Capitolo 1: L'invenzione dell'italiano letterario
Le origini dell'eloquenza in volgare
Quando intorno al 1304-1305, Dante scrive il De vulgari eloquentia, devono ancora nascere i capolavori del Trecento italiano: il Canzoniere di Petrarca, il Decameron di Boccaccio, e la stessa Commedia. Nell'analisi sull'eloquenza in volgare italiano, le due lingue che, insieme all'italiana, gli si presentano sono la provenzale (parlata nella Francia meridionale) e la francese (usata nel resto della Francia), che esprimono l'affermazione oc e oïl, mentre l'italiana è di sì.
Dante riconosce le tre lingue vicine ma diverse, e tutte e tre, che si differenziano dal latino, possono quindi chiamarsi volgari, nel senso che sono lingue parlate spontaneamente dal popolo (vulgus), a differenza del latino che si impara a scuola. L'Italia di Dante è frammentata politicamente non meno che linguisticamente, e mancano opere in prosa di grande rilievo che garantiscano il consolidarsi di una lingua; migliore era la situazione della poesia, per la quale Dante si trovava di fronte a libri organizzati per generi metrici.
La scuola siciliana e le influenze linguistiche
La raccolta della lirica italiana del 200 maneggiata da Dante doveva essere simile, per contenuto e struttura, a quella conservata nel manoscritto Vaticano latino 3793, copiato a Firenze tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo. Esso è suddiviso in due sezioni, di cui la prima è dedicata a un'ampia scelta di canzoni, la seconda ai sonetti; la distinzione è per autori: si parte coi più antichi, che sono i poeti della scuola siciliana, e si prosegue coi loro continuatori toscani, fino al Dolce stil novo escluso.
Con un criterio differente fu allestito a Pisa un altro manoscritto, oggi conservato nella Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, cioè il Rediano 9: esso si apre con la prosa delle lettere di Guittone d'Arezzo e dei suoi corrispondenti, contiene poi una sezione di canzoni e sonetti, entrambe inaugurate da Guittone. Insomma il Rediano 9 è una sorta di monumento a Guittone d'Arezzo, il maggior poeta toscano fino a Cavalcanti e Dante, mentre il Vaticano latino 3793, assegnando la posizione di apertura a Giacomo da Lentini, rispetta la cronologia, dato che i Siciliano precedono Guittone e gli altri toscani.
Nella scuola siciliana c'erano poi alcuni autori come Stefano Protonotaro, autore della canzone Pir meu cori alligrari, una delle poche non toscanizzate ma arrivata a noi, attraverso le Carte Barbieri, in lingua originale, cioè in siciliano; Guido delle Colonne, Giacomino Pugliese, Pier della Vigna (celebrato nel canto XIII dell' Inf.).
Tuttavia l'assoluta preminenza dei Siciliani rispetto alla lirica d'amore, è stata recentemente messa in discussione in seguito al ritrovamento di alcuni versi, noti come Carta ravennate (1180-1210), - riportata di recente all'attenzione degli studiosi da Alfredo Stussi - , considerati il più antico esempio in volgare italiano. Si tratta di una canzone, di cinque strofe di dieci decasillabi l'una, e di un frammento di cinque endecasillabi: i due pezzi si trovano sul retro di una pergamena latina che contiene un atto di vendita del 1127, trascritto tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, le cui caratteristiche formali e tematiche riflettono un rapporto con i modelli d’Oltralpe non mediato dall’esperienza dei Siciliani.
Questo è testimonianza del fatto che la lirica d'amore era già nata prima della scuola siciliana e del fatto che è plausibile supporre l'esistenza di una linea di sviluppo settentrionale della poesia cortese.
La canzone e il sonetto
Quanto alla bipartizione in canzoni e sonetti, la canzone era il genere principe della grande lirica cortese, elaborata in Provenza e da qui esportata in Francia, Catalogna, Germania e Italia; mentre il sonetto era un metro inventato dai Siciliani, con ogni probabilità da Giacomo da Lentini, e destinato ad una lunga fortuna italiana ed europea. Tuttavia, ed è questa la grande differenza tra la lirica provenzale e quella italiana, mentre la canzone provenzale era cantata e musicata, la poesia dei Siciliani attuava un divorzio tra testo e musica, dedicandosi alla dimensione prettamente letteraria, il che assicura un miglior controllo intellettuale dell'emozione lirica e della tematica amorosa.
Ben presto, con la morte di Federico II nel 1250 e l'incapacità del figlio Manfredi di conservare il regno meridionale, alla dinastia sveva si sostituisce quella degli angioini di Francia, capitanata da Carlo d'Angiò, e venendo meno l'ambiente congeniale alla poesia, anche la scuola subisce una frattura e la lirica d'amore si trapianta in Toscana. La lingue viene quindi smeridionalizzata e adeguata al toscano, anche a costo di mettere a rischio la perfezione delle rime; naturalmente però la toscanizzazione non fu totale, e vari meridionalismi si infiltrarono nella lingua letteraria fiorentina, come il condizionale saria in luogo di sarei, o nui - noi che si legge ancora nel Cinque Maggio di Manzoni (noi diventa nui in rima con lui, e permette a Manzoni di collegare e distinguere il lui riferito a Napoleone, dal nui collettivo).
Tra sapienti e saccenti
Da sapio abbiamo saccio, mentre la forma fiorentina so è modellata sul paradigma di ho, do, sto... Nei Siciliani saccio e so si alternano, e così anche in Guittone e negli altri Toscani; Dante opta invece a favore di so. Saccente è l'unica forma nei Siciliani, mentre nei Toscani si affianca alla forma indigena che è sapiente. Col tempo i due termini si sono diversificati in base alla funzionalizzazione dei significati: sapiente è usato con valore positivo, riferito a colui in cui si riconosce un sapere, mentre saccente ha assunto la connotazione di un sapere pedantesco, fastidiosamente ostentato.
Il peggioramento semantico di saccente si coglie già in Lorenzo il Magnifico (certe donne diventano insopportabili, volendo giudicare ogni cosa, che volgarmente le chiamano saccenti) e più avanti in Molière, ne Les femmes savantes – Accademia delle donne saccenti. Quanto alla geografia di altri centri culturali, l'Italia settentrionale è per vari aspetti quasi una provincia francese e provenzale: a Venezia Martin de Canal scrive una Storia di Venezia in francese, nelle prigioni di Genova il veneziano Marco Polo e il pisano Rustichello scrivono in francese il Milione, e lo stesso Brunetto Latini, maestro di Dante, costretto per motivi politici ad un lungo soggiorno in Francia, scrisse in francese il suo Tresor.
La toscanizzazione e l'errore dantesco
Ciò che Dante ignorava della lirica italiana, era che i testi che lui leggeva erano stati, come si diceva prima, toscanizzati, ed era convinto che i Siciliani avessero scritto in un idioma che, se non coincideva con il toscano, tuttavia gli si avvicinava. Dante quindi si convinse che quei poeti avessero dato forma ad una lingua lontana dai diversi parlati italiani, e che il compito della poesia consistesse nel proseguire sulla scia da loro aperta, verso una lingua lontana dall'uso quotidiano.
Questo errore dantesco fu fecondo di conseguenze, e facilitò l'invenzione della lingua letteraria italiana, che risale appunto al De vulgari eloquentia. Una prova della toscanizzazione della lingua della scuola siciliana si ottiene dalle rime: per esempio in un sonetto di Giacomo da Lentini la serie di parole in rima servire-dire-gire-gaudere rappresenta una rima difettosa, l'ultima, che si risana sostituendo il toscaneggiante gaudere con il siciliano gaudire.
Il ruolo del latino e delle lingue volgari
La lingua che assicura la comunicazione scritta ma anche orale nel Medioevo è il latino, non per nulla chiamato anche grammatica: il latino è la lingua della Chiesa, del diritto, delle cancellerie, delle università. Di contro a chi sa la grammatica sta l'idiota, colui che conosce solo la lingua materna (dal greco ídios, privato) e dunque un ignorante. La nozione che in Italia o in Francia si parlano lingue derivate dal latino è estranea a Dante; egli ritiene che il latino sia una lingua artificiale, costruita a tavolino da grammatici che ne hanno stabilito le regole e perciò statica, immutabile.
Nel De vulgari eloquentia Dante indica poi i punti di forza delle tre letterature in lingua di sì, d'oil e d'oc: la letteratura d'oil ha i suoi poeti ma eccelle per l'articolata ricchezza della prosa, incentrata soprattutto sui romanzi d'amore basati sulle storie arturiane, sulle narrazioni delle storie antiche di Roma e Troia, e sui testi di argomento morale e religioso.
In una digressione della Vita nuova sulla poesia volgare Dante afferma che le prime rime d'amore in lingua d'oc e di sì non risalgono a più di 150 anni indietro, il che significa che risalgono al 1140-1150 circa. In realtà la letteratura provenzale è più moderna di quanto Dante non azzardasse con quest'affermazione. Nel De vulgari eloquentia invece Dante riconosce il primato cronologico ai provenzali, oltre che quello stilistico, per la perfezione e la dolcezza.
Dunque la letteratura francese eccelle nella prosa, la provenzale nella lirica, ma anche la letteratura in lingua di sì è meritevole nella lirica. Per sostenerlo Dante cita due autori contemporanei, Cino da Pistoia e l'amico di Cino, alludendo a se stesso, i quali eccellono per la dolcezza e la sottigliezza della loro poesia. Dunque la dolcezza accomuna i provenzali e gli italiani; i primi poi eccellono per la perfezione della lingua, i secondi per la sottigliezza (rigore intellettuale). Ecco quindi che risulta evidente, come capì già Manzoni, che il De vulgari eloquentia è un'opera che si occupa non di lingua ma di poesia.
Il Convivio e le contraddizioni linguistiche
Nel Convivio (progettato come un'opera in volgare ripartita in quindici trattati, il primo dei quali con funzione introduttiva e i restanti quattordici di commento ad altrettante canzoni, ma lasciato incompiuto al quarto trattato) Dante commenta in prosa in volgare alcune sue canzoni, entrando nel campo filosofico, riservato al latino. All'argomento del rapporto tra latino e volgare è dedicato il primo trattato, che ha funzione introduttiva e che spiega come egli voglia offrire la sapienza non alle persone dotte, bensì a coloro che per diversi motivi non hanno potuto dedicarsi agli studi.
L'autore poi polemizza con quanti in Italia denigrano il volgare materno ed esaltano l'altrui, quello in lingua d'oc, cioè il provenzale, e non è da escludere che si rivolga proprio a Brunetto Latini, e sicuramente a Sordello da Goito. Quello di Dante è insomma l'atteggiamento di chi intende costruire una linea letteraria italiana, non subalterna alle altre letterature, e tuttavia non provinciale, intento che unisce strettamente quest'opera al già citato De vulgari eloquentia. Ciò non toglie che le due opere si contraddicano vistosamente su un punto importante: secondo il Convivio il latino è più nobile del volgare, mentre nel De vulgari si sostiene la tesi opposta.
Torniamo ora al De vulgari eloquentia: Dante parte da una definizione geografica dell'Italia, delimitata dalle Alpi, e divisa non secondo l'opposizione Nord-Sud, ma distinta in parte orientale e parte occidentale, con gli Appennini che segnano il discrimine tra le due zone. Il poeta individua 7 regioni linguistiche a est degli Appennini e altrettante a ovest, insomma 14 regioni geografiche che corrispondono ad altrettante regioni linguistiche, che dimostrano la mutevolezza dei volgari nello spazio e nel tempo.
Le differenze dei 14 dialetti sono bilanciate con l'ideale di una lingua letteraria, o meglio poetica, unitaria che si estenda in tutto lo sazio geografico italiano, e il metro di giudizio (che esclude anche il fiorentino, indegno come gli altri di identificarsi con la lingua della poesia) dipende dalla sua idea di un volgare illustre, cardinale, aulico e curiale, che rifiuti i tratti locali.
Illustre, termine che si connette alla luce, la perfezione che elimina la rozzezza degli idiomi parlati. Cardinale, perché come la porta gira sui cardini, così il volgare sarà un punto di riferimento. Aulico, nel senso che dovrebbe risiedere nell'aula, e cioè nella corte imperiale: dovrebbe ma non può perché in Italia manca l'aula, non essendo il Paese governato né da un re né da un imperatore. Curiale, perché la curia, ufficio incaricato di amministrare la giustizia, si appoggia all'aula: ma la mancanza dell'aula fa sì che in Italia sia assente anche una curia unitaria. Il volgare illustre dovrà dunque supplire con il lume della ragione all'assenza dell'aula e della curia.
Capitolo 2: Schizzo della lingua antica e della sua evoluzione
La fondazione dell'italiano
È un fatto noto che l'italiano si fondi sul fiorentino, al quale Dante, Petrarca e Boccaccio hanno conferito fama e prestigio, giungendo a quella canonizzazione del volgare letterario che ha determinato la tradizione italiana. I fenomeni originali del fiorentino sono:
- Anafonese: le vocali chiuse e ed o si chiudono ulteriormente in i ed u davanti a nasale seguita da occlusiva velare (lingua, fungo) o affricata palatale (tinge), nasale palatale (spugna), laterale palatale (famiglia, consiglio). Chi non è toscano noterà che nel suo dialetto si dice lengua, fameglia ecc.
- La chiusura di e atona, e cioè in sillaba non accentata, in i: si parla di chiusura in i perché queste parola avevano in latino una e, meliorem, seniorem, nepotem-migliore, signore-nipote; in italiano si riscontra un'oscillazione tra i prefissi di/de e ri/re sicché denunciare e reclamare ad esempio conservando la e protonica si rivelano come latinismi, mentre dichiarare e rinunciare hanno seguito l'evoluzione di marca fiorentina.
- Il passaggio di ar atono a er: poiché il futuro e il condizionale non discendono dal latino ma derivano da una perifrasi composta dall'infinito e, rispettivamente, dal presente o dal passato remoto del verbo avere, ne deriva che nei verbi di prima coniugazione si è prodotto il passaggio in questione, per cui amare - amarò - amerò, e amar(ebb)i-amarei-amerei. Parole come sigaretta mostrano che la spinta all'evoluzione si è esaurita, altrimenti avremmo sigheretta, mentre mozzarella, che conserva ar è spia di origine non toscana.
- Il suffisso aio, corrispondente fuori Firenze ad aro: macellaio, calzolaio, notaio altrove macellaro, calzolaro, notaro.
- Il dittongo spontaneo di nuovo e piede, che non è sconosciuto ad altri dialetti.
Lo sviluppo della lingua poetica
La storia della lingua poetica conosce una svolta netta nel XIII secolo col trapianto della lirica d'amore dalla Sicilia alla Toscana; ma nello stesso periodo si sviluppa in Toscana, insieme con la poesia, la prosa, alla quale le Tre Corone conferiscono una fama solida e un durevole prestigio. Ecco degli esempi che rivelano l'opera di canonizzazione del volgare letterario.
Cominciamo dall'articolo determinativo: oggi il maschile singolare e plurale ha una doppia forma, il-i e lo-gli, che va selezionata in base alla parola che segue. Nell'italiano antico c'era poi una terza forma, li del maschile plurale e l'articolo il poteva presentarsi anche con aferesi; inoltre potevano essere elisi non solo lo e la ma anche li e le. Il, 'l e i si usano quando precede parola che finisce in vocale e segue parola che cominci per consonante semplice; lo, li e gli si usano sia nei casi in cui si usano gli altri, siano in quelli esclusi e cioè a inizio frase, se precede parola che termina in consonante, se segue parola che comincia per se seguita da consonante, la cosiddetta s impura.
Da segnalare il caso delle parole che cominciano per in, im, en, em in cui anziché l'elisione dell'articolo, troviamo l'aferesi (caduta della vocale iniziale della parola): lo 'ntelletto.
Le caratteristiche dell'italiano antico
Caratteristiche dell'italiano, come in genere delle lingue romanze, sono la ricchezza dei pronomi personali e le possibilità combinatorie dei pronomi stessi. Intanto, occorre distinguere tra pronomi personali tonici (di' a me) e atoni (dimmi) detti anche clitici, o meglio proclitici se si appoggiano alla parola che segue, ed enclitici se si appoggiano alla parola che precede. In italiano antico un periodo non può cominciare con un pronome atono: secondo la legge Tobler-Mussafia, la proclisia non è ammessa, e l'enclisi è obbligatoria, dal nome di Adolf Tobler che la scoprì come principio attivo in antico francese, e Adolfo Mussafia, al quale tocca il merito di averla scoperta nei testi italiani antichi.
Ancora in materia di pronomi, vanno ricordate le combinazioni di due pronomi. L'uso odierno prevede la successione oggetto indiretto-oggetto diretto (o, se si preferisce, dativo-accusativo): per esempio, me lo vieta, me l'addita. Nel fiorentino antico valeva invece l'ordine inverso, oggetto diretto-oggetto indiretto: lo mi vieta e lo mi addita.
Il regno dei verbi
Il regno dei verbi è quello con la più spiccata polimorfia: le doppie forme che sopravvivono tuttora, come devo e debbo, devono e debbono, sono un residuo di quella concorrenza tra paradigmi diversi.
I verbi di più alta ricorrenza come gli ausiliari e i servili, hanno modelli irregolari: il verbo essere conosce un futuro fia, fiano e fie, fieno in aggiunta a sarò, saranno, e un condizionale fora, forano in aggiunta a sarebbe, sarebbero; nella Divina Commedia la terza persona di potere è puote (37), pote (2), può (54), pò (2) e dunque le forme dittongate occorrono più delle altre due. Diverse sono le occorrenze del Canzoniere, nel quale puote ha 2 occorrenze, può 10, pote 5, ma su tutti domina pò con 63 occorrenze. Ancora diverso è il caso della prosa, infatti nel Decameron si alternamo solo può (94) e puote (14). Del Canzoniere e del Decameron possediamo gli autografi, Vaticano latino 3195 e Hamilton 90, ma lo stesso non si può dire della Commedia.
Ancora per analogia su ama-amano si foggia una terza persona plurale in può-ponno, è-enno, accanto a possono e sono e così insieme a vanno, vonno.
Nella coniugazione in -are la desinenza della seconda persona singolare dell'indicativo prese...
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