Parte prima - La formazione della lingua moderna
Lingua antica e moderna
Il periodo compreso tra le Annotazioni dei Deputati fiorentini al testo del Vocabolario degli Accademici (1573) e la pubblicazione della prima edizione della Crusca (1612) rappresenta un momento di svolta nella storia dell’italiano. Da una parte, con l’opera filologica di Borghini e la classificazione grammaticale dei tratti trecenteschi di Salviati, prende forma quel canone linguistico arcaizzante a base toscana, o meglio fiorentina, che rappresenta uno sviluppo successivo e più integrale dei parametri classicisti di tipo bembiano, e che sfocerà nell’allestimento del Vocabolario della Crusca. Dall’altra, i diretti eredi delle correnti cortigiane o italianiste rifiutarono il primato del fiorentino trecentesco attraverso il richiamo agli usi correnti.
La 'scoperta' dell'italiano antico
I filologi fiorentini della seconda metà del 500 lavorarono sui testi toscani due-trecenteschi per preparare edizioni quanto più rispettose delle lezioni originali. Per mezzo di puntuali rilievi su lezioni contaminate si veniva a testimoniare che gli autori del 300 usavano una lingua che per lessico, fraseologia e sintassi non era più sovrapponibile agli usi dell’oggi, pena il rischio di fraintendere il significato di cospicue porzioni dei testi antichi. Borghini fu l’iniziatore della filologia dei testi antichi (l’epoca preborghiniana era caratterizzata da edizioni decameroniane filologicamente inattendibili) e sotto la sua guida si realizzarono le Annotazioni e discorsi sopra alcuni luoghi del Decameron (cantiere filologico di quella che sarà l’edizione detta dei Deputati): Borghini allestì un testo che rimarrà fino ai tempi recenti di riferimento (fino a quando nel 1962 si riconobbe come autografo l’Hamilton 90 della Biblioteca di stato di Berlino). Il lavoro di Borghini consisteva in: raccolta dei manoscritti superstiti; valutazione del loro grado di attendibilità, raggruppamento dei testimoni, scelta di un codice-base più autorevole (l’Ottimo). Borghini, per recuperare integralmente la ‘vera’ lingua trecentesca, doveva guardare ai testi antichi come linguisticamente ‘diversi’, portatori di alterità piuttosto che di consonanza con gli usi correnti dei suoi tempi. Nonostante il momento decisivo rappresentato dalla filologia borghiniana, sarà solo a partire dalla metà del 600 che si cominciò a percepire una più chiara distinzione tra lingua antica (medievale) e lingua moderna (umanistico-rinascimentale).
Il vocabolario degli Accademici della Crusca
Per più di 300 anni il Vocabolario della Crusca è stato il punto di riferimento per la lessicografia italiana, fino alla seconda metà dell’800, cioè fino alla pubblicazione del Dizionario della lingua italiana di Tommaseo e Bellini. Il Vocabolario della Crusca è fondato su un canone e una tradizione di autori prevalentemente toscani e per questo l’opera suscitò dissensi tra coloro che non riconoscevano nell’impostazione arcaizzante e toscanista che stava alla base del Vocabolario.
- Critiche di tipo ‘interno’: Letterati che protestavano perché nel Vocabolario mancavano parole che hanno attestazioni anche presso autori di grande prestigio, o perché trovavano voci e definizioni non più correnti. Queste obiezioni alla Crusca arrivano fino all’800 del Leopardi.
- Critiche di tipo ‘esterno’: Intellettuali, scienziati, giuristi, professionisti non trovavano registrati termini specialistici o semplicemente vocaboli della sfera intellettuale, entrati a fare parte della lingua della conversazione. Ci occuperemo di questo tipo quando parleremo delle idee illuministiche del gruppo milanese gravitante attorno alla rivista Il Caffè dei fratelli Verri.
I primordi dell’Accademia della Crusca risalgono al decennio 1570-80 quando alcuni fuoriusciti dell’Accademia fiorentina (‘la brigata dei crusconi’) stabiliscono di riunirsi discutendo su argomenti di poca importanza (‘cruscate’). Con l’entrata nel 1582 di Salviati, che fece prevalere i propri interessi linguistici, si ebbe una nuova impostazione. Il nome prescelto ha molto a che fare con i nuovi criteri guida dell’Accademia: separare il fior di farina (la buona lingua) dalla parte ‘impura’ (la crusca appunto). Dal 1590 l’attività dell’Accademia sarà finalizzata alla compilazione del Vocabolario e le operazioni preliminari sono costituite dalla scelta degli autori (‘i citati’): fin da questa fase preliminare si avverte l’influenza di Borghini, mediata da Salviati, ossia di studiare tutta la lingua dei trecentisti fiorentini, non solo quella dei grandi autori (c’è una differenza quindi tra il trecentismo integrale di Salviati e il canone classicistico e selettivo di Bembo per il quale ha valore solo la lingua di un numero limitatissimo di boni autores).
La prima edizione del Vocabolario uscì a Venezia nel 1612. I ‘citati’ (289 testi) erano composti dalle opere di grandi trecentisti toscani come Dante, Boccaccio, Petrarca, Villani a cui si aggiungeva un numero considerevole di volgarizzamenti dal latino e dal francese (spesso opere anonime di fiorentini minori); in mancanza di attestazioni trecentesche i compilatori ricorrevano ad autori toscani dei secoli successivi (Lorenzo de’ Medici, Salviati stesso) e a pochi autori non toscani ritenuti in linea con l’impostazione generale del dizionario (Bembo, Ariosto). Le polemiche suscitate all’uscita della prima edizione fecero allargare il canone degli autori citati e numerose definizioni: nel 1623, sempre a Venezia, uscì la seconda edizione. La terza edizione fu pubblicata a Firenze nel 1691: il lemmario fu ampliato con l’inserimento di termini tecnici e scientifici (uno dei settori meno curati della Crusca) e con l’allargamento dei ‘citati’ (aggiunta di una cinquantina di autori moderni tra cui Castiglione, Tasso, Galilei). Pur nelle sue incongruenze, la Crusca adottò un metodo lessicografico che può essere considerato un passo decisivo verso le tecniche più moderne di registrazione di parole. Come criterio generale si evita di inserire trattazioni di tipo grammaticale all’interno della voce; notevole cura viene riservata alla definizione mediante uno o più sinonimi; si rendono sistematici i criteri di tipizzazione. Il difetto più evidente, per un utente dei nostri tempi, è la genericità di alcune definizioni, spesso tautologiche, a volte affidate a formulette del tipo ‘animale noto’, ‘erba nota’. Un altro difetto, basandosi l’Accademia su un trecentesco e non sull’uso corrente, è rappresentato dalla lemmatizzazione della variante arcaica a esponente principale, e della forma corrente a semplice sinonimo (considerate queste ultime varianti lessicali secondarie, meno valide delle antiche; così duellante da campione). Al di là dei difetti, al Vocabolario della Crusca spetta il merito di aver fissato in una forma tendenzialmente stabile l’aspetto grafico di numerose parole ancora oscillanti negli usi cinquecenteschi: regolarizzazione nell’uso dell’h etimologica (sopravvissuta solo come iniziale in parole, come huomo, hora); consolidata grafia -tione (vizio da vitio, lezione da lettione); grafia unica per es- (non più reso con -ex extradizione scritta); grafie stabili nelle doppie o nelle scempie (fabbrica, fabbro, labbro) in parole che presentavano notevoli oscillazioni nell’uso scritto primo-cinquecentesco e che proprio l’esempio della Crusca ridurrà drasticamente. Una riprova di tale carattere normativo si ha proprio nella scelta di varianti grafiche che rappresentano la forma standard assunta da taluni parole nell’italiano premanzoniano (forme come proccurra che fondano la loro tradizione su scelte del Vocabolario e che giungono fino all’italiano scritto di grandi autori dell’800 come Manzoni nel Fermo e Lucia o Leopardi nelle Operette morali).
Modernisti
Tassoni
Tassoni criticò la Crusca tramite numerose postille (oltre mille). Lui fa parte della corrente ‘modernista’ che nei primi del 600 si opponeva alle scelte fiorentiniste e arcaizzanti degli accademici. Per Tassoni la Crusca rappresentava l’incarnazione di una tradizione linguistico-letteraria non più in sintonia con l’attualità e per questo criticabile sotto tutti i punti di vista: dalle scelte lessicografiche (ancorate al 300 toscano e non in linea con gli esiti comuni utilizzati dagli scriventi colti che disponevano di un lessico comune che in numerose circostanze si era allontanato dai trecentisti.
- Nella critica di parole arcaiche ritenute non più utilizzabili negli usi correnti (bazzesco = sciocco, colla = fune).
- Rifiuto di voci oscene o troppo popolari (bazzicare = conversare è voce plebea).
- Censura nei confronti di numerosi vocaboli strettamente fiorentini o toscani (mortadella è un fiorentinismo; e non si dice, l’autorità del Boccaccio non vale fuori della sua lingua).
- Tassoni non si limita a criticare la Crusca ma in alcuni casi aggiunge voci o scrive una nuova definizione più in accordo col significato moderno assunto dalla parola. Tra i neologismi: eroe, esagerare, intruso; a cui si aggiunge un piccolo numero di prestiti dallo spagnolo ormai di uso comune ai primi del 600 (floscio, lindo, regalare, tabacco).
- Postillò molte parole presenti nel Vocabolario (che non avevano una definizione che teneva conto del significato moderno assunto dal vocabolo). È il caso di massaia (‘donna da servigio, che ha in custodia la roba di casa’) che la Crusca dava come femminile di massaio; bizzarro (‘bizzarro non sempre significa iracondo o stizzoso, ma alle volte capriccioso con grazia e per questo a volte chiamiamo una dama bizzarra e un vestito bizzarro’); comico (comico si riferisce ad altro che a scrittor di commedie e infatti diciamo parlar comico, azione comica, scena comica’); classe non per flotta ma per il moderno ‘corso scolastico’.
L’‘Anticrusca’ di Beni
Gli orientamenti modernisti rappresentati nei primi del 600 negli scritti del Tassoni trovano conferma nel trattato L’Anticrusca (1612) di Beni: anche quest’ultimo si schiera contro il canone trecentista rappresentato dalla Crusca, prendendo di mira soprattutto il lessico, la sintassi e lo stile del Boccaccio prosatore. L’autore passa in rassegna le voci boccacciane disusate (fedire per ferire, guerire per guarire, pistolenza per pestilenza). Ma più che sul lessico, l’attenzione del Beni si concentra sulla sintassi e sullo stile del trecentista. Beni propone un paragone tra la facilità comunicativa di un brano di un cinquecentista, Tolomei, e l’oscurità che all’opposto contraddistingue numerosi passi decameroniani. Il modello di prosa latineggiante, fortemente ipotattica, di cui Bembo negli Asolani era stato il maggior interprete, viene rifiutato in favore di uno stile sintattico meno artificioso e più lineare: ad esempio Beni critica l’uso dell’infinito nelle completive con soggetto proprio (il cosiddetto ‘accusativo con l’infinito’), tratto stilistico-sintattico latineggiante che aveva caratterizzato la prosa colta del Boccaccio (di cui Beni testimonia la decadenza negli impieghi scritti del primo 600). Beni individua nei rapporti non gerarchizzati tra proposizioni sovraordinate e subordinate, o nei modi ‘irregolari’ di coordinare tra loro proposizioni di rango sintattico non paritetico uno dei tratti tipici della sintassi decameroniana: c’erano differenze strutturali e fattori di discontinuità tra la lingua medievale e una nuova maniera di costruire il periodo che si era imposta nella prosa colta umanistico-rinascimentale.
- Anacoluti: ‘Errori’ nella sintassi boccacciana.
- Paralipotassi: La congiunzione copulative che lega in un rapporto di coordinazione una subordinata prolettica e una reggente con verbo all’indicativo.
- La coordinazione di una subordinata circostanziale a modo infinito con una circostanziale a modo finito.
Per questi casi Beni ricrea dei ‘regolari’ legami interfrasali limitandosi alla semplice cancellazione di elementi funzionali ridondanti (congiunzioni copulative, complementatori). Nei casi successivi, Beni ristruttura con più decisione la sintassi fino ad arrivare a una riscrittura complessiva del modello trecentesco.
Riscrivere il Decameron in lingua moderna
Boccaccio vuole spesso seguire le orme dello stile ipotattico del latino classico e incontra delle difficoltà: il periodare ampio e complesso del Boccaccio non risulta ben adeguato all’argomento di talune novelle per le quali si richiederebbe uno stile sintattico più semplice e lineare; lo stile ipotattico del latino non può essere riprodotto in una lingua moderna come l’italiano (che possiede una diversa funzionalità e distribuzione di elementi morfologici e che quindi avrà bisogno di un numero maggiore di parole e di elementi funzionali per esprimere una stessa unità di significato nel giro di un solo periodo). Da tutto ciò consegue la necessità di riscrivere alcuni passi decameroniani, cioè di ‘tradurli’ in una sintassi più lineare e moderna: ridurre l’estensione dell’unità periodo (frase complessa) a poche frasi ben saldate e coese; cancellare segnali grammaticali ridondanti (congiunzioni e complementatori). Beni quindi sottopone numerosi passi decameroniani a dei veri e propri ‘test di riscrittura’, veri e propri esperimenti di traduzione ‘da un italiano all’altro’: un’unica struttura polifrastica enormemente dilatata viene riscritta e scissa in più frasi complesse autonome. La segmentazione della sintassi polifrastica del testo modello in unità minori coordinate produce un effetto positivo aumentando la comprensione e la leggibilità del testo.
Aspetti moderni dell’italiano seicentesco
Struttura del periodo
Con Tassoni e soprattutto con Beni la sintassi superiore costituisce il punto nevralgico per misurare la differenza tra la prosa antica e la moderna. Nella prima metà del 600 questa distanza con la prosa moderna (rilevata con quella medievale in precedenza) arriva a interessare anche la sintassi ipotattica e latineggiante della prosa colta umanistico-rinascimentale (di Castiglione, Della Casa, Tasso). L’inizio del Galateo di Della Casa è costituito da: 92 parole piene e parole vuote o funzionali (articoli, congiunzioni), una proposizione reggente (‘ho proposto meco medesimo’) che costituisce il centro sintattico attorno al quale ruotano 15 proposizioni subordinate di varia natura (una serie di subordinate sono prolettiche rispetto alla sovraordinata e si trovano una serie impressionante di incidentali). Strutture periodali del genere, modellate sullo stile ipotattico della prosa latino-classica (ciceroniana) entrano in crisi nella prima metà del 600: allo ‘stile periodico’ della prosa colta rinascimentale si contrappone sempre più spesso nel corso del XVII secolo, in testi appartenenti a generi diversi (trattatistica, prosa narrativa, lettere private di scriventi colti), un modo diverso di costruire il periodo, più sciolto e disinvolto, meno legato da vincoli prettamente grammaticali (spesso si omettono i connettivi di raccordo e prevalgono i legami impliciti tra le varie parti del periodo). Grandi modelli stranieri (Montaigne, Pascal) assieme al recupero dello stile conciso di autori classici (Tacito e soprattutto Seneca) contribuiscono a dare prestigio al ‘periodare breve’ e a renderlo più adeguato a esprimere il pensiero. A questa tipologia periodica, che conferisce alla pagina un andamento lineare e moderno, vicino alla brevilineità del linguaggio colloquiale, si sono dati diversi nomi: style coupé, curt period, loose period.
Qualche esempio di tale maniera moderna di costruire il periodo: L’oggidì di Delle acutezze di Lancellorri, Il cane di Diogene di Peregrini, di Frugoni. Questi testi si presentano sintatticamente fratturati e costituiti da una serie di frasi accostate senza il ricorso a una subordinazione profonda. Rispetto al testo cinquecentesco, gli incisi parentetici hanno una spiccata autonomia sintattica, cioè non costituiscono dei punti da cui si diramano ulteriori deviazioni dalla linea principale del discorso (in sintesi, il filo del ragionamento non si perde per strada ma rimane costantemente focalizzato sui centri tematici che si susseguono ‘a catena’). Non si ha più la tendenza a far confluire il messaggio o l’argomento in un’unica struttura macroperiodale, ma a smembrare il testo in più strutture autonome, spesso legate tra di loro da legami impliciti, a volte da particelle testuali ‘deboli’ o ricapitolative. Questa forma più lineare si consoliderà nel corso del 600 e ancora di più nel secolo successivo (anche per la sollecitazione di modelli stranieri, francesi soprattutto): allo ‘stile periodico’ si sostituirà questo ‘stile slegato’ (loose period) in cui le frasi sono semplicemente accostate le une alle altre senza il ricorso a ripetizioni di parole piene o funzionali.
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