Estratto del documento

Capitolo 2 – Gb dal 1900 al 1914

Durante il XX secolo la GB poteva ancora vantare una salda supremazia in campo economico. Il suo declino riguardava la produzione industriale e manifatturiera che veniva però compensato dalla sua forza nel fare da mediatrice nel settore del commercio, della finanza internazionale e nell’essere un passo avanti a tutti dal punto di vista strategico e di innovazione nell’economia globale. Il suo potere strategico risiedeva nel fatto che fosse non solo al centro dei collegamenti tra venditori e consumatori stranieri, ma anche di esserlo in tutte le fasi di transazioni commerciali e finanziare. Nonostante il potere economico vi fu un il fallimento della spedizione militare per il controllo delle riserve naturali di diamante in una regione dell’Africa abitata dai Boeri. Questo denotò l’impreparazione tecnica-militare ed anche il fatto che non si poteva definire uno stato come moderno e funzionante sulla base di un conflitto di guerra.

Ci si cominciò a chiedere se la costituzione potesse essere usata come legame tra guerra e Stato moderno, e quindi come strumento di guerra. Il fallimento dimostrò che un governo misto non fosse più consono al progresso della nazione, così si pensò ad una riforma del pubblico potere con il Rafforzamento del potere esecutivo a spese del Parlamento e dei partiti (e non dei cittadini) ed ad un Incremento del controllo governativo sull’amministrazione locale. Il liberal-unionista Joseph Chamberlain sosteneva che un governo democratico doveva essere il tipo più forte di governo, perché basava la propria forza sul popolo. Egli era simbolo di coloro che non volevano perdere tempo, in grado di rompere gli schemi e organizzare un nuovo partito nazionale all’insegna dell’organizzazione e dell’efficienza: voleva un governo forte e imperiale.

Fondamentale curare la mente e il fisico dei cittadini e preparare dal punto di vista tecnico chi si sarebbe dovuto sedere all’interno degli uffici di governo, per questo l’educazione militare di massa e la leva obbligatoria divennero compatibili con la morale comune, al contrario di quanto non fossero in passato essendo visti come una violazione della libertà individuale. Sul versante politico-istituzionale il problema non era più solamente la tirchieria di cui veniva accusato Il Tesoro (organo principale che amministrava le spese militari e di rafforzamento delle strutture strategiche per la difesa) ma era la necessità di apportare cambiamenti nell’apparato attraverso il quale il governo si sarebbe dovuto occupare di problemi di politica estera e difesa.

Arthur Balfour e la riforma del CID

Arthur Balfour – riforma del CID. Egli non era tra i sostenitori di Chamberlain perché non riteneva che un innalzamento della tassazione avrebbe potuto rendere più efficiente la macchina pubblica e governativa. La soluzione per lui era quella di riformare il CID (Committee of Imperial Defence) trasformandolo in un organo di consultazione regolare tra Gabinetto e esercito e quindi in un collegamento tra politica e strategia. La sua visione diede il via a un susseguirsi di idee pratiche e teoriche (più teoriche) per semplificare i rapporti tra Potere Civile e Potere Militare. La sua idea ebbe l’influenza dell’Ammiraglio Fischer.

Fischer e il vertice della difesa nazionale

Fischer – ammiragliato al vertice della difesa nazionale. Prima di essere nominato First Sea Lord (carica più alta nella gerarchia militare della marina), aveva alle spalle una carriera apprezzata. Egli era convinto che la cosa principale da fare fosse stata il rendere meno doloroso possibile il passaggio da economia industriale e commerciale a economia finanziaria in linea con lo sviluppo tecnologico in campo soprattutto finanziario. In termini invece di strategia militare era la storia ad indicare la strada da seguire, con navi e forza economica al centro della politica sulla sicurezza.

Per modernizzare la nazione dal punto di vista industriale e finanziario andava riorganizzato il CID per porre l’Ammiragliato al vertice della pianificazione della difesa nazionale in grado non solo di analizzare e produrre strategie, ma di coordinare anche i vari dipartimenti militari in caso di guerra.

Opposizione alla riforma del CID

L’opposizione alla riforma del CID prese corpo intorno a due principali linee di resistenza.

  • In primo luogo quella della politica. Fischer si mosse con precauzione e individuò in Lord Esher la figura che avrebbe avuto il compito di propagandare la sua idea all’interno dell’ambiente parlamentare. Esher era un membro del segretariato del CID e figura di spiccata autorevolezza in questioni relative alla difesa. Una delle raccomandazioni del comitato consisteva nell’urgenza di creare una struttura in grado di fondere le leadership navali, militari, politiche e diplomatiche in un unico corpo incaricato di elaborare e rendere operativa la politica di difesa nazionale. Così facendo, però, questo corpo si sarebbe trasformato in uno strumento di dittatura del primo ministro in caso di guerra. Contro tutto ciò sarebbero andati il Gabinetto e i vari settori della pubblica amministrazione, spogliati di autorità e potere.
  • In secondo luogo quello dei vari dipartimenti militari che rivendicavano una propria personalità amministrativa e politico-strategica e quindi un riconoscimento della loro utilità legato a una congrua provvista di mezzi finanziari per svolgerla. Il problema principale era la suddivisione del budget militare in tempi di riduzione delle spese, soprattutto dopo il grave deterioramento delle finanze pubbliche causato dalla guerra boera. Altro problema erano le micro-lotte all’interno dei dipartimenti militari. La riforma del CID avrebbe sicuramente dato un ruolo meno marginale all’esercito, ma non l’avrebbe mai portato sullo stesso livello della marina, dandogli il riduttivo ruolo di “proiettile” di quest’ultima.

L’ultimo fattore di incertezza nell’evoluzione del CID era costituito dal cambio di timone del governo, avvenuto nel 1906, con il passaggio da conservatori a liberali. La svolta fu quella di spostare il punto d’attenzione dal tema della sicurezza a quello della politica estera che soffriva l’ammodernamento in termini geopolitici. Asquith mostrò di avere le capacità per trovare un punto di equilibrio e fare da collante tra le due principali anime politiche del governo: people’s budget, capitanata da Lloyd George e Churchill; +imperialista, capitanata da Lord Grey e Haldane.

Il cambiamento non doveva portare all’abbandono di un’identità politica, ma a essere consapevoli che per andare avanti bisognava rendere compatibili le due variabili rappresentate da democrazia/progresso e dalla difesa degli interessi nazionali. In questo clima il Parliament act del 1911 finì per consolidare straordinariamente il legame tra governo e democrazia quale espressione politica della nazione moderna e industriale.

Rivoluzione silenziosa

Lontano dai riflettori continuava però ad andare avanti la riforma del CID. Il meeting che più di ogni altro segnò la storia fu il 114° che vide la sconfitta dell’Ammiragliato e dei sostenitori della “guerra economica” in favore dei continentalisti. Alla fine si arrivò a dare al CID un ruolo di fondamentale importanza nella formulazione degli obiettivi di guerra e delle strategie, fermo restando che l’autorità suprema sarebbe comunque spettata al Gabinetto. Delle sottocommissioni specializzate del CID (formate da esperti di diritto, finanza, commercio ecc.) furono incaricate di analizzare le strategie sotto tutti gli aspetti e coordinare il tutto, sia dal punto di vista militare che civile, in previsione di un futuro conflitto.

Dopo questo processo di evoluzione, la Gran Bretagna si presentò alla vigilia del conflitto mondiale come una delle potenze più preparate dal punto di vista sia politico che strategico, avendo un sistema istituzionale ben organizzato e in grado di garantire la coesione di entrambi i settori.

Capitolo 3 – Francia dal 1870 al 1914

La sconfitta di Sedan del 1870 e il crollo del Secondo Impero Napoleonico fecero emergere la tensione che vi era nel rapporto tra potere civile e potere militare, che era influenzato dalla presenza di due opposte filosofie costituzionali: i monarchistes e quella repubblicana moderata, entrambe in lotta per conquistare la supremazia nelle istituzioni politiche. Dal compromesso tra i sostenitori della monarchia e quelli della nazione sovrana, nacque la Terza Repubblica, che era una figura ibrida di governo basata sull’equilibrio tra un regime d’assemblea e la presenza virtuale di un monarca.

Uno degli elementi di tensione era rappresentato dall’importanza data al potere esecutivo e ai rapporti tra governo e dimensione militare del potere. Gli emergenti leader repubblicani, tra cui spiccavano Leon Gambetta e Jules Ferry, non nascondevano la loro avversione nei confronti del potere esecutivo visto come elemento di unione tra sfera politica e militare, preferendo un potere pubblico fondato sull’Assemblea quale espressione della volontà della nazione che vedeva il potere esecutivo solamente come un’arma da usare al servizio della nazione stessa.

Tra il 1871 e il 1875 vennero elaborate le leggi costituzionali che permisero di gettare le basi di una forma di Stato repubblicana che vedeva il potere legislativo diviso tra Senato e Camera dei deputati e quello esecutivo in mano al Presidente della Repubblica. Il regime politico nacque dalla sconfitta (di sedan) e non da una rivoluzione. Il rovesciamento di prospettiva poteva dirsi completo con il passaggio dell’amministrazione della guerra nelle mani di Charles Freycinet, ministro dell’interno del governo Gambetta. Il nuovo regime politico si basava sull’esercito quale strumento di rigenerazione di una Francia sconfitta, esercito il quale, insieme alla Repubblica, aveva il compito di restituire onore alla nazione che doveva essere pronta e capace di difendersi nell’eventualità di una nuova guerra.

Così il benessere e la religione della Francia divenne il collante tra istituzioni politiche e militari. Le priorità furono quindi la riforma dell’esercito e la regolamentazione delle relazioni tra potere civile e militare. La concezione debole dell’esecutivo fece si che fosse l’esercito stesso, in persona dei suoi vertici, ad atteggiarsi a vero e proprio potere esecutivo dello Stato, ponendosi come mediatore tra “costituzionalismo repubblicano” e “costituzionalismo militare”.

La propensione del popolo a trasformarsi in guerrieri della patria, e quindi in milizie militari, spaventò i militari di professione che temevano che la loro impreparazione e inesperienza avrebbe potuto trasformare l’esercito in uno strumento di allenamento per giovani. La crisi internazionale del 1911 segnò lo spartiacque decisivo, e rafforzò quest’ultima idea, disegnando uno scenario che aveva come prerogativa fondamentale la riaffermazione dei valori militari professionali quale base della sicurezza nazionale.

A ergersi protagonista assoluto in questa situazione fu Raymond Poincaré, la cui elezione a Presidente della Repubblica nel 1913 assegnò a questa carica un’importanza maggiore in termini di potere e autorità data la fortissima personalità dell’ex presidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri uscente. Egli voleva costituire una maggioranza costituzionale che avrebbe finalmente dato un ruolo politico di spessore al presidente, facendone elemento attivo di potere esecutivo pronto a riprendersi la funzione lasciata vuota dalla Repubblica assembleare.

Il campo privilegiato di sperimentazione del nuovo potere di tale figura sarebbe stato proprio quello della Grande Guerra, all’interno della quale il Presidente avrebbe dovuto dimostrare conoscenza dei dossier politici e delle questioni di natura strategico-militare, oltre che capacità nel riuscire a sanare i rapporti tesi tra sfera politica e militare fungendo da mediatore tra le due parti.

Capitolo 4 – Italia dal 1848 al 1914

Il 5 marzo del 1986 finisce il governo Crispi. Egli fu un patriota e politico italiano durante il Risorgimento. Fu l’ideatore della Spedizione dei Mille alla quale partecipò. Sosteneva una politica coloniale che lo portò appunto alla sua fine con la disfatta di Adua. Il suo avversario principale fu Giolitti che lo sostituì in quell’anno alla guida del paese. L’età giolittiana ha inizio nel 1901 fino al 1914 ed il suo governo caratterizza la vita politica italiana prima della Grande Guerra. Notevole crescita economica e sociale (nazionalizzazione delle ferrovie, nuova legge elettorale ecc..).

5 marzo 1896. Crispi, tornato al potere da pochi mesi, si dimette dal governo dopo la sconfitta di Adua, avvenuta dopo l’offesa di Lissa e Custoza. Un rientro che lo aveva consacrato come uomo della provvidenza, unico rimedio possibile a una crisi politica e morale senza apparenti vie d’uscita. C’era un tentativo da parte del Parlamento di riportare l’attenzione sulla pratica di governo, ormai trascurata a causa degli accordi a fini elettorali. Grande fervore di propositi aveva portato alla guida dell’esecutivo il vecchio garibaldino e l’ansia di superare quella forma di governo racchiusa nella contraddizione di una Camera “onnipotente in ciò che non avrebbe dovuto fare e impotente in ciò che avrebbe dovuto fare”.

Crispi cercò subito di rivoluzionare lo stato, eliminando gli ostacoli per un’efficace organizzata azione di governo. L’azione politica dell’esercito e le macchine legislative erano infatti imbrogliate nelle maglie della contrattazione amministrativa degli interessi in un contesto di sovrapproduzione delle istanze e dei conflitti sociali.

Parlamento, amministrazione e politica

L’Italia non poteva imporre un modello alla britannica, ma dovette affidarsi a un modello alla francese poiché era in grado di garantire una più solida presa su una società considerata immatura per la democrazia. Troppe erano le disomogeneità storiche, sociali e culturali del territorio nazionale. Lo stato non riusciva nel compito demiurgico di forgiare l’unità morale e civile della nazione in un contesto mal predisposto a riceverla. Portava un cronico deficit di legittimazione quale elemento preordinativo del rapporto tra governanti e società. La necessità di eliminare la crescente discrasia tra uno stato “iperpoliticizzato”, investito dalla funzione di dover “fare gli italiani”, e una società che in quello Stato vedeva un principio estraneo, se non proprio un nemico, aveva legittimato nel tempo una sistematica intercambiabilità di ruoli tra politica e amministrazione, imperniata sul Parlamento. Un Parlamento “Governo di Gabinetto”, cioè una configurazione “impolitica” del potere pubblico, che si voleva equidistante tanto dal principio della monarchia assoluta, quanto dal principio dei diritti e della sovranità popolare.

L’idea di una società amministrata da quella “maggioranza di ragione” esisteva già al suo interno. Tale peculiare concezione della costruzione politica postulava l’idea che il governo mai dovesse configurarsi quale espressione di quella parte della società disposta ad “organizzarsi” in vista di un obbiettivo Politico. All’indomani del primo allargamento del suffragio, l’idea di una politica intesa come pratica del “buon governo”, in grado di sottrarsi alla “dittatura delle fazioni”, aveva però incominciato a concretizzarsi anche sul terreno della “tattica” parlamentare.

Un re soldato

Il dualismo strutturale tra principio monarchia-costituzionale e principio parlamentare trova forza dal ruolo attivo dei Savoia nella politica militare e nel bilancio pubblico. La politica cavourriana poneva le basi per una coesistenza tra le prerogative della Corona e quelle del governo rappresentativo. Il 5 marzo 1896 la crisi aperta dalle dimissioni di Crispi prese il corso più sfavorevole alla Corona, soprattutto perché il Parlamento era riuscito a imporre alla guida del nuovo governo Di Rudinì, esponente della Destra Storica. Con questa decisione la camera entrava di prepotenza nel campo delle attribuzioni regie rivendicando l’approvazione parlamentare di bilancio (che nell’Europa liberale era il principale strumento di controllo del potere civile sul potere militare), infatti fino ad allora la scelta del primo ministro era sempre ricaduta su chi assicurava la maggioranza contro qualsiasi programma di riduzione delle spese per la difesa nazionale.

Nel 1892 l’ascesa al potere di Giolitti determinata dall’impossibilità di ricomporre il contrasto sorto tra il sovrano e il governo del Di Rudinì sul problema delle finanze pubbliche rivelava l’esistenza di un codice non scritto di cortesia istituzionale basato sul rispetto del ruolo costituzionale che la monarchia rivestiva nell’assetto liberale del governo. L’obbiettivo di Crispi era stato quello di coniugare la modernizzazione amministrativa dello Stato con la “grande politica nazionale” nel tentativo di preparare il Paese alla competizione globale fra le grandi potenze imperiali.

Nonostante i tratti di megalomania e persino di velleitarismo nell’azione di governo crispina bisogna riconoscere la modernità del disegno istituzionale, che ad afferrare il timone del paese fosse l’uomo che in fatto di temperamento e di personalità rappresentava l’antitesi esatta di Crispi, ossia Giovanni Giolitti, poteva considerarsi una reazione prevedibile al fallito tentativo di “iperpoliticizzare” lo Stato in funzione dell’unità morale e civile del Paese. Giolitti era consapevole del legame debole tra guerra e democrazia a differenza delle più mature nazioni liberali, un legame debole anche per scelta politica per consolidare la Corona come cardine del processo unitario. Nemmeno Cavour e Garibaldi sarebbero riusciti a legittimare una nuova ragion d’...

Anteprima
Vedrai una selezione di 6 pagine su 24
Riassunto esame storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof Guiso, libro consigliato La guerra di Atena Pag. 1 Riassunto esame storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof Guiso, libro consigliato La guerra di Atena Pag. 2
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof Guiso, libro consigliato La guerra di Atena Pag. 6
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof Guiso, libro consigliato La guerra di Atena Pag. 11
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof Guiso, libro consigliato La guerra di Atena Pag. 16
Anteprima di 6 pagg. su 24.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea, prof Guiso, libro consigliato La guerra di Atena Pag. 21
1 su 24
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher basileaas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia politica, sociale e culturale dell'età contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Guiso Andrea.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community