Parte prima- Le fasi iniziali, Plurilinguismo medievale
I
1)Concetti base
La comunità linguistica è una comunità di parlanti che si considerano utenti di una
stessa lingua, che seguono un particolare comportamento linguistico. La norma
linguistica (o norma descrittiva o norma implicita è ben diverso dal concetto di norma
prescrittiva, cioè regole imposte dalle grammatiche) è la realizzazione del
comportamento linguistico in un determinato spazio geografico, periodo storico,
situazione contestuale. (La norma ovviamente si evolve e alla base delle
trasformazioni ci sono spinte innovatrici che si pongono come concorrenti di quelle
‘normali’). Troviamo difficoltà quando ci avviciniamo alla situazione italiana: più che
essere usata da una moltitudine di parlanti, la lingua italiana è lo strumento elitario di
una comunità ristretta formata solo da letterati, scienziati e tecnici. La comunità
linguistica italiana si è formata nei secoli attorno ad un codice scritto, non parlato. Ciò
non significa che la lingua parlata non abbia iniziato a svolgere da subito un ruolo
importante nella storia dell’italiano (e questo a ridosso della codificazione
cinquecentesca), ma solo attraverso le idee maturate tra 700 e 800 si rivalutò la
lingua comune parlata come espressione dell’identità profonda di un popolo, fino a
farne in età risorgimentale uno dei motori dell’unificazione politica (si affiancò quindi
l’italofonia all’italografia).
Per quanto riguarda la periodizzazione invece possiamo scandire la storia linguistica in
grandi fasi: il periodo dei volgari medievali (plurilinguismo medievale); il periodo
rinascimentale della formazione della lingua comune (l’età della codificazione); il
periodo dell’italiano moderno (la formazione della lingua moderna); a cui segue una
fase ancora più aperta (lingua contemporanea).
[Prima fase: caratterizzata dai vari idiomi italo-romanzi. Seconda fase: il periodo della
scelta di un volgare particolare (il fiorentino letterario degli autori del 300); periodo in
cui la storia linguistica italiana imbocca un percorso che, con notevoli riassestamenti,
arriva fino ad oggi; nella fase rinascimentale i volgari locali riducono la propria
autonomia passando al rango di dialetti (cioè varietà utilizzate in particolari situazioni
comunicative o contestuali: si crea in questo periodo l’opposizione tra ‘lingua comune
scritta’ e ‘dialetto locale parlato’)]
Parleremo di: ‘latino volgare’ (o ‘latino lingua d’uso’), ‘latino circa romançum’ (o
‘rustica romana lingua’), ‘latino medievale’ ( o ‘latino scritto’)
2) Latino parlato
Con latino volgare si intendono le particolarità proprie della lingua popolare e familiare
che si sottraggono alla norma classica, e in generale letteraria. Lo potremmo definire
un latino lingua d’uso o anche semplicemente latino parlato. Ovviamente nelle diverse
regioni del mondo romano il latino parlato aveva caratteristiche differenti. La
frammentazione linguistica del territorio romanzo, chiamato tradizionalmente
Romània, è all’origine delle differenze linguistiche riscontrabili nei dialetti neolatini,
compresi anche quelli italo-romanzi (cioè i dialetti parlati sul territorio italiano e in
alcune zone fuori dei confini politici attuali: dialetti lombardi del Canton Ticino,
romancio o ladino dei Grigioni). È un errore definire l’italiano discendente dal latino
parlato: la lingua italiana, come noi oggi la parliamo e la scriviamo, è il risultato di un
lungo processo storico che ha nella sua fase iniziale un dialetto italo-romanzo parlato
elite
in Toscana fissato in forme letterarie nel corso del XIV secolo e accolto da un’ di
scriventi colti a partire dal XVI secolo. Le fonti di questo particolare tipo di latino sono:
autori antichi come Plauto e Terenzio; Cicerone epistolografo; le opere di grammatici
1
‘puristi’ che segnalano pronunce ‘errate’ (e quindi correnti); i trattati tecnici che
rinunciano alla lingua letteraria; gli autori cristiani come Sant’Agostino (nei quali è
molto spiccata la tendenza ad avvicinarsi alla lingua corrente per meglio diffondere il
linguaggio divino). È sbagliato pensare che il latino parlato sia l’ultima e più recente
fase di questa lingua: una lingua d’uso parlata probabilmente ha attraversato tutta la
storia linguistica del latino (si parla di carsismo dei fenomeni linguistici a proposito dei
‘volgarismi’: strutture grammaticali e lessemi documentati nel latino arcaico, ma non
nel latino classico, e riaffiorati negli esiti romanzi di zone diverse della Romània).
Non esisteva un solo latino parlato ma più latini localmente parlati, però possiamo
concentrarci sui tratti comuni del latino parlato (specialmente del latino della tarda età
imperiale) che avranno importanza nella formazione degli idiomi italo-romanzi e in
particolare del volgare parlato in Toscana:
La peerdita della distinzione tra vocali brevi e lunghe (cioè della quantità
vocalica) viene rimpiazzata dalla funzione distintiva del timbro vocalico
(secondo la testimonianza di Sant’Agostino già a partire dal III sec d.C. quando
gli africani non riuscivano più a distinguere ‘ōs’ ‘bocca’ da ‘ŏs’ ‘osso’. Dal
momento che la quantità vocalica cessa di essere distintiva, il timbro delle
vocali accentate rimarrà l’unico strumento fonologico per distinguere due parole
omografe.
La debolezza articolatoria delle consonanti finali lascia la maggioranza delle
parole con una finale vocalica (non tutto il territorio italo-romanzo è compatto: i
dialetti settentrionali presentano in certi casi consonanti al termine della parola
ad esempio).
La tendenza a ridurre il numero dei casi (su cui avrà influito l’indebolimento e la
scomparsa dei morfemi di fine parola) ha una compensazione nell’uso
abbondante di preposizioni per indicare i rapporti sintattici, a cui si aggiunge un
nuovo segnale morfologico sconosciuto al latino, l’articolo.
canterò canterei
I prototipi del futuro e del condizionale vanno rintracciati nei
habere.
costrutti perifrastici con infinito + forma flessa del verbo Il classico
scribere habeo epistulam
costrutto era (= devo scrivere una lettera’): il valore di
obbligo si cristallizza in un senso più generico di avvenimento che si svolgerà in
canterei cantare hebui
un prossimo futuro. Mentre deriva dal costrutto (col
hebui, habui).
perfetto corrente, per
Nella sintassi della frase complessa si va generalizzando l’uso di un segnale di
quod quia,
raccordo, le congiunzioni o tra il verbo della principale e la
laudo
proposizione dipendente, anche in presenza di costrutti dichiarativi. Il tipo
quod, laudo quia + verbo di modo finito era una costruzione già posseduta dal
latino classico come alternativa al costrutto di accusativo con l’infinito ma
laudo; quod quia
ristretta ai verbi di sentimento, come appunto il tipo e si
estende nella lingua d’uso ai verbi dichiarativi.
Nella sintassi topologica la disposizione degli elementi all’interno della frase
subisce dei cambiamenti in relazione all’indebolimento dei morfemi posti nella
parte terminale della parola. L’ordine soggetto-verbo-oggetto apparteneva già
al latino letterario ma diverrà più frequente nel latino parlato e da qui si
trasferirà negli idiomi romanzi. (In assenza di segnali desinenziali, nella frase
Paolo chiama Renzo è la posizione dei due costituenti nominali rispetto al verbo
a stabilire il significato della frase).
Nel latino parlato dell’età imperiale la posizione dei pronomi personali ad inizio
frase è di preferenza dopo il verbo, mentre all’interno della frase si osserva in
ordine più libero. Questo preannuncia il clitico in seconda posizione dell’italiano
antico, fenomeno conosciuto come legge Tobler-Mussafia (dal nome dei due
2
linguisti che lo descrissero rispettivamente nel francese antico e nell’italiano
antico). La legge Tobler-Mussafia appare rigidamente osservata fino al XV secolo
(età in cui si iniziano a rilevare le prime infrazioni).
Nel settore lessicale si formano ne latino parlato lessemi nuovi o parole già note
necare
alla lingua letteraria assumono significati particolari (es: nel latino
uccidere annegare; orbus
classico aveva il significato di ma passa a quello di da
orfano cieco).
passa a
Un nucleo consistente di innovazioni lessicali proviene dal latino parlato nei
cenacoli cristiani. All’interno del mondo latino i cristiani avevano man mano
assunto un ruolo di primo piano. Il passaggio dalla latinità pagana a quella
cristiana (con Costantino e poi Teodosio) favorisce l’assunzione stabile di nuovi
lessemi e di significati specifici che verranno trasmessi senza interruzione di
continuità dal mondo antico all’epoca moderna.
2.2) Continuità del latino scritto
A fianco della lingua parlata c’era la lingua scritta che, fin dove possibile tentava di
mantenersi vicina ai paradigmi dell’età classica. Dopo la restaurazione dell’unità
christianitas.
politica avvenuta con Carlo Mgano prende forma l’idea della Alla
Romània (cioè al mondo neolatino, territorio abitato da persone che parlano lingue
romanze) si affianca questo concetto: la cristianità unisce culturalmente e
linguisticamente genti europee sotto il comune denominatore del latino. E questo
latino si definisce: latino medievale. Di questa tipologia di latino dobbiamo analizzare
due aspetti: il modo di pronunciare alcune parole; la conservazione di esse in una
forma esteriore identica o quasi a quella che avevano nel latino classico.
Partiamo dalla pronuncia. Il modo di pronunciare le parole del latino medievale risente
da un lato del tipo di pronuncia differente di territorio in territorio, dall’altro del modo
standardizzato di riprodurre alcuni suoni secondo abitudini apprese a scuola. Nel
sistema vocalico del latino letterario la differenza di quantità si univa a differenze di
timbro: la ĕ veniva articolata con quantità più breve e timbro più aperto della ē¸ così la
ŏ si distingueva dalla ō perché era pronunciata con quantità più breve e timbro più
aperto della vocale lunga corrispondente. Quando si è perduto il senso della quantità
vocalica (III secolo d.C.) il timbro è rimasto l’unico mezzo distintivo. I grammatici della
tarda antichità avevano già osservato e censurato abitudini della lingua parlata di
confondere in un suono unico di e chiusa la ĭ con la ē, di o chiusa la ŭ con la ō. Per
sconfiggere tali errori di lettura, soprattutto a partire dalla riforma carolingia del IX
secolo, nelle scuole si iniziò a pronunciare si cominciò a pronunciare con un suono
aperto sia la ē che la ō contravvenendo all’originaria pronuncia che queste parole
avevano nel latino letterario delle epoche precedenti (una simile abitudine è all’origine
del timbro aperto di numerose parole italiane).
Passando al secondo punto, ovvero alla forma esteriore della parola. La tradizione
scolastica ha avuto un ruolo determinante nel mantenimento di un alto numero di
parole identiche al prototipo del latino classico. Nel latino parlato invece il corpo della
parola si è modificato, a volte in modo profondo (tanto da essere irriconoscibile il
modello di partenza), a volte in modo meno traumatico. Per questo motivo nel lessico
italiano, in gran parte attinto da quello latino, si sono formate parole dall’aspetto
diverso: forme che con il passaggio di bocca in bocca sono cambiate, forme modificate
solo in parte, forme che hanno mantenuto invariato il loro aspetto grafico. Es: dal
exemplum: esempio
latino scempio (forma modificata); (forma leggermente
exemplo, essemplo, esemplo
modificata); (forma più aderente al modello latino, da cui
esemplificare).
oggi deriva In questo caso possiamo parlare di allotropi: forme derivate
da una medesima base etimologica ma che hanno assunto un significato a volte
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(vizio e vezzo vitium).
diverso da Si è preso a chiamare parole popolari o di tradizione
non interrotta le parole che hanno un aspetto maggiormente modificato rispetto alla
(vezzo);
forma latina da cui derivano parole dotte o di tradizione interrotta le forme
vizio).
che mantengono più diretti legami con la forma latina ( Questa tradizione colta
ha avuto un ruolo importante insieme a quella relativa al linguaggio parlato dalle
persone comuni.
2.3) Latino ‘circa romançum’
Prima che l’italiano, o meglio gli idiomi o volgari italo-romanzi, prima di giungere allo
stadio di lingua consapevolmente autonoma dal latino (cioè al momento in cui uno
scrivente o un parlante è ben conscio di usare una lingua diversa dal latino, ha
trascorso un periodo piuttosto lungo. La predicazione in Chiesa, gli atti ufficiali, le carte
notarili furono luoghi in cui apparse una lingua meno aderente a modelli letterari e più
vicina al lessico della quotidianità: si utilizzavano registri o sistemi grafici intermedi tra
il volgare e il latino della tradizione. Ci si è accorti che questi documenti, spesso di
scarso valore letterario, rappresentano l’anello di congiunzione tra il latino ufficiale
(insegnato nelle scuole medievali) e le nuove realtà linguistiche rappresentate dalle
lingue romanze. Uno dei problemi principali di questi documenti è la rappresentazione
grafica: quale grafia utilizzare per trascrivere una lingua che non era più latino ma
qualcosa di ancora estremamente fluido? In alcuni casi la nuova realtà linguistica
poteva trovare dei canali per manifestarsi liberamente, in altre circostanze aveva
prevalso il rispetto della forma tradizionale (cioè latina) fermo restando la possibilità di
pronunciare la parola in modo diverso rispetto a quello classico. (La riforma carolingia
aveva tentato di combattere tutte quelle forme intermedie di scrittura latino-volgare
che possiamo chiamare latino ‘circa romançum’ e in tal modo si era acuito il divario tra
le due lingue: la lingua scritta di uso pubblico e la lingua parlata di uso privato).
Due scritture che potremmo definire d’occasione che i linguisti pongono decisamente
tra le più antiche testimonianze della nostra lingua:
Un graffito ritrovato nella catacomba romana di Commodilla (risalente al IX
non
secolo): troviamo la formula + infinito che è quella assunta dall’imperativo
ne
negativo nel latino parlato della tarda antichità (sostituendo il costrutto con
secrita secrēta
+ congiuntivo perfetto); per il latino rinvia a grafie fonetiche con
ille
i al posto di e chiusa (da ē latina); potrebbe essere uno dei primi esempi in
le).
area italiana di articolo determinativo (non ancora nella consueta forma
Indovinello veronese conservato presso la Biblioteca Capitolare di Verona
(databile tra la fine del VIII e l’inizio del IX secolo). Il tema del testo è un
parallelismo tra la scrittura e l’aratura (molto comune nella cultura
altomedievale). L’opinione degli studiosi in relazione al tipo di lingua in cui è
scritto l’indovinello non è concorde (molti si sono espressi su una piena
se pareba
appartenenza al dominio volgare ma i dubbi rimangono). Il potrebbe
parere
essere una terza persona singolare dell’imperfetto del verbo (con caduta
se
di -t) preceduto da un pronome riflessivo (= si). Ci sono alcune forme
albo negro
pienamente volgari: -o per -um in o in (quest’ultima è la parola più
nigrum
distante dal latino e quindi la più moderna). Ma ci sono caratteristiche
boves; semen; albo alba
ancora latine: la -s plurale di la -n di gli aggettivi e dal
albus se
latino (= bianco). Il iniziale presenta notevoli difficoltà: nei testi volgari
le particelle atono obbligatoriamente si trovano costantemente in seconda
posizione, dopo il verbo iniziale (legge Tobler-Mussafia) dunque ci si
parebase.
aspetterebbe un 4
3) Prime testimonianze della nuova lingua
Il latino ‘circa romançum’ costituisce dunque una specie di laboratorio delle scritture
romanze. È bene puntualizzare che la nuova lingua non nasce come spinta dal basso
degli strati incolti, da parte di coloro che avevano perduto anche la competenza del
latino e che per questo non erano più capaci di parlare e comprendere la lingua di
Roma. I testi più antichi riflettono soprattutto l’esigenza degli alfabetizzati a mettere
per scritto la nuova realtà linguistica che solo loro, i possessori uno strumento elitario
come la scrittura, potevano trasferire sulla pagina. Dal censimento dei testi volgari
anteriori al 1200 finora noti si ricava che c’è un’area geografica privilegiata, dove si
sono probabilmente avute le condizioni più favorevoli sia per l’uso incipiente della
nuova lingua sia per la conservazione materiale dei documenti più antichi redatti in
essa: è l’area della fascia appenninica compresa tra Montecassino e l’Umbria (una
zona fortemente caratterizzata dalla presenza di monasteri benedettini dai quali
archivi spesso provengono i documenti più antichi della nostra lingua). Questi
documenti sono:
Formule campane: il primo tentativo finora conosciuto di riprodurre
consapevolmente la nuova lingua si deve far risalire a documenti notarili
conosciuti con il nome di ‘placiti cassinesi’ (conservati nell’archivio dell’abbazia
di Montecassino e databili tra il marzo 960 e l’ottobre 963). Si tratta di formule
di giuramento con le quali alcuni testimoni, chiamati in causa da
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