L’EUROPA E LE SUE MEMORIE. POLITICHE E CULTURE DEL RICORDO DOPO IL 1989
Patrizia Dogliani
CAPITOLO 1
LA SECONDA GUERRA MONDIALE: LE POLITICHE DELLA MEMORIA IN EUROPA
Il tema dell’integrazione europea si è sposato sull’affermazione di valori universali come la pace, la
solidarietà, la democrazia e la giustizia, che superano gli anni delle guerre e dei totalitarismi e sui cui va
basata la “memoria condivisa” tra Stati e cittadini europei.
Il nuovo assetto del continente comporta un profondo esame delle coscienze nazionali e un
riconoscimento delle responsabilità individuali e collettive di fronte a conflitti e genocidi e ciò comporta
l’elaborazione di politiche della memoria molto complesse che hanno suscitato vari dibattiti: festività
nazionali, musei, monumenti, cerimonie, correttezza dei media.
LA GEOGRAFIA DELLA MEMORIA
Nel secondo dopoguerra in Europa ci fu una forte differenziazione geografica, economica, sociale e politica
tra:
• regioni occidentali: ricostruzione più semplice e rapida grazie agli aiuti degli USA e ad una perdita
demografica bassa e nessuna grossa modifica nei rapporti tra forze politiche
• regioni centro-orientali: ricostruzione più lunga e difficile a causa di un tasso di mortalità più alto e di
una profonda trasformazione demografica dovuta allo spostamento forzato di popolazione civile nelle
due direzioni, da ovest a est e viceversa. Questa situazione determinò una memoria delle “piccole
patrie” perdute sia per quanto riguarda tedeschi, ebrei ma anche gli italiani (Caso Istria-Dalmazia)
Uno studio interessante è quello fatto da Lagrou che confronta il sedimentarsi di memorie pubbliche della
II Guerra Mondiale in Francia, Belgio e Paesi Bassi verificando come le società del dopoguerra hanno letto e
ricostruito a proprio uso e costumi la storia recente e studiando le memorie di tre diverse categorie che
hanno influenzato le memorie nazionali: i resistenti; i deportati e gli internati militari e civili; le vittime
politiche, religiose e razziali della persecuzione nazifascista. Il diverso destino di queste categorie ha
determinato poi il diverso sedimentarsi di memorie e di riconoscimenti ufficiali.
Inoltre, l’esperienza di guerra si è diversificata da paese a paese. Tre sono i gruppi di paesi:
▪ quelli il cui conflitto armato è stato lungo e ininterrotto (UK e URSS, Germania)
▪ quelli che hanno vissuto una fase militare breve seguita da lunghe occupazioni e resistenze (Belgio,
Olanda, Danimarca, Norvegia) quelli che hanno subito guerre lunghe e interrotte (Grecia, Italia)
La popolazione di questi due ultimi gruppi di paesi subisce sofferenze, umiliazioni e persecuzioni ed è divisa
tra una minoranza attivamente belligerante e una maggioranza che subisce l’occupazione e di conseguenza
si sviluppa spesso il fenomeno resistenziale che rivela forti distinzioni etniche, di genere, di classe, di origini
territoriali e culturali e di religione.
COMBATTENTI E NON
Nella II Guerra Mondiale il numero delle vittime civili, soprattutto donne, anziani e bambini (provocate da
bombardamenti, persecuzioni, genocidi, deportazioni) è stato maggiore rispetto al numero delle perdite
militari. In Italia, come in Germania, ci furono vari episodi di violenza sessuale subita in massa da donne di
tutte le età seguito da un silenzio dovuto alla vergogna avvertita dalla comunità locale. In generale anche
per quanto riguarda casi di dissertazione e prigionia militare, sulle responsabilità degli eserciti, le memorie
popolari ed ufficiali hanno compiuto molte rimozioni (es: caso italiano e tedesco).
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Una questione rilevante e di scontro è stata quella dei cimiteri in particolare:
▪ cimiteri dell’esercito tedesco in territorio italiano, protetti da accordi bilaterali tra i due paesi, subirono
la protesta popolare, soprattutto di partigiani e di reduci che nel 2006 ottennero lo spostamento dei
libri d’onore aventi nomi delle SS dalla sala d’onore del cimitero di Costermano;
▪ cimiteri dell’esercito sovietico in territorio tedesco, in particolare quello soprannominato “Disneyland
di Stalin” che rappresenta la presenza più monumentale, retorica, trionfalistica ed eroica dei sovietici a
Berlino: si sono aperti molti dibattiti su questi cimiteri che rappresentano l’ultima presenza sovietica in
Germania.
CELEBRAZIONI E FESTE NAZIONALI
I paesi vincitori e quelli liberati, per le celebrazioni per la fine della II Guerra Mondiale, sembravano
ritrovarsi nella giornata dell’8 maggio, che poi non diventato ovunque una festa popolare, troppo contesa
da altri spazi, commemorazioni, gruppi di resistenti.
In Francia, in particolare, l’8 maggio ebbe un percorso complesso: De Gaulle gli preferì l’11 novembre,
mentre nel 1975 Giscard lo cancella dal calendario delle festività e solo con Mitterrand nel 1981 torna ad
essere una giornata festiva anche se in Francia non è mai stata instaurata una giornata specifica dedicata
alla Resistenza. Rimanevano esclusi i paesi del bacino del Mediterraneo, come Spagna, Portogallo,
Jugoslavia, Grecia. L’Italia, invece, sceglie una data autonoma e del tutto nazionale: il 25 aprile che si
poneva come festa fondante del nuovo stato, poi messo in discussione nel 1994 dal governo Berlusconi.
LUTTO/MEMORIA
La simbologia monumentale classica del soldato combattente diffusa in Europa con la I Guerra Mondiale,
cambia in varie rappresentazioni di vittime e combattenti che non possono più essere sintetizzate dal
corpo patriottico del milite ignoto. In Italia come in altri paesi europei i monumenti della Grande Guerra
accolgono e spesso nascondono i nomi dei soldati e dei civili morti nella II Guerra Mondiale e questo molto
spesso è dovuto all’imbarazzo e all’ambiguità di morti provocate da una guerra ingiusta.
I nuovi monumenti parlano d’altro ed emergono nuove figure di protagonisti della storia nazionale: il
partigiano, il perseguitato, il deportato.
Dal 1919 al 1939 si tende a nascondere la morte dell’individuo, sostituendola con un culto collettivo del
morti per la patria, quindi di una morte eroica, ma in realtà la morte durante la II Guerra mondiale aveva
perso ogni parvenza di sacralità e rispetto. Si doveva parlare di vittime di guerra e graduare messaggi a
seconda della loro appartenenza nazionale tra coloro che erano state vittime designate e coloro che erano
rimaste vittime loro malgrado.
Anche se le vittime erano talmente tante che è stato diffide fare una “sintesi”, ma ci si è provato nel caso
di:
▪ campi di concentramento con monumenti nazionali
▪ Neue Wache di Berlino luogo di onoranze per la Repubblica Democratica Tedesca come “Memoriale
delle vittime del fascismo e del militarismo” divenuto poi monumento “Alle vittime delle guerre e della
tirannide ”Intorno a questo monumento si aprirono vari dibattiti che risalgono alla “questione della
colpa” poiché la Germania ha dovuto affrontare una doppia colpa: quella del passato nazista e quella
della rimozione di tale passato anche attraverso la costruzione di luoghi commemorativi.
Inoltre, importante è stata l’idea di istituire un giorno internazionale della memoria e di erigere a Berlino
un monumento agli ebrei europei vittime dell’Olocausto perché questi sono i primi segni di una sintesi di
simboli e date di cui hanno bisogno i paesi e l’UE per superare definitivamente i conflitti e le divisioni della
prima metà del XX secolo. 2
LE REVISIONI
La II Guerra Mondiale causò una serie di crisi dell’identità dello stato-nazionale, del suo stato di diritto e
della lealtà nazionale, dovute al collaborazionismo dei governi dei paesi occupati condanna nazifascismo.
Grande fu l’impegno di questi paesi a costruire un’immagine forte dello stato basata su una memoria
resistenziale e patriottica. A questa di aggiunse la questione della giustizia, quindi la necessità di ristabilire
regole di equità e di capire la cause e giudicare le responsabilità individuali e collettive delle ingiustizie
durante la guerra. Questo è riuscito tramite tre strumenti intrinsecamente legati tra loro: processi penali,
musei e cinematografia. In particolare:
• in Francia negli anni ‘80 inizia a diffondersi un senso di colpa collettivo per gli anni del
collaborazionismo e si crearono centri e lunghi di memoria, specialmente per quanto riguarda la Shoah,
dando avvio ad un processo di revisione;
• in Italia la situazione è invece arretrata poiché non esiste nessun museo storico nazionale dedicato
all’antifascismo e alla nascita della Repubblica e solo di recente sono state prese iniziative per ricordare
le leggi razziali, le deportazioni e lo sterminio della comunità ebraica. In generale pochi luoghi
commemorativi sono stati promossi direttamente dalla Stato ed è stato infatti con l’istituzione
amministrativa delle Regioni e un nuovo discorso antifascista legato a temi di pace e di coesione
internazionale negli anni ‘70, che si diede impulso a nuove iniziative.
È stato il bisogno di giustizia e di chiarezza sulle responsabilità morali e storiche degli eccidi a tenere viva la
memoria nelle comunità locali.
In un clima di revisione delle memorie, il riavvio di procedimenti penali nei confronti di criminali di guerra
hanno soddisfatto il bisogno di giustizia e contemporaneamente alcuni film hanno risvegliato nell’opinione
pubblica l'interesse per la storia più recente. Tuttavia, molto spesso, la cinematografia italiana e tedesca ha
dato una rilettura “buonista” del fascismo e del nazismo e soprattutto gli italiani si sono trovati conformi
alla volontà di superamento dell’antifascismo voluto dai governi Berlusconi e dai partiti della II Repubblica
che li hanno sostenuti.
CONCLUSIONI
L'analisi delle politiche della memoria della II guerra mondiale può ripartire da nuovi studi sul secondo
dopoguerra che forniscono nuova cronologia e nuova percezione della storia europea dal 1945 ad oggi, in
cui alcuni passaggi vengono ridimensionati, mentre altri emergono di più e ad esempio si impongono
comunità di esuli e di profughi nel forgiare alcune memorie.
La rinascita dell'Europa ha reso possibile una rivisitazione critica delle responsabilità delle guerre e dei
totalitarismi che ha rimesso in moto il processo di elaborazione di storie nazionali ufficiali, dettando anche
alcuni principi democratici fondamentali per la creazione dell'UE. Tuttavia, manca una memoria della II
guerra mondiale e più in generale del XX secolo, sentitamente condivisa dai popoli europei, utile ad una
convivenza civile.
Filippo Focardi
CAPITOLO 2
IL PASSATO CONTESO: TRANSIZIONE POLITICA E GUERRA DELLA MEMORIA IN ITALIA DALLA CRISI DELLA
PRIMA REPUBBLICA AD OGGI
LA CRITICA AL “PARADIGMA ANTIFASCISTA”: REVISIONISMO STORICO E REVISIONISMO POLITICO NEL
CROCEVIA DEGLI ANNI OTTANTA
Alla fine della II guerra mondiale i paesi europei, compresa l’Italia, costruiscono una nuova memoria
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pubblica nazionale sulla base di due pilastri fondamentali:
• l'attribuzione della colpa esclusiva della guerra alla Germania
• l'esaltazione del mito della Resistenza
L’antifascismo e la Resistenza erano quindi fonti di legittimazione della Repubblica democratica e del
sistema multipartitico, in particolare:
▪ negli anni del centrismo le istanze anticomuniste si traducono in attacchi alla memoria
dell’antifascismo e della Resistenza
▪ negli anni ‘60 e ‘70 c’è un rafforzamento dell’egemonia della memoria pubblica antifascista
▪ negli anni ‘80 la tradizionale narrazione antifascista viene scossa in profondità a causa di vari fattori:
o la critica interna mossa alla memoria ufficiale della Resistenza dalle varie espressioni della Nuova
sinistra che rivendicava il carattere antagonistico di lotta di classe;
o la critica dello storico Renzo De Felice al “paradigma antifascista” soprattutto sotto il profilo della
contestazione dell’immagine di fondo di un popolo italiano oppresso dal fascismo, ostile al regime
fascista, di cui lo storico metteva in evidenza le istanze modernizzatrici e la capacità di attivazione di
un consenso plebiscitario;
o gli effetti emersi negli “anni di piombo” tra una certa cultura dell’antifascismo militante e il
terrorismo di sinistra che aveva fatto della Resistenza un mito rivoluzionario da mettere in pratica
nel presente;
o sul piano internazionale lo scontro sugli euromissili aveva messo in difficoltà il PCI alimentando
l’anticomunismo tra le forze moderate, laiche e cattoliche;
o sul piano interno, nel 1981, si instaura il pentapartito, coalizione di governo formata da DC, PSI,
partito socialdemocratico, partito repubblicano e partito liberale con il PCI all’opposizione.
In questa cornice due fattori in particolare avevano inciso sulla tenuta della memoria pubblica antifascista:
• la crisi della “Repubblica dei partiti”, frutto di un sistema bloccato caratterizzato da clientelismo e
corruzione e crisi dell’antifascismo stesso che negli anni ‘80 è visto come una ridotta retorica
celebrativa;
• l'azione svolta dal socialista Bettino Craxi, presidente del consiglio dal 1983 al 1987, che proponeva una
“grande riforma” istituzionale basata sull’introduzione di una repubblica presidenziale, mettendo in
discussione la Costituzione scritta dai partiti antifascisti ed entrando in contrasto con il PCI.
Nel discorso pubblico ci furono vari spunti polemici nei confronti della memoria della Resistenza criticando
noti episodi di cui erano stati protagonisti i partigiani comunisti, come le stragi delle foibe, le uccisioni di
avversari politici e così via.
Tali critiche si inserivano nel quadro più generale di un’azione culturale revisionista del fascismo visto come
un regime bonario e paternalista in grado di modernizzare il paese e di godere di un largo consenso
popolare per molto tempo. Il revisionismo del regime fascista era portato avanti da vari storici e giornalisti
(Montanelli) che ponevano al centro la figura di Mussolini, soprattutto nella sua dimensione intimistica-
familiare, che ha costruito un regime a immagine e somiglianza del paese, ma con un basso livello di
violenza e repressione. Questo processo fu chiamato dallo studioso Emilio Gentile “defascistizzazione
retroattiva del regime”.
Quando, nel 1987, ci fu l’incontro tra Craxi e Fini per discutere sul tema delle riforme istituzionali, le istanze
di riforma dello Stato si intrecciarono con la questione della revisione del giudizio sul Ventennio. Secondo
De Felice l’ideologia ufficiale dell’antifascismo rappresentava un ostacolo alla costruzione in Italia di una
moderna liberal democrazia e occorreva rimuovere quindi la discriminante fascismo/antifascismo.
Revisionismo istituzionale, revisionismo “anti-fascista” e revisionismo storiografico si saldavano così nel
giudizio di De Felice. 4
LA DESTRA ITALIANA ALLA “GUERRA DELLA MEMORIA”. LA CRISI DELLA PRIMA REPUBBLICA E LA
RICERCA DI UNA NUOVA BASE DI LEGITTIMAZIONE POLITICA
Agli inizi degli anni ‘90 il revisionismo storico diventava lo strumento di un agguerrito revisionismo politico
nella promozione di una nuova memoria pubblica. Questo processo ha trovato una spinta più energica con
i cambiamenti politici di quegli anni:
▪ l'implosione dell’URSS e la crisi dell’ideologia comunista;
▪ lo sfaldamento della prima Repubblica dopo le indagini della magistratura sul sistema di corruzione con
la rottura del recinto centrista democristiano;
▪ nel 1993 la nuova legge elettorale con sistema maggioritario basato sul bipolarismo;
▪ nel 1994 il governo di centro-destra guidato da Berlusconi che convergeva sull’idea di neutralizzare
definitivamente l’antifascismo come fattore discriminante di legittimazione/ delegittimazione politica.
Era necessaria una “riconciliazione” tra le parti contrapposte (fascisti e antifascisti) con l’obiettivo di creare
una “memoria condivisa”, come base di un nuovo patto nazionale che non poteva più essere fondato sul
“valore contrappositivo dell’antifascismo”.
Nella politica della memoria promossa dalle destre un ruolo di rilievo è stato svolto da Gianfranco Fini,
promotore della trasformazione del Msi in Alleanza Nazionale, nel 1995, presentata come una moderna
destra di governo in Italia, e uno degli artefici della strategia di riconciliazione con alcuni atti significativi
(es: visita al mausoleo delle Fosse Ardeatine).
Altro suo obiettivo era quello di chiudere con il “secolo delle ideologie” e di “sciogliere tutti i fasci” e
sostituire alla contrapposizione fascismo/antifascismo quella tra totalitarismo/antitotalitarismo. Tuttavia, il
partito di Fini non sembrava aver reciso del tutto i legami col Ventennio, si condannava solo l’aspetto più
truce del regime, quindi l’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei. In particolare, dopo i dubbi
dell’opinione pubblica nutriti verso Fini stesso, a causa di alcune sue dichiarazioni in favore di Mussolini, il
politico inizia la sua ammenda sull’antisemitismo fascista e ciò comporta una rottura con la parte più
nostalgica del partito. Fatti i conti con l’antisemitismo fascista, molti esponenti della destra post-missina
avevano pensato di poter valorizzare i presunti meriti storici del fascismo.
L’attacco della nuova destra politica contro l’antifascismo ha trovato terreno fertile nell’opinione pubblica
innestandosi sull’animato dibattito sulla Resistenza e l’identità nazionale portata avanti da storici come
Galli della Loggia e De Felice che hanno polemizzato a fondo con la cosiddetta vulgata resistenziale.
Si diffonde questa cultura, intrisa di umori antiresistenziali, prima attraverso giornali e televisioni e poi
anche a livello istituzionale. Le principali forze dello schieramento di centro-destra vivevano infatti
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