Le insidie dell'ovvio: tecnologie educative e critica della retorica tecnocentrica
Introduzione
Negli ultimi decenni lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) hanno subito una notevole accelerazione, diventando parte integrante della vita quotidiana. Le tecnologie digitali costituiscono attualmente l’infrastruttura che innerva e abilita gran parte delle attività umane. Parallelamente, dalla fine degli anni Settanta, le ICT hanno cominciato a svolgere un ruolo sempre più importante nel sistema dell’istruzione. Sono state investite ingenti somme di denaro per accrescere le dotazioni tecnologiche degli istituti scolastici universitari e sono state promosse svariate iniziative per accompagnare l’introduzione delle tecnologie nei sistemi formativi. Benché non siano mancate anche voci contrarie, generalmente tali iniziative sono state sostenute da un certo entusiasmo circa le potenzialità delle tecnologie per l’educazione. Molte parole, infatti, sono state spese per celebrare “le magnifiche sorti e progressive” del futuro tecnologico dei sistemi istruttivi, invocando l’urgenza di un cambiamento necessario.
Attualmente diversi autori che avevano riposto tanta fiducia nelle tecnologie digitali, sembrano fare marcia indietro, esprimendo in qualche caso maggiore cautela, in altri una sorta di pentimento. Non è detto che le tecnologie migliorino l’apprendimento, né è scontato che l’erogazione della formazione per via tecnologica ne democratizzi l’accesso e la fruizione: per questo occorrono maggiore realismo e cautela. Occorre un chiaro e definito razionale per utilizzare in modo efficace le tecnologie in educazione.
Capitolo primo: La tecnologia cambierà l’educazione?
Quando ci si ferma a riflettere sulle alle in educazione, si tende a ragionare sul futuro, piuttosto che a guardare al passato. Al concetto di “tecnologia” sembra accompagnarsi l’idea di “sviluppo”. Questo è probabilmente ciò che ci spinge a trascurare il passato, considerando la tecnologia in chiave astorica e assumendo che essa guidi il progresso umano nella direzione di un suo inevitabile miglioramento.
In generale, le nuove tecnologie sembrano sfidare certezze oramai consolidate che riguardano l’offerta formativa e le opportunità di apprendimento disponibili, il ruolo degli studenti e degli insegnanti nel processo d’apprendimento e lo statuto della conoscenza e delle stesse istituzioni educative. Tutti questi aspetti vengono chiamati in causa e messi in discussione nel dibattito contemporaneo sull’impiego delle ICT in educazione. In alcuni casi, l’emergenza del futuro si profila come un ripensamento delle istituzioni formative tradizionali e in altri un vero e proprio superamento. L’urgenza della trasformazione comporta una fondamentale riconfigurazione della relazione tra studente, conoscenza, insegnante e istituzione educativa.
Kozma sostiene che l’impiego delle tecnologie digitali implica una serie di cambiamenti che riguardano il nostro modo di concepire l’istruzione e l’apprendimento e sono:
- Ripensare il ruolo dell’insegnante, ossia passare da una concezione dell’insegnamento come trasmissione di conoscenze a una visione dell’insegnamento come guida e facilitazione dei processi dell’apprendimento in forme personalizzate e basate sulla riflessività e sull’autovalutazione.
- Ripensare la natura dell’insegnamento, muovendo dalla figura di un insegnante che opera in isolamento a quella di un insegnante che lavora per progetti insieme ai colleghi.
- Ripensare il ruolo dello studente, concependolo non più come passivo fruitore ma come componente attiva che opera in gruppo per creare nuove conoscenze ed applicarsi alla risoluzione di problemi.
- Ripensare la collocazione delle istituzioni educative all’interno della società attraverso azioni integrate con il resto della comunità in grado di farle uscire dall’isolamento.
- Ripensare il ruolo dei genitori, i quali dovrebbero essere sempre più coinvolti nelle attività della comunità scolastica.
Altri autori rappresentano i cambiamenti dei sistemi educativi in termini più forti e drammatici, che renderebbero sostanzialmente inutili l’educazione formale, come il modello di Collis e Gommer. Il modello delinea il passaggio dalla situazione attuale in cui l’istruzione eroga formazione, alla situazione futura-emergente in cui il singolo studente, sulla base dei propri bisogni ed esigenze, ricerca e seleziona le proprie risorse di apprendimento.
In sintesi, il dibattito corrente sul cambiamento tecnologico dei sistemi educativi sembra essere dominato da due principali approcci: in un caso le istituzioni educative dovrebbero trasformare/ripensare il loro assetto tradizionale davanti al cambiamento tecnologico e nell’altro la tecnologia rende obsoleta gran parte delle attuali istituzioni educative che sono quindi destinate a morire. Secondo una prospettiva di ripensamento, bisogna ripensare in senso tecnologico le istituzioni educative perché altrimenti periranno e, secondo una prospettiva di superamento, le istituzioni educative periranno comunque a causa delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. L’inevitabilità del cambiamento digitale dell’educazione viene solitamente giustificata da una parte come conseguenza della diffusione delle tecnologie digitali in tutti gli ambiti della vita e dall’altra le tecnologie digitali vengono viste come dotate della capacità di trasformare in meglio molti aspetti dell’educazione.
Le pressioni sociali al cambiamento in senso tecnologico dell’educazione sono state sempre piuttosto forti sin dall’introduzione delle ICT nella scuola. Da un lato, prevale il bisogno di “rimanere al passo” con i tempi: lo sviluppo tecnologico procede a ritmi esponenziali, mentre gli insegnanti e istituzioni educative hanno accumulato ritardi nell’uso delle tecnologie rispetto ad altri settori sociali. Da un altro lato, la necessità di adeguarsi al cambiamento ha fatto sì che i sistemi educativi hanno il dovere di aggiornarsi e allinearsi ai cambiamenti economici e sociali sollecitati dalla tecnologia.
Il successo non deriva solo dalla combinazione di tecnologia e conoscenza, ma governi e mondo delle imprese vedono nell’impiego di tecnologie digitali una via adeguata per supportare nuove forme di educazione richieste dall’economia della conoscenza. L’esigenza di un cambiamento in senso tecnologico della scuola proviene anche dai “consumatori” dell’educazione, ossia dagli studenti: i ragazzi nati e cresciuti nell’era digitale, per effetto della frequentazione intensa delle tecnologie elettroniche, hanno sviluppato nuove pratiche sociali e nuovi stili cognitivi e desiderano così una scuola che usi le tecnologie. Per adeguarsi ai bisogni delle nuove generazioni, l’educazione deve cambiare.
Una certa pressione per un maggiore impiego delle tecnologie in educazione proviene anche dai genitori e dagli insegnanti, che associano automaticamente tecnologie digitali e “qualità” dell’educazione. Un altro imperativo esterno è l’idea secondo cui gli studenti devono sviluppare abilità informatiche per trovare lavoro nell’economia della conoscenza e dell’informazione. La capacità di utilizzare tecnologie digitali viene anche considerata una life-skill essenziale per i cittadini che vivono nella odierna “società dell’informazione”. L’educazione ha allora il dovere di formare gli individui affinché sviluppino le capacità necessarie per avere successo nella società contemporanea. Negli ultimi venti anni le ICT hanno giocato un ruolo di primo piano nelle politiche educative. I piani di sviluppo sulle ICT in educazione sono orientati ad assicurare la disponibilità di computer, Internet o altre attrezzature nella scuola e si cerca anche di formare docenti e riformulare i curricula per l’introduzione di argomenti relativi alle tecnologie.
Gran parte dei vantaggi e dei benefici vengono ricondotti al potere che le tecnologie hanno di supportare i processi pedagogici e cognitivi dell’allievo: le tecnologie influiscono positivamente sulla motivazione degli studenti, migliorano l’apprendimento, rendono l’apprendimento più attivo, interattivo e coinvolgente e aumentano la produttività della classe, migliorando prestazioni individuali e collettive. Un vantaggio chiave dell’educazione basata sulle tecnologie consisterebbe nel porre lo studente al centro del processo di apprendimento, accrescendo la libertà di accesso a una varietà di risorse informative e ampliando le opportunità di relazione con esperti, docenti e studenti. Per i docenti, il loro insegnamento può diventare più efficace, potendo contare su un numero sconfinato di risorse valide e disponibili gratuitamente su Internet.
Per il miglioramento dell’efficacia organizzativa e gestionale delle istituzioni educative, le tecnologie digitali permettono la “modernizzazione” della scuola e dell’università. Le ICT sono in grado di ampliare l’accesso all’educazione, consentendo l’offerta di una varietà di proposte formative. La formazione online può ridurre l’impatto delle barriere e degli ostacoli che impediscono alle persone di partecipare alle esperienze formative: le ICT rendono l’offerta formativa più flessibile, più economica, più accessibile, permettendo alle persone di apprendere ovunque e in qualsiasi momento. Le tecnologie digitali vengono rappresentate anche come strumenti di supporto utili per le mansioni burocratiche e amministrative dei docenti, in grado di alleggerire il carico di lavoro e consentendo loro di dedicarsi maggiormente ai loro studenti.
I livelli d’analisi intorno alle ICT sono diversi. Calvani distingue tra tre piani: macroecologico, che riguarda i valori o le visioni chiamate in causa per giustificare l’ingresso delle ICT nella scuola, strategico-innovativo, quando si pensa alle tecnologie come fattore di innovazione scolastica, e microecologico o ergonomico-didattico, che riguarda gli effetti concreti che le ICT producono sull’apprendimento. Non si può dare per scontato che la trasformazione dell’educazione in tecnologica sia necessaria e auspicabile (desiderabile). Infatti, nessuno trae benefici dall’innovazione educativa allo stesso modo e le conseguenze del cambiamento non sono facilmente valutabili. Nessuno degli imperativi considerati è inevitabile e quindi occorre accostarsi alle varie questioni sollevate con maggior cautela.
Per pensare al futuro delle tecnologie educative è importante comprendere il passato. I vantaggi di assumere questa prospettiva sono molti. In primo luogo, un approccio storico consente di avere una buona comprensione di una nuova tecnologia solo se si possiede un’adeguata conoscenza delle tecnologie che l’hanno preceduta. Al tempo stesso, è possibile cogliere la rilevanza e il significato di una determinata tecnologia solo quando è trascorso un certo lasso di tempo. Inoltre, assumere una prospettiva storica consente di “far calmare le acque” e di guardarsi indietro, lontano dagli entusiasmi eccessivi o dai timori ingiustificati che di solito accompagnano all’ingresso ogni nuova tecnologia. Infine, lo studio e la comprensione del passato possono fornire una base per costruire un presente migliore, evitando di commettere gli stessi errori o affrontando certe situazioni problematiche in precedenza.
Il XX secolo è stato caratterizzato da un intenso e rapido sviluppo tecnologico. Le tecnologie hanno conosciuto una grande fortuna in tutti i settori sociali, diventando presto una componente essenziale della società del secolo scorso. Tuttavia, il loro uso in ambito educativo si è rivelato spesso più problematico. Lo storico dell’educazione Larry Cuban ha ricostruito quella che egli definisce una “storia d’amore instabile” tra educazione e tecnologie e propone un’analisi critica di come le tecnologie audio-visuali e digitali sono state usate a scuola.
I primi esempi di uso educativo del cinema risalgono alla seconda metà del XIX secolo negli USA e in Europa, dove alcune scuole cominciarono a sperimentare l’impiego di immagini fisse proiettate in sequenza, utilizzando la tecnologia all’epoca più nota, detta filmstrip: si trattava di strisce di fotogrammi che venivano proiettate in successione come un film per mano dell’insegnante che si occupava del riavvolgimento della pellicola. L’uso didattico di immagini statiche venne valutato all’epoca come una straordinaria opportunità offerta a studenti ed insegnanti per avere uno “sguardo diretto” sul mondo ed alimentò l’entusiasmo per l’istruzione basata su materiali visuali.
Fu, tuttavia, l’invenzione e la diffusione delle immagini in movimento all’inizio del Novecento a segnare una svolta, contribuendo alla crescita di popolarità dell’istruzione audio-visuale. Da una parte, l’impiego didattico delle immagini in movimento sembrava fornire una risposta adeguata al bisogno di accrescere e migliorare l’efficacia e l’efficienza dell’istruzione. Dall’altra, quando il cinema intorno agli anni Venti si affermava come una delle maggiori forme culturali orientate allo spettacolo di intrattenimento e all’informazione, l’impiego in senso didattico ed educativo di questo medium viene sollecitato e spinto. Ciò spiega come mai furono soprattutto gli inventori delle tecnologie del cinema a dare forte credito alle potenzialità dell’impiego del video in educazione. Ardigò elogia le potenzialità dei nuovi strumenti visivi per la loro capacità di rendere grande ciò che è piccolo e di rappresentarne il movimento. Dopo una fase iniziale, un numero crescente di scuole negli USA cominciò ad introdurre il cinema d’insegnamento nell’offerta didattica e furono prodotti su commissione anche contenuti educativi sugli argomenti che si prestavano e per tutti i livelli scolastici. L’introduzione del cinema didattico nelle scuole nordamericane avviò corsi di formazione degli insegnanti per l’educazione audiovisuale.
L’uso delle immagini in movimento fu considerato come un simbolo ufficiale dell’insegnamento “moderno” e “progressista” e in molti ritenevano che il film fosse un potente mezzo per l’erogazione di istruzione pubblica e di massa. Si riteneva che il cinema fosse in grado di avvicinare l’apprendimento alla vita, consentendo di rappresentare per immagini la realtà e di insinuare vita ed emozione in ciò che prima era inanimato, ossia scritto e stampato. Il valore primario dell’istruzione basata sulle immagini in movimento aveva tre vantaggi: trasmettere conoscenze sui fatti, sviluppare abilità percettivo-motorie e influenzare motivazione, atteggiamenti e opinioni. Indagini successive giunsero a conclusioni molto meno convincenti circa gli “effetti” del cinema educativo: divenne sempre più chiaro che l’impiego di questa tecnologia non aveva avuto un impatto significativo sulla scuola e sull’università. Mentre il cinema diventava sempre più popolare come strumento di intrattenimento, non accadeva altrettanto al cinema didattico, usato raramente nelle classi. Le quattro principali aree di criticità erano la necessità di avere più tempo a disposizione, l’esigenza di forme di coordinamento maggiore a livello centrale, classi meglio attrezzate e maggiore supporto. Ciò portò al declino di questo medium in educazione.
Anche l’introduzione della radio in contesto formativo fu accompagnato da una buona dose di entusiasmo e di ottimismo. I primi esempi di radio educativa rivolta al grande pubblico risalgono agli anni Venti. Le università cominciarono ad includere nella propria offerta formativa programmi radio educativi e, in alcune scuole, vennero create stazioni radio e programmi didattici da integrare con le attività d’aula. Dagli anni Trenta agli anni Settanta, si diffusero le Schools of the Air che erogavano corsi a distanza per i vari livelli scolastici. Anche in Italia, la radio conobbe una certa diffusione in ambito educativo, quando il regime fascista ne colse le potenzialità didattiche e propagandistiche, con lo scopo di promuovere l’acculturazione di massa.
La diffusione della radio nei contesti educativi fu ampia e considerevole nella prima metà del XX secolo. Il fascino che la radio esercitava sui più giovani veniva percepito da alcuni educatori come un elemento su cui far leva per attrarre l’interesse degli studenti e accrescerne la motivazione e l’immediatezza delle trasmissioni radiofoniche dal vivo conferiva un carattere più realistico e autentico all’insegnamento. La radio veniva vista, inoltre, come uno strumento democratico che consentiva ad ampie fasce della popolazione di avere accesso a contenuti educativi di qualità. A partire dalla fine degli anni Quaranta, cominciò a diffondersi sempre più la sensazione che il potenziale educativo della radio non fosse stato pienamente messo a frutto nel sistema scolastico americano perché la gran parte degli insegnanti raramente facevano uso delle idonee attrezzature di cui si erano dotate le scuole. Il mancato successo della radio è dovuto alla mancanza di attrezzature per la ricezione radiofonica, alla difficoltà di conciliare l’impiego della radio con la tempistica scolastica, all’assenza di informazioni, alla distanza dei programmi dagli argomenti affrontati nel curriculum tradizionale, alla percezione del lavoro in classe come superiore e al disinteresse da parte degli insegnanti.
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