Le cause delle guerre civili
I conflitti civili africani sono la manifestazione di una perdita di controllo sulla violenza organizzata da parte di stati che dovrebbero essere i depositari dell’uso legittimo della forza. La disastrata situazione di molti stati africani è spesso fra le ragioni stesse che hanno spinto i guerriglieri a imbracciare le armi e che hanno conferito loro una certa legittimità interna e in alcuni casi anche internazionale.
Fattori che contribuiscono alle guerre civili
In uno studio, Fearon e Laitin hanno mostrato che la comparsa di movimenti insurrezionisti e dunque di guerre civili risulta tanto più probabile quanto più un paese è povero. Poco rilevanti invece l’elevata frammentazione etnica di una società o il grado di repressione politica.
Uno stato povero è uno stato con strutture politico-amministrative e militari deboli e possibilità finanziarie scarse, caratteristiche tipiche di numerosi paesi del sistema internazionale emerso dopo la seconda guerra mondiale e in particolare della quasi totalità dei paesi subsahariani. Con una simile insufficienza di risorse, lo stato ha una bassissima capacità di opporsi a un’eventuale insurrezione armata quand’anche questa provenisse da gruppi di ribelli numericamente molto contenuti.
Ad esempio, nel 1981 l’armata di Yoweri Museveni che diede inizio alla rivolta nell’Uganda centrale contava solo su 27 combattenti, e l’invasione nel 1989 da parte del National patriotic front of Liberia fu opera di circa un centinaio di insorti.
Prima ancora della presenza di una brutale oppressione politica o di pesanti ingiustizie sociali ed economiche, a determinare la probabilità di emergere di un conflitto in un dato paese è la struttura delle opportunità cui si trovano di fronte i potenziali ribelli. Nel valutare l’opportunità di dare inizio a una lotta armata, i ribelli prendono in considerazione la capacità di risposta degli apparati statali.
La decisione di ribellarsi dipende in buona misura dalla stima dell’efficacia delle azioni insurrezioniste che il governo sarà in grado di produrre, un’efficacia da cui a sua volta dipende la probabilità che i ribelli hanno di sfuggire a tali risposte e quindi di sopravvivere. Le possibilità sono maggiori laddove le capacità politico-amministrative, militari ed economiche di uno stato sono più limitate.
Limitazioni degli stati di recente formazione
In special modo nei paesi di più recente formazione, gli apparati statali spesso non controllano a sufficienza il territorio e la popolazione nazionale e fanno affidamento su forze armate deboli e indisciplinate. Le istituzioni non sono in grado di raccogliere informazioni adeguate sulle operazioni dei ribelli né di predisporre reazioni efficaci. Non è anzi raro che esse tendano a infierire su collettività locali ritenute sostenitrici dei ribelli e a inimicarsele.
Viceversa i guerriglieri contano in genere su una conoscenza maggiore delle comunità tra le quali si muovono e utilizzano questa maggior conoscenza a livello di villaggio per minacciare i potenziali collaborazionisti del regime e garantirsi così una certa libertà d’azione.
Classificazione dei conflitti secondo Chapham
Lo studio di Fearon e Laitin tuttavia non dà adeguatamente conto della grande varietà di guerre intestine che si sono dipanate sul continente né delle ragioni più specifiche che le hanno originate. La quasi totalità delle guerre civili africane tende ad assumere prima o dopo una connotazione etnica anche laddove questa non era inizialmente alla radice degli scontri.
Lo studioso britannico Chapham suddivide i conflitti che si sono manifestati nell’area subsahariana in quattro classi:
- Guerre di liberazione: includono quei paesi che sono passati attraverso le esperienze delle guerre di liberazione combattute contro il tardo colonialismo portoghese dove l’indipendenza è arrivata solo a metà degli anni ’70 e anche contro i regimi razzisti dell’Africa del sudovest (odierna Namibia) o della Rhodesia del Sud (odierno Zimbabwe). Nella Rhodesia del Sud la minoranza bianca aveva anticipato il progetto britannico di concedere l’autogoverno e l’indipendenza e per mantenere un regime razzista aveva reciso il legame con Londra attraverso la Unilateral declaration of independence (Udi) del 1965. La popolazione nera diede vita a una lunga lotta armata nota come chimurenga. Il movimento di liberazione sostenuto dalle sanzioni internazionali contro il regime, ottenne l'introduzione del suffragio universale con la fondazione del moderno Zimbabwe nel 1980.
- Movimenti secessionisti: la creazione dei nuovi stati indipendenti e le rispettive delimitazioni territoriali furono decise dalle potenze occidentali in modo arbitrario. Raramente si prese in considerazione il modo in cui si aggregavano comunità diverse sotto una stessa bandiera nazionale o le si disgregava sui versanti opposti di una frontiera. Con l’indipendenza si ebbe l’immediato esplodere delle rivendicazioni secessioniste o autonomiste di comunità subnazionali che rifiutavano le costituzioni statali ereditate dal colonialismo. Il Katanga ne fu il precursore, mentre la guerra del Biafra nella Nigeria dei tardi anni ’60 ottenne enorme risonanza presso l’opinione pubblica internazionale. Conflitti di questo tipo si erano protratti per lunghi anni come nel caso del Sudan o in quello della regione della Casamance nel Senegal del sud. La reazione degli stati fu una violenta risposta militare. L’esperienza dell’Eritrea annessa all’Etiopia nel 1991 si distingue in questo secondo gruppo di conflitti civili come unico esempio di insurrezione separatista culminata nell’effettiva creazione di una distinta entità statale.
- Ribellioni riformiste: sono movimenti di guerriglia che in alcuni stati sono giunti al potere tra gli anni ’80 e ’90 dando vita a importanti tentativi di riforma dello stato. Le ribellioni della National resistance army/movement in Uganda, del Tigrean people’s liberation front in Etiopia e del Rwandan patriotic front ne sono i casi più emblematici. Il carattere più radicale di alcune delle riforme adottate &
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