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Riassunto esame Storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof. Guiso, libro consigliato Novecento d'Europa, Colarizi

Riassunto per l'esame di Storia politica, sociale e culturale nell’età contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Guiso: Novecento d'Europa di Simona Colarizzi.
Gli argomenti trattati sono i primi sette capitoli, fino alla fine della Seconda Guerra mondiale (pagina 267).

Esame di Storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea docente Prof. A. Guiso

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ESTRATTO DOCUMENTO

5 – I totalitarismi

1 – La grande crisi iniziata con la caduta della Borsa a Wall Street nel 1929 dilagava

rapidamente anche in Europa, a cui contribuiva la preesistente debolezza del sistema

economico, già minato dalla guerra e ulteriormente scosso dalla crisi agraria diffusa

ovunque. Sul piano istituzionale apparivano solidi i paesi scandinavi, che rimasti neutrali

nella guerra uscivano più agevolmente dalla crisi grazie a un’avanzata politica sociale

priva di conflitti etnici. Il rapido abbandono del Golden Standard inglese e la legislazione a

protezione del lavoro garantivano un’esistenza meno tormentata alle popolazioni del nord

Europa. In Francia la presenza delle destre eversive era meno limitata, e i morsi della

recessione si facevano sentire solo dopo due anni. Eppure il Franco non veniva toccato

dal governo di coalizione socialista-radicale. Alle elezioni del 1932 le sinistre avevano vinto

su un programma che prevedeva la nazionalizzazione delle grandi industrie e della banca

di Francia, una dura tassazione sulla ricchezza e la settimana di 40 ore per i lavoratori. Si

ripeteva quanto era già successo in Italia e Germania, dove imprenditori e grandi

proprietari terrieri avevano favorito l’ascesa delle camicie nere e brune: comparivano sulla

scena francese i Camelots du Roi e i Franchistes, movimenti nazionalisti, anticomunisti,

antiparlamentari e antipartitici. Nel febbraio 1934 i movimenti fascisti appoggiati da migliaia

di studenti e da gruppi comunisti assalivano la Camera dei deputati al momento

dell’insediamento di Daladier, capo del nuovo governo. Le forze dell’ordine aprirono il

fuoco e il bilancio era di 21 morti e 1400 feriti. La vittoria del Fronte popolare delle sinistre

nel 1936 vede l’applicazione di una manovra economica che prevedeva la svalutazione

del franco e la riorganizzazione della banca di Francia. Non bastavano tuttavia a frenare

l’ondata di scioperi e di proteste della sinistra e della destra. La svalutazione delle monete

e la fine del Golden standard distruggevano il liberalismo economico. La Gran Bretagna e

tutti gli altri stati si chiudevano in sé stessi. L’uscita dalla crisi aveva tempi diversi da paese

a paese: tra il 1932 e il 1937.

2 - Nei decenni precedenti al primo conflitto mondiale lo sviluppo capitalistico e gli

ordinamenti democratici garantivano una crescita complessiva del proletariato. La

democrazia diventava il luogo dove realizzare il socialismo attraverso riforme sociali ed

economiche sempre più incisive. Le chiese impotenti durante la guerra, adesso erano

oggetto di dura persecuzione in Russia. Al vuoto di fede surrogavano le tante promesse

totalitarie di salvezza politica che acquistavano i connotati di nuove religioni laiche. A

consolare la solitudina dell’uomo gli si offriva la religione nazista, fascista e bolscevica,

imposta con violenza con l’uso di media nuovi e vecchi trasformati in macchine del

consenso. Nella Germania nazista si stringeva l’assedio delle idee dei liberali e dei

democratici, consapevoli che la democrazia assicurasse una forma di stato poco

oppressiva. Erano necessarie riforme radicali che passavano per un intervento sempre più

ampio dello Stato nella società. Dallo stato di puro diritto lo stato acquistava una funzione

civile, sociale ed economica. Le dittature di Hitler e Stalin apparivano più efficienti ed

incisive, poiché la più piccola manifestazione di dissenso veniva repressa con la violenza

ed il terrore. In Italia come in Germania la strada ai fascismi veniva aperta dalla fragilità del

quadro politico e dall’insicurezza degli stessi partit. I bolscevichi mostravano adesso a tutti

la loro capacità di edificare uno stato socialista solido. L’Unione sovietica era vista come

un modello per governare le difficoltà economiche la sua crescita miracolosa accentuava il

fallimento del capitalismo agli occhi di tutti. La modernità alternativa incarnata dallo stato

comunista offriva il sogno di un futuro ai tanti che avevano perduto la speranza. La

propaganda internazionale sovietica parlava di pacifismo, uguaglianza, giustizia e

progresso: tutti rimanevano incantati dal mito sovietico. Neppure chi visitava di persona

questo paradiso apriva gli occhi.

3 - L’industrializzazione sovietica che tanto affascinava gli intellettuali dell’Occidente non

aveva creato il paradiso del socialismo, ma un vero e proprio inferno. La scelta di forzare i

tempi per trasformare la vecchia Russia agricola in una moderna potenza industriale

risaliva al 1926, in cui fin dall’inizio i bolscevichi avevano utilizzato la violenza. Sugli artisti

e sugli intellettuali si scatenava una fortissima repressione. Alla fine restava solo un’esigua

schiera di fedeli violenti e poco istruiti. La collettivizzazione dell’intera economia non

arrestava la spaventosa carestia che affamava le città: in tanti abbandonarono i centri

urbani. Per tutta l’Urss si accendevano i fuochi delle rivolte contadine. La Nep

reintroduceva scambi, moneta, commercio e aumentava la quota di produzione spettante

ai contadini. Nel 1926 la produzione industriale risaliva alle percentuali prebelliche. La Nep

incontrava un ampio consenso tra le masse rurali. Il dittatore aveva fretta di edificare un

vero Stato comunista, convincendosi di poter usare il partito e lo Stato per portare al

successo una seconda rivoluzione trasformando la Russia in una potenza industriale. Per

farlo avrebbe distrutto le campagne, riportato i contadini alla servitù della gleba e ridotto in

schiavitù milioni di lavoratori. La seconda rivoluzione di accompagnava a una seconda

guerra civile. A rilanciare il collettivismo puntava il piano quinquennale di Stalin, che

prevedeva la trasformazione delle aziende agricole contadine in grandi proprietà collettive

di decine di migliaia di ettari a grano. I contadini però si ribellavano: in due anni solo il 3

percento dei contadini abbandonava la propria terra per entrare nei kolchozy. La guerra ai

contadini culminava in coincidenza con la nuova spaventosa carestia del 1932-1933.

Cinque milioni di ucraini morivano, annientati in quanto contadini che si opponevano alla

politica di Stalin. Tra fame, fucilazioni e deportazioni nei campi di lavoro delle campagne, i

morti nell’intera Unione Sovietica erano più di due milioni tra il 1930 e il 1933. Una tragedia

che portava a un crollo demografico e alla desertificazione delle campagne da cui si

allontanavano 23 milioni di contadini. Tra questi milioni venivano deportati nei Gulag, i

campi di prigionia, chiamati campi di lavoro collettivo dove pochi sopravvivevano. Stalin

aveva vinto: nel 1930 quasi dieci milioni di famiglie lavoravano in 110 kolchozy. Il

trasferimento realizzava il sogno dell’industrializzazione in larga scala a costo zero, vale a

dire grazie a una quantità di lavoratori ridotti in schiavitù nei Gulag. Per molti aspetti l’Urss

entrava nella modernità, pagata però a caro prezzo dalla popolazione. La necessità di

eliminare le opposizioni portava tra il 1928 e il 1929 all’arresto di migliaia di vecchi quadri

rivoluzionari, la seconda tappa faceva salire sul banco degli imputati la presunta

organizzazione segreta di Trockij e Grigorik Zinov’ev. I processi dell’aprile 1938 durarono

ben dieci giorni, tutti gli imputati ammettevano le loro colpe e venivano condannati a

morte. La caccia alle streghe continuerà fino alla vigilia della seconda guerra mondiale. La

dittatura comunista acquistava i connotati di una chiesa di cui il comunismo era la

religione, e i testi di Marx e Lenin le sacre scritture. Un sistema di fede e azione politica

insieme in cui si fondevano teoria e pratica rivoluzionaria.

4 - La dittatura di Hitler iniziava con la sua nomina a cancelliere nel gennaio del 1933 a

cui seguiva un mese dopo l’incendio del Reichstag, pretesto per scatenare la caccia ai

comunisti, additati come responsabili dell’attentato. A marzo erano indette nuove elezioni,

in cui il partito nazionalsocialista usciva con la maggioranza assoluta dei voti (56

percento). I decreti speciali sulla stampa mettevano a tacere ovunque le opposizioni:

100mila il numero dei comunisti uccisi. Hitler non poteva però prescindere dall’opinione

pubblica dei tedeschi, i quali però aspiravano solo a una vita normale e ordinaria. Nessun

allarme suscitavano nel maggio del 1933 i roghi all’Operaplatz di Berlino, dove vennero

bruciati 20mila libri di autori ebrei, marxisti e pacifisti, un falò definito ‘simbolico olocausto

spento dalla pioggia e dall’apatia’. Una cultura kitsch e un’estetica all’insegna di una

bellezza falsa, teorizzata nel motto dei nazisti ‘’il tedesco oggi sarà bello’’ e convertita

nell’ideale dell’uomo ariano, biondo, muscolare e giovane. Nella notte dei lunghi coltelli a

Bad Wiesse si consumava il massacro pianificato con un attacco a sorpresa delle Ss: più

di 150 Sa venivano uccise compreso il loro leader, presentato come un’azione di

purificazione morale: l’ordine pubblico era la priorità di Hitler. A trainare l’occupazione

contribuivano l’incremento della produzione industriale e una politica fiscale espansiva, la

nuova moneta e l’autocancellazione delle riparazioni di guerra. Hitler ricercava

l’ammirazione del mondo internazionale, e le Olimpiadi disputate a Berlino del 1936

divennero un’occasione d’oro per esibire il nuovo Terzo Reich in tutta la sua grandezza. In

quello stesso anno venne inaugurato il piano di quattro anni che puntava a rendere la

Germania auto-sufficiente e invulnerabile al blocco delle merci. Accumulazione di

materiale strategico e mobilitazione dell’industria di guerra portavano prosperità e

raddoppiavano in quattro anni il reddito nazionale. Dopo la vittoria nazista, veniva imposta

la sterilizzazione obbligatoria dei pazzi e dei criminali, mentre nel giugno del 1933 la

legislazione sull’igiene raziale creava un comitato di esperti per la politica raziale e della

popolazione. Nel luglio seguivano le leggi per preservare la progenie delle malattie

ereditarie e nel novembre la legge contro i criminali abituali e pericolosi, due norme che

portavano alla castrazione di 300mila bambini e adulti. Con l’inizio della guerra, si sarebbe

passati dalla sterilizzazione di massa all’omicidio di massa.

5 – La crudeltà del Terzo Reich risiedeva nel razzismo biologico che definiva l’identità della

nazione tedesca. Anche in Italia nel 1938 veniva inaugurata una legislazione razziale.

All’ideale della potenza nazionale si sostituiva quello del popolo razzialmente superiore

nella ricerca del suo spazio vitale. Cuore del razzismo nazista era l’odio nei confronti degli

ebrei, un virus da secoli in circolazione per l’Europa. La convinzione usata dai nazisti per

giustificare l’eliminazione degli ebrei era la colpevolezza di inquinare il sangue ariano. La

legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco tutelava il popolo ariano da ogni

contaminazione con la proibizione di matrimoni e relazioni sessuali tra tedeschi ed ebrei.

Nell’ottobre del 1936 la Società delle Nazioni istituiva l’Alta Commissione per i rifugiati

provenienti dalla Germania. Hitler non poneva ostacoli al trasferimento in massa degli

ebrei tedeschi, anche se non intendeva accollarsi alcun costo o partecipare ai piani di

evacuazione. A partire dal 1934 la maggior parte degli ebrei tedeschi emigrati si trovava in

Inghilterra, un numero minore negli Stati Uniti. Non vi era nessuna alternativa alla fuga,

specie dopo la notte dei cristalli nel novembre del 1938. Pretesto della furia nazista era

l’assassinio di un ambasciatore tedesco in Francia ad opera di un ebreo. Risarcimento per

la morte furono un miliardo di marchi imposti alla comunità ebraica, oltre che 100 ebrei

uccisi, e 10mila negozi e case distrutti e dati alle fiamme. Non aveva successo la

conferenza di Evian convocata dal presidente americano Roosevelt nel luglio 1938. Nel

luglio 1933 Hitler concludeva un concordato con il papato che garantiva la libertà religiosa

in Germania e il diritto della chiesa cattolica a regolare i propri affari interni. Nel marzo

1937 Pio XI emanava una dura enciclica di condanna al razzismo biologico ma non vi fu

nessuna reazione e nessun passo indietro da parte del Fuhrer, che portò nel 1939 la

comunità ebraica tedesca tra morti, prigionieri ed emigrati ad essere ridotta a poco meno

della metà. 6 – La crisi dell’Europa liberale.

1 – Il pacifismo veniva continuamente messo a dura prova, prima dal Giappone che nel

1931 aveva invaso la Manciuria, e poi dall’uscita della Germania dalle assise di Ginevra.

Mussolini veniva stimato da Hitler, anche se il duce sembrava non ricambiare la simpatia.

Lo dimostrava il suo attivismo nel bloccare il tentativo del Fuhrer di annettersi l’Austria nel

1934. Nel 1931 l’accordo per una unione doganale tra Austria e Germania era stato

bloccato da Francia e Italia, entrambe interessate a difendere gli interessi dei paesi

agricoli danubiani. In Austria nel 1929 si era insediato al governo Dollfuss, da sempre

avversario del partito socialdemocratico. Progetti dittatoriali di Dollfuss furono l’abolizione

del parlamento con leggi restrittive contro gli oppositori e la sanguinosa liquidazione di

quanto restava delle libertà del popolo austriaco. La Repubblica austriaca si trasformava in

dittatura. Dollfuss era convinto che la vera minaccia venisse da sinistra, e aveva

sottovalutato il pericolo nazista. Nel 1934 infatti i filonazisti tentavano il golpe con un

assalto in massa alla cancelleria, nel corso del quale Dollfuss veniva assassinato.

L’allarme internazionale aveva portato il ministro degli esteri francesi a proporre un piano

di sicurezza regionale antitedesco tra Francia, Italia e i paesi dell’Est da allargare all’Urss

e alla Gran Bretagna. Nel 1935 il Duce rompeva per primo il tabù pacifista europeo con la

dichiarazione di guerra all’Etiopia. Evidenti erano il legame tra la scelta di procedere

all’espansione coloniale e le difficoltà di natura interna, prima tra tutte la disoccupazione,

alla quale però si poteva offrire un rimedio temporaneo col reclutamento massiccio di

soldati inviati in Africa Orientale. In questo clima le sanzioni economiche comminate dalla

Società delle Nazioni contro l’Italia si risolvevano in un ulteriore successo interno per il

regime fascista, che accusava Francia e Inghilterra di strangolare la giovane nazione

italiana. Le truppe italiane in pochi mesi arrivano ad Addis Abea lasciando dietro di sé una

scia di sangue. Nessun mezzo era stato risparmiato per piegare la resistenza abissina. Ad

avvicinare i due dittatori contribuiva la solidarietà di Hitler per Mussolini impiegato nella

guerra in Etiopia, oltre alla creazione dell’Asse Roma-Berlino siglato nel 1936.

2 - L’incendio scoppiava in Spagna. Qui l’aristocrazia fondiaria e i grandi proprietari terrieri

avevano un peso dominante. Mancavano i fondi per modernizzare le forza armate. Nel

1930 si era dimesso il dittatore Miguel Primo de Rivera, che aveva sperato di interpretare il

Mussolini spagnolo, tuttavia non si era dotato di un suo partito. La situazione del paese

aveva spinto il sovrano a far cadere il governo e a indire nuove elezioni che portavano nel

1931 alla vittoria dei repubblicani e al suo esilio. Il programma del primo presidente del

consiglio Manuel Azana appariva una vera e propria dichiarazione di guerra alla vecchia

Spagna dei potenti: espulsione dei gesuiti, scuola pubblica, riduzione dei quadri militari,

grandi industrie e latifondi nazionalizzati. Queste aspettative venivano rigettate dagli

anarcosindacalisti. Tra il 1932 e il 1933 la Spagna appariva già sull’orlo della guerra civile,

fu la Confederazione dei gruppi autonomi della destra a vincere le elezioni del 1933. I

socialisti si ponevano alla guida di un’insurrezione che dilagava in quindici province.

Innumerevoli le atrocità da una parte e dall’altra: esecuzioni sommarie da parte dei militari,

guidati dal generale Francisco Franco in licenza a Madrid. Nel febbraio 1936 la coalizione

di repubblicani, moderati e socialisti formava un governo di fronte popolare guidato di

nuovo da Azana. A inaugurare il nuovo governo era l’annullamento dei voti ottenuti dalle

destre, a cui seguivano scioperi operai e occupazioni delle terre da parte dei contadini.

Passava al contrattacco la Falange, movimento parafascista fondata da José Antonio

Primo de Rivera figlio dell’ex premier, che in pochi mesi attirava nelle sue file sempre più

adepti. Si preparava la strada per il golpe militare: in luglio il generale Franco sbarcava in

Spagna. Era la guerra benedetta con il termine di crociata dal vescovo di Pamplona, che

dichiarava legittimo il governo di Franco. A novembre Germania e Italia riconoscevano la

giunta franchista quale unico legittimo potere esecutivo in Spagna, dove mandavano

truppe al sostegno del generale, mentre l’Unione Sovietica si schierava con il fronte

popolare. Francia e Inghilterra rimanevano da spettatrici. Senza l’intervento degli italiani e

dei tedeschi le truppe di Franco sarebbero state sconfitte dai repubblicani in pochi mesi,

tuttavia la guerra era un buon affare per tutti i paesi afflitti dalla crisi. Il materiale bellico

inviato dal Fuhrer era il più prezioso, dal momento che per la prima volta nella storia la

guerra aerea dispiegava tutta la sua potenza distruttiva, come lo dimostra la pioggia di

bombe che nell’aprile del 1937 radeva al suolo la città di Guernica e Barcellona nel 1938.

Il governo di Madrid resisteva fino alla primavera, quando le truppe di Franco

conquistavano anche la capitale. Si chiudeva una guerra sanguinosa, cui definizione più

appropriata è ‘guerra civile rivoluzionaria’ simile alla rivoluzione francese o alla Comune di

Parigi del 1871.

3 –. Con l’ascesa di Hitler al potere in Germania si era dissolta l’illusione che l’Urss

potesse procedere alla costruzione del socialismo. Il primo passo nel 1934 era stato

l’ingresso nella società delle nazioni, poi l’uccisione di Dollfuss e la manifestazione a Parigi

delle destre, ma la minaccia dei fascismi richiedeva un ripensamento ancora più incisivo

nella politica estera sovietica. La svolta che portava al patto di mutua difesa dell’Unione

Sovietica con Francia e Cecoslovacchia aveva un’immediata ricaduta nelle nuove direttive

del Comintern. Anche nei paesi democratici l’entusiasmo per il comunismo declinava di

fronte alla dura realtà della dittatura sovietica. La Spagna faceva risalire le quotazioni

dell’Urss: Stalin diventava la bandiera dell’antifascismo. Solo nel 1939 il patto Hitler-Stalin

avrebbe segnato una sofferta lacerazione, destinata comunque a ricomporsi con

l’aggressione tedesca all’Urss nel 1941. A Mosca il classico imperialismo si sostituiva con

il tema dell’antifascismo. Questa inversione di tendenza era il frutto di un mutamento nello

scenario internazionale la cui evoluzione consigliava Stalin a rinchiudersi nelle sue

frontiere. La dittatura franchista in Spagna mostrava tutta la sua ferocia contro i militanti

del governo repubblicano. La nazione di cui Franco si proclamava dittatore era quella

Spagna che il generalissimo portava immediatamente fuori dalla società delle nazioni, per

legarla al patto Anticomintern firmato dalla Germania e dal Giappone nel 1936, esteso

all’Italia nel 1937. Le tessere del mosaico nazista si stavano componendo quasi a

configurare un vero e proprio assedio all’Unione Sovietica, chiusa ad est e a ovest dalla

tenaglia tedesco-nipponica. Hitler accelerava il suo sogno di dominio rioccupando la

Renania nel 1936. Hitler non aveva dubbi sull’inferiorità genetica degli slavi, ed era

altrettanto convinto che avrebbe prevalso anche sui popoli dell’occidente. Il fallimento nel

1934 dell’Anschluss non aveva scoraggiato Hitler. Procedeva così nella primavera del

1938 alla liberazione dell’Austria, sua terra natale. Non gioivano gli ebrei viennesi contro i

quali si consumava un vero e proprio pogrom, a un anno di distanza nel maggio 1939, la

metà della popolazione ebraica aveva abbandonato Vienna. La tappa successiva era la

liberazione dei fratelli tedeschi, maggioranza della popolazione nella regione dei Sudeti

che il trattato di Versailles aveva incluso nei confini della Cecoslovacchia. Il partito tedesco

dei Sudeti in accordo con Hitler chiedeva l’indipendenza, che alla fine il capo del governo

cecoslovacco concesse. Era la prospettiva del conflitto a piegare le potenze democratiche

al compromesso con la Germania. L’esaltazione imperiale del duce lo legava al Fuhrer che

inseguiva lo stesso sogno di dominio. Iniziava così la mutazione del fascismo in dittatura

totalitaria. Il varo in Italia delle leggi razziali nel 1938 e la conseguente politica di

discriminazione contro gli ebrei erano gli ultimi tasselli nella costruzione dello stato nuovo

e dell’uomo nuovo fascista. La monarchia si sentiva minacciata dall’evidente fastidio del

dittatore ad accettare una diarchia. Co1n crudo realismo in vaticano si valutavano i pro e i

contro nell’aprire le ostilità contro il dittatore che tanto aveva concesso alla chiesa. Negli

anni trenta la volontà di conquista che animava i dittatori va valutata considerando quanti

vantaggi offrisse l’espansione in nuovi territori dopo la chiusura dei mercati internazionali.

Vantaggi irrinunciabili per Stalin, che non avrebbe potuto sopravvivere senza riacquistare

le risorse del Caucaso. Lo stesso valeva per l’espansione del Giappone nelle regioni della

Cina. L’Italia aveva iniziato con l’Africa Orientale, ma puntava anche all’altra sponda

dell’Adriatico. La Germania era determinata ad allargarsi verso est, ed il partito

anticomintern con il Giappone era funzionale proprio a questo obiettivo. Nei piani di Hitler

la Gran Bretagna doveva rimanere fuori dal futuro conflitto europeo, assicurandosene la

neutralità con la rinuncia a promettenti espansioni coloniali.

4 – Convincere gli inglesi a rimanere isolati dal continente non sembrava un compito

impossibile, poiché gli anni trenta erano scanditi da un susseguirsi di tappe che

mostravano gli evidenti passi indietro della Gran Bretagna. Il primo innescato dal

Giappone nel 1931 con l’invasione della Manciuria aveva iniziato la conquista della Cina.

Un’inversione di tendenza sembrava si fosse avviata nel 1935 quando gli inglesi avevano

risposto alla guerra di Mussolini in Etiopia con le sanzioni e con la mobilitazione nel

Mediterraneo della Home Fleet. Culmine di questa catena di cedimenti era stato l’incontro

a Monaco nel settembre 1938, dove Daladier e Chamberlain andavano al confronto con

Hitler e Mussolini già pronti a cedere, persuasi che la pace fosse appesa ad un filo

sottilissimo. A un mese di distanza dalla conferenza, Hitler aveva già predisposto il piano

della marcia su Praga ed espresso il proposito di annettersi Memel in Lituania e Danzica in

Polonia. Risultato dell’appeasement inglese sarebbe stato il secondo conflitto mondiale.

Agli occhi degli inglesi una guerra alla Germania avrebbe significato indebolire la più

solida barriera esistente contro l’Unione Sovietica. A Londra in molti dubitavano ormai che

fosse possibile persino difendere l’immenso impero britannico con forze armate

sparpagliate ovunque. Nel 1937 il governo inglese dette il via a un piano di investimenti

per l’aviazione. Apprezzamenti per il Fuhrer da parte degli inglesi erano rivolti alla sua

capacità di riportare ordine e disciplina del caos economico, sociale e politico della

Germania postbellica. Quanto alla violenza in molti la consideravano un male temporaneo.

5 - Praga veniva invasa dalle truppe tedesche nel marzo del 1939, la Cecoslovacchia

cessava di esistere. Un mese dopo, Mussolini invadeva l’Albania che veniva annessa

all’Italia, e Vittorio Emanuele III assumeva il titolo di imperatore di Etiopia e re di Albania. Il

Patto d’Acciaio viene siglato nel maggio 1939 tra Hitler e Mussolini, il quale avverte in via

riservata l’alleato tedesco sull’impossibilità dell’Italia di entra in guerra fino al 1942. Si

preparava l’accordo tra Mosca e Berlino fin dalla primavera del 1939, quando Praga

cadeva nelle mani naziste. Sulla passività di Francia e Gran Bretagna poggia il

cambiamento di fronte di Stalin, convinto di un accordo tra francesi, inglesi e tedeschi ai

danni dell’Urss. A bruciare ogni ponte con l’occidente era alla fine Stalin, che nel marzo

1939 iniziava a dialogare con Hitler. I due dittatori condividevano la stessa avversione nei

confronti di Francia e Inghilterra, paesi simboli del capitalismo per l’uno e della democrazia

per l’altro. La disponibilità ad aprire consultazioni con Mosca da parte di Hitler apparivano

irresistibili a Stalin, che da una parte vedeva allontanarsi dalle sue frontiere il pericolo di un

attacco tedesco, dall’altro gioiva alla prospettiva di allargamenti territoriali offerti

dall’accordo con Berlino. Al trattato di non aggressione a Mosca nell’agosto del 1939

seguiva l’intesa sottoscritta nei protocolli segreti che sancivano la spartizione della polonia

tra Germania e Unione Sovietica, cui Hitler dava il via libera per impadronirsi di Estonia,

Lettonia e Lituania. Quanto convenisse a Hitler il patto firmato da von Ribbentrop e

Molotov è intuitivo: si spianava la strada dell’aggressione alla Polonia, che poteva trovare

un ostacolo in una reazione di Stalin. La neutralità dell’Unione Sovietica era un vantaggio

non indifferente se si considera la fretta del Fuhrer. Egli infatti il primo settembre 1939

muoveva le sue truppe sul confine della Polonia, dando inizio alla seconda guerra

mondiale. La Gran Bretagna però non si tirava indietro: le élite dirigenti inglesi erano ormai

convinte di non poter fare alcun affidamento sulla lealtà di Hitler. Il fattore tempo aveva un

peso notevole: nella primavera del 1939 all’indomani dell’occupazione di Praga, a Londra

si cominciava a tessere la tela degli accordi in funzione antitedesca, a Berlino si

preparavano già le mosse per stringere il patto con l’Urss, perché era proprio l’Unione

Sovietica l’ago della bilancia tra pace e guerra. Non bastava agli inglesi un accordo con la

Turchia, seguito dalla garanzia alla Grecia, alla Romania e alla Polonia per creare una

barriera protettiva contro l’espansionismo nazista. I frenetici contatti diplomatici venivano

comunque spezzati nell’agosto, quando si stringeva il patto Molotov- von Ribbentrop, che

metteva fine a ogni speranza di pace e soprattutto segnava la condanna a morte della

Polonia e dell’intero continente.

Parte terza: L’età della disperazione e della speranza.

7 – La seconda guerra mondiale

1 - A Varsavia tra il 14 e il 15 settembre una pioggia di bombe uccideva migliaia di civili, in

tanti fuggivano dalla capitale verso est, per poi cadere nelle braccia dei sovietici che senza

neppure dichiarare guerra alla Polonia avevano già invaso le regioni orientali a loro

assegnate dal patto con i tedeschi. L’Unione Sovietica avrebbe sempre negato la

responsabilità dell’orrenda strage. I due regimi totalitari procedevano all’annientamento

della classe dirigente polacca: a Katyn era stata eliminata un’intera generazione di ufficiali.

Il 22 agosto Hitler dà il via all’operazione A-B (di pacificazione generale) invitando i propri

comandi militare a chiudere il loro cuore alla pietà: questo succedeva il 3 settembre con il

massacro di Bromberg. Tanta ferocia era finalizzata a trasformare i polacchi in un popolo

di iloti, servi dei padroni nazisti che puntavano alla germanizzazione dell’intera Polonia.

Vittime predestinate erano milioni di ebrei, che venivano chiusi in ghetti circondati da alte

mura. L’8 ottobre 1939 Hitler proclamava l’annessione della Polonia al Terzo Reich.

Contemporaneamente Stalin procedeva passo dopo passo all’occupazione delle

repubbliche baltiche. Al contrario della Finlandia contro la quale nel novembre iniziava la

guerra d’inverno. Nel marzo 1940 comunque si arrivava alla capitolazione della Finlandia,

che cedeva all’Urss una parte dei suoi territori e quasi l’intera Carelia. Dal settembre 1939

alla primavera 1940 inglesi e francesi non avevano ancora incrociato le armi con il nemico

tedesco, ma tutto cambiava quando lasciata la polonia nelle mani di contingenti nazisti,

Hitler invadeva Danimarca e Norvegia, due stati neutrali. Il fattore sorpresa giocava anche

questa volta in favore dei nazisti che occupavano la Danimarca dove il sovrano si

arrendeva. Non si arrendeva invece in re di Norvegia, che dopo una breve ma intensa

resistenza si rifugiava a Londra. A fine maggio i tedeschi erano padroni della Norvegia.

L’avanzata tedesca nel maggio violava un’altra neutralità: quella dell’Olanda. L’effetto

sorpresa e la minaccia di radere al suolo anche Utrecht oltre che Rotterdam costringevano

gli olandesi alla resa dopo soli cinque giorni. A distanza di due settimane capitolava anche

il Belgio, dove il re si rifiutava di combattere dichiarandosi prigioniero di guerra dei

tedeschi. Le armate del Terzo Reich in meno di una settimana passavano attraverso le

Ardenne e sfondavano a Sedan, facendo complessivamente 2 milioni di prigionieri quando

nel giugno 1940 entravano a Parigi. Le dieci divisioni britanniche e il contingente francese

nel Nord della Francia lasciavano il continente in una caotica ritirata dalle spiagge di

Dunkerque, dove si imbarcavano nelle navi da guerra. Nessun tentativo di resistenza

veniva dai cittadini, che ovunque in massa fuggivano dalle loro case di fronte all’avanzare

dei tedeschi. Reynaud si dimetteva e il successore Pétain chiedeva l’armistizio ai tedeschi

che occupavano oltre la metà del territorio francese. Nel resto della Francia con capitale a

Vichy si insediava il governo del maresciallo con la sua corte di appartenenti all’Action

francaise e ai movimenti dell’estrema destra ammiratori dei nazisti. A tenere alta la

bandiera della Francia Libera restava il generale Charles de Gaulle, che si era rifugiato a

Londra e da qui in accordo con gli inglesi progettava di continuare la guerra contro i

tedeschi mobilitando le forze armante francesi presenti nelle colonie.

2 – Gli inglesi, sconfitti nella guerra d’inverno in Finlandia e in Norvegia, portano alla

caduta il governo di Chamberlain. Gli succede Churchill, e con lui svanivano le speranze di

Hitler di arrivare ad un accordo con l’Inghilterra. Era ancora forte in Inghilterra la corrente a

favore dell’appeasement col dittatore nazista, tanto più che nella ritirata a Dunkerque le

truppe inglesi non erano state attaccate dai tedeschi. La prima bomba tedesca veniva

sganciata nella campagna londinese l’8 giugno 1940, uccideva una pecora, ma

annunciava l’inizio della battaglia per la conquista dell’Inghilterra. L’aviazione tedesca

puntava a distruggere aerei, aeroporti, installazioni militari e depositi di armi per spianare

la strada all’operazione Leone Matino, l’invasione via mare della Gran Bretagna. Eppure

Hitler non aveva previsto la catena si stazioni radar collocata intorno alle coste inglesi che

il tempo alla Raf di alzare i suoi aerei per intercettare i bombardieri tedeschi. Gli aerei della

Luftwaffe infliggevano danni pesanti al nemico senza riuscire però a piegarne la

resistenza. Le bombe venivano lanciate direttamente sul centro di Londra il 24 agosto. In

risposta otto aerei della Raf bombardavano Berlino scatenando la reazione violenta di

Hilter, che bombardava per due settimane consecutive l’Inghilterra radendo al suolo l’East

End e colpendo Buckingam Palace. Alla fine di settembre si contavano 6000 morti e

12mila feriti. L’arrivo dell’inverno con le sue fitte nebbie metteva fine all’offensiva aerea

tedesca. Quanto all’Italia fascista, Mussolini decideva il 10 giugno 1940 di scendere in

guerra al fianco dell’alleato nazista contro Francia ed Inghilterra malgrado la mancanza di

risorse. L’Italia rivendicava Nizza, la Savoia e la Corsica, a cui Hitler concedeva solamente

rettifiche territoriali sul confine occidentale. Il 28 agosto Mussolini invadeva la Grecia

neutrale che era appoggiata dalla flotta e dall’aviazione britannica si rivelava un fallimento.

Nella primavera del 1941 Hitler bombardava Belgrado e procedeva all’invasione della

Jugoslavia. I combattimenti in Jugoslavia e in Grecia costringevano il Fuhrer a rinviare di

qualche mese l’Operazione Barbarossa, ovvero l’attacco all’Unione Sovietica. Del

soccorso tedesco gli italiani avevano bisogno anche in Africa, dove nel marzo del 1941

dopo la resa ad Amba Alagi, le truppe britanniche dilagavano in Etiopia. Alla fine del 1941

la guerra del deserto appariva una partita ancora tutta aperta. Per quasi due anni il patto

Molotov-von Ribbentrop aveva messo l’Urss al riparo da una guerra. Il leader comunista

diffidava della Gran Bretagna poiché temeva che volesse trascinarlo nella guerra contro

Hitler, o che volesse unirsi ad Hitler per una guerra contro l’Urss. All’alba del 22 giugno

una pioggia di 5000 bombe tedesche al minuto colpiva la guarnigione della fortezza di

Brest, espugnata in poche ore. Finlandia, Ungheria, Romania e Italia dichiaravano guerra

all’Unione Sovietica e i loro eserciti andavano a rafforzare la grande armata del Fuhrer. Il 2

ottobre Hitler lanciava l’operazione Tifone contro Mosca, difesa da un muro di truppe

sovietiche. A dicembre i tedeschi arrivarono alle porte della capitale, tuttavia neve e gelo

bloccavano le truppe del Fuhrer, non attrezzate a combattere in condizioni climatiche così

proibitive. Falliva così l’offensiva nazista su Mosca e anche quella su Leningrado. La

disperata difesa di Mosca era una vittoria dell’Armata rossa ma anche un successo

straordinario della propaganda.

3 - Nel 1944 i lavoratori stranieri avrebbero rappresentato il quinto della forza lavoro

tedesca, tanto da rendere il Terzo Reich totalmente dipendente da questa armata di

schiavi. Uno squilibrio troppo vistoso che nei paesi occupati alimentava l’odio e la

resistenza contro gli invasori nazisti. Succedeva in Polonia già nel 1940 e si ripeteva con

identici orrori ovunque arrivassero le armate del Terzo Reich: la seconda guerra mondiale

era una guerra totale. Le popolazioni civili vivevano una tragedia quotidiana inenarrabile di

cui segnava il culmine l’Olocausto ebraico. Alla conferenza di Wannsee nel gennaio 1942

Eichmann presentava i dati sul numero degli ebrei da eliminare insieme agli zingari e si

stabiliva la direzione dei campi di sterminio. Migliaia di medici, antropologi e scienziati vari

erano da anni al lavoro per individuare, schedare, identificare le razze aliene così da offrire

ai tribunali della salute ereditaria le prove per sentenziare sulle sterilizzazioni e poi sulle

eliminazioni.. Nel complesso nell’estate del 1941 si contavano 30mila ebrei lettoni

assassinati nei pogrom. La dimensione dell’Olocausto negli Stati baltici e nella stessa

Polonia si spiega con un odio antisemita di lunga durata, cui radici affondavano nella

società contadina. Ad alimentare tanta furia omicida concorrevano invidia sociale e senso


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Uranus75

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Uranus75 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Guiso Andrea.

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