Le origini degli stati africani: potere, istituzioni e confini
Nell’800 i dell’Africa precoloniale comprendevano gli stati zulu, shona e
regni e i principati il Bunyoro guidato dall’omukama
ndebele nella regione australe, il Ruanda governato da mwami,
nell’area centrale dei Grandi Laghi e i sistemi politici degli yoruba, asante e wolof in Africa
occidentale.
Gli stati erano disposti a macchia di leopardo con confini territoriali poco definiti e ampie zone
da popolazioni sprovviste di un’organizzazione
intermedie abitate politica centralizzata.
Esercitavano la loro sovranità sulla popolazione rivendicando l’insediamento di certe popolazioni,
ma non di territori. Secondo lo storico Jan Vansina lo stato africano tipico includeva tre sfere
territoriali: lo stato vero e proprio, la sua periferia composta da principati semiautonomi e un ambito
generico di influenza. La capacità di controllo del centro sulle aree territoriali più periferiche era
alquanto limitata, soprattutto per la densità della popolazione e la produzione di un surplus
economico troppo modesto al fine di promuovere e favorire il mantenimento di istituzioni statali
centralizzate. Per le popolazioni che abitavano nelle zone periferiche risultava più facile rifiutare di
l’autorità
sottomettersi, attuare una secessione o abbandonare il territorio sul quale centrale cercava
di imporre il proprio potere.
Meyer Fortes ed Edward Evans-Pritchard distinguono i sistemi sociopolitici precoloniali in stati
premoderni, dotati di un governo e dove sussistono nette divisioni generate da ricchezza, privilegio
e status che corrispondono alla distribuzione del potere e dell’autorità, e società senza stato con
caratteristiche opposte. Coloro che considerano che uno stato debba essere definito dalla presenza di
istituzioni governative, guarderanno al primo gruppo come a stati primitivi e al secondo come a
società senza stato. Secondo altre interpretazioni invece, tale dicotomia è solo la distinzione tra fasi
diverse di un processo di transizione.
Il modello della società acefala era il sistema delle società segmentarie organizzato sulla base delle
nozioni di clan, che lega tramite il filo della discendenza le generazioni passate, presenti e future, e
l’insieme delle generazioni
di lignaggio, ovvero del clan in vita in un certo momento storico.
L’individuo quindi apparteneva per nascita a un clan di discendenza e spendeva la sua vita
all’interno di un ordinamento sociale organizzato attorno al proprio lignaggio. Tali società erano
caratterizzate da un’apparente assenza di disparità e di disuguaglianze tra gli individui che ne
facevano parte. Oggi come allora vengono attribuiti e riconosciuti ruoli di responsabilità, diritti e
doveri in base all’età degli individui, i quali accordano un certo rispetto per le persone anziane. Per
giustificare lo smantellamento delle istituzioni multipartitiche instaurate dalle potenze coloniali al
momento dell’indipendenza, diversi leader nazionalisti delle moderne nazioni africane, quali
Leopold Senghor, Jomo Kenyatta, Julius Nyerere e Felix Houphouet-Boigny invocarono proprio il
carattere egualitario delle società africane e l’importanza della partecipazione degli anziani alle
discussioni.
Secondo Davidson, le culture politiche precoloniali erano accumunate da forme di controllo
pubblico sugli esecutivi, forme di critica pubblica contro gli esecutivi e forme di sfiducia pubblica
degli esecutivi, ovvero forme di comportamento democratico che avevano dato alle popolazioni
africane la sensazione di poter esercitare un controllo reale sulle loro vite. Questi meccanismi di
controllo derivavano dalla diffusa convinzione che un sistema di governo ben costruito dovesse
essere un sistema di tipo partecipativo.
L’assenza di partecipazione equivaleva all’assenza di stabilità. Il potere si rafforzava quando si
fondava sulla partecipazione; ciò avveniva in tutte le società segmentarie in cui la delega dei poteri
a individui-capi era limitata, minima o inesistente. Queste società precoloniali erano preoccupate di
assicurarsi e sostenere la propria legittimità agli occhi della popolazione e poterono durare perché
erano accettate.
Le società africane precoloniali erano costituite da un misto di tendenze democratiche e
di dispotismo. I sistemi politici del Burundi o dell’Ankole
aristocratiche con diversi gradi ad
esempio erano governati e organizzati in rigide gerarchie di lignaggi, classi o caste dotati di
meccanismi di integrazione e armonizzazione sociale, ma con la frequente esclusione delle donne
all’autorità
dall'accesso politica e dai processi decisionali. Nei sistemi decentralizzati o acefali come
quelli degli igbo nell’attuale Nigeria o dei kikuyu in Kenya, le discussioni politiche sono dirette al
raggiungimento del maggior consenso, ma sono in genere limitate alle assemblee degli anziani.
I paesi subsahariani vennero creati mediante l’imposizione dall’esterno delle istituzioni dello stato
moderno, la formazione delle colonie da parte delle potenze europee e la concessione a questi
possedimenti territoriali dell’indipendenza che per molti si concretizzò negli anni ’60.
Gli europei avevano una scarsa conoscenza delle società africane dovuta ai contatti quasi
esclusivamente costieri. Furono approfonditi con le esplorazioni geografiche dell’800 e con la
penetrazione coloniale nelle regioni interne alla fine del XIX secolo e portata avanti nel XX secolo.
L’incontro tra europei e africani era visto come quello di una civiltà superiore che si faceva carico
di avvicinare all’epoca moderna le comunità primitive del continente. Questo rappresentava il
fardello dell’uomo bianco celebrato nel 1899 dal poeta e scrittore Rudyard Kipling alla base della
retorica civilizzatrice e delle ideologie razziste che sottesero alla formazione delle colonie.
Prima del 1875, ad eccezione dell’Africa del sud contesa tra coloni boeri e autorità britanniche, i
in Sierra Leone, Costa d’Oro (attuale Ghana) e in
francesi si erano insediati in Senegal, gli inglesi
dell’attuale Nigeria, mentre i
alcune zone litoranee portoghesi
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