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Autoritarismo, corruzione e instabilità politica nell'Africa indipendente

Gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale furono caratterizzati da trasformazioni notevoli nei sistemi coloniali in un contesto internazionale profondamente mutato e sempre più favorevole all’autodeterminazione dei popoli e alla decolonizzazione. Francia e Gran Bretagna introdussero obiettivi quali sviluppo e benessere delle popolazioni e riforme che portarono ad un’estensione dei diritti civili e a una parziale integrazione degli africani nelle istituzioni dei governi coloniali, premessa del ritiro delle potenze europee e della concessione delle indipendenze.

Ciò portò all’ascesa di leader politici africani alla guida di sindacati e partiti politici ai quali le autorità europee permettevano un certo margine di manovra e che furono in grado di coinvolgere strati crescenti di popolazione in movimenti anticoloniali. Proprio l’anticolonialismo, ovvero l’opposizione all’occupazione straniera e la richiesta di autodeterminazione politica, fu il fondamento dei nascenti nazionalismi africani. Ai singoli movimenti prendevano parte gruppi sociali diversi spesso in competizione tra loro nella lotta per determinare chi avrebbe guidato il paese dopo l’indipendenza.

Scontro tra modernizzatori e tradizionalisti

In molti paesi, questi leader rappresentavano le élite modernizzatrici portatrici di valori e modelli occidentali e che avevano avuto accesso all’istruzione attraverso l’opera dei missionari e discendenti degli schiavi liberati, alle quali si contrapponevano le élite tradizionaliste costituite da capi e sovrani tradizionali, consigli degli anziani e comunità locali diffuse in particolare negli ambienti rurali. In generale, lo scontro tra modernizzatori e tradizionalisti era uno scontro tra chi ereditari dell’istituzione dei capi e chi invece pretendeva fosse assegnata centralità ai privilegi acquisiti dell’istruzione.

Nel caso dell’Angola, ad esempio, la contrapposizione fu una delle ragioni della divisione tra i movimenti di guerriglia anticoloniale con la formazione del Movimento de Liberacion Popular de Angola (MPLA) e dell'Uniao Nacional para a Independencia Total de Angola (UNITA) e del lungo conflitto civile in cui si fronteggiarono anche dopo l’indipendenza.

Decolonizzazione e indipendenza

Negli anni ’50, i paesi africani che avevano ottenuto o mantenuto l’indipendenza costituivano delle eccezioni (Liberia: enclave per gli schiavi liberati dagli USA a metà del XIX secolo; Etiopia: solo per poco tempo dall’imperialismo italiano; Sudafrica: soggiogata emancipatosi di fatto fin dai primi del ‘900).

La decolonizzazione aveva avuto inizio con il ritiro degli inglesi e dei francesi dalla Libia nel 1951 e l’indipendenza di Tunisia, Marocco e Sudan nel 1956. Seguirono il Ghana (ex Costa D’Oro) nel 1957, la Guinea francese di Sekou Touré nel 1958 e 17 altri stati nel 1960, che venne proclamato “anno dell’Africa”. Alla fine degli anni ’60, solo Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Capo Verde e Sao Tomè e Principe restavano sotto dominio portoghese, i quali avrebbero dovuto attendere il rovesciamento del regime creato da Salazar a Lisbona, e l’Africa del Sud-Ovest amministrata da Pretoria fino ai tardi anni ’80.

Debolezze degli stati africani indipendenti

L’origine storica degli stati africani è una delle ragioni principali della loro perdurante debolezza con conseguenti difficoltà nel perseguire lo sviluppo economico, far fronte ai processi di globalizzazione, contenere la diffusione delle guerre civili o dotarsi di istituzioni democratiche. Gli stati indipendenti erano entità politiche ereditate dalle amministrazioni coloniali e condizionate dall’enorme lascito della dominazione straniera simbolizzato dal mantenimento dei confini nazionali, in buona parte costituiti da linee rette, da parte dei governanti africani per paura di eventuali guerre interstatali.

La volontà britannica di non voler cedere alcun domino alla Francia portò alla nascita dello stato del Gambia il cui territorio è quasi interamente avvolto da quello del Senegal, o l’enclave portoghese di Cabinda venne assegnata al governo di Luanda pur essendo separata dal resto del paese dal braccio di terra che permette al Congo belga di avere accesso al mare. Per le federazioni francesi l’indipendenza significò la suddivisione in un ampio numero di stati di ridotte dimensioni, seguendo le linee territoriali e amministrative interne già consolidate. Altri possedimenti invece vennero mantenuti intatti come Nigeria e Congo belga.

Impatto della colonizzazione e divisioni interne

I confini inoltre raramente prendevano in considerazione le caratteristiche politiche, etniche e demografiche tipiche di ogni stato, portando ad un’accentuata eterogeneità etnica interna agli stati. Ad esempio, gli Ewe del Togo francese furono esclusi dall’unione che con un plebiscito appena prima dell’indipendenza aveva annesso gli Ewe del Togoland britannico al nascente Ghana.

Gli apparati statali erano deboli e incompleti e incapaci di intervenire in modo diretto sulle società alle quali erano state imposte. Inoltre, l’insufficiente impiego di personale locale nell’amministrazione durante il colonialismo e, ad eccezione delle colonie portoghesi, il ritardo nel conferire assetti politici democratici operato solo a ridosso dell’indipendenza, crearono una situazione di scarsità di personale tecnicamente e culturalmente preparato a ricoprire i nuovi ruoli che il trasferimento dei poteri richiedeva.

Influenze esterne e divisioni culturali

In molti casi, la decolonizzazione non pose fine alle influenze e ingerenze esterne. Gli stati restavano divisi in tre sfere culturali (inglese, francese e portoghese) unificate dalla condivisione della stessa lingua e spesso da legami privilegiati con il paese europeo di riferimento in termini di diplomazia, cooperazione, migrazioni e scambi economici e culturali che sono stati formalizzati con la loro partecipazione a organismi multilaterali come il Commonwealth britannico o la Francophonie o si sono manifestati con la presenza ininterrotta di contingenti militari (es: soldati francesi in Gabon o Costa D’Avorio) o con l’invio di truppe in situazioni delicate (es: operazione dei parà inglesi che alla metà del 2000 contribuì ad avviare la conclusione della guerra civile in Sierra Leone).

Economie africane e specializzazione coloniale

A queste si aggiunsero gli USA e l’URSS e le grandi istituzioni finanziarie della Banca Mondiale e del FMI. Le economie africane erano esposte all’andamento internazionale dei prezzi, incentrate sulla produzione di uno specifico prodotto e le masse contadine mediamente molto povere non potevano far fronte agli eventuali crolli della domanda. Ciò fu dovuto perché in epoca coloniale le colture di sussistenza vennero sostituite con quelle richieste dai mercati coloniali e dal sistema di specializzazione delle economie delle colonie che portò molti contadini a ridurre le produzioni agricole per il consumo domestico, privilegiando i cosiddetti cash crops, i prodotti agricoli commerciabili sui mercati internazionali quali caffè, tè, cacao e cotone.

Progetti di modernizzazione e ideologie politiche

Nelle intenzioni dei leader africani vi erano la rapida costruzione di stati nazionali forti ed economicamente floridi e il pieno controllo del governo quale via allo sviluppo. A tal fine dovevano essere superate le divisioni e le diversità etniche interne alle società di ogni stato, occorreva superare tradizioni, credenze, usanze e identità che per i modernizzatori simboleggiavano l’arretratezza in Africa dell’Africa di fronte ai paesi avanzati.

Vennero elaborate vere e proprie ideologie politiche basate su strategie di sviluppo tutte accumulate dalla centralità del ruolo dello stato nelle iniziative di trasformazione sociale e economica ed elementi più o meno accentuati di nazionalismo. Ne sono esempi la negritudine di Senghor, l’umanesimo di Kaunda, l’ujamaa di Nyerere e il mobutismo di Mobutu Sese Seko.

Kaunda nello Zambia, Senghor in Senegal, Nyerere in Tanzania e Sekou Touré in Guinea sostenevano una via africana al socialismo dove i processi di modernizzazione avrebbero dovuto essere conciliati con l’assenza di divisioni di classe. Altri leader quali Samora Machel in Mozambico, Agostino Neto in Angola, Menghistu Hailè Mariam in Etiopia e Siad Barre in Somalia erano a favore di un ritorno al marxismo-leninismo dove un’alleanza di lavoratori e contadini avrebbe dovuto promuovere la lotta di classe e il cambiamento rivoluzionario.

Il socialismo scientifico permise alcuni compromessi per il mantenimento delle relazioni con i paesi occidentali e l’accettazione della presenza di imprese multinazionali sul territorio nazionale. Negli ambienti rurali dei paesi con bassi tassi di urbanizzazione e industrializzazione, i campi prima controllati da privati o comunità locali passarono ad aziende agricole statali, vennero create cooperative di piccoli comuni per la razionalizzazione delle risorse.

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Scienze politiche e sociali SPS/13 Storia e istituzioni dell'africa

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sandrauselli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Carcangiu Bianca.
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