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Television studies

Prof. Stefania Antonioni

Live – La televisione. Modelli teorici e percorsi d’analisi. Di Scaglioni e Sfardini.

Cos'è la televisione oggi?

Una delle possibili letture vede la televisione contemporanea attraverso i concetti di disruption e integrazione.

  • Disruption: Rottura rispetto al passato. La televisione di oggi è diversa da quella di 20 anni fa. Il panorama televisivo è completamente mutato, i contenuti e i produttori si sono moltiplicati, le tecnologie digitali rivoluzionano la tv e danno vita al fenomeno della convergenza e al consumo on demand.
  • Integrazione: La tv attuale riesce a far stare insieme cose diverse. C'è una compresenza di contenuti, di tipologie di prodotti e di modelli di business differenti (advertising based o subscription based).

I television studies

I television studies sono un campo di studi e di confronto internazionale e un modello esemplare di ricerca sui media. Essi nascono cercando di integrare tre filoni di studio diversi tra loro:

  • Approccio sociologico ai mezzi di comunicazione di massa: È l’approccio che nasce dal dibattito sugli effetti dei media sviluppatosi negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Si tratta della sociologia della comunicazione, ovvero lo studio dei media e dei loro effetti sul pubblico.
  • Humanities, semiotica e film studies: In quest’ambito l’attenzione viene posta al contenuto mediale (non agli effetti). In questi studi vengono analizzati i contenuti cinematografici: i television studies utilizzano gli strumenti dello studio dei film e li adattano ai prodotti televisivi.
  • Cultural studies: Importanti per l’attenzione riposta verso la cultura popolare e al ruolo dei media nella sua costruzione, per la loro svolta etnografica e per l’introduzione della possibilità del pubblico di interpretare diversamente i contenuti.

Si genera quindi un approccio ibrido e multidisciplinare: il modo con il quale possono essere analizzati i testi televisivi è molto complesso, vi sono diverse metodologie di ricerca. L’oggetto di studio è un circuito culturale costituito da:

  • Apparato industriale televisivo e mediale: produzione, distribuzione, circolazione
  • Forme narrative
  • Fruizione e consumo

Si analizzano quindi sia la parte economica e industriale, che i contenuti e le audience.

Storia della televisione: dalle origini alla convergenza

La televisione come mezzo di comunicazione può essere definita come un insieme di tecnologie per la comunicazione, organizzate nell’ambito di apparati o imprese, finalizzate alla costruzione e alla circolazione di un’offerta di contenuti audiovisivi destinati a un pubblico.

Si riconoscono in questa definizione gli aspetti che costituiscono la televisione e che devono essere analizzati, ovvero: apparati e imprese, circolazione di un’offerta, contenuti audiovisivi e pubblico.

Le quattro dimensioni della televisione

Si individuano così le 4 dimensioni della televisione come mezzo, analizzate da un punto di vista storico:

  • Storia tecnologica: La storia della televisione dal punto di vista tecnologico, costituita dall’evoluzione delle tecnologie, come ad esempio il passaggio dal bianco e nero al colore o le differenze di trasmissione.
  • Storia istituzionale: La dimensione istituzionale riguarda l’assetto istituzionale del medium, intendendo la televisione come impresa e analizzandola in relazione alle forme di regolamentazione. La storia istituzionale della televisione mette in primo piano le imprese e gli apparati che producono e gestiscono i contenuti televisivi e la loro relazione con le istituzioni politiche e con le forme del mercato.
  • Storia estetica: Si analizzano i contenuti (i programmi) collocati all’interno di una particolare griglia temporale (il palinsesto). La televisione è popolare in primo luogo in virtù dei propri contenuti, della propria dimensione editoriale, della capacità di suscitare interesse attraverso i suoi testi e i suoi palinsesti.
  • Storia del consumo: Si analizza come sono cambiate le modalità di fruire dei contenuti, di essere pubblico, come è cambiato lo stile di visione. Un esempio è il passaggio dalla visione domestica e collettiva alla domesticazione, con la visione dei programmi televisivi ovunque su dispositivi portatili.

Dimensione nazionale e sovranazionale

Un’altra variabile che deve essere presa in considerazione nello studio della storia della televisione è la dimensione nazionale o sovranazionale della televisione. Il mezzo televisivo è inserito all’interno di flussi globali di contenuti e competenze, ma caratterizzato fortemente dalla sua dimensione nazionale. Esso è stato spesso interpretato come agente di globalizzazione, ma allo stesso tempo la tv ha rappresentato un mezzo di unificazione nazionale.

Il carattere sovranazionale della televisione si caratterizza per la creazione di format distribuiti in vari paesi, che si declinano poi in senso locale e nazionale (vedi Masterchef o Scam); per il mondo dell’informazione che non riguarda più solo ciò che accade nella nazione ma in tutto il mondo; per la distribuzione degli stessi prodotti in tutto il mondo da parte di imprese globali (vedi Netflix). Da questo ultimo punto ne consegue una circolazione di contenuti transnazionali pensati per un’audience sovranazionale.

Inoltre, fin dagli esordi della televisione, i vari paesi hanno da sempre guardato al modello americano, il primo apparato televisivo a svilupparsi, per ispirarsi per i contenuti e per l’organizzazione e la formazione delle professionalità.

Il carattere nazionale dell’industria televisiva consiste nelle imprese che la caratterizzano, nella scelta dei modelli di business, nelle forme di regolamentazione, nella costruzione delle professionalità e nei contenuti diffusi. La dimensione nazionale italiana può essere esemplificata dal carattere locale della RAI: i contenuti trasmessi sono italiani, prodotti e pensati per il pubblico italiano, e mostrano un forte carattere nazionale e locale. La RAI, soprattutto, ha contribuito alla costruzione dell’identità nazionale, ovvero alla diffusione dell’identità comune di tutti gli italiani.

Storiografia della televisione

La storiografia della televisione si è prevalentemente sviluppata con un focus nazionale. Lo studio più fruttuoso che ha tentato di andare oltre il quadro nazionale si è riferito al contesto europeo. Il public service broadcasting rappresenta il contributo più importante dell’Europa alla storia internazionale della televisione, soprattutto se confrontato al modello americano. Quello del servizio pubblico è, infatti, un concetto che permea fortemente le storie dei diversi sistemi televisivi dei paesi dell’Europa. I paesi europei condividevano l’idea che chi dovesse avere il monopolio delle frequenze televisive dovesse essere lo stato: il servizio pubblico nasce in Europa e caratterizza, fin dalla sua fondazione, la televisione europea, non rientrando mai invece nel modello americano.

Si evidenziano dunque linee di continuità fra i differenti sistemi televisivi nazionali europei, sia sul piano degli assetti istituzionali sia su quello dei contenuti e delle funzioni sociali del mezzo, specialmente in contrapposizione agli Stati Uniti.

Periodizzazione della storia della televisione

Una delle prime operazioni nello studio della televisione è stato il definire una periodizzazione, ovvero l’individuazione di periodi o età che caratterizzano la storia della televisione e che mostrano un certo grado di coerenza e stabilità fra le varie dimensioni del mezzo, come l’assetto tecnologico e istituzionale, le scelte di contenuto e la funzione sociale.

Per i motivi sopra citati, la periodizzazione della storia della televisione che indagheremo caratterizza in particolare i sistemi televisivi europei, che manifestano più chiaramente elementi di analogia, in costante riferimento al modello alternativo della tv americana. Alcuni cambiamenti fondamentali sono i medesimi tra Europa e Stati Uniti.

La definizione delle tappe della storia della televisione è stata fatta da molti studiosi, di cui ciascuno classifica a proprio modo. Noi faremo riferimento alla tripartizione proposta dal teorico inglese John Ellis, che modifica e approfondisce la periodizzazione effettuata da Umberto Eco. Faremo riferimento anche allo studio della teorica americana Amanda Lotz.

Le tre età della televisione europea

Guardando dunque alla storia della televisione europea, possiamo individuare tre diverse età:

  • Età della scarsità: Corrisponde al periodo delle origini della televisione, ovvero dalla seconda metà degli anni 40 fino alla fine degli anni 70. Eco definisce questo periodo la Paleotelevisione. Essa è contrassegnata dalla centralità del servizio pubblico monopolistico e dallo scopo di unificazione nazionale. L’età della scarsità è così definita a causa della scarsità delle frequenze televisive, che sono limitate, e per la scarsità di contenuti, programmi e canali televisivi.
  • Età della disponibilità o della concorrenza: Denominata Neotelevisione da Umberto Eco, coincide con il periodo che va dalla fine degli anni 70 fino agli anni 90. È caratterizzata dal processo di deregolamentazione, dalla fine dei monopoli pubblici e dall'inizio della crisi permanente del servizio pubblico. Iniziano infatti ad affermarsi sul mercato soggetti privati, che fanno concorrenza al detentore monopolistico. Nasce così la televisione commerciale e si generano oligopoli nazionali: cresce in questo modo l’offerta. Nascono anche le tv a pagamento.
  • Età dell’abbondanza: Periodo che comincia alla fine degli anni 90 e si protrae fino a oggi giorno. Si caratterizza per la progressiva digitalizzazione del mezzo, dal definitivo emergere di piattaforme distributive diversificate, dall'enorme crescita dell'offerta e del numero delle reti e dalla convergenza della televisione con altri media. Si ha quindi una molteplicità di scelta da parte del pubblico potenzialmente infinita.

Prima fase: età della scarsità

La televisione dell’età della scarsità è caratterizzata da un’offerta limitata: il segnale televisivo è diffuso via etere e comprende un numero limitato di canali nazionali. Il palinsesto è scarso, vi sono pochi programmi.

Il teorico Wilk definisce questa prima fase la Golden age of television: è il momento in cui la tv diventa il mezzo centrale nella cultura e nella società americana. Inoltre, i contenuti di quel periodo sono contenuti secondo lui di elevatissima qualità.

Innocenti e Pescatore parlano di questa prima fase definendola come Medium-palinsesto: la televisione ospita un palinsesto molto schematico e definito, i contenuti sono suddivisi in fasce orarie, intesi per essere fruiti da un certo tipo di pubblico che può accedere in quella fascia oraria precisa. La rigidità è data anche dal fatto che si hanno pochi programmi, per cui li si trasmettono in quelle fasce orarie che si pensa siano quelle nelle quali possa esserci il maggior numero di pubblico.

L’età della scarsità corrisponde con il periodo dell’introduzione della televisione nel contesto domestico e la sua espansione come principale e più popolare mezzo di intrattenimento e di informazione. In questa fase la televisione è il più straordinario strumento di modernizzazione delle società e delle culture. In tutti i paesi, in modi più o meno diversi, la televisione di questa prima età ha contribuito significativamente a trasformare le culture nazionali. Basti pensare al ruolo della televisione italiana nel processo di unificazione linguistica e culturale dell’Italia.

La televisione si rivela particolarmente efficace, in questa fase, nel rafforzare quel senso di unità e di appartenenza alla comunità nazionale, soprattutto nel modo in cui essa sincronizza un’intera comunità sui suoi ritmi e sui suoi riti. La TV, quindi, prende forma dai modelli della vita quotidiana, ma soprattutto contribuisce a definirli e standardizzarli. L’introduzione della TV in questa sua prima età porta quindi a una modernizzazione e alla progressiva introduzione nell’universo dei consumi di massa, oltre che alla capacità del mezzo televisivo di generare riti e ritmi condivisi da intere comunità.

È proprio la percezione dell’importanza del nuovo medium per la vita nazionale che contribuisce a definire il modello europeo di servizio pubblico, che caratterizza l’età della scarsità. La forte regolamentazione che caratterizza il modello europeo dipende, infatti, dalla convinzione che la televisione possa esercitare un grande potere sulla società e che essa possa essere molto influente nei confronti del pubblico. Dalla consapevolezza di questo potere nasce, quindi, l’esigenza da parte dei governi di regolamentare la distribuzione delle poche frequenze disponibili.

Sia in Europa che negli Stati Uniti veniva riconosciuta la necessità dell’intervento dello Stato nella regolamentazione dell’assegnazione delle frequenze, in quanto limitate e scarse ma rilevanti per la cittadinanza, tanto da poterle considerare bene pubblico. Tra il modello televisivo americano e quello europeo ci sono punti di contatto, ma sono in realtà completamente diversi.

Gli Stati Uniti scelgono un modello commerciale di mercato regolato, ovvero le licenze vengono assegnate da un’autorità governativa. Amanda Lotz definisce questa prima fase della televisione americana Network Era: la regolamentazione delle reti avviene infatti attraverso un modello di oligopolio, con l’assegnazione delle frequenze a enti privati. Lo Stato concede le licenze e supervisiona il mercato, per evitare che si creino posizioni dominanti.

Si hanno tre network: la televisione nasce quindi già maggiormente articolata, con un pluralismo non presente in Europa. Essendo network privati, non pubblici, si sostentano grazie agli spazi pubblicitari che vengono venduti agli inserzionisti. Nel modello commerciale americano, quindi, un numero limitato di network privati compete per gli ascolti, in quanto il profitto è dato dalle inserzioni pubblicitarie. La pubblicità nel modello americano è presente fin da subito. Per massimizzare il prezzo dei propri spazi pubblicitari, si cerca di avere un numero più alto possibile di spettatori. Ciò avviene con una programmazione in base ai gusti dell’audience, con una televisione che rincorre i gusti del pubblico.

Vi sono anche trasmissioni ideate proprio dagli inserzionisti, con programmi ideati in partnership con i brand commerciali. Esempi ne sono le soap opera, prime forme di racconto che venivano concepite da una multinazionale che produceva prodotti per l’igiene della casa e la cura della persona. I brand commerciali, quindi, decidono a quali valori fare riferimento, quali far risaltare, e possono avere influenza determinante sul pubblico.

La fruizione da parte del pubblico americano è libera e gratuita, in quanto la fonte di finanziamento è indiretta.

L’Europa sceglie invece il modello del public service broadcasting. Il concetto di servizio pubblico si fonda proprio sull’idea che la diffusione di programmi costituisca un bene pubblico, di rilevanza nazionale, di cui lo stato si fa perciò garante. Lo Stato è molto coinvolto, controlla direttamente la televisione. Il modello di servizio pubblico prevede, per tutta la durata dell’età della scarsità, la gestione delle frequenze da parte di un ente scelto dallo Stato in regime di monopolio. La tv è quindi fortemente regolata dallo Stato.

In quanto servizio pubblico, è un servizio universale, disponibile a tutti; si impegna a garantire una programmazione equilibrata e generalista; si impegna a garantire un’informazione politica imparziale; si caratterizza per la sua indipendenza dalle pressioni commerciali.

Mentre il modello commerciale americano si sostiene attraverso la vendita dell’attenzione quantificata degli spettatori agli inserzionisti pubblicitari, il public service broadcasting chiede il pagamento di un canone al pubblico, ovvero il finanziamento avviene attraverso tassazione diretta. Non è prevista quindi la presenza di pubblicità. Il servizio pubblico sovverte la logica capitalista che sostiene che si debba seguire i gusti del pubblico per massimizzare i profitti, idea propria del modello americano, bensì sostiene che è la televisione a dover guidare il pubblico nelle scelte.

Per quanto riguarda l’esperienza britannica, fondamentale è menzionare la fondazione della BBC, autorizzata a trasmettere programmi in regime di monopolio e finanziata con un canone annuale, pagato da tutti i possessori di apparecchi di ricezione. La formulazione dell’idea di servizio pubblico si deve proprio al primo direttore della BBC. Secondo lui, la diffusione di programmi televisivi doveva portare nel numero più ampio di case il meglio della conoscenza umana, non doveva quindi adeguarsi ai gusti del pubblico, ma semmai guidarli, in una missione educativa. Inoltre, la BBC era pensata come uno strumento di rafforzamento dell’identità e dell’unità del paese.

Alla base dell’idea di servizio pubblico formulata dal primo direttore della BBC stavano ideali democratici: vi doveva essere una più ampia diffusione dell’informazione e delle varie opzioni politiche, contribuendo alla formazione di un’opinione pubblica più consapevole, insistendo in un’autonomia della tv dalle influenze governative.

In Italia il controllo statale del broadcasting inizia con il governo Mussolini: l’impianto e l’esercizio delle radiocomunicazioni e la facoltà di accordare un servizio in concessione è riservato allo Stato. Le concessioni vengono date all’URI, che si trasformerà poi in EIAR. Dal modello autoritario e di stringente controllo politico, sulle ceneri dell’EIAR, nasce la RAI.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irene.riste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Television Studies e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Andreoni Stefania.
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