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Storia politica dell'Italia repubblicana

Sui caratteri genetici della democrazia repubblicana

Il nuovo volto delle città: Storia nazionale e culture politiche nella toponomastica repubblicana

Negli anni di fondazione e di consolidamento della Repubblica ci fu una profonda rivisitazione dell’odonomastica e della toponomastica urbane (a cui sotto il regime fascista fu imposta una centralizzazione burocratica) e in questo processo emerse una sorta di territorialità civica di carattere politico-commemorativo, frutto della coniugazione tra le ideologie politiche e la cultura storica. Le rivisitazioni simboliche e le trasformazioni toponomastiche furono una significativa “spia” nella competizione tra le più diffuse tradizioni politiche per orientare la rappresentazione delle culture civiche.

La transizione post-fascista

Nella transizione democratica il riassetto della toponomastica urbana occupò la classe politica almeno fino all’inizio degli anni cinquanta e il quadro normativo continuò a uniformarsi alle leggi degli anni venti, che lasciavano alle amministrazioni locali il compito di deliberare in merito alla toponomastica urbana, ma in questo caso si indicarono vari vincoli al loro operato.

La disciplina della toponomastica urbana rappresentò uno dei più significativi terreni di legittimazione della nuova classe politica resistenziale ed emerse una sorta di territorialità civica repubblicana con caratteristiche diverse in relazione sia alle ideologie politiche sia ai caratteri della transizione democratica del 1943-1949: iniziava la competizione per il controllo dei simboli materiali grazie a cui rappresentare la storia e il volto della nazione.

All’indomani dell’8 settembre e dell’armistizio, fu nella contrapposizione delle memorie pubbliche e nella rappresentazione di altrettanti simboli materiali che prese forma la guerra civile tra:

  • Le forze della RSI, che portò avanti un progetto di rigenerazione del fascismo sulla base di un uso politico di miti e memorie risorgimentali, ma l’impellenza bellica ne annullò l'effettiva realizzazione;
  • Le forze della resistenza, rivisitarono la toponomastica, con l’eliminazione delle denominazioni fasciste e con il ripristino delle denominazioni antiche (tra cui emergevano nomi come quello di Matteotti e Amendola), d’indole cittadina, nel solco della religiosità popolare, o nel recupero di certe tradizioni liberali.

Dal I al II risorgimento: nel nome dell'antifascismo e della resistenza

Nell’Italia ormai del tutto liberata, la rivisitazione toponomastica è differente nelle varie zone d’Italia:

  • Nelle regioni centro-settentrionali, alla rinascita di lunghe tradizioni politiche popolari si aggiunse un fenomeno resistenziale diffuso, sia sul piano delle formazioni partigiane sia per il coinvolgimento della popolazione civile. Quindi, si volle assegnare un carattere di esemplarità ad alcune figure dell’antifascismo e della resistenza, sia nazionali (Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, Amendola, Don Minzoni) sia locali. Si dava un nuovo volto al centro cittadino, in cui la rappresentazione dell’idea della Resistenza come “secondo Risorgimento” aveva un proprio riscontro materiale ed era generalmente la piazza principale della città il luogo della memoria che raccoglieva i simboli materiali.
  • Nell’Italia centro-meridionale, dove il fenomeno della resistenza era meno corale, più rilevante era la contaminazione tra odonomi preesistenti al regime fascista e nuovi nomi legati alla memoria antifascista. Nell’Italia democratica dell’immediato dopoguerra i mutamenti dei toponimi derivavano dal concorso determinante dei partiti politici e delle forme associative ad esso legati. Questi mutamenti si caratterizzavano per: l’omaggio ai combattenti, sia di natura individuale che collettiva; la denominazione dedicata ad alcuni paesi alleati dell’Italia dopo l’armistizio, alludendo alla dimensione internazionale della lotta antifascista; il rimando a personaggi illustri della vita politica.

La tradizione monarchica e la difficile costruzione di una “territorialità repubblicana”

In Italia, soprattutto dopo il referendum istituzionale, la rimozione di nomi di vie e piazze legati alla casa Savoia si era fatta sempre più diffusa la disciplina relativa alla soppressione dei nomi e il mancato intervento normativo da parte delle istituzioni centrali lasciò spazio a diverse reazioni. Alla fine, fu la politica del “fatto compiuto” nella sostituzione di toponimi sabaudi (perseguita soprattutto a Firenze, ma adottata in molte località centro-settentrionali), che ridisegnò il volto di tante località nel secondo dopoguerra con una peculiare immagine antifascista e repubblicana. Esso consisteva nel conservare i toponimi di casa Savoia dal Medioevo al Risorgimento sottraendo, quindi, gli anni della unificazione nazionale alla cancellazione dei toponimi sabaudi.

Verso una istituzionalizzazione della toponomastica e dell’odonomastica urbana

La necessità di costruire un mito fondativo spinse ad allargare la rivisitazione della memoria storica fino alla Grande Guerra e al Risorgimento. Con il tempo, ricordati gli antifascisti partigiani, si poteva attingere a nomi ed intestazioni nell’ambito letterario, musicale, scientifico, geografico e naturalistico. Cambia così il volto della città, anche i primi effetti della Ricostruzione economica. A livello nazionale, nel 1949, si ebbe una legge che chiamava l’Istituto Geografico Militare a coordinare l’operato dei diversi Centri Studi Regionali nella revisione toponomastica della carta d’Italia. Fu quindi verso la metà degli anni cinquanta che poté dirsi compiuto il processo avviato nel 1943 con la disgregazione del regime fascista.

L'apprendistato repubblicano: I vademecum elettorali del cittadino

Negli anni di fondazione e di legittimazione della Repubblica, le nuove istituzioni e la classe dirigente dovettero scrivere e diffondere delle regole che coniugassero nella cittadinanza repubblicana l’espressione dei diritti politici della tradizione liberale ed uno fondamentale divenne l’esercizio del diritto di voto. Nell’immediato dopoguerra l’espressione di voto diventa parte del costume civico e dell’educazione politica degli italiani. I testi di educazione civica e politica diventano un oggetto editoriale diffuso e di larga consultazione.

Già nella seconda metà degli anni cinquanta, in una società che si sta modernizzando e si caratterizzava per una prima comunicazione politica di massa, emerse la centralità dei partiti nella vita politica italiana. Questi avevano sia un ruolo primario nel processo di fondazione di legittimazione delle nuove istituzioni, sia un compito di educazione democratica e di apprendistato politico.

L’educazione al voto nella transizione democratica

Alla fine del 1944 l’annuncio di un ritorno alle elezioni fu seguita dal bisogno di un’educazione elettorale che doveva provenire da nascenti partiti politici. Questa fu caratterizzata da una discussione riguardante l’obbligatorietà del voto, proposta dal mondo democristiano e dai liberali, a cui si opposero i partiti di sinistra, compresi i repubblicani e in particolare il PCI di Togliatti, che insistevano sul dovere sociale e morale e non giuridico del diritto di voto. Quindi, dopo l’approvazione della legge elettorale, si inizia una diffusa azione pedagogica per spiegare cosa fosse il voto e come farne uso. Il dovere di andare a votare fu motivato sia come una responsabilità individuale sia per il benessere nazionale e i vari partiti insistevano su diversi fattori: chi su quello teologico-morale, chi su quello etico-politico e chi sulla centralità della famiglia.

Nella scrittura della Costituzione, l’esercizio del voto come “dovere civico” era il risultato di un compromesso tra i vari partiti politici e la sua valenza etico-politica inculcò nel costume degli italiani una forte cultura del voto e ne fece una delle virtù civiche nazionali. Inoltre, la Costituzione valorizzava tutti quegli enti intermedi tra lo Stato e cittadini che dovevano evitare la minaccia di un nuovo potere totalitario e ai partiti si riconobbe la piena legittimazione a svolgere un ruolo centrale nell’apprendistato politico.

L’apprendistato al voto

Le campagne elettorali, grazie all’eco maggiore dato dai nuovi mezzi di comunicazione, rappresentarono un grande veicolo di circolazione di guide, manuali e manualetti educativi per addestrare gli italiani alla democrazia del voto. Nel corso del 1946 gli italiani svolsero un apprendistato politico ed elettorale quasi continuo con le elezioni amministrative e poi le elezioni per eleggere l’Assemblea Costituente.

L’apprendistato al voto coinvolse differenti generazioni e in generale le istituzioni, i partiti e le associazioni, i mezzi di informazione, come i giornali, portarono avanti una diffusa azione pedagogica. Importante fu nel 1945 la pubblicazione del “Bollettino di informazione e di documentazione del Ministero per la Costituente” retto dal leader socialista Pietro Nenni. Si trattava di uno strumento di informazione che cercava di educare i cittadini e le cittadine ai cambiamenti politici.

Sull’altro fronte istituzionale anche la Chiesa fu molto presente nell’azione di pedagogia elettorale e la DC si trovò facilitata rispetto alle altre formazioni politiche: la mobilitazione dei cattolici prima che in Italia, in Francia, aveva prefigurato il loro peso nella vita politica del secondo dopoguerra. Inoltre, il concorso del voto femminile sarebbe stato importante nel favorire il successo dei partiti di aspirazione cristiana, che facevano delle elettrici-madri una delle loro icone, indispensabile per la rinascita dell’Italia democratica postbellica.

Manuali e guide elettorali

Nei primi anni di democrazia la pubblicistica di edificazione civica di tipo elettorale, insieme ad altri testi, diventò un fattore significativo di acculturazione sociale e politica. Esso si rivolgeva ai nuovi lettori, ai candidati e ai funzionari pubblici e si differenziò attraverso diverse tipologie: una letteratura pedagogica, una giuridica è una descrizione di propaganda elettorale. Molto diffuse erano le schede in fac-simile, in cui si chiedeva perché, come e chi votare. Bisognava imparare a votare e c’erano regolamenti da assimilare e da far capire, in questo senso si mobilitarono i vari partiti politici.

Nel 1948 ci fu la vittoria strabiliante della DC di De Gasperi che ottenne questo risultato anche grazie ad un accorto apparato propagandistico: la DC produsse diversi materiali, con lo scopo principale di combattere le tentazioni astensionistiche, indirizzandosi spesso alle donne elettrici, e usando ricorrenti esortazioni a tutelare la libertà religiosa e la Chiesa. In questo senso, il voto delle donne era ancora più ricondotto a motivazioni teologiche e morali, a supporto dell’azione politica condotta dagli uomini nell’impresa formidabile di rifare e salvare l’Italia cristiana. Dopo la vittoria elettorale della DC nel 1948 e nella prima legislatura, i partiti di sinistra sottolineavano spesso l’importanza del diritto al voto e del suo esercizio.

Una nuova radicalizzazione dello scontro politico e, quindi, della campagna elettorale, ci fu un con le elezioni del 1953 quando era in gioco la sensazione o meno di una riforma in senso maggioritario (che poi non entrò in vigore). Ma in questo caso sia da parte della DC che del PCI fu diffusa una forma di guida che era come quella di un’agenda che accompagnava, passo passo, il voto, dando informazioni di varia natura, tecnica, politica e di costume. Si trattava di sollecitazioni che tendevano ad una sempre maggiore conoscenza di leggi e regolamenti quindi un incentivo maggiore a rafforzare il costume democratico e le regole del gioco.

Si trattava degli anni di formazione della Repubblica in cui la manualistica elettorale coniugò l'informazione e l’educazione, garantendo in questo senso un vasto processo di alfabetizzazione democratica.

Manualistica elettorale e comunicazione politica

Nel periodo del consolidamento della Repubblica emersero sia le contingenti occasionali di politicizzazione, che i riflessi delle trasformazioni socio-culturali del paese, tenendo conto anche della diversificazione dei mezzi e dei linguaggi della comunicazione. Si iniziò ad andare oltre il tradizionale apparato di informazioni e di orientamenti elettorali, immettendo analisi di natura statistica di carattere sociologico.

Una diversa forma di manuale elettorale si ebbe con il testo di Damiani. Si tratta di una riflessione critica, disincantata e a tratti amara sui primi anni della Repubblica, in cui:

  • Si sottolineava il fatto che c’era ancora un poco consapevole utilizzo del voto;
  • Si critica il ruolo e l’azione dei partiti, ritenuti invadenti rispetto ai loro compiti in una democrazia matura;
  • Si afferma che la rigenerazione dei partiti doveva passare attraverso un diverso e più maturo esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini.

La sensazione diffusa era quella di un elettorato sempre più confuso e incerto sulle sue scelte, come dimostrava il progressivo sfilacciamento del voto alla DC. Questa, nel mirino dei competitori partitici, mutò le forme e il linguaggio della propria azione propagandistica. Oramai la politica era approdata al palcoscenico televisivo, quindi con una propaganda sempre più contaminata da linguaggi della comunicazione. L’apprendistato repubblicano, quindi, si misurava con la qualità della partecipazione al voto e alla vita politica, in una democrazia ormai consolidata e però in una società in trasformazione.

Istituzioni, poteri e classe politica

La repubblica dei Presidenti: Immagini, simboli e patriottismo repubblicano

Con la crisi della I Repubblica e la transizione verso la II Repubblica, si è posta l’attenzione sulla figura e il ruolo del presidente della Repubblica nella vita politica e istituzionale del paese. Rappresenta un ruolo di garanzia ed è il custode dell’unità nazionale e le sue funzioni hanno riflessi sul piano costituzionale e istituzionale.

Le figure che si sono succedute al Quirinale hanno dato forma a distinti stili presidenziali: ovvero la personificazione della Repubblica, la rappresentazione dell’idea di patria e di nazione, il rapporto con i cittadini, i rituali e i simboli del potere, l’immagine dei presidenti nell’opinione pubblica attraverso i media. Rilevanti sono quindi le inclinazioni soggettive e la dimensione simbolico-rituale della funzione presidenziale. Osservare i comportamenti di questa autorità sul piano simbolico e decifrarne i codici di rappresentazione nell’esercizio dei loro poteri, aiuta a cogliere il diverso grado di sensibilità verso la promozione della questione nazionale e di un vero e proprio patriottismo repubblicano a sostegno delle istituzioni.

Il presidente secondo la Costituzione

L’articolo 87 disciplina il ruolo, le funzioni e poteri attribuiti al Presidente della Repubblica, che:

  • È il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale;
  • Ha la funzione di garanzia nel sistema politico repubblicano e di tutela della Costituzione;
  • Puo influenzare la costruzione di un immaginario nazionale nel segno del patriottismo repubblicano;
  • È un coordinatore di attività, non governa.

Un “retaggio monarchico”?

Nella configurazione dei poteri del presidente emersero, durante la Costituente, sia la volontà di differenziare la figura da quella del re, sia le influenze di una sorta di “retaggio monarchico”. Ma, nell’esercizio di alcune funzioni del presidente della Repubblica, si riprendono e si adattano ai principi democratici alcune tradizioni dell’Italia regia. Questo avviene in particolare:

  • Nel caso dei discorsi inaugurali, pronunciati dal sovrano in occasione dell’apertura delle sessioni del parlamento, mentre con la Repubblica la facoltà di inviare messaggi da parte del Presidente della Repubblica permette alla massima carica dello Stato di esercitare la sua funzione mediatrice e di indirizzo (Queste esternazioni presidenziali diventarono sempre più frequenti negli anni 80 con Pertini e Cossiga);
  • Nel caso della facoltà riconosciuta al presidente di assegnare le “onorificenze della Repubblica” che rimanda a una delle principali prerogative nell’esercizio della sovranità da parte delle monarchie ossia il conferimento di titoli nobiliari e onorificenze. Le istituzioni repubblicane hanno riconvertito e risignificato le onorificenze di più lunga data e per disciplinare il conferimento all’uso delle onorificenze, istituiscono nel 1951 l’Ordine al merito della Repubblica con cui venivano introdotte forme di selezione e di legittimazione democratica.

In generale, l’effettivo esercizio delle facoltà riconosciute ai presidenti della Repubblica va commisurato ai diversi stili presidenziali e il differente grado di autonomia e mantenuto rispetto ai partiti.

La configurazione del modello repubblicano

Dopo l’insediamento dell’Assemblea Costituente, a carica di capo provvisorio della Repubblica fu eletto Enrico De Nicola, un vecchio liberale e meridionale di idee monarchiche, proprio affinché gli elettori monarchici avessero atteggiamento di lealtà verso le situazioni repubblicane. De Nicola interpretò la sua funzione presidenziale secondo uno stile prevalentemente arbitrale e fece scelte che riflettevano la natura transitoria della sua carica e accompagnò con discrezione la transizione istituzionale. A lui si deve la prefigurazione di un protocollo repubblicano e un primo contatto tra il presidente della Repubblica e gli italiani, attraverso diversi suoi viaggi lungo il paese.

Dopo il voto del 1948 ci fu l’elezione alla presidenza della Repubblica di Luigi Einaudi, che imparziale e rigoros...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fefina10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia d'Italia e del progresso di integrazione europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi della Tuscia o del prof Ridolfi Maurizio.
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