La religione dei romani
Jorg Rupke
Il concetto di religione (= come risposta al sacro, al numinoso) è un concetto tipicamente cristiano, creato proprio per descrivere se stesso alla stregua di caso particolare d’un qualcosa di generale. È legittimo quindi chiedersi se in altre società vi sia qualcosa che corrisponda alla nostra concezione di “religione”. La religione antica conosce ciò di cui sono costituite le religioni odierne: divinità e templi, festività e sacerdoti. Però nelle società antiche la religione non è facilmente vincolabile a luoghi, tempi e persone; anzi, si ritrova in ambiti che sono oggi programmaticamente esclusi dalla religione, come l’ambito politico.
Religione e politica
Il senato si riuniva sempre in templum, uno spazio sacralmente definito, e le sedute del senato erano aperte dalle offerte d’incenso dei senatori che vi entravano e dal sacrificio di una piccola quantità di vino: una prassi ovvia che fu messa in discussione solo dal processo di cristianizzazione (=Ambrogio). Gli alti magistrati di Roma, i generali in guerra eseguivano costantemente sacrifici; ogni attività di un certo rilievo era introdotta e garantita nel suo svolgimento da sacrifici nonché interpellando gli dei.
Divinità e vita sociale
Gli dei facevano anche parte del bagaglio (= piccola statuetta); nel caso di viaggi in mare, che erano particolarmente rischiosi, anche le navi avevano le loro divinità protettrici e un’immagine della divinità ornava l’imbarcazione che doveva proteggere. Anche le associazioni della città erano caratterizzate come organizzazioni cultuali. Nonostante la religione fosse coinvolta in molti ambiti della vita sociale, non significa che tutto fosse permeato di religione; c’erano case senza altare domestico; non c’era neanche l’obbligo di partecipazione ai riti pubblici. Il primo obbligo di partecipazione di cui abbiamo notizia certa risale al 249 d.C.: è un editto sacrificale dell’imperatore Decio, degli inizi della sistematica persecuzione dei cristiani.
Concetti di sacro e religiosus
Che non tutto possa ridursi a religione è mostrato anche dalla lingua. Il concetto di sacer, per esempio, deriva dal linguaggio giuridico relativo alla proprietà: sacro è ciò che è di proprietà di una divinità; si trattava di qualche appezzamento di terreno, su cui si poteva erigere un tempio e sul quale si consacravano anche alcuni oggetti. Gli dei quindi non erano sacri (= non erano proprietà di loro stessi). Il concetto opposto a profanus indica ciò che sta davanti al templum, fuori dall’ambito sacrale. Altro concetto è sanctus; era una proprietà di luoghi o, talvolta, di persone che godevano di una particolare protezione garantita dalla collettività ed erano quindi considerate intoccabili. Anche le mura erano sante.
Ultimo concetto: religiosus. Questo concetto è quello che meglio illustra come non si può affrontare questa cultura in tutto e per tutto come la diretta antecedente del nostro mondo. Religioso infatti non vuol dire pio; era una espressione del diritto fondiario e indica luoghi che devono essere rispettati (come le tombe) e che non possono essere semplicemente comprati e venduti. Il concetto rimane vago ma comunque si riferisce a quello della sottrazione della disponibilità. L’individuo religiosus è colui che ha numerosi scrupoli di natura religiosa e anche impegni di questo tipo. Re-ligiones; obblighi che legano l’individuo e non la collettività. L’eccesso di questo concetto porta al concetto di superstitiosus.
Insegnamenti religiosi
È assente una dottrina; un edificio concettuale dichiaratamente obbligante. Le pratiche religiose erano naturalmente collegate a concezioni ed esistevano anche riflessioni scritte sulla religione, ma non vi era alcuna “cattedra”/istanza di controllo. Gli antichi apprendevano la religione attraverso la partecipazione. Anche tra i cristiani nell’Antichità l’aspetto scolastico rimase sconosciuto; scuola e religione erano ambiti separati. Esistevano tuttavia le catechesi e lo studio della teologia. Qualcosa di simile si ritrova solo nei culti misterici, che conoscevano le iniziazioni. Rimane una sola attestazione di una sorta di insegnamento della religione da una poesia di Stazio; dice che suo padre insegnava, a Napoli, a coloro che avrebbero dovuto intraprendere incarichi politici o religiosi, la religione, in quanto questi non potevano impararla attraverso la mera partecipazione (= siamo in Magna Grecia).
Religione come sapere orale
Sebbene non vi fossero insegnamenti, non bisogna credere che la religione fosse semplice. Il sapere religioso era tradizionale (= accumulato nel tempo) ma questo poteva anche essere compromesso costantemente nella e dalla trasmissione orale. Questo sapere poteva inoltre adattarsi facilmente alle novità. Infine, proprio il sapere orale, che si giustifica con la propria asserita anzianità, vive della considerazione di cui godono e dei condizionamenti che subiscono coloro che ne sono i portatori; deformato dai loro interessi. Ci sono quindi più versioni di ogni nozione; conflitto è un dato permanente. La storia degli inizi del cristianesimo è soprattutto infatti una storia di interpretazioni che praticarono la soluzione di conflitti mediante l’emarginazione.
Religione e collettività
Se s’intende la religione come un sistema di segni che interpretano la realtà, anzi contribuiscono a costruirla, allora si comprende che la religione sia un fatto collettivo. Le pratiche religiose individuali quindi sono d’interesse solo in quanto rappresentative delle norme generali. Per l’Antichità la religione è una pratica rituale che si svolge in gruppo; la familia, la gens o le comunità locali. Ci sono anche forme religiose individuali; esempi:
- Scipione l’Africano pregava Giove Ottimo Massimo ogni giorno individualmente, secondo le fonti (= di cui non sappiamo l’autenticità);
- Fonti archeologiche ed epigrafiche ci dischiudono quegli impegni solenni che vanno sotto il nome di vota (e le connesse offerte votive); in una situazione di difficoltà personale, colui che ne è colpito invoca l’aiuto di una divinità e prospettano un’offerta per il caso in cui la loro preghiera venga accolta. Nonostante le divinità e i sacrari che si sceglievano per questo scopo disponevano per tradizione d’una funzione corrispondente al desiderio da formulare, rimaneva comunque entro certi limiti una libertà di scelta;
- A Roma la religione aveva a che fare con la morale. Non c’era un vero e proprio concetto di peccato; la morale era fondata sugli exempla, con il rimando a avi o famosi modelli. Tuttavia gli dei si interessavano del comportamento del singolo quando si trattava di blasfemia o sacrilegio, quando riguardava giuramenti o patti, quando coinvolgeva la fides (= che descrive per molti rapporti formali la rivendicazione di protezione e il credito di fiducia della parte sottomessa). Anche il comportamento pio del singolo trovava riconoscimento e ricompensa presso gli dei.
Divisione del lavoro religioso
Il carattere collettivo della religione antica si fondava su una multiforme divisione del lavoro; il sacrificio durante il culto domestico è presieduto dal capofamiglia; vi sono anche parti per i bambini e per le donne; nelle unità sociali maggiori sono i rappresentanti eletti a presiedere ai riti. Gli specialisti religiosi erano richiesti come esperti in grado di assecondare o preparare i riti e fungevano, a Roma, da custodi dei templi.
Politeismo
Nell’antichità vigeva il politeismo. Il numero delle divinità veramente potenti era canonico (= anche se con mutevole gerarchia). In questo sistema di grandi dei si potevano integrare delle divinità locali, sia mediante identificazione o modificazione dei personaggi centrali, sia mediante addizione. Gli dei non avevano una figura tanto precisa da impedirgli di assumere una grande quantità di funzioni diverse, anzi; nessuna divinità disponeva dell’assoluto monopolio di una certa funzione. La strutturazione del pantheon romano non era inoltre tanto precisata quanto lo era quella greca.
Nel tempo entrarono molte nuove divinità, sia per importazione che per neoformazione. L’olimpo romano mostra paralleli con una casta dominante che dispone d’una elevata forza di integrazione e avversa per lungo tempo con successo l’eccessivo profilarsi dei suoi singoli membri; ha a che fare con la storia di composizione della comunità romana. Esistevano inoltre altri personaggi sovrumani, oltre alle grande divinità; divinità speciali, divinità locali, antenati divinizzati. Esistevano anche personalità con una natura intermedia tra quella divina e quella umana.
Calendari religiosi
L’adesione ai singoli culti si orientava secondo criteri locali e sociali, le sovrapposizioni erano sempre possibili. Quando qualcuno entrava (= entrare, tra l’altro, non consisteva in un’adesione formale, che non era richiesta quasi mai) a far parte di una certa associazione religiosa, continuava a partecipare alle feste pubbliche o al culto familiare. Poiché per il cittadino il legame più importante era quello della polis, non stupisce che ogni polis avesse un proprio calendario religioso. Questo calendario indicava sia i giorni in cui si poteva sacrificare, sia i nomi dei mesi e l’inizio dell’anno. Il calendario serviva quindi all’integrazione e al coordinamento temporale di disparate attività di gruppo. I calendari comunque erano sempre dei panorami parziali.
Religione e polis
Le antiche poleis non avevano una struttura amministrativa sviluppata ma, il più delle volte, solo pochi funzionari eletti; i cittadini di pieno diritto di questo tipo di città corrispondevano inoltre soltanto ai maschi adulti e facoltosi. Quando si parla di religione della polis non bisogna pensare a una religione di stato, bensì al fatto che qualsiasi attività (ex: spostamento di una tomba) è controllata da un corpo pubblico sacerdotale. La religione dei romani è da intendersi quindi come la religione a Roma, in senso locale. La religione serviva all’integrazione; le religioni e i culti (diversi per geografia) che si trovavano qui svilupparono la loro gerarchia in forma appiattita e si servirono del calendario civico romano, adeguando spesso le loro stesse festività a quelle romane.
Sacra publica
Al concetto di religione della polis, corrisponde una definizione latina: sacra publica (= culti pubblici). Sacra sono i riti dovuti agli dei. Il criterio per distinguere tra questi e le altre pratiche cultuali sta nel guardare al finanziamento. Le spese per i culti pubblici sono infatti a carico delle comunità politiche; i loro introiti sono costituiti da imposte, tributi e bottino di guerra (se non ci sono donazioni private). Ogni sacrario e impianto templare per i sacra publica è eretto su un solo locus sacer pubblico che viene trasformato, con la consacrazione, in sacer. I culti devono affrontare anche spese correnti (ex: l’acquisto di animali/offerte). Per il sostentamento d’un culto era destinato un appezzamento di terreno. Questo terreno veniva dato in affitto e fruttava una rendita che poteva essere impiegato per un culto o un corpo sacerdotale (= questo tipo di finanziamento è rimasto anche nei primi tempi della Chiesa cattolica).
I sacra publica possono essere considerati come il complesso degli impegni che la comunità politica ha verso le sue divinità. In determinate circostanze eccezionali, quando per esempio una divinità palesava il suo malumore con eventi atmosferici, il senato provvedeva sicuramente a una intensificazione degli atti di culto ma comunque la città viveva nella certezza di corrispondere alle esigenze degli dei. Oltre a questo livello di culto pubblico (= in cui la comunità era rappresentata dai suoi massimi funzionari, mentre i corpi sacerdotali svolgevano solo compiti specialistici), esisteva anche un secondo livello di istituzioni religiose frazioni territoriali della città. Questo livello a Roma era composto dai sette colli, dalle trenta curiae e dai vici (= schema che mutava chiaramente nel tempo); anche a questo livello si celebravano alcuni culti pubblici finanziati dalle casse centrali.
Ai sacra privata vanno aggiunti quelli publica; comprendevano i culti a cui i singoli individui si sentivano obbligati (ex: domestici e delle gentes). Il concetto romano di pubblico differisce da quello odierno; definisce uno spazio di comunicazione all’interno del gruppo dirigente. NB: la possibilità che la popolazione influisse sulla dimensione pubblica era estremamente limitata ed era circoscritta a momenti particolari (ex: elezioni).
Il ceto dirigente romano
Il ceto dirigente romano era relativamente stabile; i consoli erano individui prevalentemente che avevano in famiglia ex magistrati; esso aveva come obiettivo il bene della res publica; erano quindi gli interessi comuni e un sistema di regole che consentisse il consenso a fare lo Stato (= e NON una costituzione del popolo sovrano). Era quindi la comunicazione interna alla casta dirigente a costituire l’opinione pubblica. Nella religione questo si rifletteva in due modi: la religione pubblica era improntata nella sua struttura dalla struttura interna del ceto dirigente ed era quasi inscindibile dalla religione privata di questo gruppo. Molti dei culti gentilizi nel tempo diventarono culti pubblici.
Innovazione e controllo religioso
Notizie relative ai culti dei gentili riemergono nella fase imperiale; alla morte di Augusto viene creato a Roma il suo culto, affidato alle cure dei sodales Augustales; culto dell’imperatore deificato, pagato con i soldi pubblici. L’ambito di attrito tra attività religiose particolari e interessi comuni era, contemporaneamente, un ambito di innovazione; qualcosa che inizia con la ristrutturazione o il contenimento di antiche tradizioni e prosegue con l’introduzione di culti nuovi. Sia il senato che singole persone (ex: generali vittoriosi che erigevano templi con il loro bottino; la menzione del nuovo dio gli garantiva così un richiamo continuo al suo nome ed era un segno di magnanimità interessata che poteva servirgli in seguito per l’elezione a un’altra carica) potevano istituire nuovi culti. Un’alternativa a questo poteva essere l’istituzione di ludi.
Se si considera il processo d’erezione di un tempio si nota bene quanto questa iniziativa religiosa fosse intessuta nelle strutture della casta dominante; generale rientra a Roma vittorioso; decide di costruire un tempio; gli viene conferito l’incarico di costruire; localizza un terreno, lo dedica sacralmente; il giorno di completamento verrà celebrato come dies natalis templi e viene stabilita una lex templi (che regola l’utilizzazione del tempio). In questo processo intervengono diverse persone; gli auguri devono svincolare il terreno scelto da eventuali altri condizionamenti di tipo religioso; nella dedica c’è bisogno dell’intervento d’un pontefice; chi dedica deve avere una magistratura. Questo perché l’innovazione religiosa può pregiudicare la coesione; ci doveva essere controllo.
Sacra privata
Anche i sacra privata erano considerati un impegno comunitario verso gli dei. Questo si nota soprattutto nel momento delle adozioni. Quando qualcuno veniva adottato, questi cambiava il culto familiare. Se però veniva adottato anche l’ultimo figlio di una famiglia, il culto familiare rischiava di scomparire; cosa che non si voleva. Per tale ragione tutte le adozioni dovevano passare sotto la supervisione dei comitia curiata (= presieduti dal pontefice massimo). Si nota anche nel diritto ereditario. Con l’eredità infatti spesso erano connessi impegni religiosi; molti testatori prevenivano la trasandatezza degli eredi assicurandosi il culto funebre attraverso lasciti o assegnazioni di rendite a terzi. In ogni caso c’erano molti aspetti che rimanevano non garantiti; i pontefici per esempio si disinteressavano della prosecuzione delle attività religiose delle associazioni che si scioglievano.
Controllo e innovazione religiosa
Con la crescita della struttura politica della città di Roma crebbe anche il bisogno di controllo. Il controllo centrale divenne più forte (= e si concentrò prevalentemente nelle mani del senato, davanti al quale i collegi sacerdotali dovevano presentare le loro valutazioni) e fu esteso geograficamente anche al di là dei confini della città (= per esempio l’interessamento ai prodigia si estese in tutta Italia). In cosa si concretizzassero i controlli lo mostra la persecuzione dei Baccanali del 186 a.C., culti molto diffusi in Magna Grecia e anche a Roma; si sospettò a un certo punto che ci si riuniva di notte (maschi e femmine) ordisse contro il bene pubblico (= potenziali rivoltosi). Poiché il numero dei partecipanti era molto alto, il senato approvò un senatoconsulto che portò allo scioglimento forzati dei gruppi religiosi indiziati, oltre che ad arresti e pene di morte. Vennero regolamentati i culti, istituendo per esempio un numero massimo di 5 partecipanti alle adunanze. Questo intervento non rimase isolato: tra il secolo II a.C. e il I d.C. si verificarono periodiche espulsioni di astrologi, filosofi, ebrei, seguaci del culto di Iside.
Fin dai tempi di Cesare esistevano diverse leggi che regolamentavano il sistema dei collegi; miravano a vietare le associazioni politiche potenzialmente pericolose, mentre alle associazioni religiose era concessa maggiore libertà d’azione (= anche se questa tolleranza era esposta al rischio continuo di una revoca). Quando c’era il dubbio che un’associazione potesse essere pericolosa, questa poteva essere sciolta senza il bisogno di particolari controlli giuridici. Non esistevano religioni lecite o meno; la decisione su cosa fosse da ritenere estraneo o sacra.
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