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Riassunto esame Storia e Istituzioni dell'Africa, prof. indefinito, libro consigliato L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia e Istituzioni dell'Africa, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le origini degli Stati africani: poteri, Istituzioni e confini, autoritarismo, corruzione e instabilità... Vedi di più

Esame di Storia e Istituzioni dell'Africa docente Prof. P. Scienze Sociali

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La rilevanza dei vincoli parentali, dei legami clanici e di lignaggio, delle relazioni comunitarie locali e delle

differenze culturali per le popolazioni africane non ha certo inizio con l’arrivo degli europei.

Tuttavia, nelle società dell’Africa precoloniale le appartenenze erano molteplici e spesso mutevoli. Sono

sempre esistite situazioni in cui agli individui è stato concesso di cambiare appartenenza, in cui due o più

gruppi si sono fusi in un diverso raggruppamento, rinunciando alle loro differenze per privilegiare un’identità

comune, o, all’opposto in cui nuovi gruppi hanno avuto origine dalla scissione di formazioni sociali che in

precedenza apparivano coese.

Gli europei avevano però bisogno di appartenenze uniche, e questo ebbe profonde ripercussioni sulle

identità di gruppo degli africani.

Per configurare gli assetti amministrativi sul modello del governo indiano occorreva infatti l’elaborazione di

una mappa culturale che identificasse e distinguesse le diverse lingue, popolazioni e culture dei territori

coloniali.

L’opera degli europei, contribuì a innescare veri e propri processi di etnogenesi; lo sforzo di registrazione e

di codifica portava con sé una cristallizzazione di tradizioni e costumi e la reificazione di identità.

Con la codifica coloniale dei ruoli e delle norme delle comunità soggette, non solo capi e gerontocrati si

assicurava ampi poteri, ma l’uomo poteva stabilire “consuetudini” penalizzanti per le donne, l’anziano

riaffermava la sua posizione di fronte ai giovani, lo comunità locale escludeva dall’accesso alla terra gli

immigrati.

Capi e anziani, dunque, presero parte ai processi di manipolazione, rivisitazione delle consuetudini dei

diversi gruppi; creando, unendo e separando gruppi diversi, i sistemi amministrativi del colonialismo europeo

diedero vita a un processo di “etnicizzazione” delle società africane.

CAPITOLO 2

AUTORITARISMO, CORRUZIONE E INSTABILITA’ POLITICA NELL’AFRICA INDIPENDENTE

1. LE INDIPENDENZE AFRICANE E L’EREDITA’ DEL COLONIALISMO

L’esperienza del colonialismo europeo si concluse rapidamente pochi decenni dopo il completamento della

spartizione del continente.

Alla fine degli anni sessanta solo un esiguo numero di territori restava ancora sotto il dominio straniero.

Il periodo coloniale lasciò al continente una importante eredità di confini e istituzioni amministrative e

politiche, di trasformazioni sociali e nuove strutture economiche, di identità culturali e di legami con le ex

madrepatrie. Questi elementi sovrapponendosi alla caratteristiche delle società colonizzate contribuiranno a

dare forma agli assetti politici postcoloniali.

I confini dei nascenti stati africani, raramente prendevano in considerazione caratteristiche politiche, etniche,

demografiche delle rispettive società, ma, riflettevano esigenze e criteri estranei.

Il divario esistente tra il disegno dei confini, spesso costituiti da semplici rette, era grande. Tuttavia, i

governanti africani preferirono riconoscere tali confini dinanzi al rischio di un processo che potesse portare

all’emergere di una miriade di richieste di aggiustamenti territoriali, se non addirittura a guerre interstatali.

In un certo numero di colonie si era avuta la graduale introduzione di forme di partecipazione politica per gli

africani all’interno del sistema di governo coloniale.

Ovunque, il secondo dopoguerra aveva portato all’ascesa di leader politici africani che, apparivano in grado

di coinvolgere strati crescenti della popolazione in movimenti anticoloniali più o meno radicati.

Proprio l’anticolonialismo fu il fondamento e il collante dei nascenti nazionalismi africani.

Era il fatto di aver condiviso l’esperienza della sottomissione allo straniero e lo spazio geografico di questa

sottomissione a costituire l’unica base del richiamo all’unità “nazionale” e alla mobilitazione politica.

I richiami alle identità e alle divisioni di tipo etnico furono molto efficaci nel mobilitare settori delle masse

popolari.

Accanto alle fratture etnico e religiose, una spaccatura altrettanto profonda divideva in molti paesi le èlite

“modernizzatici” da quelle “tradizionalistiche”. I primi erano gruppi portatori di modelli e valori occidentali e

erano stati privilegiati nel corso dell’epoca coloniale; i secondi volevano superare questi valori e conservare i

caratteri tradizionali.

Nessuno dei grandi partiti africani che sarebbero arrivati al governo al momento dell’indipendenza era stato

ancora creato prima della seconda guerra mondiale. A causa della lunga marginalizzazione politica subita

dagli africani nel corso del periodo coloniale, ben pochi possedevano la formazione e l’esperienza

necessarie al funzionamento di apparati statali moderni. La rapidità del passaggio all’indipendenza creò

dunque una scarsità di personale tecnicamente e culturalmente preparato a ricoprire i numerosi ruoli che il

trasferimento del potere richiedeva.

La mancanza di esperienza non riguardava solo le strutture amministrative ma anche gli assetti politici di tipo

democratico che gli europei misero in piedi.

Nonostante le trasformazioni istituzionali e la formale acquisizione della piena sovranità, l’indipendenza dei

paesi africani fu fin da principio un processo incompleto.

Da un lato, in molti casi la decolonizzazione non pose affatto fine alle influenze e ingerenze delle ex potenze

coloniali mentre dall’altro lato, non passò molto tempo dalla partenza delle ex potenze coloniali prima di

assistere all’emergere di nuove forme di intromissione esterna.

2. IDEOLOGIE E POLITICHE DI SVILUPPO

L’indipendenza suscitò grande entusiasmo nella popolazione africana che, poteva guardare al futuro con un

ottimismo che era in buona misura condiviso dalla comunità internazionale. Il dominio coloniale aveva

generato la convinzione che sarebbe stato sufficiente acquisire il pieno controllo del governo perché le

società africane potessero avviarsi su quei percorsi di sviluppo che l’oppressione straniera aveva loro

esclusa.

Le enormi aspettative che l’indipendenza portò con sé, vennero tradotte in strategie di sviluppo differenti

attraverso le ideologie politiche elaborate dalla prima generazione di leader di governo africani.

Queste strategie, tuttavia, delineavano un ventaglio di scelte alternative che privilegiavano a seconda dei

casi, sotto il profilo teorico, l’iniziativa privata, la comunità tradizionale, il controllo popolare diffuso o

l’economia pianificata dall’alto.

Diversi furono nel corso degli anni settanta i sostenitori di una via africana al socialismo; secondo essi gli

africani dovevano riuscire a conciliare la modernizzazione con la naturale assenza di divisioni di classe che

da sempre aveva caratterizzato le comunità del continente.

Altri leader invece, alla luce delle prime difficoltà di crescita delle economie del continente affermarono, la

necessità di ritornare alla “scienza” del marxismo – leninismo.

All’estremi ideologico opposto rispetto alle diverse soluzioni socialiste si trovavano quei regimi che

all’indipendenza avevano adottato sistemi economici più vicini ai modello del capitalismo occidentale.

I principi della libera iniziativa e della concorrenza erano proclamati teoricamente e protetti esplicitamente dai

governi di questi stati.

Tuttavia, il capitalismo africano di quei paesi che lo abbracciarono, fu in genere più un capitalismo di stato,

nel quale gli investimenti governativi acquisirono un ruolo di grande rilievo nei diversi processi economici.

3. LA PERSONALIZZAZIONE DELLA COSA PUBBLICA: NEOPATRIMONIALISMO E “PERSONAL

RULE”

Gli africani non furono protagonisti della embrionale modernizzazione economica avviata dai regimi coloniali;

essi erano marginalizzati in un settore privato occupato da imprenditori e commercianti francesi e inglesi.

Questo costituiva un forte vincolo alla mobilità sociale degli africani. In una situazione del genere, l’accesso

diretto o indiretto alle risorse statali e al settore pubblico divenne un obbiettivo prioritario e scarsamente

sostituibile.

Le classi dominanti dei paesi africani emersero fondamentalmente attraverso l’esercizio del potere politico

nell’apparato economico.

La distinzione tra attività politica e attività economica divenne talmente sfumata che molti leader diventarono

grazie alla loro posizione politica, uomini d’affari di grande peso.

Si sviluppò una gestione arbitraria e personale della cosa pubblica che si estendeva dai vertici dei governi

nazionali agli organi locali, senza escludere gli istituti di credito o le aziende parastatali.

La nozione di “neopatrimonialismo” sintetizza proprio questa diffusa combinazione di istituzioni moderne e

logica patrimoniale.

Indubbiamente, le dinamiche neopatrimoniali hanno spesso assunto forme peculiari da paese a paese,

tuttavia, nonostante queste differenze, la sindrome del neopatrimonialismo è stata comune alla gran parte

degli stati subsahariani.

L’elemento cardine del neopatrimonialismo è l’esercizio personalistico del potere da parte del leader

nazionale. Tale potere lo pone al di sopra della legge, gli permette di governare in modo arbitrario, gli

permette un controllo poco trasparente delle risorse statali e, trae la sua legittimità dai network clientelari e

dai legami di lealtà personale.

La centralità degli individui ai vertici dello stato emerse nei paesi africani subito dopo l’indipendenza e portò

ad una generale diffusione della figura del “presidente” e ad un ampia estensione dei suoi poteri.

Jackson e Rosberg hanno individuato quattro figure autoritarie: il principe, l’autocrate, il profeta e il tiranno.

4. TRA POLITICA E SOCIETA’: CORRUZIONE E RETI CLIENTELARI

I capi di governo africani hanno spesso avviato dei processi di appropriazione con modalità specifiche in

ogni paese; se i maggiori accaparramenti hanno sempre ruotato attorno ai vertici dello stato, le piaghe del

neopatrimonialismo non si fermavano qui.

Tanto la corruzione è stata stigmatizzata e condannata a parole, quanto essa in molti paesi subsahariani è

stata accettata, praticata e generalizzata nella vita di tutti i giorni.

La distorsione delle norme a causa della persistenza di prassi informali di comportamento comunemente

accettate, ha dato vita a questi fenomeni.

La corruzione non deve essere considerata come il residuo di un passato che sta per essere superato ma, al

contrario, occorre riconoscere la centralità che essa ricopre nelle attività economiche delle società africane e

la razionalità che essa può incarnare per chi la pratica.

Solo così si può capire perché le campagne anticorruzione sono fallite.

Sono stati individuati dei modi in cui le diverse pratiche della corruzione trovano un terreno favorevole in

norme sociali e imperativi comportamentali ampiamente diffusi nelle società africane.

Spesso, nonostante la retorica condanna della corruzione, è più probabile che il biasimo ricada su chi

denuncia per corruzione un membro della propria comunità o, non ottempera alle aspettative sociali di

distribuzione di favori, piuttosto su chi abusa della sua posizione al fine di facilitare l’ingresso negli uffici

pubblici di membri appartenenti allo stesso network .

Corruzione e clientelismo finiscono per essere collegati.

Vi sono i cosiddetti Big men che occupano i vertici più elevati di piramidi clientelari formate da relazioni di

patronato. Il cliente assicura il suo sostegno politico e la sua lealtà nella speranza di beneficiare degli

eventuali successi del patrono. In cambio, il patrono deve mostrarsi in grado di garantire risorse o servizi che

rendono la clientela un importante “meccanismo di sicurezza personale”.

Le reti clientelari facilitano una distribuzione strategica delle risorse che permette di premiare, penalizzare o

marginalizzare individui o gruppi a seconda che questi garantiscano o meno il sostegno politico a chi occupa

posizioni di vertice.

Quanto le reti clientelari, poi, funzionino effettivamente come meccanismi redistributivi che trasferiscono

gradualmente risorse dalle èlite ai clienti appartenenti ai livelli più bassi della società resta, tuttavia, una

questione controversa.

5. INSTABILITÀ POLITICA E REGIMI AUTORITARI

Fin dall’indipendenza, la posta della competizione per il controllo dello stato era accresciuta dall’estrema

concentrazione di risorse che l’apparato pubblico rappresentava se paragonato a quanto restava “al di fuori

dello stato”.

L’emergere di politici che si affidavano agli appelli all’esclusivismo etnico o religioso per raccogliere consensi

assunse fin da principio un ruolo centrale negli strati africani indipendenti ed è rimasta una delle costanti che,

ne hanno sistematicamente segnato la vita politica.

Si avviò un processo di rapido abbandono dei regimi formalmente democratici che erano stati

frettolosamente istituiti dalle potenze coloniali al momento delle indipendenze.

La maggior parte dei nuovi leader giunti al potere attraverso le urne o con i primi colpi di stato procedette a

una progressiva eliminazione di elezioni competitive, parlamenti rappresentativi, partiti di opposizione e

stampa libera.

La prima fase dell’esperienza autoritaria assunse la forma di una diffusa adozione di sistemi politici a partito

unico. Questi regimi si basavano tanto su partiti di ispirazione socialista, quanto su organizzazioni politiche di

stampo conservatore.

In genere, la permanenza di questi partiti e dei loro leader fu facilitata da un uso più o meno esteso della

violenza e della coercizione.

L’istituzione di regimi a partito unico, non eliminò le difficoltà già manifestate da diversi sistemi multipartitici

nell’incanalare e contenere il conflitto politico. Il risultato fu una notevole instabilità, che nei paesi africani si è

manifestata in due principali forme: guerre civili e colpi di stato militari.

Fin dai primi momenti successivi all’indipendenza, infatti, diversi stati furono lacerati da scontri armati che in

alcuni casi sarebbero durati decenni.

La seconda modalità in cui l’instabilità politica si è palesata in Africa è stato il golpe dell’esercito. In comune

con le guerre civili, nonostante le numerose differenze, i colpi di stato hanno avuto diffusione pressoché

immediata seguita dall’indipendenza.

Fino alla fine degli anni ottanta, il colpo di stato militare è stato di gran lunga la principale modalità di

alternanza al potere nei paesi subsahariani.

Solo con le riforme democratiche degli anni novanta, si avrà un importante incremento dei passaggi di potere

da un leader all’altro attraverso le urne.

In termini di durata della leadership statale, la regione subsahariana combina quindi due tendenze

apparentemente opposte. Da un lato, vi è la presenza di numerosi paesi in cui, nell’arco di quattro decenni,

si è avuta alternanza al potere solo una, due o tre volte mentre al tempo stesso, diversi paesi africani sono

stati caratterizzati da un elevata instabilità di regime e dalla frequente sostituzione di governanti.

Sul finire degli anni ottanta, la gran parte dei regimi subsahariani indipendenti era caratterizzata da netti tratti

non democratici, e in particolare dalla presenza di un partito unico e dal ruolo politico frequentemente svolto

dall’esercito.

Si può effettuare una prima distinzione tra regimi autoritari e regimi pluralistici.

I sistemi autoritari comprendono poi sia i regimi militari che i regimi a partito unico. Tra i paesi dominati

dall’esercito, a loro volta, si possono distinguere dittature personali e oligarchie militari.

Anche il secondo sottogruppo dei sistemi autoritari, quelli dei regimi a partito unico può essere ulteriormente

suddiviso in: regimi a partito unico semicompetitivi e regimi a partito unico plebiscitari.

La classificazione dei regimi subsahariani sul finire degli anni ottanta è poi completata dai paesi organizzati

come oligarchie razziali.

CAPITOLO 3

LO STATO AFRICANO TRA CRISI, CONFLITTO E CROLLO

1. CONFLITTI CIVILI: IN AFRICA PIU’ CHE ALTROVE?!

Gli anni novanta hanno portato un’accelerata diffusione delle ostilità nel continente Africano, nonostante

alcuni fattori che avevano contribuito a innescare diverse guerre civili fino ai tardi anni ottanta, fossero

scomparsi dalla scena Africana.

L’allargamento delle aree in conflitto è avvenuto prevalentemente lungo due direttrici: quella del contagio tra i

piccolo paesi della costa dell’Africa occidentale e quella che ha attraversato il cuore stesso del continente.

Una guerra civile è un conflitto armato che vede da una parte le autorità di uno stato formalmente sovrano e

dall’altra attori non statuali che a esse si oppongono, facendo uso organizzato della violenza, con l’obiettivo

di modificare qualche aspetto dello status quo sociale, politico ed economico.

Gli scontri di carattere etnico o interreligioso, non appartengono per esempio a questa categoria.

Quindi, ci si chiede quando un conflitto può essere classificato come guerra civile; la prassi più diffusa fissa

la soglia decisiva a mille morti nel corso e per effetto del conflitto, con almeno cento perdite per ciascun

fronte al fine di evitare l’etichetta di “guerra” in presenza di massacri unilaterali. Autori diversi hanno poi

adottato ulteriori condizioni.

L’individuazione di queste soglie, tuttavia, non elimina tutti i problemi. La maggior incertezza è data dal fatto

che, nella maggior parte dei conflitti, e in particolare in quelli che hanno logo in paesi in via di sviluppo, i dati

relativi alle perdite umane possono essere solo stimati, e non verificati in modo definitivo.

Esistono discrepanze tra stime quantitative diverse.

Analogamente, a quanto avvenuto su scala globale, l’inizio del nuovo millennio ha costituito anche per

l’Africa subsahariana una fase di netta riduzione delle guerre civili.

Tuttavia, è troppo presto per valutare se questo calo delle guerre civili rappresenti una tendenza che andrà a

rafforzarsi o se si tratti in realtà di una parentesi temporale destinata a lasciare il passo, negli anni a venire,

un nuovo aumento dei conflitti.

2. SISTEMA INTERSTATALE E SOPRAVVIVENZA DEI DEBOLI

Il sorgere di movimenti di guerriglia che hanno sfidato i governanti africani fin dall’epoca delle indipendenza,

sono legati a filo doppia all’irrisolta debolezza delle entità statuali emerse dall’esperienza coloniale.

Gli imperi occidentali lasciarono una dote preziosa al continente Africano: il riconoscimento della loro formale

sovranità territoriale da parte della comunità internazionale.

Tale garanzia ha ridotto drasticamente la loro necessità di affermarsi come entità dotate di solidi apparati

istituzionali e burocratici, nonché il bisogno di acquisire una più piena legittimità interna.

Il sostegno esterno della comunità internazionale e regionale ha in parte spiazzato il processo di state –

building interno, mantenendo in vita soggetti statali dalle istituzioni fragili e con radici poco profonde.

In questa situazione, il mantenimento della pace, è rimasto un obiettivo difficile da raggiungere, talvolta

perfino secondario.

Le divisioni territoriali ideate dalle potenze coloniali, risultato di una spartizione per nulla attenta alle realtà

sociali, furono tanto pubblicamente esecrate quanto rapidamente fatte proprie dalle nuove leadership

africane.

La prospettiva di una catena di conflitti per l’autodeterminazione e la secessione delle innumerevoli

minoranze che costellano i paesi africani poteva essere arginata solo con un reciproco accordo.

Il raggiungimento di un consenso pressoché integrale sul mutuo riconoscimento delle frontiere fu il grande

risultato ottenuto dall’Organizzazione per l’unità africana.

Attraverso l’ONU e l’Oua veniva quindi attribuito de iure lo status di “stato” ai paesi africani. Si riconosceva la

“sovranità” dei loro governi centrali che essi non necessariamente controllavano nei fatti. Proprio questa

forma di legittimazione internazionale è la chiave di volta che ha garantito dall’esterno la stabilità del mosaico

dei paesi africani.

L’abbondanza di conflitti in Africa è dovuta principalmente a scontri interni, e non internazionali. Almeno fino

agli anni novanta, i conflitti tra stati sono rimasti relativamente rari e, con l’eccezione di tre controversie

piuttosto circoscritte, non si è in genere trattato di guerre di occupazione o conquista.

Contrariamente a quanto accaduto in Europa, dove la guerra e un contestuale processo di acquisizione di

finanze per l’erario statale hanno avuto un ruolo chiave nella costruzione degli apparati burocratici degli stati

moderni, in Africa subsahariana lo stato non ha fatto la guerra e la guerra non ha fatto lo stato.


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Moses

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Riassunto per l'esame di Storia e Istituzioni dell'Africa, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le origini degli Stati africani: poteri, Istituzioni e confini, autoritarismo, corruzione e instabilità politica nell'Africa indipendente.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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