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Riassunto esame Storia e Istituzioni dell'Africa, prof. indefinito, libro consigliato L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone

Riassunto per l'esame di Storia e Istituzioni dell'Africa, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le origini degli Stati africani: poteri, Istituzioni e confini, autoritarismo, corruzione e instabilità... Vedi di più

Esame di Storia e Istituzioni dell'Africa docente Prof. P. Scienze Sociali

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Anche il secondo sottogruppo dei sistemi autoritari, quelli dei regimi a partito unico può essere ulteriormente

suddiviso in: regimi a partito unico semicompetitivi e regimi a partito unico plebiscitari.

La classificazione dei regimi subsahariani sul finire degli anni ottanta è poi completata dai paesi organizzati

come oligarchie razziali.

CAPITOLO 3

LO STATO AFRICANO TRA CRISI, CONFLITTO E CROLLO

1. CONFLITTI CIVILI: IN AFRICA PIU’ CHE ALTROVE?!

Gli anni novanta hanno portato un’accelerata diffusione delle ostilità nel continente Africano, nonostante

alcuni fattori che avevano contribuito a innescare diverse guerre civili fino ai tardi anni ottanta, fossero

scomparsi dalla scena Africana.

L’allargamento delle aree in conflitto è avvenuto prevalentemente lungo due direttrici: quella del contagio tra i

piccolo paesi della costa dell’Africa occidentale e quella che ha attraversato il cuore stesso del continente.

Una guerra civile è un conflitto armato che vede da una parte le autorità di uno stato formalmente sovrano e

dall’altra attori non statuali che a esse si oppongono, facendo uso organizzato della violenza, con l’obiettivo

di modificare qualche aspetto dello status quo sociale, politico ed economico.

Gli scontri di carattere etnico o interreligioso, non appartengono per esempio a questa categoria.

Quindi, ci si chiede quando un conflitto può essere classificato come guerra civile; la prassi più diffusa fissa

la soglia decisiva a mille morti nel corso e per effetto del conflitto, con almeno cento perdite per ciascun

fronte al fine di evitare l’etichetta di “guerra” in presenza di massacri unilaterali. Autori diversi hanno poi

adottato ulteriori condizioni.

L’individuazione di queste soglie, tuttavia, non elimina tutti i problemi. La maggior incertezza è data dal fatto

che, nella maggior parte dei conflitti, e in particolare in quelli che hanno logo in paesi in via di sviluppo, i dati

relativi alle perdite umane possono essere solo stimati, e non verificati in modo definitivo.

Esistono discrepanze tra stime quantitative diverse.

Analogamente, a quanto avvenuto su scala globale, l’inizio del nuovo millennio ha costituito anche per

l’Africa subsahariana una fase di netta riduzione delle guerre civili.

Tuttavia, è troppo presto per valutare se questo calo delle guerre civili rappresenti una tendenza che andrà a

rafforzarsi o se si tratti in realtà di una parentesi temporale destinata a lasciare il passo, negli anni a venire,

un nuovo aumento dei conflitti.

2. SISTEMA INTERSTATALE E SOPRAVVIVENZA DEI DEBOLI

Il sorgere di movimenti di guerriglia che hanno sfidato i governanti africani fin dall’epoca delle indipendenza,

sono legati a filo doppia all’irrisolta debolezza delle entità statuali emerse dall’esperienza coloniale.

Gli imperi occidentali lasciarono una dote preziosa al continente Africano: il riconoscimento della loro formale

sovranità territoriale da parte della comunità internazionale.

Tale garanzia ha ridotto drasticamente la loro necessità di affermarsi come entità dotate di solidi apparati

istituzionali e burocratici, nonché il bisogno di acquisire una più piena legittimità interna.

Il sostegno esterno della comunità internazionale e regionale ha in parte spiazzato il processo di state –

building interno, mantenendo in vita soggetti statali dalle istituzioni fragili e con radici poco profonde.

In questa situazione, il mantenimento della pace, è rimasto un obiettivo difficile da raggiungere, talvolta

perfino secondario.

Le divisioni territoriali ideate dalle potenze coloniali, risultato di una spartizione per nulla attenta alle realtà

sociali, furono tanto pubblicamente esecrate quanto rapidamente fatte proprie dalle nuove leadership

africane.

La prospettiva di una catena di conflitti per l’autodeterminazione e la secessione delle innumerevoli

minoranze che costellano i paesi africani poteva essere arginata solo con un reciproco accordo.

Il raggiungimento di un consenso pressoché integrale sul mutuo riconoscimento delle frontiere fu il grande

risultato ottenuto dall’Organizzazione per l’unità africana.

Attraverso l’ONU e l’Oua veniva quindi attribuito de iure lo status di “stato” ai paesi africani. Si riconosceva la

“sovranità” dei loro governi centrali che essi non necessariamente controllavano nei fatti. Proprio questa

forma di legittimazione internazionale è la chiave di volta che ha garantito dall’esterno la stabilità del mosaico

dei paesi africani.

L’abbondanza di conflitti in Africa è dovuta principalmente a scontri interni, e non internazionali. Almeno fino

agli anni novanta, i conflitti tra stati sono rimasti relativamente rari e, con l’eccezione di tre controversie

piuttosto circoscritte, non si è in genere trattato di guerre di occupazione o conquista.

Contrariamente a quanto accaduto in Europa, dove la guerra e un contestuale processo di acquisizione di

finanze per l’erario statale hanno avuto un ruolo chiave nella costruzione degli apparati burocratici degli stati

moderni, in Africa subsahariana lo stato non ha fatto la guerra e la guerra non ha fatto lo stato.

Ai paesi subsahariani, inoltre, insieme ai drammi della guerra è stata risparmiata anche l’urgenza di istituire

democrazie ben funzionanti ai fini di una copertura completa del territorio e di una tassazione sistematica

della popolazione. Si è pertanto sviluppato un ampio distacco tra quest’ultima e le istituzioni pubbliche.

Il punto essenziale è che la sovranità giuridica riconosciuta internazionalmente alle capitali africane ha

disincentivato il processo di formazione delle strutture istituzionali da cui dipende l’effettiva capacità di uno

stato. La legittimazione formale esterna ha per lungo tempo nascosto il problema di una realtà fatta di “quasi

stati” che, empiricamente, non soddisfano la definizione idealtipica di stato come insieme organizzato e

gerarchico di istituzioni attraverso cui viene esercitato un effettivo potere si territorio e popolazione.

Pochi paesi sono riusciti a sottrarsi a questa dinamica.

I fattori internazionali non sono però stati gli unici a frenare la costruzione degli apparati pubblici africani. Un

ostacolo strutturale alla formazione di autorità e burocrazie centralizzate è venuto dalla bassa densità di

popolazione che ha da sempre caratterizzato il continente. L’esercizio e il controllo dell’autorità politica si

fanno inevitabilmente più difficili in presenza di un tessuto sociale poco fitto.

Il consolidamento degli apparati statali, infine, è stato tutt’altro che facilitato da una legittimità interna

dell’autorità nazionale rimasta nel tempo estremamente precaria.

L’avvento dello stato moderno, come già affermato, è avvenuto attraverso la traumatica esperienza del

dominio europeo.

Per molti africani lo stato ereditato dall’esperienza coloniale è restato una presenza fondamentale estranea,

distante e sfruttatrice. La corruzione e, il saccheggio delle risorse private non hanno fatto altro che

accentuare tale percezione.

Gli elementi normativi e geopolitica del sistema internazionale, una scarsa legittimità interna e una

condizione demografica strutturalmente poco favorevole hanno dunque giocato a sfavore del

consolidamento degli stati africani di recente formazione.

3. TRA CRISI FUNZIONALE E CROLLO DELLE ISTITUZIONI

Dalla situazione di crisi funzionale dello stato si è passati, negli anni novanta, a un uso frequente

dell’espressione crollo.

Si ha il crollo dello stato quando “la struttura, l’autorità, la legge e l’ordine politico sono svaniti e devono

essere ricostituiti in qualche forma…Crollo indica che le funzioni dello stato non sono più esercitate.

È necessario distinguere tra la nozione di crollo, che fa riferimento alla dimensione istituzionale della

statualità, e quella di fallimento dello stato, incentrata sulle funzioni fondamentali che ogni stato deve

svolgere.

Tra tutti i paesi africani coinvolti nel più ampio processo di dissesto delle prestazioni statali fondamentali,

solo in un numero limitato di casi il processo di cedimento dello stato è progredito fino a produrre un vero e

proprio vuoto istituzionale.

CAPITOLO 4

LE CAUSE DELLE GUERRE CIVILI

1. TIPI DI GUERRE CIVILI IN AFRICA

Dai primi anni sessanta ad oggi, molti paesi Africani hanno vissuto la comune esperienza dei combattimenti

armati, ma le ragioni e le forme dei conflitti sono state più d’una.

La quasi totalità delle guerre civili in Africa tende ad assumere prima o dopo una connotazione etnica, anche

quando essa non era inizialmente alle radici dello scontro.

Clapham, studioso britannico, suddivide i conflitti che si sono manifestati nell’area subsahariana in quattro

classi:

- Guerre di liberazione,

- Movimenti secessionisti,

- Ribellioni riformiste,

- Conflitti tra “warlords” ( imprenditori ).

Durante gli oltre quattro decenni di storia dei moderni paesi africani, l’incidenza delle quattro forme di

conflitto sopra identificate non è stata omogenea.

Le guerre di liberazione anticoloniale e antirazziste si sono esaurite con l’acquisizione delle Namibia, nel

1990. I movimenti secessionisti restano invece un fenomeno di grande attualità del quale appare tutt’altro

che probabile la scomparsa, quantomeno a medio termine.

Ma l’aumento dei conflitti è stato in larga misura il risultato di un incremento di insurrezioni civili “riformiste” o

di guerre tra warlords.

Comune a queste due forme di insurrezione è stata la presenza di movimenti armati. Tali movimenti hanno

avuto gioco facile nel reperire armi su un mercato nero foraggiato, soprattutto, dagli stati in transizione

dell’ex sfera sovietica.

2. L’ANALISI DEI CONFLITTI ARMATI

Motivazioni ideologiche e geopolitiche. Le motivazioni ideologiche sono state centrali nell’analisi delle

guerre anticoloniali di liberazione, dei conflitti rivoluzionari e dei movimenti di resistenza anticomunista

esplosa tra gli anni cinquanta e ottanta.

Motivazioni etniche e religiose. È pressoché impossibile additare conflitti africani che non siano segnati da

una qualche “tinta” etnica. Anche quando un movimento armato è emerso sulla base di motivazioni non

etniche, l’eterogeneità della popolazione e la manipolazione politica delle differenze hanno fatto sì che la

dimensione etnica entrasse sistematicamente nei conflitti civili.

Motivazioni storico – culturali. Alcuni studi, hanno cercato di spiegare la violenza, e in particolare la forme

più estreme che essa assume, con l’analisi del significato che le viene attribuito in uno specifico contesto

culturale.

Questo approccio ha il pregio di approfondire la nostra conoscenza dello specifico contesto sociale, culturale

e storico in cui ha luogo una determinata guerra civile. Al tempo stesso, tuttavia, si presta poco all’esame di

quegli elementi comuni che sembrano caratterizzare conflitti diversi.

Conseguenze economiche. Le agenzie dell’ONU e della Banca mondiale e le ONG hanno contribuito

all’analisi delle guerre civili, interessandosi, fino agli anni più recenti, sulle conseguenze degli scontri armati.

La loro attenzione si è focalizzata sugli effetti negativi che i conflitti comportano per l’economia e lo sviluppo

di un paese.

Guerra significa sospensione o distruzione degli sforzi e dei processi di sviluppo economico in atto in un

determinato paese.

La guerra, pur essendo un costo per la collettività, può anche essere, tuttavia, fonte di guadagno per

determinati gruppi o individui.

3. CHI TRAE VANTAGGIO DAL CONFLITTO? LA “POLITICAL ECONOMY” DELLE GUERRE CIVILI.

Ogni guerra ha i suoi beneficiari e, riflette l’imporsi di un sistema alternativo di relazioni di potere e di profitto.

La violenza, in questo senso, può svolgere determinanti funzioni economiche creando un contesto in cui

sono possibili abusi e illegalità.

La pace, teoricamente, impedisce quegli abusi che invece, sotto la copertura della violenza e della guerra,

possono essere ampiamente sfruttati per iniziative economiche remunerative.

Tutti coloro che occupano posizioni privilegiate nelle relazioni internazionali politiche ed economiche hanno

interesse ha prolungare i conflitti; le stesse forze armate regolari possono avere interessi a protrarre la

situazione di guerra interna.

Recentemente, una nuova attenzione è emersa per il ruolo che gli interessi economici svolgono nella

proliferazione e nella prosecuzione dei conflitti civili.

Utile è parlare dei “bei fonte di conflitto” che i ribelli puntano a conquistare; metalli, gemme, legnami pregiati

che, vengono sistematicamente predati e illegalmente messi in commercio da movimenti armati.

Tali risorse devono possedere determinate caratteristiche perché possano essere distribuite illegalmente nei

mercati internazionali; il comune denominatore dei conflict golds è la loro facile trasferibilità.

La possibilità che i ribelli immettano illegalmente questi prodotti sui mercati mondiali sarà inoltre tanto

maggiore quanto più è arduo tracciarne l’origine.

Difficilmente la comunità internazionale può ostacolare la compravendita di una gemma grezza se non è

possibile dimostrare che essa proviene da un’area di guerra.

Secondo numerosi osservatori, a guidare le formazioni di ribelli è la possibilità di approfittare delle

opportunità economiche generate o coperte dal conflitto, la mera avidità degli insorti e dei loro leader.

Numerosi economisti, antropologi, storici hanno posto grande enfasi sul comportamento “economico” come

principale spiegazione delle guerre civili e della loro lunga durata.

Le interpretazioni economiche, tuttavia, danno conto solo fino a un certo punto della complessità delle guerre

civili africane: generalizzare la prevalenza di comportamenti orientati al profitto porta a sottovalutare le

specifiche caratteristiche socioculturali e il vissuto storico e politico di una determinata comunità nazionale.

Quantomeno nelle fasi iniziali di un’insurrezione, le risorse saccheggiabili dai ribelli sono uno strumento

funzionale al finanziamento della ribellione stessa, più che il fine per cui i contendenti si mobilitano.

Non solo ricchezze come diamanti e oro offrono ai ribelli possibilità di arricchimento ma anche caffé, cacao

o, petrolio. Il petrolio può certamente aumentare la posta in gioco nella competizione politica.

Ma il limite maggiore delle interpretazioni dei conflitti africani che si concentrano sulla political economy della

guerra è il fatto che solo in un numero limitato di stati subsahariani vi sono ricchezze minerarie e naturali di

cui i rivoltosi possono impadronirsi.

La stessa Banca Mondiale riconosce tali limiti e afferma che l’economia del conflitto risulta più un fattore che

alimenta la prosecuzione delle guerre già in atto.

4. ETNICITÀ, POLITICA ED ESCLUSIONE

In molti conflitti civili africani ben più importante degli interessi economici di breve periodo degli insorti si è

dimostrata l’esclusione politica ed economica subita da determinati gruppi e comunità.

Numerosi conflitti sono il risultato dell’azione governativa improntata al favoritismo etnico, al clientelismo e

alla promozione delle disuguaglianze.

Discriminazione ed esclusione, nei paesi africani, sono spesso avvenute seguendo linee di divisione clanica,

etnica o religiosa. Esiste, in questo senso, un legame tra esclusione e diversità etnica.

L’esclusione è per molti aspetti l’altra faccia della elevata e radicata diffusione delle pratiche neopatrimoniali.

Il neopatrimonialismo è la manipolazione politica e la distorsione del funzionamento di strutture che

dovrebbero operare sulla base di principi universalistici.

Nella totalità dei paesi africani, la neutralità e l’universalismo che dovrebbero caratterizzare l’accesso dei

cittadini agli apparati statali sono stravolti da forme di nepotismo, favoritismo e clientelismo. Il

neopatrimonialismo assume la forma opposta dell’universalismo: il particolarismo etnico.

Col tempo le comunità colpite, escluse a causa di questi fenomeni tendono a divenire gli oppositori più

radicali del regime.

Più che la diversità etnica, all’origine dei conflitti vi è la marginalizzazione politica ed economica di

determinati gruppi e comunità.

5. CONCLUSIONI: OPPORTUNITÀ, MOTIVAZIONI E DECLINO DEI CONFLITTI

L’esistenza di una oggettiva possibilità di ribellarsi è una variabile chiave nel comprendere perché i conflitti

mantengono un’incidenza relativamente elevata nei paesi africani. Istituzioni deboli risultano spesso incapaci

di mantenere l’ordine politico e civile interno, e di spegnere i tentativi di insurrezione.

La riduzione, negli anni più recenti, del numero di guerre civili nell’area subsahariana è riconducibile ha:

- un maggiore coinvolgimento internazionale sullo scenario africano,

- superamento della fase economica più critica del periodo postcoloniale,

- le iniziative di riforma politica degli anni novanta.

CAPITOLO 5

LE RIFORME DEMOCRATICHE TRA CONTINUITÀ E MUTAMENTO

1. L’ONDA AFRICANA

Per lungo tempo la ricerca di una “democrazia africana” si è dovuta accontentare di isolate succes stories;

tuttavia, l’avanzamento verso prassi democratiche compiuto da parte di diversi stati africani nel corso degli

ultimi quindici anni è tutt’altro che insignificante.

All’inizio degli anni novanta, in uno scenario internazionale che tendeva ad assumere la democrazia

rappresentativa come ideale normativo di organizzazione della sfera politica, i regimi africani apparivano

come un’anomalia.

La “terza ondata” – l’insieme dei processi di riforma democratica racchiusi tra la “rivoluzione dei garofani”

portoghese 1974 e la metà degli anni novanta – era ormai alle soglie del continente nero.

In rapida successione, a partire dal 1990, tentativi più o meno credibili di riforma politica si estesero all’intero

continente. Nel 1994 non esisteva più un solo regime che si dichiarasse ufficialmente a partito unico.

150 elezioni multipartitiche sono state organizzate negli ultimi dieci anni, rispetto alle 70 indette nell’arco dei

precedenti trent’anni.

2. LE SPINTE VERSO LA DEMOCRATIZZAZIONE

Come sottolinea Huntington, non esiste una variabile esplicativa, in grado di dare ragione dei processi di

democratizzazione verificatesi su scala globale nell’ultimo quarto del XX secolo.

Vi sono altresì una serie di fattori la cui combinazione ha indubbiamente contribuito a originare i tentativi di

mutamento politico nei paesi africani.

La graduale erosione della legittimità dei regimi non democratici è un primo elemento che ne spiega il

tracollo e la sostituzione.


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Moses

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Riassunto per l'esame di Storia e Istituzioni dell'Africa, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le origini degli Stati africani: poteri, Istituzioni e confini, autoritarismo, corruzione e instabilità politica nell'Africa indipendente.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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