1.IL DIVISMO NEL CINEMA
Secondo Benjamin McArthur (1984) il divismo è nato negli Stati Uniti all’interno
del mondo del teatro, intorno agli anni ’20 dell’800: la trasformazione delle
compagnie teatrali da stabili a itineranti – basate sulle repliche dello stesso
spettacolo in città diverse – comportò infatti la necessità di sfruttare il nome di
un attore importante per richiamare il pubblico. Il divismo è stato poi
vaudeville,
influenzato dal spettacolo popolare di varietà in cui la star veniva
presentata come simbolo di successo, e dallo spettacolo circense che diede
vita ad alcune tecniche promozionali poi riprese e migliorate dai produttori di
Hollywood. È al cinema però che va il merito di aver reso il divismo ciò che è
oggi, sebbene nei suoi primi 15 anni di vita il cinema non abbia avuto dei veri e
propri divi: di solito, gli attori erano anonimi, resi irriconoscibili da un trucco
pesante, illuminati dalla potente luce solare e ripresi a figura intera; inoltre i
film erano di breve durata e la fruizione era ancora di tipo individuale e
avveniva, in appositi locali, attraverso apparecchi come il cinetoscopio di
Edison. Progressivamente il cinema ha saputo migliorare il proprio linguaggio
visivo (perfezionando il trucco, adottando la luce artificiale e il piano
ravvicinato) e darsi un’organizzazione produttiva di tipo industriale (creando
lungometraggi per un pubblico di massa e generando un’accesa competizione
tra le società di produzione). Ciò ha portò all’adozione e al perfezionamento del
modello divistico.
Le origini: Hollywood. Il sistema cinematografico americano è stato controllato
per diversi anni dalla MPPC (Motion Picture Patents Company), il trust di
aziende organizzato nel 1908 da Edison, il quale si era fatto attribuire i diritti
dei brevetti delle cineprese e aveva riunito sotto di sé le otto società
cinematografiche più importanti. Ma nel 1914 fu dichiarata l’illegalità del trust
e si imposero così nuove società che, nei decenni successivi, avrebbero
dominato il cinema americano: le “majors” o compagnie maggiori (MGM,
Warner, 20th Century Fox, Paramount, RKO) e le “minors” o società minori
(Columbia, Universal, United Artists). Il divismo nacque ad Hollywood, un
piccolo villaggio vicino a Los Angeles, dove progressivamente si trasferirono
numerosi produttori e registi americani, attratti dalle condizioni ideali del luogo
(clima favorevole, grande varietà di paesaggi, bassi costi degli immobili e della
manodopera), e intenzionati a rendersi autonomi dal potere della MPPC.
L’identificazione con un luogo geografico preciso come Hollywood – ‘costruito’
appositamente per i divi e simbolicamente isolato dal resto del mondo – è stata
fondamentale per il successo dell’immaginario cinematografico prodotto dagli
studios americani. Gli studios, ben presto, si resero conto dell’interesse dei fan
non solo per i film ma per i divi e per la loro vita privata e iniziarono a sfruttarlo
per incrementare la propria produttività. Lo studioso Richard Schickel (1962) ha
star system
fatto risalire la nascita dello ad un episodio avvenuto nel 1910: il
produttore Carl Laemmle, proprietario della IMP, dopo aver sottratto Florence
Lawrence alla Biograph tramite un contratto più vantaggioso, fece pubblicare
dai giornali la notizia della morte dell’attrice in un incedente d’auto, per
smentirla un mese dopo e ottenere così una notevole visibilità mediatica; un
anno dopo sottrasse alla compagnia anche Mary Pickford inventando per
questa addirittura la notizia di un suo rapimento. Al di là di ciò, è certo che
prima del 1910 i nomi degli attori non comparissero sui manifesti del film, che
contenevano solo delle immagini tratte da una scena chiave del film con il
marchio della casa di produzione o il nome del produttore. Con la nascita della
figura del divo, nasce anche il merchandising legato ad esso: il lancio, da parte
souvenir postal cards
di alcune società specializzate, di degli attori, mazzi di
carte con i ritratti degli attori, cosmetici, capi d’abbigliamento, prodotti
alimentari e pubblicità che utilizzavano gli attori come testimonial;
fondamentale è stato il ruolo dei fan club che hanno curato la relazione
esistente tra gli attori e il loro pubblico, attraverso l’invio di fotografie con
dedica, la realizzazione di riviste, l’organizzazione di eventi, ecc. Per costruire e
promuovere l’immagine dei suoi divi l’industria hollywoodiana ha usato
soprattutto i giornali (giornalismo di gossip). Negli anni ’30 e ’40 gli studios
hollywoodiani hanno ulteriormente perfezionato il loro modello divistico
creando il cosiddetto “studio system” che si basava sulla necessità industriale
di avere un controllo totale dell’immagine dei divi: le case di produzione
investivano economicamente sul divo ma volevano il controllo assoluto sulla
sua vita pubblica e stipulavano per questo dei contratti (di solito della durata di
7 anni) con cui le star diventavano di fatto una loro proprietà esclusiva. Il divo
doveva diventare familiare allo spettatore attraverso una specifica immagine,
che era la risultante di elementi biografici (autentici o totalmente inventati) e di
elementi provenienti dallo stereotipo di genere che l’attore doveva
interpretare. Tutto ciò alimentava le attese, sul piano narrativo, dello spettatore
che era portato a considerare il ruolo interpretato da un attore come rivelatore
della sua reale personalità. I produttori potevano infatti utilizzare la “clausola di
moralità” per annullare i contratti nel caso fossero venute fuori, tramite la
stampa, notizie relative alla vita privata dei divi che non si confaceva alla loro
immagine divistica. Grande attenzione, in questo processo di costruzione
dell’immagine divistica, veniva affidato al modo di vestire, al trucco cosmetico,
e all’aspetto estetico in generale.
I primi divi. I primi divi cinematografici di Hollywood sono comparsi all’interno
di film appartenenti al genere western (Tom Mix e William S. Hart). La prima
vera forma di divismo hollywoodiano è stata però femminile: una delle prime
dive a imporsi nell’immaginario cinematografico è stata Mary Pickford grazie
soprattutto ai diversi ruoli di bambina interpretati; la sua fama crebbe poi
The Little American
notevolmente – come dimostra il manifesto del film
(DeMille, 1917) in cui il suo nome compare con caratteri superiori a quello del
titolo – e raggiunse il culmine grazie all’unione con l’attore Douglas Fairbanks,
insieme al quale formò la coppia più celebre del divismo hollywoodiano. Tra le
altre dive ricordiamo: Lillian Gish, che interpretava spesso la vergine
perseguitata, una figura classica della letteratura ottocentesca, Gloria
Swanson, Clara Bow e Louise Brooks. Anche in Italia, tra il 1913 e la metà degli
anni ’20 si è sviluppato un divismo al femminile con il cosiddetto “cinema delle
divine”, all’interno del quale è possibile ricordare Lydia Borelli, che interpretava
di solto figure di donne passionali, e Francesca Bertini, molto versatile dal
punto di vista dei ruoli e particolarmente attenta all’aspetto fisico (pare
imponesse ai registi con cui girava abiti, cappelli e pettinature).
Progressivamente è emerso anche un mondo maschile del divismo, in cui si
sono imposti attori come Douglas Fairbanks grazie alle sue notevoli doti
atletiche e alla sua capacità di trasmettere la vitalità e l’ottimismo tipicamente
americani. Ma nessun attore del cinema muto è riuscito a incarnare la figura
del divo come Rodolfo Valentino che interpretava generalmente il ruolo del
grande amatore romantico. Con il passaggio (intorno al 1927) al sonoro,
Hollywood va incontro ad un intenso cambiamento. Molti attori vedono così
sgretolarsi la propria condizione di privilegio – un esempio è John Gilbert, star
degli anni ’20, messo in disparte perché pare che il pubblico sia scoppiato a
ridere sentendo la sua voce – e il mondo dei divi perde parte della sua
sacralità, a causa soprattutto del passaggio a nuove tematiche, più sociali e
realistiche. L’industria hollywoodiana tuttavia ha saputo adattarsi alla
comparsa del sonoro, vivendo una nuova fase di sviluppo fino alla fine degli
anni ’30.
Anni ’50: tra James Dean e i paparazzi. Alla fine degli anni ’40, lo studio system
inizia a vivere una profonda crisi sia perché le majors dovettero vendere le sale
cinematografiche (rinunciando così alla distribuzione dei film) sia perché
dovettero ridurre la durata dei contratti con gli attori, che assunsero maggior
potere. Un’altra causa determinante per la crisi dell’industria cinematografica
fu l’avvento della televisione, che diventò la sua principale concorrente. Anche
perché, in quegli anni, avvenne un massiccio esodo della popolazione dal
centro delle città – dove si trovava la maggior parte delle sale – verso le zone
suburbane: gli spettatori cinematografici negli Stati Uniti passarono da 82 a 34
milioni tra il 1946 e il 1956 (frequenza settimanale media). James Dean può
essere considerato l’ultimo dei grandi divi dell’epoca classica hollywoodiana e il
primo dei divi della nuova era televisiva: è un divo ma non incarna quel
modello di vita ideale e pienamente realizzata che sino a quel momento i divi di
Hollywood avevano espresso; piuttosto la sua personalità appariva fragile e
tormentata ed esprimeva con efficacia il disagio e la ribellione dei giovani
dell’epoca di fronte a una società conformista e puritana come quella
americana – malessere che sarebbe poi sfociato nei movimenti giovanili di
contestazione negli anni ’60 e ’70. Con l’arrivo della televisione quindi i divi
perdono quell’aura di prestigio di cui godevano prima e si umanizzano,
interpretando personaggi pieni di incertezze, che soffrono come i comuni
mortali e spesso sono addirittura degli anti-divi, cioè divi ribelli e
anticonformisti. Anche l’altro grande modello divistico di quegli anni, quello di
Marylin Monroe, con la sua vita di progressiva autodistruzione, ha mostrato,
dietro la luccicante immagine di diva, la propria fragilità e la sensazione di non
poter essere pienamente realizzata e amata da qualcuno. I divi hollywoodiani
vedono quindi, con il diffondersi del mezzo televisivo, indebolire e cambiare il
proprio ruolo; emerge un divismo di matrice europea, soprattutto italiano e
francese (modello cinematografico della Nouvelle vague): Vittorio Gassman,
Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Alain Delon, Catherine
Deneuve, Brigitte Bardot. Quest’ultima, in particolare, è divenuta un simbolo di
libertà sessuale e dii ribellione giovanile, proponendosi come modello
femminile dai imitare sia sul piano dei costumi sessuali sia nel modo di vestire.
Hollywood aveva del resto dimostrato di riuscire a condizionare fortemente
l’abbigliamento delle persone comuni: non a caso aveva invitato Coco Chanel,
all’inizio degli anni ’30, affinché curasse l’immagine delle sue dive più
importanti, o Christian Dior negli anni ’40 e ’50. Tra la fine degli anni ’50 e i
primi anni ’60 un pezzo significativo del mondo di Hollywood fu attirato a
Cinecittà e si instaurarono rapporti diretti tra i nuovi sarti italiani di alta moda e
gli attori americani. Un esempio è costituito dalle sorelle Fontana, il cui stile
romantico si rivelò particolarmente congeniale alle storie sentimentali del
cinema hollywoodiano dell’epoca: numerose furono le attrici americane
diventate loro clienti, in particolare Ava Gardner. Inoltre, le sorelle Fontana
lanciarono nel 1956 la clamorosa “moda-prelato” che Fellini riprese per Anita
La dolce vita
Ekberg in una celebre scena del film (1959). Fellini, tra l’altro,
inventò in questo film il termine ‘paparazzo’ riferito ad un perosanggio
secondario dalla personalità invadente e frenetica che, dal quel momento,
divenne un termine generico utilizzato per indicare tutti i fotoreporter d’assalto
che, con la loro macchina fotografica, cercavano di documentare la vita privata
dei divi del cinema.
I divi della Nuova Hollywood. Negli anni ’70 l’industria cinematografica
americana ha visto dimezzare le sue entrate e ha compreso che doveva
cambiare, rivolgendosi ad un pubblico giovane e aprendo le sue porte a registi
giovani e sconosciuti – per la prima volta dall’epoca del cinema muto alcuni
film stranieri riescono ad entrare sul mercato statunitense e gli studios
ingaggiano diversi registi stranieri (Antonioni, Polanski, Schlesinger, ecc.), ma
soprattutto orientandosi verso quei temi che potevano maggiormente
interessare il nuovo pubblico: la rivoluzione sessuale, le battaglie per i diritti
civili, l’opposizione alla guerra nel Vietnam. I registi della Nuova Hollywood
(Scorsese, Coppola, Lucas, Forman, ecc.) hanno preferito lavorare fuori dagli
studi, alla ricerca di un contatto diretto con la vita vissuta delle persone ma
sono rimasti sostanzialmente fedeli al sistema dei generi. I cambiamenti
avvenuti in quegli anni hanno però fatto emergere nuovi divi, molto più vicini al
pubblico giovanile: alcuni corrispondevano ai tradizionali canoni hollywoodiani
basati su un modello di bellezza anglosassone (Robert Redford, Jane Fonda,
ecc.), altri marcatamente diversi, non molto alti e dai tratti scuri (Dustin
Hoffman, Robert De Niro, Al Pacino, John Travolta, ecc.). L’arrivo sugli schermi
Guerre Stellari
nel 1977 del primo film della serie (George Lucas) e il grande
successo di pubblico ottenuto hanno ulteriormente modificato il sistema
produttivo di Hollywood. Oltre ad aver guadagnato molto al botteghino (300
milioni di dollari contro un costo produttivo di 11 milioni), il film ha incassato
una cifra notevole grazie ai prodotti di merchandising (libri, magliette,
giocattoli) – fino a quel momento marginale nei bilanci rispetto agli incassi
ottenuti con le proiezioni nelle sale. Per la prima volta, il film diventa qualcosa
di simile a una marca aziendale con una serie di prodotti collegati che il
pubblico appassionato acquista. In conseguenza del programma economico
liberista portato avanti da Ronald Reagan, dopo la sua elezione a presidente
degli Stati Uniti nel 1980, le majors hanno potuto adottare una politica
maggiormente restrittiva e ripristinare almeno in parte il controllo dell’intero
processo industriale. Nel 1985 l’impero mediatico di Rupert Murdoch ha
assorbito a 20th Century Fox e nel 1989 la Sony ha acquistato la Columbia:
sono nati cioè dei complessi aziendali estremamente articolati, governati da
logiche di tipo finanziario e operanti simultaneamente in diversi ambiti
mediatici, una parte soltanto dei quali riservata al cinema. In conseguenza di
ciò, gli studios si sono ridotti a 6: Disney, Columbia (della Sony), Warner Bros,
20th Century Fox, Universal (controllata da Comcast) e Paramount (di Viacom).
Anche per questo, a partire dagli anni ’80, l’industria cinematografica
americana ha puntato su poche pellicole, elementari e semplificate sul piano
narrativo (poiché rivolte al pubblico di tutto il mondo e a culture diversificate)
ma altamente spettacolari e ricche di scene d’azione ed effetti speciali.
Il ritorno del divismo. Negli anni ’80 e ’90 sono emersi altri divi di grande
fascino. Anche in seguito all’elezione di Reagan, la cui politica economica, di
tipo liberista, mirava a creare una società basata su un’intensa competizione
tra gli individui, molti nuovi divi iniziarono a puntare sul proprio fisico possente
e si imposero al pubblico in film d’azione dove interpretavano personaggi che
affermavano una mascolinità potente. Alcuni esempi validi sono Bruce Willis o
Sylvester Stallone che, dopo aver iniziato la sua carriera negli ’70 interpretando
il personaggio del pugile Rocky, si adeguò ai nuovi tempi con il ‘guerrafondaio’
Rambo. Ma è soprattutto Arnold Schwarzenegger a incarnare il nuovo periodo:
con un corpo chiaramente da bodybuilder, è salito alla ribalta nel 1982 con il
Conan il Barbaro Terminator
film e si è affermato con i primi due (1991, 2003),
dove interpretava un cyborg dal corpo artificiale di elevate dimensioni e dalla
terribile efficacia distruttiva. I divi progressivamente riacquistano uno spazio
significativo nel cinema americano anche perché, a partire dagli anni ’80,
grazie all’appoggio di nuove potenti agenzie – come la William Morris, la
Creative Artists Agency e la International Creative Management – si
riappropriano gradualmente del processo di costruzione e sfruttamento della
propria immagine (appartenuto nel periodo classico alle case di produzione). La
situazione quindi si ribalta: ora sono i divi a scegliere quali film e quali parti
interpretare consentendo ai produttori, grazie alla loro presenza, di trovare i
finanziamenti necessari e facendo salire alle stelle le loro
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