La continuità autobiografica e la stabilità del sé
La continuità autobiografica e la stabilità del sé sono correlate. Se una si blocca, l'altra di conseguenza cede.
I – La psicologia ingenua: che cos'è, come si sviluppa
La psicologia ingenua è una capacità di base, universale e dallo sviluppo precoce che ci permette di anticipare i comportamenti delle persone attraverso l’attribuzione di stati mentali. Questi ultimi si distinguono in due categorie: stati fenomenici (o qualitativi/qualia) e stati intenzionali.
Gli stati fenomenici sono quegli stati per i quali ha senso chiedersi cosa si prova ad essere in tali stati (es. quando si crede di aver subìto un torto si prova qualcosa), mentre gli stati intenzionali sono stati caratterizzati dalla proprietà di essere diretti verso qualcosa (es. credenze, desideri, obiettivi, speranze).
Gli stati intenzionali sono spesso definiti atteggiamenti proposizionali in quanto nell’attribuirli a qualcuno ci avvaliamo di enunciati della forma “X crede (o desidera, spera ecc.) che Z”, dove la proporzione Z esprime il contenuto dello stato mentale della persona X.
La psicologia ingenua si distingue dalla psicologia del senso comune, appellativo diffuso in ambito filosofico che richiama a una capacità raffinata e dunque influenzata dalla cultura di appartenenza.
Psicologia ingenua e metarappresentazioni
Esercitare la psicologia ingenua significa porsi ad un livello superiore del credere, desiderare, vedere: non siamo psicologi ingenui quando crediamo, desideriamo o vediamo qualcosa, ma quando attribuiamo, a noi stessi o alle altre persone, credenze, desideri, stati percettivi e altri stati mentali.
Le rappresentazioni mentali di livello superiore – per esempio “Mario crede che ci sia una birra in frigo” (pensato da me), ma anche la più complessa “Mario crede che Maria desideri una birra” – si chiamano metarappresentazioni.
Psicologia ingenua e metacognizione
La psicologia ingenua, oltre a distinguersi dalla psicologia del senso comune, si distingue anche dalla capacità metacognitiva (o metacognizione), alla quale resta tuttavia strettamente connessa. Per metacognizione si intende tipicamente la capacità di rappresentare il funzionamento dei processi cognitivi di base, per esempio della memoria: es. si possiedono buone capacità metacognitive se si è in grado di riflettere sul funzionamento dei propri processi mnestici, mostrandosi per esempio consapevoli di una certa difficoltà nel ricordare episodi legati alla propria infanzia (in questo specifico caso si parla di “metamemoria”). Si può parlare anche di metacognizione legata alle capacità attentive e così via.
La metacognizione ha uno sviluppo più tardivo rispetto alla psicologia ingenua, ma in un certo senso anche quest’ultima può essere considerata essa stessa una capacità metacognitiva. Si tratta infatti della capacità di rappresentare il funzionamento della propria e altrui mente, di cui non solo credenze, desideri ed emozioni, ma anche aspetti mnestici e attentivi costituiscono parti fondamentali.
Tempi di sviluppo: il test delle false credenze
Per analizzare lo sviluppo della psicologia ingenua, dagli anni ’80, sono stati utilizzati i compiti delle credenze false. Tale strumento consiste nel creare situazioni in cui il personaggio giunge a credere qualcosa che non corrisponde alla realtà e si osserva se il bambino è in grado di comprendere ciò che è accaduto.
Una delle versioni più famose è quella di Baron-Cohen, in cui al bambino viene proposta una scena la cui protagonista è Sally, che posa una biglia in un cesto e subito dopo abbandona la stanza. In sua assenza, Ann trasferisce la biglia da un cesto ad una scatola. Sally ritorna e al bambino viene chiesto dove cercherà la biglia. Per rispondere correttamente (“nel cesto”), il bambino deve capire che in Sally si è formata una rappresentazione scorretta della realtà; questo avviene a partire dai 3 anni e mezzo in poi.
Una variante è il test degli Smarties. La maggior parte dei bambini di 4 anni risponde correttamente, affermando che un’altra persona direbbe che all’interno del tubo vi sono caramelle (e non matite come mostrato a lui).
I compiti in questione sono complessi, e ciò potrebbe portare in secondo piano l’acquisizione di esercitare la psicologia ingenua. Tra i requisiti richiesti nel compito di Sally-Ann vi sono infatti una buona comprensione linguistica, buona memoria (per ricordarsi dov’era la biglia) e un buon livello attentivo (per notare che la biglia è spostata e che Sally, dall’altra stanza, non può vedere lo spostamento).
Sono stati successivamente ideati i cosiddetti “compiti delle credenze veritiere”, in cui nel tubo di Smarties vi sono davvero delle caramelle. In questa versione semplificata del test, il quesito si pone chiedendosi se la previsione corretta del bambino sia dovuta ad una vera analisi degli stati mentali della mamma piuttosto che a un mero tener conto della realtà o dei propri desideri.
Prima delle false credenze
Il fatto che a 4 anni il bambino superi il test delle false credenze testimonia che all’epoca la psicologia ingenua sia già sviluppata, mentre i fallimenti precedenti non possono escluderne la presenza.
Secondo alcuni autori, infatti, la capacità metarappresentazionale al cuore della psicologia ingenua sarebbe sviluppata in una fase più precoce. Tale ipotesi si basa su risultati sperimentali: es. Zaitchick costruisce una situazione sperimentale in cui un personaggio (Big Bird) chiede al bambino di aiutarlo ad ingannare un altro personaggio (la rana) comunicando a quest’ultima che il giocattolo è nascosto in una scatola mentre in realtà è nascosto nell’altra. I bambini che non sanno dove il gioco è nascosto hanno buone prestazioni già a 3 anni, mentre coloro che ne conoscono la posizione tendono ad indicare, per ingannare la rana, la scatola dove è davvero situato il giocattolo!
È quindi fondamentale, per evidenziare successi precoci, diminuire la necessità di inibire la risposta dovuta al fatto di conoscere la realtà.
Secondo Leslie, la capacità metarappresentazionale si manifesterebbe già a partire dai 18 mesi, attraverso il gioco di finzione. Indipendentemente dal fatto se ciò sia vero o meno, si evidenziano alcune capacità chiamate protopsicologiche, che non sembrano richiedere la costruzione di metarappresentazioni ma che mettono in gioco alcuni costituenti di base di ciò che diventerà vera psicologia ingenua.
Il gioco di finzione
Il gioco di finzione viene attuato a partire dai 18 mesi e può essere svolto in prima persona (far finta in solitaria) e in terza persona (riconoscere che qualcun altro sta facendo finta); successivamente, il gioco di finzione si svolge in un contesto cooperativo nel quale ciascuno contemporaneamente ricopre un ruolo fittizio e riconosce il ruolo ricoperto dagli altri.
Mettere in atto il gioco di finzione richiede di tenere distinti i due contesti di svolgimento delle azioni (es. una banana non è realmente un telefono). A partire da questo dato comportamentale gli autori sostengono che la separazione dei due contesti richiede la costruzione di una metarappresentazione, seppure inconscia, strutturalmente uguale alla metarappresentazione coinvolta nell’attribuire credenze (bisogna saper attribuire a se stessi o agli altri uno stato di finzione, proprio come si attribuisce – sempre a sé o agli altri – un desiderio, un pensiero, uno stato mentale).
La comprensione dei desideri semplici
I desideri sono stati di atteggiamento proposizionale, e possono essere semplici o complessi. I desideri semplici non vertono su stati di cose descritti da proposizioni, bensì direttamente su cose (es. Maria vuole un gelato). I desideri complessi, al contrario, sono stati di atteggiamento proposizionale: quando attribuisco a Maria il desiderio che domani Pietro arrivi in tempo all’incontro coi suoi genitori le attribuisco uno stato complesso che ha come contenuto una proposizione (“che Pietro arrivi in tempo”).
Secondo Wellman, nel corso dello sviluppo il bambino costruisce diverse “teorie della mente”, ovvero ipotesi su come funzionano i processi cognitivi. Delle tre teorie che si susseguono, la teoria dei desideri semplici è la più precoce e si manifesta intorno ai 2 anni. Un desiderio, come già anticipato, viene inteso come uno stato che verte direttamente su qualcosa: il fatto che Maria desideri un gelato significa che è in relazione diretta con l’oggetto esterno gelato, non con una rappresentazione mentale del gelato sita nella mente di Maria stessa. I desideri sono quindi concepiti come stati intenzionali, che vertono su qualcosa di esterno alla mente, senza essere concepiti come rappresentazioni.
Questa concezione del funzionamento della mente consente al bambino di cogliere un aspetto cruciale della psicologia ingenua, il carattere causale degli stati mentali rispetto all’azione. Un desiderio è la causa di un comportamento: il bambino capisce che è perché Maria desidera il gelato che va verso il chiosco.
Tuttavia, il bambino non si rende ancora conto che l’interpretazione di un comportamento si fonda sull’analisi di un insieme di stati mentali composto non solo da desideri semplici, ma da desideri complessi, credenze e così via (la concezione delle credenze, ad esempio, richiede una concezione rappresentazionale della mente di cui il bambino non dispone ancora).
Baron-Cohen colloca la comprensione dei desideri semplici addirittura prima dei 2 anni. Con il suo Sistema di lettura della mente, ipotizza l’esistenza di un meccanismo cognitivo specializzato nel rilevamento di entità dotate di movimento autonomo in una direzione precisa, alle quali attribuisce la volontà di raggiungere qualcosa o qualcuno. Ad esempio, se avvertiamo la presenza di qualcosa che si muove autonomamente in modo non casuale, questo sistema “capisce” che si tratta di un agente e che tale agente vuole qualcosa, ovvero ciò verso cui si sta dirigendo.
Questo “analizzatore di intenzionalità” (ID, Intentionality Detector) sarebbe attivo già a 6 mesi.
La comprensione dell’attenzione
Prima dei 9 mesi, il bambino utilizza l’“indicazione imperativa” (imperative pointing; es. indicare un oggetto fuori dalla sua portata in presenza di un adulto – come il biberon – finché non lo ottiene). Questi comportamenti sono rinforzati dalla reazione degli adulti quando soddisfano le richieste o sorridono.
Intorno ai 9 mesi l’indicazione assume caratteri differenti: adesso il bambino indica non soltanto per ottenere qualcosa, ma anche per condividere esperienze; ad esempio, indica la luna all’adulto e lo guarda per assicurarsi che abbia colto il gesto e che guardi la luna e – se è così – sorride, altrimenti enfatizza il gesto. Il bambino capisce dunque che la conoscenza non è qualcosa di automaticamente condiviso, cogliendo una delle proprietà fondamentali della psicologia ingenua, ovvero la prospetticità della mente.
A 9 mesi avrebbe capito che, sebbene là fuori il mondo sia lo stesso per tutti, non tutti vi prestano attenzione, e anche se lo fanno ciascuno coglie in momenti diversi particolari differenti. Capisce, di conseguenza, che se si vuole comunicare bisogna condividere l’attenzione.
Anche nell’indicazione dichiarativa agisce il rinforzo (es. condivisione di emozioni positive, rassicurazione), ma l’aspetto più importante è che la relazione non è più diadica (bambino-adulto), ma triadica: si apre al mondo. Uno degli aspetti essenziali della prospetticità della mente è la comprensione geometrica dell’attenzione: il bambino capisce che per condividere esperienze ed emozioni occorre prestare attenzione alla direzione dello sguardo.
Tutti gli studi convergono sulla criticità dei 9 mesi. Se confrontiamo questo periodo con i 6 mesi, vediamo che a quest’epoca il bambino si volta nella direzione indicata dallo sguardo dell’adulto ma in modo assai impreciso; in più, se nel guardare nella direzione in cui guarda l’adulto il bambino incontra altri oggetti, egli viene distratto da tali “distrattori”.
Se l’adulto osserva qualcosa che sta dietro al bambino, costui non prova neanche a voltarsi. Tuttavia, se si volta casualmente, questo comportamento potrebbe essere rinforzato.
A 9 mesi il bambino segue lo sguardo dell’adulto, estendendo pian piano l’attenzione agli oggetti più distanti e alternando lo sguardo tra l’oggetto e l’agente. Continua a non interessarsi agli oggetti alle spalle.
Baron-Cohen ipotizza l’esistenza di un altro sistema specializzato, il rilevatore dell’attenzione condivisa (SAM, Shared Attention Mechanism), che si attiva “avvisandoci” quando due persone stanno prestando attenzione al medesimo oggetto o ente animato.
SAM coglierebbe il senso geometrico dell’attenzione, estrapolando l’angolo tra la linea dello sguardo dell’adulto e l’oggetto target.
Psicologia ingenua e pragmatica
La pragmatica è quel settore della linguistica che si occupa dell’analisi di ciò che si intende comunicare attraverso un proferimento linguistico al di là di ciò che letteralmente viene detto.
Il filosofo Grice assume che la comunicazione sia un atto cooperativo, costituito dal meccanismo dell’implicatura conversazionale, ovvero del processo di ragionamento che porta dal significato letterale al significato inteso.
Diversi psicologi hanno sviluppato la teoria griceana, ribadendo l’importanza delle inferenze mentalistiche nel processo di interpretazione pragmatica. Avere una psicologia ingenua è quindi essenziale non solo per interpretare i comportamenti, ma anche per comunicare.
Quando la psicologia ingenua non c'è: l'autismo
L'autismo è una sindrome complessa, e ne esistono diverse forme caratterizzate da deficit differenti. Alcune persone autistiche non parlano o hanno difficoltà nello spostare rapidamente l’attenzione, altri presentano deficit di socializzazione, difficoltà linguistiche-pragmatiche, scarsi interessi e attività.
- Epoca di esordio: può manifestarsi nel primo anno di vita come in qualsiasi altra epoca.
- Gravità del deficit: i tre domini cruciali sono quelli sociale, comunicativo e immaginativo (in particolare relativo al gioco di finzione). Alcuni presentano deficit in tutti e tre i domini, altri delle mescolanze.
- Altre sintomatologie tipiche: aggressività, disturbi del sonno, etc.
- Familiarità: non tutti hanno parenti colpiti dalla stessa patologia.
- Intelligenza: alcuni presentano un basso quoziente di intelligenza, gravi difficoltà relazionali e altri sintomi (autismo a basso funzionamento), altri hanno un buon quoziente intellettivo, un discreto adattamento sociale e non presentano aggressività (autismo ad alto funzionamento).
L’autismo di Kanner corrisponde all’autismo a basso funzionamento, mentre la sindrome di Asperger a quello ad alto funzionamento (questa distinzione, tuttavia, non è universalmente riconosciuta essendo messa in discussione da chi intende l’Asperger come sottocaso del Kanner).
Tutti e tre i deficit centrali per la classificazione dell’autismo hanno una relazione diretta con la psicologia ingenua. Gioco di finzione e pragmatica sono già stati menzionati, ma vi sono anche problemi di socializzazione che possono essere visti come una diretta conseguenza dei problemi di psicologia ingenua. Una persona che non comprende che gli altri hanno una loro vita mentale, caratterizzata da sogni, paure, pensieri, desideri, difficilmente potrà mettersi in relazione con loro e potrà avere poco interesse a farlo.
L’ipotesi secondo cui i deficit centrali dell’autismo riflettono problemi di psicologia ingenua è stata avvalorata da diversi esperimenti. Baron-Cohen, Leslie e Frith hanno confrontato le risposte ai test di credenze false di tre gruppi di persone omogenei per età mentale: bambini autistici, bambini con sindrome di Down e bambini dallo sviluppo tipico. La predizione era corretta in ugual modo tra bambini down e normodotati, mentre l’80% degli autistici sbagliava.
Il risultato dei bambini Down conferma che il deficit degli autistici non sia di natura intellettuale (QI autistici = 82 ; QI Down = 64). Risultati analoghi provengono dal test degli Smarties (errata previsione).
Un altro compito ideato dagli stessi tre autori è il compito di comprensione delle scenette. I bambini autistici forniscono buone prestazioni con storie che richiedono una comprensione di eventi meccanici e comportamentali-sociali, mentre si avvicinano a una prestazione casuale con le storie intenzionali. Inoltre, le loro descrizioni erano caratterizzate da estrema povertà di termini mentalistici.
I bambini Down, nelle sequenze mentalistiche, mostravano risultati migliori degli autistici.
Non v’è dubbio che l’autismo sia correlato a difficoltà di mentalizzazione (= considerare il comportamento altrui come frutto di stati mentali), ma la domanda è se ciò – almeno nell’autismo ad alto funzionamento – costituisce il deficit principale o se sia conseguenza di una difficoltà più generale, che per qualche ragione si manifesta nell’area psicologico-comunicativa.
II – Le teorie della teoria
Nel dibattito sulla natura della psicologia ingenua si contraddistinguono due principali ipotesi, ovvero la “teoria della simulazione”, secondo la quale il cardine della comprensione della mente altrui risiede nella nostra capacità e propensione a riprodurre in noi stessi il comportamento che percepiamo negli altri.
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