che si prova simpatizzando con il fortunato, nessuno può essercene simpatizzando con l’afflitto: questo toglie alla simpatia quella visione egoistica che le era stata affibbiata da Hobbes. Hutcheson assumeva che, per difendere la moralità, la provvidenza ci aveva dotato di senso morale, grazie al quale si approva la benevolenza.
Hume, per quanto riguarda la simpatia, prese le distanze da Hutcheson: egli riteneva quest’ultimo incapace di cogliere il collegamento della simpatia con l’immaginazione e la riflessione, e incapace di riconoscere che – per gli esseri umani – i sentimenti morali sono possibili in quanto intervengono in un campo di relazioni che l’uso della simpatia ha reso effettivamente possibili.
Tuttavia, il contributo di Hutcheson è stato importante in chiave neodarwiniana poiché l’autore intendeva la simpatia come capacità innata, istintiva e necessaria degli esseri umani.
Un principio di comunicazione e partecipazione
È nel corso del 18° secolo, grazie a Hume e Smith, che troviamo la trattazione più approfondita della nozione simpatia, che influenzerà i secoli a venire. La prima svolta è data dal fatto che i due illuministi scozzesi considerano la simpatia esclusivamente un dato della natura umana e non una forza cosmica alla maniera di Shaftesbury. La simpatia si presenta come capacità o forza psicologica di cui sono dotati tutti gli esseri umani, che richiede quindi di considerare le individualità umane come soggetti distinti, anche se caratterizzati da passioni, emozioni e processi biologici comuni. I pensatori scozzesi concordano anche nel collocarne l’azione principalmente nelle relazioni interpersonali, azione che varia al variare dei contesti.
Hume e Smith riconoscono che nulla vieta di immaginare trasformazioni della specie umana tali che non sia più presente la capacità di simpatizzare e, poiché considerano la simpatia come la struttura portante di molte aree quali moralità, giustizia, economia e politica, una sua scomparsa potrebbe portare alla distruzione di queste strutture della vita sociale che da essa conseguono, portando alla mancata sopravvivenza della specie umana.
Tuttavia, lontani da tale visione pessimistica sulle capacità simpatetiche, gli illuministi scozzesi hanno cercato di delinearne il funzionamento ed indicarne i campi in cui la simpatia interviene, insieme alle principali variazioni storiche e culturali.
Per Hume la simpatia è soprattutto un principio psicologico che permette la comunicazione e la partecipazione tra gli esseri umani; per Smith è sì un principio psicologico, ma è teso a distinguere tra ciò che possiamo approvare e ciò che dobbiamo disapprovare; queste diversità incidono sulla visione della connessione tra simpatia e moralità.
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